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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/03/2026

L’hi tech per arrivare a Diego Garcia

Quasi tutti i giornali italiani di oggi danno notizia del missile iraniano che è arrivato alla base angloamericana nel Pacifico Diego Garcia, 4 mila km di distanza. Commentano la notizia “con gran stupore”.

Bisognerebbe ricordare che in questi decenni ci sono stati i Brics, la Sco, e, noi, eurocentrici sempre scettici sulle capacità altrui, in fondo dicevamo: perché sulla Palestina non intervengono?

Facciamoci invece una domanda: nell’ultimo decennio, nei vari siti cinesi, leggevo di accordi della Cina con il “sud del mondo” che riguardavano scambi di materie prime (non importa quali) e tecnologia. Di quale tecnologia si parla?

La questione è stata posta ieri sul Sole 24 Ore da Marcello Minenna, editorialista domenicale. Quale tecnologia ha “scambiato” la Cina e, soprattutto, che tipo di “tecnologia dual use” ha la Cina?

Si sa che le varie guerre in questi anni sono in varia misura indirizzate contro Pechino, che però “non si muove”, fa accordi, agisce sempre in ambito Onu, fa – insomma – diplomazia classica ed intanto “scambia tecnologia”.

La crescita del pluslavoro relativo che, ricordo, anche nella terza edizione di Piano contro mercato (Andromeda), è la chiave di volta cinese alla crisi finanziaria Usa del 2008 – grazie agli “scambi tecnologici con il sud del Mondo” – produce, ad esempio, un Iran in grado di scagliare un missile a 4.000 km di distanza.

Quanti altri paesi del “sud del Mondo” hanno ora questa tecnologia (della Corea del Nord sappiamo benissimo da tempo)?

Si può parlare ancora di “dominio tecnologico occidentale”, o resta per noi invisibile – vista la prevalenza della propaganda – ciò che succede in varie parti del nostro mondo (ricordo che, dopo la Prima Repubblica, da noi fu adottato il modello di crescita “arretrato” fondato sul plusvalore assoluto marxiano e la deflazione salariale, con la distruzione suicida, ad esempio, dell’istruzione).

A distanza di decenni, noi e l’Occidente, come siamo messi rispetto a “loro”? E, soprattutto, quanti e quali Paesi del mondo sono “loro”?

La Storia, dopo le recenti “sorprese”, credo che vada rivisitata ed aggiornata, ma l’Accademia, i media, i siti ufficiali non ci informeranno mai in modo decente su questo. Non perché “ci nascondono subdolamente informazioni chiave” – anche questo, a volte – ma proprio perché non le vedono.

Per questo mi affido a un piccolo sistema di relazioni e di fonti che mi danno info preziose, che parzialmente mi “chiariscono” il presente e, soprattutto, il futuro.

Fonte

22/03/2026

Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa

Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto.

La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola.

Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Teheran era classificata come di breve-medio raggio, ossia con una gittata massima di quasi 2.000 km. Si scopre ora che ne possiede una tipologia che viaggia ad una distanza doppia. Il che cambia radicalmente lo scacchiere degli obiettivi teoricamente raggiungibili dalla reazione iraniana, e quindi il concetto stesso di “sicurezza” degli attaccanti e dei loro complici.

La definizione non piace ai governi europei, per esempio, ma come altro si può definire un qualsiasi paese che concede basi militari ad un esercito straniero che le usa per la logistica della guerra che sta conducendo?

È chiaro che secondo il diritto di guerra, e soprattutto per le consuetudini di qualsiasi guerra, quelle basi sono “obbiettivi legittimi” per il paese che è stato attaccato (in questo caso l’Iran). In pratica – o meglio, speriamo soltanto in teoria – Sigonella potrebbe essere legittimamente attaccata, ed è anche raggiungibile.

Ma Italietta a parte, secondo i giornali americani il tentativo di colpire “Diego Garcia” non è stato un semplice test missilistico, ma uno “shock geografico” che ha scosso i centri di potere di Washington e Londra.

Il Wall Street Journal ha citato funzionari israeliani secondo i quali “la campagna di bombardamenti contro l’Iran ha danneggiato le sue capacità offensive, ma i missili a lungo raggio lanciati contro la base di Diego Garcia dimostrano che tali capacità sono ancora intatte”.

Ma il fatto che i missili iraniani abbiano raggiunto la periferia di Diego Garcia significa che quelle “città missilistiche” sotterranee a Kermanshah, Semnan e nel Golfo hanno prodotto una nuova generazione di missili in grado di raggiungere l’oceano, per dimostrare al mondo che i limiti della deterrenza iraniana non si fermano più ai confini della regione, ma hanno ormai raggiunto i lontani porti dell’Atlantico.

La seconda novità è stata provocata da uno sconsiderato attacco ai centri di ricerca nucleare di Natanz, sulla strada tra Isfahan e Tehran. Questi laboratori erano già stati bombardati nella “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso. L’Aiea non aveva registrato perdite radioattive (come in questo caso, peraltro), ma l’attacco era servito a Trump per dichiarare che il programma nucleare iraniano era stato cancellato, e dunque la fine di quella guerra.

Otto mesi dopo, invece, lo si attacca – alla fine della terza settimana – perché “l’Iran stava per realizzare una bomba atomica”.

In una rara esibizione di cautela persino Israele ha negato di aver partecipato al bombardamento di Natanz, scaricando di fatto la colpa sugli americani. Ma non è bastato ad evitare la severa reazione di Teheran, che ha lanciato diversi missili balistici contro Dimona, nel deserto del Negev, che ospita di sicuro una centrale nucleare e – secondo attendibilissime “voci” – anche le testate nucleari illegali (non dichiarate e non sottoposte ai controlli dell’Aiea, come invece lasciava fare Teheran fino all’anno scorso).

I media israeliani hanno stavolta subito confermato – contrariamente al solito (tanto che persino i giornalisti rischiano l’arresto per la diffusione di foto o notizie non avallate dalla censura militare) – che, oltre al crollo degli edifici, un serbatoio di gas nella zona è stato danneggiato.

Il sindaco di Dimona ha dichiarato alla radio israeliana che si sono registrati “feriti a seguito della caduta di missili iraniani in diverse zone della città”. Il canale televisivo israeliano Canale 12 ha poi riferito che il numero dei feriti è salito a oltre 47. Diversi elicotteri militari israeliani sono atterrati all’aeroporto di Dimona per evacuare i feriti.

Da parte sua, la televisione iraniana ha rivelato che l'attacco a Dimona è stato eseguito “dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato la centrale nucleare di Bushehr e gli impianti di Natanz”, confermando la pratica dell’“occhio per occhio” che sembra guidare la difesa in questa fase.

Le agenzie di stampa hanno ripreso i comunicati in cui si precisava che “installazioni militari e centri di sicurezza ad Arad, Dimona, Eilat, Beersheba e Kiryat Gat sono stati presi di mira”, sottolineando che “gli attacchi a queste installazioni giungono dopo il crollo del sistema di difesa aerea sionista e delle basi di Ali Salem, Menhad e Al Dhafra”. Anche un osservatore esterno capisce che stavolta questo messaggio non può essere derubricato alla solita vanteria della propaganda di guerra.

Dimona, proprio perché sito nucleare strategico per Israele, è la postazione più protetta con l’Iron Dome, lo “scudo antimissile” che si presentava fino alla “guerra dei 12 giorni” come “impenetrabile”. Se ora è stata colpita da diversi missili significa che le difese antiaeree – che sparano missili Patriot o Thaad – stano a corto di munizioni (come previsto da molti, tranne che da Netanyahu), oppure che i missili iraniani sono evoluti migliorando di molto le proprie prestazioni.

Non sappiamo quale sia l’ipotesi peggiore, per Israele.

Non c’è bisogno di spiegare che questo pesante botta e risposta “para-nucleare” segna un altro passo verso la guerra totale. Alla pari, se non peggio, della decisione di tre giorni fa di bombardare gli impianti petroliferi di South Pars, cui Teheran ha risposto bloccando di fatto per anni buona parte della produzione di gas del Qatar. Gettando così nel panico non solo “il mercato” degli idrocarburi, ma tutta la filiera degli approvvigionamenti energetici di buona parte del Mondo.

Terza e ultima novità, forse minore come peso politico ma importante sul piano militare, anche Israele ha dovuto ammettere che un suo caccia bombardiere sia stato colpito dall’“ormai inesistente” contraerea iraniana, al pari di un paio di F-35 statunitensi.

Pare che questi aerei, ritenuti “invisibili” ai radar perché dotati di contromisure elettroniche che di fatto annullano il segnale radar che li raggiunge, siano stati bersagliati da un tipo di missili orientati dalla “ricerca di calore”. E in aria gli unici volatili che producono certe temperature sono soltanto gli aerei.

Insomma, l’invisibilità e l’invulnerabilità degli attaccanti – certamente molto superiori per tecnologia e quantità di munizioni – non è più così garantita da consentire di fare avanti e indietro sparando come nei videogiochi.

Come al solito, quando il blitzkrieg non riesce ad ottenere i risultati sperati, l’aggressore si trova ogni giorno davanti alla alternativa tra aumentare la dose o innestare la marcia indietro. L’attuale vertice degli Stati Uniti, dominato da gente con zero controllo dei propri impulsi, rimbalza ad ore diverse tra minacce e promesse.

Così stanotte Trump ha diramato il centesimo ultimatum – «L’Iran ha 48 ore per aprire lo Stretto di Hormuz, poi colpiremo le centrali elettriche» – subito dopo aver confessato di “star valutando una riduzione dell’operazione militare” e aver sospeso alcune delle sanzioni unilaterali sul petrolio iraniano.

Fonte

30/12/2014

Terzo “incidente misterioso” per aereo della Malaysia. I morti sono saliti a 699


La notizia e le coincidenze si stanno facendo pesanti, decisamente troppo pesanti. Un terzo aereo passeggeri malese è infatti rimasto coinvolto in un misterioso incidente in soli nove mesi di quest'anno. E’ accaduto ieri. Si tratta di un Airbus A320 della compagnia aerea low cost AirAsia, sparito dai radar nelle prime ore del mattino di domenica 28 dicembre con 162 persone a bordo mentre era in volo fra l'Indonesia a Singapore. Il centro di controllo aereo di Jakarta ha perso il contatto con il volo AirAsia nell'area fra Surabaya e Singapore alle 7.55 ora locale (l'1.55 in Italia). L'aereo trasportava a bordo sette membri d'equipaggio e 155 passeggeri.

Si tratta del terzo caso nel 2014, con la perdita di due aerei della compagnia nazionale Malaysia Airlines ed ora con l'aereo della AirAsia “scomparso” fra l'Indonesia e Singapore con 162 persone a bordo. Con questo si arriva ad un totale di 699 persone morte nei tre incidenti aerei di compagnie aeree della Malaysia.

L’8 marzo scorso era stato il volo MH370 di Malaysia Airlines a scomparire poco dopo il decollo da Kuala Lumpur (Malaysia). Il Boeing 777 era diretto a Pechino con 239 persone a bordo. La sua sparizione resta ancora oggi un mistero. Il velivolo dovrebbe essersi inabissato nel sud dell'Oceano Indiano, finito il carburante. L'aereo non è mai stato trovato e non ci sono spiegazioni sul perché sia finito lì. Le ricerche sono ancora in corso. Ma in questi mesi, ed anche più recentemente, sono state avanzate ipotesi scomode che fanno parlare di un abbattimento. Prima, ad ottobre, era stato il presidente di Emirates Tim Clark a manifestare pubblicamente i suoi dubbi sulla scomparsa del volo malese Malaysia Airlines, arrivando ad affermare che il Boeing 777 potrebbe essere stato abbattuto dal personale militare americano, che temeva un attentato stile 11 settembre sulla base navale americana di Diego Garcia.

La stessa ipotesi è stata poi avanzata dall'ex presidente della Prometeus Airlines, Marc Dugain, in una intervista al settimanale francese Paris Match. Secondo Dugain l'aereo malese è precipitato in nell'Oceano indiano, ma lascia intendere che i computer di bordo dell'aereo potrebbero essere stati hackerati da un attacco remoto, che ne avrebbe dirottato il volo per farlo schiantare sulla base militare di Diego Garcia. Quest'ultimo è un territorio inglese ma è usato come base militare americana e di rifornimento dalla fine degli anni '70. Al momento ospita circa 1700 militari e oltre 1500 civili statunitensi. Il governo Usa ha sempre negato che l'areo sia mai arrivato vicino a quel territorio, che è 3600km est dalla costa africana e 4700km nord-ovest di quella dell'Australia.

A sostegno della sua tesi, Dugain ha citato la testimonianza dei residenti delle Maldive, che hanno dichiarato di aver visto un aereo indirizzarsi verso Diego Garcia l'8 marzo scorso, ma le loro affermazioni non sono mai state prese in considerazione. Dugain sostiene che un pescatore sull'isola di Kudahuvadhoo gli ha detto che “un grande aereo... con strisce rosse e blu” stava volando quel giorno ad un'alta altitudine. L'ex capo della compagnia aerea ha sostenuto poi di aver visto delle immagini di uno strano oggetto che si era depositato su una spiaggia della vicina isola Baraah. Secondo Dugain, due esperti di aviazione e un ufficiale militare ritenevano che l'oggetto era un vuoto estintore Boeing, ma l'oggetto del mistero è stato successivamente sequestrato dai militari delle Maldive. Nella storia denunciata a Paris Match, Dugain ha respinto le prove fornite dalla società britannica Inmarsat, sostenendo come queste organizzazioni sono “molto vicini alle agenzie di intelligence".

Il 17 luglio scorso era toccato invece ad un Boeing 777 della Malaysia Airlines, il volo MH17 partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, esploso in volo sopra l'Ucraina dell'est, dove è in corso la guerra civile fra le repubbliche secessioniste e l'esercito del regime di Kiev. Le vittime in questo caso sono state 298. Le ipotesi sull’abbattimento sono ormai materia di manipolazione nel quadro della “guerra a bassa intensità” scatenata da Stati Uniti ed Unione Europea contro la Russia. Grande risalto è stato dato in occidente all’ipotesi dei servizi segreti tedeschi secondo cui l’areo malese è stato abbattuto dai guerriglieri delle repubbliche secessioniste. Al contrario la Russia ha presentato ufficialmente a luglio, in una conferenza stampa, un lungo elenco di risultati delle osservazioni radar e delle immagini satellitari che smentiscono totalmente la tesi tedesca.

Secondo gli esperti russi l'esercito ucraino aveva tre o quattro battaglioni di difesa aerea dotati di sistemi di missili Buk-M1 SAM schierati in prossimità di Donetsk il giorno dell'incidente. Questi missili erano in grado di colpire l'aereo civile. Altri missili terra-aria non ne avevano la stessa possibilità, data l'altezza e la posizione dell'aereo.

Inoltre risulta esserci stato un caccia dell'esercito ucraino in volo a 3 km dal Boeing nel momento dell'abbattimento nel video della torre di controllo. Questo caccia - modello Su-25 - si muove verso l'alto in direzione del Boeing-777. La distanza tra i velivoli era di 3-5 km. Il Su-25 è armato con missili aria-aria R-60, in grado di agganciare un bersaglio a una distanza di 12 km, e distruggerlo definitivamente ad una distanza di 5 km. Gli esperti russi insistono nel chiedere per quale motivo il velivolo da combattimento ucraino, si trovasse su rotte destinate ai voli civili.

Infine c’è il volo QZ8501 della compagnia aerea low cost malese AirAsia scomparso ieri mentre volava fra Surabaya in Indonesia con destinazione Singapore.

Chi grida al complotto, di solito viene ridicolizzato, ma anche credere ad una terribile e casuale coincidenza o affidarsi ad una maledizione diventa piuttosto difficile.

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