Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/05/2024
Iran - Raisi, l’ultimo volo
Ebrahim Raisi, dal 2021 era presidente della Repubblica Islamica. Precedentemente magistrato e procuratore di alcune province era già stato presidente della Corte Suprema, incarico ricoperto con rigore e zelo, fin dalle repressioni del 1988 contro prigionieri politici, volute dal ruhollah Khomeini e contestate dal grande ayatollah e marja’a Ali Montazeri.
Cade vittima del destino, più che d’un agguato mirato com’era accaduto al generale Soleimani, e di recente ad altri pasdraran di vertice della Forza al Quds assassinati in Siria da Israele. In qualche modo può considerarsi vittima dell’embargo, visto che l’elicottero – mezzo rapido di spostamento in territori impervi, ma sempre infido con avverse condizioni meteorologiche – era un residuato delle fornitura statunitense decise dallo scià Palhevi. Un Augusta Bell 212, non solo datato, ma forse arretrato nella manutenzione vista la difficoltà del regime di reperire pezzi di ricambio. Ciononostante le massime autorità si spostano con simili attrezzature in aree difficili da raggiungere, qual è la regione azera del Caspio.
Raisi aveva incontrato l’omologo Aliyev, inaugurando dighe utili alla produzione energetica nella zona e puntava su Tabriz. Nebbia e pioggia hanno reso difficoltoso il volo della delegazione che viaggiava su tre elicotteri, quello col presidente ha perso contatti e non è mai giunto a destinazione. Dispersi, dunque, Raisi e il ministro degli Esteri Amir Abdollahian che l’accompagnava, più l’equipaggio del velivolo.
Da ieri sera la Guida Suprema Khamenei invitava i fedeli alla preghiera per la sorte del presidente. Stamane le numerose squadre di soccorso impegnate con difficoltà in un’area boscosa e montagnosa, hanno dato la notizia del ritrovamento dei rottami e dei cadaveri. Allah non ha ascoltato le suppliche.
Raisi era sostenuto e rispettato dal Paese ultraconservatore, dalla nativa Mashhad ai luoghi dove s’era formato come chierico, Qom, e aveva vissuto, Teheran. Nel futuro poteva aspirare addirittura alla carica di Guida Suprema, in concorrenza con uno dei figli di Khamenei, Mojtaba, sebbene il grande vecchio, dato più volte per spacciato, resista e continui a dettare l’orientamento politico interno e internazionale.
È accaduto nelle recenti elezioni con le candidature nell’Assemblea degli Esperti che hanno escluso, oltre a ogni candidato riformista, una figura di primo piano come l’ex presidente Rohani, considerato troppo moderato e filo occidentale. Ora, secondo la prassi, il Paese dovrà eleggere entro cinquanta giorni un nuovo presidente. Gli osservatori interni ritengono che non ci saranno sorprese, anzi la componente militare di quello Stato nello Stato che sono i Guardiani della Rivoluzione avrà ulteriori spazi nei confronti della nomenclatura clericale carente di figure di prestigio.
Raisi nel suo grigiore era considerato un elemento di rango, la nuova generazione va avanti per filiazione, come appunto nel casato Khamenei. Elemento in scesa è l’attuale speaker del Parlamento il sessantatreenne Mohammad Bagher Ghalibaf, ex militare e già sindaco della capitale, uomo che fa ricordare l’unico presidente laico dell’Iran rivoluzionario, l’altro Mohammad, Ahmadinejad. Emarginato quest’ultimo proprio da Khamenei, dopo lo scandalo d’un secondo mandato conquistato a suon di brogli elettorali. Ma emarginato non per questo motivo, bensì per aver tramato negli anni successivi al 2009 col partito dei pasdaran per mettere all’angolo gli ayatollah a casa loro. In quei centri di potere finanziari che sono le fondazioni religiose (bonyad) atte a controllare la quasi totalità dell’economia interna.
L’altra ipotesi presidenziale coinvolge l’attuale reggente Mohammad Mokhber, 69 anni, uomo d’apparato sempre legato ai pasdaran. Ma l’occhio dell’immarcescibile Ali Khamenei magari conterrà ancora una volta il desiderio dei Guardiani della Rivoluzione di tracimare verso un potere totale. La vigilanza clericale è tuttora forte nonostante la ribellione di strada, per contenerla turbanti e militari finora si sono assecondati.
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20/05/2024
Iran - È morto il presidente iraniano Raisi caduto con l’elicottero. Incidente inquietante
Dopo una ricerca durata diverse ore, ostacolata dalle cattive condizioni meteorologiche, i soccorritori hanno trovato il relitto bruciato dell’elicottero ed è stato confermato che i passeggeri sono morti.
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19/05/2024
Iran - Il presidente iraniano Raisi caduto con l’elicottero. Ricerche in corso
L’incidente è avvenuto sopra la foresta di Dizmar, tra le città di Varzaqan e Jolfa.
Un’ora dopo l’incidente, le squadre di soccorso hanno raggiunto la zona e hanno avviato le operazioni di ricerca.
Il presidente della Mezzaluna Rossa, Pir Hossein Kolivand, ha annunciato che quaranta squadre di soccorso d’emergenza provenienti da sei province di Teheran, Alborz, Ardabil, Zanjan, Azarbaigian orientale e Azerbaigian occidentale, sono state inviate sul luogo dell’incidente e stanno attualmente perlustrando la zona.
Quindici squadre K-9 (cani da fiuto) insieme a due droni della Mezzaluna Rossa stanno anche cercando nell’area qualsiasi traccia dell’elicottero che trasportava il presidente iraniano, ha detto.
A causa delle condizioni meteorologiche avverse e della forte nebbia nella zona, gli elicotteri di salvataggio non sono attualmente in grado di volare e le squadre stanno effettuando una ricerca a terra nella zona, ha aggiunto.
Il portavoce dei servizi di emergenza iraniani ha detto che otto ambulanze sono state inviate nella regione poiché la fitta nebbia ha reso impossibili i soccorsi aerei.
È stato schierato anche un elicottero di emergenza per fornire assistenza, ma è stato costretto a tornare perché non poteva atterrare a causa della fitta nebbia.
Il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il maggiore generale Mohammad Baqeri, ha ordinato la mobilitazione di tutte le risorse e capacità dell’esercito, del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) e del comando di polizia per assistere nelle operazioni di ricerca e salvataggio.
Anche la 65a brigata delle forze speciali aviotrasportate, nota per la sua esperienza nella guerra, è stata schierata vicino al luogo dell’incidente dell’elicottero.
Altri due elicotteri che trasportavano diversi ministri e funzionari hanno raggiunto sani e salvi la destinazione.
Il presidente Raisi stava tornando da una cerimonia per l’inaugurazione della diga sul fiume Aras con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev.
L’Ayatollah Khamenei, “guida suprema” del paese, ha esortato tutti gli iraniani a pregare per la salute e la sicurezza del presidente Raisi e degli altri funzionari pubblici sull’elicottero.
“La nazione iraniana non dovrebbe essere preoccupata o ansiosa, non ci saranno interruzioni nel lavoro del Paese”, ha detto.
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23/11/2022
Iran - Non accennano a diminuire gli scontri
L’ayatollah Khamenei, in un discorso tenuto nella ribelle Isfahan, non ha usato la retorica né ha invitato all’escalation della repressione dei disordini rispetto ai precedenti discorsi fatti nelle ultime settimane.
Diversamente, diversi alti funzionari del regime hanno chiesto una decisa repressione delle manifestazioni del 20 novembre, con l’escalation repressiva contro i manifestanti nell’Iran nordoccidentale, lasciando intendere che Khamenei probabilmente ha dato il via libera all’aumento dell’uso della forza contro i manifestanti.
Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha sottolineato che le autorità responsabili dovrebbero intraprendere azioni urgenti e decisive contro i “rivoltosi” e ha accusato gli attori occidentali di disordini.
Secondo il think thank statunitense Institute for Study of War, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Shamkhani sarebbe stato licenziato oppure si è dimesso. Le voci rimangono non confermate e, sebbene Shamkhani non sia apparso né abbia rilasciato dichiarazioni da quando sono emerse, il suo silenzio non è particolarmente insolito.
Tuttavia, la pressione o la rimozione di Shamkhani potrebbe riflettere un cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno della cerchia ristretta del regime, del tipo che avrebbe potuto portare a un cambiamento nella guida del leader supremo come risposta alle proteste.
Il comandante dell’unità delle Guardie della Rivoluzione nella provincia di Esfahan, Mojtaba Fada, ha annunciato l’arresto di una “squadra terroristica” che aveva ucciso personale di sicurezza nella provincia di Esfahan e possedeva armi da fuoco e bombe artigianali fabbricate da poco.
In alcuni casi i militari e le Guardie della Rivoluzione hanno fatto anche ricorso a mitragliatrici pesanti contro i manifestanti.
Diversi report condivisi sui social media hanno reso noto che il 19 novembre gli apparati di sicurezza iraniani hanno sparato indiscriminatamente contro i manifestanti a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale.
Migliaia di persone provenienti da diverse parti del Paese hanno manifestato a Shiraz, nel sud dell’Iran, dopo le preghiere del venerdì, per condannare il recente attacco terroristico nel santuario sciita di Shah Cheragh, che ha fatto 15 morti e una quarantina di feriti. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) ha annunciato un nuovo round degli attacchi con missili e droni contro le postazioni dei curdi separatisti anti-iraniani ospitati in alcune basi nel nord dell’Iraq.
La dichiarazione dell’unità di Hamzeh Seyyed ol Shahada metteva in guardia sulla possibilità di un’azione decisiva contro presunti gruppi terroristici “anti-iraniani” affiliati agli Stati Uniti in tutta l’area, creando le condizioni per dispiegare truppe in altre città all’interno del Kurdistan e delle province dell’Azerbaigian occidentale nei prossimi giorni.
Sullo sfondo ci sono poi i campionati mondiali di calcio in Qatar, la petromonarchia forse meno ostile all’Iran. Ad ogni conferenza stampa dell’allenatore della nazionale di calcio iraniana, Carlos Queiroz, o di uno dei giocatori, i giornalisti inglesi hanno chiesto come potessero rappresentare una nazione che “opprime le donne”, “reprime le manifestazioni” e altre questioni simili. Alla vigilia della partita tra Iran e Inghilterra la pressione si era fatta ancora più forte.
Poi è successo che durante la conferenza stampa dell’allenatore inglese Southgate, un giornalista iraniano, prima di porgli la domanda, ha esordito dicendo: “Come vede qui ci sono molti giornalisti iraniani, ma nessuno le ha posto domande politiche, chiedendole ad esempio come fa a rappresentare una nazione che in Afghanistan ha ucciso molte donne e bambini innocenti, che la popolazione inglese non è soddisfatta delle enormi spese che ci sono state per il funerale della regina o sul difficile inverno che aspetta l’Inghilterra. Noi ci limitiamo a porre domande di tipo tecnico e sportivo perché vogliamo ricordare che siamo qui per parlare di calcio”.
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11/07/2021
Gli ayatollah al voto in Iran
Era il lontano 2009 quando erano state ormai represse tutte le contestazioni per i brogli elettorali perpetrati dai sodali di Mahmud Ahmadinejad, dopo un periodo di instabilità politica e sociale che originava dalla speranza di una strutturale riforma, in senso democratico, delle istituzioni di potere in Iran. L’Onda verde (“Moj Sabz” era un movimento di contestazione nato soprattutto per protestare contro i presunti brogli elettorali che estromettevano il candidato riformista Mir Hosein Mousavi dalla scena politica. Famoso il motto urlato nelle manifestazioni “not my president”, riferito proprio all’elezione di Ahmadinejad) fu soffocata nel sangue, con persecuzioni, sparizioni, torture e incarcerazioni sommarie, omicidi mirati e una lunga e sistematica storia di annichilimento di ogni velleità democratica soprattutto fra studenti, intellettuali e società civile. Allora mi trovavo spesso nelle strade e nelle piazze presidiate dalle milizie paramilitari dei baseji, disposte a tutto, dalle bastonature agli assassinii, a Teheran e nei maggiori centri dell’Iran. Una storia drammatica ancora lasciata in un limbo incomprensibile: si spera che questo periodo storico possa trovare una giusta analisi e collocazione negli scenari della politica interna iraniana dalla rivoluzione del 1979.
Sembra aver dimenticato il suo recente quanto opaco passato, l’ex presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad, oggi il grande escluso dal Consiglio dei Guardiani dalla competizione elettorale, soprattutto se si considerano le sue ultime dichiarazioni alla stampa: “Ho chiesto che mi spiegassero il motivo (dell’esclusione), ma non mi hanno risposto. [...] Non andrò a votare. Mi sono esposto perché me l’hanno chiesto milioni di cittadini, ma ho chiarito che, in caso di squalifica, non avrei partecipato. Se qualcuno ha voglia di votare, faccia pure. Io no”. Sul nucleare espone anche la sua tesi, essendo questo argomento il fulcro del dibattito politico in campagna elettorale per le diverse dinamiche che potrebbero innescarsi: “Ci sono stati negoziati per anni, è stata firmata un’intesa e, dopo poco, è diventata carta straccia. Perché? Perché non era un accordo giusto. Dobbiamo aspettare un cambiamento nel comportamento americano”.
Per capire come gli illusionisti della Repubblica islamica gestiscono le dinamiche del potere, bisognerà comprendere il sistema costituzionale iraniano, ibrido e “duale”, che prevede la compresenza di organi elettivi e non elettivi e altri numerosi centri di comando più o meno formali che rendono “paradossalmente” monolitico il regime teocratico della Guida suprema. Il potere degli ayatollah è fortemente autoritario e verticistico: le forme di governo concepite dopo la rivoluzione del 1979 e tradotte nella carta costituzionale frutto di un referendum popolare rappresentano un guscio vuoto soprattutto alla luce del “velayat-faghi”, che consiste nel potere da parte della Guida suprema (oggi Alì Khamenei) di rendere inutili, impraticabili e cancellabili tutti i provvedimenti di qualsiasi origine e grado che vengano ritenuti disarmonici rispetto all’etica islamico-sciita su cui si fonda la moderna teocrazia dell’Iran. Un diritto di veto assoluto e incontestabile con il quale si sopprime ogni afflato di libertà e idea di democrazia in qualsivoglia provvedimento legislativo.
È la stessa Costituzione che assegna alla Guida suprema, eletta a vita, il potere di indirizzo di tutti gli organi dello stato: è comandante supremo delle forze armate, ha il controllo degli apparati di sicurezza fra cui i pasdaran, guida i servizi segreti e paramilitari, è il capo delle fondazioni religiose, nomina il capo di stato maggiore, il vertice del potere giudiziario, delle emittenti radiofoniche e televisive di tutta la nazione. Inoltre è particolarmente importante ricordare che la Guida nomina 6 dei 12 elementi del potente Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Gli altri 6 membri del Consiglio (ha una funzione simile a quella di una Corte costituzionale) sono eletti dall’organo di controllo della magistratura e ratificati dal parlamento. Il padre della Repubblica e della rivoluzione islamica sciita, Ruhollah Mostafavi Mosavi Khomeini, così affermava: “il governo dell’Islam è un obbligo primario che ha la precedenza sugli obblighi secondari come la preghiera, il digiuno e il pellegrinaggio. Per preservare l’Islam, il governo può sospendere uno o tutti gli obblighi secondari”. Una dichiarazione che lascia intendere la preminenza della Guida addirittura sulle basi portanti dell’Islam sciita duodecimano.
A proposito del Consiglio dei Guardiani bisogna sottolineare come negli anni ha svolto sempre di più un ruolo preminente e di intrusione contro ogni pericolo “controrivoluzionario”: il potere è quello di porre veti sull’elettorato “passivo”. Infatti ciascun candidato di qualsiasi elezione in Iran viene attentamente esaminato dal Consiglio, dalla sfera privata a quella pubblica, tanto da poterne valutare la sua eleggibilità e, soprattutto, la sua moralità conforme ai valori dell’islam sciita e ricoprire un ruolo istituzionale. È un consesso formato da ultraconservatori, dogmatici e tradizionalisti, che hanno contribuito allo stallo riformista in Iran e vegliato sui valori sciiti del popolo. Come se non bastasse, con la riforma costituzionale del 1989, venne istituito un nuovo organo: il Consiglio del Discernimento, con le funzioni di mediare le controversie fra Parlamento e Consiglio dei Guardiani. Si deduce a questo punto che il Parlamento iraniano, simbolo della democrazia teocratica sciita, è praticamente divenuto uno strumento di ratifica di impegni già presi altrove, con buona pace di molti “narratori” nostrani che decantano una democrazia e una “complessità istituzionale” che solo la loro “disattenzione” vorrebbe farci vedere in modo diverso.
Sembra inutile sottolineare che anche i membri del Consiglio del Discernimento sono nominati direttamente dalla Guida suprema, addirittura con mandato quinquennale. Questo organo ha una funzione inattesa (nel gioco delle illusioni è rimasto infatti abbastanza teorico), cioè quella di proporre un disegno di legge rigettato dal Consiglio dei Guardiani ma obbligatoriamente ribadito e richiesto dal Parlamento. Rimane ancora una volta superfluo affermare che questo labirintico sistema studiato appositamente per mantenere inalterato e sempre più rafforzato il potere della Guida suprema ha intensificato legami familiari e vincoli clientelari, corruzioni e prebende sulla pelle di milioni di iraniani.
L’elezione del Presidente della Repubblica avviene grazie al voto di elettori che abbiano un’età maggiore di 16 anni; per il Parlamento basta avere un’età superiore ai 15 anni, così per i consigli comunali e regionali. Il Presidente della Repubblica presiede il governo di cui nomina i ministri. Svolge le funzioni di primo ministro dopo l’abolizione di questa figura con la famosa riforma in direzione conservatrice del 1989. L’elezione avviene con il doppio turno, ogni quattro anni con un limite di due mandati. Il Presidente può essere eletto solo se è un musulmano sciita. L’articolo 115 della Costituzione recita: “Viene eletto fra le personalità di rilievo in campo religioso e politico che siano in possesso dei seguenti requisiti: origine iraniana per nascita da genitori iraniani, nazionalità iraniana, capacità direttive testimoniate da precedenti esperienze, affidabilità e virtù, lealtà convinta nei confronti dei principi della Repubblica Islamica dell’Iran e della religione dello Stato”. Il Presidente nomina gli ambasciatori, i direttori della Banca nazionale e della National Oil Company. La sua agibilità nel campo della politica estera è fortemente vincolata dalla figura della Guida e da altri centri di potere. Come nel negoziato per l’accordo sul nucleare, JCPOA, l’ex Presidente Hassan Rouhani e l’ex ministro degli esteri Mohammed Javad Zarif avevano ricevuto la benedizione di Khamenei per negoziare fra le parti in causa. Le funzioni del Presidente dunque possono essere influenzate da potenti centri religiosi ma soprattutto dal Parlamento, spesso in contrapposizione. Il Parlamento è composto da 290 membri e l’elezione avviene ogni quattro anni, con seggi riservati alle minoranze religiose: uno ciascuno per ebrei, zoroastriani, cristiani assiro-caldei e due per gli armeni, uno per quelli del Nord e l’altro per quelli del Sud dell’Iran. Il parlamento unicamerale iraniano approva il bilancio statale, la ratifica dei trattati internazionali ed elegge sei membri rimanenti del Consiglio dei guardiani, selezionati a loro volta dall’organo di controllo della magistratura.
Da quanto dedotto fino a questo punto è possibile comprendere a quanti veti, controlli e composizione di “listoni” di candidati, ben setacciati, sia connotata la “democrazia teocratica e sciita” dell’Iran. Una prova di ingegneria autoritaria che vuole dare una immagine democratica all’esterno ma che denota solo una forma sublime di autorità ai limiti della sopportabilità. Da ricordare che, all’avvenuta dipartita della Guida suprema, gli occhi sono puntati sulle glosse dell’organo religioso per eccellenza: l’Assemblea degli esperti sulla Guida. La funzione più importante è quella di eleggere la Guida suprema fra i suoi ranghi. Infatti la sede ufficiale è nella città di Qom, spesso definita come il “Vaticano dell’Iran”, sede ufficiale dello sciismo planetario. Gli articoli 107 e 108 della Costituzione iraniana affermano che “l’elezione è diretta”. Gli 88 membri devono avere una “provata fede religiosa, essere affidabili e avere un comportamento moralmente ineccepibile; essere in grado di interpretare la legge islamica in modo da poter giudicare se la Guida suprema è degna di tale carica; conoscere le tematiche politiche e sociali del Paese e infine credere nel sistema della Repubblica Islamica e averlo sempre sostenuto”. La sua durata è di otto anni.
Dopo la corposa “squalifica” dei candidati più importanti, con le elezioni di Ebrahim Raisi si chiude comunque il cerchio di una intera generazione, una storia che finisce per questioni anagrafiche e non solo. La competizione elettorale ha visto fronteggiarsi tre candidati forti: l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, il capo indiscusso dell’apparato giudiziario; l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai; il governatore della Banca centrale, definito come moderato, Abdolnaser Hemmati. Ma chi è Raisi? Nato nel dicembre del 1960 si distingue per la sua personalità grigia, silenziosa, istrionica e controversa. Formatosi in uno dei centri religiosi più influenti del Paese, nella città di Mahshad, proviene da una famiglia clericale secondo la buona tradizione del potere iraniano. Nel 1975 è nel seminario di Qom, centro intellettuale sciita, già seminarista attivo nella diffusione delle idee di Ruhollah Khomeini che propugnava il famigerato “velayat-faghi”, punto nodale del potere degli ayatollah. Dopo la rivoluzione del 1979 Raisi dedica tutta la sua vita e la carriera al consolidamento degli ideali dello sciismo rivoluzionario. Dopo aver cominciato la sua scalata nelle pubbliche amministrazioni del Paese ha assunto la funzione di procuratore per varie giurisdizioni, soprattutto nelle città di Hamadan e Karaj, alle porte di Teheran.
Raisi tuttavia è conosciuto soprattutto per il suo passato di intransigente persecutore dei dissidenti, dei controrivoluzionari, dei mujaheidin del popolo tacciati come traditori dell’Iran durante il conflitto con l’Iraq e dei membri del partito Tudeh, i comunisti filo-russi iraniani. Le esecuzioni di massa nel 1988, in migliaia di persone (non vi sono cifre ufficiali ma gli storici ne contano circa 30.000), gli sono costate negli anni proteste e sanzioni in tutto il mondo per la violazione dei diritti umani. Egli era al vertice di un potente organismo come quello giudiziario iraniano, caratterizzatosi negli anni del suo “governo” non solo per le copiose esecuzioni capitali che hanno portato l’Iran fra i primi Paesi al mondo per questo triste primato, ma anche per le epurazioni di molti dissidenti. Raisi era stato nominato dall’ayatollah Khamenei custode del santuario di Alì al-Rida a Mashad, una delle città più religiose e conservatrici del Paese. Egli gestiva con questo incarico di controllo e supervisione milioni di dollari e un potere di influenza ragguardevole. È probabile che questo gesto sia servito a fortificare la sua posizione nelle gerarchie religiose e lanciargli una volata per la successione allo stesso Khamenei. Durante il suo mandato a capo della magistratura ha perseguitato corruttori e funzionari pubblici guardandosi bene dal colpire gli amici del regime che fanno affari per miliardi di dollari. Nella dialettica con gli Stati Uniti si è sempre distinto, al pari di questi ultimi, per i toni accesi e populisti, intrisi di odio e vendetta. Quando la Guardia rivoluzionaria ha abbattuto il volo 752 delle linee aeree ucraine con un missile, si è prodigato in una indagine che è subito sembrata propensa a insabbiare e deludere la sete di giustizia degli iraniani, con scuse a volte al limite del ridicolo. Raisi ha vinto le elezioni con più di 17 milioni di voti su 59 milioni aventi diritto, nelle elezioni che verranno ricordate per la più alta percentuale di astensioni della storia del Paese, dimostrando nella realtà quanto sia alta la sfiducia nei confronti dei politici e della presunta democrazia degli ayatollah.
Di certo l’esito del voto sarà particolarmente importante per l’accordo sul nucleare e riguarderà non solo gli stati dell’area mediorientale. Le tensioni con Israele sono all’ordine del giorno e nulla lascia presupporre che si allenteranno. La visione di Raisi è una prospettiva cieca, buia, tipica delle gerarchie religiose più oltranziste che odiano le trasformazioni, le diversità, gli slanci in avanti, le donne e il loro ruolo carismatico nella società iraniana. L’avvento della sua persona ai vertici del potere è un chiaro percorso che questo Paese sta compiendo da ormai vent’anni, dai tempi in cui Mohammad Khatami aveva tentato qualche timida riforma presto naufragata nella repressione, con il suo stesso assenso, quando ormai si intravedeva una deriva popolare in termini di proteste e rivendicazioni in tutte le strade delle città iraniane. Gli spazi di libertà saranno più stretti, i margini di una dialettica più ampia in seno alla società iraniana composita e complessa poco praticabili. Il problema più grosso è proprio con la classe media iraniana, impoverita e sbeffeggiata senza voce in capitolo, relegata in un limbo di povertà e assistenzialismo sempre più grave. Quanto questa parte consistente di Paese sopporterà di essere impegnata nel quotidiano dal come procacciarsi sussistenza, per sopravvivere alle difficoltà, non è dato sapere. Un ruolo fondamentale per la soluzione dei problemi sarà, indipendentemente dalle schermaglie dei contendenti, capire come e che cosa si stabilirà nell’accordo sul nucleare, da cui dipenderà l’allentamento delle pressioni statunitensi sull’Iran. La politica statunitense nei confronti di questo Paese ha dimostrato di essere errata, spesso superficiale e, soprattutto, tragica, per gli avvenimenti e il danno che arreca alla popolazione senza ottenere i risultati sperati. La “resilienza” all’embargo americano è avvenuto grazie all’intelligenza di un popolo meraviglioso abituato alle difficoltà che sa inventarsi quotidianamente. Da parte degli ayatollah invece, è chiaro il ricorso ad accordi che hanno consegnato l’Iran fra le braccia molto interessate e per niente sicure di Cina e Russia, con la scusa di esserne legittimamente costretti. Ma come sarà il prossimo governo?
La strategia non può essere che quella assistenziale, clientelare e corruttiva. Gli ayatollah hanno profondamente dissipato molti dei “valori rivoluzionari” dando prova di una cinica e degradante politica che ha abbassato il livello qualitativo della vita di milioni di iraniani. La base sociale di questi governi è sempre di più proletarizzata, plasmata sulle regalie delle moschee nei propri quartieri in una rete fitta di aiuti e controlli sulla popolazione. Le classi sociali più in difficoltà otterranno sussidi e continueranno a fornire basseji e squadristi di ogni sorta se ce ne sarà bisogno. Negare queste evidenze è chiaramente un’operazione in cattiva fede, con la giustificazione di ritenere ancora questo Paese un avamposto democratico confrontandolo ai principati emiratini o all’Arabia Saudita. Inoltre per fronteggiare le difficoltà, le alte cariche iraniane soprattutto religiose, continueranno con la retorica politica del “doshman dar kamin ast”, il “nemico sempre in agguato” pronto a colpire il Paese e appropriarsi delle sue immense risorse minerarie e di altro genere. I sentimenti che animano gli iraniani sono generalmente nazionalistici, perché sono fortemente radicati in una cultura affascinante e pervasiva, per molti aspetti dominante nell’intera area dei Paesi confinanti e non solo. Senza rapide generalizzazioni chi conosce l’Iran sa che sono molto profondi i sentimenti e la consapevolezza di voler essere una potenza regionale, anche per il peso storico che il Paese ha assunto nei secoli. Questa condizione non ha a che fare con questo o quel governo ma è un valore che permea lo spirito degli iraniani. Non a caso sul tavolo del presidente Raisi, molti sono i nodi di politica internazionale da sciogliere ed è prevedibile la modalità con cui verranno affrontati: Yemen, Siria, Golfo persico, Israele, solo per enuclearne alcuni.
Il leader Khamenei vuole che vi sia una transizione secondo le sue prospettive, perché è consapevole della sua età. È inoltre perfettamente cosciente che questo Iran è cambiato rispetto agli anni ’80 e che, far finta di cambiare perché nulla cambi, forse non ha più senso. La prima generazione di ayatollah, rivoluzionari e pronti a imbracciare le armi avrebbe dovuto creare una classe dirigente che attualmente non si vede, in linea forse con quanto avviene in tutto il mondo. La contraddizione è enorme fra gli impulsi dei “giovani” e la continuità dei “vecchi”. La seconda generazione è stracolma di personaggi che provengono dai ranghi militari dei pasdaran: ciò potrebbe provocare insondabili scenari. Oggi i giovani delle classi medie e agiate fanno fatica a vivere e formarsi nei Paesi occidentali. Desiderano studiare e rafforzare le ottime conoscenze maturate in Iran. Vogliono anche sfuggire la soffocante dittatura degli ayatollah, sempre e comunque con la prospettiva di tornare nel proprio Paese e cercare strade migliori di quelle sempre più tortuose in occidente. Per il momento nella visione di Khamenei, Raisi è il leader più sicuro per una transizione conservatrice e, soprattutto, indolore. Ma questo non è né scontato, né prevedibile.
Questa volta tuttavia i sodali di Alì Khamenei non hanno voluto neanche dare l’illusione che potesse esserci una competizione fra moderati e conservatori, visto che i riformisti sono stati da tempo declassati a un labile ricordo, un “incidente spiacevole” nel florido percorso rivoluzionario khomeinista. Le grigie autorità religiose hanno compiuto, con l’elezione dell’unico candidato proposto, un gesto di chiarificazione, una discontinuità al tipico gattopardismo in salsa iraniana. In questo regime neppure l’illusionismo è più di moda.
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23/06/2021
Iran - Si apre il corso del nuovo presidente Raisi
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Nella prima conferenza stampa dopo la vittoria alle presidenziali di venerdì scorso (possibile anche grazie al boicottaggio di parte dell’elettorato moderato e riformista), Ebrahim Raisi presenta la sua agenda. Non poteva non partire dalla politica estera e da una questione a cui sta appesa la tenuta economica dell’intero paese: l’accordo sul nucleare iraniano, a cui il predecessore Rohani ha sacrificato anni di presidenza, sconfitte, arretramenti e infine consensi.
Sì al negoziato, o meglio al ri-negoziato dopo l’uscita dall’accordo del 2015 da parte degli Stati uniti di Trump. Un via libera già annunciato in campagna elettorale, nonostante l’approccio propagandistico dei conservatori alla questione.
Ma, ha detto Raisi, il programma missilistico iraniano «non è sul tavolo» e di incontrare il presidente americano non se ne parla: «Non permetteremo negoziati fini a se stessi. Un negoziato volto a dei risultati è per noi importante», per poi rispondere un secco no alla domanda se avrebbe incontrato Biden.
In ogni caso, ha aggiunto, quell’accordo non è il solo tema di politica estera che intende affrontare. In merito alle rivalità regionali, ha aperto all’Arabia Saudita («Nessun ostacolo alla riapertura delle ambasciate tra i due paesi»), mentre il portavoce del ministero degli esteri – ancora guidato dal riformista Zarif – ribadiva la notizia di un dialogo in corso con la petromonarchia.
Nella stessa conferenza stampa, Raisi ha voluto anche trattare l’altro tema caldissimo in casa e fuori, ovvero il suo curriculum: da vice procuratore di Teheran firmò la condanna a morte di 5mila dissidenti marxisti e di sinistra, per poi vedersi l’anno dopo, nel 1989, promosso a procuratore generale. Le associazioni per i diritti umani lo accusano di essere stato uno dei membri della cosiddetta «commissione della morte», responsabile di sparizioni ed esecuzioni di migliaia di prigionieri politici.
«Tutto quello che ho fatto è stato difendere i diritti umani – ha detto ieri – Se un esperto legale, un giudice o un procuratore ha difeso i diritti delle persone e la sicurezza della società, deve essere lodato e incoraggiato». Nessun rimorso, dunque, nonostante ci sia chi (come Amnesty) ne chieda l’incriminazione per crimini di guerra.
20/06/2021
Iran - Raisi è il nuovo presidente
Le presidenziali iraniane hanno dato l’esito che tutti si aspettavano: la vittoria dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi. I risultati ufficiali non sono stati ancora annunciati, ma già i suoi rivali si sono congratulati con lui per la vittoria ottenuta. Secondo il ministero degli Interni, con il 90% dei seggi scrutinati Raisi avrebbe ottenuto 17,8 milioni di voti sui 28,6 complessivi. Altro dato importante è quello relativo all’affluenza che è stata bassa come era stato previsto alla vigilia del voto. Il secondo candidato sarebbe Mohsen Rezaei con 3,3 milioni di voti.
Ad ammettere la vittoria del candidato ultraconservatore è stato anche il presidente uscente Rouhani che si è congratulato con il rivale politico pur senza mai nominarlo. Raisi ha vinto con lo slogan “Amministrazione popolare, un Iran forte” e promettendo di combattere la corruzione delle istituzioni governative, migliorare la situazione economica del Paese (piegato dalle sanzioni internazionali e dagli effetti della pandemia).
Ma la vittoria di Raisi – uomo vicino alla Guida Suprema Khamenei – è anche frutto della scelta dell’amministrazione Trump di uscire unilateralmente dall’accordo sul nucleare nel 2018 e dell’incapacità di Bruxelles di sfidare seriamente l’alleanza atlantica su questo tema. Una scelta che è stata strumentalizzata dalle forze conservatrici iraniane che hanno sempre visto l’intesa come un compromesso inaccettabile con gli acerrimi nemici americani. Raisi, capo della magistratura, era stato oggetto di sanzioni statunitensi nel 2019 a causa del suo coinvolgimento nelle esecuzioni di numerosi prigionieri politici negli anni ‘80 così come per la repressione delle proteste alla fine della prima decade del 2000. La sua elezione aumenterà le tensioni già altissime con Washington, Israele e la cosiddetta “Nato araba”, nemiche giurate di Teheran.
20/05/2017
Iran, Rohani bissa la presidenza
Per consentire il maggior afflusso possibile alle urne, ieri sera il Comitato elettorale aveva deciso di prolungare la consultazione di due ore, poi di tre. Alla fine i seggi sono stati chiusi cinque ore dopo l’orario prefissato. Dunque il Paese si riaffida a un presidente uscente, una scelta che conferma la consuetudine e va oltre perché poggia su quanto la linea del chierico diplomatico ha mostrato negli ultimi tempi. Regge, specie fra i giovani, la speranza di poter veramente attuare quei piani d’investimento che la linea accogliente di Rohani ha sancito attraverso l’accordo sul nucleare. Poiché la nazione, pur dotata di proprie risorse e capacità materiali ed umane, necessita di confronto e cooperazione a tutto tondo.
Sul fronte opposto Raisi, il puro e il povero, gestore però della più potente e solvente bonyad iraniana, Astan Quds Razavi della città santa di Mashhad, poneva in primo piano il discorso ideologico della particolarità iraniana sostenitrice della causa dei diseredati dall’economia e dalla politica imperialista che squassa da oltre un secolo il medioriente e prosegue nella sua dissennata politica guerrafondaia. Il chierico dal turbante nero ha trovato seguito nelle città rurali e nei luoghi come il quartiere Khorasan di Teheran dove lo spirito della Rivoluzione Islamico rappresenta uno stendardo esibito e onorato. Raisi ha incentrato la sua campagna contro il presidente uscente, evidenziando le contraddizioni di promesse economiche inattive e forse inattuabili che picchiano duro sulle giovani leve, tenendo alto il tasso di disoccupazione (12% nazionale e 30% giovanile) e sulla corruzione che avvinghia affaristi e politici (laici e chierici). Sottolineava in quest’ultimo caso il trasferimento del consenso di quel ceto un tempo vicino a Rafsanjani verso il presidente in carica. Ma non è riuscito a sfondare, perché lo staff di Rohani gli ribatteva dove fosse il suo rigore durante il lungo periodo in cui ha rivestito l’incarico di giudice.
Per inimicarsi ancor più la gioventù urbana, che infatti ha votato in maggioranza il presidente uscente, Raisi aveva lanciato anche una polemica contro i concerti pop nella città santa di Mashhad “Prima di preoccuparsi dei concerti il governo dovrebbe interessarsi alla condizione dei poveri” sosteneva, ma la proposta di aumentare i sussidi verso i ceti meno abbienti, pur presenti in talune zone rurali, non ha sfondato come il severo sayyid pensava. Al contrario ha avuto il suo peso l’esplicito appoggio alla linea dell’apertura e della speranza, offerta da Rohani già quattro anni fa, di personaggi dello sport e dello spettacolo, fra cui le attrici Baran Kosari e Taraneh Alidoosty (la protagonista del film “Il cliente” di Asghar Farhadi) che aveva rifiutato il premio Oscar protestando contro il divieto antislamico del presidente Trump. Perché nell’animo dei sostenitori di Rohani apertura al mondo non è affatto intesa come ritorno al servilismo dell’epoca Pahlavi. Certamente se sarà confermato quale vincitore, il pacifico Rohani dovrà fare i conti con un quadro geopolitico sempre più complesso. Il presidente statunitense, se non sarà colpito da nessun impeachement è un personaggio infido, poco favorevole a distensioni e facilitazioni.
Lo dimostra l’incontro di queste ore con la dinastia Saud e con gli islamici del Golfo, che ha tenuto alla larga qualsiasi presenza iraniana, e non perché il Paese fosse impegnato con la consultazione presidenziale. Ma questa diventa storia del futuro prossimo. Per ora l’alleanza interna iraniana fra pragmatici e riformisti tiene. Ieri quando Mohammad Khatami si è presentato al seggio per esprimere il suo sostegno a Rohani, una folla osannante gli si è stretta attorno. Un’acclamazione di persone che non celavano i segnali d’un passato di contestazione, col verde risbocciato, dopo essere in quest’ultimi anni riparato nel viola. L’Iran dei simboli prosegue un cammino pur polarizzato. Quello in cui difficilmente vedrà prevalere la componente riformista riguarda la scelta della futura Guida Suprema. Fra gli ayatollah i tradizionalisti sembrano dettar legge, nonostante una spiccata linea geriatrica (Jannati, Shirazi, Hamedani, Yazdi, Mesbah-Yazdi) sono tutti novantenni o giù di lì. Eppure il faqih del futuro sembra già posto in prima fila, quando il malato Khamenei dovesse mancare. E’ lo sconfitto di oggi: Ibrahim Raisi che, in quel caso, potrebbe prendersi una rivincita corposa. Corposissima. Visto che sulla politica iraniana proiettata verso il mondo il velayat-e faqih non tramonta, forte anche del benestare del partito pasdaran.
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19/05/2017
L’Iran al voto. Intervista a Enrico Campofreda
Ciao Enrico. Parliamo di elezioni in Iran. Oggi il popolo iraniano viene chiamato ad eleggere il nuovo presidente, un passaggio importante per le implicazioni che la leadership iraniana ha sulla politica internazionale. Anche se forse pesano più le dinamiche interne sull'esito di queste elezioni, come spesso succede. Tu sei stato recentemente in Iran, oltre ad essere un analista che si occupa di Medioriente da tanto tempo... A che punto delle vicende iraniane arrivano e che effetti possono avere, soprattutto nelle dinamiche di politica internazionale queste elezioni?
Sembra che ci si avvicini a queste elezioni come una scadenza naturale, non con quella tensione che aveva caratterizzato la tornata elettorale di 4 anni fa, quando la minaccia di astensionismo da parte di quella componente riformista che è comunque presente nel paese e ha dei punti di riferimento sia tra gli ayatollah, sia tra i politici, anche se caduta, abbastanza ai margini, ha poi deciso di appoggiare Rohani, nella speranza di un qualche cambiamento. Il problema attuale è che Rohani sembra aver disatteso delle speranze che oggettivamente non poteva mantenere, in quanto non è né un radicale, anzi un ayatollah piuttosto moderato, un pragmatico, come è stato definito dagli analisti, che ha portato a casa un risultato molto importante: quello dell'accordo sul nucleare, attorno a cui ha ruotato la sua campagna elettorale. Dall'altra parte, però, ha a che fare con dei problemi economici non indifferenti, anche perché il gioco cui l'Iran è tuttora sottoposto da parte delle potenze mondiali e anche di quelle regionali – ma qui l'aspetto riguarda più questioni geopolitiche, parlo del gioco economico – ancora non ha liberato tutta una serie di possibilità economiche. Si parla di investimenti, e anche l'Italia è stata coinvolta nei progetti di investimento, però questi stentano a partire; quindi, tutte le promesse relative ai posti di lavoro, che ogni politico in ogni latitudine del mondo fa, poi non sono stati consequenziali. E' questa, quindi, che era una carta a favore di Rohani nel periodo della campagna elettorale, è stato invece contestata dai suoi avversari. In primo luogo dal laico Qalibaf, sindaco di Teheran, e poi dall'attuale contendente, l'ayatollah conservatore Raisi. Di fatto, dei 1600 candidati proposti ad aprile – che è un po' in sostanza un teatrino, i contestatori del sistema iraniano dicono che è uno dei meccanismi di falsa democrazia, ma che invece può essere letta anche all'inverso: i cittadini che hanno delle qualità possono proporsi però si tratta per l'appunto di una mossa, se vogliamo, populista – quelli che arrivano al traguardo sono politici di professione e soprattutto chi ha dietro delle strutture politiche, economiche, clericali. Quindi ci siamo trovati di fronte ai sei candidati che sono poi diventati quattro, perché recentemente sia Qalibaf, che ha riconfermato il suo ritiro – si era ritirato anche qualche tempo prima, ma poi aveva rilanciato la candidatura – sia Jahangiri, un ex vicepresidente all'epoca di Rafsanjani si sono ritirati. Quindi Rohani sul fronte dei pragmatici, e Raisi su quello conservatore, sono i due contendenti di fatto in questa fase. Per questo, dal mio punto di vista, anche recentemente ho scritto che quello che è il sicuro vincitore di queste elezioni è il tanto dibattuto e discusso “governo del giureconsulto”, quel sistema che l'ayatollah Khomeini – il padre della rivoluzione iraniana – ha voluto sin da quando ha preso il potere; che ha avuto e tuttora ha una struttura giuridica che condiziona la politica, che garantisce al clero una pesante presenza su quella che è la vita politica e giuridica del paese, attraverso la figura della guida suprema e attraverso l’”assemblea degli esperti”; gli 86 membri; che sono ayatollah, grandi ayatollah e che poi giudicano e valutano le leggi... Quindi un primo punto da stabilire è che la struttura clericale ha tuttora la meglio e gli 80 milioni di iraniani – naturalmente non tutti votanti, ci sono i bambini, chi andrà alle urne, saranno intorno ai 55-60 milioni di persone – hanno a che fare con questo elemento. Che pure, anche non recentissimamente, intorno al 2006-2007, in epoca di presidenza di Ahmadinejad, aveva avuto una contestazione dall’interno da parte del cosiddetto “partito dei pasdaran”.
Questo è un punto di partenza importante nell’analisi. Tu hai detto una cosa interessante all’inizio: “ci si arriva in modo naturale, senza quella tensione, senza quell’aspettativa un po’ timorosa delle precedenti elezioni”. Forse anche perché tendenzialmente si è persa un po’ quella carica anche mediaticamente un po’ tossica che circolava intorno alla figura di Ahmadinejad. Naturalmente il ruolo internazionale dell’Iran – pensiamo alla crisi siriana, alla concorrenza con le petromonarchie del golfo in ambito petrolifero, il rapporto da stabilire con la presidenza Trump – non è irrilevante... Cosa potrebbe delinearsi, a seconda che vinca un tipo di candidato o un altro?
Certo, non è irrilevante; ed è l’altro tema su cui oggettivamente si misurano questi candidati e le forze che li sostengono. Anche se, per l’appunto, il Rohani di turno non né il Khatami di fine anni ’90, quando il paese si apriva ad una interpretazione diversa di quella che era la stessa politica del clero. Questo presidente è un presidente che viene considerato, secondo determinate categorie che lasciano il tempo che trovano, un “globalista”, un liberista, addirittura più di Rafsanjani. Quindi questa posizione di contrasto, ma non ideologico a priori, con i nemici dell’Iran, probabilmente non la metterà mai in atto; anche se, lo sappiamo, il popolo iraniano è un popolo di grandissima civiltà, orgoglioso, ha una storia recente, con un occhio – e non solo un occhio, ma le mani in pasta – nella geopolitica. Sia per la sua volontà di egemonia regionale, sia per questo scontro che è politico, ma anche culturale e religioso, con dei contendenti. Nel medio oriente sicuramente la dinastia Saud e la Turchia, visti gli effetti dello spostamento della politica erdoganiana verso est. Ora il tema economico è strettamente legato a questo contrasto con l’Arabia Saudita, perché basta rifarsi a quelle che vengono considerati i “doni di Dio”, come vengono chiamati, della terra e del sottoterra iraniano; cioè sia il petrolio e il gas, sia i minerali. Quindi il conflitto e lo scontro con l’Arabia Saudita è diretto. L’Iran è il secondo produttore mondiale di gas e ha avuto – a causa dell’embargo di questi anni – una limitazione nei commerci verso l’Occidente, con un ricarico sui costi che lo stesso Occidente ha dovuto subire, perché il gas iraniano sarebbe costato molto meno di quello russo. Però le situazioni internazionali determinano questi problemi. L’Iran è il secondo produttore di gas e l’Arabia Saudita è il quarto, mi pare, con un rovesciamento rispetto al petrolio, dove l’Iran è al quarto posto e l’Arabia Saudita dopo il Venezuela, secondo le stime che vengono fatte. Quindi il fronte energetico è al centro della strategia economica iraniana verso una liberalizzazione e un’apertura di rapporti economici internazionali. In questi anni di embargo – è il segreto di Pulcinella – l’Iran ha guardato all’estremo oriente, ad alcune potenze come la Cina, come l’India, che sono bisognose, bisognosissime, di energia, e hanno dunque interesse che i canali di approvvigionamento siano i più vari. Quindi, se da una parte l’embargo limitava gli scambi con l’occidente, comunque si aprivano altri canali. Questo tipo di situazione ora è parzialmente superato dalle promesse di investimenti in vari settori: quello dei servizi, dove la tecnologia occidentale può dare un grande contributo. Però tuttora – nel girare fra le città anche d’arte meravigliose dove il turismo si riaffaccia ed è ritornato – ci sono dei problemi ad esempio per pagare gli alberghi con le carte di credito perché le transazioni del sistema bancario, soprattutto verso i piccoli e medi imprenditori, producono dei ritardi e tutta una serie di problemi burocratici, quindi la situazione non è affatto normalizzata. Tutto questo viene rinfacciato dal candidato forte della parte conservatrice, Raisi, alla gestione di Rohani. E questo è un elemento che da un certo punto di vista conterà.
Bene, noi ti ringraziamo. Naturalmente ci hai fornito elementi preziosi di comprensione di quello che è, rimane, un momento importante per gli iraniani e per uno scacchiere più ampio, come ci possiamo bene immaginare. Per il momento grazie e buon lavoro.
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18/05/2017
Elezioni in Iran. Intervista ad Alberto Negri
Ringraziamo Alberto Negri per la sua disponibilità. Buongiorno Alberto.
Buongiorno a tutti voi.
La situazione dell’Iran, le sue dinamiche interne, l'importanza di uno o dell'altro candidato, le problematiche sociali importanti che vive in questo momento e, naturalmente, gli effetti di quanto avverrà domani nello scacchiere internazionale... Quanto possono decidere queste elezioni?
Le elezioni di domani in Iran sono molto importanti perché vedono un testa a testa tra il presidente uscente, Rohani e il suo competitore più importante che è Raisi. Raisi è rimasto praticamente da solo, perché in pratica c'è stato il ritiro di Qalibaf, un sostenitore del fronte conservatore che ha dato indicazione ai suoi di votare per Raisi. C'è stato anche il ritiro di un altro candidato del fronte ultraconservatore... Quindi, in poche parole, i conservatori si sono compattati nel sostegno a questo candidato – Raisi – che può essere favorito nella partita con Rohani. Ricordiamo che in tutte le elezioni iraniane presidenziali il presidente uscente è sempre stato riconfermato per altri quattro anni; quindi se Rohani venisse sconfitto sarebbe, ovviamente, un evento quasi storico per la repubblica islamica iraniana. Quali sono le tematiche? Sono soprattutto quelle economiche, nel senso che Rohani è stato l'autore dell'apertura del famoso accordo sul nucleare stipulato con gli Stati Uniti, quello del del 5+1; un accordo che ovviamente è stato letto come un'apertura verso l'esterno della repubblica islamica, che avrebbe dovuto portare alla cancellazione di tutte le sanzioni. In realtà solo alcune di queste, molto importanti, sono state cancellate; per esempio sull'esportazione di petrolio. Ma altre, come quelle bancarie e finanziarie, sono rimaste. A Rohani il fronte dei conservatori rimprovera di essersi concentrato su questo accordo e di aver fatto promesse di sviluppo economico, di investimenti dall'estero, ecc, che si sono realizzate soltanto in parte. Nel frattempo, la situazione economica quotidiana della media degli iraniani, e soprattutto quella delle classi meno favorite, è peggiorata. Quindi è su queste tematiche che il fronte conservatore cerca in qualche modo di tallonare il presidente uscente.
Riguardo invece all'alleanza che Trump sta tentando di stringere con gli stati arabi, le petromonarchie, e che prevede anche Israele... Può influenzare il futuro della teocrazia e della presidenza, eventualmente, di Raisi?
Partendo dalle notizie, quella più importante è sicuramente di questa notte. La Casa Bianca ha detto che rispetterà l'accordo sul nucleare. Questo significa che non verranno messe a breve altre sanzioni. Ricordiamoci che Trump, durante la campagna elettorale, aveva praticamente definito questo il peggior accordo mai sottoscritto nella storia degli Stati Uniti. Quindi la revisione dell'intesa sul nucleare poteva portare subito un danno evidente, diretto, al candidato Rohani, che su questo ha centrato la sua politica estera interna negli ultimi quattro anni. Già questo fatto è un fatto da recepire in maniera positiva per Rohani. Poi, su quello che tu dicevi, sul fatto che gli Stati Uniti stanno cercando di portare alla luce questa alleanza tra il fronte arabo conservatore delle petromonarchie e dell'Arabia Saudita e Israele, è evidente che a questo sono legati, ad esempio, anche i tentativi di resuscitare un negoziato Israele-Palestinese, per legittimare poi questa alleanza. Che ha due obiettivi: una in funzione anti califfato e l'altra, soprattutto, in funzione di contenimento della Repubblica islamica iraniana. Questo quadro comunque non muta quelli che sono i dati di cui sono ben consapevoli nella leadership iraniana, sia moderata che più conservatrice. La realtà dei fatti la conoscono tutti e la sappiamo tutti molto bene. Gli Stati Uniti contano da sempre su due pilastri della loro politica estera per la regione mediorientale. Questi due pilastri sono l'Arabia Saudita e Israele, cui si aggiunge anche la Turchia, paese membro della Nato che ormai fa il pendolo tra oriente e occidente. L'Iran si è sempre sottratto a tutte le imposizioni occidentali, ha subìto sanzioni... Il fronte occidentale americano, gli alleati arabi e Israele vedono l'Iran come un elemento destabilizzatore della regione. Se poi però andiamo a vedere la realtà dei fatti, i veri destabilizzatori sono loro, non gli iraniani. Perché l'Iran non ha mai portato guerra a nessuno, non ha mai aperto un fronte di conflitto per primo. L'Iran vive conflitti in cui si trova coinvolto, ma sono quelli che sono stati aperti proprio dal fronte occidentale o dal fronte sunnita: la guerra Iran-Iraq, la stessa guerra del 2003 che poi ha portato – contro Saddam – ad un governo sciita a Bagdad; e poi la guerra in Siria, che era una guerra contro Assad, ma in realtà è una guerra per procura contro il suo maggiore alleato, l'Iran. Insomma, in poche parole, questa è la vicenda. Gli Stati Uniti e i loro alleati della regione non vogliono cambiare politica. L'Iran deve apparire come il nemico irriducibile contro cui fare le sanzioni; contro cui, probabilmente, fare una politica di contenimento che non esclude, peraltro, l'avvio di nuovi conflitti nella regione.
In quest'ottica c'è un candidato preferito per Trump, per l'amministrazione statunitense? Con la vittoria di un conservatore questa narrazione dell'Iran sarebbe più semplice?
Sì, anche se poi abbiamo visto che la decisione presa stanotte dalla Casa Bianca – lasciare immutato l'accordo sul nucleare – in realtà dovrebbe favorire Rohani. Il quale, come dicevo prima, ha puntato tutto su questa intesa. Diciamo che il candidato conservatore dà ragione in qualche modo all'ala dei falchi; non solo a quelli iraniani, ma anche ai falchi dell'ala repubblicana degli Stati Uniti. Quindi, in qualche modo, l’elezione di un falco favorirebbe poi una politica ancora più dura, ancora più stringente, nei confronti della repubblica islamica iraniana.
Due brevi domande in chiusura, Alberto. Uno o l'altro, nel caso di vittoria, cosa cambierebbe nel ruolo dell'Iran nella guerra in Siria? Ci sono delle differenze di vedute rilevabili?
Direi che in realtà non credo cambierebbe molto, perché la politica estera di un paese prima di tutto cambia con maggiore lentezza di quanto non cambino i governi. Poi, innanzitutto, la politica estera, nel quadro di difesa dell'Iran, non viene fatta dal governo perché il presidente è capo del governo, che è una sorta di primo ministro; mentre la politica estera viene fatta dalla guida suprema e dai pasdaran, dall'ala militare del regime. Non credo che costoro cambieranno di molto la loro politica estera in Siria e di appoggio agli hezbollah libanesi. Questo credo che assolutamente non dovrebbe cambiare, né che sia confermato Rohani o che venga eletto Raisi, il suo concorrente.
Cosa potrebbe ricavare, tra virgolette, la Palestina da questa elezione?
Se noi guardiamo quello che è accaduto negli ultimi decenni in Medioriente, si può dire soltanto che tutte le guerre, i conflitti, le rivolte mediorientali, hanno praticamente fatto passare in secondo piano la questione israelo-palestinese. Tanto è vero che i negoziati sono stati seppelliti e mai più ripresi. In realtà non credo che potrebbe avere molti riflessi nell'immediato. La questione palestinese invece potrebbe venire resuscitata, come dicevo prima, da Trump in maniera puramente strumentale. “Riprendiamo dei negoziati con i palestinesi, ovviamente con quelli della west bank, della Cisgiordania, così poi possiamo giustificare questa alleanza tra Israele e l'Arabia Saudita che poi metterà la pietra tombale su qualunque sviluppo civile di questa regione”...
Alberto, grazie per la tua esauriente spiegazione e approfondimento. Buon lavoro e grazie della tua disponibilità.
Grazie a voi buona giornata.
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17/05/2017
Iran, ayatollah contro per un futuro condiviso
Come a dire: dal potere clericale non si prescinde. Il primo vincitore, ben oltre le schede da segnare, è dunque il contestato (da una parte della popolazione) velayat-e faqih fortemente voluto da Khomeini e tuttora presenza giuridica intoccabile. Gli analisti che non amano Rohani, fanno notare come le incongruenze che hanno retto in questi quattro anni potrebbero non sostenerlo più dal 19 maggio. Perché il mullah diplomatico sta recitando la parte del riformista senza esserlo, né riguardo all’emancipazione femminile, né sui diritti civili di minoranze ed etnìe. Ben lo sanno i fan di Mousavi, che decisero di appoggiarlo solo come male minore. Rohani a detta di molti è un globalista, vicino in tal senso a quel che pensano degli assetti mondiali molti governanti occidentali, e un liberista come lo era Rafsanjani. L’accordo sul nucleare che gli ha conferito popolarità e fiducia doveva portare investimenti e mercato, ridurre disoccupazione e produrre un abbattimento di quelle fasce di povertà ancora presenti in alcune zone del Paese. Doveva, ma finora s’è visto poco e nulla è scontato, perché non è scontata la geopolitica. Dunque chi vuole sostenerlo deve firmare un’altra cambiale in bianco. Certo, l’alternativa rappresentata da un tradizionalista col turbante qual è Raisi, non può allettare i ceti medi e quei giovani che in Rohani hanno creduto e che ora sperano meno, ma sperano ancora.
Nonostante per il rush finale il fronte conservatore abbia un unico candidato, venerdì prossimo il successo potrebbe arridere al presidente uscente proprio perché il voto per l’ayatollah nero sarà clericale e fortemente ideologico e contro di lui si schierano radicali, moderati e anche una gamma di vari nostalgici. Il ricordo di alcuni dialoghi avuti nel recente viaggio in quella terra fa emergere un fattore con cui la popolazione, magari usata dal ceto politico, fa i conti. La storia collettiva, più di quella personale, il passato più del presente. Lo spettro del colpo di mano o i tentativi di cambio di regime pilotati dall’esterno, riavvicinano la gente che vuol vivere in pace all’establishment. Li avvicinano i devastati panorami di nazioni confinanti come l’Afghanistan e l’Iraq, lo scenario siriano dove ben vivo e attivo è il jihadismo dell’Isis fanno propendere per un rapporto del popolo coi propri governanti. Chiunque essi siano? Secondo il giudizio di chi sottolinea il mantenimento del governo clericale sì, con una ripetizione di quel che accadde nel dopo Khomeini fra Khamenei e Rafsanjani: l’avvio di una diarchia che riveste i ruoli di Guida Suprema e Presidente. Per questi due poteri i due attuali ayatollah contendenti potranno tendersi la mano.
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07/05/2017
Presidenziali iraniane, la forza della conservazione
Oppure accettava silenziosamente ogni cosa, vedendo quel che accadeva a insigni ayatollah come Montazeri, censurato e azzerato dal Ruhollah proprio per le critiche su quelle esecuzioni. In occasione della rivolta dell’Onda Verde, Raisi ebbe modo di ribadire i suoi orientamenti: disapprovò la “benevolenza” con cui il sistema aveva trattato i capi della contestazione. Benvoluto dai conservatori e dall’attuale Guida Suprema, se dovesse fallire l’elezione presidenziale Raisi potrebbe occupare quel ben più potente seggio alla scomparsa di Khamenei, ritenuta prossima causa malattia. Nell’ipotetica carica presidenziale di Raisi gli osservatori temono moti d’orgoglio, specie ora che il Grande Satana statunitense è guidato da un elemento imprevedibile e senza scrupoli come Trump. Sebbene la storia del quarantennio di tensione fra i due Paesi insegna che altri inquilini della Casa Bianca, democratici o repubblicani, hanno praticato la via della demonizzazione non solo del sistema clericale, ma dell’intera nazione che incarnava la ribellione antimperialista in salsa islamista. Le dichiarazioni di politica estera del chierico di Mashhad sono finora state contenute. Lui afferma di voler proseguire il rapporto riapertosi con l’Occidente, ad eccezione del regime israeliano che pratica l’occupazione di terre altrui.
Però alcuni analisti iraniani critici ne sottolineano l’inesperienza estera, di fatto Raisi rappresenta l’attuale migliore pedina spendibile dal clero ultraconservatore, e dai certi sostenitori come l’associazione Hojatien, guidata dall’ayatollah Mesbah-Yazdi, per contenere il connubio fra riformisti e pragmatici che ha portato Rohani alla guida del Paese. Anche nella vita privata Raisi ha intrapreso una carriera di rango, imparentandosi (ne ha sposato la figlia Jamileh) con Amad Alamolhoda, colui che guida la preghiera del venerdì a Mashhad ed è membro dell’Assemblea degli Esperti, che è l’organo che sceglie la Guida Suprema, uno dei traguardi di Raisi. A conferma d’una sua predestinazione, un anno fa è stato proprio Khamenei a investirlo, dopo la carica di custode del sacro santuario Imam Reza di Mashhad, anche di quella della bonyad Astan Qods Razavi, che non è solo religiosa, ma politica ed economica perché tratta affari multimiliardari legati a produzione, energia e brokeraggio. Insomma Raisi sembra orientato verso il Gotha dell’apparato dirigente, e allora perché rischiare di misurarsi in una tenzone politica incerta? Le sue quotazioni per incarichi prestigiosi potrebbero sminuirsi, ed esperti di politica iraniana evidenziano la pochezza del suo programma.
Ci illumina proprio un pacato mullah, incontrato in uno dei gioielli cittadini dell’architettura islamica, la moschea Mullah Ismail, a ridosso del bazar di Yazd. Prendendo spunto dalla splendida città, seicentomila abitanti, al confine con zone desertiche, che dietro i silenzi delle millenarie muraglie di fango nasconde tuttora povertà e disagi, ci mostra i sentimenti del cuore iraniano ancora bisognoso. Ciò che avevamo notato fra le vecchine, rigorosamente in chador, che vendono scampoli di frutta sul marciapiede; nel riciclo di oggetti poverissimi venduti ai margini del mercato ufficiale; nel rovistare infantile fra i cestini di rifiuti riempiti dai bazari impegnati a vendere merce ai turisti presenti anche in questo luogo meno battuto, dove comunque passavano le carovane dell’ennesima via della seta. L’economia dei poveri, seppure i mostazafin di trent’anni addietro siano scomparsi, e la mai accantonata difesa dagli imperialismi sono due temi di attualità anche nell’attuale consultazione. E il gentile mullah, poco più che trentenne, che si è formato a Qom e discorre amenamente lo fa notare. Considerato che il secondo argomento viene agitato anche dal presidente uscente, che è diplomatico ma come tutti difensore dell’identità patria, probabilmente sarà la questione economica a far pesare l’urna sulla fiducia del presente che non è ancora futuro o su un recente passato barricadero, presentato come difesa da chi non ama l’Iran e la sua gente, soprattutto perché respingono ingerenze neocoloniali.
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