Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mondiali di calcio 2022. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mondiali di calcio 2022. Mostra tutti i post

26/01/2024

Il calcio di Eric

25 gennaio 1995. Stadio londinese di Selhurst Park. Si gioca Crystal Palace contro il Manchester United. Il primo tempo si chiude a reti inviolate. Eric Cantonà, attaccante del Manchester prima di raggiungere gli spogliatoi si lamenta con l’arbitro del trattamento falloso ricevuto dal suo avversario, Richard Shaw, stopper vecchi tempi. Gli chiede perché non stia facendo «il suo fottuto lavoro».

Cantona rientra in campo con i nervi a fior di pelle. Capitan Ince gli raccomanda calma. Macché. Al minuto 48′ il francese si libera della marcatura di Shaw, rifilandogli una tacchettata sulla gamba. Il direttore di gara ha visto tutto ed estrae il cartellino rosso. Espulso.

Si accende un accenno di rissa. Una volta sedata, Cantona, a capo chino si dirige verso la panchina dove l’attende furioso mister Ferguson.

Il francese dagli spalti viene subissato d’insulti. Cantona si tira su il colletto della maglia. Sembra che tutto finisca lì. Quando all’improvviso un tifoso degli Eagles lo provoca facendo il saluto fascista.
«Vattene nel tuo paese, bastardo francese».
Entra allora in scena l’antica arte marziale del Kung Fu. Cantona si esibisce con un calcio volante sul petto del fascistone. Si tratta di Matthew Simmons, militante del ‘Fronte Nazionale Britannico’, con precedenti penali per aggressione. Lo stende.

Cantona vorrebbe finire il lavoro, ma viene portato via a forza dagli addetti alla sicurezza. Dopo una lunga interruzione, la partita finisce 1-1.

Cantona verrà squalificato per 8 mesi e condannato a due mesi di prigione, convertiti in una grossa multa e in 120 ore di lavori socialmente utili.

Ecco le parole di Cantonà:
«Il miglior momento della mia carriera? Quando ho preso a calci il fascista, per alcuni è un sogno calciare queste persone l’ho fatto per loro, quindi sono felice. Saltare e calciare un fascista non può essere assaporato ogni giorno, avrei dovuto dare un calcio più forte al fascista, non posso pentirmi, mi sono sentito benissimo, ne ho imparato e penso che anche lui».
Cantona, non ha mai tradito le sue origini. Ribelle, anarchico sul campo, come nella vita.

Nel 2012 mobilita tutto il mondo del calcio per far scarcerare il giocatore palestinese, Sarsak, in cella in Israele senza accuse.

Contro i mondiali in Qatar, non usa mezzi termini: «Un orrore umano, non li guarderò, con migliaia di morti per costruire questi stadi che serviranno solo per divertire il pubblico presente per due mesi».

L’ex Manchester quindi invita tutti i tifosi ad aderire alla campagna social “Boycott Qatar 2022“. Sono oltre 6.500 i lavoratori che hanno perso la vita in Qatar.

Eric Daniel Pierre Cantona, nasce il 24 maggio 1966, a “Les Caillols”, sobborgo di Marsiglia, la città più multietnica di Francia, affacciata sul Mediterraneo.

Il padre Albert, ha sangue sardo, la madre, Eleonore, è figlia di rifugiati catalani. Il nonno materno, ha combattuto contro i fascisti di Franco nella guerra civile spagnola degli anni Trenta.

In Francia la fama di “bad boy” lo costringerà a varcare La Manica. L’Inghilterra gli darà la gloria, prima con il “Leeds United”, poi con il “Manchester United”, dove diventerà una leggenda vivente.

Eric, sempre controcorrente, eccolo in un’intervista a The Athletic, dove spiega perché si può essere campioni anche fuori dal prato verde:
«Ci sono persone in alcuni Paesi che sono davvero impegnate, che rischiano per le loro vite. Abbiamo fatto alcuni documentari sui ribelli del calcio ma quando dico ribelli, non intendo i ragazzi con tatuaggi e gel nei capelli. Questi sono falsi ribelli.

Intendo coloro che mettono in pericolo la propria vita, che hanno combattuto per la democrazia, o come Carlos Caszely in Cile (un calciatore che si è opposto alla dittatura di Pinochet). Hanno preso sua madre, hanno torturato sua madre. Ci sono molte cose per cui puoi combattere oggi.

Quindi, combatti per i Palestinesi. Lotta per lo Yemen. Lotta contro l’Arabia Saudita e i Paesi che vendono armi all’Arabia Saudita. Parlatene».
Fonte

13/12/2022

Una squadra di emigrati ha riscattato una moltitudine d’immigrati

C’è un film italiano del 1973 che spiega meglio di ogni altro elzeviro sociologico il motivo dell’entusiasmo dei cittadini marocchini emigrati in Europa, Italia compresa. È “Pane e cioccolata”, di Franco Brusati, interpretato da Nino Manfredi.

È la storia di un emigrato italiano in Svizzera che, per trovare lavoro, si finge, appunto, svizzero. Un giorno lui entra in un bar per vedere alla tv la partita Italia-Svizzera; ha appena ordinato “Ein Bier, bitte” (una birra, per favore), quando l’Italia segna. Allora lui urla a squarciagola, tra la sorpresa generale: “goooooool”.

Ecco quello che hanno sentito dentro di loro i marocchini d’Italia. Riscatto. Una squadra di calciatori che giocano fuori dal proprio paese, richiamati per formare la nazionale, ha dato un momento di pausa alle umiliazioni, alla xenofobia, all’islamofobia, – quando non al vero e proprio razzismo – vale a dire un attimo di discontinuità alla pressione di tutto quell’armamentario ideologico che serve a sfruttare di più la manodopera e – colpevolizzandola – a pagarla di meno.

Siccome dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, poetava De Andrè. Ecco che da quella montagna di barili di petrolio, di soldi, di corruzione, di interessi politico-finanziari, di inquinamento, di cemento armato e di morti nei cantieri, in un parola, da quella montagna di merda che sono i Mondiali in Qatar, è nato il fiore del riscatto sociale.

Un fiore improvvisamente spuntato sulla pietra tombale delle politiche anti-migratorie, delle smargiassate contro i naufraghi, della riduzione in schiavitù dei braccianti, della sufficienza con cui si trattano gli ambulanti, chiamati spregiativamente “vu comprà”, dello stesso uso dell’aggettivo “marocchino” come epiteto dell’intolleranza, cui disprezzare tutti gli arabi che vivono e lavorano nel nostro paese.

Un fiore pieno di spine per la destra reazionaria, che disprezza i poveri, che odia i proletari, che pretende di eliminare la giustizia sociale, contrastare la solidarietà, che ha nostalgie coloniali, suprematiste, che non sopporta chi si ribella – anche solo per una notte di gioia calcistica – contro la condizione materiale e psicologica della presunta subalternità culturale.

È un fiore che, però, appassisce presto se non ce ne prendiamo cura, in un paese che sta per attraversare un lungo e duro periodo di recessione, e si prepara alla guerra tra i poveri, fomentata da misure finanziarie nate per mettere gli uni contro gli altri, perché possano continuare indisturbati gli extra profitti, i privilegi e gli arricchimenti, coccolati dalle politiche neoliberiste, stella polare dei governi occidentali.

È bello che una squadra di calcio di emigrati abbia reso onore a una moltitudine di immigrati.

Però non basta fare il tifo per loro, bisognerebbe diventare una sola squadra che sappia affrontare il vero grande campionato, quello che si gioca ogni giorno contro la crisi energetica, la distruzione ambientale, l’inflazione, il carovita, allenati dalle ciniche e fameliche politiche neoliberiste.

Come è successo l’altra sera a Parigi, dove ai festeggiamenti dei tifosi per la vittoria del Marocco sul Portogallo, si sono poi aggiunti quelli dei francesi, per la vittoria sull’Inghilterra. Tutti insieme sugli Champs Elyées.

La nostra vita è un mondiale che ha come temibili avversari il bellicismo atlantista, la destra sovranista e reazionaria, il neoimperialismo, i loro apparati repressivi, la loro forza finanziaria, le loro tecnologie di controllo.

Però, se una squadra di calcio nordafricana – finora sottovalutata – è riuscita a battere blasonati avversari, chi può dire che non c’è partita?

Fonte

11/12/2022

Luca Visentini, dalla Uil a capo dei sindacati gialli mondiali all’arresto per corruzione

Ascesa e rapida caduta del sindacalista amico degli emiri del Qatar.

Il neosegretario generale della Confederazione Sindacale Internazionale (ITUC), il sindacalista italiano della Uil Luca Visentini, è stato arrestato per corruzione dalla polizia belga, insieme all’ex europarlamentare del PD nonché sindacalista Cgil Antonio Panzeri – già rivale di Sergio Cofferati nella corsa alla leadership della confederazione – e alla vicepresidente del Parlamento europeo, la greca Eva Kaili (Pasok).

L’accusa per Visentini è che, in cambio di favori personali e denaro, nella sua qualità di massimo esponente dell’internazionale dei sindacati gialli, ha volutamente omesso di criticare e mettere in cattiva luce a livello internazionale il Qatar per i comportamenti lesivi dei diritti dei lavoratori nella costruzione degli stadi del mondiale di calcio.

Vale la pena ricordare che molti organismi internazionali hanno denunciato la morte di oltre 6.500 lavoratori di varie nazionalità, vittime di incidenti durante quei lavori. Una vera e propria strage di cui pochi media hanno parlato prima del campionato del mondo, e che è completamente scomparsa con il calcio di inizio.

Adesso questi omicidi si riaffacciano all’attenzione dopo le scellerate dichiarazioni dell’amministratore delegato di Qatar 2022, Nasser al Khater, che così ha commentato l’ennesima morte di un lavoratore: “La morte è una parte naturale della vita, sia al lavoro, sia nel sonno. Siamo nel bel mezzo di un Mondiale di successo e volete parlare di questo?”.

Visentini, prima di essere eletto Segretario generale dell’ITUC lo scorso 22 novembre a Melbourne, è stato per sette anni segretario generale della CES, la confederazione europea dei sindacati gialli a cui aderiscono, per l’Italia, Cgil Cisl Uil.

In questa sua veste ha sempre operato per consolidare l’esclusione dell’Unione Sindacale di Base da qualsiasi relazione istituzionale con gli organismi dell’Unione Europea ed ha avallato tutte le decisioni contro le lavoratrici e i lavoratori assunte nel tempo dal Parlamento e dalla Commissione Europea.

Seguiremo con attenzione gli sviluppi di questa ennesima squallida vicenda di corruzione che coinvolge, questa volta addirittura a livello internazionale la “creme” del sindacalismo giallo italiano, sempre più orgogliosamente convinti della nostra scelta di aderire alla Federazione Sindacale Mondiale, l’unica organizzazione internazionale combattiva e di classe.

Fonte

10/12/2022

Parlamento UE: deputati in vendita

Gli scandali e la corruzione, in regime capitalistico (ossia di prevalenza degli interessi privati su quelli collettivi) non sono certo una novità. Dunque non destano in noi sorpresa. Semmai c’è da restare (fintamente) sorpresi per l’indignazione che esplode a comando ogni volta. Per poi rientrare senza effetto alcuno.

In questa vicenda di dimensione internazionale – con parlamentari europei o ex sotto inchiesta o già in stato di fermo per essersi fatti comprare dal Qatar, dove si stanno giocando i mondiali di calcio – è solo un business minore, una specie di “pubblicità”, per un paese produttore di petrolio e gas, ma viene fuori la realtà miserabile di un “sistema” che tutti i giorni pretende di vestire i panni del moralizzatore degli altri.

L’Occidente neoliberista ama infatti dare lezioni sui “diritti umani” e sulla “libertà di espressione” mentre li va riducendo a quasi nulla al proprio interno (si possono prendere ad esempio i Twitter files, oppure la “congiura del silenzio” condotta dai media mainstream contro le opposizioni sociali e politiche, nascondendone mobilitazioni e presenza elettorale).

Si inventa una neolingua in cui la guerra ha questo nome se la fanno “gli altri”, altrimenti è “operazione di polizia internazionale” se decisa da Washington o Parigi (“impegnatissima nell’”antiterrorismo” nell’Africa subsahariana) o “operazione militare speciale”. Ma poi, guarda un po’, i nazisti si chiamano così se agiscono in Germania, ma diventano “democratici” se comandano in Ucraina.

Non ci stupisce, dunque, se in questa vicenda di corrotti a Bruxelles (altra sede di tutte le virtù, secondo la vulgata mainstream), molti degli indagati sono di “area democratica” (Panzeri risulta addirittura presidente di un’associazione che “lotta contro le violazioni dei diritti umani”).

Qualcuno di loro è stato perfino “sindacalista” (ovviamente del tipo, e delle sigle, che hanno collaborato attivamente nelle distruzione dei diritti e del salario dei lavoratori).

Non abbiamo mai creduto, infatti, che il ceto politico travestito con quei panni fosse diverso dalla destra, visto che serve gli stessi padroni cercando – in questo “lavoro” – di incrementare il proprio individuale conto in banca.

Ci fanno invece ridere i “moralisti di destra” che stanno in queste ore cavalcando a loro modo questo ultimo scandalo. Gli stessi “politici” o “giornalisti” che difendono a spada tratta, magari nella stessa dichiarazione o articolo, l’evasione fiscale o il “garantismo a geometria variabile” (per se stessi, insomma), strepitano per la ricca corruzione dei propri “competitor” democratici.

Ci sembra di cogliere, in questo clamore, anche qualche pizzico di invidia. Le cifre e i corruttori dei “democratici europei” sono indubbiamente di grandi dimensioni e altissimo livello.

Mentre a destra, di solito, ci si vende anche per quattro spicci e a personaggi sotto ogni soglia...

Qui di seguito i dettagli della notizia, nel resoconto dell’agenzia Agi. Perché spendere il nostro tempo per certe cose scontate, capirete bene, ci sembra uno spreco...

*****

Terremoto al Parlamento europeo: la vice presidente greca, la socialista Eva Kaili, in serata è stata fermata dalla polizia belga nell’ambito di un’inchiesta sulla corruzione legata al Qatar. Prima di lei nella mattinata erano stati fermati quattro italiani, tra cui l’ex eurodeputato di Articolo 1 (eletto con il PD), Antonio Panzeri, e il segretario generale della Confederazione internazionale dei sindacati, Luca Visentini, già segretario generale dei sindacati europei.

Inoltre, nella lista dei fermati anche un assistente parlamentare che lavorava al servizio di Panzeri (ora nell’ufficio di un altro eurodeputato italiano di S&D) nonché compagno di Kaili. La quarta persona fermata è invece direttore di un’Ong che opera a Bruxelles.

I primi a dare la notizia dell’inchiesta che ha innescato la valanga che rischia di travolgere tutto il gruppo dei Socialisti e democratici sono stati i giornali belgi Le Soir e Knack. L’indagine, ora nelle mani del Gip Michel Claise che nelle prossime 48 ore dovrà decidere se convalidare i fermi, è per un presunto caso di corruzione, organizzazione criminale e riciclaggio di denaro.

Mezzo milione in contanti a casa di Panzeri

“Da diversi mesi gli investigatori della polizia giudiziaria sospettano che uno Stato del Golfo abbia cercato di influenzare le decisioni economiche e politiche del Parlamento europeo“, ha confermato la procura federale di Bruxelles senza fornire tuttavia né il nome del Paese né tantomeno le identità delle persone coinvolte.

La corruzione sarebbe avvenuta “versando ingenti somme di denaro e offrendo regali importanti a terzi con una posizione politica o strategica importante all’interno del Parlamento europeo“, ha spiegato la Procura.

Nell’ambito dell’operazione, condotta dalla Squadra anticorruzione della polizia giudiziaria, sono state perquisite sedici abitazioni (tra cui quella della vice presidente Kaili) e sono stati sequestrati circa 600 mila euro in contanti, di cui 500 mila trovati – sempre secondo i media citati – in casa di Panzeri, oggi presidente dell’associazione Fight Impunity, dedita alla lotta all’impunità per gravi violazioni dei diritti umani o crimini contro l’umanità.

I legami coi Mondiali

Secondo fonti informate, le indagini si focalizzano sul Qatar e in particolare sull’organizzazione dei Mondiali in corso. Nel frattempo si sono innescate le prime reazioni politiche. Il partito socialista greco ha espulso l’eurodeputata Kaili. Il Gruppo S&D al Parlamento europeo ha preso le distanze, richiamando alla “tolleranza zero nei confronti della corruzione” e promesso “la massima collaborazione con le autorità“.

Ufficialmente il Parlamento europeo “non si esprime su un’indagine in corso” ma politicamente l’opposizione è già all’attacco: PPE e Lega chiedono di fare chiarezza; il M5S vuole le dimissioni da vice presidente di Kaili: a questo punto passo scontato.

Fonte

29/11/2022

Richarlison, sulle orme di Socrates


Negli scorsi giorni, dopo la spettacolare doppietta alla Serbia, sono circolate alcune dichiarazioni molto belle dell’attaccante brasiliano Richarlison risalenti a un’intervista del 2020 a O Globo: “È un diritto fondamentale avere cibo in tavola, assistenza sanitaria, istruzione e alloggio. Sono favorevole a un minimo di dignità e uguaglianza per tutti i brasiliani che non hanno avuto la mia stessa fortuna“.

Non molti sanno, però, che la punta del Tottenham è una persona che si è spesso spesa su tematiche sociali, negli ultimi anni.

Nello stesso anno, aveva denunciato i problemi del razzismo in Brasile e delle violenze della polizia, paragonando il caso dell’omicidio del giovane João Pedro con quello di George Floyd. “Il razzismo è qualcosa a cui chi viene da una favela è abituato. Le persone che protestano nelle strade negli USA fanno bene a chiedere giustizia. Se fossi là, lo farei anch’io“.

E di nuovo di razzismo ha dovuto parlare un paio di mesi fa quando, durante un’amichevole contro la Tunisia a Parigi, qualcuno dagli spalti gli ha tirato una banana.

Durante i primi mesi della pandemia del Covid-19 si è fatto promotore della campagna di vaccinazioni, invitando a sostenere il lavoro di medici e ricercatori, e a non credere alle fake news e alle teorie del complotto.

Di nuovo, nel gennaio 2021 è intervenuto per sensibilizzare la popolazione brasiliana sul problema della città di Manaus, dov’era in corso una grave crisi sanitaria dovuta all’esaurimento delle scorte di ossigeno negli ospedali.

Nel 2020 si è schierato dalla parte della popolazione di Amapá, rimasta senza elettricità per oltre due settimane, e nello stesso anno prese posizione contro la violenza sulle donne, intervenendo a proposito di un caso che stava facendo molto discutere in Brasile: “La violenza sulle donne è abominevole. Non importa chi la commette o perché. Non c’è motivo al mondo che possa giustificarla“.

Richarlison ha poi dimostrato interesse anche per la causa ambientalista e animalista. Lo scorso giugno, è stato il primo calciatore a a chiedere pubblicamente verità e giustizia per Dom Phillips e Bruno Pereira, il giornalista e l’indigenista, entrambi attivisti ambientalisti, scomparsi e poi ritrovati assassinati in Amazzonia, dove stavano conducendo un’inchiesta.

Prima di partire per i Mondiali, l’attaccante ha anche adottato un giaguaro nel Parco Nazionale del Pantanal, nel Mato Grosso.

Nella stessa intervista da cui è partito questo post, Richarlison spiegava di sentire il bisogno di parlare di temi così importanti perché proviene da una zona in cui “la gente non ha voce“: “Ho letto in un articolo – aggiungeva – che il 75% della popolazione povera in Brasile è nera, e che anche il 76% delle persone uccise ogni anno sono nere. Coincidenza? Non devi essere un re della matematica per realizzare l’ovvietà“.

Fonte

23/11/2022

Iran - Non accennano a diminuire gli scontri

Lo scontro politico e gli scontri nelle strade dell’Iran non accennano a diminuire. Nelle autorità iraniane si confrontano linee diverse sul come affrontare una protesta sociale che non accenna a rientrare.

L’ayatollah Khamenei, in un discorso tenuto nella ribelle Isfahan, non ha usato la retorica né ha invitato all’escalation della repressione dei disordini rispetto ai precedenti discorsi fatti nelle ultime settimane.

Diversamente, diversi alti funzionari del regime hanno chiesto una decisa repressione delle manifestazioni del 20 novembre, con l’escalation repressiva contro i manifestanti nell’Iran nordoccidentale, lasciando intendere che Khamenei probabilmente ha dato il via libera all’aumento dell’uso della forza contro i manifestanti.

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha sottolineato che le autorità responsabili dovrebbero intraprendere azioni urgenti e decisive contro i “rivoltosi” e ha accusato gli attori occidentali di disordini.

Secondo il think thank statunitense Institute for Study of War, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Shamkhani sarebbe stato licenziato oppure si è dimesso. Le voci rimangono non confermate e, sebbene Shamkhani non sia apparso né abbia rilasciato dichiarazioni da quando sono emerse, il suo silenzio non è particolarmente insolito.

Tuttavia, la pressione o la rimozione di Shamkhani potrebbe riflettere un cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno della cerchia ristretta del regime, del tipo che avrebbe potuto portare a un cambiamento nella guida del leader supremo come risposta alle proteste.

Il comandante dell’unità delle Guardie della Rivoluzione nella provincia di Esfahan, Mojtaba Fada, ha annunciato l’arresto di una “squadra terroristica” che aveva ucciso personale di sicurezza nella provincia di Esfahan e possedeva armi da fuoco e bombe artigianali fabbricate da poco.

In alcuni casi i militari e le Guardie della Rivoluzione hanno fatto anche ricorso a mitragliatrici pesanti contro i manifestanti.

Diversi report condivisi sui social media hanno reso noto che il 19 novembre gli apparati di sicurezza iraniani hanno sparato indiscriminatamente contro i manifestanti a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale.

Migliaia di persone provenienti da diverse parti del Paese hanno manifestato a Shiraz, nel sud dell’Iran, dopo le preghiere del venerdì, per condannare il recente attacco terroristico nel santuario sciita di Shah Cheragh, che ha fatto 15 morti e una quarantina di feriti. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis.

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) ha annunciato un nuovo round degli attacchi con missili e droni contro le postazioni dei curdi separatisti anti-iraniani ospitati in alcune basi nel nord dell’Iraq.

La dichiarazione dell’unità di Hamzeh Seyyed ol Shahada metteva in guardia sulla possibilità di un’azione decisiva contro presunti gruppi terroristici “anti-iraniani” affiliati agli Stati Uniti in tutta l’area, creando le condizioni per dispiegare truppe in altre città all’interno del Kurdistan e delle province dell’Azerbaigian occidentale nei prossimi giorni.

Sullo sfondo ci sono poi i campionati mondiali di calcio in Qatar, la petromonarchia forse meno ostile all’Iran. Ad ogni conferenza stampa dell’allenatore della nazionale di calcio iraniana, Carlos Queiroz, o di uno dei giocatori, i giornalisti inglesi hanno chiesto come potessero rappresentare una nazione che “opprime le donne”, “reprime le manifestazioni” e altre questioni simili. Alla vigilia della partita tra Iran e Inghilterra la pressione si era fatta ancora più forte.

Poi è successo che durante la conferenza stampa dell’allenatore inglese Southgate, un giornalista iraniano, prima di porgli la domanda, ha esordito dicendo: “Come vede qui ci sono molti giornalisti iraniani, ma nessuno le ha posto domande politiche, chiedendole ad esempio come fa a rappresentare una nazione che in Afghanistan ha ucciso molte donne e bambini innocenti, che la popolazione inglese non è soddisfatta delle enormi spese che ci sono state per il funerale della regina o sul difficile inverno che aspetta l’Inghilterra. Noi ci limitiamo a porre domande di tipo tecnico e sportivo perché vogliamo ricordare che siamo qui per parlare di calcio”.

Fonte

20/11/2022

L’Italia ammessa ai Mondiali del Qatar

Non quella del calcio, ma quella della calce e del cemento è l’Italia che partecipa ai Mondiali in Qatar.

Sono, per esempio, la squadre della Maeg Costruzioni che con una commessa da 40 milioni ha costruito uno stadio con materiali trasportati in loco in sei mesi. C’è pure WeBuild – nata dalla fusione di Salini e Impregilo – che ha lavorato anche alla rete delle metropolitana di Doha.

Il presidente della Maeg Costruzioni, Alfeo Ortolan, esulta: “Una vera opera d’arte. Per pensare di realizzarla ci vuole una giusta dose di pazzia perché i rischi sono elevatissimi“. Roba da volta stomaco.

Il Guardian stima che i morti di lavoro per i Mondiali siano stati 6.500; Amnesty International parla di 15 mila operai, tra morti e suicidi per le tremende, schiavistiche condizioni di lavoro, tra il 2010 ed il 2019.

Questa strage è avvenuta anche nei cantieri italiani, sotto gli occhi di archistar, imprenditori, ingegneri, geometri, capo cantieri?

Da che parte si sono girati, ogni volta che uno schiavo crepava per la fatica sotto il sole del deserto?

Siamo sicuri che ci sia da andare fieri dell’italico genio dei costruttori edili ammessi agli appalti per i lavori dei mondiali in Qatar?

Fonte

28/04/2015

Qatar - L'azienda francese Vinci indagata per lavoro forzato

Un’indagine aperta da una procura francese ha riacceso i riflettori sulle durissime condizioni di lavoro, talvolta ai limiti della schiavitù, cui sono spesso sottoposti i migranti nei cantieri per la Coppa del Mondo 2022, in Qatar.

Questa volta, però, è un’azienda d’Oltralpe, il colosso industriale Vinci, a essere finita nel mirino della magistratura che ha aperto un fascicolo in seguito alla denuncia dell’organizzazione non governativa Sherpa. La Ong francese, che si occupa della tutela delle vittime di crimini economici, ha infatti accusato la Vinci, leader mondiale nel settore grandi opere, e la sua controllata qatariota QDVC di ricorrere al lavoro forzato nei propri cantieri. Le accuse, negate dall’azienda che ha querelato per diffamazione Sherpa, sono gravissime: “lavoro forzato, schiavitù e occultamento”.

Secondo la Ong, infatti, le compagnie hanno usato diverse forme di ricatto per sfruttare la manodopera dei migranti (originari soprattutto dello Sri Lanka, del Nepal e dell’India) impiegati nei cantieri, dove le condizioni di lavoro e di vita sarebbero “scandalose”, a fronte di un “misero salario”. Sherpa parla della confisca dei passaporti, delle minacce ai lavoratori che si lamentano o reclamano i propri diritti, o che vogliono semplicemente licenziarsi o cambiare occupazione.

Accuse che in parte sono confermate dalle stesse dichiarazione dell’amministratore delegato della Vinci, Xavier Huillard, rilasciate all’inizio del mese al quotidiano francese Le Figaro e riportate dal britannico Guardian: “Fin dall’inizio dell’anno abbiamo trattenuto i passaporti dei lavoratori”, ha detto Huillard, spiegando però che non c’è stata imposizione. “Ce li hanno dati di propria spontanea volontà, firmando un consenso nella propria lingua, per evitare il rischio che fossero rubati o andassero distrutti. Naturalmente, li potevano riavere in ogni momento”.

Sarà la magistratura a fare luce sulle modalità di questa pratica nei cantieri della Vinci, azienda con un giro d’affari di circa 40 miliardi di dollari e con 191mila dipendenti in tutto il mondo. Si è aggiudicata un certo numero di appalti in Qatar, in vista dei mondiali 2022, e tra questi appalti ci sono anche la costruzione della linea tramviaria e della metropolitana, sempre attraverso la QDVC.

Tanti soldi e un Paese che è già salito agli onori della cronaca per il trattamento dei migranti, impiegati in gran numero nell’edilizia. Da quando l’emirato della Penisola arabica si è aggiudicato i mondiali, la Fifa è finita sotto a lente delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, che hanno fatto pressioni affinché il Qatar assicurasse condizioni lavorative dignitose. Sono state annunciate leggi e riforme, ma è difficile parlare di una svolta nel trattamento della manodopera straniera.

Sherpa si è detta soddisfatta dell’apertura dell’indagine. Sul proprio sito ha spiegato che si tratta di schiavitù moderna, che riguarda categorie di lavoratori vulnerabili, come lo sono gli stranieri in Qatar, che pertanto sono costretti ad accettare di essere sfruttati poiché non hanno alta scelta.

L’indagine, iniziata due settimane fa, è in fase preliminare e ci vorranno mesi, ha spiegato il procuratore Catherine Denis. Se le prove lo consentiranno, sarà aperta un’inchiesta formale.

Fonte

28/01/2015

"Il Qatar si è comprato i Mondiali di Calcio"


I mondiali di calcio del Qatar di nuovo nel mirino, dopo le molteplici denunce sulla condizione in cui sono costretti a lavorare migliaia di operai asiatici ridotti praticamente in schiavitù e "importati" per realizzare gli stadi e le altre infrastrutture necessarie allo svolgimento della competizione sportiva internazionale. Uno sfruttamento che costa la vita, secondo le denunce, ad almeno un operaio al giorno ormai da anni.

Questa volta a puntare il mirino contro la piccola ma potentissima petromonarchia è un rapporto approvato dalla Commissione cultura dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Forse infastidito che i campionati mondiali non se li sia aggiudicati una potenza europea o occidentale, forse in ossequio ad una competizione globale che sfocia ormai anche in campo sportivo. Ma la denuncia sembra avere una solida base.

"La decisione della Fifa di assegnare al Qatar la Coppa del mondo di calcio del 2022 è radicalmente viziata", perché l'allora presidente della Confederazione asiatica di calcio, Bin Hammam, "ha versato somme di denaro considerevoli per assicurare al Qatar i voti dei rappresentanti della confederazione africana di calcio, facenti parte dell'Esecutivo Fifa".

La Fifa "deve iniziare nel minor tempo possibile una nuova procedura per l'assegnazione della Coppa del Mondo 2022", chiede l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa nel rapporto.

Il rapporto non ha forza vincolante, ma una volta approvato in plenaria il prossimo aprile "avrà un forte significato politico" dicono fonti dell'organizzazione paneuropea. Nel documento si afferma che la Fifa "non sembra ancora in grado di mettere fine ai casi di corruzione al suo interno" e che "i risultati delle inchieste condotte dalla sua commissione etica sull'attribuzione delle Coppe del Mondo del 2018 alla Russia e del 2022 al Qatar, anche se divulgati solo parzialmente, mostrano l'ampia diffusione di pratiche estremamente dubbiose che sembrano fare parte integrante del sistema". Nel rapporto si chiede quindi alla Fifa non solo di "iniziare nel minor tempo possibile una nuova procedura per l'assegnazione della Coppa del Mondo 2022", ma di "continuare con le riforme che si è impegnata a fare in base alle raccomandazioni contenute in un precedente rapporto dell'assemblea parlamentare", un testo approvato nel 2012. Nel rapporto si chiede poi alla Fifa, Uefa e Cio di "assicurare che tutti i paesi candidati a organizzare eventi sportivi maggiori si impegnino a rispettare gli standard internazionali in materia di diritti fondamentali, in tutte le attività legate alla preparazione della competizione, e alla sua programmazione".

Fonte

03/08/2014

Mondiali del Qatar. Gli stadi li costruiscono gli schiavi


Cinquantasei centesimi di euro l’ora, meno di sei euro al giorno: sarebbero queste le paghe (da fame) degli immigrati al lavoro nei cantieri degli stadi che nel 2018 ospiteranno i Mondiali di calcio del Qatar.

A quantificare abusi e violazioni, anche delle stesse norme fissate dagli organizzatori del torneo, sono stati i giornalisti del quotidiano britannico The Guardian, che in un’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi hanno denunciato le condizioni di lavoro di oltre cento operai indiani e nepalesi al lavoro nel cantiere del nuovo stadio di Al Wakrah. Situazione che secondo varie testimonianze sarebbe comune a tutti i cantieri nei quali i morti sono stati finora già decine.

Per la costruzione di otto impianti il Qatar spenderà circa tre miliardi di euro, una piccola parte dei 170 miliardi stanziati complessivamente per lo sviluppo delle infrastrutture in vista dei Mondiali. Ma agli operai, per lo più stranieri e tenuti in condizione di semi schiavitù, non andranno nemmeno le famose briciole.

Fonte

01/04/2014

Qatar - Il mondiale-killer che i migranti dovrebbero ringraziare

Quattromila lavoratori immigrati moriranno per realizzare il Mondiale del 2022. A dare l’allarme, è stata la Confederazione Internazionale dei Sindacati, che in un rapporto diffuso qualche giorno fa ha stilato un resoconto sulle condizioni di vita e di lavoro di un milione e 400 mila immigrati in Qatar, perlopiù impiegati nei cantieri della futura Coppa del Mondo. Basandosi sui dati diffusi nei mesi scorsi da alcune ambasciate presenti nell’emirato,  la Confederazione è riuscita a elaborare un tasso di mortalità.

Al di là delle previsioni, le cifre attuali sono preoccupanti: da quando il Qatar si è visto assegnare il Mondiale 2022 nel 2010, 400 cittadini nepalesi sono morti nei cantieri dei nuovi stadi. Le cifre si alzano parecchio tra i lavoratori indiani, con una media di decessi di circa 220 persone l’anno a partire dal 2011. Secondo i dati diffusi da Kathmandu, la prima causa di morte è l’arresto cardiaco, seguito da incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Condizioni disumane come la privazione del cibo e dell’acqua – una condanna a morte nelle torride estati del Golfo – sarebbero all’origine dei decessi “innaturali” di giovani uomini tra i 20 e i 30 anni.

Nel rapporto diffuso dalla Confederazione si scorrono via via le testimonianze non solo dei lavoratori, ma anche di alcuni datori di lavoro: “Sono andato al cantiere questa mattina alle 5 – racconta un manager – e c’era sangue dappertutto. Non so cosa sia successo, ma nessun rapporto era stato stilato sull’accaduto. Quando l’ho segnalato, mi è stato detto che se non avessi smesso di lamentarmi sarei stato licenziato”.

Il Qatar, pressato ormai da mesi dalle organizzazioni umanitarie e dalle unioni sindacali, sembra fare orecchie da mercante. Dopo le prime denunce e le minacce sul fatto che se non avesse migliorato gli standard lavorativi avrebbe perso il suo diritto a ospitare il Mondiale, Doha aveva adottato due carte, che avrebbero dovuto garantire ai migranti un miglioramento delle condizioni di lavoro e la concessione di diritti umani fondamentali. Entrambe sono prive di valore, in quanto non c’è nessun organo indipendente che controlli l’implementazione delle decisioni – redatte dagli appaltatori – riguardo ai salari, orari e condizioni di lavoro.

Secondo la Confederazione, infatti, nulla potrà cambiare fino a quando resterà in piedi la Kafalah,  il sistema di sponsorizzazione esistente nel Golfo che permette al lavoratore immigrato di ottenere un visto di lavoro solo a contratto firmato, e che lega la sua permanenza nel Paese al padrone di cui diventa un vero e proprio schiavo. Stipendi non versati, condizioni di lavoro irregolari e abusi non costituiscono, per le leggi dei paesi del Golfo, una valida ragione per sciogliere il contratto di lavoro da parte del migrante. Solo il padrone può farlo: e spesso, a questo punto, il lavoratore immigrato viene rimpatriato.

Eppure Doha insiste nel voler dribblare le accuse di violazioni dei diritti umani e punta costantemente  all’efficienza del suo sistema di costruzioni. “C’è un concetto sbagliato sulla questione dell’occupazione in Qatar – ha dichiarato il ministro degli Esteri Khalid bin Mohammad al-Attiyah in una conferenza stampa con il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier – e  il legame tra la questione dell’occupazione e la Coppa del Mondo 2022 è evidente. Stiamo seguendo una strategia nazionale (Qatar National Vision 2030) e le infrastrutture per gli impianti sportivi in Qatar per la Coppa del Mondo 2022 sono quasi complete”. Immancabile, come da copione, la promessa di impegnarsi nel miglioramento degli standard lavorativi nel Paese messi in luce dai media internazionali: “Il Qatar sta davvero optando per lo sviluppo e per il miglioramento del tenore di vita della forza lavoro, e questo è richiesto dalla nostra Costituzione”, senza dimenticare la benevolenza di un Paese che “aiuta molto anche le economie dei Paesi che partecipano al suo sviluppo e gli forniscono manodopera”.

I migranti e il loro paesi di provenienza, quindi, dovrebbero ringraziare il Qatar per gli stipendi e le rimesse che garantisce loro. E non solo: l’emirato è talmente generoso da pagare i migranti per andare allo stadio a vedere le partite di calcio. La notizia è stata diffusa due settimane fa da France 24: alcuni uomini andrebbero regolarmente negli alloggi dei migranti per reclutarli, consegnando loro il corrispettivo di 5 euro e un biglietto per una delle partite del campionato locale. Il motivo? Gli stadi sarebbero vuoti. Secondo un sondaggio effettuato lo scorso novembre, i qatarioti sono riluttanti ad andare alle partite per via del caldo, del traffico e per la mancanza di tempo libero. Ma, soprattutto, perché gli spalti sono pieni di immigrati pagati.

Fonte

28/01/2014

Doha, la tomba dei migranti nepalesi


Quasi 200 lavoratori di origine nepalese sono morti lo scorso anno in Qatar, impiegati nella costruzione delle infrastrutture per i mondiali di calcio del 2022. A diffondere i dati sono stati oggi i funzionari dell'ambasciata nepalese a Doha e del ministero degli esteri di Kathmandu. Molte più vittime, quindi, di quelle denunciate qualche mese fa in un articolo del quotidiano The Guardian, che censiva 44 morti in due mesi nei cantieri del piccolo emirato.

La strage dei migranti nepalesi corre al ritmo dei lavori per la costruzione degli stadi che ospiteranno milioni di visitatori tra otto anni: 191 morti nel 2013, contro i 169 dell'anno precedente. Decessi "innaturali di uomini giovani e sani dai 20 ai 30 anni", secondo Harikanta Paudel, funzionario dell'ambasciata nepalese a Doha: la prima causa di morte è l'arresto cardiaco, seguita dagli incidenti stradali. Al terzo posto si attestano gli incidenti sul lavoro. Una situazione che riguarda 400 mila nepalesi presenti nell'emirato.

I lavoratori migranti impiegati nei numerosi cantieri del Qatar sono sottoposti a condizioni di lavoro disumane, tra mancanza di sicurezza, trattenimento dello stipendio, scarsità di cibo e acqua e prolungate ore di lavoro, pericolosissime durante la torrida estate del Golfo. Solo nel mese di luglio, come ha aggiunto Paudel, sono morte 32 persone.

Il regno degli al-Thani è sotto processo mediatico da mesi per il boom di morti bianche, che coincide con una rapidissima crescita edilizia. Amnesty International ha pubblicato un report lo scorso novembre denunciando le condizioni lavorative e le discriminazioni subite dai migranti, chiamati "animali" dai loro superiori qatarioti. Le autorità dell'emirato, che continuano a tacciare come esagerazioni le denunce delle organizzazioni umanitarie, hanno promesso inchieste e provvedimenti sulla situazione lavorativa dei migranti, senza finora attuarli.

Fonte