Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/05/2023

L’ambivalenza di tre sentimenti del disincanto

Nell'ambito del lavoro sui «decenni smarriti» che stiamo portando avanti, pubblichiamo questo significativo articolo di Paolo Virno, originariamente pubblicato il 3 marzo 1988 su «il Manifesto» e che oggi è possibile leggere in Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione (DeriveApprodi, 2023), che poi sarà sviluppato nel testo «Ambivalenza del disincanto» contenuto in Sentimenti dell'aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell'età del disincanto, di cui uscirà a breve una nuova edizione per DeriveApprodi. Intorno a questo libro si articolerà il Festival di DeriveApprodi, che si terrà a Bologna il 9-10-11 giugno.

Lo pubblichiamo su «Transuenze» perché è un testo capace di riassumere bene le trasformazioni nella produzione, nel lavoro e nelle soggettività che si sono determinate negli anni Ottanta.

Per Virno la formazione di soggettività si compie ormai per l'essenziale fuori dal lavoro. Dunque, nell'analizzare la situazione emotiva e il suo rapporto sempre più stretto con le nuove forme di vita, del lavoro e della produzione individua tre sentimenti prevalenti in quegli anni (l'opportunismo, la paura e il cinismo) che combaciano con la versatilità e la flessibilità delle moderne tecnologie elettroniche e che dunque, entrano in produzione.

Inoltre, se è vero che in questa costellazione sentimentale non c'è nulla di buono, essa rappresenta il dato di fatto irreversibile da cui pensare le nuove istanze di trasformazione.

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Una disamina della situazione emotiva degli anni Ottanta non è svagata peripezia letteraria, né pausa ricreativa posta a mezzo di ricerche ben altrimenti rigorose. Tutt’al contrario, questo approccio ha di mira questioni preminenti e concretissime: rapporti di produzione e forme di vita, acquiescenza e conflitto. È un «prologo in terra» sordo a ogni stormire angelico, inteso a regolare i conti con il decennio in corso, con il senso comune e l’ethos che ne sono scaturiti, con le categorie prevalse nella sua autocomprensione.

Parlando di situazione emotiva si fa riferimento a quei modi di essere e di sentire così pervasivi, da risultare comuni tanto al tempo di lavoro che al tempo della vita. Oltre a mettere a fuoco l’ubiquità delle loro manifestazioni, di tali modi di essere e di sentire occorre poi cogliere anche l’ambivalenza, in essi scorgendo un «grado zero» o un nocciolo neutro, da cui possono scaturire sia l’ilare rassegnazione, l’abiura inesausta e l’integrazione sociale, sia inedite istanze di trasformazione radicale dell’esistente. Ma prima di risalire verso questo nucleo essenziale e ambivalente, conviene soffermarsi sulle espressioni effettive della situazione emotiva negli anni seguiti al collasso dei movimenti di lotta. Espressioni assai dure e sgradevoli, si sa.

Si tratta di afferrare l’immediata coincidenza tra produzione ed eticità, struttura e sovrastruttura, rivoluzionamento del processo lavorativo e sentimenti, tecnologie e tonalità emotive, sviluppo materiale e cultura. Tenendosi al di qua di tale fitta commistione, fatalmente si rinnova la scissione metafisica tra «sotto» e «sopra», animale e razionale, corpi e anime: e poco conta se, nel fare ciò, si mena vanto del proprio preteso materialismo storico. Ma soprattutto, tralasciando di rilevare i punti di identità tra prassi lavorativa e stili di vita, nulla si comprende dell’odierna produzione innovata, e molto si equivoca a proposito delle forme culturali correnti. È lo stesso processo produttivo post-taylorista che ostenta direttamente, sotto il segno di un dominio intensificato, la commessura tra i suoi moduli operativi e i sentimenti del disincanto.

Opportunismo, paura, cinismo, balenanti nel proclama postmoderno sulla fine della storia, entrano in produzione, ovvero ben combaciano con la versatilità e la flessibilità delle tecnologie elettroniche.

Quali sono i principali requisiti richiesti ai lavoratori dipendenti, oggi? Le ricognizioni empiriche concordano nella risposta: l’abitudine alla mobilità, la capacità di restare al passo con le più brusche riconversioni, prontezza nell’adattarsi sposata a qualche intraprendenza, la duttilità nel trascorrere dall’uno all’altro gruppo di regole, l’attitudine a una interazione linguistica tanto banalizzata quanto onnilaterale, la padronanza di flussi di informazione, la consuetudine a destreggiarsi tra possibilità alternative.

Ora, siffatti requisiti non sono il frutto del disciplinamento industriale, quanto piuttosto il risultato di una socializzazione che ha il suo baricentro fuori del lavoro, scandita da esperienze frammentarie, dalle mode, dalla ricezione dei media, dall’indecifrabile ars combinatoria che nelle metropoli intreccia sequenze di fuggevoli occasioni. Di recente è stato sobriamente ipotizzato (Aris Accornero e Fabrizio Carmignani, I paradossi della disoccupazione, Il Mulino) che la professionalità effettivamente richiesta e offerta consista infine nelle doti che si acquisiscono durante una prolungata permanenza in uno stadio pre-lavorativo o precario. La resistenza a piegarsi a un ruolo definito, tipica dei movimenti giovanili dei decenni trascorsi, diventa il contrassegno saliente della professionalità del lavoro vivo. Cercando lavoro, vengono sviluppati quei talenti genericamente sociali e quell’abitudine a non contrarre durevoli abitudini, che fungeranno poi, una volta trovato impiego, da veri e propri «ferri del mestiere».

Si ha qui un duplice passaggio. Per un verso, il processo di socializzazione, ossia l’intessersi della rete di relazioni mediante cui si fa esperienza del mondo e di sè, appare indipendente dalla produzione diretta, dai riti di iniziazione della fabbrica e dell’ufficio. Ma, per altro verso, l’innovazione continuativa dell’organizzazione del lavoro sussume l’insieme di propensioni, attitudini, sentimenti, vizi e virtù, maturati per l’appunto nella socializzazione extralavorativa. La permanente mutevolezza delle forme di vita fa il proprio ingresso nel «mansionario». L’assuefazione al cambiamento ininterrotto, i riflessi provati dalla catena di chocs percettivi, un forte senso della contingenza e dell’aleatorietà, una mentalità non deterministica, l’addestramento metropolitano a traversare quadrivi di differenti opportunità, tutto ciò assurge ad autentica forza produttiva. La ristrutturazione non lacera tradizioni consolidate e ripetitive (di Filemone e Bauci non c’è più traccia...), ma mette al lavoro gli stati d’animo e le inclinazioni generati dall’impossibilità di qualsivoglia verace tradizione. Le tecnologie dette avanzate non provocano uno spaesamento, tale da disperdere una pregressa familiarità, ma riducono a profilo professionale la stessa consuetudine con lo spaesamento più radicale.

Il mulinello dello sradicamento è stato variamente diagnosticato e descritto dalla grande filosofia di questo secolo. Ma, in essa, i tratti peculiari di una esperienza depauperata e ormai priva di solida struttura ossea si manifestano per lo più ai bordi della prassi produttiva, quasi intonando un controcanto scettico e corrosivo rispetto ai processi di razionalizzazione del processo lavorativo. Le tonalità emotive e le disposizioni etiche, che più rivelano la drastica mancanza di fondamento che affetta l’agire, fanno capolino dopo l’orario di lavoro, quando ci si riversa nelle strade. Compaiono come mero risvolto negativo, o segnale d’allarme. Si pensi al dandysmo e allo spleen di Baudelaire. O anche allo «spettatore distratto» di Benjamin, che affina, sì, la propria sensibilità per costruzioni spaziotemporali del tutto artificiali, ma, appunto, al cinema. Si ponga mente specialmente a due famose figure della «vita inautentica» secondo Heidegger: la chiacchiera e la curiosità.

La prima è un discorso infondato, incessantemente diffuso e ripetuto, che non trasmette più alcun contenuto reale, ma si impone come il vero evento degno di attenzione. La seconda, che rincorre il nuovo in quanto nuovo, è «puro e irrequieto vedere», incapacità di raccoglimento, agitazione senza fine e senza un fine. Bene, entrambe queste figure si affermano, secondo Heidegger, allorché si interrompe il serio e grave «prendersi cura» dello strumento e dell’oggetto di lavoro, quando viene meno un rapporto pragmatico e operativo con il mondo circostante. Ora, la novità cospicua di questi nostri anni sta nel fatto che i modi della «vita inautentica» e le stigmate dell’«esperienza povera» diventano autonomi e positivi modelli di produzione, mettendo le tende nel cuore medesimo della razionalizzazione. Il discorso infondato e la rincorsa del nuovo in quanto tale guadagnano la posizione in altorilievo di criteri operativi. Anziché manifestarsi dopo il lavoro, la chiacchiera e la curiosità si dotano di loro propri uffici.

La sussunzione nel processo produttivo del paesaggio culturale ed emotivo tipico di uno sradicamento senza rimedio si palesa in modo esemplare nell’opportunismo. Opportunista è colui che fronteggia un flusso di possibilità interscambiabili, tenendosi disponibile per il maggior numero di esse, piegandosi alla più prossima e poi deviando repentinamente dall’una all’altra. Questo stile di comportamento, che sigla la moralità degli intellettuali che scrivono su «la Repubblica», ha però anche un suo rilievo tecnico. Il possibile, con cui l’opportunista si misura, è quanto mai disincarnato: assume, sì, questa o quella veste particolare, ma per l’essenziale è una pura astrazione di occasioni. Non l’opportunità di qualcosa, bensì l’opportunità senza contenuto, simile a quella che si profila dinanzi a chi gioca d’azzardo.

Ma è proprio la sensibilità per le opportunità astratte a presentarsi come una qualità professionale in taluni modelli di attività post-taylorista, laddove il processo lavorativo non è regolato da un singolo scopo particolare, ma da una classe di possibilità equivalenti, da specificare volta per volta. La macchina informatica, anziché mezzo per un fine univoco, è premessa per successive e «opportunistiche» elaborazioni. L’opportunismo si fa valere come indispensabile risorsa ogni qual volta il concreto processo di lavoro è permeato da un diffuso «agire comunicativo», senza più identificarsi, dunque, con il solo «agire strumentale» muto. Mentre l’«astuzia» taciturna, con cui lo strumento meccanico profitta della causalità naturale, richiede uomini dal carattere lineare e sottomesso alla necessità, la «chiacchiera» informatica abbisogna di un «uomo di occasioni», prono a tutte le chances.

La fantasmagoria di astratte possibilità, in cui si aggira l’opportunista, è colorata dalla paura e secerne il cinismo. Infinite sono anche le chances negative e privative, le occasioni minacciose. La paura per pericoli determinati, sebbene soltanto virtuali, abita il tempo di lavoro come una tonalità ineliminabile. Anch’essa, peraltro, assurge a requisito operativo o speciale virtù di mestiere. Infatti, l’insicurezza circa la propria collocazione di fronte all’innovazione periodica, il timore di perdere prerogative appena conseguite, l’ansia di «non restare indietro», tutto ciò si traduce in flessibilità, duttilità, prontezza a riconvertirsi. A differenza di quanto avviene nella parabola hegeliana sulla relazione tra servo e signore, la paura non è più ciò che spinge alla sottomissione prima del lavoro, ma è componente attiva della stabile instabilità che contraddistingue tutte le interne articolazioni del processo produttivo.

Il cinismo, poi, è strettamente correlato a questa stabile instabilità.

Essa pone in piena vista, nel lavoro come nel tempo libero, le nude regole, che artificialmente strutturano gli ambiti di azione, così istituendo noveri di opportunità e sequenze di timori. Alla base del cinismo contemporaneo c’è che gli uomini e le donne fanno anzitutto esperienza di regole ben più che di stati di cose, ben prima che di eventi concreti. Ma fare diretta esperienza di regole significa anche riconoscere la loro convenzionalità e infondatezza.

Sicché non sì è più immersi in un «gioco» predefinito, partecipandovi con vera adesione, ma si intravede nei singoli «giochi», destituiti di ogni ovvietà e serietà, ormai solo il luogo dell’immediata affermazione di sé. Affermazione di sé tanto più brutale e arrogante, o insomma cinica, quanto più si serve, senza illusioni ma con perfetta aderenza momentanea, di quelle stesse regole di cui è stata percepita la convenzionalità e la mutevolezza.

L’attenzione qui prestata all’ethos di questi anni, agli stili di vita e ai sentimenti predominanti, vorrebbe cominciare a rendere conto di una socializzazione, e dunque di una formazione delle soggettività, che si compie per l’essenziale fuori del lavoro. Le sue modalità e inflessioni sono ciò che realmente unifica, oggi, l’insieme frastagliato del lavoro dipendente. Si è detto che i «vizi» e le «virtù» sviluppati in questa socializzazione extralavorativa sono poi anche messi al lavoro, cioè sussunti nel processo produttivo, ridotti a requisiti professionali: ma ciò vale, bisogna aggiungere ora, soltanto o principalmente nei punti in cui l’innovazione è andata fino in fondo. Altrove, tali «vizi» e «virtù» restano invece semplici connotati delle forme di vita e delle relazioni sociali in genere.

Diversamente dal taylorismo e dal fordismo, l’attuale riorganizzazione produttiva è di natura selettiva, si dispiega a macchie di leopardo, si affianca a moduli lavorativi tradizionali. L’impatto tecnologico, al suo acme, non è universalistico: più che determinare un univoco e trainante modo di produzione, esso mantiene in vita una miriade di modi di produzione differenziati, resuscitandone anzi di sorpassati e anacronistici. Il paradosso sta proprio qui: una innovazione particolarmente irruenta coinvolge soltanto alcuni segmenti della forza-lavoro sociale, costituendo una sorta di ombrello, sotto il quale si replica tutto il passato della storia del lavoro, da isole di operaio massa a enclaves di operaio professionale, da un rigonfiato lavoro autonomo fino a ripristinate forme di dominio personale.

I modi di produzione succedutisi nel lungo periodo si ripresentano sincronicamente, quasi alla stregua di una Esposizione Universale. Ma ciò esattamente a causa dell’innovazione informatico-telematica, che, se in proprio coinvolge solo una parte del lavoro vivo, rappresenta però lo sfondo e il presupposto di siffatta sincronia tra diversi modelli lavorativi. Allora, che cosa unisce il tecnico del software all’operaio di Arese e al lavoratore «sommerso»? Bisogna avere il coraggio di rispondere: più nulla, quanto ai modi e ai contenuti del processo produttivo. Ma anche: tutto, quanto ai modi e ai contenuti della socializzazione. Comuni sono, cioè, le tonalità emotive, i sentimenti, le inclinazioni. Solo che questo ethos omogeneo, mentre nei settori innovati è incluso in produzione e delinea profili professionali, per i lavoratori adibiti a settori tradizionali o arretrati innerva piuttosto il «mondo della vita». Per dirla con una battuta: il punto di sutura va ricercato fra l’opportunismo al lavoro e l’opportunismo universalmente sollecitato dall’esperienza metropolitana. Da tale angolo visuale, sottolineando cioè il tratto unitario della socializzazione sganciata dal processo produttivo, appare fuorviante la teoria della «società dei due terzi» (due terzi protetti e integrati, un terzo impoverito e marginale). Indulgendo a essa, il rischio è di limitarsi a ripetere con risentimento: «non tutto è rose e fiori». Oppure di condurre analisi segmentate e tra loro incomunicanti, ricalcando così quella topografia sociale a macchie di leopardo che invece bisogna spiegare.

A questo punto, occorre chiedersi: c’è qualcosa nella costellazione sentimentale del presente che manda segni di rifiuto e di conflitto? Insomma, c’è qualcosa di buono nell’opportunismo o nel cinismo? Ovviamente no, nessun equivoco deve sussistere al proposito. Tuttavia, queste figure incresciose e talvolta orride rendono testimonianza indiretta sulla fondamentale situazione emotiva da cui derivano, ma di cui non sono l’unica declinazione possibile.

Come si è detto in principio, occorre risalire a quei modi di essere e di sentire, che sottostanno all’opportunismo e al cinismo come un nocciolo neutro, passibile di espressioni tutt’affatto diverse.

In breve, questi modi di essere e di sentire consistono nell’abbandono senza riserve alla propria finitezza, nell’appartenenza spasmodica al determinato «qui e ora» in cui si è confitti. Al cospetto di tale abbandono e di tale appartenenza, la stessa laicità di un «progetto» appare un estremo tentativo di trascendimento.

Il «progetto», infatti, muove dalla lucida rappresentazione della finitezza, traendo da essa la decisione a un agire razionale di lunga lena. Ma lo sguardo consapevole sulla caducità, presupponendo pur sempre un margine di esternità, sublima o decurta la caducità come tale, ancora ne cerca un oltrepassamento. Viceversa, l’abbandono radicale alla finitezza vi si rimette come a un limite non contemplabile «da fuori», irrappresentabile e perciò davvero intrascendibile: un limite che non può venire messo a frutto come propellente di «decisioni» o nerbo d’identità definitive. Questo sentimento integrale della finitezza è suscitato, peraltro, dallo sradicamento senza requie che ritma la storia della modernizzazione. Proprio il carattere artificiale, convenzionale, astratto di tutti i contesti di esperienza restituisce appieno il tenore della propria contingenza e precarietà. La «formalizzazione del mondo» e la percezione non decurtata della caducità vanno di pari passo. Lo sradicamento rende strenua l’aderenza al «qui e ora» più labile.

L’opportunismo e il cinismo volgono questa situazione emotiva, segnata dal radicale abbandono alla finitezza, in rassegnazione, asservimento, sollecita acquiescenza. Ma così, e sia pure orribilmente, la mettono in luce come il dato irreversibile a partire dal quale pensare anche il conflitto e la rivolta. Bisogna domandarsi se e come si lasciano intravedere segni di opposizione e di lotta, rispecchianti la medesima situazione di appartenenza al fragile «qui e ora», da cui si dipanano opportunismo e cinismo. Se e come il rapporto con le opportunità cangianti può non essere «opportunista», e l’intimità immediata con le regole non essere «cinica».

Chi detesta la moralità corrente, proprio costui, deve sapere che le nuove istanze di trasformazione non potranno che ripercorrere con altro segno gli stessi sentieri lungo i quali si è consumata l’esperienza dell’opportunista e del cinico.

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Paolo Virno ha insegnato filosofia del linguaggio all’Università Roma Tre e fa parte del comitato scientifico della collana editoriale «Forme di vita» (DeriveApprodi). È autore di numerosi lavori, tra cui Grammatica della moltitudine (DeriveApprodi, 2003), Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica (Bollati Boringhieri, 2013), Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (Bollati Boringhieri, 2021), Negli anni del nostro scontento. Diari della controrivoluzione (DeriveApprodi, 2022). I suoi libri sono tradotti in più di venti lingue.

Fonte

25/06/2018

Il segnale del disincanto

L’Italia sembra stretta nella morsa tra “antipolitica” e “populismo”, micidiale miscela che ha composto il propellente destinato alla formazione del governo in carica.

Ne è sortito un clima pesante, quasi di odio individualistico, di rifiuto degli altri e non solo dei “diversi”, quasi una fotografia di una società esausta e sfrangiata pronta ad abbandonarsi nell’idea della forza, magari esercitata in forme di vera e propria limitazione della democrazia.

Si è giunti a questo punto per via di varie e complesse ragioni che sono difficili da schematizzare in questa sede, a partire dalla conclusione del ciclo politico imperniato sul ruolo dei grandi partiti di massa avvenuta alla fine del XX secolo (caduta del muro di Berlino, trattato di Maastricht, “Tangentopoli”) e affrontata soltanto sul versante dell’autonomia del politico, modificando il sistema elettorale per forzare la formazione di un assetto bipolare, rivelatosi alla fine del tutto fallimentare.

Fondamentale importanza hanno avuto, naturalmente, i mutamenti epocali a livello d’innovazione tecnologica, globalizzazione economica, mutamento complessivo nel sistema delle comunicazioni con l’avvio del fenomeno strutturale della crisi dello “Stato-Nazione” e relativa cessione di sovranità, l’affermarsi di un concetto esasperato di personalizzazione della politica, l’affermarsi dell’idea di superamento delle ideologie in un quadro generale di accettazione del principio di “fine della storia”, di esportazione della democrazia “in armi”, di affermazione della “governabilità” quale fine ultimo ed esaustivo dell’agire politico.

Tutto ciò ha provocato, a livello sociale, il dimostrarsi egemonico dell’individualismo competitivo, dell’allentarsi dei legami di solidarietà sociale e di non riconoscibilità delle ragioni della classe, del mutarsi dei ceti sociali in massa indistinta attraversata dal consumismo fino al manifestarsi di una vera e propria “folla” non più distinguibile nei comportamenti e nella cultura nei diversi ceti sociali.

Un appiattimento culturale verificatosi mentre crescevano esponenzialmente le disuguaglianze economiche.

In questo quadro, per tornare all’interno del “caso italiano” abbiamo avuto il progressivo deteriorarsi del sistema dei partiti, che via via hanno mutato la loro complessiva connotazione in partito “pigliatutti”, partito “azienda” fino al partito “personale”.

Nel frattempo cresceva il disimpegno, ben identificabile nel progressivo calo della partecipazione elettorale, ormai scesa a poco più del 70% degli aventi diritto nell’occasione delle elezioni legislative generali (tra il 1948 e il 1979 la partecipazione al voto, in Italia, si era mantenuta costantemente al di sopra del 90%, mantenendosi successivamente comunque oltre l’80%) calando ancora attorno al 50% se non al di sotto nelle altre occasioni, sia di tipo amministrativo, sia europeo, sia referendario.

Un fenomeno, quello della disaffezione al voto, colpevolmente sottovalutato nel corso del tempo anche da autorevoli politologi pronti ad analizzare il fenomeno come “semplice riallineamento al trend delle democrazie occidentali più mature”.

In questa occasione però la nostra attenzione è rivolta al ricordo di un dato particolare.

Ricorrono, infatti, in questi giorni i quarant’anni dallo svolgimento di due referendum: il primo riguardante l’abrogazione delle cosiddette “Leggi Reale” sull’ordine pubblico, il secondo relativo alla richiesta di abrogazione del referendum sul finanziamento pubblico dei partiti.

Le consultazioni referendarie si svolsero l’11-12 giugno 1978, proprio all’indomani dell’uccisione di Aldo Moro e alla vigilia dell’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica: era in carica un governo Andreotti, monocolore democristiano, sostenuto dalla cosiddetta maggioranza di “solidarietà nazionale” comprendente, oltre alla DC, anche PCI, PSI, PRI, PSDI e PLI. All’opposizione a destra il MSI, sull’altro versante il gruppo di Democrazia Proletaria (comprendente i gruppi a sinistra del PCI: PdUP, AO, MLS, Lotta Continua in quel momento in fase di ristrutturazione interna) e il Partito Radicale (presente a quel punto con 4 deputati) e promotore dell’iniziativa referendaria.

In questa sede ci occuperemo soltanto del referendum riguardante la richiesta d’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti.

L’esito di quella consultazione, infatti, rappresentò il primo forte segnale di disincanto collettivo: era l’avvio di una vera e propria svolta nel rapporto tra elettrici ed elettori e il sistema dei partiti (fino a quel momento assolutamente egemonico).

Un segnale non raccolto di una situazione che si sarebbe dimostrata irreversibile.

Andiamo, allora, per ordine.

Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge del 2 maggio 1974 n. 195 (cosiddetta legge Piccoli) proposta da Flaminio Piccoli (DC).

La norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI (Radicali e Democrazia Proletaria non erano ancora presenti in Parlamento).

La legge imponeva l’obbligo di presentazione di un “bilancio” da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il “Collegio di revisori ufficiali dei conti“. Infatti, essa da un lato introdusse il finanziamento per i gruppi parlamentari “per l’esercizio delle loro funzioni” e per “l’attività propedeutica dei relativi partiti“, obbligando il gruppo stesso a versare il 95% ai partiti, mentre dall’altro introdusse un finanziamento per l’attività “elettorale” dei partiti.

La legge disciplinava anche il finanziamento privato. La nuova normativa nasceva a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973: il Parlamento intendeva rassicurare l’opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici. A bilanciare tale previsione, si introdusse il divieto – per i partiti – di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e d’iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un certo ammontare.

I buoni propositi risultarono tuttavia smentiti dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propose un referendum abrogativo sulla norma, ma non riuscì a raccogliere le firme necessarie.

Successivamente i radicali riuscirono, invece, nell’operazione e ottenuto il via libera dalla Corte di Cassazione si arrivò al referendum, fissato come si è già ricordato per l’11-12 giugno 1978.

A quel punto si ebbe un risultato “anomalo” rispetto al quadro di partenza .

Nonostante l’invito a votare “no” da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell’elettorato, il “si” raggiunge il 43,6%.

Attenzione va posta, in questo senso, nel ricordare le proposte di legge che in materia sia i radicali, sia l’estrema sinistra, avevano presentato per affrontare il problema della sopravvivenza materiale dei partiti.

Lo Stato, infatti, avrebbe dovuto favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non per garantire le strutture.

La stragrande maggioranza dei partiti, invece, voleva mantenere il sistema delle erogazioni in danaro, al fine precipuo di conservare gli apparati che, in quel momento, risultavano complessivamente di grandissima dimensione.

La proposta di superamento del sistema di finanziamento pubblico era quindi da considerarsi assolutamente coerente con una crescita e un incentivo alla partecipazione politica e non certo di tipo qualunquista.

Qualunquismo comunque sempre presente, in particolare nella storia della destra italiana e poi via via alimentatosi con le mancate risposte ai temi che pur attraverso il referendum si era cercato di sollevare.

Analizziamo allora l’esito referendario ricordando un elemento di valutazione preventivo di grande importanza.

Ci si trovava, all’epoca, al culmine dell’egemonia del sistema dei partiti nei confronti della società.

L’esito delle elezioni del 20 giugno 1976 aveva rappresentato l’apice del rapporto tra partiti e società in Italia.

I tre maggiori partiti, DC, PCI, PSI – organizzati nella struttura ad “integrazione di massa” – avevano raccolto, il 20 giugno 1976, complessivamente 30.364. 478 voti su 40.426.658 aventi diritto iscritti nelle liste per una percentuale del 75,11% (i voti validi furono 36.757.658: la percentuale dei tre partiti di massa, in questo caso, saliva all’82,60%. Si può scrivere davvero di una “organicità” del sistema di stampo gramsciano).

In breve tempo questo patrimonio fu disperso dall’impossibilità di imprimere al sistema una dinamica apprezzabile (imperante la duplice variante dell’arco costituzionale e della conventio ad excludendum quali fattori di vicendevole elisione).

Due anni dopo, trascorsi in gran parte all’interno della formula del “governo delle astensioni” e consumata come già ricordato la tragedia Moro, l’invito dei grandi partiti a respingere il progetto di abolizione del finanziamento pubblico che li riguardava direttamente fu raccolto da 17.663.301 elettrici ed elettori (da tener conto che l’arco della solidarietà nazionale comprendeva, raccolti attorno al “NO” nel referendum anche repubblicani e socialdemocratici che, complessiva con liste separate, avevano ottenuto al 20 giugno ’76 2.375.038 suffragi). Quindi la base di partenza del “NO”, teoricamente, rispetto ai dati del 20 giugno 1976, sarebbe stata di 32.739.518 ( sotto questo aspetto al blocco dei partiti che intendeva sostenere il mantenimento del finanziamento pubblico mancarono oltre 16 milioni di voti).

Il SI all’abrogazione ebbe 13.736.577 consensi. Complessivamente i voti validi al referendum dell’11 giugno 1978 furono 31.399. 878 con un calo rispetto alle elezioni politiche di 5.357.780 unità.

Da notare ancora analizzando l’esito referendario dell’11 giugno 1978 la differenza nel voto tra il Nord e il Sud, un dato che poi si sarebbe ripetuto nel tempo fino a suffragare, il 4 marzo 2018, la vittoria dei rappresentanti autodefinitisi portatori della cosiddetta “antipolitica”.

Il voto dell’11 giugno 1978, suddiviso per aree geografiche, aveva infatti visto al Nord il prevalere del NO per il 60,12%, al Centro per il 59,05%. Al Sud e nelle Isole invece era risultato maggioritario il SI rispettivamente con il 51,65% e il 54,89%.

Ricordando ancora come all’epoca la caratterizzazione partitica delle indicazioni elettorali fosse risultata, molto forte (anche se già il referendum sul divorzio aveva fornito indicazioni contrastanti, in specifico sul versante cattolico) emersero allora dati ben precisi nel delineare un quadro di tendenza che non fu analizzato a dovere, per un lungo periodo, e che pure oggi –a 40 anni di distanza – sta a dimostrare come lo sviluppo del sistema politico italiano procedesse in una determinata, precisa, direzione corrispondente in larga misura allo stato delle cose attualmente in atto.

Fonte

18/11/2016

Referendum. Il disincanto sulla “fuffa” inchioda Renzi

Nel paese in cui l’effetto annuncio ha avuto talvolta fortune esagerate sul piano elettorale (vi ricordate Berlusconi sull’abolizione dell’ICI?), questa volta l’operazione non sembra funzionare. Un impietoso articolo uscito su un giornale piuttosto collaterale al governo (La Stampa), analizza come i disperati tentativi di Renzi di recuperare consensi al Si nel referendum attraverso promesse ripetute e mirabolanti, non abbia inciso sugli orientamenti dell’opinione pubblica.

E’ quasi inevitabile andare con il pensiero ai comizi dell’on. Cetto La Qualunque e alle sue improbabili promesse elettorali. Ma la situazione invece è seria e segnala come il disincanto della società stia creando una sorta di “impermeabilizzazione” rispetto alla strumentazione classica della “politica”. Una novità per molti aspetti confortante, per altri aspetti da studiare attentamente per verificare, al contrario, come tale presa di distanze possa risultare invece fragile verso messaggi più reazionari e immediati come le campagne della destra contro gli immigrati, i campi rom etc.

Il fatto che il promessificio non sia più credibile, priva i demagoghi dell’establishment di molte armi, ma non neutralizza automaticamente quel “sovversivismo delle classi dominanti” oggi sollecitato alla grande da esperienze come quella statunitense e ispirato neanche troppo velatamente dalla Germania e dall'Unione Europea.

Nella disperata battaglia di Renzi per far salire la sua quota di consensi, appare decisamente interessante verificare l’inefficacia del suo modello di imbonitore. Lasciamo parlare l’articolo de La Stampa: “Più Renzi spingeva l’acceleratore di provvedimenti gratificanti per milioni di cittadini e più i sondaggi restavano fermi. Le pensioni e le quattordicesime a più di due milioni di pensionati? L’'effetto sui sondaggi non è stato apprezzabile. La riduzione dei balzelli di Equitalia? L’effetto sui sondaggi, se c’è stato, non ha avuto un effetto evidente. La riduzione del canone Rai per milioni di italiani? I bonus? Lo spostamento del dibattito referendario dal plebiscito al merito? Gli effetti, se ci sono stati, non risultano quantificabili” scrive Fabio Martini nel suo articolo.

Insomma una debacle su tutto il fronte del promettibile. Viene da chiedersi come mai Renzi non sia ritenuto credibile su questioni di pancia che pure declinate da altri (dal M5S alla Lega) hanno avuto consensi. Per un verso pesa sicuramente il personaggio e l’immagine che si è costruito. La gente comune non è fatta di scienziati politici ma da persone abituate a fare i conti con la realtà, e quindi spesso capisce subito chi gli sta rifilando una fregatura da chi gli propone un prodotto attendibile. Certo ci sono anche quelli che girano per i caseggiati a rifilare agli anziani contratti-fregatura per luce, gas, telefoni o servizi vari in nome del mercato libero. Ma il tam tam ha creato ormai reti di salvaguardia informali che li respingono alla porta, più o meno bruscamente.

In secondo luogo, una volta funzionava anche l’effetto psicologico del prestigio internazionale o del sostegno di Vip, artisti e personalità famose. Ma nel caso di Renzi neanche questa carta (uscita stracciata dalle elezioni statunitensi) sembra funzionare. Il ricevimento e il sostegno ricevuto da Obama? Niente. L’endorsment di Benigni? Niente. Il sostegno al Si della Confindustria e delle banche? La Brexit insegna che è stato un boomerang. Le minacce del governo tedesco contro i rischi della vittoria del NO? Peggio ancora. Se vince il NO si alza lo spread (gioia e delizia degli anni scorsi)? Pazienza, abbiamo imparato a convivere con il terremoto, conviveremo anche con lo spread. Almeno fino a quando non ripudieremo definitivamente il ricatto del debito pubblico in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento che si sono arricchiti con il massacro sociale delle popolazioni.

L’ultima carta che Renzi sta giocando è la più disperata e pericolosa. Nel paese che era il più europeista d’Europa, dove ogni porcheria è stata fatta e va attuata perché “ce lo chiede l’Europa”, Renzi si è buttato sull’antieuropeismo perché da tempo il senso comune della gente ha compreso che nel rapporto tra costi e benefici, l’Unione Europea e l’euro ci sono costati molto di più dei vantaggi che hanno portato. “Impegnato nella battaglia della vita, quella del referendum costituzionale voluto dal governo. Dopo due anni e mezzo di ottimismo a getto quotidiano, il presidente del Consiglio ha deciso di riconvertire almeno una parte del suo messaggio positivo in chiave rivendicativa. Antagonista. Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica” sottolinea La Stampa.

Difficile pensare che Renzi si voglia aggregare alla campagna della Piattaforma Sociale Eurostop. Piuttosto sta scherzando con il fuoco. A Bruxelles, si sa che sono molto permalosi. Il povero Berlusconi è stato tolto di mezzo e sostituito da Monti senza neanche passare per le urne. Come Renzi del resto. Forse stanno pensando già ad una carta di ricambio. Magari meno incline alla “fuffa” e più incline al dispotismo tecnocratico ispirato dall’ordoliberismo tedesco che conforma ritmi, priorità, strutture e ideologia dell’Unione Europea.

Qui sotto riproduciamo l’articolo di Fabio Martini su La Stampa del 17/11/2016

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L’Europa «cattiva», tra tante rughe, ha mostrato il suo volto buono: ha inaspettatamente promosso le spese eccezionali per terremoto e migranti. Ma il presidente del Consiglio ha continuato a tenere il punto. Come se non fosse accaduto. Perché da due giorni Bruxelles è stata «promossa» a nemico stabile. Quanto durerà nessun lo sa, ma si tratta di una novità nella politica europea dell’Italia e soprattutto è una svolta nella strategia comunicativa di Matteo Renzi.

Impegnato nella battaglia della vita, quella del referendum costituzionale voluto dal governo. Dopo due anni e mezzo di ottimismo a getto quotidiano, il presidente del Consiglio ha deciso di riconvertire almeno una parte del suo messaggio positivo in chiave rivendicativa. Antagonista.

Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica. Certo, già lo aveva fatto nel passato, con accenti di verità e con scossoni salutari, vista la progressiva eclissi della dottrina dell’austerità. Ma stavolta il duello con Bruxelles è diverso perchè nelle settimane scorse si è silenziosamente consumato quello a palazzo Chigi qualcuno ha ribattezzato “l’ottobre nero”. Matteo Renzi vive di adrenalina e non usa espressioni così pessimistiche, eppure ha assistito con un crescendo di «sorpresa» ad un fenomeno dai tratti quasi misteriosi, che si è stratificato nelle ultime settimane. Più Renzi spingeva l’acceleratore di provvedimenti gratificanti per milioni di cittadini e più i sondaggi restavano fermi. Le pensioni e le quattordicesime a più di due milioni di pensionati? L’'effetto sui sondaggi non è stato apprezzabile. La riduzione dei balzelli di Equitalia? L’effetto sui sondaggi, se c’è stato, non ha avuto un effetto evidente. La riduzione del canone Rai per milioni di italiani? I bonus? Lo spostamento del dibattito referendario dal plebiscito al merito? Gli effetti, se ci sono stati, non risultano quantificabili. Per non parlare dell’ accoglienza regale tributata a Renzi alla Casa Bianca. Un “ottobre nero” ma anche un novembre che a metà mese non ha aperto spiragli: ieri sera, Renzi è stato aggiornato sui sondaggi più attendibili e per il momento il buon vantaggio del No (tra 4 e 8 punti, secondo gli istituti) resta invariato, anche se ancora “scalabile”.

Dopo due mesi di campagna elettorale è come se l’emittente dei messaggi si fosse opacizzata, è come se l’efficacia della narrazione renziana e del suo artefice avessero perso mordente e credibilità. La causa è una “overdose” da ottimismo esasperato? O una diffusa corrente di «antipatia» verso Renzi, come ipotizzato da un amico come Oscar Farinetti? In attesa di risposte concrete dalle urne del referendum, per provare ad invertire la rotta, due giorni fa Renzi ha maturato la decisione – covata per settimane – di convertire una parte dei messaggi positivi in chiave rivendicativa. Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica. E d’altra parte nella “narrazione” renziana i nemici hanno sempre avuto un ruolo da protagonisti. Renzi ha usato per la prima volta l’espressione «gufi» il 12 marzo 2014, quando era presidente del Consiglio da appena 19 giorni, era saldissimo e nessuno lo insidiava. Ora tocca di nuovo all’Europa incarnare il ruolo di capro espiatorio.

Il “numero” di due giorni fa sul (futuribile) veto al bilancio comunitario dimostra che il presidente del Consiglio ne vuole fare un cavallo di battaglia nel rush finale della campagna referendaria. Come conferma la (non) reazione di Renzi alla decisione di ieri della Commissione europea che ha promosso le spese eccezionali per terremoto e migranti, compreso il via libera per le scuole tante volte evocate dal capo del governo come prova della cattiva volontà degli euroburocrati. Dunque, l’Europa “cattiva” ha mostrato il suo volto buono, ma Renzi non ha “ringraziato”, lasciando a Padoan il compito di compiacersi pubblicamente.

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