Due premesse.
Pur condividendo le critiche che provengono da più parti del mondo accademico sulla nascita e sull’attuale conduzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riteniamo che un ente di ricerca pubblico – compreso IIT e tutti gli enti finanziati prevalentemente dallo Stato – abbia sempre motivo di esistere.
E riteniamo, soprattutto, che il Personale che vi lavora rappresenti un insieme di professionalità che la ricerca italiana non deve perdere. Anzi, potrebbe e dovrebbe transitarle nell’alveo Pubblico portando alte professionalità nelle università e negli enti di ricerca.
Definito questo perimetro, ci chiediamo se l’IIT, per come sta evolvendo, sia veramente necessario al Paese. Ci poniamo il quesito a partire dallo stato generale della ricerca in Italia e in Europa in raffronto al resto del Mondo.
Appare chiaro che la Cina ha rapidamente recuperato l’arretratezza che scontava un trentennio fa e lo ha fatto con un modello organizzativo nazionale (i piani quinquennali) che hanno previsto e portato a compimento, a partire da una assoluta preminenza della ricerca e dell’innovazione, la predominanza nel settore energetico verde e la competizione nell’intelligenza artificiale e nella robotica con gli Stati Uniti, o meglio la ridotta oligarchia dei big tech, che attualmente detengono le chiavi del settore attraverso sistemi proprietari e sempre meno “open source”.
La domanda che poniamo sorge nel momento in cui, in brevissimo tempo, sono nate due nuove realtà: la prima – AI4I – è una Fondazione “dedicata” all’IA apparentemente indipendente (sebbene il lavoro tuttora compiuto nell’alveo IIT sia evidentissimo); la seconda – Generative Bionics – è una start-up che di fatto ha “assorbito” proprietà intellettuale, know-how e personale di IIT.
Quindi, due vere e proprie strutture in competizione con IIT su temi, lo abbiamo accennato, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altri strumenti, di livello europeo non nazionale. Chiaro che AI4I e Generative Bionics abbiano direttamente ed indirettamente drenato anche fondi dall’ambito di IIT. Infatti, mentre per Human Technopole, i precedenti governi non avevano eroso finanziamenti a IIT, in questi due casi il Governo ha usato la Fondazione con sede a Genova come uno sfascia carrozze farebbe con un'auto incidentata.
La cosa è particolarmente evidente osservando Generative Bionics, che ambisce alla leadership – italiana e non solo – nella progettazione e produzione di robot umanoidi AI-driven. Nella start-up sono confluite quasi per intero alcune linee di ricerca e personale tecnico/amministrativo originariamente in forze a IIT, includendo diversi Dirigenti di ricerca e, come ovvia conseguenza, una quantità considerevole di know-how realizzato in oltre 20 anni di attività interna a IIT.
La portata di queste perdite, a nostro avviso, è tale da poter essere identificata al pari di una cessione di ramo d'azienda, e come tale avrebbe dovuto essere riconosciuta, in primo luogo dalla governance della Fondazione.
MA UNA FONDAZIONE PUBBLICA, FINANZIATA DAL PUBBLICO, per giunta rivolta alla ricerca e alla disseminazione, HA LA LEGITTIMITÀ DI ‘CEDERE’ A SUE SPESE PROPRIETÀ INTELETTUALE E PROFESSIONALITÀ?
Quello che ad oggi riscontriamo, è una gestione che lascia in estrema incertezza e sofferenza ciò che rimane dei reparti attivi nella robotica umanoide. L'impressione che ricaviamo è quella di un’operazione poco trasparente, che potenzialmente può portare alla scomparsa delle linee di ricerca in questione. Infatti, i processi di sostituzione del personale sono stati caratterizzati da notevole lentezza e riduzione dell’organico rispetto ai numeri precedenti la nascita della start-up. Di conseguenza non è stato possibile attuare un adeguato passaggio di consegne per preservare quella conoscenza che noi consideriamo un asset pubblico.
Quindi, anche al di là delle considerazioni sulla presunta utilità di fondare due nuove aziende su tematiche complementari a quelle storicamente sviluppate in IIT, ci chiediamo: il “modello” di trasferimento di conoscenza previsto per IIT era veramente questo? Verso soggetti concorrenti creati anche su nuove figure dirigenti? O era piuttosto l’impresa privata “vera” e non un intermediario ulteriore, come ci pare stia avvenendo per entrambe le strutture in questione?
E allora questo IIT “liberato” da ambiti di ricerca ritenuti di punta, riuscirà a sopravvivere alla compressione dei fondi statali? Saprà reagire in maniera diversa da come la dirigenza scientifica ha fatto nell’ultima finanziaria, quando il taglio di 15 milioni è stato assunto passivamente dai vertici mentre il personale entrava in mobilitazione? Taglio che, peraltro, sembra correlato con l’investimento di 15 milioni nel centro di calcolo di AI4I…
Va registrato che nel frattempo IIT ha cambiato narrazione. È passata dalla questua prima della legge di Bilancio, che ha indotto il personale a “scendere in campo” per chiedere interventi sia al Comune di Genova che alla Regione Liguria, alla recentissima e assolutamente contraddittoria proclamazione a mezzo stampa della grande capacità di attrazione di finanziamenti che caratterizzerebbe la Fondazione.
È in questo contesto che il 24 marzo scorso, IIT è stata oggetto di uno sciopero con livelli di adesione che non si riscontrano spesso nel settore e superiori al 50% del personale, che ha scioperato perché l’Istituto sostiene di non essere economicamente in grado di offrire condizioni salariali dignitose ai lavoratori, mentre le ha offerte ai dirigenti, come si evince analizzando l’andamento del costo del lavoro dettagliato nelle relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni.
Successivamente, durante una trattativa in cui l’ente si dichiarava ancora ‘nullatenente’, tanto da non poter approvare nemmeno aumenti in grado di coprire l’inflazione galoppante, sempre il personale riceveva l’invito ad una festa aziendale il primo luglio prossimo...
Delle due l’una, o l’IIT gode di un bilancio sanissimo tanto che lo devia su nuove iniziative imprenditoriali oppure è stressato dai tagli e, come tutta la ricerca italiana, sopravvive. Di questa mancanza di chiarezza la vittima è chiaramente il Personale.
Dunque, rispondere alla domanda sull’effettiva funzione di IIT è, ora, più che mai necessario e indissolubilmente legato alle richieste del Personale tecnico-amministrativo. Senza dimenticare il Personale di ricerca contraddistinto quasi per intero dall’essere in formazione o consulente para-subordinato. E anche su questo è ora di cominciare ad indagare meglio se sia lecito avere centinaia di autonomi in un ente di ricerca.
Ci auguriamo che siano gli stessi organi di controllo a porsi questi quesiti.
Come USB continueremo a sorvegliare attentamente l’ente, impedendo che a essere sacrificati siano ancora una volta i dipendenti e i precari!
USB PI Ricerca
USB Lavoro Privato
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/05/2026
25/06/2018
Il segnale del disincanto
L’Italia sembra stretta nella morsa tra “antipolitica” e “populismo”, micidiale miscela che ha composto il propellente destinato alla formazione del governo in carica.
Ne è sortito un clima pesante, quasi di odio individualistico, di rifiuto degli altri e non solo dei “diversi”, quasi una fotografia di una società esausta e sfrangiata pronta ad abbandonarsi nell’idea della forza, magari esercitata in forme di vera e propria limitazione della democrazia.
Si è giunti a questo punto per via di varie e complesse ragioni che sono difficili da schematizzare in questa sede, a partire dalla conclusione del ciclo politico imperniato sul ruolo dei grandi partiti di massa avvenuta alla fine del XX secolo (caduta del muro di Berlino, trattato di Maastricht, “Tangentopoli”) e affrontata soltanto sul versante dell’autonomia del politico, modificando il sistema elettorale per forzare la formazione di un assetto bipolare, rivelatosi alla fine del tutto fallimentare.
Fondamentale importanza hanno avuto, naturalmente, i mutamenti epocali a livello d’innovazione tecnologica, globalizzazione economica, mutamento complessivo nel sistema delle comunicazioni con l’avvio del fenomeno strutturale della crisi dello “Stato-Nazione” e relativa cessione di sovranità, l’affermarsi di un concetto esasperato di personalizzazione della politica, l’affermarsi dell’idea di superamento delle ideologie in un quadro generale di accettazione del principio di “fine della storia”, di esportazione della democrazia “in armi”, di affermazione della “governabilità” quale fine ultimo ed esaustivo dell’agire politico.
Tutto ciò ha provocato, a livello sociale, il dimostrarsi egemonico dell’individualismo competitivo, dell’allentarsi dei legami di solidarietà sociale e di non riconoscibilità delle ragioni della classe, del mutarsi dei ceti sociali in massa indistinta attraversata dal consumismo fino al manifestarsi di una vera e propria “folla” non più distinguibile nei comportamenti e nella cultura nei diversi ceti sociali.
Un appiattimento culturale verificatosi mentre crescevano esponenzialmente le disuguaglianze economiche.
In questo quadro, per tornare all’interno del “caso italiano” abbiamo avuto il progressivo deteriorarsi del sistema dei partiti, che via via hanno mutato la loro complessiva connotazione in partito “pigliatutti”, partito “azienda” fino al partito “personale”.
Nel frattempo cresceva il disimpegno, ben identificabile nel progressivo calo della partecipazione elettorale, ormai scesa a poco più del 70% degli aventi diritto nell’occasione delle elezioni legislative generali (tra il 1948 e il 1979 la partecipazione al voto, in Italia, si era mantenuta costantemente al di sopra del 90%, mantenendosi successivamente comunque oltre l’80%) calando ancora attorno al 50% se non al di sotto nelle altre occasioni, sia di tipo amministrativo, sia europeo, sia referendario.
Un fenomeno, quello della disaffezione al voto, colpevolmente sottovalutato nel corso del tempo anche da autorevoli politologi pronti ad analizzare il fenomeno come “semplice riallineamento al trend delle democrazie occidentali più mature”.
In questa occasione però la nostra attenzione è rivolta al ricordo di un dato particolare.
Ricorrono, infatti, in questi giorni i quarant’anni dallo svolgimento di due referendum: il primo riguardante l’abrogazione delle cosiddette “Leggi Reale” sull’ordine pubblico, il secondo relativo alla richiesta di abrogazione del referendum sul finanziamento pubblico dei partiti.
Le consultazioni referendarie si svolsero l’11-12 giugno 1978, proprio all’indomani dell’uccisione di Aldo Moro e alla vigilia dell’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica: era in carica un governo Andreotti, monocolore democristiano, sostenuto dalla cosiddetta maggioranza di “solidarietà nazionale” comprendente, oltre alla DC, anche PCI, PSI, PRI, PSDI e PLI. All’opposizione a destra il MSI, sull’altro versante il gruppo di Democrazia Proletaria (comprendente i gruppi a sinistra del PCI: PdUP, AO, MLS, Lotta Continua in quel momento in fase di ristrutturazione interna) e il Partito Radicale (presente a quel punto con 4 deputati) e promotore dell’iniziativa referendaria.
In questa sede ci occuperemo soltanto del referendum riguardante la richiesta d’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti.
L’esito di quella consultazione, infatti, rappresentò il primo forte segnale di disincanto collettivo: era l’avvio di una vera e propria svolta nel rapporto tra elettrici ed elettori e il sistema dei partiti (fino a quel momento assolutamente egemonico).
Un segnale non raccolto di una situazione che si sarebbe dimostrata irreversibile.
Andiamo, allora, per ordine.
Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge del 2 maggio 1974 n. 195 (cosiddetta legge Piccoli) proposta da Flaminio Piccoli (DC).
La norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI (Radicali e Democrazia Proletaria non erano ancora presenti in Parlamento).
La legge imponeva l’obbligo di presentazione di un “bilancio” da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il “Collegio di revisori ufficiali dei conti“. Infatti, essa da un lato introdusse il finanziamento per i gruppi parlamentari “per l’esercizio delle loro funzioni” e per “l’attività propedeutica dei relativi partiti“, obbligando il gruppo stesso a versare il 95% ai partiti, mentre dall’altro introdusse un finanziamento per l’attività “elettorale” dei partiti.
La legge disciplinava anche il finanziamento privato. La nuova normativa nasceva a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973: il Parlamento intendeva rassicurare l’opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici. A bilanciare tale previsione, si introdusse il divieto – per i partiti – di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e d’iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un certo ammontare.
I buoni propositi risultarono tuttavia smentiti dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propose un referendum abrogativo sulla norma, ma non riuscì a raccogliere le firme necessarie.
Successivamente i radicali riuscirono, invece, nell’operazione e ottenuto il via libera dalla Corte di Cassazione si arrivò al referendum, fissato come si è già ricordato per l’11-12 giugno 1978.
A quel punto si ebbe un risultato “anomalo” rispetto al quadro di partenza .
Nonostante l’invito a votare “no” da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell’elettorato, il “si” raggiunge il 43,6%.
Attenzione va posta, in questo senso, nel ricordare le proposte di legge che in materia sia i radicali, sia l’estrema sinistra, avevano presentato per affrontare il problema della sopravvivenza materiale dei partiti.
Lo Stato, infatti, avrebbe dovuto favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non per garantire le strutture.
La stragrande maggioranza dei partiti, invece, voleva mantenere il sistema delle erogazioni in danaro, al fine precipuo di conservare gli apparati che, in quel momento, risultavano complessivamente di grandissima dimensione.
La proposta di superamento del sistema di finanziamento pubblico era quindi da considerarsi assolutamente coerente con una crescita e un incentivo alla partecipazione politica e non certo di tipo qualunquista.
Qualunquismo comunque sempre presente, in particolare nella storia della destra italiana e poi via via alimentatosi con le mancate risposte ai temi che pur attraverso il referendum si era cercato di sollevare.
Analizziamo allora l’esito referendario ricordando un elemento di valutazione preventivo di grande importanza.
Ci si trovava, all’epoca, al culmine dell’egemonia del sistema dei partiti nei confronti della società.
L’esito delle elezioni del 20 giugno 1976 aveva rappresentato l’apice del rapporto tra partiti e società in Italia.
I tre maggiori partiti, DC, PCI, PSI – organizzati nella struttura ad “integrazione di massa” – avevano raccolto, il 20 giugno 1976, complessivamente 30.364. 478 voti su 40.426.658 aventi diritto iscritti nelle liste per una percentuale del 75,11% (i voti validi furono 36.757.658: la percentuale dei tre partiti di massa, in questo caso, saliva all’82,60%. Si può scrivere davvero di una “organicità” del sistema di stampo gramsciano).
In breve tempo questo patrimonio fu disperso dall’impossibilità di imprimere al sistema una dinamica apprezzabile (imperante la duplice variante dell’arco costituzionale e della conventio ad excludendum quali fattori di vicendevole elisione).
Due anni dopo, trascorsi in gran parte all’interno della formula del “governo delle astensioni” e consumata come già ricordato la tragedia Moro, l’invito dei grandi partiti a respingere il progetto di abolizione del finanziamento pubblico che li riguardava direttamente fu raccolto da 17.663.301 elettrici ed elettori (da tener conto che l’arco della solidarietà nazionale comprendeva, raccolti attorno al “NO” nel referendum anche repubblicani e socialdemocratici che, complessiva con liste separate, avevano ottenuto al 20 giugno ’76 2.375.038 suffragi). Quindi la base di partenza del “NO”, teoricamente, rispetto ai dati del 20 giugno 1976, sarebbe stata di 32.739.518 ( sotto questo aspetto al blocco dei partiti che intendeva sostenere il mantenimento del finanziamento pubblico mancarono oltre 16 milioni di voti).
Il SI all’abrogazione ebbe 13.736.577 consensi. Complessivamente i voti validi al referendum dell’11 giugno 1978 furono 31.399. 878 con un calo rispetto alle elezioni politiche di 5.357.780 unità.
Da notare ancora analizzando l’esito referendario dell’11 giugno 1978 la differenza nel voto tra il Nord e il Sud, un dato che poi si sarebbe ripetuto nel tempo fino a suffragare, il 4 marzo 2018, la vittoria dei rappresentanti autodefinitisi portatori della cosiddetta “antipolitica”.
Il voto dell’11 giugno 1978, suddiviso per aree geografiche, aveva infatti visto al Nord il prevalere del NO per il 60,12%, al Centro per il 59,05%. Al Sud e nelle Isole invece era risultato maggioritario il SI rispettivamente con il 51,65% e il 54,89%.
Ricordando ancora come all’epoca la caratterizzazione partitica delle indicazioni elettorali fosse risultata, molto forte (anche se già il referendum sul divorzio aveva fornito indicazioni contrastanti, in specifico sul versante cattolico) emersero allora dati ben precisi nel delineare un quadro di tendenza che non fu analizzato a dovere, per un lungo periodo, e che pure oggi –a 40 anni di distanza – sta a dimostrare come lo sviluppo del sistema politico italiano procedesse in una determinata, precisa, direzione corrispondente in larga misura allo stato delle cose attualmente in atto.
Fonte
Ne è sortito un clima pesante, quasi di odio individualistico, di rifiuto degli altri e non solo dei “diversi”, quasi una fotografia di una società esausta e sfrangiata pronta ad abbandonarsi nell’idea della forza, magari esercitata in forme di vera e propria limitazione della democrazia.
Si è giunti a questo punto per via di varie e complesse ragioni che sono difficili da schematizzare in questa sede, a partire dalla conclusione del ciclo politico imperniato sul ruolo dei grandi partiti di massa avvenuta alla fine del XX secolo (caduta del muro di Berlino, trattato di Maastricht, “Tangentopoli”) e affrontata soltanto sul versante dell’autonomia del politico, modificando il sistema elettorale per forzare la formazione di un assetto bipolare, rivelatosi alla fine del tutto fallimentare.
Fondamentale importanza hanno avuto, naturalmente, i mutamenti epocali a livello d’innovazione tecnologica, globalizzazione economica, mutamento complessivo nel sistema delle comunicazioni con l’avvio del fenomeno strutturale della crisi dello “Stato-Nazione” e relativa cessione di sovranità, l’affermarsi di un concetto esasperato di personalizzazione della politica, l’affermarsi dell’idea di superamento delle ideologie in un quadro generale di accettazione del principio di “fine della storia”, di esportazione della democrazia “in armi”, di affermazione della “governabilità” quale fine ultimo ed esaustivo dell’agire politico.
Tutto ciò ha provocato, a livello sociale, il dimostrarsi egemonico dell’individualismo competitivo, dell’allentarsi dei legami di solidarietà sociale e di non riconoscibilità delle ragioni della classe, del mutarsi dei ceti sociali in massa indistinta attraversata dal consumismo fino al manifestarsi di una vera e propria “folla” non più distinguibile nei comportamenti e nella cultura nei diversi ceti sociali.
Un appiattimento culturale verificatosi mentre crescevano esponenzialmente le disuguaglianze economiche.
In questo quadro, per tornare all’interno del “caso italiano” abbiamo avuto il progressivo deteriorarsi del sistema dei partiti, che via via hanno mutato la loro complessiva connotazione in partito “pigliatutti”, partito “azienda” fino al partito “personale”.
Nel frattempo cresceva il disimpegno, ben identificabile nel progressivo calo della partecipazione elettorale, ormai scesa a poco più del 70% degli aventi diritto nell’occasione delle elezioni legislative generali (tra il 1948 e il 1979 la partecipazione al voto, in Italia, si era mantenuta costantemente al di sopra del 90%, mantenendosi successivamente comunque oltre l’80%) calando ancora attorno al 50% se non al di sotto nelle altre occasioni, sia di tipo amministrativo, sia europeo, sia referendario.
Un fenomeno, quello della disaffezione al voto, colpevolmente sottovalutato nel corso del tempo anche da autorevoli politologi pronti ad analizzare il fenomeno come “semplice riallineamento al trend delle democrazie occidentali più mature”.
In questa occasione però la nostra attenzione è rivolta al ricordo di un dato particolare.
Ricorrono, infatti, in questi giorni i quarant’anni dallo svolgimento di due referendum: il primo riguardante l’abrogazione delle cosiddette “Leggi Reale” sull’ordine pubblico, il secondo relativo alla richiesta di abrogazione del referendum sul finanziamento pubblico dei partiti.
Le consultazioni referendarie si svolsero l’11-12 giugno 1978, proprio all’indomani dell’uccisione di Aldo Moro e alla vigilia dell’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica: era in carica un governo Andreotti, monocolore democristiano, sostenuto dalla cosiddetta maggioranza di “solidarietà nazionale” comprendente, oltre alla DC, anche PCI, PSI, PRI, PSDI e PLI. All’opposizione a destra il MSI, sull’altro versante il gruppo di Democrazia Proletaria (comprendente i gruppi a sinistra del PCI: PdUP, AO, MLS, Lotta Continua in quel momento in fase di ristrutturazione interna) e il Partito Radicale (presente a quel punto con 4 deputati) e promotore dell’iniziativa referendaria.
In questa sede ci occuperemo soltanto del referendum riguardante la richiesta d’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti.
L’esito di quella consultazione, infatti, rappresentò il primo forte segnale di disincanto collettivo: era l’avvio di una vera e propria svolta nel rapporto tra elettrici ed elettori e il sistema dei partiti (fino a quel momento assolutamente egemonico).
Un segnale non raccolto di una situazione che si sarebbe dimostrata irreversibile.
Andiamo, allora, per ordine.
Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge del 2 maggio 1974 n. 195 (cosiddetta legge Piccoli) proposta da Flaminio Piccoli (DC).
La norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI (Radicali e Democrazia Proletaria non erano ancora presenti in Parlamento).
La legge imponeva l’obbligo di presentazione di un “bilancio” da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il “Collegio di revisori ufficiali dei conti“. Infatti, essa da un lato introdusse il finanziamento per i gruppi parlamentari “per l’esercizio delle loro funzioni” e per “l’attività propedeutica dei relativi partiti“, obbligando il gruppo stesso a versare il 95% ai partiti, mentre dall’altro introdusse un finanziamento per l’attività “elettorale” dei partiti.
La legge disciplinava anche il finanziamento privato. La nuova normativa nasceva a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973: il Parlamento intendeva rassicurare l’opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici. A bilanciare tale previsione, si introdusse il divieto – per i partiti – di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e d’iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un certo ammontare.
I buoni propositi risultarono tuttavia smentiti dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propose un referendum abrogativo sulla norma, ma non riuscì a raccogliere le firme necessarie.
Successivamente i radicali riuscirono, invece, nell’operazione e ottenuto il via libera dalla Corte di Cassazione si arrivò al referendum, fissato come si è già ricordato per l’11-12 giugno 1978.
A quel punto si ebbe un risultato “anomalo” rispetto al quadro di partenza .
Nonostante l’invito a votare “no” da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell’elettorato, il “si” raggiunge il 43,6%.
Attenzione va posta, in questo senso, nel ricordare le proposte di legge che in materia sia i radicali, sia l’estrema sinistra, avevano presentato per affrontare il problema della sopravvivenza materiale dei partiti.
Lo Stato, infatti, avrebbe dovuto favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non per garantire le strutture.
La stragrande maggioranza dei partiti, invece, voleva mantenere il sistema delle erogazioni in danaro, al fine precipuo di conservare gli apparati che, in quel momento, risultavano complessivamente di grandissima dimensione.
La proposta di superamento del sistema di finanziamento pubblico era quindi da considerarsi assolutamente coerente con una crescita e un incentivo alla partecipazione politica e non certo di tipo qualunquista.
Qualunquismo comunque sempre presente, in particolare nella storia della destra italiana e poi via via alimentatosi con le mancate risposte ai temi che pur attraverso il referendum si era cercato di sollevare.
Analizziamo allora l’esito referendario ricordando un elemento di valutazione preventivo di grande importanza.
Ci si trovava, all’epoca, al culmine dell’egemonia del sistema dei partiti nei confronti della società.
L’esito delle elezioni del 20 giugno 1976 aveva rappresentato l’apice del rapporto tra partiti e società in Italia.
I tre maggiori partiti, DC, PCI, PSI – organizzati nella struttura ad “integrazione di massa” – avevano raccolto, il 20 giugno 1976, complessivamente 30.364. 478 voti su 40.426.658 aventi diritto iscritti nelle liste per una percentuale del 75,11% (i voti validi furono 36.757.658: la percentuale dei tre partiti di massa, in questo caso, saliva all’82,60%. Si può scrivere davvero di una “organicità” del sistema di stampo gramsciano).
In breve tempo questo patrimonio fu disperso dall’impossibilità di imprimere al sistema una dinamica apprezzabile (imperante la duplice variante dell’arco costituzionale e della conventio ad excludendum quali fattori di vicendevole elisione).
Due anni dopo, trascorsi in gran parte all’interno della formula del “governo delle astensioni” e consumata come già ricordato la tragedia Moro, l’invito dei grandi partiti a respingere il progetto di abolizione del finanziamento pubblico che li riguardava direttamente fu raccolto da 17.663.301 elettrici ed elettori (da tener conto che l’arco della solidarietà nazionale comprendeva, raccolti attorno al “NO” nel referendum anche repubblicani e socialdemocratici che, complessiva con liste separate, avevano ottenuto al 20 giugno ’76 2.375.038 suffragi). Quindi la base di partenza del “NO”, teoricamente, rispetto ai dati del 20 giugno 1976, sarebbe stata di 32.739.518 ( sotto questo aspetto al blocco dei partiti che intendeva sostenere il mantenimento del finanziamento pubblico mancarono oltre 16 milioni di voti).
Il SI all’abrogazione ebbe 13.736.577 consensi. Complessivamente i voti validi al referendum dell’11 giugno 1978 furono 31.399. 878 con un calo rispetto alle elezioni politiche di 5.357.780 unità.
Da notare ancora analizzando l’esito referendario dell’11 giugno 1978 la differenza nel voto tra il Nord e il Sud, un dato che poi si sarebbe ripetuto nel tempo fino a suffragare, il 4 marzo 2018, la vittoria dei rappresentanti autodefinitisi portatori della cosiddetta “antipolitica”.
Il voto dell’11 giugno 1978, suddiviso per aree geografiche, aveva infatti visto al Nord il prevalere del NO per il 60,12%, al Centro per il 59,05%. Al Sud e nelle Isole invece era risultato maggioritario il SI rispettivamente con il 51,65% e il 54,89%.
Ricordando ancora come all’epoca la caratterizzazione partitica delle indicazioni elettorali fosse risultata, molto forte (anche se già il referendum sul divorzio aveva fornito indicazioni contrastanti, in specifico sul versante cattolico) emersero allora dati ben precisi nel delineare un quadro di tendenza che non fu analizzato a dovere, per un lungo periodo, e che pure oggi –a 40 anni di distanza – sta a dimostrare come lo sviluppo del sistema politico italiano procedesse in una determinata, precisa, direzione corrispondente in larga misura allo stato delle cose attualmente in atto.
Fonte
17/05/2017
Soldi e politica
Improvvisamente folgorato sulla via di Damasco, Ernesto Galli della Loggia scopre, sulle colonne del “Corriere”, il rapporto tra la politica e i soldi nel senso del titolo del suo articolo “La politica senza partiti e la ricchezza privata” apparso martedì 16 maggio.
Il caso preso in esame è naturalmente quello, molto di moda, di Macron.
Un caso sicuramente eclatante ma sollevato senza che in questi anni ci fosse mai interrogati, rispetto alla situazione italiana, non tanto e non solo sul “caso Berlusconi”, ma anche su vicende di facile escalation nella visibilità pubblica agevolate da improvvise disponibilità di danaro utilizzato per forti campagne elettorale di vario tipo, “primarie” incluse.
Scrive Galli della Loggia, sempre alla ricerca della scoperta dell’acqua calda: “Se nei regimi democratici scompaiono i partiti organizzati (Macron, lo ricordo, non aveva inizialmente alcun partito dietro le spalle), se non ci sono o latitano le grandi associazioni sindacali e di categoria, e se non esiste il finanziamento pubblico alla politica, allora tutto il meccanismo politico – elettorale non può che essere fatalmente dominato dalla ricchezza privata. Da quella dei singoli ricchi o, più facilmente, dalla ricchezza istituzionale delle banche e dei grandi interessi finanziari in genere”.
Nella sostanza, all’interno di un quadro generale di vero e proprio “salto all’indietro” da parte dei padroni del vapore si punta, e non da oggi, ad un ritorno a quello che fu il “partito dei notabili” poi soppiantato, nella seconda metà dell’800, dal “partito di massa” sorto in seguito alla seconda rivoluzione industriale e all’entrata sulla scena della storia delle organizzazioni politiche del movimento operaio: i partiti socialisti già collegati tra loro nell’Internazionale operaia.
A prescindere dall’accenno nell’articolo di Galli della Loggia, nel “caso italiano” alla ricchezza delle banche e dei grandi interessi finanziari (un accenno da brividi) l’intervento in questione solleva il grande tema dei corpi intermedi: dai partiti, ai sindacati, ai soggetti associativi di rappresentanza.
Si tratta, a questo punto, di un tema troppo vasto da affrontare in questa sede e del resto già sviluppato in tante altre occasioni.
Interessava invece segnalare semplicemente l’improvviso risveglio d’interesse (il riferimento, però, è sempre Macron) e ricordare ancora come l’ondata di antipolitica travestita da “politica” che ha pervaso il sistema italiano ormai da oltre vent’anni abbia fatto dimenticare alcuni principi fondamentali.
La politica e i soldi, intreccio inestricabile particolarmente in un Paese come l’Italia nel quale la connessione stretta tra questione politica e questione morale rappresenta una costante si può dire “costituiva” del sistema.
Ricordiamo allora la storia dell’indennità parlamentare e del finanziamento pubblico ai partiti: una parte parziale ma non marginale della storia infinita di questo rapporto tra la politica e i soldi.
La storia dell’indennità parlamentare è questa.
Lo Statuto Albertino del 1848, in ossequio alla concezione "elitaria" della rappresentanza politica allora predominante (nell'Ottocento la selezione degli eletti e degli elettori avveniva in base al censo e all'istruzione), aveva optato per la gratuità del mandato parlamentare (art. 50: "Le funzioni di senatore e di deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità") .
La Costituzione repubblicana, in quanto espressione di una visione democratica della vita pubblica, sposa il principio opposto, ossia che l'esercizio della funzione parlamentare costituisce un doveroso costo per la collettività (art. 69: "I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge") Questo articolo non costituisce una disposizione isolata, ma fa sistema, in particolare, con l'art. 51 (accesso dei cittadini alle cariche pubbliche elettive in condizioni di eguaglianza) e con l'art. 67 (rappresentanza nazionale e divieto di mandato imperativo), giacché l'onerosità del mandato elettivo serve a garantire, in concreto, il libero funzionamento del sistema democratico.
All'art. 69 della Costituzione venne data una prima attuazione con la legge 9 agosto 1948, n. 1102, la quale strutturò l'indennità parlamentare in due voci distinte: la prima (indennità vera e propria) costituita da una quota fissa mensile di lire 65.000; la seconda da una diaria, a titolo di rimborso spese per la partecipazione alle sedute, il cui ammontare veniva demandato ad apposita deliberazione degli uffici di Presidenza delle rispettive Camere, tenendo conto della residenza o meno nella Capitale di ciascun membro del Parlamento.
Entrambi gli emolumenti erano esenti da ogni tributo.
La suddetta legge è stata abrogata dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261, tuttora vigente.
Appare quindi evidente come la scaturigine dell’istituto dell’indennità parlamentare corrisponda esattamente alla possibilità di accesso per tutti i cittadini all’elezione a deputato.
Nei primi anni del XX secolo, infatti, molti deputati socialisti usufruendo quale solo beneficio derivante dalla carica del “permanente” ferroviario dormivano sul treno Roma – Firenze e ritorno non disponendo del denaro per poter essere ospitati in una pensione.
Diversa l’origine del finanziamento pubblico ai partiti. Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge del 2 maggio 1974 n. 195 (cosiddetta legge Piccoli). Proposta da Flaminio Piccoli (DC) ma su idea iniziale del PRI di Ugo La Malfa.
La norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI.
La legge imponeva l'obbligo di presentazione di un "bilancio" da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il "Collegio di revisori ufficiali dei conti".
Infatti essa da un lato introdusse il finanziamento per i gruppi parlamentari "per l'esercizio delle loro funzioni" e per "l'attività propedeutica dei relativi partiti", obbligando il gruppo stesso a versare il 95% ai partiti, mentre dall'altro introdusse un finanziamento per l'attività "elettorale" dei partiti.
La legge disciplinava anche il finanziamento privato.
La nuova normativa nasceva a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973: il Parlamento intendeva rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici.
A bilanciare tale previsione, s’introdusse il divieto – per i partiti – di percepire finanziamenti da strutture pubbliche e un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e d’iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori a un certo ammontare.
I buoni propositi risultarono tuttavia smentiti dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona): primi di una lunga serie che si trascina ancora ai giorni nostri estendendosi anche ai livelli locali, essendo intervenute nel frattempo norme che riguardano il finanziamento dell’attività istituzionale in particolare nelle Regioni (scandalo delle “spese pazze”).
Si può ben affermare che lo scopo istitutivo della legge non è stato assolutamente raggiunto.
L'11 giugno 1978 si tenne il referendum per l'abrogazione della legge 195/1974.
Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" (sostenuto soltanto da PLI, Partito Radicale e PdUP) raggiunse il 43,6%, pur senza avere successo.
Si trattò, in quell’occasione, del primo consistente segnale di distacco tra il sistema politico e la società italiana chiudendo una lunga fase nella quale la partecipazione politica era rimasta costantemente a livelli elevati come avevano dimostrato le percentuali dei votanti nelle occasioni delle elezioni politiche costantemente sopra il 90% degli aventi diritto fin dalla I legislatura eletta il 18 Aprile 1948.
Da allora in avanti si è verificato il crollo nella dimensione complessiva (non certo soltanto numerica) dei partiti di massa e, in risposta ai tre accadimenti storici sulla base dei quali si è verificato un riallineamento dell’intero sistema (Maastricht, Muro di Berlino, Tangentopoli con relative analisi sbagliate da parte di quello che appariva ormai l’incontrovertibile “pensiero unico dominante”) cui si è risposto semplicisticamente con la linea del sistema elettorale maggioritario intrecciato con l’emergere del partito personale e dell’individualismo portato a modello con l’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione, il collegio uninominale, il sistema elettorale maggioritario.
Tre soluzioni queste dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione, del collegio uninominale e del maggioritario (con annesse “primarie”) propedeutica del disastro che abbiamo sotto gli occhi.
L’esempio delle Regioni è il più evidente sotto questo aspetto: dall’elezione diretta dei Presidenti e dall’affidamento a questo Ente la potestà sui delicatissimi campi della sanità e del trasporto pubblico, la Regione si è trasformata in una istituzione destinata esclusivamente alla spesa con una organizzazione destinata a rappresentare costantemente per tutto l’arco della legislatura un enorme comitato elettorale per la rielezione del Presidente.
Nel frattempo i cosiddetti “costi della politica” sono conseguentemente lievitati, in coincidenza con la crescita del debito pubblico, rappresentando una delle ragioni più forti nel processo di sconquasso che ha attraversato il sistema politico italiano negli ultimi 30 anni.
Il punto vero di riflessione che può suscitare questa succinta ricostruzione storica riguarda dunque il ruolo dei partiti, la loro funzione complessiva, il loro ruolo, la formazione dei quadri dirigenti, la necessità d’intermediazione politica e sociale e soprattutto di rappresentanza.
Necessiterebbe un diverso approccio di cultura politica e strumenti organizzativi di aggregazione e di pedagogia: è questo che manca, in definitiva.
Il tema della politica e dei soldi, così riscoperto all’improvviso, rimane un terreno decisivo per la credibilità dell’intero sistema mai così in basso come oggi nelle valutazioni dell’opinione pubblica: un tema fra l’altro affrontato in maniera decisamente improvvisata soprattutto dai sostenitori della – altrettanto mal definita – “antipolitica” impropriamente appellati come “populisti” che stanno godendo di incerte e completamente immeritate fortune elettorali.
Fonte
Il caso preso in esame è naturalmente quello, molto di moda, di Macron.
Un caso sicuramente eclatante ma sollevato senza che in questi anni ci fosse mai interrogati, rispetto alla situazione italiana, non tanto e non solo sul “caso Berlusconi”, ma anche su vicende di facile escalation nella visibilità pubblica agevolate da improvvise disponibilità di danaro utilizzato per forti campagne elettorale di vario tipo, “primarie” incluse.
Scrive Galli della Loggia, sempre alla ricerca della scoperta dell’acqua calda: “Se nei regimi democratici scompaiono i partiti organizzati (Macron, lo ricordo, non aveva inizialmente alcun partito dietro le spalle), se non ci sono o latitano le grandi associazioni sindacali e di categoria, e se non esiste il finanziamento pubblico alla politica, allora tutto il meccanismo politico – elettorale non può che essere fatalmente dominato dalla ricchezza privata. Da quella dei singoli ricchi o, più facilmente, dalla ricchezza istituzionale delle banche e dei grandi interessi finanziari in genere”.
Nella sostanza, all’interno di un quadro generale di vero e proprio “salto all’indietro” da parte dei padroni del vapore si punta, e non da oggi, ad un ritorno a quello che fu il “partito dei notabili” poi soppiantato, nella seconda metà dell’800, dal “partito di massa” sorto in seguito alla seconda rivoluzione industriale e all’entrata sulla scena della storia delle organizzazioni politiche del movimento operaio: i partiti socialisti già collegati tra loro nell’Internazionale operaia.
A prescindere dall’accenno nell’articolo di Galli della Loggia, nel “caso italiano” alla ricchezza delle banche e dei grandi interessi finanziari (un accenno da brividi) l’intervento in questione solleva il grande tema dei corpi intermedi: dai partiti, ai sindacati, ai soggetti associativi di rappresentanza.
Si tratta, a questo punto, di un tema troppo vasto da affrontare in questa sede e del resto già sviluppato in tante altre occasioni.
Interessava invece segnalare semplicemente l’improvviso risveglio d’interesse (il riferimento, però, è sempre Macron) e ricordare ancora come l’ondata di antipolitica travestita da “politica” che ha pervaso il sistema italiano ormai da oltre vent’anni abbia fatto dimenticare alcuni principi fondamentali.
La politica e i soldi, intreccio inestricabile particolarmente in un Paese come l’Italia nel quale la connessione stretta tra questione politica e questione morale rappresenta una costante si può dire “costituiva” del sistema.
Ricordiamo allora la storia dell’indennità parlamentare e del finanziamento pubblico ai partiti: una parte parziale ma non marginale della storia infinita di questo rapporto tra la politica e i soldi.
La storia dell’indennità parlamentare è questa.
Lo Statuto Albertino del 1848, in ossequio alla concezione "elitaria" della rappresentanza politica allora predominante (nell'Ottocento la selezione degli eletti e degli elettori avveniva in base al censo e all'istruzione), aveva optato per la gratuità del mandato parlamentare (art. 50: "Le funzioni di senatore e di deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità") .
La Costituzione repubblicana, in quanto espressione di una visione democratica della vita pubblica, sposa il principio opposto, ossia che l'esercizio della funzione parlamentare costituisce un doveroso costo per la collettività (art. 69: "I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge") Questo articolo non costituisce una disposizione isolata, ma fa sistema, in particolare, con l'art. 51 (accesso dei cittadini alle cariche pubbliche elettive in condizioni di eguaglianza) e con l'art. 67 (rappresentanza nazionale e divieto di mandato imperativo), giacché l'onerosità del mandato elettivo serve a garantire, in concreto, il libero funzionamento del sistema democratico.
All'art. 69 della Costituzione venne data una prima attuazione con la legge 9 agosto 1948, n. 1102, la quale strutturò l'indennità parlamentare in due voci distinte: la prima (indennità vera e propria) costituita da una quota fissa mensile di lire 65.000; la seconda da una diaria, a titolo di rimborso spese per la partecipazione alle sedute, il cui ammontare veniva demandato ad apposita deliberazione degli uffici di Presidenza delle rispettive Camere, tenendo conto della residenza o meno nella Capitale di ciascun membro del Parlamento.
Entrambi gli emolumenti erano esenti da ogni tributo.
La suddetta legge è stata abrogata dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261, tuttora vigente.
Appare quindi evidente come la scaturigine dell’istituto dell’indennità parlamentare corrisponda esattamente alla possibilità di accesso per tutti i cittadini all’elezione a deputato.
Nei primi anni del XX secolo, infatti, molti deputati socialisti usufruendo quale solo beneficio derivante dalla carica del “permanente” ferroviario dormivano sul treno Roma – Firenze e ritorno non disponendo del denaro per poter essere ospitati in una pensione.
Diversa l’origine del finanziamento pubblico ai partiti. Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge del 2 maggio 1974 n. 195 (cosiddetta legge Piccoli). Proposta da Flaminio Piccoli (DC) ma su idea iniziale del PRI di Ugo La Malfa.
La norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI.
La legge imponeva l'obbligo di presentazione di un "bilancio" da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il "Collegio di revisori ufficiali dei conti".
Infatti essa da un lato introdusse il finanziamento per i gruppi parlamentari "per l'esercizio delle loro funzioni" e per "l'attività propedeutica dei relativi partiti", obbligando il gruppo stesso a versare il 95% ai partiti, mentre dall'altro introdusse un finanziamento per l'attività "elettorale" dei partiti.
La legge disciplinava anche il finanziamento privato.
La nuova normativa nasceva a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973: il Parlamento intendeva rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi potentati economici.
A bilanciare tale previsione, s’introdusse il divieto – per i partiti – di percepire finanziamenti da strutture pubbliche e un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e d’iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori a un certo ammontare.
I buoni propositi risultarono tuttavia smentiti dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona): primi di una lunga serie che si trascina ancora ai giorni nostri estendendosi anche ai livelli locali, essendo intervenute nel frattempo norme che riguardano il finanziamento dell’attività istituzionale in particolare nelle Regioni (scandalo delle “spese pazze”).
Si può ben affermare che lo scopo istitutivo della legge non è stato assolutamente raggiunto.
L'11 giugno 1978 si tenne il referendum per l'abrogazione della legge 195/1974.
Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" (sostenuto soltanto da PLI, Partito Radicale e PdUP) raggiunse il 43,6%, pur senza avere successo.
Si trattò, in quell’occasione, del primo consistente segnale di distacco tra il sistema politico e la società italiana chiudendo una lunga fase nella quale la partecipazione politica era rimasta costantemente a livelli elevati come avevano dimostrato le percentuali dei votanti nelle occasioni delle elezioni politiche costantemente sopra il 90% degli aventi diritto fin dalla I legislatura eletta il 18 Aprile 1948.
Da allora in avanti si è verificato il crollo nella dimensione complessiva (non certo soltanto numerica) dei partiti di massa e, in risposta ai tre accadimenti storici sulla base dei quali si è verificato un riallineamento dell’intero sistema (Maastricht, Muro di Berlino, Tangentopoli con relative analisi sbagliate da parte di quello che appariva ormai l’incontrovertibile “pensiero unico dominante”) cui si è risposto semplicisticamente con la linea del sistema elettorale maggioritario intrecciato con l’emergere del partito personale e dell’individualismo portato a modello con l’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione, il collegio uninominale, il sistema elettorale maggioritario.
Tre soluzioni queste dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione, del collegio uninominale e del maggioritario (con annesse “primarie”) propedeutica del disastro che abbiamo sotto gli occhi.
L’esempio delle Regioni è il più evidente sotto questo aspetto: dall’elezione diretta dei Presidenti e dall’affidamento a questo Ente la potestà sui delicatissimi campi della sanità e del trasporto pubblico, la Regione si è trasformata in una istituzione destinata esclusivamente alla spesa con una organizzazione destinata a rappresentare costantemente per tutto l’arco della legislatura un enorme comitato elettorale per la rielezione del Presidente.
Nel frattempo i cosiddetti “costi della politica” sono conseguentemente lievitati, in coincidenza con la crescita del debito pubblico, rappresentando una delle ragioni più forti nel processo di sconquasso che ha attraversato il sistema politico italiano negli ultimi 30 anni.
Il punto vero di riflessione che può suscitare questa succinta ricostruzione storica riguarda dunque il ruolo dei partiti, la loro funzione complessiva, il loro ruolo, la formazione dei quadri dirigenti, la necessità d’intermediazione politica e sociale e soprattutto di rappresentanza.
Necessiterebbe un diverso approccio di cultura politica e strumenti organizzativi di aggregazione e di pedagogia: è questo che manca, in definitiva.
Il tema della politica e dei soldi, così riscoperto all’improvviso, rimane un terreno decisivo per la credibilità dell’intero sistema mai così in basso come oggi nelle valutazioni dell’opinione pubblica: un tema fra l’altro affrontato in maniera decisamente improvvisata soprattutto dai sostenitori della – altrettanto mal definita – “antipolitica” impropriamente appellati come “populisti” che stanno godendo di incerte e completamente immeritate fortune elettorali.
Fonte
16/12/2013
Rinforzi elettorali
di Carlo Musilli
L’Italia ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Nel 1993, con un referendum. Siccome però repetita iuvant, ci siamo concessi il bis. Stavolta abbiamo cancellato i “rimborsi elettorali”, ovvero la furbata con cui i finanziamenti erano stati reintrodotti già nel 1994, aggirando la volontà degli elettori stessi. Il provvedimento è stato varato venerdì, per decreto, dal Consiglio dei ministri.
In sostituzione dei fondi pubblici, dall’anno prossimo entrerà in funzione un nuovo sistema fondato sul contributo volontario da parte dei privati (con un tetto di 300mila euro), che andrà a regime nel 2017. Alle donazioni è collegato un sistema di detrazioni sul reddito imponibile (al 37% tra i 30 e i 20mila euro e al 26% tra i 20mila e i 70mila euro). I cittadini potranno anche destinare ai partiti il 2×1000 dell’imposta sul reddito (Ire). Il decreto prevede inoltre “l'obbligo della certificazione esterna dei bilanci dei partiti”, così da impedire che si ripetano “gli scandali degli anni scorsi”, ha precisato il premier Enrico Letta.
Domanda: perché mai è stato necessario un decreto? La Costituzione stabilisce che il Governo possa utilizzare questo strumento "in casi straordinari di necessità ed urgenza". E' difficile definire "urgente" un teatrino che dura da almeno vent’anni, ma se ignoriamo questo allegro abuso costituzionale – ormai prassi di vecchia data – scopriamo che il decreto approvato ieri ricalca quasi alla lettera il disegno di legge già approvato dal Cdm lo scorso 31 maggio. Un testo passato alla Camera, quindi impantanato in commissione al Senato.
I parlamentari, evidentemente, non erano particolarmente motivati all’idea di tagliarsi da soli i fondi, perciò l’applicazione delle misure rischiava di slittare oltre i tempi previsti. Con il decreto, il Governo obbliga deputati e senatori ad approvare il provvedimento, a meno che qualcuno non abbia il coraggio di votare contro la conversione del testo in legge.
In effetti, è proprio su questo piano che si misurano i maggiori benefici dell’abolizione del finanziamento pubblico. E’ significativa l’orgia di tweet che si è scatenata venerdì, a Cdm ancora in corso, con politici di ogni schieramento prontissimi a esultare e a intestarsi il merito di questa “promessa mantenuta”. Il tema è di quelli sensibili, perché parla alla pancia della gente. Non a caso è da sempre uno dei (pochi) vessilli elettorali sbandierati da Matteo Renzi, neoeletto segretario del Pd. Ma siamo davvero sicuri che ci sia tanto da esultare?
I soldi risparmiati dallo Stato sono certamente un aspetto apprezzabile, ma non particolarmente significativo in termini finanziari. Anche l'obbligo della certificazione esterna dei bilanci è positivo, e anzi viene da chiedersi come sia stato possibile andare avanti decenni senza che a nessuno sia venuto in mente di mettere sul tavolo un requisito minimo di trasparenza come questo. D'altra parte, il decreto consegna il destino economico dei partiti ai privati.
Per quanti militanti generosi e animati da sincera passione politica possano esistere in Italia, è evidente che non sarà il loro contributo a tenere in piedi le macchine burocratiche del potere politico. La gran parte delle risorse arriverà da aziende, consorzi, cooperative, imprenditori e consorterie varie. Quante possibilità ci sono che le loro donazioni, benché volontarie, non siano anche interessate?
Quel
tetto di 300mila euro non è affatto basso, e senz'altro non scoraggia
chi cerca la scappatoia legale per ungere il politicante di turno.
Quando parliamo di partiti non ci riferiamo soltanto a quel migliaio di
persone sedute in Parlamento, ma anche ai loro ben più numerosi colleghi
che occupano le poltrone dei consigli comunali, provinciali e
regionali. E gli scandali a ripetizione degli ultimi anni raccontano di
quali amenità siano capaci.
I finanziamenti o rimborsi elettorali sono senz'altro antipatici, ma hanno una funzione precisa: fare in modo che la sopravvivenza dei partiti non dipenda dalle tasche di chi persegue un tornaconto particolare. Il tutto con un corollario non da poco in termini di democrazia: i soldi pubblici aiutano le formazioni minori, quelle con poco appeal per gli sponsor esterni. E' ovvio che se un gruppo di cittadini qualsiasi decidesse di formare un nuovo partito contando solo sulle donazioni private avrebbe molte meno speranze di sopravvivere rispetto agli avversari.
Sulla base di questi principi, altrove il sistema dei finanziamenti pubblici funziona benissimo. In Italia no, perché davanti a una tavola imbandita molti non riescono proprio a trattenersi. Le scorribande con soldi statali dei vari Trimalcioni di provincia sono state possibili finora per la mancanza di un sistema di controllo minimamente severo ed efficace, in grado di esporre al pubblico disprezzo il primo amministratore con in mano una fattura sospetta. Se fossimo riusciti ad imporre regole rigide, certamente avremmo potuto ridurre drasticamente la spesa per i partiti, evitando al contempo di favorire il loro legame con gli interessi dei privati. Abolire in toto i finanziamenti, invece, è stato come ammettere la sconfitta.
Fonte
L’Italia ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Nel 1993, con un referendum. Siccome però repetita iuvant, ci siamo concessi il bis. Stavolta abbiamo cancellato i “rimborsi elettorali”, ovvero la furbata con cui i finanziamenti erano stati reintrodotti già nel 1994, aggirando la volontà degli elettori stessi. Il provvedimento è stato varato venerdì, per decreto, dal Consiglio dei ministri.
In sostituzione dei fondi pubblici, dall’anno prossimo entrerà in funzione un nuovo sistema fondato sul contributo volontario da parte dei privati (con un tetto di 300mila euro), che andrà a regime nel 2017. Alle donazioni è collegato un sistema di detrazioni sul reddito imponibile (al 37% tra i 30 e i 20mila euro e al 26% tra i 20mila e i 70mila euro). I cittadini potranno anche destinare ai partiti il 2×1000 dell’imposta sul reddito (Ire). Il decreto prevede inoltre “l'obbligo della certificazione esterna dei bilanci dei partiti”, così da impedire che si ripetano “gli scandali degli anni scorsi”, ha precisato il premier Enrico Letta.
Domanda: perché mai è stato necessario un decreto? La Costituzione stabilisce che il Governo possa utilizzare questo strumento "in casi straordinari di necessità ed urgenza". E' difficile definire "urgente" un teatrino che dura da almeno vent’anni, ma se ignoriamo questo allegro abuso costituzionale – ormai prassi di vecchia data – scopriamo che il decreto approvato ieri ricalca quasi alla lettera il disegno di legge già approvato dal Cdm lo scorso 31 maggio. Un testo passato alla Camera, quindi impantanato in commissione al Senato.
I parlamentari, evidentemente, non erano particolarmente motivati all’idea di tagliarsi da soli i fondi, perciò l’applicazione delle misure rischiava di slittare oltre i tempi previsti. Con il decreto, il Governo obbliga deputati e senatori ad approvare il provvedimento, a meno che qualcuno non abbia il coraggio di votare contro la conversione del testo in legge.
In effetti, è proprio su questo piano che si misurano i maggiori benefici dell’abolizione del finanziamento pubblico. E’ significativa l’orgia di tweet che si è scatenata venerdì, a Cdm ancora in corso, con politici di ogni schieramento prontissimi a esultare e a intestarsi il merito di questa “promessa mantenuta”. Il tema è di quelli sensibili, perché parla alla pancia della gente. Non a caso è da sempre uno dei (pochi) vessilli elettorali sbandierati da Matteo Renzi, neoeletto segretario del Pd. Ma siamo davvero sicuri che ci sia tanto da esultare?
I soldi risparmiati dallo Stato sono certamente un aspetto apprezzabile, ma non particolarmente significativo in termini finanziari. Anche l'obbligo della certificazione esterna dei bilanci è positivo, e anzi viene da chiedersi come sia stato possibile andare avanti decenni senza che a nessuno sia venuto in mente di mettere sul tavolo un requisito minimo di trasparenza come questo. D'altra parte, il decreto consegna il destino economico dei partiti ai privati.
Per quanti militanti generosi e animati da sincera passione politica possano esistere in Italia, è evidente che non sarà il loro contributo a tenere in piedi le macchine burocratiche del potere politico. La gran parte delle risorse arriverà da aziende, consorzi, cooperative, imprenditori e consorterie varie. Quante possibilità ci sono che le loro donazioni, benché volontarie, non siano anche interessate?
I finanziamenti o rimborsi elettorali sono senz'altro antipatici, ma hanno una funzione precisa: fare in modo che la sopravvivenza dei partiti non dipenda dalle tasche di chi persegue un tornaconto particolare. Il tutto con un corollario non da poco in termini di democrazia: i soldi pubblici aiutano le formazioni minori, quelle con poco appeal per gli sponsor esterni. E' ovvio che se un gruppo di cittadini qualsiasi decidesse di formare un nuovo partito contando solo sulle donazioni private avrebbe molte meno speranze di sopravvivere rispetto agli avversari.
Sulla base di questi principi, altrove il sistema dei finanziamenti pubblici funziona benissimo. In Italia no, perché davanti a una tavola imbandita molti non riescono proprio a trattenersi. Le scorribande con soldi statali dei vari Trimalcioni di provincia sono state possibili finora per la mancanza di un sistema di controllo minimamente severo ed efficace, in grado di esporre al pubblico disprezzo il primo amministratore con in mano una fattura sospetta. Se fossimo riusciti ad imporre regole rigide, certamente avremmo potuto ridurre drasticamente la spesa per i partiti, evitando al contempo di favorire il loro legame con gli interessi dei privati. Abolire in toto i finanziamenti, invece, è stato come ammettere la sconfitta.
Fonte
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