Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2024

L’Occidente pagherà un prezzo salato se ignorerà i paesi Brics

Gli eventi temuti, all’inizio, vengono semplicemente esorcizzati. “Sì, sta succedendo qualcosa, ma non cambierà la struttura del mondo che conosciamo...”. L’esorcismo verrà ripetuto tante più volte e con tanta più forza quanto più “noi” – gli occidentali, in questo caso, anche a prescindere dalla posizione che occupiamo nella scala sociale – percepiamo il disastro che un cambiamento radicale rappresenterebbe.

Nel confronto con il resto del mondo questa cecità collettiva ha non paradossalmente un fondamento razionale, per quanto BASATO sull’illusione: anche il più sfruttato e sottopagato dei lavoratori può pensare (“credere”, in senso religioso-disinformato) che per quanto la sua vita sia disperante è comunque migliore dei suoi “pari classe” (o pari grado) nati altrove. E come sempre questo è persino vero in alcuni casi (basti guardare buona parte dell’Africa o dell’America Latina), ma totalmente falso in innumerevoli altri (Turchia, Iran, Russia, ecc.).

Basta farsi un giro non turistico (fuori cioè dai circuiti obbligati per il “visitatore straniero pagante”) per rendersene pienamente conto. E basta parlare con “i locali”, per strada o nei parchi pubblici, per sentire la forza con cui certe popolazioni del pianeta sono arrivate a capire – e dirti in faccia – che l’Occidente non ha ormai più nulla da insegnare. Sul piano economico, certo, ma ancora meno sul piano etico e morale.

L’illusione della potenza e del benessere occidentale è insomma fuorviante, sovrastimata, figlia della propaganda e di quel tanto dei frutti di rapina internazionale che percola in briciole dai tavoli imbanditi del grande capitale occidentale fin sulle teste del “popolo”. Perdere l’egemonia sul mondo, insomma, è vissuto (raccontato) come un possibile lutto che è meglio non vivere.

La nascita e il rafforzamento dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), il loro allargamento ad una massa di economie e popolazioni dai numeri molto importanti, è esattamente il tipo di evento-processo che scalza il dominio imperialista occidentale sul mondo. E non lo fa proponendo un’alternativa di sistema, un altro “modo di produzione”, ma più modestamente proponendo un altro sistema di relazioni, sia politiche che commerciali, fondato su regole molto diverse da quelle dettate da Washington.

Anche per chi sta sperimentando forme autonome di costruzione del socialismo – certamente Venezuela, Cuba, ma anche la Cina – questa è un’opportunità di sopravvivenza e sviluppo che non potrebbe esistere in un mondo vincolato dalle regole e dagli strumenti elaborati nel corso di oltre 30 anni dal grande capitale occidentale. E le opportunità è meglio averle, piuttosto che esserne privi...

Sulla realtà, lo sviluppo, il futuro dei Brics (nel frattempo raddoppiati di numero e quindi “Plus”) se ne sentono così di ogni, a metà strada tra l’esorcismo (ormai pressoché inutile, viste le dimensioni che ha assunto il processo), lo scongiuro e la maledizione.

Più seriamente, un analista del calibro di Wolfgang Munchau – noto soprattutto come editorialista del Financial Times – fa presente che al fondo c’è una “sottovalutazione”, secondo lui fondata su due convinzioni, entrambe superate dai fatti: a) i Brics falliranno nel tentativo di creare una “moneta unica”, b) (anche perché) non sono un insieme politicamente coeso.

Le due convinzioni, aggiungiamo noi, sono in realtà figlie dello stesso errore, diventato “regola” da quando il neoliberismo ha preso il sopravvento: non c’è alternativa al capitalismo occidentale, tutti gli altri sistemi sono (sarebbero) destinati a fallire. È insomma il problema del “pensiero unico”, il cui dominio nel campo delle idee sull’economia (e quindi anche dentro l’Accademia) è stato così forte ed esclusivo da impedire finanche il sopravvivere di pensieri alternativi (se non nelle dimensioni interstiziali del pensiero economico “non ortodosso”).

Ma ogni successo eccessivo produce il suo giustiziere: non esistendo un pensiero alternativo, all’interno dei think tank occidentali, non si può neanche elaborare qualche soluzione diversa dalle “ricette” fissate come tavole della legge, ma che non funzionano più. Un ingessamento che impedisce di riconoscere i problemi imprevisti e di farvi fronte in modo efficace.

Non a caso, quando qualche anno fa la deflazione si è fatta cronica, le politiche monetarie adottate dalla Bce di Draghi furono così “non convenzionali” (azzeramento dei tassi di interesse) da essere contrastate dall'“egemone” nell’Unione Europea (ossia la Germania, con al seguito il cagnolino olandese). Ed è certamente in azione l’ironia della Storia se uno dei più fedeli sostenitori del neoliberismo imperialista occidentalocentrico – Mario Draghi – sia apparso per qualche tempo come un “non ortodosso” intento a produrre decisioni temporaneamente efficaci (oggi ha riscoperto l’intervento statale, ma in chiave militare...).

Alla debolezza teorica del “pensiero unico” si contrappone però la forza e la dimensione degli interessi del resto del mondo. Forza che oltre a produrre merci, relazioni, sistemi, elabora anche nuove regole interstatuali che partono dalle diversità esistenti e non pretendono di cancellarle.

Come giustamente nota Munchau, proprio l’esperienza negativa dell’Unione Europea ha convinto i Brics a non voler costruire una “moneta unica”, mentre l’attenzione si è concentrata sui sistemi di pagamento internazionali, in modo da evitare il dominio del dollaro (e le sue svalutazioni/rivalutazioni, spesso politicamente orientate e comunque devastanti per le economie “emergenti”).

Le tecnologie stanno in questo caso dando una possibilità che prima non esisteva, con le blockchain elaborate per le cryptomonete. Ed è quasi stupefacente che una innovazione nata tutta dentro il sistema occidentale (le crypto, appunto) sia stata compresa, elaborata e fatta propria quasi soltanto da chi era fuori di quel sistema. Mentre chi ragionava e ragiona con le premesse del “pensiero unico” semplicemente le scotomizzava o riduceva a fenomeno speculativo, “furbo” ma troppo volatile per esser davvero utile.

I buoi intanto sono usciti dalla stalla, e pesano per metà dell’umanità. Mentre l’Occidente – economicamente e demograficamente in calo – ancora si guarda nello specchio della gloria passata.

Buona lettura.

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Se il blocco globale riuscirà a liberarsi con successo dal dollaro USA, entreremo in un nuovo ordine globale.

La ragione principale della nostra complicatissima strategia per l’Ucraina è che abbiamo sottovalutato la Russia. Abbiamo sottovalutato la sua resilienza, le dimensioni e la forza della sua economia e le alleanze che è stata in grado di costruire.

Di questi ultimi, il più importante è stato il Brics+. L’acronimo sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il “più” sta per i nuovi membri: Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita aderirà presto. Anche molti altri paesi sono semi-entrati nel gruppo.

Insieme, i Brics+ rappresentano il 35,4% dell’economia mondiale. I paesi industrializzati avanzati del G7 rappresentano il 29,6 per cento. Il divario è ancora più ampio se si considerano le rispettive quote della popolazione globale. I Brics+ hanno quasi il 45 per cento, mentre il G7 ha il 10 per cento.

Quindi, cosa ci rende così sicuri di poter vincere questa guerra fredda del 21° secolo quando loro sono più grandi di noi e, collettivamente, anche più ricchi?

Gli economisti e gli strateghi politici occidentali si aggrappano a un’idea: che il dollaro domini il commercio mondiale. Questo è il modo in cui gli Stati Uniti possono imporre la loro volontà agli altri. Il dominio del dollaro dà all’amministrazione statunitense il privilegio di sanzionare i paesi attraverso il sistema finanziario. Praticamente tutte le banche in Occidente dipendono dai mercati del dollaro, in una forma o nell’altra.

Sento spesso argomentare boutade secondo cui non dobbiamo preoccuparci dei Brics+ perché non creeranno una moneta comune che potrebbe sfidare il dollaro.

Questa affermazione rientra nella categoria sia del vero che dell’inutile.

Il Brics+ non creerà una moneta unica. L’UE è un monito su come una moneta comune possa finire per aumentare le divisioni politiche tra i suoi membri. Il Brics+ è alla ricerca di qualcos’altro: un’infrastruttura che consenta ai suoi membri di instradare i flussi finanziari tra loro senza entrare nell’universo del dollaro in nessun momento.

I cosiddetti Brics Pay sono stati una grande star al loro vertice alla fine di ottobre a Kazan, nel sud della Russia. Brics Pay è un sistema di pagamento basato su blockchain che utilizza la stessa tecnologia di base di Bitcoin e altre criptovalute.

I sistemi di pagamento sono cose di cui normalmente non si legge nelle riviste, per una buona ragione. Fanno parte dell’impianto idraulico dei sistemi finanziari globali. Normalmente, sono molto noiosi. Ma nel mondo di oggi, sono emersi come uno strumento geopolitico fondamentale, perché consentono ai paesi di difendersi dalle sanzioni occidentali.

I Brics+ rappresentano circa il 35-40% del commercio globale, eppure questi paesi sono alla mercé degli Stati Uniti perché la maggior parte del loro commercio è in dollari. Questo vale anche per i flussi commerciali all’interno della regione Brics+.

L’economista francese Jacques Sapir ha sostenuto che i Brics+ sono sulla buona strada per spostare fino all’80% di quella parte del commercio dal dollaro USA, utilizzando i Brics Pay, entro i prossimi cinque anni. Ciò avrà un enorme impatto sull’equilibrio del potere finanziario globale.

Circa il 60% delle riserve estere globali è attualmente detenuto in dollari. Con il nuovo sistema di pagamento, il Brics+ potrebbe essere sulla buona strada per superare il dollaro entro cinque anni, ha calcolato Sapir.

Sono più cauto riguardo a tali proiezioni, ma lui ha ragione sulla tendenza. Il Brics+ non ha bisogno di una moneta unica per rendersi indipendente dal dollaro USA. Tutto ciò di cui ha bisogno è la tecnologia del 21° secolo.

L’autocompiacimento occidentale si basa sull’osservazione che il mondo ha sempre avuto una sola moneta dominante. Questa era la sterlina fino alla metà degli anni ’20 del '900, e da allora è stata il dollaro. Il dominio di una moneta unica ha un effetto di rete in cui il vincitore prende tutto. Ma la blockchain cambia i calcoli.

Un modo per pensare a questa tecnologia è come un libro mastro sicuro che tiene traccia dei pagamenti. Ma è open source. La blockchain non è solo la spina dorsale delle criptovalute. Può anche eseguire pagamenti tra banche e banche centrali.

I macroeconomisti, in particolare quelli che consigliano i governi, hanno enormemente sottovalutato l’impatto della blockchain e delle criptovalute. E molti lo fanno ancora. Sottovalutano anche l’impatto di Brics Pay. Non hanno visto che questa tecnologia consente ai paesi di svezzarsi dalla loro dipendenza dagli Stati Uniti.

L’attaccamento luddista unito alla convinzione delirante che l’Occidente sia invidiato dal mondo, sono le ragioni principali per cui continuiamo a sottovalutare i nostri avversari. È per questo che l’Ucraina rischia di perdere la guerra.

Un’altra boutade è l’osservazione che il Brics+ non è politicamente coeso come l’Occidente. Anche questo è allo stesso tempo vero e fuorviante.

Gli Stati membri non hanno bisogno dello stesso grado di integrazione politica che abbiamo nel G7, nella Nato o nell’UE. A differenza della Cina e della Russia, l’India e il Brasile non sono interessati a un confronto con gli Stati Uniti. Vogliono commerciare con tutti e non diventare parte di un blocco. Russia, Corea del Nord e Iran si sono avvicinati. Il presidente cinese di Xi Jinping ha stretto un’alleanza strategica con Vladimir Putin, ma mantiene le distanze.

Brics+ è un gruppo eterogeneo, ma la sua forza deriva dall’attenzione alle poche cose che queste nazioni hanno in comune. Il più importante è il loro desiderio di ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti.

Non si tratta delle elezioni americane. Le politiche commerciali e sanzionatorie americane si sono evolute nel corso di diverse amministrazioni. Gli Stati Uniti stanno diventando meno disposti ad assorbire le eccedenze commerciali globali e a sovvenzionare la difesa dell’Europa. Né Donald Trump né Kamala Harris hanno una strategia, e nemmeno un’ambizione, per tenere a freno le ambizioni geopolitiche dei Brics+. Il disaccoppiamento globale è il mega-trend del nostro secolo e Brics+ sarà la seconda tappa del nuovo ordine globale bipolare.

Fonte

25/05/2020

Cosa c’è dietro gli strilli sul “pericolo cinese”

Nel giorno in cui la Cina denuncia il “clima da guerra fredda” creato dagli Usa nei rapporti reciproci, uno degli editorialisti di punta del Financial Times – Wolfgang Munchau – chiarisce, forse involontariamente, il substrato del conflitto che oppone anche l’Unione Europea a Pechino.

Non c’entra naturalmente nulla l’ideologia, e Munchau se ne dispiace (“La repressione di Pechino a Hong Kong e il ruolo del governo cinese nel reprimere il libero flusso di informazioni su Covid-19 sembrano aver avuto un ben piccolo effetto sull’opinione pubblica in Europa”), mentre contano moltissimo gli investimenti che la Cina offre a un Vecchio Continente stremato da un decennio di austerità mercantilista (bassi salari e freno a mano tirato sulla spesa degli Stati per favorire le esportazioni).

Tutto si gioca infatti sul potere attrattivo che hanno le proposte di business di lungo periodo, fondate o meno sull’approccio “win-win” oppure sulle più classiche acquisizioni, in un contesto asfissiato dai “rigoristi”.

I quali poi, a cominciare dai tedeschi, si erano silenziosamente messi in pole position rispetto ai rapporti commerciali con Pechino. Insomma, predicavano austerità e “patriottismo euro-atlantico” nel mentre siglavano accordi “nazionalistici” con la Cina.

Il problema è venuto fuori non solo in seguito alle pressioni di Trump sulla questione del 5G e di Huawei, ma soprattutto quando l’Italia ha firmato (primo Paese europeo a farlo) il memorandum preliminare per l’adesione al progetto della Via della Seta.

La successiva offerta cinese di investimenti sul porto di Trieste ha convinto gli “europeisti” che ben presto buona parte del loro “parco giochi” (i Paesi dell’Est) avrebbe cominciato a subire lo stesso fascino. Di qui la decisione di “proteggere” alcuni settori considerati strategici, anche a costo di autorizzare ingressi dello Stato (tedesco, naturalmente) nell’azionariato di alcune aziende.

Proprio mentre la stessa operazione restava vietata a qualsiasi partner continentale. Italia in primo luogo.

Poi è arrivata la pandemia a rompere gli schemi, a rendere impossibile il ricatto stretto sul rispetto del “patto di stabilità”, annessi e connessi... A questo punto non si può più fare semplicemente appello a “regole” oscure per tutti i non addetti ai lavori (il mezzo miliardo di cittadini europei, di fatto) e si è costretti a nominare “i nemici”, mettere in chiaro le ragioni per cui si fanno o non si fanno accordi o alleanze, ecc.

Leggendo attentamente, viene fuori che tipo di “comunità” sia stata costruita in Europa. Niente a che vedere con la pretesa “casa comune”, molto da spartire con le risse tra spacciatori per il controllo del territorio...

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La Cina gioca i paesi dell’UE l’uno contro l’altro

L’inclinazione dell’Italia verso l’euroscetticismo in piena regola minaccia la stabilità del blocco

Wolfgang Münchau

Come sapremo se l’Europa avrà successo o fallirà? La discussione nell’UE in questo momento si concentra fortemente sulla macroeconomia. Ma sospetto che il test finale sarà la capacità dell’UE di sviluppare una posizione comune sulla Cina.

I due temi sono collegati. La Cina ha dimostrato una notevole abilità nel contrastare gli Stati membri dell’UE, ad esempio nella corsa allo sviluppo di reti mobili 5G. Ma questo è solo l’inizio. La Cina è sulla buona strada per emergere come il potere esterno più influente per l’UE.

La China Belt and Road Initiative, un progetto di investimenti infrastrutturali a lungo termine che attraversa il continente eurasiatico, è al centro della strategia industriale globale della Cina. I governi dell’UE lo comprendono bene.

La proposta franco-tedesca per il fondo di risanamento del coronavirus da 500 miliardi di euro include una domanda specifica per una politica industriale che protegga l’Europa dagli investimenti di paesi terzi in settori strategici.

Tuttavia, una tale strategia creerebbe problemi per l’Italia, il probabile principale beneficiario dei futuri investimenti cinesi in Europa.

L’Italia è diventata firmataria ufficiale del piano per la Belt and Road a marzo 2019, l’unico grande paese dell’UE a farlo. I successivi leader italiani hanno alimentato strette relazioni bilaterali con le loro controparti cinesi.

Tra i paesi dell’UE esistenti, l’Italia ha anche attirato la seconda più grande quota di investimenti esteri diretti cinesi dal 2000. La Germania è stata la destinazione preferita dalla Cina per gli investimenti interni nell’UE in quel periodo, dopo il Regno Unito.

Ma il governo tedesco ha iniziato a imporre restrizioni sulle acquisizioni rendendo possibile per lo Stato l’assunzione di quote nelle società high-tech che vuole proteggere. Ciò è stato innescato dall’acquisizione cinese nel 2016 del principale gruppo tedesco di robotica, Kuka.

Le case automobilistiche tedesche stavano ancora sviluppando motori diesel quando la Cina ha investito strategicamente in batterie per auto elettriche. I tedeschi possono avere una reputazione per investimenti a lungo termine, ma la Cina gioca in una campionato diverso.

L’Italia è ben posizionata per beneficiare della paura franco-tedesca della fuga di cervelli tecnologici. L’Italia aveva perso affari con la Cina durante i primi anni del millennio, ma in questi giorni ha più da guadagnare che da temere da quel paese.

Tuttavia, ciò dipende in modo critico dal fatto che il governo italiano corteggi attivamente la Cina o che sia in linea con le politiche di Francia e Germania. Pechino ha promesso investimenti nel porto di Trieste sulla costa adriatica italiana, ma questo non è un affare.

L’Italia è in competizione con località alternative in Croazia e Slovenia. Trieste ebbe il suo apogeo durante l’impero asburgico. Un effetto indiretto della Belt and Road sarà di spostare il centro di gravità politica dell’Europa verso est.

Nel frattempo, un sondaggio italiano vede la Cina come il paese straniero più amichevole, seguito dalla Russia. La Germania è considerata la potenza straniera meno amica, seguita dalla Francia. Un altro sondaggio afferma che il 44% degli italiani preferisce rimanere nell’UE contro il 42% che vuole andarsene. Due anni fa, quella relazione era del 65% contro il 26% a favore della permanenza.

Forse è stata la mancanza di solidarietà dell’UE con l’Italia nella prima fase della crisi di Covid-19 che ha portato allo scoperto l’euroscetticismo latente. Ad ogni modo, queste sono cifre profondamente allarmanti. Vent’anni di appartenenza alla zona euro hanno portato gli italiani a un punto in cui considerano la Cina come il loro partner strategico più importante.

Questo è assurdo su tanti livelli, ma è anche un sorprendente fallimento dell’UE nel lasciare che questo potesse accadere. L’UE spera che il recovery fund possa fare qualcosa per affrontare la tendenza italiana verso l’euroscetticismo in piena regola.

Alcuni hanno celebrato il “momento hamiltoniano” in Europa quando il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno presentato il loro accordo per il recovery fund.

Un calcolo retroattivo dell’effetto fiscale netto per l’Italia dirà che è improbabile che superi l’1,5% del prodotto interno lordo, nel migliore scenario. Non sono sicuro che basterà a convincere l’Italia a smettere di rompere i ranghi europei nei rapporti con la Cina.

Anche in Germania, la reputazione della Cina sta aumentando. Un recente sondaggio ha rilevato che il numero di tedeschi che cercano relazioni più strette con la Cina è del 36%, contro il 37% che favorisce gli Stati Uniti. Questo divario era molto più ampio.

Tra i giovani tedeschi, la Cina sopravanza gli Stati Uniti con un ampio margine. La repressione di Pechino a Hong Kong e il ruolo del governo cinese nel reprimere il libero flusso di informazioni su Covid-19 sembrano aver avuto un ben piccolo effetto sull’opinione pubblica in Europa.

Il rischio per l’UE non è la totale disintegrazione, ma una progressiva perdita di coesione. Il danno arrecato al blocco attraverso la Brexit non sarà nulla in confronto al danno che l’Italia e altri paesi potrebbero scatenare aprendosi alla Cina.

Fonte

29/03/2017

Come non uscire dall'Euro, versione 5 stelle

Il noto editorialista del Financial Times  Wolfgang Munchau, sul  think tank da lui diretto Eurointelligence,  fa a pezzi l’ipotesi che l’Italia possa uscire dall’euro attraverso un referendum e descrive Luigi Di Maio come un giovane politico del tutto impreparato agli scenari di un’Italexit, la scelta più importante per il paese dalla firma dei Trattati di Roma sessant’anni fa. “Si può facilmente pensare a tutta una serie di scenari, inclusi quello dell’uscita, per l’Italia. Ma c’è uno scenario che possiamo escludere con assoluta certezza: l’uscita dall’euro attraverso un referendum”. Di Maio farebbe bene a prepararsi, e prepararsi bene, o farà la fine di Tsipras.

di Wolfgang Munchau, 24 marzo 2017

L’unica lezione veramente importante che possiamo trarre dall’episodio di Varoufakis nel 2015 è che, se si vuole lasciare l’euro, si deve essere preparati – sia politicamente che dal punto di vista logistico. Lasciare l’euro non è un semplice punto di programma in una piattaforma politica, un qualcosa di cui parlare con nonchalance in una tavola rotonda o su cui tenere un referendum. È una questione più grossa della stessa Brexit. L’uscita da una moneta unica non può mai essere un processo ordinato, ovunque e in qualsiasi circostanza.

Nel leggere questo resoconto di Gavin Jones su Reuters a proposito della conferenza stampa di Luigi Di Maio, ci ha colpito il fatto che il Vice Presidente della Camera dei deputati, l’uomo che ha le maggiori probabilità di diventare Primo Ministro italiano nel caso le tendenze attuali dovessero persistere, si sta preparando a un fallimento monumentale. Di Maio, 30 anni, è un giovane uomo senza nessuna esperienza di crisi valutarie. Il modo in cui prefigura l’uscita dall’euro è incredibilmente ingenuo – attraverso un ordinato iter legislativo. In una conferenza stampa ha dichiarato che l’uscita dall’euro non è una priorità assoluta per il suo partito. E’ un po’ come dire che si sta progettando di lanciare una guerra nucleare, è vero, solo che non è in cima all’agenda. Ha detto:
“Non è vero che il Movimento Cinque Stelle vuole portare l’Italia fuori dall’euro… vogliamo che siano gli italiani a decidere.”
Ha detto che il referendum dovrebbe essere preceduto da un iter legislativo che prepari il terreno. E potrebbero anche non tenerlo, se le istituzioni europee si dimostrano assennate. L’ha messa così, senza entrare nei dettagli di cosa intende. Lo interpretiamo come voler tenere una porta aperta alla decisione di rimanere nella zona euro. Ma, purtroppo, in pratica non è così che funzionerà.

Il futuro di lungo periodo dell’Italia nell’euro è davvero incerto, e si può facilmente pensare a tutta una serie di scenari, inclusi gli scenari di uscita. Ma c’è uno scenario che possiamo escludere con assoluta certezza: l’uscita dall’euro attraverso un referendum.

Se i Cinque Stelle vincono, il che è possibile, ci vorranno dai 2 ai 5 secondi dal primo exit poll perché i tassi di interesse italiani si impennino fino a livelli di crisi, o anche oltre, perché gli investitori dovranno scontare nel prezzo la probabilità non trascurabile di un default, dato che i referendum sono intrinsecamente imprevedibili. Nel momento in cui diventa Primo Ministro, Di Maio si troverà a gestire una crisi finanziaria.

Non possiamo escludere un’uscita dell’Italia dall’euro a seguito di una situazione di panico nei mercati. Né si può escludere lo scenario di un governo italiano che tira fuori un piano, a lungo preparato, per introdurre una moneta parallela, con chiusura delle banche durante un lungo week-end. Ma possiamo escludere un processo ordinato grazie al quale l’Italia cambia la sua Costituzione, e quindi consente di procedere a un referendum sull’euro. Non ci si arriverà mai. Gli eventi precipiteranno ben prima.

Una ragione per cui siamo così certi di questo è che la Banca centrale europea, che ha la capacità definitiva di mettere a tappeto qualsiasi attacco dei mercati alla zona euro, non sarà disposta o non potrà aiutare un governo che non si considera vincolato all’euro. Non potrebbe dare avvio al programma OMT per sostenere un governo non conforme.

Una più probabile sequenza politica di eventi è quella che chiamiamo lo scenario Huey Long, dal nome del governatore della Louisiana che, a quanto si dice, la notte delle elezioni dichiarò ad un suo assistente la sua intenzione di non mantenere la promessa di tagliare le tasse: “Dite loro che ho mentito“. Di Maio o dovrà fare come Huey Long, o dovrà preparare una legislazione di emergenza per uscire dall’euro.

In ogni caso, ciò che risulta molto chiaro dall’intervista è che questo giovane uomo è del tutto impreparato. Lasciare l’euro sarebbe la più importante decisione per l’Italia dalla firma del Trattato di Roma, sessant’anni fa. Sarebbe meglio essere pronti. Non è certo un punto secondario nella lista della cose da fare.

07/02/2017

W. Münchau sul FT: Sulla Germania e l’Euro ha Ragione Peter Navarro

Nel suo editoriale sul Financial Times, il tedesco Wolfgang Münchau di fatto dà ragione all’amministrazione Trump che considera la Germania come un paese manipolatore di valuta, a causa di un euro troppo svalutato (per l’economia tedesca) e del surplus commerciale più alto al mondo. Secondo Münchau stando dentro l’euro la situazione è insanabile, perché i maggiori partiti tedeschi – che governano ora e governeranno quasi certamente anche dopo le elezioni di settembre – si sono compromessi con l’ideologia dell’austerità a tal punto che ora è per loro politicamente impossibile cambiare direzione.

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di Wolfgang Münchau, 05 febbraio 2017

La Germania è una paese manipolatore di valuta? La risposta dipende dalla definizione che si dà. In ogni caso, però, non ci dovremmo fingere sorpresi o indignati se a un certo punto qualcuno si lamenta degli ampi e persistenti squilibri della Germania. Lo scorso anno il surplus tedesco delle partite correnti è arrivato al 9 percento del prodotto interno lordo, ed è il più ampio al mondo in termini assoluti.

Perché la Germania sta accumulando un surplus così ampio? La risposta superficiale è che non ha più una propria valuta, e con essa non ha più un tasso di cambio nominale che possa oscillare. Questo però non coglie le dinamiche sottostanti. Durante la crisi dell’eurozona la Germania ha insistito a imporre l’austerità fiscale all’intero blocco dell’eurozona. Ha imposto anche a se stessa la regola del pareggio di bilancio in Costituzione. Questo impedisce al settore pubblico tedesco di andare in deficit in misura tale da poter compensare il surplus del settore privato. La radice del surplus strutturale della Germania sta in una combinazione di rigide regole fiscali e di una moneta resa debole dalle misure che si sono rese necessarie per far fronte alle conseguenze di una gestione incompetente della crisi dell’eurozona.

Quando Peter Navarro, capo del Consiglio Nazionale per il Commercio dell’amministrazione Trump, parla di un “marco tedesco mascherato ... che è fortemente svalutato”, ha ragione. Ha ragione anche quando dice che “lo squilibrio strutturale del commercio tedesco rispetto al resto dell’UE e rispetto agli Stati Uniti mette in luce l’eterogeneità economica all’interno della UE”.

Dall’inizio del 2013 ad oggi il tasso di cambio reale effettivo del dollaro rispetto a un ampio paniere di monete estere è salito del 24 percento. Questo è dovuto prevalentemente agli ampi aggiustamenti rispetto allo yen e all’euro. Ciò significa che la Germania e il Giappone sono paesi manipolatori di valuta? Secondo la definizione strettamente statunitense la risposta è “quasi ma non del tutto”. I criteri definiti dall’amministrazione Obama per classificare un paese come manipolatore di valuta sono i seguenti: che il paese sia un importante partner commerciale degli USA, con un volume di commercio superiore a 55 miliardi di dollari all’anno; che il paese accumuli un ampio surplus commerciale rispetto agli USA, ovvero oltre 20 miliardi di dollari all’anno; che il paese abbia complessivamente un ampio surplus delle partite correnti, ovvero almeno il 3 percento del suo PIL; infine, che il paese intervenga ripetutamente e unilateralmente sul mercato internazionale dei cambi.

La Germania soddisfa tranquillamente i primi tre criteri, ma non il quarto. Dato che la Germania non ha una propria moneta, si potrebbe dire che il quarto criterio non le possa essere applicato. Tuttavia, sebbene la Germania non stia manipolando il tasso di cambio nominale dell’euro tramite interventi sui mercati valutari, sta in effetti manipolando il tasso di cambio reale. Pensate al tasso di cambio reale dell’euro rispetto al dollaro come fosse la relazione tra il costo di un Airbus 380 europeo e un Boeing 747 americano. La Germania ha depresso i salari reali dei propri lavoratori e ha promosso nell’intera eurozona una combinazione di politiche economiche che hanno portato a un euro più debole. In altre parole, ha manipolato alcune delle variabili economiche che hanno reso l’Airbus 380 meno costoso del Boeing 747.

Quindi, affinché la Germania possa essere considerata come un paese manipolatore della valuta secondo la lista dei criteri americani, è sufficiente spostare l’accento dal tasso di cambio nominale a quello reale. I funzionari e gli economisti tedeschi hanno sempre scrollato le spalle di fronte a critiche di questo tipo. La stessa Commissione europea invia alla Germania ogni anno simili ammonimenti. E ogni anno la Germania li ignora. La narrazione dei tedeschi è che il surplus delle partite correnti è segno di forza economica, oppure segno di debolezza degli altri, e che il governo non ha comunque gli strumenti politici per far diminuire il surplus, a causa degli obblighi imposti dalle politiche fiscali.

Alcuni economisti tedeschi, come Marcel Fratzscher del DIW Institute di Berlino, o Jeromin Zettelmeyer del Peterson Institute of International Economics, continuano a ripetere che la Germania dovrebbe fare maggiori investimenti. Ciò ridurrebbe l’attuale surplus delle partite correnti. Questo è vero, ma trascura i vincoli politici.

Data la posizione dogmatica sulla necessità del surplus fiscale assunta dal partito dei Cristiano-democratici attualmente al governo, ciò significa che per avere un minore surplus delle partite correnti non basta che Angela Merkel perda le prossime elezioni di settembre; è anche necessario che il suo partito non sia più nella coalizione di governo.

In altre parole, la soluzione richiederebbe o un governo di estrema sinistra, una coalizione di SPD, Verdi e Linke, o una maggioranza assoluta del partito anti-euro Alternativa per la Germania. Tanti auguri. (E comunque, non bisogna dimenticarsi che anche la SPD ha sostenuto il pareggio di bilancio in Costituzione). Chiedere maggiori investimenti ora, con il clima politico attuale, è quasi altrettanto realistico che chiedere alla fatina del dentino di prendere tutte le monetine del surplus tedesco e redistribuirle tra tutti quelli che ne hanno bisogno in eurozona.

Nel mondo reale, invece, il surplus delle partite correnti continuerà, e le critiche degli USA si faranno sempre più forti. A differenza della Commissione europea, però, gli USA hanno un certo potere.

Fonte

15/12/2016

“L’Italia è una minaccia per l’euro”. L’allarme del Financial Times

Alla vigilia del referendum sulla controriforma costituzionale del 4 dicembre, il Financial Times aveva già suonato l'allarme sul fatto che in Italia una eventuale sconfitta del Si avrebbe messo a rischio l’Eurozona. Alla luce della schiacciante vittoria del No, il quotidiano della finanza internazionale, è tornato alla carica con un editoriale di Wolfgang Munchau secondo cui “L’Italia ora rappresenta una minaccia enorme per l’euro e l’Ue”.

Secondo l’editoriale di Munchau, l’Eurozona non può resistere così come stanno le cose, neanche con l’Italia al suo interno. Si starebbe pertanto avvicinando l’appuntamento con il confronto frontale tra Germania e Italia sul futuro del progetto della moneta unica. Prima o poi, stando al trend politico emerso anche nel referendum costituzionale, l’Italia sarà guidata da un partito contrario alla moneta unica, e secondo l’editorialista allora ci sarà il vero e proprio ‘redde rationem’ con la Germania.

Secondo il Financial Times, per garantire la sostenibilità a lungo termine dell’Eurozona, ad oggi ci sono cinque strade percorribili, ma degli scenari sembrano praticabili solo i seguenti:

-) il primo scenario vede un accordo fra Italia e Germania: l’Italia dovrebbe avviare le riforme economiche necessarie per “ripulire il sistema giudiziario e la pubblica amministrazione”, entrambe misure già promesse dal nuovo primo ministro Gentiloni nel discorso di fiducia alla Camera. In questo scenario al governo italiano dovrà tuttavia anche essere data la possibilità di tagliare le tasse e investire nelle infrastrutture e tecnologie volte a migliorare la produttività. La Germania, da parte sua, dovrebbe impegnarsi ad assicurare un deficit fiscale più alto.

-) Nel secondo scenario, gli Stati del nucleo centrale dell'Unione Europea (i cosiddetti virtuosi, ndr) dovrebbero piegarsi e accettare di avviare un meccanismo di ridistribuzione fiscale per favorire i paesi euromediterranei, riducendo gli effetti degli squilibri di competitività interni alla regione. La Germania è contraria, la Francia favorevole.

-) un'altro scenario è quello secondo cui l’Ue crea una sorta di autorità politica con poteri fiscali, trasferendo quindi con un sistema ‘sociale’ il reddito da chi ha di più a chi ha di meno.

Il governo italiano potrebbe anche continuare a sostenere la permanenza nell’area euro all’infinito (ma secondo Munchau il Pd è rimasto l’unico partito italiano pro-euro).

Un’ultima possibilità è che la Bce trovi un modo per finanziare il debito privato e pubblico italiano a tempo indeterminato.

Basterebbe che si verificasse una sola di queste cinque condizioni per mantenere l’Italia nell’area euro. Il problema è che “ognuna di queste è estremamente improbabile. E non me ne viene in mente una sesta”, scrive Munchau nell’editoriale.

Per il Financial Times il prossimo Presidente del Consiglio che uscirà dalle elezioni italiane del 2018, o forse dal voto anticipato del 2017, dovrà spiegare alla Germania – che con ogni probabilità vedrà ancora Angela Merkel alla leadership – che la scelta di Berlino non è tra un’unione politica in Europa o un’Europa senza unione politica, bensì tra un’unione politica in Europa oppure l’uscita dell’Italia dall’Eurozona (e quindi dall’Ue). Vista l’interconnessione dei sistemi bancari e finanziari, un evento choc del genere (battezzato Italexit) “porterebbe al maggiore default della storia“. Uno scenario che, secondo diversi osservatori, la Germania non permetterebbe mai. “Il sistema bancario tedesco correrebbe il pericolo di fare crak e la prima economia d’Europa perderebbe tutta la competitività guadagnata negli ultimi 15 anni”.

In pratica quell'enorme surplus accumulato sulle spalle e sulla pelle delle popolazioni dei paesi euromediterranei, quei paesi Pigs usciti devastati dal rapporto tra costi sociali e benefici pagati o ottenuti dall'ingresso nell'Eurozona.

Fonte

13/12/2016

W. Münchau: L’Italia rappresenta un’enorme minaccia per l’Euro e la UE

Il consueto editoriale di Münchau sul Financial Times si concentra sulle implicazioni del NO alla riforma costituzionale. Le sue preoccupazioni, al di là del breve termine, sono per la sopravvivenza dell’euro, che vede legata al verificarsi di condizioni estremamente improbabili allo stato attuale. La sua speranza, in conclusione, è che il nuovo premier italiano trovi il coraggio di una svolta necessaria: affrontare il governo tedesco per costringerlo a un’unione fiscale e politica. L’alternativa è un’uscita dall’euro.

*****

di Wolfgang Münchau, 12 dicembre 2016

La tragedia del 2016 è stata la cronica incapacità di distinguere tra ciò che è desiderabile e ciò che è probabile. Le pie illusioni stanno diventando una minaccia per la sopravvivenza del liberalismo stesso.

Questa tendenza è particolarmente evidente nella discussione che riguarda il futuro dell’Italia nell’eurozona. Coloro che tendono all’autocompiacimento dicono che l’Italia è sempre brava a cavarsela in qualche modo, che l’establishment troverà il modo di aggiustare il sistema elettorale al fine di prevenire la vittoria di un partito estremista. In ogni caso la costituzione italiana non consente un referendum sull’uscita dall’euro. Dunque questa eventualità non può accadere.

Ma davvero? Io non credo. Iniziamo con la divergenza nella performance economica tra Italia e Germania. Un metro di misura sono gli squilibri nel Target 2, il sistema di pagamenti dell’eurozona. Alla fine di novembre il livello di squilibrio ha raggiunto il punto più elevato dalla crisi dell’eurozona del 2012. Il surplus della Germania ammontava a 754 miliardi di euro, per contro l’Italia era in deficit per 359 miliardi di euro. Una parte dello squilibrio è legata al programma di quantitative easing della Banca Centrale Europea, e dunque è innocua. Ma il grosso dello squilibrio è dovuto a ciò che potrebbe essere descritto come una silenziosa corsa agli sportelli.

L’insostenibilità non implica necessariamente un’uscita. In teoria è possibile che la politica prevalga anche in maniera permanente sulle necessità economiche. Oppure è possibile che l’insostenibile venga ad un certo punto reso sostenibile. Affinché ciò avvenga, deve verificarsi almeno una di cinque condizioni.

La prima è che l’Italia e la Germania possano convergere. A tale scopo l’Italia dovrebbe intraprendere delle riforme economiche per riordinare il sistema giudiziario e la pubblica amministrazione, tagliare le tasse e investire in tecnologie che aumentino la produttività. La Germania dal canto suo dovrebbe impegnarsi in un maggiore deficit fiscale. Seconda opzione, i paesi dell’Europa del nord dovrebbero accettare di effettuare ampi trasferimenti fiscali verso il sud. Terzo, la UE potrebbe creare un’autorità politica federale che abbia il potere di raccogliere tasse e trasferire risorse dai redditi più alti verso quelli più bassi. Quarto, la BCE potrebbe trovare un modo per rinnovare all’infinito il debito italiano sia privato che pubblico. Quinto, il governo italiano potrebbe continuare a sostenere l’appartenenza all’eurozona all’infinito.

Anche una sola di queste cinque condizioni potrebbe essere sufficiente affinché l'Italia resti membro della zona euro. Il problema è che ciascuna di queste prese singolarmente è estremamente improbabile. Non riuscirei a pensarne una sesta.

Le riforme economiche di Matteo Renzi sono state insignificanti, a parte una piccola riforma del lavoro. L’ex primo ministro italiano ha scelto di concentrarsi invece sulle riforme politiche, e ha perso in un referendum in cui il NO ha prevalso per il 60 percento. Dopo il suo fallimento non è in vista alcun altro governo riformista.

La scelta di Paolo Gentiloni come sostituto di Matteo Renzi non è destinata a cambiare questo stato di cose. Il suo governo, dopotutto, ha un mandato molto limitato. D’altra parte non riesco nemmeno a immaginare che la Germania salvi l’eurozona – né prima né dopo le elezioni politiche del prossimo anno. La costituzione del paese impone un bilancio in pareggio. Nessun altro paese dell’Europa del nord è disponibile ad accettare ampi trasferimenti fiscali, figurarsi una unione politica.

E che dire della BCE? La scorsa settimana ha esteso il quantitative easing a tutto il 2017. Il programma ha aiutato l’Italia, ma non è sufficiente per rinnovare il debito del paese all’infinito, specialmente a causa dell’esiguità dei programmi per affrontare l’ampio debito pubblico totale.

Ed eccoci dunque giunti alla politica italiana. Dei tre grandi partiti, solo il centro-sinistra del Partito Democratico (PD), il partito di Renzi, è pro-euro. Teoricamente c’è la possibilità che il PD si riprenda e vinca le prossime elezioni. Non sono certo che ciò avvenga ma sono sicuro che il PD non resterà comunque per sempre al potere.

Un giorno l’Italia sarà guidata da un partito favorevole all’uscita dall’euro. Quando questo avverrà, l’uscita dall’euro diventerà una profezia che si autoavvera. Ci sarà una corsa agli sportelli in Italia e una svendita dei titoli pubblici.

Il destino dell’Italia nell’eurozona e la possibilità di una presidenza di Marine Le Pen in Francia sono due grosse minacce all’esistenza dell’eurozona e della UE. Se l’Italia vuole restare nell’euro, deve mandare alla Germania e agli altri paesi del nord dei segnali molto chiari sul fatto che l’eurozona è su un sentiero di autodistruzione a meno che non si cambino i parametri.

Il prossimo primo ministro italiano avrà il compito di spiegare al prossimo cancelliere tedesco, presumibilmente alla stessa Angela Merkel, che la scelta davanti alla quale si trova non è tra unione politica o no, ma tra unione politica o uscita dell’Italia dall’euro.

La seconda opzione implicherebbe il più grande default della storia. Lo stesso sistema bancario tedesco rischierebbe di crollare, e la più grande economia europea perderebbe la competitività così duramente accumulata nel corso degli ultimi 15 anni.

Il fatto che una serie di primi ministri italiani, uno dopo l’altro, abbiano evitato questo necessario confronto e abbiano pensato che restare fuori dai radar rappresentasse una valida strategia è stato un fallimento storico.

Fonte

07/12/2016

“I risultati del NO ipotecano ogni maggioranza pro-euro”

Le preoccupazioni di Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times e autodichiaratosi “guardiano dell'establishment”, sono motivo di soddisfazione per chi ha condotto la campagna per il NO sociale al referendum sulla controriforma costituzionale. Ma indicano anche come le vere preoccupazioni dell'establishment abbiano una cifra diversa dalle banalizzazioni e dalla reductio a pocum che ci propinano i talk show televisivi (smettiamo di guardarli per favore, ndr).

Mentre qui si preoccupano dei soliti riti del politicismo, i guardiani si preoccupano delle conseguenze reali. In particolare sulla “tenuta” dell'Italia dentro l'Eurozona, non solo sul piano economico ma soprattutto su quello politico. Una conferma in più che ciò che temono le classi dominanti è proprio la rottura dell'apparato di dominio costruito con l'Unione Europea e l'Eurozona.

Non temono dunque una generica protesta contro il liberismo o l'austerity ma le proposte di rottura e fuoriuscita dai loro apparati. Diventa dunque decisiva l'ipotesi messa in campo in questi mesi – dal convegno sull'Ital/Exit di maggio a Napoli in poi – dalla Piattaforma Sociale Eurostop. Ha saputo cogliere la contraddizione principale di questa fase, ha saputo costruire le condizioni per uno sciopero generale “politico” il 21 ottobre e per una espressione pubblica, popolare e di massa del NO sociale con la manifestazione del 22 ottobre. Ha chiuso la campagna referendaria sotto le ambasciate della Germania indicando e ammonendo contro le ingerenze esterne sul referendum. Ha espresso con puntualità i contenuti e le forze del NO sociale sotto Palazzo Chigi la sera in cui Renzi è stato sconfitto e ha dato le dimissioni.

Un percorso coerente e tutto sommato lungimirante, anticipato da quei tre NO all'Unione Europea, all'euro e alla Nato da cui è nato Eurostop esattamente un anno fa. Alla luce della composizione di classe del NO nel referendum, è questo lo spazio politico e sociale, vasto, vero ed oggettivo, sul quale intervenire con efficacia nel nostro blocco sociale di riferimento, per quanto esso sia stato reso spurio dalla ristrutturazione degli anni '80 e dalla destrutturazione sociale successiva all'entrata in vigore del Trattato di Maastricht del 1992. Una visione e una funzione questa che non può che aumentare le distanze da una "sinistra" che vive con la sconfitta nel cuore e la paura nell'anima, tanto da non tentare neanche di gestire una vittoria, quando si presenta. Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi una nuova tabella di marcia è nell'ordine delle cose.

Qui di seguito riproduciamo un ampio stralcio del saggio di Wolfgand Munchau pubblicato su Eurointelligence all'indomani del risultato del referendum in Italia. Leggere con attenzione. (S.C.)

*****

Bentornati nella crisi dell'eurozona

di Wolfgang Munchau

da Eurointelligence, 05 dicembre 2016 (traduzione di vocidallestero.it)

Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro;

la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro;

il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale;

il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.

Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.

Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.

Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.

E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.

Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.

Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.

Cosa accade ora alle banche italiane?

La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?

Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.

Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.

Un altro scenario possibile è quello che la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca .

Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.

Fonte

06/12/2016

Münchau su Eurointelligence: Bentornati nella crisi dell’Eurozona

Su Eurointelligence, W. Münchau commenta la vittoria del “No” nel referendum costituzionale italiano e la sconfitta di misura di Hofer in Austria. Nessuno dei due fatti, sostiene l’editorialista del Financial Times, porta con sé buone notizie per l’establishment europeo. Münchau ritiene che l’ampia vittoria del No rappresenti politicamente l’inizio della fine del sostegno italiano alla causa “europea”, e che l’esito ultimo sarà l’uscita dall’euro. Anche l’elezione austriaca è un segnale d’allarme: seppure sconfitto alle elezioni presidenziali, il “nazionalista” Hofer si sta avviando a una clamorosa vittoria per l’FPÖ, che gli darebbe il governo dell’Austria, nelle elezioni politiche che si terranno entro il 2018.

Si tenga presente che le considerazioni di Münchau vanno lette come segnali d’allarme lanciati (forse invano) da un intellettuale critico qui autodefinitosi un guardiano dell’establishment.

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di Eurointelligence, 05 dicembre 2016

Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro; la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro; il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale; il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.

Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.

Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.

Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.

E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.

Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.

Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.

Cosa accade ora alle banche italiane?

La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?

Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.

Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.

Un altro scenario possibile è quello per cui la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca.

Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.

Tu felix Austria – Tu, Austria felice

Ironia della sorte, l’Austria, tra tutti i paesi, è l’unico che sta resistendo all’ondata di populismo, dando il voto a un anziano professore brontolone invece che a un ardente populista stile Trump.

Ma forse non dovremmo esagerare il significato della sconfitta di Norbert Hofer, che ha perso le elezioni per un margine relativamente ridotto: 52% a 48%. Ha perso perché l’intero establishment austriaco, tranne una piccola sezione del centro-destra di ÖVP, si è schierato col candidato vincente, Alexander van der Bellen. Ma FPÖ [il partito di Hofer], è più forte che mai nei sondaggi. Guardate qui, FPÖ è indicato dalla linea blu:


Il 2018 è l’anno in cui ci dovrebbero tenersi le prossime elezioni parlamentari in Austria, e sarà molto difficile formare un governo contro l’FPÖ. Il presidente federale potrà, teoricamente, rifiutarsi di nominare un governo anti-UE e costringere a nuove elezioni. Ma non potrà farlo per sempre e qualsiasi tentativo di capovolgere la volontà dell’elettorato potrà solamente sortire l’effetto opposto. L’elezione di Hofer avrebbe mandato un segnale negativo al resto dell’UE, ma anche l’elezione di van der Bellen non è consolante.

Su Der Standard, Michael Völker ha osservato che i Verdi austriaci non trarranno beneficio dall’elezione presidenziale, così come FPÖ non ne sarà danneggiato. Hofer ha perso perché non è riuscito a ottenere consensi al di fuori dell’FPÖ e del gruppo allargato dei suoi sostenitori. Völker crede perfino che le elezioni federali austriache potranno essere anticipate di un anno.

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29/11/2016

Münchau sul FT: il momento “Maria Antonietta” delle élite

Sul Financial Times, Wolfgang Münchau denuncia la cecità dell’establishment occidentale, che perfino nel momento della più grande minaccia alla sua esistenza non sa far altro che alzare la posta in gioco – e la tensione – proseguendo dritto per la sua strada e offendendo l’elettorato, che a suo dire vota “sbagliato” (cioè contro). Proprio come l’ancien régime della Francia pre-rivoluzionaria, l’élite capitalista globale e i suoi vassalli – osserva Munchau – sembrano completamente staccati dalla realtà.

(È qui d’obbligo un omaggio a Il Pedante, che ben prima di Münchau, su Twitter, sbeffeggiava l’atteggiamento da “Maria Antonietta” del nostro establishment politico.)

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di Wolfgang Münchau – 27 novembre 2016

Alcune rivoluzioni avrebbero potuto essere evitate se la vecchia guardia si fosse semplicemente astenuta dal lanciare provocazioni. Non c’è prova dell’autenticità della battuta “se non hanno il pane, che mangino brioche“, ma è il genere di cose che Maria Antonietta avrebbe effettivamente potuto dire. Suona verosimile. I Borbone erano insuperabili come quintessenza dell’establishment che ha perso il contatto con la realtà.

Ma oggi hanno dei concorrenti.

Il nostro establishment liberal-democratico globale si sta comportando in modo molto simile. Nel momento in cui la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione Europea, in cui Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, e Marine Le Pen sta marciando verso il Palazzo dell’Eliseo, noi – guardiani dell’ordine liberista globale – continuiamo a rilanciare la sfida.

La campagna elettorale fatta da Tony Blair, ex Primo Ministro britannico, per scongiurare la Brexit, è probabilmente l’esempio più pittoresco. Un evento più grave è stata la previsione dell’Office for Budget Responsibility del Regno Unito, che la scorsa settimana sosteneva che la Brexit avrebbe provocato gravi conseguenze economiche. A distanza di pochi mesi dalle previsioni apocalittiche sulle conseguenze della Brexit che hanno screditato la professione economica, questa ulteriore uscita ci ricorda una volta di più l’inadeguatezza dei modelli previsionali.

La verità sull’impatto della Brexit è che c’è incertezza, un’incertezza che va al di là delle possibilità di previsione dell’essere umano, e che dipende quasi interamente da come verrà gestito il processo di uscita. La risposta tecnicamente corretta è “non sappiamo”. Prima del referendum il “Progetto Paura” è stato solo un monumentale errore tattico. Oggi è stupidità. Si discuteva se la gente dovesse stare ad ascoltare gli esperti. Ora siamo andati oltre. A causa della tendenza a esagerare, i macroeconomisti oggi non sono nemmeno più considerati degli esperti in macroeconomia.

Non siamo solo noi ad avere un establishment economico e degli ex leader privi di contatto con la realtà. In Italia l’establishment politico sta considerando di cambiare di nuovo la legge elettorale modificata di recente, al solo scopo di impedire all’opposizione del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo di arrivare al potere. Fatto che si ricollega in modo complesso al referendum sulla riforma costituzionale che si terrà domenica prossima.

La legge elettorale entrata in vigore a luglio dà al partito di maggioranza dei poteri quasi dittatoriali. Si tratta di un accordo raggiunto nel 2014 tra il Partito Democratico del Primo Ministro Matteo Renzi e Forza Italia dell’ex Primo Ministro Silvio Berlusconi. Nessuno dei due a quel tempo pensava che il Movimento Cinque Stelle sarebbe stato nelle condizioni di scuotere il comodo duopolio tra i loro due partiti. E comunque vada a finire il referendum sulle riforme costituzionali, c’è da aspettarsi uno dei più marchiani tentativi di manipolazione elettorale della politica moderna. Ma il problema di Renzi non è il Movimento Cinque Stelle. Il suo problema sono gli elettori.

Anche la stessa UE sta alzando la posta in ogni occasione. L’accordo commerciale con il Canada [il CETA], e il TTIP ancora da concludere, oggi sono popolari quanto negli anni ’80 il dispiegamento dei missili nucleari a media gittata. Contro di essi è in atto una rivolta popolare, perché la gente teme una riduzione della tutela dei consumatori e una presa del potere da parte delle multinazionali.

Perché sta succedendo questo? I macroeconomisti pensavano che nessuno avrebbe osato sfidare la loro autorità. I politici italiani hanno portato avanti i loro giochi di potere come sempre. E il mestiere dei funzionari UE è quello di trovare modi ingegnosi per far passare trattati e normative politicamente controverse aggirando i parlamenti nazionali. Nonostante personaggi come Le Pen, Grillo o Geert Wilders (del Partito della Libertà, formazione politica di destra in Belgio) stiano avanzando verso il potere, l’establishment continua ad agire sempre nello stesso modo. Un reggente borbonico, in un insolito momento di riflessione, avrebbe fatto marcia indietro. Il nostro ordine capitalista, con le sue istituzioni concorrenti, non è costituzionalmente capace di farlo. È programmato solo per alzare la posta in gioco.

Il modo corretto di agire sarebbe quello di smetterla di insultare gli elettori e, cosa più importante, di risolvere i problemi di un settore finanziario fuori controllo, dei flussi incontrollati di persone e capitali, e di una distribuzione iniqua del reddito. Nell’eurozona i leader politici trovano più conveniente destreggiarsi alla meno peggio nella crisi bancaria e quindi nella crisi del debito sovrano – solo per poi scoprire che il debito greco è insostenibile e che il sistema bancario italiano è in guai seri. Dopo otto anni ci sono ancora degli investitori che stanno scommettendo sul crollo dell’eurozona.

Renzi avrebbe potuto usare il suo grande capitale politico per riformare l’economia italiana, invece che per cercar di cementare il suo potere. E immaginate cosa sarebbe stato possibile se la Cancelliera Angela Merkel avesse speso il suo ancor più grande capitale politico per trovare una soluzione alle molteplici crisi dell’eurozona, o per ridurre l’eccessivo surplus delle partite correnti della Germania. Se si vuole combattere l’estremismo, i problemi bisogna risolverli.

Ma questo non sta avvenendo, per lo stesso motivo per cui non è avvenuto nella Francia della rivoluzione. I “gatekeeper” del capitalismo occidentale, così come i Borbone prima di loro, non hanno né imparato né dimenticato nulla.

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21/11/2016

La catastrofe avvertita dall’establishment, ma attribuita al Financial Times

L'ultima carta giocabile, per il governo e i suoi sfegatati supporters è ormai in stile Luigi XIV: dopo di me il diluvio. In prima fila, come sempre, La Repubblica, che affida a Monica Rubino il compito di tradurre un editoriale di Wolfgang Munchau sul Financial Times, sparandolo forte in faccia ai lettori dubbiosi: “Referendum, Financial Times: Italia fuori dall'euro se vince il No". Attenuando solo parzialmente l'effetto terroristico con una seconda parte del titolo leggermente contraddittoria: “Ma gli osservatori economici sono divisi”.

Per chi, come noi, si batte per la rottura della gabbia distruttiva chiamata Unione Europea, è musica per le orecchie; per i governisti e gli ultimi epigoni della globalizzazione neoliberista è una campana a morto. Il bello di Repubblica è che ritiene ancora che l'uscita dall'euro sia vissuta come una minaccia dalla popolazione che lavora, e quindi pensa che spargere il terrore in questo modo sia utile per il “sì” al referendum. Gli ultimi sondaggi pubblicabili hanno detto il contrario, ma se uno deve difendere il pensiero unico deve per forza far finta di non capirlo...

Rubino spara subito forte: “Apocalittico è lo scenario tratteggiato da Wolfgang Münchau, codirettore del Financial Times ed esperto di Unione Europea, in caso di vittoria del No”. Come lei, tutti i telegiornali citano Munchau e il Ft come la Bibbia che annuncia il diluvio universale.

Onestà professionale e intellettuale vuole che si legga l'originale, che intanto presenta un titolo decisamente meno catastrofico: “Il referendum in Italia è la chiave per il futuro dell'euro”. Poi, naturalmente, Munchau elenca una serie di conseguenze pressoché inevitabili in caso di bocciatura della controriforma costituzionale, ossia una sequenza di eventi ha solleverebbe domande di partecipazione in Italia nella zona euro.

Munchau è un analista serio, anche se sul fronte opposto al nostro, e dunque ci tiene subito a precisare che “Le cause di questa possibilità estremamente preoccupante non hanno nulla a che fare con il referendum stesso”. I problemi italiani, infatti, non risiedono affatto nel suo assetto costituzionale, ma nella performance economica dell'Italia dal momento che ha adottato l'euro nel 1999”. Più precisamente: “La produttività totale dei fattori, la porzione della produzione economica non attribuibile a lavoro e capitale, è scesa in Italia di circa il 5 per cento da allora mentre in Germania e in Francia è salita di circa il 10 per cento”. Solo per comprendere bene l'attendibilità del giornale di De Benedetti, questo passo è tradotto così: "Da quando l'Italia nel 1999 è entrata nell'euro la sua produttività totale è stata di circa il 5% dove Germania e Francia hanno superato il 10%". E' scomparsa la parola chiave: scesa, in modo da attenuare l'impatto negativo dell'adozione della moneta unica...

Non sarà elegante sottolinearlo, insomma, ma è proprio Munchau a scrivere che, adottando l'euro (e tutti gli altri trattati europei, compreso l'obbligo del pareggio di bilancio, il Fiscal Compact, ecc.) questo paese ha imboccato la via del declino.

Ancora più spietato si mostra Munchau nei confronti dell'Unione Europea e soprattutto di Angela Merkel. La seconda causa dell'instabilità in cui è avvolta l'Italia, in posizione particolarmente debole, è per lui dovuta alla “mancata capacità da parte dell'UE di costruire una vera e propria unione economica e bancaria dopo la crisi della zona euro 2010-2012 e di imporre, invece, l'austerità. Se volete sapere perché Angela Merkel non può essere il leader del mondo libero, non cercate oltre. Il cancelliere tedesco non riusciva a guidare l'Europa nemmeno quando contava”. Una randellata mostruosa alla credibilità della tecnoburocrazia Ue, dei relativi capi di stato e dell'unico puntello apparentemente saldo nello scenario politico continentale.

Stabilito questo, e le rispettive responsabilità, Munchau ne conclude logicamente che "La combinazione di questi due fattori sono la più grande causa dell'esponenziale crescita del populismo in Europa". Il panorama politico che prende in esame è oggettivamente problematico per lo sviluppo dell'Unione: tre partiti di opposizione – Cinque Stelle, Berlusconi e Lega – tutti abbastanza euroscettici, o comunque più o meno favorevoli a una ripresa di sovranità monetaria. Ma a complicare la situazione è stato lo stesso Renzi, scrive Munchau, “annunciando che si sarebbe dimesso” in caso di sconfitta e creando così la possibilità che “Il 5 dicembre, l'Europa potrebbe svegliarsi con una minaccia immediata di disintegrazione”. E ovviamente l'instabilità politica è da sempre vista come un pericolo dai mercati finanziari, e quindi ci sarebbe da attendersi una notevole turbolenza.

La vittoria del NO, in questa analisi, diventa dirompente solo per l'incapacità (o impossibilità) di creare una comunità di Stati davvero alla pari, su base politica e non reciprocamente concorrenziale; quindi per l'impoverimento progressivo di alcuni paesi – tra cui l'Italia – dopo l'ingresso nella moneta unica; e infine per l'inettitudine di un premier senza legittimità elettorale, che ha fatto del referendum un plebiscito su se stesso.

Lo “scenario apocalittico”, insomma, l'establishment europeo ed italiano se l'è costruito con le proprie mani. E, certo, Trump e la Brexit sono poi arrivati come un ciclone su un castello di carte in equilibrio già molto precario.

Molto seriamente, Munchau guarda anche alla Francia, in cui Marine Le Pen rischia di vincere sfruttando questo vento, potendo però contare anche sulla sua “migliore preparazione” rispetto agli altri candidati al momento in campo (solo Emmanuel Macron viene considerato alla stessa altezza). Un riconoscimento di competenza che mette in ridicolo quanti pensano di affrontare la candidata neofascista solo a colpi di “condanna morale” (doverosa e necessaria, ma certamente insufficiente, in una situazione di crisi). Già Trump ha dimostrato che tra esibizione di politically correctness e preoccupazioni economiche non c'è partita...

In ogni caso, un doppio colpo Italia-Francia potrebbe essere davvero la fine dell'euro e l'inizio dell'esplosione dell'Unione Europea. Anche perché, secondo l'editorialista del Ft, è quasi impossibile fare quel che sarebbe necessario per impedire uno scenario di questo tipo: “la signora Merkel avrebbe dovuto accettare quello che lei ha rifiutato nel 2012 – una road map verso un'unione fiscale e politica piena”. Quel che non è avvenuto fin qui, non può avvenire nei prossimi mesi, visto che la Germania va alle urne nel prossimo autunno e la Merkel si è appena ricandidata.

Inoltre, scrive, Munchau, “L'UE ha avrebbe bisogno di rafforzare il meccanismo europeo di stabilità, l'ombrello di salvataggio, tutto questo non è progettato per gestire paesi delle dimensioni di Italia o Francia”.

L'unica possibilità rimanente sarebbe l'accettazione – da parte tedesca – di mettere in comune i rischi, dando il via libera ai sempre respinti eurobond. Anche questa, però, si scontra quantomeno con la scadenza elettorale a Berlino... La conclusione dell'editoriale di Munchau è in una previsione su base probabilistica: “La mia aspettativa centrale, tuttavia, rimane non un crollo della UE e dell'euro, ma la fuoriuscita di uno o più paesi; Italia forse, ma non la Francia. Alla luce dei recenti avvenimenti, il mio scenario di base è ormai saldamente sulla scala ottimistica delle aspettative ragionevoli”.

Piccola domanda finale: dov'è l'apocalisse di cui parla Repubblica? Nella testa di un establishment che ha puntato tutto sulla distruzione della Costituzione e il rafforzamento esponenziale dell'esecutivo, per il consolidamento di un ordine multinazionale traballante.

Ma se è così, allora, non si tratta altro che della loro catastrofe. Musica, per le orecchie di un'opposizione di classe...

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04/10/2016

W. Münchau: Il Necessario Cambio di Rotta della Sinistra in Europa

Sul Financial Times, W. Münchau paragona la situazione economico-politica attuale a quella degli anni ’30. Le posizioni centriste, liberiste e “moderate” non sono più vincenti come lo furono negli anni ’80 e ’90, e i partiti dell’establishment che non lo capiscono favoriscono solo la crescita di movimenti “estremisti”. I partiti di centro-sinistra che insistono oggi con le politiche deflazionistiche ricordano i socialdemocratici tedeschi che negli anni ’20 e ’30 diedero la sponda alle politiche di austerità, favorendo l’ascesa del nazismo. Nell’eurozona, nota Münchau, la possibilità di stimolo fiscale a livello dei singoli paesi è fortemente ostacolata dalla moneta unica.
(Sebbene queste siano tutte cose che qui abbiamo sempre detto, notate l’importanza di trovarle scritte sul Financial Times...)


di Wolfgang Münchau, 02 ottobre 2016

Gli espertoni della politica ci avevano detto che la Brexit non poteva avvenire e che Donald Trump non poteva vincere le primarie dei repubblicani. Alcuni ci hanno raccontato anche un’altra storia: che i partiti di centro-sinistra possono vincere le elezioni solo se stanno al centro. In particolare, ci dicono che Jeremy Corbyn, leader del partito laburista britannico, non potrà diventare Primo Ministro.

È proprio vero? Molti espertoni, me incluso, si sono formati durante gli anni ’80 o dopo. I partiti di centro-sinistra allora vincenti erano quelli che definivano il proprio ruolo non come alternativo al sistema capitalista globale, ma come volto a redistribuirne i profitti. I loro leader – Bill Clinton negli USA, Tony Blair nel Regno Unito, Gerhard Schröder in Germania, e altri – erano per lo più centristi.

Ciò che funzionava in quel periodo, però, non è necessariamente vero sempre. Ad esempio, il governo moderato e pro-establishment dei Socialdemocratici in Germania negli anni ’20 e ’30 fallì nel modo più orribile. Il parallelismo più importante tra gli anni ’30 e oggi sta nel modo in cui le democrazie stanno reagendo a periodi molto lunghi di austerità. I partiti estremisti guadagnano sempre più consensi quando i partiti mainstream non sono in grado di proporre delle alternative.

Una storia che dovrebbe essere un ammonimento per i partiti di centro-sinistra è quella del Partito Socialdemocratico nella Repubblica di Weimar, che vide crollare il proprio consenso dal 37,9 percento nel 1919 al 18,3 percento nel marzo 1933 (l’ultima elezione libera). Nel corso di quel periodo, il partito era diventato sempre più centrista, e aveva finito per sostenere le politiche economiche deflazioniste. Si trattò di una decisione catastrofica, perché portò gli elettori a spostare il proprio voto verso i Nazisti o i Comunisti.

Molti partiti socialisti o socialdemocratici nell’Unione Europea hanno sostenuto le politiche di austerità fin dall’inizio della crisi finanziaria, e ne stanno ora pagando il prezzo politico. I Democratici negli Stati Uniti, i neo-laburisti nel Regno Unito, la SPD in Germania, sono stati alcuni dei più entusiasti tra quelli che hanno deregolamentato i mercati finanziari. La SPD ha inoltre appoggiato il patto di stabilità dell’eurozona negli anni ’90 e la regola del pareggio di bilancio in Costituzione in Germania, che è entrata in vigore nel 2011. L’incapacità del partito di apprendere dalla propria storia è sbalorditiva. Sebbene la SPD a parole sia tutta a favore di maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture, non è assolutamente in grado di realizzare nulla a causa del proprio impegno per il pareggio di bilancio.

Non mi sorprende che il centro-sinistra in Germania e nel Regno Unito non riesca a vincere le elezioni. Non sappiamo se Corbyn potrà farcela. Ciò che sappiamo è che i suoi predecessori più moderati non ci sono riusciti, almeno non dall’inizio della crisi finanziaria, che è stata uno dei più grandi eventi economici del nostro tempo. Ha ridefinito la politica.

Tutto questo dove ci porterà? Da un punto di vista economico non c’è nulla di estremo nell’argomento a favore di maggiori programmi di investimento, specialmente dopo anni di consolidamento fiscale. Eppure l’unico partito politico, tra quelli dell’establishment, che offre questa possibilità in Europa è quello di Corbyn, che promette 500 miliardi di sterline di investimenti. In Germania, solo la Linke, il partito successore dei comunisti della Germania Est, è favorevole a importanti aumenti negli investimenti. Nel resto del continente, dovete spostarvi decisamente verso gli estremi dello spettro politico per trovare qualcuno che sostenga un tale stimolo economico tramite investimenti.

E quindi quando un partito dell’establishment, come il partito laburista, offre uno spostamento nelle politiche macroeconomiche che avrebbe la possibilità di mettere fine alle sofferenze post-crisi, deve essere preso sul serio. Se i Conservatori attualmente al governo fanno pasticci nel gestire la Brexit, e potrebbero farli, le elezioni del 2020 nel Regno Unito potrebbero essere una partita aperta.

Nell’eurozona le scelte sono ancora più estreme. I cittadini dell’eurozona hanno solo due strade verso maggiori investimenti. La prima è uscire dall’euro, essendo l’unica via lecita con cui un paese può sfuggire alle regole fiscali che limitano gli investimenti a livello nazionale. Questa è la scelta fornita dai partiti estremisti.

La seconda opzione sarebbe quella di un programma di investimento a livello dell’intera eurozona, gestito centralmente e finanziato con titoli di debito comunitari o, più direttamente, stampando moneta. L’emissione di eurobond e la monetizzazione del debito sono ritenute però entrambe irrealistiche a causa dell’opposizione tedesca. Pertanto, a meno che non optiate per i partiti estremisti, non vi resta alcuna scelta reale.

Che dire del programma di investimenti della stessa Commissione Europea? A guardare bene è soltanto fumo, un’irrilevanza macroeconomica priva di fondi.

La mia previsione è che la politica si adeguerà alle necessità economiche come ha già fatto negli anni ’80, ma questa volta nella direzione opposta. C’è però la possibilità che vada a finire come negli anni ’30. È difficile dirlo. Ciò di cui sono certo è che il consenso schiacciante a favore delle politiche economiche centriste e liberiste si sta spezzando, e questo influenzerà il modo in cui vediamo i leader come Corbyn.

Fonte

Anche Munchau dimostra che il capitale non sa più come uscirne. Se davanti agli spettri di un ritorno degli estremismi (nazista in particolare) l'unica cosa ce si riesce a proporre è il keynesismo, significa che le idee stanno proprio a zero.