Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2026

Autoreferenziali e autolesionisti

di Alessandro Volpi

In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell’intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo.

Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché è abbastanza evidente l'impossibilità di realizzare profitti così alti da ripagare quella montagna di debiti e da mantenere alle stelle i prezzi delle loro azioni.

Qualcuno scrive anche dell’invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.

In realtà, tuttavia, ben pochi di questi media si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.

Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall’oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.

È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi BRICS mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica.

Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La BRICS Payment Task Force ha studiato l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L’obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.

Il residuo dominio del dollaro, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la valuta americana sia la principale moneta di riserva internazionale. Dipende dall’intera infrastruttura che la circonda: banche corrispondenti, mercati finanziari, sistemi di messaggistica e regolamento, liquidità internazionale. Ridurre il ricorso al dollaro significa quindi iniziare a ridurre la dipendenza da questa infrastruttura.

È una differenza fondamentale rispetto alla semplice retorica sulla “moneta BRICS”. Una valuta comune richiederebbe un livello di integrazione politica, monetaria e finanziaria che oggi non esiste. Collegare invece sistemi di pagamento già esistenti è molto più realistico. India, Cina, Brasile, Russia e gli altri membri dispongono di infrastrutture nazionali che possono essere rese progressivamente interoperabili.

Il successo di sistemi come l’indiano UPI e il brasiliano Pix dimostra che il problema non è più soltanto teorico: esistono già piattaforme di pagamento digitale di dimensioni enormi che possono essere collegate oltre i confini nazionali.

La questione monetaria si intreccia così direttamente con quella commerciale. Se il commercio tra i Paesi BRICS può essere regolato in rupie, yuan, rubli, real o nelle altre valute nazionali, diminuisce la necessità di acquistare dollari per effettuare gli scambi.

E se contemporaneamente il Nuovo Banco di Sviluppo, creato dai Brics, aumenta il finanziamento in valute locali, anche la fase successiva della transazione – quella dell’investimento e del finanziamento – può essere sottratta, almeno in parte, alla centralità della valuta americana.

La dichiarazione di New Delhi chiede infatti di rafforzare il finanziamento in valute locali e di diversificare le fonti finanziarie.

Il salto di qualità sta però nel fatto che questa strategia non riguarda soltanto la finanza. I BRICS hanno messo al centro anche la trasformazione delle catene globali del valore, la digitalizzazione del commercio e l’accesso alle tecnologie avanzate. Il documento di New Delhi invita a rafforzare la cooperazione tecnologica e industriale e a facilitare l’accesso a tecnologie sicure e accessibili per consentire ai Paesi emergenti di risalire le catene del valore.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

I BRICS hanno sottolineato la necessità di rendere più accessibili le risorse IA, sviluppare capacità scientifiche e tecnologiche nei Paesi del Sud Globale e favorire una cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale.

La proposta cinese di una ‘BRICS AI Open Source Zone’ aggiunge un elemento ancora più interessante. L’idea è quella di sviluppare uno spazio di cooperazione sull’intelligenza artificiale basato sull’apertura e sulla condivisione tecnologica, in alternativa a un mercato dell’IA dominato da pochi grandi operatori occidentali, che ora forse anche per questo gridano all’Apocalisse chiedendo regole severe e “morali” proprio per bloccare la concorrenza emergente.

Non significa che Pechino e gli altri BRICS vogliano rinunciare alla proprietà intellettuale o che tutto ciò che viene sviluppato debba essere gratuitamente disponibile. Significa piuttosto cercare di costruire un ecosistema tecnologico nel quale i Paesi emergenti possano avere accesso a modelli, strumenti, competenze e infrastrutture senza dipendere integralmente dalle piattaforme occidentali.

Il parallelo con i pagamenti è evidente. Nel primo caso si cerca di ridurre la dipendenza da un’infrastruttura finanziaria dominata dal dollaro; nel secondo, quella da un’infrastruttura tecnologica sempre più concentrata nelle mani degli Stati Uniti e delle loro grandi aziende. In entrambi i casi il principio è lo stesso: creare alternative interoperabili e accessibili che permettano ai Paesi BRICS di conservare maggiore sovranità economica e tecnologica.

Per Washington è una sfida molto più importante di quanto suggerisca l’assenza di una moneta BRICS. Una nuova valuta avrebbe avuto un valore soprattutto simbolico e avrebbe incontrato enormi ostacoli tecnici. Migliaia di imprese che cominciano invece a commerciare nelle valute locali, banche che imparano a regolare direttamente i pagamenti, sistemi digitali che si collegano tra loro e Paesi che sviluppano proprie capacità nell’intelligenza artificiale producono un cambiamento molto più graduale, ma anche più difficile da invertire.

È per questo che il tema delle sanzioni assume un’importanza centrale. La dichiarazione di New Delhi esprime preoccupazione per le misure coercitive unilaterali e per il loro impatto sul commercio internazionale. Il messaggio è chiaro: quanto più un Paese dipende dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie occidentali, tanto maggiore è la sua esposizione alle decisioni politiche di Washington. Creare canali alternativi significa quindi ridurre anche questa vulnerabilità.

Naturalmente, il percorso è tutt’altro che concluso. I BRICS non sono un blocco economico omogeneo. India e Cina sono concorrenti strategici; le loro valute non hanno lo stesso peso; persistono controlli sui capitali, squilibri commerciali e problemi di convertibilità. E nessun sistema di pagamento alternativo può diventare realmente globale senza una grande quantità di liquidità, fiducia e infrastrutture finanziarie.

Ma proprio qui sta la novità di New Delhi. La sfida al dollaro non viene più presentata soltanto come il progetto di inventare una moneta alternativa. Sta diventando un progetto molto più vasto: ridurre progressivamente il numero di funzioni per le quali il dollaro e le infrastrutture finanziarie occidentali rappresentano un passaggio obbligato.

Pagamenti in valute locali, sistemi digitali interoperabili, finanziamenti del Nuovo Banco di Sviluppo, nuove catene del valore, cooperazione industriale e un ecosistema IA più aperto sono pezzi dello stesso mosaico.

La questione decisiva, allora, è rappresentata dal fatto che tra dieci o quindici anni una parte crescente del commercio, degli investimenti, dei pagamenti e delle tecnologie del Sud Globale potrà funzionare senza passare necessariamente da New York, dal dollaro o dalle piattaforme occidentali.

Una piccola chiosa. L’Unione europea, e i suoi singoli membri, erano praticamente assenti a New Delhi. E il prossimo anno il vertice si terrà a Pechino.

Fonte

14/09/2026

Nel Sud globale cresce “la febbre da Brics”. Vertice a Nuova Delhi

A Nuova Delhi è in corso il vertice dei leader dei paesi Brics. Tra questi figurano il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’Iran è ormai membro dei Brics allargati, ma la diversità della collocazione internazionale dei vari paesi rende difficile per un organismo economico come quello dei Brics assumere una posizione comune e forte sui principali conflitti in corso.

Secondo l’agenzia Reuter, il blocco BRICS ha concordato sabato una dichiarazione congiunta in cui afferma che “difficilmente nominerà alcun Paese, ma condannerà qualsiasi guerra unilaterale condotta da qualsiasi paese”.

Diversamente il recente vertice di Bishkek della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) aveva espresso un più avanzato posizionamento antiegemonico verso gli USA e le potenze occidentali (anche se mai nominati come tali nel documento finale).

Uno dei temi sul tavolo è la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense, una questione fondamentale per i Brics. I membri da tempo stanno discutendo come incrementare gli scambi commerciali nelle proprie valute e la creazione di sistemi di pagamento che riducano la loro dipendenza dalle istituzioni finanziarie occidentali. L’ipotesi è diventata concreta in seguito al sistematico ricorso alle sanzioni occidentali contro paesi come la Russia e l’Iran.

In tal senso i paesi BRICS hanno raggiunto un accordo bancario definito BRICS Pay, che diventerà effettivamente un sistema di pagamento per gli stati dell’associazione. Ad annunciarlo è stato il capo del Fondo Russo per gli Investimenti Diretti (RDIF), Kirill Dmitriev.

I partecipanti al Forum economico BRICS a Mosca hanno testato le carte promozionali della futura piattaforma BRICS Pay.

“Ci stiamo concentrando sull’aspetto finanziario. Guidiamo il gruppo di lavoro dedicato alla finanza, e i pagamenti sono molto importanti in questo contesto. E oggi annunceremo un accordo bancario su BRICS Pay, che di fatto sarà un sistema di pagamento per i paesi BRICS”, ha affermato Dmitriev,

Oltre allo sviluppo di strumenti di pagamento, i paesi dell’associazione intendono ampliare la cooperazione nel settore degli investimenti. Dmitriev ha sottolineato che lo sviluppo di BRICS deve essere accompagnato dalla creazione di meccanismi economici e finanziari specifici che possano essere utilizzati dagli stati membri dell’associazione.
“L’obiettivo principale è garantire che BRICS non sia solo un’associazione potente dal punto di vista geopolitico, ma che esistano soluzioni pratiche di investimento e finanziarie che uniscano tutti i paesi BRICS”. 

Un editoriale del giornale cinese Global Times afferma che nel Sud globale, continua a crescere quella che definisce la “febbre dei Brics”.

“I profondi cambiamenti mai visti in un secolo stanno accelerando, mentre egemonismo, unilateralismo e protezionismo stanno guadagnando slancio. La tendenza verso grandi aggiustamenti, divisioni e riallineamenti globali sta diventando sempre più marcata” – scrive il Global Times – “Eppure, più il mondo diventa turbolento e trasformativo, più il valore unico della cooperazione con i BRICS emerge in chiarezza. I paesi del Sud Globale si stanno avvicinando attivamente ai BRICS, e questa tendenza sta diventando sempre più evidente”.

Il gruppo dei BRICS comprende Brasile, Cina, Egitto, Etiopia, India, Indonesia, Iran, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica ed Emirati Arabi Uniti. I paesi partner del blocco sono Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam.

Fonte

04/11/2024

L’Occidente pagherà un prezzo salato se ignorerà i paesi Brics

Gli eventi temuti, all’inizio, vengono semplicemente esorcizzati. “Sì, sta succedendo qualcosa, ma non cambierà la struttura del mondo che conosciamo...”. L’esorcismo verrà ripetuto tante più volte e con tanta più forza quanto più “noi” – gli occidentali, in questo caso, anche a prescindere dalla posizione che occupiamo nella scala sociale – percepiamo il disastro che un cambiamento radicale rappresenterebbe.

Nel confronto con il resto del mondo questa cecità collettiva ha non paradossalmente un fondamento razionale, per quanto BASATO sull’illusione: anche il più sfruttato e sottopagato dei lavoratori può pensare (“credere”, in senso religioso-disinformato) che per quanto la sua vita sia disperante è comunque migliore dei suoi “pari classe” (o pari grado) nati altrove. E come sempre questo è persino vero in alcuni casi (basti guardare buona parte dell’Africa o dell’America Latina), ma totalmente falso in innumerevoli altri (Turchia, Iran, Russia, ecc.).

Basta farsi un giro non turistico (fuori cioè dai circuiti obbligati per il “visitatore straniero pagante”) per rendersene pienamente conto. E basta parlare con “i locali”, per strada o nei parchi pubblici, per sentire la forza con cui certe popolazioni del pianeta sono arrivate a capire – e dirti in faccia – che l’Occidente non ha ormai più nulla da insegnare. Sul piano economico, certo, ma ancora meno sul piano etico e morale.

L’illusione della potenza e del benessere occidentale è insomma fuorviante, sovrastimata, figlia della propaganda e di quel tanto dei frutti di rapina internazionale che percola in briciole dai tavoli imbanditi del grande capitale occidentale fin sulle teste del “popolo”. Perdere l’egemonia sul mondo, insomma, è vissuto (raccontato) come un possibile lutto che è meglio non vivere.

La nascita e il rafforzamento dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), il loro allargamento ad una massa di economie e popolazioni dai numeri molto importanti, è esattamente il tipo di evento-processo che scalza il dominio imperialista occidentale sul mondo. E non lo fa proponendo un’alternativa di sistema, un altro “modo di produzione”, ma più modestamente proponendo un altro sistema di relazioni, sia politiche che commerciali, fondato su regole molto diverse da quelle dettate da Washington.

Anche per chi sta sperimentando forme autonome di costruzione del socialismo – certamente Venezuela, Cuba, ma anche la Cina – questa è un’opportunità di sopravvivenza e sviluppo che non potrebbe esistere in un mondo vincolato dalle regole e dagli strumenti elaborati nel corso di oltre 30 anni dal grande capitale occidentale. E le opportunità è meglio averle, piuttosto che esserne privi...

Sulla realtà, lo sviluppo, il futuro dei Brics (nel frattempo raddoppiati di numero e quindi “Plus”) se ne sentono così di ogni, a metà strada tra l’esorcismo (ormai pressoché inutile, viste le dimensioni che ha assunto il processo), lo scongiuro e la maledizione.

Più seriamente, un analista del calibro di Wolfgang Munchau – noto soprattutto come editorialista del Financial Times – fa presente che al fondo c’è una “sottovalutazione”, secondo lui fondata su due convinzioni, entrambe superate dai fatti: a) i Brics falliranno nel tentativo di creare una “moneta unica”, b) (anche perché) non sono un insieme politicamente coeso.

Le due convinzioni, aggiungiamo noi, sono in realtà figlie dello stesso errore, diventato “regola” da quando il neoliberismo ha preso il sopravvento: non c’è alternativa al capitalismo occidentale, tutti gli altri sistemi sono (sarebbero) destinati a fallire. È insomma il problema del “pensiero unico”, il cui dominio nel campo delle idee sull’economia (e quindi anche dentro l’Accademia) è stato così forte ed esclusivo da impedire finanche il sopravvivere di pensieri alternativi (se non nelle dimensioni interstiziali del pensiero economico “non ortodosso”).

Ma ogni successo eccessivo produce il suo giustiziere: non esistendo un pensiero alternativo, all’interno dei think tank occidentali, non si può neanche elaborare qualche soluzione diversa dalle “ricette” fissate come tavole della legge, ma che non funzionano più. Un ingessamento che impedisce di riconoscere i problemi imprevisti e di farvi fronte in modo efficace.

Non a caso, quando qualche anno fa la deflazione si è fatta cronica, le politiche monetarie adottate dalla Bce di Draghi furono così “non convenzionali” (azzeramento dei tassi di interesse) da essere contrastate dall'“egemone” nell’Unione Europea (ossia la Germania, con al seguito il cagnolino olandese). Ed è certamente in azione l’ironia della Storia se uno dei più fedeli sostenitori del neoliberismo imperialista occidentalocentrico – Mario Draghi – sia apparso per qualche tempo come un “non ortodosso” intento a produrre decisioni temporaneamente efficaci (oggi ha riscoperto l’intervento statale, ma in chiave militare...).

Alla debolezza teorica del “pensiero unico” si contrappone però la forza e la dimensione degli interessi del resto del mondo. Forza che oltre a produrre merci, relazioni, sistemi, elabora anche nuove regole interstatuali che partono dalle diversità esistenti e non pretendono di cancellarle.

Come giustamente nota Munchau, proprio l’esperienza negativa dell’Unione Europea ha convinto i Brics a non voler costruire una “moneta unica”, mentre l’attenzione si è concentrata sui sistemi di pagamento internazionali, in modo da evitare il dominio del dollaro (e le sue svalutazioni/rivalutazioni, spesso politicamente orientate e comunque devastanti per le economie “emergenti”).

Le tecnologie stanno in questo caso dando una possibilità che prima non esisteva, con le blockchain elaborate per le cryptomonete. Ed è quasi stupefacente che una innovazione nata tutta dentro il sistema occidentale (le crypto, appunto) sia stata compresa, elaborata e fatta propria quasi soltanto da chi era fuori di quel sistema. Mentre chi ragionava e ragiona con le premesse del “pensiero unico” semplicemente le scotomizzava o riduceva a fenomeno speculativo, “furbo” ma troppo volatile per esser davvero utile.

I buoi intanto sono usciti dalla stalla, e pesano per metà dell’umanità. Mentre l’Occidente – economicamente e demograficamente in calo – ancora si guarda nello specchio della gloria passata.

Buona lettura.

*****

Se il blocco globale riuscirà a liberarsi con successo dal dollaro USA, entreremo in un nuovo ordine globale.

La ragione principale della nostra complicatissima strategia per l’Ucraina è che abbiamo sottovalutato la Russia. Abbiamo sottovalutato la sua resilienza, le dimensioni e la forza della sua economia e le alleanze che è stata in grado di costruire.

Di questi ultimi, il più importante è stato il Brics+. L’acronimo sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il “più” sta per i nuovi membri: Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita aderirà presto. Anche molti altri paesi sono semi-entrati nel gruppo.

Insieme, i Brics+ rappresentano il 35,4% dell’economia mondiale. I paesi industrializzati avanzati del G7 rappresentano il 29,6 per cento. Il divario è ancora più ampio se si considerano le rispettive quote della popolazione globale. I Brics+ hanno quasi il 45 per cento, mentre il G7 ha il 10 per cento.

Quindi, cosa ci rende così sicuri di poter vincere questa guerra fredda del 21° secolo quando loro sono più grandi di noi e, collettivamente, anche più ricchi?

Gli economisti e gli strateghi politici occidentali si aggrappano a un’idea: che il dollaro domini il commercio mondiale. Questo è il modo in cui gli Stati Uniti possono imporre la loro volontà agli altri. Il dominio del dollaro dà all’amministrazione statunitense il privilegio di sanzionare i paesi attraverso il sistema finanziario. Praticamente tutte le banche in Occidente dipendono dai mercati del dollaro, in una forma o nell’altra.

Sento spesso argomentare boutade secondo cui non dobbiamo preoccuparci dei Brics+ perché non creeranno una moneta comune che potrebbe sfidare il dollaro.

Questa affermazione rientra nella categoria sia del vero che dell’inutile.

Il Brics+ non creerà una moneta unica. L’UE è un monito su come una moneta comune possa finire per aumentare le divisioni politiche tra i suoi membri. Il Brics+ è alla ricerca di qualcos’altro: un’infrastruttura che consenta ai suoi membri di instradare i flussi finanziari tra loro senza entrare nell’universo del dollaro in nessun momento.

I cosiddetti Brics Pay sono stati una grande star al loro vertice alla fine di ottobre a Kazan, nel sud della Russia. Brics Pay è un sistema di pagamento basato su blockchain che utilizza la stessa tecnologia di base di Bitcoin e altre criptovalute.

I sistemi di pagamento sono cose di cui normalmente non si legge nelle riviste, per una buona ragione. Fanno parte dell’impianto idraulico dei sistemi finanziari globali. Normalmente, sono molto noiosi. Ma nel mondo di oggi, sono emersi come uno strumento geopolitico fondamentale, perché consentono ai paesi di difendersi dalle sanzioni occidentali.

I Brics+ rappresentano circa il 35-40% del commercio globale, eppure questi paesi sono alla mercé degli Stati Uniti perché la maggior parte del loro commercio è in dollari. Questo vale anche per i flussi commerciali all’interno della regione Brics+.

L’economista francese Jacques Sapir ha sostenuto che i Brics+ sono sulla buona strada per spostare fino all’80% di quella parte del commercio dal dollaro USA, utilizzando i Brics Pay, entro i prossimi cinque anni. Ciò avrà un enorme impatto sull’equilibrio del potere finanziario globale.

Circa il 60% delle riserve estere globali è attualmente detenuto in dollari. Con il nuovo sistema di pagamento, il Brics+ potrebbe essere sulla buona strada per superare il dollaro entro cinque anni, ha calcolato Sapir.

Sono più cauto riguardo a tali proiezioni, ma lui ha ragione sulla tendenza. Il Brics+ non ha bisogno di una moneta unica per rendersi indipendente dal dollaro USA. Tutto ciò di cui ha bisogno è la tecnologia del 21° secolo.

L’autocompiacimento occidentale si basa sull’osservazione che il mondo ha sempre avuto una sola moneta dominante. Questa era la sterlina fino alla metà degli anni ’20 del '900, e da allora è stata il dollaro. Il dominio di una moneta unica ha un effetto di rete in cui il vincitore prende tutto. Ma la blockchain cambia i calcoli.

Un modo per pensare a questa tecnologia è come un libro mastro sicuro che tiene traccia dei pagamenti. Ma è open source. La blockchain non è solo la spina dorsale delle criptovalute. Può anche eseguire pagamenti tra banche e banche centrali.

I macroeconomisti, in particolare quelli che consigliano i governi, hanno enormemente sottovalutato l’impatto della blockchain e delle criptovalute. E molti lo fanno ancora. Sottovalutano anche l’impatto di Brics Pay. Non hanno visto che questa tecnologia consente ai paesi di svezzarsi dalla loro dipendenza dagli Stati Uniti.

L’attaccamento luddista unito alla convinzione delirante che l’Occidente sia invidiato dal mondo, sono le ragioni principali per cui continuiamo a sottovalutare i nostri avversari. È per questo che l’Ucraina rischia di perdere la guerra.

Un’altra boutade è l’osservazione che il Brics+ non è politicamente coeso come l’Occidente. Anche questo è allo stesso tempo vero e fuorviante.

Gli Stati membri non hanno bisogno dello stesso grado di integrazione politica che abbiamo nel G7, nella Nato o nell’UE. A differenza della Cina e della Russia, l’India e il Brasile non sono interessati a un confronto con gli Stati Uniti. Vogliono commerciare con tutti e non diventare parte di un blocco. Russia, Corea del Nord e Iran si sono avvicinati. Il presidente cinese di Xi Jinping ha stretto un’alleanza strategica con Vladimir Putin, ma mantiene le distanze.

Brics+ è un gruppo eterogeneo, ma la sua forza deriva dall’attenzione alle poche cose che queste nazioni hanno in comune. Il più importante è il loro desiderio di ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti.

Non si tratta delle elezioni americane. Le politiche commerciali e sanzionatorie americane si sono evolute nel corso di diverse amministrazioni. Gli Stati Uniti stanno diventando meno disposti ad assorbire le eccedenze commerciali globali e a sovvenzionare la difesa dell’Europa. Né Donald Trump né Kamala Harris hanno una strategia, e nemmeno un’ambizione, per tenere a freno le ambizioni geopolitiche dei Brics+. Il disaccoppiamento globale è il mega-trend del nostro secolo e Brics+ sarà la seconda tappa del nuovo ordine globale bipolare.

Fonte

27/10/2024

Dai BRICS guerra finanziaria al dollaro? Più facile il contrario

“Non stiamo rifiutando né combattendo il dollaro. Ma se non ci viene data la possibilità di usarlo, cosa possiamo fare? ” (Vladimir Putin, Kazan, ottobre 2024)

Il dollaro è sempre stato utilizzato come arma anche quando non è stato usato come tale dalla Federal Reserve. Anzi, già negli anni ’80 il dollaro era arma per le guerre finanziarie tra entità di mercato che operano nelle borse. La dichiarazione di Putin a Kazan contiene diversi messaggi ma anche un certo rispetto per l’arma, potente, contenuta nel biglietto verde tipica di chi conosce questo contesto. Detto questo, viste le crisi globali in atto, le domande corrette sono: il recente summit di Kazan rappresenta un evento di riequilibrio, a favore dei BRICS, allo strapotere USA nella guerra finanziaria? È stata costruita una divisa alternativa alla moneta USA in grado di avviare l’economia globale verso la de-dollarizzazione?

In entrambi i casi la risposta è NO. E non poteva essere altrimenti perché, Russia compresa, quello dei BRICS+ di Kazan è un summit di paesi che alimentano la propria ricchezza proprio perché sono fortemente dipendenti dall’Occidente in materia di esportazioni. Paesi che hanno utilizzato il dollaro, come nel caso della Cina, non solo come problema ma anche come volano finanziario per decenni di crescita discontinua ma comunque ininterrotta.

È chiaro che questi paesi, già dall’inizio del secolo sono cresciuti e possono cooperare tra loro, per ridurre il problema dell’adattamento alle oscillazioni del dollaro, governato da una potenza straniera, ma non hanno ancora la forza di dire la loro nel iclo dei tassi di interesse dettato dal biglietto verde. Come hanno osservato diversi analisti, tra cui cinesi, il dollaro, oltre ad essere una arma di ogni genere, è uno strumento che attira capitali in USA, nel momento in cui la Fed alza i tassi di interesse, e che permette di investire fuori dagli USA nel momento in cui vengono abbassati i tassi di interesse. È evidente che i paesi che sono cresciuti, negli ultimi 20 anni, entro questo ciclo cerchino autonomia ma è altrettanto chiaro che non è facile rompere una gabbia globale tutta americana costruita in oltre 50 anni a partire dalla storica separazione del dollaro dall’oro del 1971.

L’impossibilità di “usare il dollaro” espressa da Putin sta in questo scenario, oltre a quello di guerra, nel quale i BRICS+ cercano autonomia. Non di più di una evidente autonomia perché, nello scenario estremo di guerra finanziaria tra USA e BRICS+, l’arma decisiva, la moneta, sarebbe tutta in mano alla Federal Reserve. Vediamo quindi, in sintesi, cosa è uscito, secondo le fonti disponibili, dal Summit di Kazan, su tre piani: accordi tra stati, cooperazione tecnologica, sistema di pagamento BRICS e moneta alternativa.

Accordi tra stati

Punti di forza
- Espansione del gruppo: l’ingresso di nuovi membri aumenta il peso politico ed economico dei BRICS.
- Volontà di cooperazione: i paesi membri condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal dollaro e di promuovere un ordine multipolare.
- Potenziale economico: i BRICS rappresentano una parte significativa e in crescita della popolazione e del PIL mondiale.

Punti di debolezza
- Divergenze interne: esistono tensioni e differenze di interessi tra i paesi membri, in particolare tra India e Cina nonostante gli accordi esibiti riguardanti il problema dei confini.
- Mancanza di coesione: i BRICS sono un gruppo eterogeneo, con sistemi politici ed economici diversi.
- Dipendenza dalle esportazioni: molti paesi BRICS sono fortemente dipendenti dalle esportazioni verso i paesi occidentali.

È evidente che, oltre la Russia, la Cina, che ha subito più dazi e misure restrittive dagli USA sotto la presidenza Biden che in quella di Trump, ha bisogno di rafforzare la cooperazione BRICS come è chiaro che un altro membro fondatore, l’India, usa i BRICS soprattutto per evidenziare il ruolo di paese leader della regione piuttosto che come sistema statale che si integra in un più ampio strumento di cooperazione. Strategia che vale anche per un membro in aspettativa per entrare nei BRICS, l’Arabia Saudita.

Partenariato tecnologico

Il summit di Kazan è un passaggio che alimenta le prospettive di accelerazione nella cooperazione tecnologica tra i BRICS che sono concrete e presentano sia opportunità che sfide.

Opportunità
- Condivisione di conoscenze e competenze: i paesi BRICS oggi possono potenzialmente beneficiare della condivisione di conoscenze e competenze in settori tecnologici chiave, come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia, l’energia rinnovabile e le telecomunicazioni.
- Sviluppo di progetti congiunti: la cooperazione tecnologica dopo Kazan può davvero portare allo sviluppo di progetti congiunti in settori strategici, come l’esplorazione spaziale, la difesa e le infrastrutture.
- Riduzione della dipendenza dall’Occidente: i BRICS possono ridurre la loro dipendenza dalle tecnologie occidentali, sviluppando soluzioni proprie e creando un ecosistema tecnologico alternativo.

Sfide
- Divergenze di interessi: i paesi BRICS hanno priorità e interessi diversi in ambito tecnologico, il che potrebbe rendere difficile la cooperazione su alcuni progetti.
- Sanzioni e restrizioni: le sanzioni imposte a Russia e Iran potrebbero limitare la loro capacità di collaborare con altri paesi BRICS in ambito tecnologico.
- Competizione interna: la competizione tra i paesi BRICS, in particolare tra India e Cina, potrebbe ostacolare la condivisione di tecnologie sensibili.

La cooperazione tecnologica tra i BRICS ha un grande potenziale ma affronta anche sfide significative. Il suo successo dipenderà dalla capacità dei paesi membri di superare le divergenze e di creare un clima di fiducia reciproca. Qui, ad esempio, la cooperazione tecnologica tra Russia e Iran è già in atto in diversi settori, come quello militare e nucleare. È quindi probabile che questa collaborazione si intensificherà nei prossimi anni, spinta dalle sanzioni occidentali e dalla volontà di entrambi i paesi di ridurre la loro dipendenza tecnologica. Allo stesso tempo il paese chiave per la cooperazione complessiva tra i paesi BRICS è la Cina che aspira a diventare un leader globale in settori tecnologici chiave come l’intelligenza artificiale, il 5G e le energie rinnovabili. Per raggiungere questo obiettivo, è disposta a investire ingenti risorse e a stringere accordi di cooperazione con altri paesi BRICS, ma è anche determinata a proteggere le sue tecnologie più avanzate e a mantenere un vantaggio competitivo. Queste aspirazioni entrano in contraddizione con l’India che punta a ridurre la sua dipendenza dalle tecnologie straniere e a sviluppare un proprio ecosistema tecnologico, ed è interessata a collaborare con altri paesi BRICS per acquisire conoscenze e competenze, ma è anche determinata a proteggere i suoi interessi nazionali e a non diventare dipendente da un singolo partner.

Sistema di pagamento BRICS e moneta alternativa

L'obiettivo è creare una piattaforma di pagamento alternativa a SWIFT.

Stato attuale
Già operativa prima del vertice di Kazan, ma necessita, da quanto emerge dal vertice steso di espansione e consolidamento sia sul piano tecnico che sul piano giuridico
Nome: BRICS Pay.
Tecnologia: basata su blockchain, con l’obiettivo di garantire sicurezza, trasparenza e efficienza nelle transazioni.
Sviluppatori: Principalmente istituzioni e aziende nei paesi BRICS, con il coinvolgimento della Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB).
Funzionalità: Consente transazioni in valute locali tra i paesi membri, riducendo la dipendenza dal dollaro e da SWIFT.

Punti di forza
Riduzione dei costi di transazione.
Maggiore autonomia finanziaria per i paesi BRICS.
Potenziale per l’integrazione con altre piattaforme di pagamento.

Punti deboli
Numero limitato di partecipanti al momento.
Necessità di ulteriore sviluppo tecnologico per garantire l’interoperabilità con altri sistemi.
Sfide relative alla regolamentazione e alla governance.

Moneta unica “The Unit” annunciata la scorsa estate
Stato attuale: a Kazan emerge che l'obiettivo è ancora in fase di discussione e progettazione.
Tecnologia: potrebbe essere una valuta digitale della banca centrale (CBDC) o un paniere di valute dei paesi BRICS.
Sviluppatori: Kazan non ha definito un team di sviluppo specifico.
Funzionalità: l’obiettivo è creare una moneta di riserva globale che sfidi il dollaro e favorisca il commercio tra i paesi BRICS.

Punti di forza
- Potenziale per ridurre la volatilità dei tassi di cambio.
- Maggiore stabilità finanziaria per i paesi BRICS.
- Possibilità di creare un sistema finanziario più multipolare.

Punti deboli
- Sfide tecniche complesse relative alla creazione e alla gestione di una moneta unica.
- Necessità di un forte accordo politico tra i paesi BRICS.0
- Rischi di instabilità finanziaria se non gestita correttamente.

Cosa manca
- Per BRICS Pay: è necessario ampliare la partecipazione alla piattaforma, migliorare l’interoperabilità con altri sistemi e definire un quadro regolamentare chiaro.
- Per “The Unit”: è necessario definire la tecnologia, il meccanismo di cambio, la governance monetaria e ottenere l’accettazione internazionale.

La piattaforma BRICS Pay è quindi solo un primo passo concreto verso la creazione di un sistema finanziario maggiormente multipolare. La moneta unica “The Unit” rimane giusto un obiettivo a lungo termine, che richiederà sforzi significativi e un forte coordinamento tra i paesi BRICS che a Kazan non si è manifestato. Già creare un sistema di pagamenti internazionale alternativo a SWIFT è un’impresa complessa, che si scontra con diverse serie criticità tecniche prima ancora di quelle finanziarie e politiche. La moneta unica, per ora, è solo un’ipotesi di scenario utile sul piano della comunicazione globale ma niente di più.

La rottura della gabbia finanziaria creata col dollaro, con le politiche della Fed e la forza di Wall Street è ancora lontana. Mentre gli sforzi di cooperazione tra i BRICS continueranno, comprendendo pure le criticità che emergono tra interessi tecnologici e questioni di egemonia economico-politica, e le crisi globali continueranno a radicalizzarsi. In questo caso il piano di autonomia politica dei BRICS è reale e chiaro, come la capacità reale di interdizione nei confronti degli USA, quello dell’egemonia economica, tecnologica e finanziaria rispetto all’Occidente al momento è in fase progettuale con significative criticità da risolvere.

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