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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/09/2026

Israele si avvia a riconoscere il Partito della Libertà austriaco, fondato da ex nazisti

Gli ultimi veli dei nazi-sionisti cadono uno dopo l’altro, velocemente. Il quotidiano israeliano Haaretz riporta infatti la “svolta storica” che il governo Netanyahu sta imprimendo alle relazioni con i partiti europei apertamente filo-nazisti e con una storia di acclarato antisemitismo. L'ultimo caso riguarda il cosiddetto “Partito della libertà” austriaco.

Chi si somiglia si piglia…

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Il ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato giovedì che Gerusalemme punta a «un dialogo sostanziale, aperto e franco» per stabilire rapporti con il Partito della Libertà austriaco, formazione di estrema destra fondata da ex nazisti e che negli ultimi anni ha progressivamente adottato una posizione fortemente filoisraeliana.

Gideon Sa’ar stava rispondendo a un discorso pronunciato poche ore prima a Strasburgo da Herbert Kickl, leader del partito, durante una conferenza organizzata dal partito stesso e alla quale è intervenuta anche la ministra del Likud Miri Regev.

Israele boicotta ufficialmente il partito a causa del suo passato nazista e della storia di esponenti antisemiti che ne hanno fatto parte, sebbene negli ultimi anni i rapporti si siano gradualmente riscaldati. La comunità ebraica austriaca ufficialmente riconosciuta, tuttavia, respinge con veemenza il partito.

Kickl ha parlato a un evento organizzato dal suo partito presso il Parlamento europeo di Strasburgo, insieme al gruppo Patriots for Europe, una formazione parlamentare composta da partiti europei di estrema destra alla quale il Likud ha aderito ufficialmente lo scorso anno.

Sa’ar ha dichiarato che Israele «accoglie con favore il significativo discorso pronunciato» dal leader del partito, citando la sua condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, l’adozione da parte del partito della definizione di antisemitismo dell’IHRA – che secondo i critici confonde la critica a Israele con l’antisemitismo – e il suo «riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con la Giudea e la Samaria», il nome biblico della Cisgiordania, nonché «la sua dichiarata intenzione di trasferire l’Ambasciata austriaca a Gerusalemme e il suo impegno ad approfondire la cooperazione pratica e a costruire una nuova partnership con Israele».

Amichai Chikli, anch’egli ministro del Likud, titolare del dicastero per gli Affari della Diaspora e responsabile della lotta all’antisemitismo, che ha promosso i rapporti di Israele con l’estrema destra europea, ha definito l’incontro congiunto «una svolta storica nelle relazioni tra il Partito della Libertà austriaco, lo Stato di Israele e il popolo ebraico».

«Più che una svolta, questo è stato un attraversamento del Rubicone, dopo un lungo processo di costruzione della fiducia, di approfondimento della cooperazione e di creazione di un autentico ponte politico tra Israele e il Partito della Libertà austriaco», ha aggiunto.

Lo scorso anno, quando Kickl aveva ricevuto l’incarico di formare una coalizione, in un tentativo che alla fine fallì, Oskar Deutsch, presidente della comunità ebraica di Vienna, aveva dichiarato: «Forse dovremmo iniziare a fare le valigie».

Pur non definendo il partito stesso un «partito nazista», Deutsch aveva affermato: «Tra i dirigenti e gli esponenti del partito ci sono molti simpatizzanti del nazismo». Dopo il fallimento dei negoziati per una coalizione tra il Partito della Libertà e il centrodestra austriaco, aveva definito lo sviluppo «un grande sollievo».

All’inizio di quest’anno, Harald Vilimsky, leader dell’FPÖ al Parlamento europeo e organizzatore dell’evento di Strasburgo, era stato ricevuto nell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Deutsch aveva dichiarato ad Haaretz, all’epoca, che l’incontro era «estremamente preoccupante».

Israele ha mantenuto un boicottaggio ufficiale del Partito della Libertà, con Netanyahu che nel 2017 aveva confermato che Israele avrebbe evitato i contatti con i suoi ministri di estrema destra e limitato i rapporti agli esponenti di livello operativo. Questa politica faceva seguito a una risposta diplomatica ancora più severa nel 2000, quando il partito entrò per la prima volta nel governo austriaco e Israele richiamò il proprio ambasciatore e declassò le relazioni diplomatiche.

Lo scorso anno, mentre Israele intensificava i rapporti con alcuni partiti di estrema destra in Europa, una fonte diplomatica aveva dichiarato che Israele stava riesaminando costantemente il panorama politico europeo, comprese le posizioni dei partiti su Israele, antisemitismo, nazismo e Olocausto. All’epoca, la fonte aveva affermato che Israele non aveva concluso che la propria politica nei confronti del Partito della Libertà o dell’Alternativa per la Germania, partito tedesco di estrema destra, dovesse cambiare.

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29/09/2024

Austria al voto. Vento di destra ma anche aspettative per il partito comunista

Oggi si svolgono le elezioni in Austria dove, come avvenuto in Germania, si attende una crescita del partito della destra Fpo che potrebbe andare al Governo.

Più di sei milioni di elettori sono chiamati alle urne per rinnovare i 183 seggi del Nationalrat, la camera bassa del Parlamento di Vienna.

Il favorito, nelle intenzioni di voto, è appunto il Partito della Libertà (FPOe, formazione di estrema destra) al 27%, seguito dal Partito Popolare Austriaco (OeVP), del cancelliere Karl Nehammer, al 25%. Il Partito Socialdemocratico (SPOe) potrebbe ottenere il 21% dei consensi e i Verdi, come in Germania parte della coalizione del governo uscente nei sondaggi hanno il 9% .

L’immigrazione è stato un tema centrale della campagna elettorale dove il FPOe di Herbert Kickl intende dare un giro di vite accelerando il rimpatrio degli immigrati nei loro Paesi d’origine.

L’OeVP (Partito Popolare) potrebbe però prendere in considerazione la possibilità di entrare in coalizione con il partito di estrema destra se Kickl fosse disposto a lasciare a un altro l’incarico di primo ministro.

Nel caso di una vittoria dell’OeVP, una coalizione con l’FPOe potrebbe essere più probabile: i due partiti hanno già governato insieme in passato, e le loro posizioni – soprattutto in materia di economia e immigrazione – non sono molto distanti.

Se il quadro generale, negativo, è quello di uno spostamento dell’asse politico verso destra, in Austria c’è anche una novità importante.

Il Partito Comunista Austriaco (KPO), è assente dal Parlamento dal 1959, ma è dato nei sondaggi sopra la soglia di sbarramento del 4%, e potrebbe quindi ritornare a pesare nel sistema politico austriaco, in controtendenza rispetto allo spostamento a destra.

Negli ultimi anni il KPO è cresciuto tanto da conquistare la città di Graz nel 2021 e da crescere in diversi Land, in particolare in Stiria e nel Salisburghese, dove ha ottenuto oltre l’11% nelle elezioni del 23 aprile 2023, pescando principalmente dall’astensione e riavvicinando le classi popolari alla partecipazione politica.

Il suo programma per le elezioni parlamentari di domani si basa su 4 punti chiari:

- Tetto massimo agli affitti, un moderno equo canone

- Ritorno integrale alla sanità pubblica, contro le privatizzazioni

- Neutralità dell’Austria e rifiuto delle politiche belliciste di Nato e Unione Europea

- Attacco ai privilegi dei politici stabilendo un tetto massimo ai loro stipendi

Il KPO ha indicato quindi una strategia e un programma sottoscrivibile da chiunque abbia chiaro che per battere le destre non è utile legarsi al centro sinistra, co-responsabile delle politiche antipopolari e dell’escalation bellica, ma che un’altra strada c’è e, come nel caso della Germania, sembra funzionare.

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19/12/2017

Destre al governo in Austria

L’Austria ha un nuovo governo. Nel fine settimana, i vertici del partito popolare ÖeVP, conservatore, e del partito della libertà FPOe, estrema destra, hanno concordato un programma. Sabato gli organi dirigenti dei due partiti hanno approvato l’accordo. Infine, il capo dell’OeVP e futuro cancelliere, Sebastian Kurz, e il capo dell’FPOe, Heinz-Christian Strache, lo hanno reso pubblico, insieme ai nomi dei ministri. Ieri, lunedì, la nuova coalizione ha prestato giuramento nelle mani del presidente federale, Alexander Van der Bellen. A differenza di quanto lasciato trapelare nei giorni scorsi, quest’ultimo ha assicurato che tutti i ministri proposti avranno la sua fiducia. Van Der Bellen aveva chiesto a OeVP e FPOe di pronunciarsi in favore dell’Unione Europea. Nel preambolo del loro programma di governo, Kurz e Strache hanno soddisfatto questo desiderio.

Nel corso della scorsa settimana erano filtrati nomi e contenuti del programma. Aveva destato non poche reazioni la notizia che l’FPOe avrebbe ottenuto diversi ministeri-chiave. In futuro l’Austria avrà un ministro di estrema destra, Herbert Kickl, agli Interni, ed il suo degno compare Mario Kunasek alla Difesa. Il monopolio della violenza statale sarà in mano alla Destra. Da anni Kickl è lo stratega dell’FPOe, responsabile dei manifesti con slogan razzisti che insudiciano i muri.

Il programma di governo corrisponde largamente a quanto OeVP e FPOe hanno annunciato in campagna elettorale e nelle scorse settimane. Il governo delle destre intende imporre le esigenze che associazioni degli imprenditori e degli industriali avanzano da anni. In futuro, la «flessibilizzazione» dell’orario di lavoro dovrà permettere agli imprenditori di far lavorare i dipendenti 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana. Accordi in questo senso devono essere conclusi a livello aziendale o direttamente fra imprenditori e singoli dipendenti, il che comporterà un indebolimento dei sindacati e dei regolamenti collettivi.

In complesso, la coalizione OeVP-FPO attacca frontalmente le componenti più deboli della società. Contemporaneamente, gli oneri fiscali per gli imprenditori saranno alleggeriti e le disposizioni che tutelano il lavoro ammorbidite. Mentre in quasi tutti i settori si prevedono drastici tagli, l’esercito federale e la polizia riceveranno più fondi e potranno procedere a migliaia di assunzioni. Inoltre, il nuovo governo intende ristrutturare il sistema di previdenza sociale. La «assicurazione minima», una prestazione sociale per quanti non hanno titolo ad ottenere l’indennità di disoccupazione, sarà ridotta a livello federale. Finora ne erano responsabili i singoli Stati federali. I percettori di indennità di disoccupazione saranno controllati con maggiore severità. Inoltre la loro indennità si ridurrà col tempo.

Anche i progetti relativi al diritto d’asilo sono eloquenti. I richiedenti asilo devono consegnare in futuro tutto il contante in loro possesso. Lo stesso per i telefoni cellulari, che devono essere esaminati dalle autorità per trovare elementi relativi all’identità ed alla provenienza dei loro proprietari. OeVP e FPOe intendono migliorare la ”efficienza” dei rimpatri. Ieri, lunedì, numerose organizzazioni hanno messo in atto una serie di manifestazioni. Rappresentanti dei sindacati e di organizzazioni non governative hanno annunciato che intendono opporsi ai progetti della coalizione delle destre.

L’Austria democratica entra in resistenza.

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06/12/2016

Münchau su Eurointelligence: Bentornati nella crisi dell’Eurozona

Su Eurointelligence, W. Münchau commenta la vittoria del “No” nel referendum costituzionale italiano e la sconfitta di misura di Hofer in Austria. Nessuno dei due fatti, sostiene l’editorialista del Financial Times, porta con sé buone notizie per l’establishment europeo. Münchau ritiene che l’ampia vittoria del No rappresenti politicamente l’inizio della fine del sostegno italiano alla causa “europea”, e che l’esito ultimo sarà l’uscita dall’euro. Anche l’elezione austriaca è un segnale d’allarme: seppure sconfitto alle elezioni presidenziali, il “nazionalista” Hofer si sta avviando a una clamorosa vittoria per l’FPÖ, che gli darebbe il governo dell’Austria, nelle elezioni politiche che si terranno entro il 2018.

Si tenga presente che le considerazioni di Münchau vanno lette come segnali d’allarme lanciati (forse invano) da un intellettuale critico qui autodefinitosi un guardiano dell’establishment.

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di Eurointelligence, 05 dicembre 2016

Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro; la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro; il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale; il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.

Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.

Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.

Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.

E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.

Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.

Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.

Cosa accade ora alle banche italiane?

La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?

Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.

Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.

Un altro scenario possibile è quello per cui la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca.

Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.

Tu felix Austria – Tu, Austria felice

Ironia della sorte, l’Austria, tra tutti i paesi, è l’unico che sta resistendo all’ondata di populismo, dando il voto a un anziano professore brontolone invece che a un ardente populista stile Trump.

Ma forse non dovremmo esagerare il significato della sconfitta di Norbert Hofer, che ha perso le elezioni per un margine relativamente ridotto: 52% a 48%. Ha perso perché l’intero establishment austriaco, tranne una piccola sezione del centro-destra di ÖVP, si è schierato col candidato vincente, Alexander van der Bellen. Ma FPÖ [il partito di Hofer], è più forte che mai nei sondaggi. Guardate qui, FPÖ è indicato dalla linea blu:


Il 2018 è l’anno in cui ci dovrebbero tenersi le prossime elezioni parlamentari in Austria, e sarà molto difficile formare un governo contro l’FPÖ. Il presidente federale potrà, teoricamente, rifiutarsi di nominare un governo anti-UE e costringere a nuove elezioni. Ma non potrà farlo per sempre e qualsiasi tentativo di capovolgere la volontà dell’elettorato potrà solamente sortire l’effetto opposto. L’elezione di Hofer avrebbe mandato un segnale negativo al resto dell’UE, ma anche l’elezione di van der Bellen non è consolante.

Su Der Standard, Michael Völker ha osservato che i Verdi austriaci non trarranno beneficio dall’elezione presidenziale, così come FPÖ non ne sarà danneggiato. Hofer ha perso perché non è riuscito a ottenere consensi al di fuori dell’FPÖ e del gruppo allargato dei suoi sostenitori. Völker crede perfino che le elezioni federali austriache potranno essere anticipate di un anno.

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08/06/2016

Tendenze elettorali europee: tra forze anti-sistema e crisi delle socialdemocrazie

Hofer ha mancato l’elezione di un pelo ed io non sarei così allegro per il risultato perché quando si voterà per le politiche, con quel risultato sarà lui il nuovo cancelliere: lui quei voti li ha presi da solo, Van der Belien ha vinto con il voto di tutti gli altri messi insieme, quel che non è possibile fare alle politiche. Comunque, quel che ci interessa qui è che, per la prima volta dalla fine della guerra, un movimento semi-fascista prende quasi il 50% dei voti in un paese di lingua tedesca. Bruttissimo segno.

Magari la Fpo ha caratteri più marcati, ma l’avanzata di forze antisistema di destra è una tendenza evidente nel resto d’Europa. Non tutte possono essere definite para fasciste, e sicuramente non lo sono l’Ukip in Inghilterra, la lista olandese di Pyn Fortuin o Afd in Germania, mentre di un fascismo abbastanza annacquato possiamo parlare per il Fn della Le Pen, al contrario, propriamente fascisti sono quelli di Alba Dorata in Grecia o quelli di Jobbik in Ungheria, mentre il partito di Orban non è poi molto distante da esso. Della Lega non c’è bisogno di dire.

Osserviamo che, pur se ben più debolmente, si affaccia una opposizione antisistema a sinistra con Podemos in Spagna, l’Alleanza della Sinistra Verde Nordica e, anche se in modo assai confuso, questo ruolo in Italia è assolto dal M5s e un movimento similare sta sorgendo in Portogallo.

Per converso, in Europa sta implodendo l’area dei partiti “della legittimazione” (democristiani, socialdemocratici, liberali e conservatori) che sino a pochi anni fa, esaurivano quasi del tutto lo spazio politico europeo con percentuali medie intorno all’85-90%. Oggi, assommati, superano a stento il 50% dell’elettorato europeo. E’ significativo anche il risultato di quelle aree politiche che stanno sul crinale fra “partiti della legittimazione” ed opposizione anti sistema di sinistra (Comunisti, socialisti di sinistra e verdi), come dimostra il fatto che a battere Hofer sia stato un verde, mentre la vecchia Spo è quasi scomparsa (grazie al cielo!).

Colpisce in particolare il tracollo della socialdemocrazia europea, quasi scomparsa in Austria, e Grecia, in procinto di esserlo in Francia, in forte affanno in Spagna, Germania, Inghilterra, dove registra le percentuali più basse da molti decenni. La socialdemocrazia sembra destinata a non sopravvivere alla sua svolta liberista.

I liberali hanno una crisi simile, dopo qualche effimero successo come quello inglese di sei anni fa, e, peraltro, partendo da percentuali ben meno ricche della socialdemocrazia. Resistono un po’ meglio i democristiani, i gaullisti ed i conservatori, più a loro agio nel clima liberista.

Negli Usa osserviamo l’irresistibile ascesa di un personaggio a dir poco discutibile e discussissimo come Trump che replica l’ondata del populismo di destra europeo, mentre, sull’altro versante si afferma un democratico anomalo come Bernie Sanders, da sempre autodefinitosi socialista, il che, negli Usa, significa una collocazione antisistema.

Difficile non scorgere il nesso fra queste tendenze elettorali ed il persistere della crisi economica da otto anni. Emerge con prepotenza una domanda politica che eccede i limiti del sistema e minaccia di travolgerlo. Soprattutto nel voto di destra è evidente la reazione a molte paure indotte dalla globalizzazione: la paura identitaria verso l’immigrazione, la paura dell’impoverimento dovuto alla perdita del lavoro, all’erosione dei risparmi, alla folle pressione fiscale.

Tutto questo si incanala abbastanza naturalmente a destra, sia perché la destra cavalca temi come l’ostilità all’immigrazione, sia perché più incline a proporre ricette miracolistiche e “semplici” da propagandare. Ma questo è anche il prodotto delle insufficienze della sinistra radicale, sempre in bilico fra una scelta decisamente antisistema e il “richiamo della foresta socialdemocratica”. La vicenda greca ne è un esempio eloquente: Tsipras non ha avuto il coraggio che la situazione gli richiedeva ed è rifluito nel servizio al sistema, finendo di espropriare il suo paese da piccolo e spregevole traditore quale è. Una lezione da meditare (di cui ho scritto diverse volte anche in passato).

23/05/2016

L’Austria si tinge di nero

Corsa al photofinish per le presidenziali in Austria. Chiunque sarà eletto al termine dello spoglio lo sarà grazie a una manciata di voti, poche migliaia, forse poche centinaia. Lo scrutinio delle schede deposte ieri nelle urne dagli elettori austriaci ha infatti sancito un sostanziale testa a testa tra il candidato dell’estrema destra, Norbert Hofer, in leggero vantaggio, e il candidato dei Verdi, Alexander van der Bellen (51,9% contro 48,1%), ma lo spoglio dei voti per corrispondenza potrebbe modificare il risultato, fino a capovolgerlo. Il computo delle circa 850mila schede elettorali inviate per posta da altrettanti elettori, pari a ben il 14% del totale dei voti emessi, si concluderà entro le 17 di oggi, quando verrà proclamato con certezza il nome del vincitore.

Ma se anche dovesse alla fine prevalere il candidato indipendente van der Bellen l’ondata di destra che ha travolto il sistema politico dell’Austria – travolgendo i partiti tradizionali, i socialdemocratici e i popolari, ridotti al lumicino in queste elezioni presidenziali – non può e non deve essere sottovalutata. Anche perché quel temporaneo 52% ottenuto dal nazionalista e xenofobo Hofer è frutto di una mobilitazione dell’elettorato austriaco: ieri alle urne si è recato il 70% degli aventi diritto, un dato nettamente superiore rispetto al primo turno del 24 aprile scorso. Allora il leader del partito di estrema destra FPOE – Partito Austriaco della Libertà – per anni guidato dal neonazista Jorg Haider, era arrivato ampiamente in testa con il 35% dei voti davanti a Van der Bellen (ex socialista, professore di economia e figlio di immigrati dell’Europa orientale) con il 21,3%. Tutti gli altri candidati, arrivati dietro con notevole distacco, hanno fatto fronte comune contro l’esponente di una destra estrema ma in doppiopetto che unisce liberismo e nazionalismo, euroscetticismo e discorsi nostalgici, additando i profughi come fonte di tutti i mali in un paese che nonostante tutto è stato tenuto relativamente al riparo, in quanto satellite della Germania, dall’austerity e dai tagli draconiani che hanno squassato i paesi dell’Unione Europea mediterranea.

A tirare la volata all’ondata dell’estrema destra è stata paradossalmente la politica allarmistica dei partiti di centrodestra e centrosinistra, che nel tentativo di stoppare l’ascesa del Partito della Libertà hanno iniziato a cavalcare la tigre della xenofobia, a lanciare continui allarmi su una presunta invasione dei suoi confini da parte di milioni di profughi che ha spaventato i normalmente tranquilli austriaci. Minacciando più volte la costruzione di una barriera al confine con l’Italia e militarizzando la frontiera – alla vigilia del ballottaggio altri 80 poliziotti sono stati dispiegati al Brennero – il governo di grande coalizione tra Spoe e Oevp ha adottato molti degli argomenti di Norbert Hofer, pensando così di disinnescare il pericolo di un boom elettorale della destra nazionalista e xenofoba, rassicurando l’elettorato e attirandolo verso socialdemocratici e democristiani. Ma è avvenuto esattamente il contrario: dando di fatto ragione a Hofer il sistema politico austriaco ha legittimato il candidato estremista come alternativa allo status quo anche in settori dell’elettorato non estremisti ma preoccupati che i famosi profughi rappresentino un pericolo per il locale stile di vita e un welfare che resiste agli assalti che lo hanno dinamitato più a sud.

Profughi che in realtà a Vienna non si sono visti, almeno non nella misura denunciata demagogicamente dalle autorità austriache. Fa strano che ricordarlo sia stato ieri il premier italiano. “Non è vero che c’è un’invasione” e “il Brennero è stato utilizzato in modo demagogico” ha detto Matteo Renzi nel corso di una intervista a Radio 105. “Gli immigrati arrivati in Italia sono meno di quelli dello scorso anno, il 21% in meno e nel 2015 erano già meno del 2014. Non è vero che c’è un’invasione, va gestita, bisogna bloccare il flusso di persone, creare le condizioni in Africa per rimettere le cose in ordine, ma quando i media austriaci dicono: ‘Stanno invadendoci’ dicono una cosa non vera” ha spiegato il presidente del Consiglio.

L’Austria non è spaccata a metà solo dal punto di vista delle percentuali dei due candidati, ma anche dal punto di vista territoriale. Se Hofer ha stravinto nelle zone rurali del paese, l’ex leader degli ecologisti Van der Bellen si è imposto in 8 dei 9 capoluoghi regionali dell’Austria, e soprattutto a Vienna, dove ha superato il 60% dei consensi.

Fonte

26/04/2016

One in a million


Il suo testo di questo pezzo è uno spaccato di mondo (e fa riflettere che sia datato 1988) che spiega meglio di qualsiasi altra analisi come riesca Trump a riscuotere così tanto successo nelle primarie repubblicane per la presidenza Usa e come sia riuscito il candidato dell'FPO a piazzarsi in testa nella prima tornata elettorale per la presidenza in Austria.

Come il terremoto in Austria può investire un'Italia assonnata e docile

Lo diciamo spesso e fa sempre bene ricordarlo: questo paese vive in un loop politico vecchio di un quarto di secolo. Si tratta di un dato di fatto che, dopo la pietrificazione degli anni '80 e in piena disfunzione globale, lo rende incapace di affrontare i pericoli. Anche in questo periodo infatti scorrono gli stessi titoli di tg dei primi anni '90: polemiche sulle inchieste della magistratura, sulle riforme costituzionali, sulle pensioni. Sappiamo come andò a finire allora: tra l'estate e l'autunno del 1992 la realtà (cioè la nascente governance europea, il sistema monetario continentale che conteneva un dna dello squilibrio poi trasmesso all'euro, i soliti mercati finanziari che vivono di speculazioni al ribasso) presentò pesantemente il conto. Soprattutto lo presentò agli italiani: da quella stagione, statistiche alla mano, il livello dei salari, e del potere di acquisto dei redditi da lavoro, non è mai risalito. Ha fatto alti e bassi senza mai toccare il punto di caduta del 1992. Stesso destino per il Pil, in caduta tendenziale da allora. Qualcosa di simile, compresa l'incapacità delle sinistre (per non parlare dei sindacati...) di aggredire positivamente i nodi sistemici, è accaduto poi dopo Lehman Brothers, causando un -5% del Pil italiano nel 2009, e dopo la crisi del debito sovrano 2011-2012 che ha portato tre recessioni consecutive, il crollo delle economie che ruotavano attorno alle autonomie locali, degli investimenti e l'attuale stagnazione (che solo il presidente del consiglio, con discorsi pubblici a metà tra Orwell e il mercatino di San Casciano val di Pesa, prova a vendere come rinascita).

La questione oggi da considerare è che il terremoto austriaco, specie se quella di domenica è solo la prima scossa, può produrre, in Italia, una stagione di disastri simile a quelle del passato. Non solo per la questione migranti, strozzando la circolazione dei profughi su un'arteria di passaggio fondamentale verso il nord, ma per almeno tre questioni sistemiche: stato della governance europea, dell'euro e del sistema bancario. Una cosina da nulla insomma, con effetti che possono essere, a catena, in tutta Europa. Del resto Vienna c'è abituata: al tempo della prima globalizzazione, nella seconda metà dell'ottocento, il crollo della sua borsa del maggio 1873 scatenò una depressione salariale che, in Europa e negli Usa, durò oltre un ventennio. Oggi, con un'Austria sensibilmente più piccola, rispetto al periodo in cui Vienna era il cuore dell'impero austro-ungarico, può accadere qualcosa di comparabile. In nessun luogo, come in Europa, il passato può tornare sotto la veste della novità e della sorpresa. Basta conoscere le vesti diverse con le quali questo passato, si manifesta.

Ma andiamo per gradi. Nel primo turno delle elezioni presidenziali di domenica scorsa, tra la sorpresa di molti sondaggisti, ha vinto il candidato della FPÖ Norbert Hofer. 36% al primo turno con circa 16 punti di distacco sul candidato dei verdi. Se il primo terremoto è questo, mai un candidato del partito che fu di Haider aveva raggiunto un simile livello, il secondo è rappresentato dal crollo dei partiti austriaci tradizionali (popolari e socialdemocratici). Se l'Austria infatti, dal 1945, è stata di fatto governata, tranne la parentesi dell'alleanza di centro destra tra popolari e FPÖ di Haider, da una concertazione tra centrodestra e centrosinistra questo mondo è finito in un turno elettorale. A maggio ci sarà il secondo turno ed è bene ricordarsi questa scadenza. Perchè la FPÖ, il cui candidato presidente in caso di vittoria potrebbe sciogliere presto il parlamento, non è solo alleata della Lega Nord e del Front National della Le Pen. E' euroscettica, capace di incrinare, da destra non da sinistra come sarebbe accaduto se Syriza avesse piegato la Merkel, la governance europea. Inoltre siede su una bomba del debito, e su un ordigno bancario, niente affatto da sottovalutare. Infine, cosa sottovalutata, è in grado di influenzare Berlino con i propri comportamenti. Vediamo i cinque punti che possono alimentare un terremoto in Europa se Hofer vince il secondo turno elettorale.

- Politiche migratorie. Hofer ha definito l'immigrazione come una "invasione islamica" tout court. In caso di vittoria come presidente farà forte pressione sul parlamento, peraltro già incline a favorire queste pratiche, per la blindatura delle frontiere austriache. Schengen, di cui l'Austria fa parte, salterebbe velocemente. Con conseguenze pesanti non solo sulla libertà di circolazione ma anche sull'economia europea (per non parlare di cosa può accadere in quegli ordigni che sono i mercati finanziari in caso di collasso di Schengen). La Merkel, proprio recentemente, ha parlato del diritto dell'Austria a chiudere le frontiere. Vienna, come si vede, influenza anche oggi Berlino. Nel mezzo, ondate di profughi o bloccate in terre di nessuno oppure espulse verso zone di rischio.

- Euro e politiche di bilancio. La FPÖ, basta dare un'occhiata al suo sito mostra idee chiare: si batte per un vero e proprio smantellamento della governance europea per come la conosciamo. Per una rinazionalizzazione delle competenze su bilancio, economia e sostegno alle imprese. Per il ritorno alle monete nazionali o, in alternativa, per una moneta unica fortemente ancorata alle esigenze nazionali. Dopo aver espulso dall'eurozona un bel po' di paesi, s'intende. Una simile posizione, se portata avanti in modo da mettere in difficoltà il funzionamento dei vertici e delle politiche europee (specie nei vertici in cui è richiesta l'unanimità) può risultare esplosiva. Specie se l'impasse della governance europea fa, come è già accaduto, cortocircuito con i mercati finanziari. Altra potenziale dinamite per i mercati finanziari. Nel 2015, solo sulla pubblicistica specializzata però, si parlava di Austria come potenziale Grecia del prossimo futuro, capace di sinistrare l'Euro pur essendo piccola. Rischiamo di arrivare velocemente al momento in cui le ipotesi si verificano, o meno, con i fatti.

- Economia, banche, debito. La crisi Lehman di ormai otto anni fa si è fatta sentire anche in Austria. Oltretutto negli ultimi tre anni, nonostante le previsioni, l'economia è rimasta pressoché al palo. Con consumi stagnanti, l'export penalizzato dalla vicenda Ucraina (altra storia che lega Austria e Germania) poi risalito con la svalutazione dell'euro e l'occupazione ferma. E l'immancabile riforma delle pensioni che ha aumentato l'età pensionabile comprimendo consumi, economia e ricambio generazionale. E' evidente che questa situazione di disagio, che anche l'Italia conosce da vicino, ha inciso sulla crescita della FPÖ. Ma c'è di più. L'Austria è seduta su una bomba del debito che può incidere in Europa. Bomba che lega banche, debito e istituzioni regionali. Il buco della Hypo Alpe Adria, banca austriaca con partecipazione tedesca, fin dal 2015 era stimato, da Bloomberg, come qualcosa che poteva coinvolgere seriamente il sistema finanziario austriaco e tedesco. Oggi l'Austria sta facendo, come recentemente ben spiegato dalla Neue Zuercher Zeitung, da apripista per le nuove regole sul bail-in bancario europeo (quelle che in forma morbida, e già hanno fatto disastri, sono state applicate per Banca Etruria) proprio su Hypo Alpe Adria. C'è però un problema: la regione della Carinzia, di importanza strategica per l'Austria, secondo diverse stime deve pagare, per il fallimento di Hypo, dagli 11 ai 6,4 miliardi di euro. E tutto il bilancio della regione Carinzia è di soli 2 miliardi di euro. Se la FPÖ vincerà le presidenziali, e si consoliderà poi al potere, il modo con il quale tratterà due problemi esplosivi, la questione Carinzia e il primo vero bail-in bancario dopo le nuove norme valide dal primo gennaio, farà da precedente in Europa. Tanto più che sistema bancario, e finanziario, tedesco e austriaco sono legati. Cosa da osservare parecchio visto la crisi del sistema bancario europeo, e quello italiano, irrisolta dal 2008. Nonostante le ristrutturazioni del settore e le migliaia di miliardi di euro immesse da Draghi nel sistema bancario continentale.

- Austria e Germania. Di conseguenza emergono i delicati, per l'Europa, legami sistemici tra Germania, il paese chiave dell'Europa, e Austria. Politici ed economici. Cominciamo dai primi. Vista la posizione della Merkel sui migranti, favorevole a eventuale chiusura frontiere del Brennero, si capisce che non mancano i condizionamenti a Berlino sui temi che trovano sensibile l'Austria. In Germania infatti la CSU bavarese è vicina ai temi "austriaci" sull'immigrazione nonché legata all'Austria su questioni bancarie. C'è poi il legame tra vittoria FPÖ in Austria e crescita della Afd, liberista e nazionalista assieme, in Germania. Per la CDU della Merkel tutto questo non è trascurabile: rischia una spaccatura col partito bavarese se non lo segue e un travaso verso Afd di un elettorato che vede con favore politiche all'austriaca (magari tradotte in modi tedeschi). Un bel problema per la Merkel che, con la recente visita di Obama ad Hannover, ha invece mostrato interesse per un qualcosa che può mettere in crisi il proprio elettorato, quello della Csu e far fuggire voti verso Afd: il prosieguo dei round del TTIP, il trattato superliberista del commercio tra Usa ed Europa. Ma, lasciando la Merkel ai suoi problemi politici, l'Austria, il cui sistema bancario è collegato con quello tedesco (e con le sue montagne di titoli tossici), può servire come strumento per orientare le politiche bancarie. Oggi il sistema finanziario tedesco è spaccato, con conseguenze serie sull'Europa: da una parte le banche soffrono il tasso di interesse zero, dall'altra il Dax ha ripreso a camminare (tanto che per la borsa tedesca si prevedono anche dei record per il 2016). L'Austria, con i suoi problemi bancari, può servire come arma di ricatto alle banche tedesche per ricomporre, a danno dei paesi del sud, questa spaccatura. E se la crisi bancaria austriaca si sommasse con l'impasse della governance europea, grazie al comportamento ostruttivo di Vienna, non mancherebbe certo la noia in Europa.

- Possibile effetto domino in Europa. L'ultimo punto, come da lessico del Dottor Stranamore, è da bomba fine di mondo. La descrizione di questo scenario possibile è breve quanto chiara. Una eventuale vittoria della FPÖ alle presidenziali può nutrire il giubilo di tutto l'euroscettismo, e il protezionismo, europeo. C'è un di più: il 23 giugno c'è il referendum sulla Brexit, sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nella Ue. Per adesso la permanenza in Ue è in leggero vantaggio. Una forte eco di una eventuale vittoria di Hofer potrebbe influenzare il referendum britannico. Anche perché, se l'Austria si rifiuta, da destra, di far funzionare l'eurozona per come la conosciamo c'è sempre la Grecia, con tutti i gravissimi problemi irrisolti dallo scorso anno, che potrebbe fare sinergia da sinistra. Non pagando più il debito e causando, di fatto, una forte incrinatura nella governance europea. Questo scenario può fare contagio in Gran Bretagna e favorire, sull'onda degli eventi, la Brexit. In quel caso in borsa, per capirsi, sarebbe Armageddon.

Perché la borsa è un mondo dove il problema (e la speculazione), infatti, non avviene tanto se i sistemi cambiano. Ma se esplodono. A differenza della politica dove ci si adatta all'esplosione dei sistemi e il cambiamento è soprattutto una forma retorica da mantenere viva.

Tutto questo accadrà certamente? La politica è fatta di possibilità. Alcune accadono altre no. In conseguenza di una vittoria di Hofer alcune di queste ipotesi possono accadere. Primo appuntamento, per una verifica dei problemi, al secondo turno delle presidenziali. Certo una vittoria dei verdi austriaci al secondo turno attutirebbe, e di molto lo scenario. Ma, già da oggi, guardandola dall'Austria, si capisce in quali difficoltà si dibatte l'Europa. Il disastro del liberismo, e della politica della Bce di sostegno alle banche, è sotto gli occhi di tutti. Solo che a destra ne hanno tratto le conseguenze proponendo messaggi che, negli elettori dei vari paesi, trovano consenso. Nelle sinistre mancano ormai sia una critica che un contrasto reale alla globalizzazione economica e finanziaria. Coglionescamente tutto questo viene chiamato "nostalgia sovranista", quando la globalizzazione economica e finanziaria – dove l'egemonia è di chi detiene capitali, dispositivi di governance e banche centrali – è sfacciatamente di destra, fatta per dominio dei pochi sui molti. E nel frattempo la destra populista prospera scommettendo su una rinazionalizzazione delle competenze economiche a vantaggio dei pochi, sfruttando la rabbia dei molti. Scommettendo quindi su quello che è apparentemente un piccolo paese di frontiera mentre, invece, rivela tutta la sua pericolosità sistemica. Chi, su questi temi, parla di assenza della divisione destra-sinistra, parla giusto per fare da decorazione bizzarra a quanto accade. La globalizzazione economico-finanziaria, spesso confusa con quella delle comunicazione o con l'integrazione dei trasporti, è di destra. Si combatte solo da sinistra. Nel mezzo ci sono solo parole, legittime per carità, ma prive di riscontri reali.

Certo sono tutti temi che dicono poco a chi si infervora, con la centralità politica dell'analisi delle differenze di posizioni, nelle affinità e differenze tra associazione nazionale dei magistrati e consiglio superiore della magistratura. Figuriamoci per gli appassionati, per altro sempre meno, delle gesta del presidente del consiglio. Oppure a coloro che quando hanno ripetuto la retorica del "più Europa", sono convinti anche di aver detto qualcosa. Ma sono temi che suggeriscono che la politica in questo paese, certo non solo quella di ciò che è rimasto delle sinistre, è veramente fuori centro. Incapace di far entrare la globalizzazione come problema interno e capace solo di interrogarsi noiosamente sulla propria autoreferenzialità per poi, se arriva, farsi travolgere dalla marea. Certo, secondo molti, e non a torto in un'ottica di lungo periodo, stiamo di fatto vivendo gli effetti della crisi del sistema monetario internazionale mostratasi durante la seconda metà degli anni '70. Già all'epoca per molte sinistre la realtà volò via come un aereo a decollo verticale. Per quelle di oggi, fino a questo momento, non c'è stata neanche la possibilità di assistere a questo genere di decollo.

Redazione, 25 aprile 2016

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13/10/2015

Vienna. Vincono i socialdemocratici ma è boom dell’estrema destra

Il partito di estrema destra in doppio petto dell'FPÖ, che fu del defunto Jorg Haider, ha registrato ieri nelle elezioni comunali celebrate a Vienna uno spettacolare exploit, superando per la prima volta nella sua storia la soglia del 31% e registrando un notevole progresso rispetto alle precedenti consultazioni, quasi 6 punti percentuali in più che nel 2010.

Ma non è bastato, perché i socialdemocratici (SPÖ) guidati dal sindaco uscente Michael Häupl, pur avendo perso cinque punti rispetto al 2010, hanno vinto le consultazione ottenendo il 39.5% dei voti.

La campagna dell’ultranazionalista e xenofobo Heinz Christian Strache e del suo partito è stata interamente basata sull’allarmismo nei confronti della presunta invasione da parte degli immigrati, in particolare di quelli siriani alla quale, ha invece detto l’ex sindaco socialdemocratico, occorre rispondere con razionalità e spirito d’accoglienza. Ma per l’FPO la maggior parte dei rifugiati siriani che cercano scampo in Europa sarebbero ‘immigrati economici’ e non veri profughi, ed in quanto tali andrebbero respinti.

Quanto accaduto negli ultimi mesi però ha fornito consistente argomentazioni alla propaganda dell’estrema destra che ha attaccato apertamente la pur ambigua e interessata apertura ai migranti decretata dalla leader tedesca Angela Merkel e dall’Unione Europea. Solo nel mese di settembre sono stati almeno 150 mila gli immigrati transitati in territorio austriaco provenienti dall’Ungheria.

La maggior parte di loro ha già lasciato Vienna diretta in Germania o in Scandinavia, ma la propaganda xenofoba ha avuto gioco facile a suscitare timori e allarmi tra i settori più reazionari – o più poveri – della popolazione timorosa di perdere diritti e garanzie sociali a causa dell’arrivo di un numero eccessivo di lavoratori stranieri. Tanto che i sondaggi della vigilia parlavano addirittura di un possibile sorpasso dei socialdemocratici da parte del “Partito della Libertà” portato ai primi fasti da Jorg Haider che poi però nel 2005, prima di rimanere ucciso in un incidente statale, lo aveva abbandonato in favore di una formazione, l’Alleanza per il Futuro dell'Austria (BZÖ), di stampo più conservatore e liberale.

In terza posizione alle elezioni della capitale austriaca si sono piazzati i Verdi con l’11.5% – un punto meno che nel 2010 – che probabilmente rimarranno alleati dei socialdemocratici nella gestione del comune. Da notare il crollo dei democristiani di centrodestra dell'ÖVP, che a livello federale governano in ‘grande coalizione’ insieme ai socialdemocratici e che alle elezioni locali di ieri sono scesi dal 14 al 9,3%, superati appunto dagli ecologisti. A fare il loro ingresso per la prima volta nel più importante municipio austriaco sono i liberali di Neos che, con il 6.2%, sono riusciti per la prima volta a superare la soglia di sbarramento del 5%.

Dopo i risultati elettorali, il leader della destra populista e xenofoba ha naturalmente cantato vittoria, ed Heinz Christian Strache è tornato a chiedere le elezioni anticipate per dare alla repubblica federale austriaca un parlamento più in linea con il sentimento popolare. "Il nostro risultato non può essere sminuito" ha avvertito il leader del Partito della libertà, ricordando che l’FPO ha ottenuto una percentuale tale da essere in grado di bloccare, all’interno del consiglio municipale, ogni importante misura non gradita.

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