Tiene banco il congresso della SPD, svoltosi il 21 gennaio a Bonn e in cui il 56,4% dei delegati (contrari, per lo più, i “Juso”, i giovani socialisti di Kevin Kühnert) ha dato via libera all’adesione del partito alla “große Koalition” con CSU e CDU, sancita in una comune carta di intenti stilata in precedenza.
Un documento, questo, a proposito del quale, la scorsa settimana, Herbert Becker, sul settimanale del DKP, Unsere Zeit, notava come sia quasi integralmente “scritto al Konjunktiv”: una lista di belle intenzioni di cui, forse, in un qualche futuro, ai tre partiti potrebbe venir voglia di parlare. Frasi astratte su problemi sociali, povertà della popolazione anziana e miseria infantile, contratti di affitto sociale, lavoro precario. Si dice di voler intervenire sul mercato immobiliare, costruendo 1,5 milioni di nuovi appartamenti con finanziamenti pubblici gratuiti: una manna per i costruttori, nota Becker. Si parla di “posti di lavoro sicuri e duraturi”, di “rivalutare” il lavoro temporaneo e part-time e viene aleggiata una futura “piena occupazione”, ovviamente pagata poco o nulla. L’unico tema su cui i tre partiti parlano chiaro, a parte l’auspicio di un ulteriore sviluppo del ruolo tedesco nella UE, è quello della sicurezza: modernizzazione delle forze armate, continuazione delle missioni estere, arruolamento di 15.000 nuovi uomini.
L’intera carta è scritta “non solo nello spirito, ma in parte anche nella “formulazione” di associazioni padronali quali BDI (Bundesverband der Deutschen Industrie), Automobilverband e Bauernverband (agricoltori): si devono a esse anche i punti sull’importazione di “forza lavoro qualificata internazionale” e su una legge sull’immigrazione, inquadrata in una cornice di “protezione delle frontiere esterne dell’Europa, sviluppo di Frontex, situazione giuridica e sociale dei rifugiati”, fino al compromesso sulle quote, con la formula “da-a”: da 180.000 a 220.000 all’anno.
Altre “bellissime frasi di desideri” sono quelle su cultura e istruzione, salute e assistenza, ambiente e agricoltura: “sotto i dettami di industria e capitale finanziario” conclude Becker, “la SPD sembra aver abbandonato ogni tentativo di fingere di varare progetti sociali”. Dopo il congresso di Bonn, l’esponente di Die Linke Sahra Wagenknecht ha detto che la SPD sta liquidando se stessa: “da anni sta facendo politica contro i propri elettori, è responsabile di bassi salari, povertà degli anziani, privatizzazione e lavoro precario. Ora, solo la base può fermare il definitivo suicidio, altrimenti la SPD finirà nella cripta in cui sono già assopite le sue sorelle olandese, francese e greca”.
D’altronde, l’odierno atteggiamento “sociale” della socialdemocrazia tedesca, in un paese in cui le 40 persone più ricche hanno le “stesse possibilità” della metà più povera della popolazione, ha una tradizione: a proposito del retaggio imperiale sul divieto di sciopero per i dipendenti pubblici, tuttora in vigore, Die junge Welt ricorda la condotta del presidente socialdemocratico Friedrich Ebert (quello dell’assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg) che nel 1922 decretò il divieto di sciopero in occasione dell’agitazione salariale del sindacato dei ferrovieri. Allorché i macchinisti confermarono l’azione, sostenuti da scioperi di solidarietà proclamati dai comunisti, il capo della polizia di Berlino ordinò l’arresto dei capi sindacali, con il consenso dei sindacati socialdemocratici e liberali. Lo stesso sembra ripetersi oggi, con il Dbb (Deutscher Beamtenbunde) l’associazione dei dipendenti pubblici, che continua a respingere il diritto di sciopero.
I funzionari pubblici possono infatti esprimere solo “simbolicamente” le proprie richieste sindacali; ma il divieto di sciopero viene sempre più spesso contestato, soprattutto nelle controversie salariali a livello di Land, dove è impiegata la maggioranza dei circa 1,7 milioni di dipendenti pubblici. Secondo i “tradizionali principi della pubblica amministrazione professionale”, scrive Die junge Welt, si richiede ai “servitori dello stato” uno “speciale dovere di lealtà”, in cambio di un trattamento di favore rispetto al resto del lavoro dipendente; l’obiettivo è chiaro: “separare dalla classe operaia, con alcuni privilegi e doveri speciali, uno strato cui si può far appello in periodi turbolenti. Per lo più, ciò ha funzionato bene: raramente gli impiegati pubblici hanno sollevato conflitti con le autorità”. Ma, oggi, la svolta neoliberista mette in discussione anche quello status quo: settori quali poste e telecomunicazioni, con moltissimi dipendenti pubblici, sono stati trasformati in società per azioni, con orario di lavoro esteso unilateralmente, così che la “speciale relazione di servizio e lealtà reciproci”, tra datori di lavoro e dipendenti pubblici, si è ridotta a lealtà unidirezionale dei dipendenti.
Va dunque di pari passo con le privatizzazioni e la crescente precarietà, la questione del reddito di base garantito, che sta animando il dibattito nella sinistra tedesca. Sull’ex organo della SED, Neues Deutschland, l’economista Erika Maier (nel 1969, a 32 anni, fu la più giovane docente della DDR) nota che questo “non è un progetto di sinistra”, perché “l’uomo ha bisogno del lavoro”. Linke e Verdi, scrive, ritengono che un reddito di base di 1.000 euro garantisca una vita dignitosa e sono convinti che il futuro non riserbi alternative. In effetti, cresce il numero di persone in condizioni di vita e di lavoro precarie: almeno due milioni di lavoratori autonomi spesso non sanno come pagare l’affitto e molti di loro non hanno assicurazione sanitaria e pensionistica. Aumenta anche il numero di lavoratori temporanei e pensionati poveri; con la digitalizzazione si sono persi milioni di posti di lavoro e si presume che nei prossimi anni scompariranno la metà o 2/3 dei posti di lavoro tradizionali.
Il presidente della DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund: la Confederazione generale dei sindacati) Michael Sommer, ritiene che un reddito di base per coloro che vengono cacciati dal processo lavorativo, finanziato dalle tasse, sia possibile e giusto. Anke Hassel, direttrice dell’Istituto economico-sociale alla Fondazione Böckler, dipinge il reddito di base come un “dolce veleno”, che divide ulteriormente la società e distrugge lo stato sociale. Katja Kipping, leader di Die Linke, vede nel reddito di base incondizionato un progetto di sinistra, con cui si realizza un cambiamento rivoluzionario ed emancipatore; Sahra Wagenknecht lo giudica un abbaglio.
Cosa rimane infatti, nota la Maier, di 1.000 euro al mese, se scompaiono tutte le prestazioni sociali: assistenza, contributi per affitto e riscaldamento, aiuti per malati, disabili e genitori single? E con un aumento delle tasse del 50% per finanziare il reddito di base, ogni cosa sarà di 1/4 più costosa. La verità, scrive la Maier, è che la povertà sarà solo incrementata: con l’eliminazione completa dello stato sociale, stato e aziende non si prenderanno più cura dei licenziati.
Ci sono attualmente 44 milioni di persone attive in Germania ed entro il 2060 la percentuale di popolazione attiva diminuirà di quasi il 20%: accorciando le ore di lavoro a 30 ore settimanali, calcola Erika Maier, si creerebbero oltre 10 milioni di nuovi posti di lavoro; la crescente produttività, consente inoltre di pagare lo stesso salario a ore di lavoro ridotte. La Germania ha urgente bisogno di insegnanti, maestre d’asilo, infermieri. C’è da costruire appartamenti e scuole, riparare ponti, rinnovare stazioni; preservare l’ambiente, proteggere il clima, richiede manodopera.
Quando si discute del reddito di base, ci si chiede se la “liberazione” di persone “mentalmente e fisicamente sane dal dovere di lavorare sia equo, solidale, umanistico; tradotto socialmente, ciò significa domandarsi se il reddito di base sia una valida idea di sinistra”. Rivendicare una società solidale e socialmente giusta significa che nessuno viva a spese degli altri. Questo non vale solo per “quelli in alto”, ma per tutti. Naturalmente, le persone hanno bisogno di tempo libero per figli, genitori non autosufficienti, formazione e riqualificazione, forse anche per la riscoperta di sé. Ciò richiede soluzioni individuali per orario di lavoro, borse di studio, prestiti agli studenti, prestiti o conti temporali personali finanziati con imposte.
Nella DDR, il popolo era ben istruito e godeva di sicurezza sociale. Affitti, pane, riscaldamento avevano prezzi bassi e stabili; il popolo sapeva di non lavorare per i capitalisti e nemmeno per il Comitato centrale. Tuttavia, con il pane si nutrivano i maiali e in inverno si lasciavano le finestre aperte: non tutti lavoravano disinteressatamente e responsabilmente. A suo tempo, Marx ed Engels erano intervenuti contro certe illusioni del movimento operaio: nella “Critica al programma di Gotha”, criticarono nettamente la richiesta lassalliana di un “reddito integrale da lavoro”. Sono stati sviluppati diversi modelli per finanziare il reddito di base incondizionato; si tratta di cambiare le coordinate: costa molto meno creare nuovi posti di lavoro, che non pagare a ognuno un reddito base di 1.000 euro, con un aumento delle tasse del 50%. Dieci anni fa, l’allora coalizione rosso-rossa di Berlino, aveva creato un settore pubblico per i disoccupati di lunga durata, con posti di lavoro che assicuravano un minimo di sicurezza sociale.
Per l’uomo, conclude la Maier, il lavoro non è solo un dovere per la società, ma è parte della sua esistenza sociale. Il diritto al lavoro, per secoli obiettivo della sinistra, è oggi giudicato una reliquia dei tempi antichi. Ma, la non occupazione può avere anche un impatto politico: nelle aree a elevata concentrazione di beneficiari di Hartz IV, l’affluenza alle urne è talvolta inferiore al 30% e l’AFD è spesso il partito più forte.
A questo proposito, Jörg Roesler, storico dell’economia, ex collaboratore dell’Istituto di storia economica dell’Accademia delle scienze della DDR e ora membro della Historischen Kommission di Die Linke, si chiede su Neues Deutschland quale relazione ci sia tra la privatizzazione dell’economia della DDR e i successi elettorali della destra, particolarmente sostenuti proprio negli ex Länder dell’ex Germania Est. Alle elezioni del settembre scorso, infatti, la xenofoba AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto un risultato a due cifre (12,6%). In Sassonia, l’AfD è stato il primo partito (nella Sassonia orientale, lo ha votato oltre 1/3 degli elettori) puntando soprattutto sullo spauracchio dell’immigrazione, presentata quale causa per cui i tedeschi dell’Est non stanno ancora così bene come era stato loro promesso dal governo federale 28 anni fa. In tutti i nuovi Länder annessi nel 1989, dal Meclemburgo-Pomerania occidentale alla Turingia, almeno uno su cinque o sei votanti ha scelto AfD; nei “vecchi” Länder, solo uno su otto.
Per i media main stream, nota Roesler, la ragione è semplice: gli “Ossis” (i tedeschi dell’est), che il regime comunista aveva tenuto isolati per lungo tempo dal mondo esterno, non hanno avuto l’opportunità di familiarizzare con le culture straniere.
I media hanno così trovato il pretesto, si potrebbe osservare, per far ricadere anche questo problema sulla DDR in sé, e non sulla sua deindustrializzazione decretata dal capitale della RFT. E infatti, nota Roesler, “le ricerche dimostrano come non vengano prese di mira, di per sé, le minoranze religiose, culturali o etniche, ma sia piuttosto la condizione sociale a nutrire i pregiudizi. Se il contrasto tra ricchi e poveri diventa sempre più profondo e le persone sono minacciate in qualsiasi momento da precarietà e declino sociale, sentendosi impotenti, queste reagiscono con la rabbia”. E AfD ha raccolto consensi non solo per la retorica xenofoba, ma soprattutto perché, fondato appena quattro anni fa, non appartiene ai partiti dell’establishment della Repubblica Federale, che avevano promesso ai tedeschi dell’est il rapido allineamento al potere economico e al tenore di vita dei “fratelli e sorelle” dell’ovest.
Parafrasando l’ovidiano re d’Etiopia, Cefeo: ripagano per ciò che era stato pattuito con le parole, ma non meritato coi fatti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/01/2018
22/01/2018
Germania. Il congresso approva il suicidio dell’Spd
Alexander Dobrindt, imprenditore ultracattolico bavarese e ministro dei Trasporti federale in carica dal dicembre 2013, ha definito l’opposizione dei giovani socialdemocratici alle trattative per la formazione di un nuovo governo di coalizione una «rivolta dei nani». Al congresso straordinario della SPD di domenica il loro presidente, Kevin Kühnert, ha dichiarato, invitando i delegati a non aver paura di dire no, che il motto dei giovani è «essere un nano oggi, per poter essere di nuovo dei giganti in futuro». Lui ci crede.
La votazione si è conclusa con un 56,4% di favorevoli, un 43,5% di contrari e 1 astenuto. Ha pesato l’opinione dei dirigenti dei sindacati e quella del gruppo parlamentare, preoccupato per la sorte delle proprie comode e ben retribuite poltrone, oltre che degli interessi dei propri mandanti e delle loro clientele. Le trattative con i democristiani possono iniziare, per concludersi, prevedibilmente, entro febbraio. Resta da vedere se il voto dei 440.000 iscritti alla SPD convaliderà l’accordo di coalizione.
Il presidente del partito, Martin Schulz, fiero avversario di una riedizione della Grosse Koalition in novembre, si è trasformato, in meno di due mesi,in uno strenuo difensore della partecipazione della SPD al governo. In un discorso di mezz’ora, che non ha particolarmente entusiasmato i congressisti, ha dichiarato che “in questo momento la repubblica guarda a noi” e “non si deve governare a qualsiasi costo, è giusto. Ma non si deve neppure non voler governare a qualsiasi costo.” A noi italiani suona un po’ come il «non aderire né sabotare» del PSI all’epoca della I Guerra mondiale.
Il discorso più appassionato è stato quello della presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico Andrea Nahles, ministra del Lavoro nel 3° governo Merkel dal dicembre 2013 al settembre 2017. La donna, 25 anni di carriera nel partito, dalla presidenza dei giovani alla direzione, un tempo avversaria della politica neo-liberista di Gerhard Schröder ma compagna di Horst Neumann, membro del Comitato di direzione di Volkswagen, ha dichiarato alla tribuna del congresso che la scelta della SPD di andare a nuove elezioni, malgrado i buoni risultati delle pre-trattative con i democristiani, sarebbe considerata dai tedeschi una follia.
Nella prossima legislatura, la SPD continuerà a fare da ruota di scorta del governo, come dicono i tedeschi. Come questo possa servire a recuperare, almeno in parte, i 10 milioni di elettori che il partito ha perso in meno di 20 anni è un rebus che l’attuale direzione è incapace di risolvere. La fine dell’assistenza sanitaria a due velocità e dei licenziamenti arbitrari e il ricongiungimento familiare dei profughi restano nel libro dei sogni. La SPD ha avviato il «progetto 15%» (alle ultime elezioni ha superato a fatica il 20%) ha affermato il presidente del gruppo parlamentare della «Die Linke», Bartsch.
I 7 milioni di tedeschi che si arrabattano con i minijobs per mettere insieme il pranzo con la cena erano assenti...
Fonte
La votazione si è conclusa con un 56,4% di favorevoli, un 43,5% di contrari e 1 astenuto. Ha pesato l’opinione dei dirigenti dei sindacati e quella del gruppo parlamentare, preoccupato per la sorte delle proprie comode e ben retribuite poltrone, oltre che degli interessi dei propri mandanti e delle loro clientele. Le trattative con i democristiani possono iniziare, per concludersi, prevedibilmente, entro febbraio. Resta da vedere se il voto dei 440.000 iscritti alla SPD convaliderà l’accordo di coalizione.
Il presidente del partito, Martin Schulz, fiero avversario di una riedizione della Grosse Koalition in novembre, si è trasformato, in meno di due mesi,in uno strenuo difensore della partecipazione della SPD al governo. In un discorso di mezz’ora, che non ha particolarmente entusiasmato i congressisti, ha dichiarato che “in questo momento la repubblica guarda a noi” e “non si deve governare a qualsiasi costo, è giusto. Ma non si deve neppure non voler governare a qualsiasi costo.” A noi italiani suona un po’ come il «non aderire né sabotare» del PSI all’epoca della I Guerra mondiale.
Il discorso più appassionato è stato quello della presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico Andrea Nahles, ministra del Lavoro nel 3° governo Merkel dal dicembre 2013 al settembre 2017. La donna, 25 anni di carriera nel partito, dalla presidenza dei giovani alla direzione, un tempo avversaria della politica neo-liberista di Gerhard Schröder ma compagna di Horst Neumann, membro del Comitato di direzione di Volkswagen, ha dichiarato alla tribuna del congresso che la scelta della SPD di andare a nuove elezioni, malgrado i buoni risultati delle pre-trattative con i democristiani, sarebbe considerata dai tedeschi una follia.
Nella prossima legislatura, la SPD continuerà a fare da ruota di scorta del governo, come dicono i tedeschi. Come questo possa servire a recuperare, almeno in parte, i 10 milioni di elettori che il partito ha perso in meno di 20 anni è un rebus che l’attuale direzione è incapace di risolvere. La fine dell’assistenza sanitaria a due velocità e dei licenziamenti arbitrari e il ricongiungimento familiare dei profughi restano nel libro dei sogni. La SPD ha avviato il «progetto 15%» (alle ultime elezioni ha superato a fatica il 20%) ha affermato il presidente del gruppo parlamentare della «Die Linke», Bartsch.
I 7 milioni di tedeschi che si arrabattano con i minijobs per mettere insieme il pranzo con la cena erano assenti...
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19/01/2018
GrosseKoalition in Germania. I giovani socialdemocratici non ci stanno
E’ preaccordo di Grosskoalition in Germania tra il Partito socialdemocratico e la Democrazia cristiana a due teste (Cdu+Csu), sotto la regia di Angela Merkel.
Grida vittoria il segretario Spd Martin Schulz, ma cosa abbia vinto lo sanno solamente lui e pochi intimi.
Stiamo ai fatti e riassumiamo in breve le precedenti puntate: dopo le elezioni, che erano state un disastro per la Spd, Schulz aveva sentenziato “Mai più con Angela, piuttosto senza governo”.
La Merkel allora, forte di un relativo successo elettorale, aveva tentato di dimostrare le sue capacità di acrobazia politica con la così detta coalizione Giamaica, dai colori di bandiera dello stato omonimo, mettendo d’accordo i verdi ambientalisti e i gialli liberali, liberisti e sviluppisti della Fdp, sotto la supervisione sua propria, nera, come da colore tradizionalmente attribuito alla Cdu tedesca. Acrobazia fallita e ben ce ne incolse perché avrebbe dato spazio a tale Lindner (il giallo) al posto dell’uscente Schaeuble, che in materia di finanze avrebbe visto l’Italia come sordida peccatrice da redimere a suon di austerity e pure Mario Draghi come suo manutengolo.
Ma Angela non si scoraggia, forte del suo prestigio, ma anche di due altri punti a favore, capaci di scaldare il cuore del gelido Schulz.
Il primo, dopo l’esito elettorale del 2017 alla Spd restava la scelta tra la padella e la brace. Entrare al governo, lasciando però il ruolo centrale dell’opposizione alla lista Alternativa di estrema destra (AfD) e preparandosi a una nuova cottura a fuoco lento, come quella subìta negli anni precedenti. Oppure provocare una crisi da cui sarebbero scaturite nuove elezioni che li avrebbero comunque visti probabilmente ri-perdenti come prima e più di prima.
Il secondo era costituito dall’autorevole parere del Presidente della Repubblica Steinmeier che, pur essendo Spd, per ragioni istituzionali, propendeva decisamente in senso contrario ad un nuovo ricorso alle urne e quindi si era rivolto a Schulz in toni abbastanza decisi, per convincerlo a tornare sui suoi passi e a replicare l’accordo della legislatura passata.
Da qui una estenuante trattativa (si parla di notti insonni) che partorivano il preaccordo di cui non solo la Merkel, ma Schulz medesimo, non si sa quanto obtorto collo, dichiaravano costituisse una vittoria.
E adesso tutti contenti? Non proprio. Conosciuti i termini del preaccordo nella Spd si arrabbia l’opposizione di sinistra (i giovani della Jusos): niente tasse più elevate da far pagare ai ricchi; accoglienza col contagocce ai migranti e ai parenti dei profughi che chiedono il ricongiungimento; no alla ricollocazione già concordata di quei profughi che avevano trovato sistemazione provvisoria in Italia e Grecia. Nemmeno tanto nascostamente c’è lo zampino della Csu, anima destrorsa e bavarese dei democristiani, che in tempi preelettorali ha fatto muro sui diritti umani.
Vittoria allora su che cosa, di grazia? Finanziamento ai progetti Ue, nel nome dell’Europa, ma non si sa quali e quanto. Di eurobond, che pure un tempo a Schulz piacevano, nemmeno l’ombra. Conferma dell’asse franco tedesco. Peccato, proprio adesso che Macron aveva fatto un pensierino a trattarci quasi alla pari. E poi soldi (quanti e come?) per sanità, pensioni e famiglie povere. Su questo però va detta una cosa. In Germania la Csu, oltre che per la xenofobia, si distingue anche per una sua anima sociale non-liberista e quindi la Spd ha potuto trovare in lei una quasi alleata. Quasi vittoria o quasi sconfitta per la Spd? Certo al momento, nonostante le congratulazioni di Gentiloni, non è una vittoria per l’Italia. La stabilità rafforzerebbe l’euro e penalizzerebbe le nostre esportazioni; l’asse franco tedesco ci marginalizza; sui migranti porta in faccia. Sui fondi europei tutto da vedere.
Ma siamo solo agli inizi. In casa Spd serve il parere dei congressi regionali a quanto stabilito in direzione e poi quello della base.
Al momento tira una brutta aria anche qui per Schulz. In attesa dell’incontro plenario del 21 gennaio la Sassonia Anhalt ha già detto di no, sia pure con un solo voto di differenza. Hanno vinto i giovani Jusos, armati di un distintivo che dice no alla GroKo (Grosse Koalition).
Non è che l’inizio, appunto. Molto presto ne sentiremo ancora parlare.
Fonte
Grida vittoria il segretario Spd Martin Schulz, ma cosa abbia vinto lo sanno solamente lui e pochi intimi.
Stiamo ai fatti e riassumiamo in breve le precedenti puntate: dopo le elezioni, che erano state un disastro per la Spd, Schulz aveva sentenziato “Mai più con Angela, piuttosto senza governo”.
La Merkel allora, forte di un relativo successo elettorale, aveva tentato di dimostrare le sue capacità di acrobazia politica con la così detta coalizione Giamaica, dai colori di bandiera dello stato omonimo, mettendo d’accordo i verdi ambientalisti e i gialli liberali, liberisti e sviluppisti della Fdp, sotto la supervisione sua propria, nera, come da colore tradizionalmente attribuito alla Cdu tedesca. Acrobazia fallita e ben ce ne incolse perché avrebbe dato spazio a tale Lindner (il giallo) al posto dell’uscente Schaeuble, che in materia di finanze avrebbe visto l’Italia come sordida peccatrice da redimere a suon di austerity e pure Mario Draghi come suo manutengolo.
Ma Angela non si scoraggia, forte del suo prestigio, ma anche di due altri punti a favore, capaci di scaldare il cuore del gelido Schulz.
Il primo, dopo l’esito elettorale del 2017 alla Spd restava la scelta tra la padella e la brace. Entrare al governo, lasciando però il ruolo centrale dell’opposizione alla lista Alternativa di estrema destra (AfD) e preparandosi a una nuova cottura a fuoco lento, come quella subìta negli anni precedenti. Oppure provocare una crisi da cui sarebbero scaturite nuove elezioni che li avrebbero comunque visti probabilmente ri-perdenti come prima e più di prima.
Il secondo era costituito dall’autorevole parere del Presidente della Repubblica Steinmeier che, pur essendo Spd, per ragioni istituzionali, propendeva decisamente in senso contrario ad un nuovo ricorso alle urne e quindi si era rivolto a Schulz in toni abbastanza decisi, per convincerlo a tornare sui suoi passi e a replicare l’accordo della legislatura passata.
Da qui una estenuante trattativa (si parla di notti insonni) che partorivano il preaccordo di cui non solo la Merkel, ma Schulz medesimo, non si sa quanto obtorto collo, dichiaravano costituisse una vittoria.
E adesso tutti contenti? Non proprio. Conosciuti i termini del preaccordo nella Spd si arrabbia l’opposizione di sinistra (i giovani della Jusos): niente tasse più elevate da far pagare ai ricchi; accoglienza col contagocce ai migranti e ai parenti dei profughi che chiedono il ricongiungimento; no alla ricollocazione già concordata di quei profughi che avevano trovato sistemazione provvisoria in Italia e Grecia. Nemmeno tanto nascostamente c’è lo zampino della Csu, anima destrorsa e bavarese dei democristiani, che in tempi preelettorali ha fatto muro sui diritti umani.
Vittoria allora su che cosa, di grazia? Finanziamento ai progetti Ue, nel nome dell’Europa, ma non si sa quali e quanto. Di eurobond, che pure un tempo a Schulz piacevano, nemmeno l’ombra. Conferma dell’asse franco tedesco. Peccato, proprio adesso che Macron aveva fatto un pensierino a trattarci quasi alla pari. E poi soldi (quanti e come?) per sanità, pensioni e famiglie povere. Su questo però va detta una cosa. In Germania la Csu, oltre che per la xenofobia, si distingue anche per una sua anima sociale non-liberista e quindi la Spd ha potuto trovare in lei una quasi alleata. Quasi vittoria o quasi sconfitta per la Spd? Certo al momento, nonostante le congratulazioni di Gentiloni, non è una vittoria per l’Italia. La stabilità rafforzerebbe l’euro e penalizzerebbe le nostre esportazioni; l’asse franco tedesco ci marginalizza; sui migranti porta in faccia. Sui fondi europei tutto da vedere.
Ma siamo solo agli inizi. In casa Spd serve il parere dei congressi regionali a quanto stabilito in direzione e poi quello della base.
Al momento tira una brutta aria anche qui per Schulz. In attesa dell’incontro plenario del 21 gennaio la Sassonia Anhalt ha già detto di no, sia pure con un solo voto di differenza. Hanno vinto i giovani Jusos, armati di un distintivo che dice no alla GroKo (Grosse Koalition).
Non è che l’inizio, appunto. Molto presto ne sentiremo ancora parlare.
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16/01/2018
Spd tedesca. Una lunga storia da rossi fuori e bianchi dentro
Per la paura della morte in caso di nuove elezioni, la SPD sceglie il suicidio programmato. Per guadagnare tempo, si nasconde sotto il grembiule di mamma Merkel. Prima di prendere posto al tavolo delle trattative, i dirigenti socialdemocratici giuravano che la CDU avrebbe pagato a caro prezzo una partecipazione della SPD al governo. E invece, per pagare il conto, alla CDU sono bastate poche monetine. Una mancia. Ai tempi del governo rosso-verde, l’ultimo cancelliere socialdemocratico, Schröder, diceva che era chiaro chi dei due partner era il cuoco e chi il cameriere. L’attuale SPD assolve benissimo al ruolo di cameriere ausiliario. Da leone ruggente, il presidente della SPD, Schulz, è diventato il tappetino ai piedi del letto della cancelliera.
Nel corso di cinque giorni di trattative con la CDU/CSU, concluse venerdì nella loro sede berlinese, i socialdemocratici hanno rinunciato a quasi tutte le rivendicazioni che contenevano un timido accenno di progresso sociale. Hanno trovato un accordo su un solo punto importante: in futuro l’assicurazione malattie obbligatoria sarà nuovamente finanziata in uguale misura da padronato e lavoratori. In cambio, i socialdemocratici hanno rinunciato all’assicurazione universale, cioè a farla finita con l’assicurazione malattie a due velocità. Non hanno ottenuto neppure l’aumento dell’aliquota fiscale massima. E non hanno nulla da offrire ai disoccupati e a quanti non possono più pagare un affitto.
Inoltre, con il Trattato di libero scambio, CETA, promosso da conservatori e socialdemocratici, si profila uno svuotamento dei diritti dei lavoratori dipendenti e dei consumatori e un abbassamento degli standard ambientali. Nel documento comune, la coalizione rosso-nera esprime l’intenzione di promuovere altri trattati internazionali di questo genere. La delusione di quel che resta della sinistra socialdemocratica è comprensibile. Noti sostenitori di Schröder come Martin Schulz continuano a controllare le leve del partito e del gruppo parlamentare. Vegliano al mantenimento della linea politica neoliberista, quella dell’Agenda 2010, come dimostra l’intenzione del futuro governo di ridurre a meno del 40% i costi non salariali.
La SPD non sostiene neppure una politica decorosa nei confronti dei profughi. Dopo aver approvato, 25 anni fa, il cosiddetto compromesso sul diritto d’asilo, i socialdemocratici sono sempre in prima fila quando si tratta di ridurre i diritti di quanti cercano protezione. Adesso la SPD, con CDU e CSU, è pronta a fissare un tetto massimo, incostituzionale, per l’accoglienza dei richiedenti asilo. La AfD (Alternativa per la Germania) si frega le mani. Infatti, la coalizione rosso-nera orienta ancora una volta la sua politica in base alle esigenze del partito dominato dai neofascisti. Con una nuova Grosse Koalition, i democristiani possono sperare di non perdere altri elettori, intercettando almeno una parte dei voti della destra mediante un inasprimento della politica interna e di quella sul diritto d’asilo.
Non si vede invece a chi possa servire in futuro una SPD che continua ad allontanarsi da una politica socialdemocratica. Il suo risultato alle ultime politiche, il 20,5% dei voti, e il crollo di numerosi partiti fratelli in Europa dovrebbero suonare l’allarme. E invece i dirigenti del partito ignorano questi segnali e corrono verso il disastro. Adesso, solo la base potrebbe salvare il partito. La prima opportunità si presenterà domenica prossima al congresso federale straordinario, a Bonn. I socialdemocratici avranno la possibilità di bocciare l’accordo e andare a nuove elezioni. Solo con questi presupposti è pensabile che la SPD torni ad una politica di “sinistra”, sia pure estremamente moderata. Potrebbe dimostrare di essere diversa dal ravanello, rosso fuori e bianco dentro, dell’indimenticabile poesia di Kurt Tucholsky...
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Nel corso di cinque giorni di trattative con la CDU/CSU, concluse venerdì nella loro sede berlinese, i socialdemocratici hanno rinunciato a quasi tutte le rivendicazioni che contenevano un timido accenno di progresso sociale. Hanno trovato un accordo su un solo punto importante: in futuro l’assicurazione malattie obbligatoria sarà nuovamente finanziata in uguale misura da padronato e lavoratori. In cambio, i socialdemocratici hanno rinunciato all’assicurazione universale, cioè a farla finita con l’assicurazione malattie a due velocità. Non hanno ottenuto neppure l’aumento dell’aliquota fiscale massima. E non hanno nulla da offrire ai disoccupati e a quanti non possono più pagare un affitto.
Inoltre, con il Trattato di libero scambio, CETA, promosso da conservatori e socialdemocratici, si profila uno svuotamento dei diritti dei lavoratori dipendenti e dei consumatori e un abbassamento degli standard ambientali. Nel documento comune, la coalizione rosso-nera esprime l’intenzione di promuovere altri trattati internazionali di questo genere. La delusione di quel che resta della sinistra socialdemocratica è comprensibile. Noti sostenitori di Schröder come Martin Schulz continuano a controllare le leve del partito e del gruppo parlamentare. Vegliano al mantenimento della linea politica neoliberista, quella dell’Agenda 2010, come dimostra l’intenzione del futuro governo di ridurre a meno del 40% i costi non salariali.
La SPD non sostiene neppure una politica decorosa nei confronti dei profughi. Dopo aver approvato, 25 anni fa, il cosiddetto compromesso sul diritto d’asilo, i socialdemocratici sono sempre in prima fila quando si tratta di ridurre i diritti di quanti cercano protezione. Adesso la SPD, con CDU e CSU, è pronta a fissare un tetto massimo, incostituzionale, per l’accoglienza dei richiedenti asilo. La AfD (Alternativa per la Germania) si frega le mani. Infatti, la coalizione rosso-nera orienta ancora una volta la sua politica in base alle esigenze del partito dominato dai neofascisti. Con una nuova Grosse Koalition, i democristiani possono sperare di non perdere altri elettori, intercettando almeno una parte dei voti della destra mediante un inasprimento della politica interna e di quella sul diritto d’asilo.
Non si vede invece a chi possa servire in futuro una SPD che continua ad allontanarsi da una politica socialdemocratica. Il suo risultato alle ultime politiche, il 20,5% dei voti, e il crollo di numerosi partiti fratelli in Europa dovrebbero suonare l’allarme. E invece i dirigenti del partito ignorano questi segnali e corrono verso il disastro. Adesso, solo la base potrebbe salvare il partito. La prima opportunità si presenterà domenica prossima al congresso federale straordinario, a Bonn. I socialdemocratici avranno la possibilità di bocciare l’accordo e andare a nuove elezioni. Solo con questi presupposti è pensabile che la SPD torni ad una politica di “sinistra”, sia pure estremamente moderata. Potrebbe dimostrare di essere diversa dal ravanello, rosso fuori e bianco dentro, dell’indimenticabile poesia di Kurt Tucholsky...
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26/09/2017
Autunno in Germania
Se
andiamo a vedere i risultati elettorali tedeschi, e li confrontiamo con
i sondaggi delle scorse settimane, le sorprese, in fondo, sono minime. Afd (Alternativa per la Germania, destra nazionalista euroscettica) ha
preso forse qualche punto in più di quanto previsto, probabilmente, per
un effetto sondaggio ben conosciuto in Italia: ci sono elettori che si
vergognano di dichiarare il voto per un partito salvo farlo nel segreto
dell’urna. Vista la ripartizione dei seggi in parlamento, che sarebbe
ampiamente favorevole a una nuova grande coalizione, la vera sorpresa è
la dichiarazione di Martin Schulz sulla collocazione della SPD all’opposizione.
I motivi di questa dichiarazione sono comprensibili: l’SPD rischia la scomparsa, o l’irrilevanza se non come alleato della Merkel,
visto l’andamento delle tornate elettorali tedesche. Visto che
l’irrilevanza non è affare per i corposi interessi rappresentati dalla
SPD – finanziari, territoriali, sindacali – l’opposizione potrebbe, ma non
è scontato, giovargli. Di sicuro, dopo buoni sondaggi iniziali, non ha
giovato una campagna elettorale, cominciata con la questione sociale,
sostanzialmente poi condotta in modo sonnolento. Del resto se un partito
va verso una grande coalizione difficile possa fare le barricate. Resta
da capire se la collocazione della SPD è irreversibile, Schulz
spergiura di sì, se è il prologo ad un cambiamento, di linea e di
segreteria, del partito o se le trattative per il prossimo governo Merkel porteranno delle correzioni di linea. Già, perché la cancelliera, candidata dalla sera delle elezioni ad un prossimo mandato, ha due seri problemi: il primo è quello di formare una coalizione, il secondo è stabilire
una linea politica conforme alle esigenze, e alle emergenze, della CSU,
la DC bavarese che sente il fiato di AfD nella propria regione.
Lo schema, emerso sui media, della alleanza possibile al governo tedesco è il cosiddetto Giamaica, dalla combinazione del colore dei tre partiti riuniti che è lo stesso della bandiera del paese caraibico, sostanzialmente una alleanza a tre fra Dc tedesca, liberali e verdi. Lo schema, dopo un dibattito di qualche anno su questa possibile alleanza, è quello del governo dello Schlesig-Holstein,
il Land che confina con la Danimarca. Ma una cosa è governare a Kiel,
un’altra a Berlino e questo sulla stampa tedesca è già emerso. Anche
perché dover rincorrere le esigenze legge e ordine verso gli immigrati
della CSU, ritenute prioritarie per evitare una disfatta in Baviera il prossimo anno, e conciliarle con quelle dei Verdi (garantisti, libertari, multiculturali per quanto fin troppo “realisti”) non sarà una passeggiata. Né tantomeno conciliare la politica di bilancio dei liberali con le esigenze “sociali” di parte della Dc tedesca e degli stessi verdi. C’è poi un punto, grosso come un continente, che riguarda l’Europa.
Questo genere di alleanza continuerà sul modello economico
export-oriented, del resto i Verdi non sono cambiati dal periodo di
alleanza con Schroeder, sulla pressione verso politiche di bilancio per i
paesi terzi ma con quale forza, quali strumenti? E con quale tipo di
accordo con la Francia? Insomma dal tipo di
cancellierato insediatosi a Berlino, l’Europa capirà cosa può o non può
contrattare con la Germania. Ma anche, e soprattutto, chi fa la politica
che conta ovvero la Bce. Fino ad adesso una parte
significativa del mondo economico tedesco non ha certo trovati sgraditi i
tassi di interesse zero: sono state finanziate imprese altrimenti in
difficoltà. Ma dopo? E con quale candidato per il dopo-Draghi?
Come si capisce la posta in gioco c’è e non è piccola visto il ruolo
strategico della politica monetaria. Ma,va detto altrimenti ci si
immaginano scenari distopici, la Germania non sta andando verso Weimar. Basti dire che la futura maggioranza ha a disposizione, dati Handelsblatt, oltre 25 miliardi di euro di surplus da investire mentre lo stato si finanzia guadagnando
(con i tassi di interesse negativi e con la Bce che compra titoli
tedeschi). Oltretutto, avendo trovato il parlamento una discriminante
anti-Afd, difficile non veder prevalere il senso di responsabilità,
anche questo ben conosciuto agli elettori italiani, della SPD in
parlamento. Tempo per fare una coalizione ci sarà, nel 2013 ci sono
voluti due mesi, e probabilmente non mancheranno le sorprese.
Resta da dire qualcosa su Afd.
Una sorta di “noi per Salvini” versione tedesca che ha saldato protesta
anti-euro, anti-immigrati, anti-crisi, anti-statalismo. Tocca chi teme
per il futuro del proprio piano pensionistico, la scala sociale
lavorativa più bassa (quella dei cosiddetti minijobs), la parte dell’Est
che è ancora indietro rispetto all’ovest, l’opinione pubblica
spaventata dall’immigrazione. Difficile inquadrarlo come un partito
“ariano” tradizionale. Per dirne una, la frontman della Afd ha dichiarato di essere lesbica,
di convivere con una donna, e proprio per questo di essere contro gli
immigrati perché discriminano le donne e i loro diritti. Insomma, più
che al tradizionale sangue e suolo, espressione della NPD di qualche anno fa, si tratta di una destra postmoderna,
anticipata a suo tempo in Olanda dal partito di Pym Fortuin, che pesca
sia in bacini tradizionali della destra, sul piano sociale che
territoriale, sia sul terreno di chi vede i propri diritti liberali
messi in pericolo dai cambiamenti. Il bacino elettorale di Afd sta nell’erosione dei partiti tradizionali:
consistente, almeno fino a che è nutrito dagli effetti collaterali
delle ristrutturazioni della Germania, non tale, guardando alla
prospettiva dei prossimi anni, da portarlo al governo del paese più
ricco d’Europa. Di sicuro il nuovo parlamento tedesco, la sua
maggioranza, si muoverà, basta vedere le dichiarazioni dei partiti, contro Afd.
Proprio queste mosse determineranno, di riflesso, anche la politica
estera compresa quella verso il nostro paese. E qui, ad occhio, non ci
sarà da cullarsi tanto. Con calma, vedremo.
Redazione, 25 settembre 2017
25/11/2016
Il cielo sopra Berlino e quello sopra Bruxelles
Eravamo stati facili profeti nel commentare la reazione del governo tedesco alla proposta della Commissione Europea di aumentare la spesa pubblica tedesca e olandese, nella speranza di rilanciare l’asfittica economia europea.
Come previsto, il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha risposto con un secco “no” alle raccomandazioni della Commissione: “Credo che le raccomandazioni di Bruxelles siano dirette al destinatario sbagliato”, ha dichiarato intervenendo al parlamento tedesco. Nessuna apertura da parte dei tedeschi quindi, nonostante il 4 dicembre si prospettino per l’UE due complicati appuntamenti elettorali in Italia (con il No in vantaggio nei sondaggi) e in Austria (dove il candidato alle presidenziali di estrema destra Hofer è dato in vantaggio in alcune inchieste). Per non parlare poi delle elezioni francesi che si terranno in primavera: questa domenica il secondo turno delle primarie del partito gollista deciderà chi fra Juppé e Fillon sarà il candidato alle presidenziali, mentre l’ex premier Sarkozy è stato sconfitto al primo turno. Wolfgang Munchau, analista ed editorialista del FT ha twittato che una vittoria di Fillon (ad oggi favorito) potrebbe aprire la strada a Marine Le Pen e al suo Front National.
Intanto il partito di ultra destra tedesco AfD viene dato da alcuni sondaggi in crescita: si attesterebbe su base federale al 15 per cento, con i socialdemocratici dell’SPD al 22 e la CDU/CSU della cancelliera Merkel al 31.5 per cento. Per contrastare la crescita dell’AfD, la Merkel – che ha annunciato che si candiderà per il quarto mandato consecutivo da Cancelliera – sembra decisa ad abbracciare una linea più dura sull’immigrazione. Come riporta “La Stampa”, nel documento che la CDU approverà nel suo congresso, oltre ai richiami alla «Leitkultur» (la cultura guida tedesca) come elemento «unificante» della società, c’è ad esempio l’idea di stringere con gli stati africani accordi sul modello di quello (vergognoso) realizzato fra UE e Turchia per contenere l’afflusso di profughi.
E mentre Merkel si sposta a destra, è comparso un nuovo potenziale avversario nella corsa alla Cancelleria: si tratta dell’attuale presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz, membro di spicco dell’SPD. Schultz (divenuto famoso in Italia per la scenetta con Berlusconi sul ruolo di kapò) ha infatti ufficialmente annunciato che non si ricandiderà per un terzo mandato a Bruxelles. Andrà molto probabilmente a prendere il posto di Frank-Walter Steinmeier, attuale ministro degli esteri del governo di grande coalizione fra CDU/CSU e SPD, destinato a sua volta a diventare presidente della Repubblica. Non è ancora sicuro che Schultz correrà come candidato cancelliere, ma vari analisti lo danno per probabile, visto anche il gradimento non elevato nei sondaggi di Sigmar Gabriel, vice cancelliere e segretario della SPD. Come nota un articolo sul giornale Politico, la mossa di Schultz è strategica: se anche dovesse perdere (come ad oggi sembra probabile) le elezioni con la Merkel, si troverebbe in ogni caso in una posizione privilegiata per un ministero in un eventuale governo di grande coalizione.
La mossa di Schultz mette però a repentaglio i delicati equilibri su cui si fonda l’alleanza politica a Bruxelles fra il Partito Popolare Europeo (cui appartengono molti partiti conservatori fra cui la CDU/CSU) e il gruppo dei Socialisti e Democratici (cui appartengono l’SPD, il Partito Democratico, il PS francese e così via). In questo momento il PPE controlla la presidenza della Commissione con Juncker e quella del consiglio con il polacco Donald Tusk. Se si eleggesse un candidato del PPE anche alla presidenza del Parlamento UE, il PPE controllerebbe tutte le istituzioni europee. Un’ipotesi ufficialmente non accettabile per l’SPD, che però al momento non ha presentato nessun candidato alternativo a Schultz. E d’altronde, per motivi diversi, non sembra sia probabile che Juncker o Tusk possano essere sostituiti da un uomo dell’SPD. Juncker infatti ha un mandato di 5 anni, e secondo il ben informato Politico.eu, Tusk non può essere sostituito perché questo rischierebbe di rafforzare il suo rivale in Polonia, l’ultraconservatore Jarosław Kaczyński. Difficile poi pensare ad un PPE che abbandoni il controllo di un organismo centrale come il Consiglio.
A questo punto è probabile che emerga un candidato alternativo dell’SPD per la sostituzione di Schultz: c’è tempo fino a metà dicembre per la presentazione delle candidature, e l’elezione avverrà a metà gennaio. Ma se non si dovesse eleggere un presidente dell’SPD potrebbe crearsi un nuovo elemento di instabilità all’interno dell’UE.
Fonte
Come previsto, il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha risposto con un secco “no” alle raccomandazioni della Commissione: “Credo che le raccomandazioni di Bruxelles siano dirette al destinatario sbagliato”, ha dichiarato intervenendo al parlamento tedesco. Nessuna apertura da parte dei tedeschi quindi, nonostante il 4 dicembre si prospettino per l’UE due complicati appuntamenti elettorali in Italia (con il No in vantaggio nei sondaggi) e in Austria (dove il candidato alle presidenziali di estrema destra Hofer è dato in vantaggio in alcune inchieste). Per non parlare poi delle elezioni francesi che si terranno in primavera: questa domenica il secondo turno delle primarie del partito gollista deciderà chi fra Juppé e Fillon sarà il candidato alle presidenziali, mentre l’ex premier Sarkozy è stato sconfitto al primo turno. Wolfgang Munchau, analista ed editorialista del FT ha twittato che una vittoria di Fillon (ad oggi favorito) potrebbe aprire la strada a Marine Le Pen e al suo Front National.
Intanto il partito di ultra destra tedesco AfD viene dato da alcuni sondaggi in crescita: si attesterebbe su base federale al 15 per cento, con i socialdemocratici dell’SPD al 22 e la CDU/CSU della cancelliera Merkel al 31.5 per cento. Per contrastare la crescita dell’AfD, la Merkel – che ha annunciato che si candiderà per il quarto mandato consecutivo da Cancelliera – sembra decisa ad abbracciare una linea più dura sull’immigrazione. Come riporta “La Stampa”, nel documento che la CDU approverà nel suo congresso, oltre ai richiami alla «Leitkultur» (la cultura guida tedesca) come elemento «unificante» della società, c’è ad esempio l’idea di stringere con gli stati africani accordi sul modello di quello (vergognoso) realizzato fra UE e Turchia per contenere l’afflusso di profughi.
E mentre Merkel si sposta a destra, è comparso un nuovo potenziale avversario nella corsa alla Cancelleria: si tratta dell’attuale presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz, membro di spicco dell’SPD. Schultz (divenuto famoso in Italia per la scenetta con Berlusconi sul ruolo di kapò) ha infatti ufficialmente annunciato che non si ricandiderà per un terzo mandato a Bruxelles. Andrà molto probabilmente a prendere il posto di Frank-Walter Steinmeier, attuale ministro degli esteri del governo di grande coalizione fra CDU/CSU e SPD, destinato a sua volta a diventare presidente della Repubblica. Non è ancora sicuro che Schultz correrà come candidato cancelliere, ma vari analisti lo danno per probabile, visto anche il gradimento non elevato nei sondaggi di Sigmar Gabriel, vice cancelliere e segretario della SPD. Come nota un articolo sul giornale Politico, la mossa di Schultz è strategica: se anche dovesse perdere (come ad oggi sembra probabile) le elezioni con la Merkel, si troverebbe in ogni caso in una posizione privilegiata per un ministero in un eventuale governo di grande coalizione.
La mossa di Schultz mette però a repentaglio i delicati equilibri su cui si fonda l’alleanza politica a Bruxelles fra il Partito Popolare Europeo (cui appartengono molti partiti conservatori fra cui la CDU/CSU) e il gruppo dei Socialisti e Democratici (cui appartengono l’SPD, il Partito Democratico, il PS francese e così via). In questo momento il PPE controlla la presidenza della Commissione con Juncker e quella del consiglio con il polacco Donald Tusk. Se si eleggesse un candidato del PPE anche alla presidenza del Parlamento UE, il PPE controllerebbe tutte le istituzioni europee. Un’ipotesi ufficialmente non accettabile per l’SPD, che però al momento non ha presentato nessun candidato alternativo a Schultz. E d’altronde, per motivi diversi, non sembra sia probabile che Juncker o Tusk possano essere sostituiti da un uomo dell’SPD. Juncker infatti ha un mandato di 5 anni, e secondo il ben informato Politico.eu, Tusk non può essere sostituito perché questo rischierebbe di rafforzare il suo rivale in Polonia, l’ultraconservatore Jarosław Kaczyński. Difficile poi pensare ad un PPE che abbandoni il controllo di un organismo centrale come il Consiglio.
A questo punto è probabile che emerga un candidato alternativo dell’SPD per la sostituzione di Schultz: c’è tempo fino a metà dicembre per la presentazione delle candidature, e l’elezione avverrà a metà gennaio. Ma se non si dovesse eleggere un presidente dell’SPD potrebbe crearsi un nuovo elemento di instabilità all’interno dell’UE.
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09/07/2015
Ttip, Un "compromesso" che fa passare l'Isds senza nominarlo
Non solo il discorso di Tsipras. Il Parlamento europeo ieri
ha approvato a stragrande maggioranza una proposta di “compromesso” sul
trattato Ttip presentata dallo stesso presidente, il socialdemocratico
Marin Schultz, noto per gli insulti ricevuti da Berlusconi e per il
cinismo teutonico con cui ha sollecitato l'estromissione della Grecia
dalla Ue come e più di Wolfgang Schaeuble.
Il nodo su cui era ferma la discussione prima della votazione, lo scorso 10 giugno, è particolarmente indicativo: la clausola chiamata ISDS (Investor-State dispute settlement). Si tratta del dispositivo per cui se uno Stato pone limiti alla “libertà d'azione” di una qualsiasi impresa multinazionale – magari perché i prodotti di quell'impresa risultano dannosi, inquinanti, mortiferi, ogm, ecc – l'impresa ha diritto di fargli causa. Fin qui tutto normale, ma davanti a quale tribunale?
Qui casca l'asino. Non un tribunale nazionale, per le ovvie differenze di legislazione tra paesi diversi. Né davanti a un Tribunale internazionale sul modello di quello de L'Aja, risultato della compensazione tra tradizioni giuridiche diverse. Ma davanti a una “corte speciale” privata.
La clausola Isds (Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) consente infatti di far ricorso a una “corte di arbitrato commerciale”, una sorta di “tribunali internazionali privati e semisegreti, in cui le leggi e la politica nazionale non hanno alcun potere di intervento. Questi tribunali sono composti da tre membri, scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati. Ciascuna parte nomina il proprio difensore e quindi entrambe convengono sulla scelta del giudice. Chi svolge il ruolo di difensore dell'investitore in un processo, può indossare i panni del giudice in quello seguente, anche in udienze che proseguono parallele. I processi si svolgono a porte chiuse senza controllo pubblico. Non esiste la possibilità di appellarsi alla sentenza del giudice, che dalla sua valutazione deve escludere qualsiasi impatto ambientale o sociale dell'operato dell'investitore”.
Non è difficile, se le corti di arbitrato sono costituite in quel modo.
In ogni caso, la campagna continua. Il testo approvato ieri non decide ancora nulla (come tutti i testi partoriti dal Parlamento europeo, unico al mondo privo di potere legislativo), ma prepara – pessimamente – il terreno al voto di approvazione o rifiuto del trattato, quando questo avrà superato la fase della negoziazione segreta tra gli sherpa di Usa ed Unione Europea.
Fonte
Il nodo su cui era ferma la discussione prima della votazione, lo scorso 10 giugno, è particolarmente indicativo: la clausola chiamata ISDS (Investor-State dispute settlement). Si tratta del dispositivo per cui se uno Stato pone limiti alla “libertà d'azione” di una qualsiasi impresa multinazionale – magari perché i prodotti di quell'impresa risultano dannosi, inquinanti, mortiferi, ogm, ecc – l'impresa ha diritto di fargli causa. Fin qui tutto normale, ma davanti a quale tribunale?
Qui casca l'asino. Non un tribunale nazionale, per le ovvie differenze di legislazione tra paesi diversi. Né davanti a un Tribunale internazionale sul modello di quello de L'Aja, risultato della compensazione tra tradizioni giuridiche diverse. Ma davanti a una “corte speciale” privata.
La clausola Isds (Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) consente infatti di far ricorso a una “corte di arbitrato commerciale”, una sorta di “tribunali internazionali privati e semisegreti, in cui le leggi e la politica nazionale non hanno alcun potere di intervento. Questi tribunali sono composti da tre membri, scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati. Ciascuna parte nomina il proprio difensore e quindi entrambe convengono sulla scelta del giudice. Chi svolge il ruolo di difensore dell'investitore in un processo, può indossare i panni del giudice in quello seguente, anche in udienze che proseguono parallele. I processi si svolgono a porte chiuse senza controllo pubblico. Non esiste la possibilità di appellarsi alla sentenza del giudice, che dalla sua valutazione deve escludere qualsiasi impatto ambientale o sociale dell'operato dell'investitore”.
Se ancora vi sembra troppo complicato o astratto, vi
proponiamo un'analogia: Berlusconi cita in giudizio lo stato italiano
davanti a una corte in cui un giudice lo mette lui stesso, l'altro lo
Stato e quei due si mettono d'accordo su un terzo che non deve essere
pregiudizialmente contro nessuno dei due. La scelta del terzo e decisivo
giudice avviene in una cerchia ristretta di personaggi che abitualmente
siedono in queste corti. Per cui, chessò, un Ghedini può essere un
giorno difensore e l'altro giudice; e così tutti gli altri. La sentenza
ve la potete certamente immaginare...
Questo tipo di corti arbitrali sono state inventate
dagli Stati Uniti per “garantirsi” investimenti fatti in America Latina
negli ultimi trent'anni, quando l'abbandono della pratica dei colpi di
stato e la possibilità che alle elezioni vincessero – com'è avvenuto –
coalizioni progressiste misero discussione gli accordi di
rapina imposti ai predecessori.
Il “compromesso” di Schultz, di fatto consiste in un
semplice gioco di parole che cancella il riferimento esplicito agli
Isds, ma neanche li esclude. Come hanno subito rilevato gli attivisti
della campagna Stop Ttip: «La proposta di compromesso sull’Isds è un
ulteriore tentativo di mescolare le carte. Il testo non risolve il
tentativo surrettizio di imporre la priorità del mercato rispetto ai
diritti. Del resto, la retorica sui limiti che l’europarlamento
'imporrà' al negoziato si scontra con i dati di realtà: quale tutela
verrà assicurata sugli standard agroalimentari europei, se sui testi di
posizionamento l’Ue fa riferimento al Codex Alimentarius come
standard unificante che, come tutti sanno, ha riferimenti molto meno
stringenti dell’Efsa, per esempio sui residui di pesticidi nei nostri
piatti?».
«Diversi studi autorevoli – aggiunge Elena Mazzoni, tra i
coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – smentiscono la vulgata
secondo la quale, nelle cause Isds, la maggioranza dei contenziosi veda
gli stati vincitori; basterebbe semplicemente scorporare i dati per
capire che è l’esatto contrario: sono proprio gli investitori a uscire
vincitori da un meccanismo costruito ad uso e consumo degli interessi
economici che contano».
Non è difficile, se le corti di arbitrato sono costituite in quel modo.
In ogni caso, la campagna continua. Il testo approvato ieri non decide ancora nulla (come tutti i testi partoriti dal Parlamento europeo, unico al mondo privo di potere legislativo), ma prepara – pessimamente – il terreno al voto di approvazione o rifiuto del trattato, quando questo avrà superato la fase della negoziazione segreta tra gli sherpa di Usa ed Unione Europea.
Fonte
06/06/2015
Grecia. Anche il socialdemocratico Shultz "si è stancato"
Il presidente dell'Europarlamento, il dirigente socialdemocratico tedesco Martin Schulz, intervistato dalla rete tedesca ZFD, ha dichiarato: "i greci, in particolare, il signor Varoufakis, mi hanno davvero stancato". L'ex leader socialdemocratico ammette che parte della responsabilità della pesante situazione in Grecia è da addebitarsi ai governi precedenti, che hanno perso l'occasione di salvare il paese. Ma avverte che se Atene uscisse dall'euro, dovrebbe automaticamente essere buttata fuori anche dalla Unione Europea, in assenza di accordi in tal senso. Una dichiarazione emblematica in un doppio senso: il primo è che i "socialisti" tedeschi la pensano come i "conservatori" tedeschi; il secondo è che quando il dogmatismo tedesco è costretto a negoziare con qualcuno che negozia sul serio, vanno ai pazzi. Sarà perché i "levantini" sono abituati a negoziare sin dall'antichità?
Tsipras è tornato ad Atene, reduce dall'incontro con i vertici europei, per spiegare davanti al Parlamento come intende proseguire nel negoziato. Una proposta "irrealistica", anzi "assurda", addirittura una "brutta sorpresa" così Alexis Tsipras ha definitivamente affossato il tentativo di compromesso messo sul tavolo mercoledì notte dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. La fase è delicata, perché buona parte di Syriza è contraria a un accordo che violi gli impegni del programma di Salonicco, in particolare, è contraria a fare concessioni su pensioni e lavoro. E' stato intanto reso noto che ci sarebbe stato un nuovo colloquio telefonico tra il premier e il presidente russo Vladimir Putin sulla cooperazione energetica ed in particolare su un gasdotto, che attraverso le acque greche porterà gas fino al cuore dell'Europa. La Commissione europea ha intanto smentito che sia previsto un incontro a breve tra il presidente Jean-Claude Juncker e Alexis Tsipras, a conferma di come si svanito l'ottimismo che era circolato fino a giovedì. Non si parla più del 14 giugno quale nuova scadenza entro cui trovare un accordo, ma si tornerebbe a fare riferimento al 30 giugno, quando scadrà il termine per la proroga degli aiuti.
Fonte
Tsipras è tornato ad Atene, reduce dall'incontro con i vertici europei, per spiegare davanti al Parlamento come intende proseguire nel negoziato. Una proposta "irrealistica", anzi "assurda", addirittura una "brutta sorpresa" così Alexis Tsipras ha definitivamente affossato il tentativo di compromesso messo sul tavolo mercoledì notte dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. La fase è delicata, perché buona parte di Syriza è contraria a un accordo che violi gli impegni del programma di Salonicco, in particolare, è contraria a fare concessioni su pensioni e lavoro. E' stato intanto reso noto che ci sarebbe stato un nuovo colloquio telefonico tra il premier e il presidente russo Vladimir Putin sulla cooperazione energetica ed in particolare su un gasdotto, che attraverso le acque greche porterà gas fino al cuore dell'Europa. La Commissione europea ha intanto smentito che sia previsto un incontro a breve tra il presidente Jean-Claude Juncker e Alexis Tsipras, a conferma di come si svanito l'ottimismo che era circolato fino a giovedì. Non si parla più del 14 giugno quale nuova scadenza entro cui trovare un accordo, ma si tornerebbe a fare riferimento al 30 giugno, quando scadrà il termine per la proroga degli aiuti.
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