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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2018

Trucchi disperati. “Quota 100” e reddito di cittadinanza fuori della manovra

Veloci aggiornamenti sulla manovra e brevi riflessioni in merito.

Aggiornamenti

La novità sostanziale è lo scorporamento di quota 100 e reddito di cittadinanza dalla manovra che diventeranno due disegni di legge collegati al ddl bilancio (la vecchia finanziaria).

In pratica nel ddl bilancio vengono stanziati i fondi per entrambi i provvedimenti (16 miliardi per il 2019) ma non è automatica la loro effettiva applicazione per cui serviranno successivamente dei decreti ad hoc.

Sopratutto però nell’articolo 21 del ddl bilancio è previsto che “le eventuali economie rispetto agli stanziamenti possano essere redistribuite fra i due fondi”.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che loro i soldi li hanno stanziati ma se ci dovessero essere problemi, ovvero un impennata dello spread, quei fondi potrebbero essere utilizzati per il contenimento del deficit e quindi addio quota 100 e reddito di cittadinanza.

Con questa modifica il governo spera di evitare la bocciatura da parte di Bruxelles e dei mercati.

È una specie di gioco delle tre carte, una manovra disperata e un po’ patetica di chi si è accorto che la situazione è veramente seria.

Seria perché è iniziato un progressivo rallentamento dell’economia mondiale e già ora, in base all’ultima rilevazione trimestrale dell’istat, in Italia siamo in fase di stagnazione ovvero crescita zero.

Inoltre bisogna tener presente che il deficit del 2,4% è calcolato su una crescita del Pil stimata per il 2019 all’1,5%, valore difficile da raggiungere se si pensa che il 2018 si sta per chiudere al di sotto delle attese arrivando appena allo 0,8%.

Se non si dovesse raggiungere l’1,5% saltano tutti i conti e il deficit salirebbe ulteriormente.

Ma Lega e 5 Stelle stanno lavorando anche su una limatura degli stessi progetti di legge riguardanti quota 100 e reddito di cittadinanza in modo da ridurne i costi e arrivare a fine anno a un deficit del 2% invece che del 2,4%.

In particolare si prospetta rispetto a quota 100 uno slittamento per gli statali che andrebbero in pensione (rappresentano il 40% della platea) di 9 mesi.

A tal proposito di seguito un breve estratto de Il Sole 24 Ore che ben sintetizza la cosa:
«Per “quota l00” il tempo di attesa per gli statali, che coprono il 40% della platea, può allungarsi a 9 mesi, spostando al 2020 una parte di spesa, e anche nel privato i tagli all’assegno imposti dal contributivo e il divieto di cumulo potrebbero dissuadere una parte degli interessati. La spesa, allora, potrebbe attestarsi intorno ai 3 miliardi invece dei 6,7 messi in programma. E anche sul reddito di cittadinanza più lento rispetto all’ambizione targata M5S potrebbe ridurre il conto da 9 a 7 miliardi. Da qui, più che dalla spending timida messa in manovra, potrebbero arrivare risparmi per due decimi di Pil che porterebbero il deficit “effettivo” al 2%»
Riflessioni

Dopo 4 anni di crescita, comunque molto debole, ora siamo a zero.

Da tempo le stime si erano deteriorate, e l’iniziale +0,2% trimestrale era stato rivisto a +0,1% ora invece siamo al nulla.

Se le cose restano così, come detto in precedenza, la crescita per il 2018 sarà di appena lo 0,8%.

Di questo non è ovviamente responsabile il governo.

È in atto una robusta frenata nell’attività manifatturiera globale, causata dalle incertezze protezionistiche ma più in generale è evidente che siamo alla fine di un ciclo di crescita mondiale che andava avanti da quasi 10 anni.

La bolla alimentata dalle politiche monetarie espansive sta esplodendo come dimostrano gli andamenti degli indici azionari Usa. Il protezionismo è solo uno strumento che gli Usa vogliono usare per tutelarsi quando la situazione degenererà.

Il governo si trova quindi a fronteggiare una situazione estremamente difficile e le loro soluzioni sono assolutamente inadeguate. L’unica azione anticiclica possibile è far ripartire i consumi privati e aumentare la spesa pubblica (Sanità, scuola, ambiente etc.). Questo però si potrà fare sempre meno attraverso l’aumento del debito, perché sui mercati i tassi sono destinati a crescere, ma solo attraverso una forte redistribuzione della ricchezza per mezzo di una maggiore tassazione progressiva, lotta all’evasione e patrimoniale. Esattamente l’opposto di quanto propongono Lega e 5 Stelle.

Fonte

Le "riflessioni" sono opinabilissime.

Anzitutto il decennio di crescita citato ha riguardato esclusivamente gli indici azionari, mentre l'economia cosiddetta reale, quella da cui chi lavora trae il proprio reddito, è rimasta del tutto al palo, in quando il crack iniziato nel 2007, pur con tutte le sue specificità determinate dallo sviluppo capitalista proprio di questa epoca, è una crisi di sovrapproduzione.

In seconda istanza è fuorviante e ai limiti della fallacia sostenere che per far ripartire i consumi interni si potrebbe utilizzare la leva della redistribuzione fiscale. Stante l'assetto in cui il Paese è inserito, il ripristino di una tassazione progressiva sui differenti soggetti sociali non farebbe ripartire alcun mercato interno, in quanto le risorse "recuperate" finirebbero inevitabilmente per essere indirizzate al pagamento del debito e alla riduzione del deficit di bilancio, con sommo gaudio dei soggetti finanziari che detengono i titoli di stato italiani.
Lo scontro tra borghesia nazionale e transnazionale è esattamente posto su questa linea di faglia.

19/05/2018

Robot: cosa significano per il lavoro ed il reddito?

La recente apertura, da parte di Amazon, di un nuovo punto vendita nel seminterrato del suo quartier generale a Seattle, ha provocato più di una discussione sull’argomento di come il lavoro umano verrà ben presto spazzato via dall’espansione dei robot e dell’Intelligenza Artificiale.

Nel nuovo negozio, il quale è chiaramente un “pilot“, i clienti entrano, controllano i loro smartphone, scelgono ciò che vogliono dagli scaffali ed escono di nuovo. Non ci sono né casse né cassieri. Al loro posto, invece, i clienti per prima cosa scaricano un’app sui loro smartphone e in questo modo le macchine che si trovano nel negozio capiscono di quale cliente si tratta e che cosa il cliente sta prelevando dagli scaffali. Nel giro di un minuto o due, prima che l’acquirente lasci il negozio, sul suo telefono appare un pop up, come ricevuta di tutti gli articoli che ha comprato. Questo genere di sviluppo della vendita “automatica” rispecchia quella che è un’altra automazione: negli uffici, nelle automobili senza conducente, nell’assistenza sociale e nel processo decisionale.

Tutto ciò significa che ben presto gli esseri umani verranno del tutto sostituiti da macchine intelligenti in grado di imparare e da algoritmi? In quanto ho scritto precedentemente, ho delineato una previsione di quelli che potrebbero essere i posti di lavoro che verranno perduti grazie ai robot, nel prossimo decennio o più. Sembra essere enorme: e non solo per quanto attiene al lavoro manuale nelle fabbriche, ma anche per quel che riguardano i cosiddetti lavori da colletti bianchi come il giornalismo, le banche e perfino gli economisti!

I tecno-futuristi pensano che ben presto i robot rimpiazzeranno gli esseri umani. Ma io penso che abbiano cominciato a correre prima di imparare a camminare – o per essere più precisi, finora, i robot riescono a malapena a correre e ad afferrare le cose. Si tratta del “paradosso di Moravec“, vale a dire che
«è relativamente facile far sì che i computer esibiscano prestazioni a livello di adulti per quanto riguarda test di intelligenza o giocare, ed è difficile o impossibile dare loro le abilità di un bambino di un anno quando invece si tratta di percezione o di mobilità» (Moravec).
Quindi gli algoritmi possono servire a decidere se investire o meno per i fondi speculativi o per le banche, ma un robot non riesce nemmeno a colpire una pallina da tennis, per non parlare di battere un giocatore medio di club. In realtà, lo sviluppo dei robot si sta rivolgendo più ai “cobots“, i quali agiscono come se fossero un’estensione del lavoratore, nelle fabbriche dove si svolge lavoro pesante, e negli ospedali e per l’assistenza sociale riguardo alle diagnosi. Insomma, in tutto quello che sostituisce direttamente il lavoratore.

Il dibattito economico principale riguarda il fatto se la “tecnologia” creerà più posti di lavoro di quanti ne distrugge. Dopotutto, sembrerebbe che la nuova tecnologia possa eliminare alcuni lavori (i tessitori addetti al telaio a mano dell’inizio del XIX secolo), ma ne possa anche fornire di nuovi (le fabbriche tessili). Un esperimento mentale utile in tal senso è quello che vi viene fornito da Paul Krugman. Allo stesso modo in cui avviene nel famoso esempio di Krugman, immaginate che ci siano due merci, salsicce e panini, che vengono poi combinate una per una in modo da fare degli hot dog. 120 milioni di operai vengono divisi equamente fra le due industrie: 60 milioni producono salsicce, e gli altri 60 milioni producono panini, ed entrambi i lavori richiedono due giorni di tempo per poter produrre un’unità di produzione.

Ora supponiamo che la nuova tecnologia raddoppi la produttività nelle panetterie. Per fare panini, c’è bisogno di meno operai, ma questo aumento della produttività significherà che il consumatore riceverà il 33% di hot dog in più. Alla fine, l’economia avrà 40 milioni di operai che fanno panini e 80 milioni di operai che fabbricano salsicce. Nel frattempo, la transizione potrebbe portare alla disoccupazione, in particolare se le competenze per l’industria della panificazione sono molto specifiche. Ma nel lungo periodo, un cambiamento nella produttività relativa, finirebbe per riallocare l’occupazione, anziché distruggerla.

La storia degli sportelli bancari contro i bancomat è un altro esempio di innovazione tecnologica che sostituisce interamente il lavoro umano per quel che attiene ad un compito specifico. Questo ha portato ad una massiccia caduta del numero dei cassieri di banca? Fra il 1970 (quando venne installato il primo bancomat americano) ed il 2010, il numero di cassieri bancari si è raddoppiato. La riduzione del numero di cassieri per filiale, ha reso più economica la gestione di una filiale, così le banche hanno ampliato la loro rete bancaria. E la mansione si è gradualmente evoluta, passando sempre più dalla gestione del contante alle relazioni bancarie.

Questa è la visione ottimistica. Ma anche allora, come ha sottolineato Marx a proposito dell’avvento delle macchine nel XIX secolo, la perdita dei posti di lavoro in un settore e la loro ricreazione in un altro non è un processo di cambiamento senza soluzione di continuità. Come ha scritto Marx:
«I fatti reali, che vengono travisati a causa dell’ottimismo degli economisti, sono questi: gli operai, quando vengono cacciati dalla fabbrica a causa dei macchinari, vengono gettati sul mercato del lavoro. La loro presenza sul mercato del lavoro fa sì che sia incrementata la forza lavoro a disposizione dello sfruttamento capitalista... l’effetto avuto dai macchinari rappresentato come una ricompensa per la classe operaia, è stato, al contrario, un flagello spaventoso. Al presente, dirò solo questo: i lavoratori che sono stati buttati fuori dal lavoro in un determinato settore dell’industria possono indubbiamente cercare un’occupazione in un altro settore... anche se trovano un lavoro, quale miserabile prospettiva avranno di fronte! Menomati, così come lo sono dalla divisione del lavoro, questi poveri diavoli valgono talmente poco al di fuori del loro vecchio posto di lavoro da non poter trovare un posto in nessuna industria, se non in alcuni settori inferiori, e quindi sovraffollati e sottopagati. Per di più, ogni branca dell’industria attrae ogni anno un nuovo flusso di uomini, i quali forniscono un contingente con cui riempire i posti vacanti, e costituiscono un’offerta ai fini dell’espansione. Nel momento in cui i macchinari hanno liberato una parte dei lavoratori occupati in un dato settore dell’industria, la riserva costituita da uomini viene anch’essa dirottata verso nuovi canali di occupazione, e viene ad essere assorbita da altri settori; nel frattempo, le vittime esistenti, durante il periodo di transizione, per la maggior parte soffrono la fame e muoiono.» (Grundrisse).
E poi c’è la redditività della tecnologia. I robot non verranno applicati in maniera ampia fino a quando non porteranno un maggior profitto ai proprietari e agli investitori in applicazioni robotiche. Ma avere più robot e, relativamente, meno lavoro umano significherà avere relativamente meno valore creato per unità di capitale investito, poiché a causa della legge del valore di Marx noi sappiamo che il valore (così come viene incorporato nella vendita della produzione, a scopo di lucro) viene creato solamente dalla forza lavoro umana. E se questa diminuisce in relazione ai mezzi di produzione impiegati, allora abbiamo una tendenza della redditività a cadere. Perciò l’espansione dei robot e dell’Intelligenza Artificiale incrementa sia la possibilità che l’ampiezza della crisi di redditività. Quindi è assai probabile che nella produzione capitalista i crolli si intensificheranno insieme all’aumentare della sostituzione del lavoro da parte delle macchine. È questa la grande contraddizione del capitalismo: incrementare la produttività del lavoro attraverso un maggior numero di macchine riduce la produttività del capitale.

L’economia mainstream, o nega la legge del valore, oppure la ignora. Già nel 1898, l’economista neoricardiano Vladimir Dmitriev, per confutare la teoria del valore di Marx, aveva presentato un’ipotetica economia nella quale le macchine (i robot) facevano tutto, e non c’era lavoro umano. Egli sosteneva che sarebbe comunque esistito un enorme surplus che sarebbe stato prodotto anche senza lavoro, per cui la teoria del valore di Marx sarebbe stata erronea.

Ma l’esperimento immaginario di Dmtriev è irrilevante poiché sia lui che gli altri economisti mainstream non comprendono il valore nel modo capitalistico di produzione. Il valore in una merce che viene venduta è duplice: nella merce o nel servizio venduto c’è un valore d’uso fisico, ma nel denaro e nel profitto che dev’essere realizzato c’è anche “valore di scambio”. Senza quest’ultimo, la produzione capitalistica non avviene. E solo la forza lavoro crea un simile valore. Le macchine non creano valore (profitto) se non ci sono gli esseri umani a farle funzionare. In realtà, la sovrabbondante super economia di soli robot di Dmitriev non sarebbe più capitalistica, in quanto non ci sarebbe alcun profitto per i capitalisti individuali.

Ecco dov’è la grande contraddizione del capitalismo. Nel momento in cui le macchine soppiantano la forza lavoro umana, sotto il capitalismo, la redditività cade anche se la produttività del lavoro aumenta (vengono prodotti più cose e più servizi). E la redditività sempre più in calo distruggerà periodicamente la produzione dei capitalisti individuali poiché solo loro impiegano lavoro e macchine per realizzare profitti. Così le crisi si intensificano ben prima di poter arrivare all’ipotetico mondo robot di Dmitriev.

Ma cosa fare, nel momento in cui si perdono posti di lavoro a causa dei robot? Alcuni economisti liberali parlano di una “tassa sui robot“. Ma questo provvedimento rallenterebbe soltanto l’automazione – e difficilmente porterebbe a ridurre progressivamente il lavoro. L’idea del reddito di base universale (UBI) continua a guadagnare terreno fra gli economisti, sia mainstream che di sinistra. Io ho già discusso i meriti ed i demeriti dell’UBI. L’UBI viene sostenuto da molti strateghi economisti neoliberisti, che lo vedono come un modo per sostituire lo “stato sociale” della sanità gratuita, dell’istruzione e delle pensioni decenti attraverso un reddito di base. Ed esso viene proposto con lo scopo di mantenere bassi i salari per coloro che lavorano. Qualsiasi livello di reddito di base dignitoso sarebbe troppo costoso perché il capitalismo possa permetterselo. E anche se l’UBI venisse conquistata dai lavoratori in lotta, continuerebbe a non risolvere il problema di chi possiede sia i robot che i mezzi di produzione in generale.

Un’alternativa più interessante, a mio avviso, è ad esempio quella dell’idea dei Servizi di Base Universali, ovvero i cosiddetti beni pubblici e servizi, gratis in dei punti di utilizzo. Una società super-abbondante è per definizione una società in cui i nostri bisogni vengono soddisfatti senza l’utilizzo del lavoro e dello sfruttamento, vale a dire una società socialista. Ma la transizione ad una simile società può avere inizio a partire dal dedicare il lavoro socialmente necessario alla produzione dei bisogni sociali di base come l’istruzione, la salute, l’alloggio, i trasporti e l’alimentazione e l’equipaggiamento di base.

Perché usare risorse per dare a ciascuno un reddito di base per comprare quel che serve a soddisfare i bisogni sociali? Perché non renderli gratuiti presso dei punti di utilizzo? Invece di tagliare via le persone che non stanno lavorando, rispetto a quelli che lavorano percependo un reddito minimo, dobbiamo costruire unità nel lavoro riducendo le ore di lavoro ed allargando (gratuitamente) i servizi pubblici ed i beni per tutti.

Certo, questo richiederebbe che molti posseggano e controllino i mezzi di produzione e pianifichino l’applicazione di quelle risorse per i bisogni sociali, e non per il profitto di pochi. Robot ed Intelligenza Artificiale diverrebbero perciò parte del progresso tecnologico che renderebbe possibile una società super-abbondante.

Fonte

25/02/2018

I miti della globalizzazione: conversazione con Noam Chomsky e Ha-Joon Chang

Dal sito di Truthout una doppia intervista a Noam Chomsky e Ha-Joon Chang – noto in Italia per il saggio “Cattivi samaritani”, che smaschera l’effetto nefasto delle politiche neoliberiste imposte ai paesi poveri dai paesi ricchi e dalle istituzioni internazionali tra cui Fmi e Wto. Temi come la globalizzazione, i suoi legami con il capitalismo, i suoi vantaggi e svantaggi nonché la sua ineluttabilità e proposte come il reddito minimo universale sono spesso oggetto di propaganda, luoghi comuni se non addirittura affermazioni false, che – ripetute ovunque – finiscono per essere scambiate con la verità. In questo senso la riflessione documentata e approfondita di due studiosi fuori dal coro è l’unica efficace forma di debunking, capace di separare quello che è vero da quello che semplicemente conviene agli interessi dei più forti.

di C.J. Polychroniou, 22 giugno 2017

Dalla fine degli anni 70, l’economia mondiale e le nazioni dominanti hanno marciato al passo della globalizzazione (neoliberale), il cui impatto e i cui effetti – dispiegati ovunque – sui mezzi per vivere e sulle comunità del ceto medio stanno generando un grande malcontento popolare, accompagnato da un’ondata crescente di sentimenti nazionalisti e anti- elitari. Ma che cosa è, esattamente, che sta guidando la globalizzazione? E chi ne trae davvero vantaggio? La globalizzazione e il capitalismo sono intrecciati tra loro? Come affrontare i crescenti livelli di disuguaglianza e massiccia insicurezza economica? I progressisti e i radicali devono sostenere in massa la proposta di introdurre un reddito minimo universale? In questa intervista, unica ed esclusiva, due tra le più importanti menti del nostro tempo, il linguista e intellettuale Noam Chomsky e l’economista dell’Università di Cambridge Ha-Joon Chang condividono la loro visione su queste questioni cruciali. 

CJ Polychroniou: La globalizzazione viene solitamente definita come un processo di interazione e integrazione tra le economie e le persone nel mondo attraverso il commercio internazionale e gli investimenti esteri, supportata dalla tecnologia dell’informazione. Ma quindi la globalizzazione è semplicemente un processo neutrale e inevitabile di interconnessioni economiche, sociali e tecnologiche, o è qualcosa di natura più politica, in cui l’azione dello Stato produce trasformazioni globali (una globalizzazione guidata dallo Stato)?

Ha-Joon Chang: Il più grande mito sulla globalizzazione è che si tratti di un processo guidato dal progresso tecnologico. Il che ha permesso ai difensori della globalizzazione di etichettare i critici come “moderni luddisti”, che stanno cercando di far tornare indietro il tempo contro l’ineluttabile progresso della scienza e della tecnologia.

Eppure, se la tecnologia è ciò che determina il grado di globalizzazione, come si può spiegare che il mondo fosse molto più globalizzato alla fine del diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo in confronto alla metà del ventesimo secolo? Durante la prima era liberale, all’incirca tra il 1870 e il 1914, c’erano le navi a vapore e il telegrafo via cavo, ma l’economia mondiale era praticamente da tutti i punti di vista più globalizzata che durante il successivo periodo, molto meno liberale, della metà del XX secolo (all’incirca tra il 1945 e il 1973), quando c’erano già tutte le tecnologie di trasporto e comunicazioni che abbiamo oggi, ad eccezione di Internet e dei telefoni cellulari, anche se in forme meno efficienti.

Il motivo per cui il mondo era molto meno globalizzato in quest’ultimo periodo è che durante questo periodo la maggior parte dei Paesi ha imposto restrizioni decisamente significative ai movimenti di beni, servizi, capitali e persone, liberalizzandoli solo gradualmente. E ciò che merita di essere sottolineato è che, nonostante il basso grado di globalizzazione... questo periodo è stato quello in cui il capitalismo ha funzionato meglio: la crescita più rapida, il più basso grado di disuguaglianza, il più alto grado di stabilità finanziaria e – nel caso delle economie capitalistiche avanzate – il più basso livello di disoccupazione nei 250 anni di storia del capitalismo. Questo è il motivo per cui il periodo è spesso chiamato “l’età d’oro del capitalismo”.

La tecnologia definisce solo il limite esterno della globalizzazione: era impossibile per il mondo raggiungere un alto grado di globalizzazione con le sole navi a vela. Ma è la politica economica (o la politica, potremmo dire) che determina esattamente quanta globalizzazione si raggiunge e in quali settori.

L’attuale forma di globalizzazione orientata al mercato e guidata dalle aziende non è l’unica – per non dire che non è neanche la migliore – possibile forma di globalizzazione. È possibile una forma di globalizzazione più equa, più dinamica e più sostenibile.

Sappiamo che la globalizzazione è propriamente iniziata nel quindicesimo secolo e che ci sono stati diversi stadi della globalizzazione, ognuno dei quali rifletteva l’impatto sottostante del potere dello Stato imperiale e delle trasformazioni che stavano manifestandosi nelle forme istituzionali, così come le imprese e l’emergere di nuove tecnologie e comunicazioni. Cosa distingue lo stadio attuale della globalizzazione (dal 1973 al presente) da quelli precedenti?

Chang: Lo stadio attuale della globalizzazione è diverso da quelli precedenti in due aspetti importanti.

La prima differenza è che c’è un imperialismo meno esplicito.

Prima del 1945, i paesi capitalisti avanzati praticavano [apertamente] l’imperialismo. Colonizzarono i paesi più deboli o imposero loro “trattati asimmetrici”, cosa che li rese colonie virtuali – per esempio occupando parti del loro territorio attraverso forme di “leasing”, privandoli del diritto di stabilire tariffe, ecc.

Dal 1945, abbiamo visto l’emergere di un sistema globale che rifiuta un imperialismo così scoperto. C’è stato un processo continuo di decolonializzazione e, una volta ottenuta la sovranità, gli Stati diventano membri delle Nazioni Unite, dove ci si basa sul principio di un voto per ciascun Paese.

Certo, la pratica è poi stata diversa – i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno il diritto di veto e molte organizzazioni economiche internazionali (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale) sono gestite secondo il principio di “un dollaro-un voto” (cioè i diritti di voto sono legati al capitale versato). Tuttavia, anche così, l’ordine mondiale post-1945 fu incommensurabilmente migliore di quello che c’era stato prima.

Sfortunatamente, a partire dagli anni ’80, ma con un’accelerazione dalla metà degli anni ’90, c’è stato un riarretramento della sovranità di cui i paesi post-coloniali avevano goduto. La nascita del WTO (Organizzazione mondiale del commercio) nel 1995 ha ridotto lo “spazio politico” per i paesi in via di sviluppo. Questa contrazione è stata poi intensificata dalle serie di successivi accordi commerciali e di investimento, bilaterali e regionali, stretti tra Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo, come gli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti e gli accordi di partenariato economico con l’Unione europea.

La seconda cosa che distingue la globalizzazione post-1973 è che è stata guidata dalle multinazionali in misura molto maggiore di prima. Le multinazionali esistevano già dalla fine del XIX secolo, ma dagli anni ’80 la loro importanza economica è notevolmente aumentata.

Hanno anche influenzato la formazione delle regole globali, improntandole in modo da aumentare il loro potere. Soprattutto, hanno inserito in molti accordi internazionali il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS). Attraverso questo meccanismo, le multinazionali possono portare i Governi in un tribunale composto da tre giudici, scelti da un pool di avvocati commerciali internazionali in gran parte allineati con le aziende, con l’accusa di avere ridotto i loro profitti attraverso una legge o un regolamento. Questa è un’estensione del potere delle aziende che non ha precedenti.

Noam, la globalizzazione e il capitalismo sono due cose diverse?

Noam Chomsky: Se per “globalizzazione” intendiamo l’integrazione internazionale, allora questa è di gran lunga precedente al capitalismo. Le “vie della seta”, risalenti all’era pre-cristiana, erano già una forma estesa di globalizzazione. L’ascesa del capitalismo di stato industriale ha cambiato le dimensioni e il carattere della globalizzazione, e ci sono stati ulteriori cambiamenti lungo la strada, mentre l’economia globale veniva rimodellata da coloro che Adam Smith definiva “i padroni dell’umanità”, che perseguivano la loro “spregevole massima”: “Tutto per noi e niente per gli altri”.

Ci sono stati cambiamenti sostanziali durante il recente periodo della globalizzazione neoliberale, dalla fine degli anni ’70, con Reagan e Thatcher come figure emblematiche, anche se in realtà le politiche cambiano molto poco al cambiare delle amministrazioni. Le multinazionali sono la forza trainante, e il loro potere politico in gran parte conduce la politica degli Stati a tutelare i loro interessi.

Durante questi anni, sostenuti dalle politiche degli Stati, che dominano largamente, le multinazionali hanno sempre più costruito catene di valore globali (global value chains, GVC) in cui l'”azienda guida” esternalizza la produzione attraverso intricate reti globali che stabilisce e controlla. Ne è un esempio standard la Apple, la più grande azienda al mondo. Il suo iPhone è stato progettato negli Stati Uniti. I componenti prodotti da molti fornitori negli Stati Uniti e in Asia orientale sono assemblati per lo più in Cina, in stabilimenti di proprietà della grande impresa taiwanese Foxconn. Si stima che i profitti di Apple siano di circa dieci volte superiori a quelli di Foxconn, mentre il valore aggiunto e il profitto in Cina, dove i lavoratori lavorano in condizioni miserabili, è minimo. Apple stabilisce quindi un ufficio in Irlanda, in modo da eludere le tasse degli Stati Uniti – e recentemente è stata multata per 14 miliardi di dollari dall’UE a causa di tasse non pagate.

Esaminando il “mondo GVC” nella rivista britannica International Affairs, Nicola Phillips scrive che la produzione per Apple coinvolge migliaia di aziende e imprese che non hanno alcun rapporto formale con Apple, e ai livelli inferiori potrebbe essere del tutto inconsapevole della destinazione di ciò che produce. E questa è una situazione generalizzata.

L’immensa scala di questo nuovo sistema globalizzato è stata rivelata nel Rapporto sugli investimenti del 2013 della Commissione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo. Secondo le stime, circa l’80% del commercio globale è interno alle catene del valore globale stabilite e gestite da multinazionali, che rappresentano forse il 20% dei posti di lavoro in tutto il mondo.

La proprietà di questa economia globalizzata è stata studiata dall’economista politico Sean Starrs. Starrs sottolinea che le stime convenzionali della ricchezza nazionale in termini di PIL nell’era della globalizzazione neoliberale sono ingannevoli. Con catene di approvvigionamento integrate complesse, subappalti e altri dispositivi simili, la proprietà aziendale della ricchezza mondiale sta diventando una misura più realistica del potere globale rispetto alla ricchezza nazionale, poiché il mondo si allontana più di prima dal modello di economie politiche nazionali separate. Investigando la proprietà aziendale, Starrs trova che praticamente in ogni settore economico – manifatturiero, finanziario, servizi, vendita al dettaglio e altri – le società statunitensi sono assolutamente in testa nella proprietà dell’economia globale. Nel complesso, la loro proprietà è vicina al 50% del totale. Questa è approssimativamente la stima massima della ricchezza nazionale degli Stati Uniti nel 1945, al picco storico della potenza USA. La ricchezza nazionale misurata secondo i criteri convenzionali è diminuita dal 1945 ad oggi, intorno al 20 per cento. Ma la proprietà aziendale statunitense dell’economia globalizzata è esplosa.

La linea standard dei politici tradizionali è che la globalizzazione avvantaggia tutti. Eppure, la globalizzazione produce vincitori e vinti, come ha dimostrato il libro Global Inequality di Branko Milanovic. Quindi la domanda è questa: il successo nella globalizzazione è una questione di abilità?

Chang: L’ipotesi che la globalizzazione avvantaggi tutti è basata su teorie economiche tradizionali che presuppongono che i lavoratori possano essere spostati verso altre attività senza costi, se il commercio internazionale o gli investimenti transfrontalieri rendono alcuni settori non redditizi.

In questa prospettiva, se gli Stati Uniti firmano il NAFTA con il Messico, alcuni lavoratori automobilistici negli Stati Uniti potrebbero perdere il lavoro, ma non ci rimetteranno, in quanto potranno riqualificarsi e ottenere posti di lavoro in settori in espansione, grazie al NAFTA, come il software o il settore degli investimenti finanziari.

L’assurdità dell’argomento balza all’occhio immediatamente: quanti lavoratori del settore automobilistico americano conosciamo che si siano riqualificati come ingegneri informatici o banchieri d’investimento negli ultimi due decenni? In genere, gli ex-lavoratori licenziati hanno finito per lavorare come guardiani notturni in un magazzino o ad accatastare scaffali nei supermercati, ricevendo salari molto più bassi rispetto a prima.

Il punto è che, se anche il paese nel complesso traesse vantaggio dalla globalizzazione, ci saranno sempre dei perdenti, specialmente (anche se non esclusivamente) tra i lavoratori che hanno competenze che non sono più apprezzate. E, a meno che questi perdenti non vengano risarciti, non si può dire che il cambiamento sia una buona cosa per “tutti”...

Naturalmente, la maggior parte dei paesi ricchi ha meccanismi attraverso i quali i vincitori del processo di globalizzazione (o di qualsiasi cambiamento economico, in realtà) compensano i perdenti. Il meccanismo di base rivolto a questo scopo è lo stato sociale, ma ci sono anche meccanismi di riqualificazione e ricerca di posti di lavoro finanziati pubblicamente – nei Paesi scandinavi questo si fa particolarmente bene – così come schemi settoriali specifici per compensare i “perdenti” (ad esempio, protezione temporanea per le imprese allo scopo di promuoverne la ristrutturazione, fondi per le indennità di licenziamento dei lavoratori). Questi meccanismi sono migliori in alcuni Paesi rispetto ad altri, ma da nessuna parte sono perfetti e, sfortunatamente, alcuni paesi li hanno abbandonati (la recente contrazione dello stato sociale nel Regno Unito ne è un buon esempio).

Secondo lei, Ha-Joon Chang, la convergenza della globalizzazione e della tecnologia potrebbe produrre più o meno disuguaglianza?

Chang: Come ho sostenuto sopra, la tecnologia e la globalizzazione non sono dovute al destino.

Il fatto che le disuguaglianze di reddito siano effettivamente diminuite in Svizzera tra il 1990 e il 2000 e il fatto che le disuguaglianze di reddito siano recentemente aumentate in Canada e nei Paesi Bassi durante il periodo neoliberista dimostrano che i Paesi possono scegliere quale disparità di reddito avere, anche se tutti devono affrontare le stesse tecnologie e le stesse tendenze nell’economia globale.

In realtà i Paesi possono fare molto per influenzare la disuguaglianza di reddito. Molti paesi europei, tra cui Germania, Francia, Svezia e Belgio sono tanto diseguali quanto (o, a volte, anche di più) gli Stati Uniti, prima di ridistribuire il reddito attraverso la tassazione progressiva e lo stato sociale. Poiché essi ridistribuiscono così tanto, le disuguaglianze che ne derivano in quei paesi sono molto più basse.

Noam, in che modo la globalizzazione accresce le tendenze intrinseche del capitalismo verso la dipendenza economica, l’ineguaglianza e lo sfruttamento?

Chomsky: La globalizzazione durante l’era del capitalismo industriale ha sempre aumentato la dipendenza, l’ineguaglianza e lo sfruttamento, spesso portandoli a estremi orribili. Per fare un esempio classico, la prima rivoluzione industriale si basava fondamentalmente sul cotone, prodotto principalmente nel Sud americano nel sistema di schiavitù più terribile della storia umana – che ha assunto nuove forme dopo la guerra civile, con la criminalizzazione della vita nera e la mezzadria. La versione odierna della globalizzazione include non solo l’ipersfruttamento ai livelli più bassi del sistema globale delle catene del valore, ma anche il genocidio virtuale, in particolare nel Congo orientale, dove milioni di persone sono state massacrate negli ultimi anni, mentre i minerali cruciali trovano la loro strada verso i dispositivi high-tech prodotti nelle catene del valore globali.

Ma anche a prescindere da questi aspetti orrendi della globalizzazione ... la ricerca dello “spregevole massimo” porta naturalmente a simili conseguenze. Lo studio di Phillips che ho citato è un raro esempio di inchiesta su “come le disuguaglianze sono prodotte e riprodotte in un mondo [attraverso catene del valore], [mediante] asimmetrie del potere di mercato, asimmetrie del potere sociale e asimmetrie del potere politico”. Come mostra Phillips “Il consolidamento e la mobilitazione di queste asimmetrie di mercato poggia sull’assicurare una struttura di produzione in cui un piccolo numero di aziende molto grandi ai vertici, in molti casi quelle che vendono prodotti di marca, occupano posizioni oligopolistiche – cioè posizioni di dominio del mercato, e in cui i livelli inferiori della produzione sono caratterizzati da mercati densamente popolati e intensamente competitivi... La conseguenza di ciò in tutto il mondo è stata la crescita esplosiva del lavoro precario, insicuro e sfruttato nella produzione globale, realizzato da una forza lavoro significativamente composta da personale precario, migranti, lavoratori a contratto e donne, e si estende all’estremità dello spettro fino al ricorso consapevole al lavoro forzato “.

Queste conseguenze sono aumentate deliberatamente attraverso politiche commerciali e fiscali, una questione studiata in particolare da Dean Baker. Come sottolinea, negli Stati Uniti “da dicembre 1970 a dicembre 2000 l’occupazione manifatturiera è rimasta praticamente invariata, a parte aumenti e flessioni ciclici. Nei sette anni successivi, da dicembre 2000 a dicembre 2007, l’occupazione manifatturiera è diminuita di oltre 3,4 milioni, un calo di quasi il 20 per cento. Questo crollo dell’occupazione è dovuto all’esplosione del deficit commerciale in questo periodo, non all’automazione: c’era molta automazione (ovvero crescita della produttività) nei tre decenni dal 1970 al 2000, ma una maggiore produttività è stata compensata da un aumento della domanda, lasciando l’occupazione totale poco mutata. Questo non era più vero quando il deficit commerciale è esploso a quasi il 6 per cento del PIL nel 2005 e nel 2006 (oltre 1,1 trilioni di dollari nell’economia di oggi). ”

Queste sostanzialmente sono state conseguenze della politica del dollaro alto e degli accordi sui diritti degli investitori mascherati da “libero commercio” – scelte politiche che andavano nell’interesse dei padroni, non risultato delle leggi economiche.

Ha-Joon Chang, i progressisti mirano a sviluppare strategie per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, ma c’è poco accordo sul modo più efficace e realistico di farlo. In questo contesto, le risposte variano da forme alternative di globalizzazione alla localizzazione. Qual è la sua opinione su questo argomento?

Chang: In breve, la mia opzione preferita sarebbe una forma più controllata di globalizzazione, caratterizzata da molte più restrizioni sui flussi globali di capitale e da maggiori restrizioni sui flussi di beni e servizi. Inoltre, anche con queste restrizioni, ci saranno inevitabilmente vincitori e vinti, e c’è bisogno di uno stato sociale più forte (e non più debole) oltre ad altri meccanismi attraverso i quali i perdenti del processo vengano compensati. Politicamente, questa combinazione politica richiederà voci più forti per i lavoratori e per i cittadini.

Non penso che la localizzazione sia una soluzione, anche se la fattibilità della localizzazione dipende da qual è la località e da qual è il problema di cui stiamo parlando. Se la località in questione è un villaggio o un quartiere in un’area urbana, capiamo immediatamente che ci sono pochissime cose che possono essere “localizzate”. Se parli di una regione tedesca (Stato) o di uno Stato americano, vediamo che può provare a coltivare maggiormente il proprio cibo o produrre da sé alcuni prodotti fabbricati che oggi sono importati. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, avere la maggior parte delle cose prodotte localmente semplicemente non è fattibile. Non sarebbe saggio avere in ogni Paese, per non parlare di ogni stato americano, la produzione dei propri aeroplani, telefoni cellulari né persino di tutto il suo cibo.

Detto questo, non sono contrario a tutte le forme di localizzazione. Ci sono certamente cose che possono essere fornite in misura maggiore a livello locale, come alcuni prodotti alimentari o l’assistenza sanitaria.

Un’ultima domanda: l’idea di un reddito di base universale sta lentamente ma gradualmente prendendo piede come strumento politico per affrontare il problema della povertà e delle preoccupazioni sull’automazione. Aziende come Google e Facebook sono forti sostenitori di un reddito di base universale, anche se saranno le società a sostenere il costo di questa politica, mentre la maggior parte delle imprese multinazionali si sposteranno sempre più verso l’uso di robot e altre tecniche computerizzate per eseguire compiti tradizionalmente svolti da lavoratori. I progressisti e gli oppositori della globalizzazione capitalista in generale dovrebbero sostenere l’idea di un reddito di base universale?

Chang: Di reddito minimo universale si parla in molte versioni differenti, ma è un’idea libertaria, nel senso che pone l’accento sulla massimizzazione della libertà individuale piuttosto che sull’identità collettiva e sulla solidarietà.

Tutti i cittadini dei paesi che superano il livello di reddito medio hanno diritto a una certa quantità di risorse di base (nei paesi più poveri, praticamente a nessuna). Hanno accesso a una certa quantità di cure mediche, istruzione, pensioni, acqua e altri elementi “di base” della vita. L’idea su cui si fonda il reddito minimo universale è che i diritti alle risorse dovrebbero essere forniti agli individui il più possibile in contanti (piuttosto che in natura), in modo che i cittadini possano esercitare la massima scelta.

La versione di destra del reddito minimo, sostenuta da Friedrich von Hayek e Milton Friedman, i guru del neoliberismo, è che il governo dovrebbe fornire ai suoi cittadini un reddito di base a livello di sussistenza, fornendo al contempo (o poco) ulteriori beni e servizi. Per quanto posso vedere, questa è la versione del reddito minimo supportata dalle aziende della Silicon Valley. Sono totalmente contrario.

Ci sono poi libertari di sinistra che sostengono il reddito minimo universale, stabilito a un livello piuttosto elevato, il che richiederebbe una redistribuzione del reddito piuttosto alta. Ma anche loro credono che la fornitura collettiva di beni e servizi “di base” attraverso lo stato sociale debba essere minimizzata (sebbene il loro “minimo” sia considerevolmente maggiore di quello neo-liberista). Questa versione è più accettabile per me, ma non ne sono convinto.

Primo, se i membri di una società stanno provvedendo collettivamente ad alcuni beni e servizi, hanno il diritto collettivo di influenzare il modo in cui le persone usano i loro diritti di base.

Secondo, l’erogazione attraverso lo stato sociale di servizi universali basati sulla cittadinanza rende i servizi sociali – come la salute, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia, l’assicurazione contro la disoccupazione e le pensioni – molto più economici, grazie agli acquisti di massa e alla condivisione dei rischi. Il fatto che gli Stati Uniti spendano almeno il 50% in più per l’assistenza sanitaria rispetto agli altri paesi ricchi (il 17% del PIL negli Stati Uniti rispetto all’11,5% del PIL in Svizzera), ma abbiano peggiori indicatori di salute è molto indicativo dei potenziali problemi che potremmo avere in un sistema di reddito minimo universale combinato con la fornitura privata di servizi sociali di base, anche se il livello di reddito minimo fosse elevato.

Chomsky: La risposta, direi, è: “tutto dipende” – vale a dire, dipende dal contesto socioeconomico e politico in cui l’idea è proposta. La società a cui dovremmo aspirare, penso, dovrebbe rispettare il concetto “jedem nach seinen Bedürfnissen”: a ciascuno secondo i suoi bisogni. Tra i bisogni primari, per la maggior parte delle persone, c’è una vita di dignità e autorealizzazione. Ciò si traduce in particolare in un lavoro svolto sotto il proprio controllo, tipicamente in solidarietà e interagendo con gli altri, creativo e di valore per la società in generale. Questo lavoro può assumere molte forme: costruire un ponte bello e necessario, il mestiere stimolante di insegnare e imparare con i bambini piccoli, risolvere un problema eccezionale nella teoria dei numeri e una miriade di altre opzioni. Provvedere a tali bisogni è sicuramente entro il regno delle possibilità.

Nel mondo attuale, le aziende si rivolgono sempre più all’automazione, come hanno fatto praticamente da sempre: pensiamo alla macchina sgranatrice di cotone, per esempio. Attualmente, ci sono poche prove che gli effetti siano oltre quelli normali. Il principale impatto si manifesterebbe in termini di produttività, ma questa è in realtà bassa rispetto agli standard dei primi anni del dopoguerra. Intanto, c’è ancora molto lavoro da fare: dalla ricostruzione delle infrastrutture collassanti, alla creazione di scuole decenti, al miglioramento della conoscenza e della comprensione, e molto altro ancora. Ci sono molte mani disponibili. Ci sono ampie risorse. Ma il sistema socioeconomico è talmente disfunzionale che non è in grado di riunire questi fattori in modo soddisfacente e, sotto l’attuale campagna Trump-Repubblicana per creare una minuscola America che tremerà all’interno di muri, la situazione non potrà che peggiorare. Nella misura in cui i robot e altre forme di automazione possono liberare le persone dal lavoro di routine e pericoloso e dare loro la possibilità di dedicarsi a impegni più creativi (e, in particolare negli Stati Uniti così scarsi di tempo libero, di avere più tempo per se stessi), tutto va per il meglio. In questo senso il reddito minimo universale potrebbe avere un posto, anche se è uno strumento troppo rozzo per ottenere la versione marxista preferibile.

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24/01/2018

La cripta che custodisce il sonno della SPD

Tiene banco il congresso della SPD, svoltosi il 21 gennaio a Bonn e in cui il 56,4% dei delegati (contrari, per lo più, i “Juso”, i giovani socialisti di Kevin Kühnert) ha dato via libera all’adesione del partito alla “große Koalition” con CSU e CDU, sancita in una comune carta di intenti stilata in precedenza.

Un documento, questo, a proposito del quale, la scorsa settimana, Herbert Becker, sul settimanale del DKP, Unsere Zeit, notava come sia quasi integralmente “scritto al Konjunktiv”: una lista di belle intenzioni di cui, forse, in un qualche futuro, ai tre partiti potrebbe venir voglia di parlare. Frasi astratte su problemi sociali, povertà della popolazione anziana e miseria infantile, contratti di affitto sociale, lavoro precario. Si dice di voler intervenire sul mercato immobiliare, costruendo 1,5 milioni di nuovi appartamenti con finanziamenti pubblici gratuiti: una manna per i costruttori, nota Becker. Si parla di “posti di lavoro sicuri e duraturi”, di “rivalutare” il lavoro temporaneo e part-time e viene aleggiata una futura “piena occupazione”, ovviamente pagata poco o nulla. L’unico tema su cui i tre partiti parlano chiaro, a parte l’auspicio di un ulteriore sviluppo del ruolo tedesco nella UE, è quello della sicurezza: modernizzazione delle forze armate, continuazione delle missioni estere, arruolamento di 15.000 nuovi uomini.

L’intera carta è scritta “non solo nello spirito, ma in parte anche nella “formulazione” di associazioni padronali quali BDI (Bundesverband der Deutschen Industrie), Automobilverband e Bauernverband (agricoltori): si devono a esse anche i punti sull’importazione di “forza lavoro qualificata internazionale” e su una legge sull’immigrazione, inquadrata in una cornice di “protezione delle frontiere esterne dell’Europa, sviluppo di Frontex, situazione giuridica e sociale dei rifugiati”, fino al compromesso sulle quote, con la formula “da-a”: da 180.000 a 220.000 all’anno.

Altre “bellissime frasi di desideri” sono quelle su cultura e istruzione, salute e assistenza, ambiente e agricoltura: “sotto i dettami di industria e capitale finanziario” conclude Becker, “la SPD sembra aver abbandonato ogni tentativo di fingere di varare progetti sociali”. Dopo il congresso di Bonn, l’esponente di Die Linke Sahra Wagenknecht ha detto che la SPD sta liquidando se stessa: “da anni sta facendo politica contro i propri elettori, è responsabile di bassi salari, povertà degli anziani, privatizzazione e lavoro precario. Ora, solo la base può fermare il definitivo suicidio, altrimenti la SPD finirà nella cripta in cui sono già assopite le sue sorelle olandese, francese e greca”.

D’altronde, l’odierno atteggiamento “sociale” della socialdemocrazia tedesca, in un paese in cui le 40 persone più ricche hanno le “stesse possibilità” della metà più povera della popolazione, ha una tradizione: a proposito del retaggio imperiale sul divieto di sciopero per i dipendenti pubblici, tuttora in vigore, Die junge Welt ricorda la condotta del presidente socialdemocratico Friedrich Ebert (quello dell’assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg) che nel 1922 decretò il divieto di sciopero in occasione dell’agitazione salariale del sindacato dei ferrovieri. Allorché i macchinisti confermarono l’azione, sostenuti da scioperi di solidarietà proclamati dai comunisti, il capo della polizia di Berlino ordinò l’arresto dei capi sindacali, con il consenso dei sindacati socialdemocratici e liberali. Lo stesso sembra ripetersi oggi, con il Dbb (Deutscher Beamtenbunde) l’associazione dei dipendenti pubblici, che continua a respingere il diritto di sciopero.

I funzionari pubblici possono infatti esprimere solo “simbolicamente” le proprie richieste sindacali; ma il divieto di sciopero viene sempre più spesso contestato, soprattutto nelle controversie salariali a livello di Land, dove è impiegata la maggioranza dei circa 1,7 milioni di dipendenti pubblici. Secondo i “tradizionali principi della pubblica amministrazione professionale”, scrive Die junge Welt, si richiede ai “servitori dello stato” uno “speciale dovere di lealtà”, in cambio di un trattamento di favore rispetto al resto del lavoro dipendente; l’obiettivo è chiaro: “separare dalla classe operaia, con alcuni privilegi e doveri speciali, uno strato cui si può far appello in periodi turbolenti. Per lo più, ciò ha funzionato bene: raramente gli impiegati pubblici hanno sollevato conflitti con le autorità”. Ma, oggi, la svolta neoliberista mette in discussione anche quello status quo: settori quali poste e telecomunicazioni, con moltissimi dipendenti pubblici, sono stati trasformati in società per azioni, con orario di lavoro esteso unilateralmente, così che la “speciale relazione di servizio e lealtà reciproci”, tra datori di lavoro e dipendenti pubblici, si è ridotta a lealtà unidirezionale dei dipendenti.

Va dunque di pari passo con le privatizzazioni e la crescente precarietà, la questione del reddito di base garantito, che sta animando il dibattito nella sinistra tedesca. Sull’ex organo della SED, Neues Deutschland, l’economista Erika Maier (nel 1969, a 32 anni, fu la più giovane docente della DDR) nota che questo “non è un progetto di sinistra”, perché “l’uomo ha bisogno del lavoro”. Linke e Verdi, scrive, ritengono che un reddito di base di 1.000 euro garantisca una vita dignitosa e sono convinti che il futuro non riserbi alternative. In effetti, cresce il numero di persone in condizioni di vita e di lavoro precarie: almeno due milioni di lavoratori autonomi spesso non sanno come pagare l’affitto e molti di loro non hanno assicurazione sanitaria e pensionistica. Aumenta anche il numero di lavoratori temporanei e pensionati poveri; con la digitalizzazione si sono persi milioni di posti di lavoro e si presume che nei prossimi anni scompariranno la metà o 2/3 dei posti di lavoro tradizionali.

Il presidente della DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund: la Confederazione generale dei sindacati) Michael Sommer, ritiene che un reddito di base per coloro che vengono cacciati dal processo lavorativo, finanziato dalle tasse, sia possibile e giusto. Anke Hassel, direttrice dell’Istituto economico-sociale alla Fondazione Böckler, dipinge il reddito di base come un “dolce veleno”, che divide ulteriormente la società e distrugge lo stato sociale. Katja Kipping, leader di Die Linke, vede nel reddito di base incondizionato un progetto di sinistra, con cui si realizza un cambiamento rivoluzionario ed emancipatore; Sahra Wagenknecht lo giudica un abbaglio.

Cosa rimane infatti, nota la Maier, di 1.000 euro al mese, se scompaiono tutte le prestazioni sociali: assistenza, contributi per affitto e riscaldamento, aiuti per malati, disabili e genitori single? E con un aumento delle tasse del 50% per finanziare il reddito di base, ogni cosa sarà di 1/4 più costosa. La verità, scrive la Maier, è che la povertà sarà solo incrementata: con l’eliminazione completa dello stato sociale, stato e aziende non si prenderanno più cura dei licenziati.

Ci sono attualmente 44 milioni di persone attive in Germania ed entro il 2060 la percentuale di popolazione attiva diminuirà di quasi il 20%: accorciando le ore di lavoro a 30 ore settimanali, calcola Erika Maier, si creerebbero oltre 10 milioni di nuovi posti di lavoro; la crescente produttività, consente inoltre di pagare lo stesso salario a ore di lavoro ridotte. La Germania ha urgente bisogno di insegnanti, maestre d’asilo, infermieri. C’è da costruire appartamenti e scuole, riparare ponti, rinnovare stazioni; preservare l’ambiente, proteggere il clima, richiede manodopera.

Quando si discute del reddito di base, ci si chiede se la “liberazione” di persone “mentalmente e fisicamente sane dal dovere di lavorare sia equo, solidale, umanistico; tradotto socialmente, ciò significa domandarsi se il reddito di base sia una valida idea di sinistra”. Rivendicare una società solidale e socialmente giusta significa che nessuno viva a spese degli altri. Questo non vale solo per “quelli in alto”, ma per tutti. Naturalmente, le persone hanno bisogno di tempo libero per figli, genitori non autosufficienti, formazione e riqualificazione, forse anche per la riscoperta di sé. Ciò richiede soluzioni individuali per orario di lavoro, borse di studio, prestiti agli studenti, prestiti o conti temporali personali finanziati con imposte.

Nella DDR, il popolo era ben istruito e godeva di sicurezza sociale. Affitti, pane, riscaldamento avevano prezzi bassi e stabili; il popolo sapeva di non lavorare per i capitalisti e nemmeno per il Comitato centrale. Tuttavia, con il pane si nutrivano i maiali e in inverno si lasciavano le finestre aperte: non tutti lavoravano disinteressatamente e responsabilmente. A suo tempo, Marx ed Engels erano intervenuti contro certe illusioni del movimento operaio: nella “Critica al programma di Gotha”, criticarono nettamente la richiesta lassalliana di un “reddito integrale da lavoro”. Sono stati sviluppati diversi modelli per finanziare il reddito di base incondizionato; si tratta di cambiare le coordinate: costa molto meno creare nuovi posti di lavoro, che non pagare a ognuno un reddito base di 1.000 euro, con un aumento delle tasse del 50%. Dieci anni fa, l’allora coalizione rosso-rossa di Berlino, aveva creato un settore pubblico per i disoccupati di lunga durata, con posti di lavoro che assicuravano un minimo di sicurezza sociale.

Per l’uomo, conclude la Maier, il lavoro non è solo un dovere per la società, ma è parte della sua esistenza sociale. Il diritto al lavoro, per secoli obiettivo della sinistra, è oggi giudicato una reliquia dei tempi antichi. Ma, la non occupazione può avere anche un impatto politico: nelle aree a elevata concentrazione di beneficiari di Hartz IV, l’affluenza alle urne è talvolta inferiore al 30% e l’AFD è spesso il partito più forte.

A questo proposito, Jörg Roesler, storico dell’economia, ex collaboratore dell’Istituto di storia economica dell’Accademia delle scienze della DDR e ora membro della Historischen Kommission di Die Linke, si chiede su Neues Deutschland quale relazione ci sia tra la privatizzazione dell’economia della DDR e i successi elettorali della destra, particolarmente sostenuti proprio negli ex Länder dell’ex Germania Est. Alle elezioni del settembre scorso, infatti, la xenofoba AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto un risultato a due cifre (12,6%). In Sassonia, l’AfD è stato il primo partito (nella Sassonia orientale, lo ha votato oltre 1/3 degli elettori) puntando soprattutto sullo spauracchio dell’immigrazione, presentata quale causa per cui i tedeschi dell’Est non stanno ancora così bene come era stato loro promesso dal governo federale 28 anni fa. In tutti i nuovi Länder annessi nel 1989, dal Meclemburgo-Pomerania occidentale alla Turingia, almeno uno su cinque o sei votanti ha scelto AfD; nei “vecchi” Länder, solo uno su otto.

Per i media main stream, nota Roesler, la ragione è semplice: gli “Ossis” (i tedeschi dell’est), che il regime comunista aveva tenuto isolati per lungo tempo dal mondo esterno, non hanno avuto l’opportunità di familiarizzare con le culture straniere.

I media hanno così trovato il pretesto, si potrebbe osservare, per far ricadere anche questo problema sulla DDR in sé, e non sulla sua deindustrializzazione decretata dal capitale della RFT. E infatti, nota Roesler, “le ricerche dimostrano come non vengano prese di mira, di per sé, le minoranze religiose, culturali o etniche, ma sia piuttosto la condizione sociale a nutrire i pregiudizi. Se il contrasto tra ricchi e poveri diventa sempre più profondo e le persone sono minacciate in qualsiasi momento da precarietà e declino sociale, sentendosi impotenti, queste reagiscono con la rabbia”. E AfD ha raccolto consensi non solo per la retorica xenofoba, ma soprattutto perché, fondato appena quattro anni fa, non appartiene ai partiti dell’establishment della Repubblica Federale, che avevano promesso ai tedeschi dell’est il rapido allineamento al potere economico e al tenore di vita dei “fratelli e sorelle” dell’ovest.

Parafrasando l’ovidiano re d’Etiopia, Cefeo: ripagano per ciò che era stato pattuito con le parole, ma non meritato coi fatti.

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27/06/2017

Reddito contro lavoro? No, grazie

Quando si parla di reddito di base (RdB) sarebbe necessario fare chiarezza, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato ad un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro) [1]. Questa nuova forma di welfare viene presentata spesso dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.

Tale proposta viene giustificata teoricamente con la ricerca di una giustizia redistributiva (Rawls), del superamento o arginamento della povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri). Spesso, in un’ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi. Peccato che la crescita postbellica fosse dovuta alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico più stabile di quello attuale e in una situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.

Ciascuna di queste giustificazioni mostrano come il RdB sia una proposta di redistribuzione che non va ad intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Il RdB vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Effettivamente, misure come il RdB possono rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le congelano, soprattutto quando pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso ad intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione, precarietà, condizioni materiali di vita insostenibili, cercando di lenirne gli effetti. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici.

Le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB variano sulla base di come è effettivamente esplicitata la proposta: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”); o un livello che diventa una integrazione ad un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che chiamo incompatibile, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato prodotto [2], il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all’effetto Speenhamland [3]. I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce anche il RdB. L’impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento” il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive ed un crollo della capacità contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è il RdB.

In merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico. Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata” (o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata, della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.

Va anche ricordato che, nella realtà, non è mai stato introdotto un RdB incompatibile [4], ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il passaggio dal welfare al workfare state tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui posseggano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro: poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.

Esiste, inoltre, una problematica questione di genere. Alcune femministe sostengono che il RdB potrebbe rappresentare la remunerazione del lavoro per la riproduzione, internalizzando così la variabile di genere. Personalmente, valgono qui le stesse obiezioni che alcune femministe sollevarono negli anni ’70 circa il salario al lavoro domestico. Il RdB congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della forza-lavoro né per la produzione né per la riproduzione. Si creerà, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro per la riproduzione ricevono il RdB, all’interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è fortemente condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro. Un RdB come risposta alla “questione di genere” dimostra molto chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo status quo.
Non credo quindi che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all’insicurezza sociale. Proposte di politica economica “di classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si propone il RdB come l’unica soluzione dell’insicurezza sociale, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Non capisco, inoltre, perché il RdB venga proposto in contrapposizione ad altre rivendicazioni. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante. 

Una politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere, necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di “un reddito per tutti e tutte”. Ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni. Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito, accompagnandolo ad una revisione del sistema fiscale, per renderlo più equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”, da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.

Note

2. L’interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista, ha fatto un feticcio del “frammento sulle macchine” nei Grundrisse di Marx. Non solo ne è stata tratta una filosofia a disegno della storia (dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si è poi degradata a sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo cosiddetto immateriale, immediatamente “produttivo”, perno del cognitariato, e così via). Il tutto all’insegna di notevoli confusioni concettuali e interpretative. Il brano di Marx è non poco problematico: si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio delle macchine evolve nel primato del general intellect, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne Il Capitale Marx stesso chiarirà che la riduzione del tempo di lavoro individuale non è affatto in contrasto con l’aumento del tempo di lavoro totale; il quale è anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti capitali e della simbiotica espansione dell’estrazione di plusvalore assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l’errore di ieri, che aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si proclama spesso l’esaurimento della teoria del valore, si fa grande confusione tra, da un lato, la produttività di valore d’uso, di ricchezza (cui certo contribuisce il general intellect, e che è però appannaggio del capitale che include in sé il lavoro concreto) e, dall’altro, la produttività di valore e di denaro (che resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo eterodiretto dal capitale). E si afferma l’esaurimento del lavoro salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo del lavoro che “attualisticamente” muoverebbe il capitale, e non, invece, l’esito della forma determinata dell’inclusione del lavoro dentro il capitale. Si confonde l’attività di produzione e di consumo: se è vero che il consumatore oggi partecipa, più che in passato, alla definizione del valore d’uso sociale della merce (la figura del prosumer), ciò non ha nulla a che vedere con una generica produttività della “vita” in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria comicità. E si potrebbe proseguire. Su tutto ciò si vedano le condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Edizioni Alegre, 2008); ed il capitolo “The Fragment on the Machines” and the Grundrisse. “The Workerist Reading in Question”, nel volume Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the Twenty-First Century, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, 2014, pp. 345-367).

3. La Speenhamland Law viene analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione (1984, Einaudi, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene che questo sistema: “introduceva una innovazione sociale ed economica come quella del «diritto al vivere»”. E prosegue: “Nessuna misura fu mai più universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dai genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero.” (sottolineature mie). Più avanti, prosegue: “Alla lunga il risultato fu agghiacciante. […] Poco a poco la gente della campagna fu immiserita.”
 
4. I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l’Alaska.

08/04/2017

Potenzialità e limiti del reddito di base

Quesito 1.
In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignità pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano – ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come è possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?

G. Vertova:
Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana. Lo trovo ancora più bizzarro quando si invita al dibatto una persona che, in più di una occasione, ha sollevato critiche, sia teoriche che politiche, al RdB1. Forse sarebbe stato intellettualmente più stimolante chiedere ai partecipanti una analisi di tale proposta. Mi prendo, quindi, la libertà di riassumere, molto velocemente, le mie perplessità, prima di rispondere.

Prima di tutto è necessario chiarire di cosa si sta parlando, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato a un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro)2 . Questa nuova forma di welfare viene presentata dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.

Le giustificazioni teoriche della proposta3 la qualificano immediatamente. La ricerca della giustizia redistributiva (Rawls), della libertà dalla povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri) evidenziano come il RdB sia una proposta di redistribuzione (del reddito ed, eventualmente, della ricchezza). Non va a intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Misure come il RdB possono, forse, rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le congelano, soprattutto quando tali misure sono pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso a intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, la proposta del RdB si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione e precarietà, cercando di miglioralo. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici. Certo, anche il welfare è una forma indiretta di redistribuzione del reddito. Che differenza c’è, quindi, tra il RdB e il welfare? La risposta corretta è: dipende da come è declinata la proposta del primo.

Diverse sono le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB, a seconda di come è esplicitato: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”); o un livello che diventa una integrazione a un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che definisco incompatibile, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato prodotto4, il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all’effetto Speenhamland5. I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce già una forma di reddito. L’impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento” il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive e un crollo della capacità contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è il RdB.

Spesso, in un’ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi. Peccato che la crescita postbellica si deve alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico più stabile di quello attuale e in un situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.

In merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico. Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice6. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata” (o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata, della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.

Quest’ultimo punto mi permette di rispondere alla domanda. Sì, è vero: il dibattito italiano sul RdB è in ritardo rispetto ad altri paesi (così come lo è, peraltro, su tanti altri argomenti). Va, tuttavia, ricordato che, anche in quei paesi dove il dibattito è di più vecchia data, non è mai stato introdotto un RdB incompatibile7, ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il passaggio dal welfare state al workfare state8 tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui abbiano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro e poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.
Proposte di politica economica “di classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si propone il RdB come la soluzione di disoccupazione e precarietà, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Una politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere, necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di “un reddito per tutti e tutte”. È da qui che dovrebbe partire il dibattito.

Quesito 2.
Di fronte al declino della soggettività “lavorista” su cui si è costruita la mediazione costituzionale novecentesca e a una produzione sempre più eterogenea, il welfare assicurativo di matrice fordista si dimostra inadeguato a garantire le protezioni sociali necessarie a un numero sempre più ampio di soggetti. Si assiste, contemporaneamente, all’emersione di nuove forme di lavoro cooperativo – nell’ambito della cosiddetta sharing economy – che coniugano l’ampia inclusività dell’accesso e della gestione con una proprietà privatistica ed escludente, che ha favorito una rimodulazione delle dinamiche di accumulazione capitalista. Che ruolo può avere il reddito di base in questo quadro? Preso singolarmente, può esso costituire una risposta all’insicurezza sociale, ponendo le basi, al contempo, per una nuova idea di cittadinanza inclusiva e plurale?

G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, mi sento obbligata a fare delle precisazioni, in quanto la domanda sottende un’analisi che non condivido: si chiede se il RdB, preso singolarmente, può costituire una risposta all’insicurezza sociale in un contesto dove la soggettività “lavorista” è declinante e il welfare assicurativo di matrice fordista inadeguato. L’idea di un declino della soggettività lavorista, tipica del periodo fordista e individuata nel lavoratore maschio, eterosessuale, in catena di montaggio, è propria di una lettura dello sviluppo capitalistico a stadi, dove ogni stadio è caratterizzato da una figura centrale di riferimento. Così come si sarebbe passati dal capitalismo concorrenziale dell’Ottocento a quello oligopolistico/monopolistico del Novecento (anche se andrebbe qualificato: primo Novecento negli USA e secondo Novecento in Europa), per giungere al capitalismo cognitivo odierno; allo stesso modo l’operaio di mestiere avrebbe lasciato spazio all’operaio massa e, infine, all’operaio sociale, e poi al lavoratore cognitivo, o, secondo altri, al lavoro autonomo di seconda generazione9, flessibile e precario. Tutto ciò sarebbe causato dalle trasformazioni del lavoro: da un lavoro prevalentemente manuale produttore di beni materiali a uno cognitivo produttore di beni immateriali. Indicatori di questo passaggio sarebbero le statistiche sull’occupazione che mostrano una riduzione dell’occupazione nel settore manifatturiero (deindustrializzazione) e un aumento in quello dei servizi (terziarizzazione). Oltretutto questa terziarizzazione sarebbe portatrice di lavori intellettuali, tecnologici, cognitivi, altamente qualificati, svolti dai knowledge workers (lavoratori della conoscenza), figura centrale del capitalismo cognitivo10.

Questa analisi mi convince poco. In un’ottica marxiana, la visione a stadi dello sviluppo capitalistico implica una meccanica successione temporale tra l’estrazione del plusvalore assoluto (sussunzione formale) a quella del plusvalore relativo (sussunzione reale), che, appunto, porterebbe a individuare un tendenza (e quindi un soggetto sociale di riferimento), rispetto alla quale le altre forme di lavoro sono considerate residuali11. Ammessa ma non concessa la correttezza di questa analisi, vale la pena ricordare che sarebbe valida solo per un francobollo del pianeta, cioè per le aree economicamente e tecnologicamente più avanzate. Peccato che i restanti nove decimi del pianeta siano composti da lavoratori salariati e, spesso, coatti, che subiscono una estorsione di plusvalore assoluto senza precedenti, permettendo lo sviluppo del terziario dei paesi avanzati. Sarebbe, quindi, forse, più opportuno interrogarsi sulla relazione tra i diversi tipi di sfruttamento, sulle modalità con cui quantità enormi di plusvalore assoluto, prodotte nei paesi arretrati, sorreggano produzioni iper-tecnologiche e terziarizzazione qui da noi. Andrebbe anche ricordato che anche qui da noi, come negli altri paesi avanzati, l’estrazione di plusvalore assoluto si interseca con l’estrazione di plusvalore relativo. Inoltre solo una lettura superficiale dei dati statistici può portare a pensare che l’aumento di occupazione nei servizi sia il risultato di un aumento dei lavori intellettuali e tecnologicamente avanzati. La terziarizzazione dei paesi avanzati non si nutre solo di lavori altamente qualificati: i servizi spaziano dal progettatore di pagine web all’addetto alle pulizie. Anche nel terziario esistono lavori a bassa qualifica e a basso salario. Infine, la ricerca spasmodica di un soggetto sociale, centrale e rappresentativo della fase attuale, sostituisce vuote astrazioni all’inchiesta concreta. Il mondo del lavoro è sempre eterogeneo: lo era ai tempi di Marx e lo è oggi, anche se in grado maggiore. Va da sé che ogni rivoluzione tecnologica crea nuovi prodotti, nuovi processi di produzione, nuovi mestieri, nuove modalità di estrazione del lavoro vivo, aumentando così la differenziazione della composizione di classe: ieri la ferrovia spiazzava la diligenza, oggi le email la posta cartacea12. Tuttavia, ridurre forzatamente all’unità un mondo plurale nega, alla base, l’esigenza della riunificazione tra soggetti del lavoro differenti e con pari dignità. In ogni fase del capitalismo, il centro della valorizzazione e dell’accumulazione è il lavoratore produttivo di plusvalore: il lavoratore eterodiretto, capitalisticamente comandato, “materiale” o “immateriale” che sia il lavoro erogato. Non si tratta di una figura tecnologicamente o concretamente definita, che abbia a che vedere soltanto con la catena di montaggio o con il contratto giuridico di lavoro salariato tra acquirente e venditore della forza-lavoro (che comunque rimane prevalente): può essere lavoratore comandato dal capitale e produttivo di plusvalore tanto l’operaio di Melfi quanto l’operatore di call center, quanto i lavoratori soggetti a una subordinazione ibrida al capitale non nella forma del contratto di lavoro salariato. Invece di cercare, ossessivamente, di individuare una figura centrale inesistente, sarebbe più utile indagare l’intersezione tra le “nuove” e le “vecchie” modalità di sfruttamento di una classe lavoratrice molto più eterogenea che in passato.

Fatte queste precisazioni, arrivo alla risposta: non credo che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all’insicurezza sociale. Una premessa è qui necessaria. Non capisco perché il RdB venga proposto sempre in contrapposizione ad altre rivendicazioni: si propone il RdB come risposta all’insicurezza sociale, mantenendo inalterate tutte le altre componenti del sistema che concorrono a creare tale insicurezza. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante. Ridurre l’insicurezza sociale a una questione meramente monetaria cancella un po’ di problemi. Prima di tutto, l’annosa questione del livello di questo ipotetico RdB: se incompatibile o compatibile (come da me definiti nella risposta al quesito 1). Quasi tutti i paesi avanzati che prevedono una tale misura distribuiscono un RdB compatibile (quindi una mera integrazione al salario), che non elimina l’insicurezza sociale; la mitiga e la rende, forse, più sopportabile nel breve periodo. Questo perché l’insicurezza sociale non è solo una questione monetaria. Si ragiona come se il RdB da solo dia accesso ai beni/servizi e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro.

L’insicurezza sociale è creata da un mercato del lavoro precario, dove la forza-lavoro è costantemente sotto coercizione, perché la vera funzione dalla precarizzazione è quella di stabilire un permanente potere di ricatto che rende poco contestabile il comando del capitale dentro il processo di valorizzazione. Così sono peggiorate tutte le condizioni di lavoro, non solamente il salario. Faccio un esempio: si ipotizzi che un lavoratore precario riceva un RdB a integrazione del suo salario e che il suo rapporto di lavoro sia del tipo jobs on call. Questo lavoratore dovrà vivere 24 ore al giorno a disposizione di chi lo chiama per lavorare, senza potersi permettere di rifiutare alcuna chiamata (perché oggi arriva, domani chissà), senza poter quindi contestare le condizioni lavorative, pur ricevendo un RdB. Non mi sembra un’idea brillante. Inoltre, l’insicurezza sociale è creata dalla mancanza di un vero welfare (in beni/servizi), universale e funzionante, e dalla sua costante privatizzazione. Faccio un esempio paradossale a scopo di chiarimento: ipotizziamo che l’Italia sia in grado di distribuire anche un RdB incompatibile, ma che, allo stesso tempo tutto il welfare in beni/servizi venga privatizzato. Quanto RdB dovremmo distribuire affinché una persona possa pagarsi la sanità privata, tutto il ciclo di istruzione privato, l’utilizzo di strade o treni privati, dell’illuminazione, etc. affinché possa vivere senza insicurezza? Un welfare di beni/servizi completamente privatizzato si adegua, ovviamente, alle leggi di mercato con prezzi decisi delle imprese private. E quando i prezzi aumentano? Basterà il RdB per garantirne l’acquisto?

Personalmente ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni. Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito (penso, per esempio, alla sanità, all’istruzione, a una mobilità sostenibile, al diritto all’abitazione, a tutti i servizi sociali che hanno una connotazione di genere, etc.), accompagnandolo a una revisione del sistema fiscale, per renderlo più equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”, da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.

Quesito 3.
Il declino della sovranità nazionale, negli ultimi anni, è andato di pari passo con una verticalizzazione della governance, a livello europeo. Il paradigma dell’austerity, dettato dalla troika a trazione tedesca, si è tradotto nella norma fondamentale di governo, fino a deformare le costituzioni nazionali e a incidere sulle politiche nazionali dei paesi “colpevoli” e “incapaci” in quanto indebitati. Possono ancora le proposte di reddito di base fondarsi sul piano nazionale? Oppure, di fronte a una governance trans-nazionale sempre più verticistica e violenta, è necessario assumere lo spazio europeo come terreno costituente? In questo scenario, evidentemente complesso, come si trasforma il ruolo delle soggettività politiche all’interno dei singoli stati?

G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, sono obbligata ad alcune precisazioni: si parla di declino della sovranità nazionale, verticalizzazione della governance, paradigma dell’austerità. Innanzitutto, il dibattito teorico sul declino della sovranità nazionale, che equivale a parlare del ruolo dello stato-nazione e della globalizzazione, è vasto e presenta posizioni molto contrastanti13. I due estremi sono rappresentati dai “globalisti”, convinti che le multinazionali e la finanza senza frontiere abbiano eroso la possibilità dello stato-nazione di incidere sul sistema economico; e dagli “scettici”, persuasi che lo stato-nazione possa ancora svolgere un ruolo nel sistema economico. Tra questi due estremi ci sono una miriade di posizioni intermedie. Personalmente ritengo che lo stato-nazione svolga ancora un ruolo importante, ma diverso rispetto a quello svolto nel periodo cosiddetto fordista. Certo, oggi lo stato-nazione ha un controllo meno esclusivo sui processi economici e sociali che si dipanano nel territorio nazionale, ma questo non vuol dire che non sia un attore cruciale nell’economia internazionalizzata. Da stato-nazione di stampo keynesiano, teso al raggiungimento di un compromesso tra capitale e lavoro, alla piena occupazione e alla creazione di un welfare per tutelare le classi sociali più deboli, si è giunti allo stato-nazione di tipo neoliberista, preoccupato della competitività della “azienda-paese”. Le politiche economiche sono motivate dalla impellente necessità di far sopravvivere o prosperare le imprese nazionali nel grande gioco del capitalismo globale, indipendentemente dai costi sociali ed ecologici. Vale la pena sottolineare che, come giustamente esplicita la domanda, la questione della sovranità nazionale è tipicamente europea. Nulla di simile è accaduto negli Stati Uniti (come si potrebbe sostenere il contrario, quando la macchina da guerra statunitense si mette regolarmente in moto per difendere gli interessi delle multinazionali statunitensi del petrolio?); né in Giappone o nel Regno Unito (paesi che detengono ancora lo strumento della politica monetaria); tanto meno nella Cina emergente (dove la sovranità nazionale è detenuta militarescamente dal Partito). Anche sulla questione della governance a livello europeo bisognerebbe fare alcune qualificazioni. La verticalizzazione più forte è stata quella relativa alla politica monetaria con la creazione della Banca Centrale Europea, unica istituzione formalmente sovranazionale14. Ma sarebbe un errore credere che l’assetto politico e istituzionale europeo sia sovra-nazionale. Al contrario, è un luogo di scontro dei fortissimi interessi dei singoli capitalismi nazionali, nel quale, ovviamente, vince lo stato-nazione con più potere (oggi, la Germania). Il potere legislativo ed esecutivo sono detenuti da istituzioni15 ancora definite su basi nazionali e, spessissimo, sono gli interessi nazionali a determinare la promulgazione di regolamenti, direttive, raccomandazioni, pareri e altro. Infine, va detto chiaramente che oggi il paradigma dell’austerità non è un vincolo economico, ma politico, come ieri lo erano il Trattato di Maastricht e il Patto di Stabilità: un alibi per poter imporre “con le mani legate” quelle politiche di classe che sarebbero state comunque portate avanti16. Sono stati i capitali nazionali, e gli Stati, a volere questa delega di potere per ragioni attinenti ai rapporti di classe.

Fatte queste precisazioni, la mia risposta è: certo che no. Tuttavia, non solamente il RdB; anche le rivendicazioni del mondo del lavoro e quelle sul welfare dovrebbero essere portate a livello europeo. Si eviterebbe così la creazione di una spaccatura geografica delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. Quel “pacchetto” di politiche economiche, che ho indicato nella risposta al quesito 2, dovrebbe essere rivendicato su base europea, con l’obiettivo di unificare una classe lavoratrice, oggi, frammentata dal capitale e dall’intervento politico. La geografia economica di ispirazione marxista17 insegna che lo spazio rappresenta un valore d’uso nel processo di accumulazione. Il capitale “usa” lo spazio in tutti i suoi processi. Il processo di produzione strettamente inteso (il momento della creazione del plusvalore) necessita di una organizzazione spaziale della società: capitale e lavoro devono “incontrarsi” in qualche luogo per dar vita al processo di produzione. Successivamente, il processo di circolazione necessita di infrastrutture funzionali alla circolazioni delle merci (per esempio, il sistema dei trasporti, le comunicazioni reali e virtuali, etc.). Infine, anche il processo di riproduzione della forza-lavoro è spazialmente determinato, attraverso la creazione di infrastrutture sociali (per esempio, gli ospedali, le scuole, etc.). Tutti questi processi richiedono una struttura territoriale coerente, funzionale al processo di accumulazione capitalistica. Tuttavia, il capitale non basta. L’intervento politico è fondamentale per la creazione e il mantenimento della struttura territoriale. In questo modo, il capitale e l’intervento politico sono in grado di creare una gerarchizzazione dei luoghi, dei territori, dei paesi, che determina condizioni di lavoro e di vita, che variano a secondo delle loro specificità.

E, mentre il capitale si sposta su scala globale, le rivendicazioni “di classe” si incartano su scala locale. In Italia a quasi tutte le legittime rivendicazioni dei movimenti dal basso manca un collante politico e/o sindacale che riesca a spostarle almeno sul piano nazionale, se non, meglio, europeo. Addirittura alcune di esse si pongono in una ottica meramente localista: la moneta locale; o RdB regionale concesso solo ad alcune categorie di persone (precari, etc.). Il neoliberismo e la crisi odierna sono grandi sfide per la classe lavoratrice che, al momento, sembrano essere vinte dalla classe avversa18. Bisognerebbe quindi domandarsi quanto l’incapacità di creare movimenti sociali e politici transnazionali, a livello almeno europeo, non abbia contribuito a questa vittoria. Così come precedentemente tale incapacità non abbia contribuito alla creazione di questa integrazione europea, che tutto è tranne che amica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il capitale è sempre stato molto bravo nel divide et impera: nel neoliberismo, le differenziazioni territoriali (locali, regionali o nazionali che siano) sono un’arma in più.

Quesito 4.
Nella sua forma “classica”, o fordista, il welfare aveva stabilito una particolare relazione con il sistema produttivo: quest’ultimo fungeva da elemento centrale (creazione diretta e distribuzione primaria di ricchezza) mentre il primo agiva da ente periferico (azione ridistribuita finalizzata alla tutela individuale e collettiva in caso di fallimento del progetto economico). A sua volta il sistema produttivo si basava sulla centralità del salario in quanto istituzione-chiave della mediazione sociale, cioè sul lavoro subordinato come architrave dell’accesso alla cittadinanza e sulla piena occupazione come obiettivo di fondo della politica economica. Crediamo sia importante sottolineare come l’elasticità, la forza centripeta dell’istituzione-salario richiedesse alcune condizioni per risultare funzionale, una delle quali è la divisione sessuale del lavoro – denunciata in modo convincente dall’economia politica femminista – e quindi da un lato l’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile e dall’altro il disciplinamento del lavoratore salariato maschio. Coma ha ben messo in luce Silvia Federici (1972), la lotta per il salario al lavoro domestico aveva un duplice obiettivo: in primo luogo mostrare la rilevanza del lavoro femminile extra-salariale per la valorizzazione capitalistica, cioè renderlo visibile, denaturalizzarlo. In secondo luogo salarizzare il lavoro domestico significava scardinare irrimediabilmente il sistema delle compatibilità capitalistiche. In una situazione, come quella attuale, in cui il lavoro di riproduzione (femminile e non) si sovrappone sempre più al lavoro produttivo classicamente inteso, è possibile pensare al reddito di base come risposta all’internalizzazione della variabile di genere nella valorizzazione capitalistica? Se sì, si tratta della conquista di un grado di libertà superiore in un processo ormai irreversibile, oppure di una nuova modalità, ancor più intensa, di sfruttamento?

G. Vertova:
Un paio di qualificazioni sulla domanda sono, anche in questo caso, necessarie, visto l’impianto teorico sotteso. Si parla della “centralità del salario” come “architrave dell’accesso alla cittadinanza”, termine molto vago che può indicare tante cose diverse. Mi permetto, quindi, un paio di osservazioni. L’accesso alla cittadinanza è stata prima di tutto garantita dal diritto di voto universale per uomini e donne, che nulla aveva a che fare con la condizione lavorativa (ricordando, ovviamente, la pesante questione di genere19). Anche il Sistema Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, è parte centrale dell’accesso alla cittadinanza; così come lo è stata l’istruzione pubblica. Non parlerei quindi di “accesso alla cittadinanza”, garantito dal lavoro salariato, ma di accesso al welfare assicurativo, che era, effettivamente, concesso sulla base della condizione lavorativa.

La domanda prosegue sulla questione di genere, sottolineando come la divisione sessuale del lavoro fosse una condizione necessaria per la centralità del lavoro salariato. Mi sembra che questa analisi sia un po’ troppo sbrigativa. È vero che il processo di accumulazione capitalistico degli anni cosiddetti fordisti si basava generalmente su una forza-lavoro maschile, con una forte divisione sessuale del lavoro (“l’uomo in fabbrica, la donna a casa”). È, tuttavia, altrettanto vero che uno dei punti di forza del capitale è quello di sapere utilizzare al meglio forza-lavoro necessaria per specifici processi di produzione: uomini giovani e forti per la catena di montaggio; donne giovani e piacenti in quei lavori dove l’esteriorità è una valore d’uso non indifferente (ricordo, comunque, che oggi come allora ci sono donne che lavorano in catena di montaggio). Quindi, la divisione sessuale del lavoro non era allora, come non lo è oggi, solo il risultato del processo di accumulazione capitalistico; ma anche del patriarcato. Era socialmente accettato il male breadwinner family model (modello del maschio capofamiglia che porta a casa la paga): era considerato “naturale” che il lavoro domestico venisse svolto dalla donne e che gli uomini dovessero lavorare per mantenere la famiglia.

Infine, ma forse più importante per le implicazioni con il RdB, la domanda ripropone il dibattito sul salario al lavoro domestico, sottolineando come questa proposta avesse due obiettivi: (i) de-naturalizzare e rendere visibile il lavoro per la riproduzione sociale; (ii) scardinare il sistema delle compatibilità capitalistiche. Per amore di verità, andrebbe ricordato che se nel femminismo degli anni Settanta c’era grande convergenza sul primo punto, non altrettanto si può dire sul secondo. Per sommi capi le argomentazioni delle femministe critiche20 erano: (i) il lavoro domestico non rappresenta un “modo di produzione” marxianamente inteso e, quindi, (ii) non è produttore di valore e non risponde alla teoria del valore; (iii) nella “produzione domestica” i rapporti sociali sono, sì, asimmetrici e basati su relazioni di potere (il patriarcato), ma non sono assimilabili ai rapporti capitalistici di produzione (che si basano su relazioni di potere legate alla collocazione sociale nel processo di produzione). Per tutti questi motivi, le femministe critiche ritenevano che la proposta avrebbe rappresentato l’accettazione della status quo della divisione sessuale del lavoro domestico, rimborsandolo con un salario. Visto che la maggior parte del lavoro domestico era svolto dalle donne, implicitamente si accettava che le donne avrebbero continuato a fare le “casalinghe”. Inoltre, poiché il dibattito femminista aveva anche ampiamente dimostrato che la diversa partecipazione di uomini e donne al mercato del lavoro era inficiata proprio dal lavoro domestico e dalle responsabilità familiare, accettare lo status quo nella divisione sessuale del lavoro riproduttivo implicava l’accettazione dello status quo anche nella divisione sessuale del lavoro produttivo: le donne avrebbero continuato a svolgere il lavoro domestico, retribuito ora da un salario, tale lavoro avrebbe fortemente condizionato loro partecipazione al lavoro produttivo, mantenendo la lavoratrice in condizioni di maggiore debolezza rispetto al lavoratore.

Per venire ora alla domanda, ho bisogno di fare una precisazione. È vero che il lavoro di riproduzione si sovrappone sempre più al lavoro produttivo, ma il RdB viene proposto a tutti, su base individuale e incondizionatamente (almeno questo dovrebbe essere il senso della proposta). Quindi, come ho già sostenuto nella riposta alla domanda 1, il RdB congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della forza-lavoro all’interno del sistema di produzione. La stessa critica si può applicare a quella parte di lavoro domestico non inglobato dal mercato. Un RdB per internalizzare la variabile di genere, senza aprire una discussione sulla divisione di genere del lavoro domestico, non farà altro che cristallizzare l’esistente. Si creerà, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro domestico non pagato ricevono il RdB, all’interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro produttivo è fortemente condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro21: una segregazione occupazionale orizzontale (le lavoratrici si concentrano in certi tipi di lavori, secondo lo stereotipo di genere per il quale esistono “lavori da donna” e “lavori da uomini”) e verticale (le lavoratrici fanno fatica ad accedere alle posizioni apicali); una disuguaglianza contrattuale pesante (se è vero che i contratti precari sono, oggi, abbastanza equamente distribuiti tra uomini e donne, non si può dire lo stesso del lavoro part-time, contratto che le donne spesso “subiscono”, visto l’alta percentuale di part-time involontario tra le lavoratrici); una disuguaglianza retributiva (il cosiddetto gender pay gap) che non verrebbe superato da un RdB uguale per tutti e tutte; e, come risultato delle precedenti, una disuguaglianza pensionistica (le lavoratrici ricevono pensioni minori rispetto ai lavoratori anche per via della loro maggiore discontinuità nel mondo del lavoro spesso causata dal lavoro di riproduzione). Un RdB come risposta alla “questione di genere” dimostra ancora più chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo status quo.

Quesito 5.
Nella domanda precedente abbiamo accennato all’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile come condizione dell’elasticità per così dire onnivora dell’istituzione-salario. Una seconda condizione è la non contabilizzazione della variabile ecologica nell’analisi economica. Infatti, a differenza dei fattori della produzione (capitale e lavoro), l’ambiente naturale è stato pensato in termini di simultanea gratuità e inesauribilità, finendo ai margini della riflessione sulle politiche di welfare – almeno fino agli anni Ottanta. Claus Offe (1997) ha mostrato come come il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico – cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione – non solo implichi un impatto dirompente sull’ambiente naturale ma freni fortemente politiche volte alla protezione ambientale in quanto inclini a privilegiare la preservazione delle risorse rispetto alla crescita. In una situazione, come quella attuale, in cui la lotta al cambiamento climatico e al deterioramento ecologico in generale non può essere ulteriormente procrastinata, è possibile pensare al reddito di base come liberazione dal dogma della crescita e come architrave di un welfare post-produttivista?

G. Vertova:
Non stupisce che, anche in questo caso, prima di rispondere alla domanda, voglia fare alcune precisazione sul discorso sottinteso. Si sostiene che, durante il periodo cosiddetto fordista, il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico, cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione, abbia portato ad accantonare le preoccupazioni per la questione ambientale.

Prima di tutto, a livello teorico, Keynes ha dimostrato che, quando le componenti private del capitalismo (investimenti delle imprese e consumi delle famiglie) non erano sufficienti per riassorbire la disoccupazione, doveva intervenire direttamente lo stato con spesa pubblica (sino a spingersi a una “socializzazione degli investimenti”) e creazione di posti di lavoro (che Minsky, sulla scorta del New Deal, avrebbe voluto addirittura diretta, da occupazione di ultima istanza), per garantire piena occupazione e crescita economica. Il discorso cruciale, semmai, avrebbe dovuto essere che tipo di spesa pubblica. Tendenzialmente, nei paesi europei, la teorizzazione keynesiana si è tradotta politicamente nella creazione di posti di lavoro pubblici con finalità sociali (welfare state): produzione di valori d’uso per la collettività piuttosto che di valore per il capitale. Negli Stati Uniti, invece, lo stesso impianto teorico si è tradotto nel cosiddetto “keynesismo militare”. In secondo luogo, la storia di quegli anni non può essere riassunta, semplicisticamente, dal nesso produttivismo versus ambientalismo. Molte battaglie del movimento operaio degli anni ’60 e ’70, iniziate all’interno della fabbrica, sulle condizioni di lavoro, non si concentravano solo ed esclusivamente su questioni salariali, ma anche sulla questione della salute nel luogo di lavoro, in una ottica, diremmo oggi, ambientalista. Inoltre, quando queste rivendicazioni sono state portate fuori dalla fabbrica, hanno contribuito a mettere in discussione la distruzione ambientale, tipica della produzione capitalistica22.

Fatte queste precisazioni, mi sembra difficile che il RdB, preso singolarmente, possa risolvere la questione ambientale. Come ho già spiegato nella risposta alla domanda 1, quantità e qualità della produzione è decisa dal capitale, e il RdB non le mette in discussione: al di là delle buone intenzioni, si cancella la discussione sul “cosa, come e quanto produrre” per rifugiarsi nel consumo. Si accettano le produzioni ecologicamente insostenibili, rimandando alla volontà e/o coscienza dei consumatori, relativamente più ricchi in quanto percettori del RdB, la scelta di acquistare merci ecologicamente sostenibili. Cosa peraltro fattibile se e solo se il capitale decide di produrre queste merci. Da questo punto di vista, la proposta keynesiana della socializzazione degli investimenti unita alla preoccupazione ambientalista di creare valori d’uso a basso impatto ambientale mi sembra decisamente più valida, soprattutto se coniugata con la riduzione dell’orario di lavoro e una messa in discussione della composizione della spesa pubblica. Quello che serve, quindi, è anche un cambiamento del modello di sviluppo, non solo una libertà nel consumo.

Inoltre, la liberazione dal dogma della crescita è un obiettivo che pone non pochi problemi. Il RdB come risposta al dogma della crescita può funzionare se e solo se il livello di tale reddito permette effettivamente di vivere senza lavorare (quello che ho chiamato incompatibile nella risposta alla domanda 1. Rimando, quindi, ai problemi che ho già sollevato). Il lavoratore può rifiutarsi di vendere la propria forza-lavoro per vivere (o sottrarsi dal venderla per le produzioni ecologicamente incompatibili) e tali produzioni cessano. Ovviamente, ragionando su scala nazionale, ma anche su quella europea, tutto ciò non impedisce al capitale di continuare a produrre merci ecologicamente insostenibili, con la forza-lavoro di paesi dove il RdB non è una possibilità, e di venderle in quei mercati dove i consumatori non hanno la presunta libertà di scelta che darebbe il RdB. Nel caso, invece, di un RdB compatibile, il dogma della crescita non entra nemmeno in discussione. Esiste sempre la necessità di vendere la propria forza-lavoro per vivere e, quindi, la qualità e quantità dell’occupazione e della produzione è decisa dal capitale. Non si esce, pertanto, dal nesso crescita economica-occupazione. Personalmente ritengo che il vero problema non sia quello della crescita illimitata, ma di mettere in questione il modello di crescita odierno, ecologicamente incompatibile.

Note

1 Rimando al dibattito sul il manifesto nell’estate del 2006, aperto con il mio articolo “Le tante trappole del reddito garantito” (4 giugno 2006) e chiuso da un mio articolo “Reddito e salario: si parte dal lavoro e dal conflitto” (15 agosto 2006). Per una elaborazione più esaustiva, rimando al mio articolo “Nuovo capitalismo e frammentazione del lavoro”, pubblicato in Essere Comunisti, anno II, n. 6 (marzo-aprile), 2008.
 

2 Fonte: www.basicincome.org/basic-income.
 

3 Si vedano le Note di contesto in: E. Leonardi – G. Pisani, Materiali preparatori. Note di contesto e Questionario, in questo stesso numero di Etica & Politica.
 

4 L’interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista, ha fatto un feticcio del “frammento sulle macchine” nei Grundrisse di Marx. Non solo ne è stata tratta una filosofia a disegno della storia (dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si è poi degradata a sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo cosiddetto immateriale, immediatamente “produttivo”, perno del cognitariato, e così via). Il tutto all’insegna di notevoli confusioni concettuali e interpretative. Il brano di Marx è non poco problematico: si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio delle macchine evolve nel primato del general intellect, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne Il Capitale Marx stesso chiarirà che la riduzione del tempo di lavoro individuale non è affatto in contrasto con l’aumento del tempo di lavoro totale; il quale è anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti capitali e della simbiotica espansione dell’estrazione di plusvalore assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l’errore di ieri, che aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si proclama spesso l’esaurimento del valore-lavoro, si fa grande confusione tra, da un lato, la produttività di valore d’uso, di ricchezza (cui certo contribuisce il general intellect, e che è però appannaggio del capitale che include in sé il lavoro concreto) e, dall’altro, la produttività di valore e di denaro (che resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo eterodiretto dal capitale). E si afferma l’esaurimento del lavoro salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo che “attualisticamente” muoverebbe il capitale, e non, invece, l’esito della forma determinata dell’inclusione del lavoro dentro il capitale. Si confonde l’attività di produzione e di consumo: se è vero che il consumatore oggi partecipa più che in passato alla definizione del valore d’uso sociale della merce (la figura del prosumer), ciò non ha nulla a che vedere con una generica produttività della “vita” in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria comicità. E si potrebbe proseguire. Su tutto ciò si vedano le condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Edizioni Alegre, Roma 2008); e il capitolo “The “Fragment on the Machines” and the Grundrisse. The Workerist Reading in Question, nel volume Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the TwentyFirst Century, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, Chicago 2014, pp. 345-367).
 

5 La Speenhamland Law viene analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1984, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene che questo sistema: “introduceva una innovazione sociale ed economica come quella del «diritto al vivere»”. E prosegue: “Nessuna misura fu mai più universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dai genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero” (sottolineature mie). Più avanti, prosegue: “Alla lunga il risultato fu agghiacciante. […] Poco a poco la gente della campagna fu immiserita”.
 

6 Per una storia del neoliberismo in un’ottica di classe, si veda: D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.
 

7 I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l’Alaska.
 

8 Per una critica al workfare, si veda: Unsocial Europe. Social Protection of Flexploitation?, di Anne Gray, Pluto Press, 2004.
 

9 Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione: scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.
 

10 Cfr. C. Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo. Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, Manifestolibri, Roma 2006.
 

11 Rimando alla nota 2.
 

12 Per una analisi di lungo periodo delle rivoluzioni tecnologiche, si veda: C. Freeman e F. Louça, As Time Goes By: From the Industrial Revolutions to the Information Revolutions, Oxford University Press, 2001.
 

13 Si veda P. Hirst e G. Thompson, Globalization in Questions, Polity Press, London 1996 (trad. it. La globalizzazione dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1997).
 

14 Augusto Graziani, commentando lo Statuto della BCE, aveva messo in dubbio la sua indipendenza dai governi nazionali. A questo proposito, si veda il suo articolo: The Euro: an Italian perspective, in “International Review of Applied Economics”, 16(1), 2002.
 

15 I parlamentari europei sono votati su base nazionale; il Consiglio è formato dai Ministri dei governi degli stati membri, competenti per la materia in discussione; i membri della Commissione vengono nominati dal Parlamento, con una preoccupazione informale che più o meno tutti gli stati membri siano rappresentati.
 

16 A questo proposito si veda R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Asterios Editore, Trieste 2012.
 

17 Cfr. D. Harvey, The Limits to Capital, Blackwell Publisher, Oxford 1982.
 

18 Cfr. L. Gallino, Lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
 

19 Il suffragio universale maschile è stato introdotto nel 1918. Le cittadine dovranno aspettare il 1945.
 

20 Cfr. S. Himmelweit e S. Mouhn, Domestic labour and capital, in pubblicato sul “Cambridge Journal of Economics”, 1977, vol. 1, pp. 15-31
 

21 Si veda il mio capitolo “Il mercato del lavoro in un’ottica di genere”, in La costruzione del genere: norme e regole, a cura di Barbara Pezzini, Sestante Edizioni/Bergamo University Press, 2012.
 

22 Cfr. D. Sacchetto e G. Sbrogió (a cura di), Quando il potere è operaio. Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera (1960-1980), Manifestolibri, Roma 2009. 

Fonte