Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/12/2022

Liberarsi dal “giogo dei ruoli”

di Paolo Lago

S. Chemotti, M. Coglitore, Il giogo dei ruoli, Il Poligrafo, Padova, 2021, pp. 201, euro 23,00.

È difficile liberarsi dei “ruoli”, delle identità cristallizzate e incancrenite da dinamiche di tipo sociale, politico, economico e, perché no, anche letterario. È difficile perché il ruolo può presto trasformarsi in “giogo”, in una sorta di prigionia identitaria che cresce intorno ai singoli individui. E, probabilmente, risulta ancora più difficile quando i ruoli assumono le loro forme all’interno di una coppia, una struttura sociale appesantita da rigidità imposte dall’alto, dalle convenzioni di matrice borghese e cattolica ancora dure a morire nell’Italia di oggi, dove è stato creato addirittura un ministero “della famiglia, della natalità e delle pari opportunità”. Ma il “giogo dei ruoli” può trasformarsi anche in un vero e proprio gioco nel quale, per mezzo di una sottile ironia, si cerca di prendere a staffilate quelle antiquate e rigide convenzioni imposte dal potere. È ciò che si propongono di fare Saveria Chemotti e Mario Coglitore nel loro bel libro intitolato, appunto, “Il giogo dei ruoli”, in cui i due autori mettono in scena dei dialoghi fra personaggi letterari o reali che appartengono a coppie famose di innamorati o di amanti, cristallizzati dal tempo e dall’immaginario comune. All’interno di una struttura articolata in tre tempi, incontriamo, fra gli altri, Paolo e Francesca, Dulcinea e Don Chisciotte, Orfeo ed Euridice, Marianna e Sandokan ma anche Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, Mileva Marić e Albert Einstein, Sibilla Aleramo e Dino Campana. La scrittura si trasforma quindi anche in un gioco in cui la rigidità del giogo si rompe perché, come affermano gli stessi autori in una nota finale, “i momenti più divertenti di questa scrittura senza affanni sono consistiti nella stesura di quelli che abbiamo chiamato «ordini inversi», quando cioè ci siamo scambiati i ruoli, affidando al maschio di questa inusuale coppia di sorella e fratello per «elezione» il personaggio femminile e viceversa alla femmina il personaggio maschile. Un rovesciamento del «gioco delle parti» che ci è piaciuto particolarmente”.

I personaggi messi in gioco non dialogano soltanto fra di loro ma anche, metaletterariamente, con il lettore e con la sua epoca, con avvenimenti storici ancora di là da venire. Il “giogo” viene rotto anche in questo modo: le figure reali e letterarie messe in scena da Chemotti e Coglitore escono dal loro imprigionante contesto e si inseriscono all’interno di un immaginario comune non statico ma avvolto da un movimento continuo. Altre volte, come nel caso di Paolo e Francesca o di Alphonsine Plessis e Alexandre Dumas figlio non si instaura un vero e proprio dialogo ma una narrazione commentata attraverso la quale gli autori discutono sui personaggi, sul loro tempo e sul loro ambiente sociale, intervallando la narrazione con un andamento più riflessivo e saggistico. Ad esempio, come scrive Saveria Chemotti giocando sul significato del verbo “scambiare” e “scambiarsi”, “la colpa di Paolo e Francesca non è stata solo quella di scambiarsi di nascosto un tenero bacio, ma quella di aver scambiato la letteratura con la vita, cadendo nel più pacchiano degli errori”. Perché la stessa letteratura può trasformarsi in gabbia, in schema, in rigido meccanismo che consegna all’immaginario comune figure stereotipate. Gli stessi personaggi letterari (e mitici, come in questo caso) lottano per scrollarsi di dosso quegli stereotipi, quei gioghi arbitrariamente imposti, come Euridice (la cui voce è mediata da Chemotti) che, dopo essersi dichiarata una “preda del destino a cui mi hanno assoggettata gli dei”, afferma perentoria: “A nessuno viene in mente che io ero in grado di resuscitarmi da sola? Che potevo fare affidamento sulla mia sensibilità, sulla mia stessa natura per vincere le ombre e risalire al sole? Che potevo liberare la mia anima prigioniera dei gioghi di un potere che mi avrebbe incatenata a una ventura tragica e senza soluzione di continuità, secolo dopo secolo? Un giorno, nella primavera di molte ragazze io avrò finalmente consolazione e riscatto. Sarò una di loro e non mi volterò mai indietro”. Euridice, esprimendo la sua autoaffermazione di donna contro un potere invisibile che la vorrebbe sempre assoggettata, viaggia, se così si può dire, nel tempo fino a prefigurare le lotte femministe che verranno.

Bisogna infatti notare che tutti i personaggi femminili del libro possiedono in sé una forte carica di ribellione dalle connotazioni di genere, in quanto si oppongono costantemente al potere patriarcale rivestito e simboleggiato dalla controparte maschile della coppia. Penelope, sempre con le parole di Chemotti (che non a caso è una studiosa di letteratura di genere e delle donne), rivendica il suo diritto a raccontare la sua versione dei fatti perché ormai “stanca di essere additata a eroina del matrimonio consacrato”. Ebbene, secondo Penelope, Odisseo è tornato “per attuare la sua vendetta, non per raggiungere me”. E, sicuramente, nella rivisitazione del Giogo dei ruoli, l’eroina omerica avrebbe ceduto alla corte serrata dei pretendenti se avesse capito che l’intenzione di Odisseo era quella “di restare per una toccata e fuga capace di mettermi di nuovo incinta, cioè di imprimermi le stimmate del padrone”. L’eroe se n’è andato senza neanche salutarla: “egocentrico e avido di conoscenza se n’è andato alla ricerca dei confini del mondo”. Naturalmente, adesso non si tratta più del personaggio omerico ma di quello dantesco e, infatti, con spirito metaletterario, Penelope conclude che “si merita di finire all’inferno”. Ma non sono soltanto i personaggi femminili a rimproverare e, quasi, a maledire i propri uomini, in una sorta di libera rivisitazione delle Heroides di Ovidio; anche alcuni personaggi maschili sottolineano la condizione subalterna delle donne nella loro epoca. È il caso, ad esempio, di Alexandre Dumas figlio (non un personaggio letterario, quindi, ma uno reale, anche se legato all’immaginario della letteratura), a cui presta la voce Mario Coglitore. Quest’ultimo, attingendo alla sua vocazione di storico e studioso di dinamiche storico-sociali, dopo una digressione in cui descrive gli effetti nefasti della rivoluzione industriale (“L’età delle ciminiere. Che da giovane ho visto spuntare a una a una, sentinelle implacabili dell’economia di mercato e per converso dello sfruttamento indecente di uomini, donne e persino bambini”), pone l’accento su alcune dinamiche della “sessualità «vittoriana»”, in un periodo in cui le donne dovevano rivestire il ruolo di procreatrici “meglio se di maschi e non di femmine, naturalmente, specie nel caso dei primogeniti cui verrà affidato il patrimonio familiare”. Parlando di Alphonsine Plessis, la cortigiana divenuta amante dello scrittore al quale ha ispirato il personaggio di Marguerite Gautier per il suo romanzo La signora delle camelie, così Coglitore-Dumas figlio si esprime: “Lei, considerata né più né meno che una prostituta, ha preso tutto ciò che ha potuto dalla vita senza risparmiarsi, assaggiandone i frutti più dolci e soprattutto quelli più amari. Fino a che la malattia non ha spezzato l’insopportabile giogo che la teneva prigioniera di questi uomini dall’animo violento e dalla insaziabile bramosia. Gli stessi che la domenica frequentano la chiesa del quartiere o le grandi cattedrali, inginocchiandosi davanti agli altari e prendendo la comunione”.

Un altro personaggio letterario inchiodato al suo ruolo dalla tradizione è l’Angelica dell’Orlando furioso (la cui voce è quella di Chemotti) che giustifica la sua fuga continua dalla guerra (“Io scappo. Anche da questo scempio, ma lo tengo per me”) e da Orlando con il suo diritto ad innamorarsi: il cavaliere “non contempla neppure l’ipotesi che io mi sia finalmente innamorata, che in me sia sorto un sentimento sconosciuto e raro che mi spinge ad abbandonarmi senza l’aiuto di sortilegi”. Ciò che rifugge è, ancora una volta, il ruolo stereotipato: “Certo: alcuni dicono che io non ho davvero una vita mia propria, che sono un «sorridente fantasma» perché configuro un modello che è fin troppo facile convertire in stereotipo e destabilizzarlo”. Perché una donna non può essere un “soggetto del desiderio”. D’altra parte, Angelica conclude la sua ‘tirata’ appassionata con un appello alle donne musulmane, parole che valicano i confini del tempo per giungere fino ai giorni nostri, dense di significato politico e sociale se pensiamo ai tragici fatti che avvengono in Iran: “Perché allora noi, cristiane e mussulmane, non stringiamo un patto che ci sveli nella nostra essenza, con la pretesa di esser guardate oltre la pelle liscia o a rughe, i capelli al vento o sotto un velo, comunque sia?”. Una rivendicazione di sé e dei propri diritti che suona anche come una contestazione alla società tout court è anche quella che Mario Coglitore, dando la voce a Jane (nel ‘dialogo’, costruito dagli autori in un “ordine inverso”, dedicato a Tarzan e Jane, i personaggi inventati da Edgar Rice Burroughs nel suo romanzo Tarzan delle scimmie del 1914), fa risuonare con echi politici e sociali. La giovane, infatti, afferma che la società europea e occidentale ha da sempre avuto pregiudizi non solo nei confronti degli africani ma dell’Africa intera, vista come “il Continente Nero pieno di misteri, giungle soffocanti e umidità insopportabile, screpolata in alcune latitudini da un sole impietoso e da sabbie smosse dal Ghibli tormentoso”. E allora, l’inglese Jane, innamorandosi del misterioso “Tarzan delle scimmie”, riesce a spezzare “i vincoli opprimenti della società del mio tempo, ben poco seducente” e, finalmente, non sarà più costretta a “respirare i miasmi del carbone delle industrie della capitale che sbuffavano a pieno ritmo, nebbia puzzolente dentro alla nebbia che già saliva dal Tamigi”.

E i personaggi maschili? Anche loro, nonostante siano in alcuni casi staffilati ben bene dalla loro controparte femminile, riescono a liberarsi dal giogo che li vorrebbe imprigionati nel loro ruolo. Se, come abbiamo visto, Dumas figlio sottolinea la subalternità della condizione femminile, Tarzan, da parte sua, nelle parole di Saveria Chemotti, afferma che anche lui si sente un ‘diverso’ nella giungla e, alcune volte, è stato costretto a nascondersi perché cosciente della propria diversità rispetto alle scimmie. Forse, però, la figura maschile che viene presentata più slegata dal proprio ruolo è quella di Giacomo Casanova, irrigidito nello stereotipo del seduttore fino all’antonomasia. Mario Coglitore, da buon veneziano, ci presenta un Casanova vecchio e triste in una lontana Boemia, profondamente immalinconito dal ricordo della sua ormai irraggiungibile Venezia: “Venezia mi manca. Mi manca l’odore dell’acqua che ristagna, i rumori del remo che sciaborda, lo spettacolo della laguna in qualunque stagione”. In quest’immagine malinconica (che può ricordare il poetico finale del Casanova di Federico Fellini, in cui il personaggio sogna di danzare sulla laguna ghiacciata con una dama meccanica), Casanova si libera del suo ruolo, concedendosi finalmente un immaginario libero dagli stereotipi. Ed è lo stesso immaginario che ci regala Il giogo dei ruoli: un tentativo di resistenza – attuato per mezzo di una scrittura che valica i confini fra realtà e letteratura – ai gioghi imposti da qualsiasi potere.

Fonte

08/04/2017

Potenzialità e limiti del reddito di base

Quesito 1.
In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignità pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano – ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come è possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?

G. Vertova:
Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana. Lo trovo ancora più bizzarro quando si invita al dibatto una persona che, in più di una occasione, ha sollevato critiche, sia teoriche che politiche, al RdB1. Forse sarebbe stato intellettualmente più stimolante chiedere ai partecipanti una analisi di tale proposta. Mi prendo, quindi, la libertà di riassumere, molto velocemente, le mie perplessità, prima di rispondere.

Prima di tutto è necessario chiarire di cosa si sta parlando, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato a un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro)2 . Questa nuova forma di welfare viene presentata dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.

Le giustificazioni teoriche della proposta3 la qualificano immediatamente. La ricerca della giustizia redistributiva (Rawls), della libertà dalla povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri) evidenziano come il RdB sia una proposta di redistribuzione (del reddito ed, eventualmente, della ricchezza). Non va a intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Misure come il RdB possono, forse, rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le congelano, soprattutto quando tali misure sono pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso a intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, la proposta del RdB si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione e precarietà, cercando di miglioralo. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici. Certo, anche il welfare è una forma indiretta di redistribuzione del reddito. Che differenza c’è, quindi, tra il RdB e il welfare? La risposta corretta è: dipende da come è declinata la proposta del primo.

Diverse sono le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB, a seconda di come è esplicitato: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”); o un livello che diventa una integrazione a un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che definisco incompatibile, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato prodotto4, il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all’effetto Speenhamland5. I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce già una forma di reddito. L’impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento” il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive e un crollo della capacità contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è il RdB.

Spesso, in un’ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi. Peccato che la crescita postbellica si deve alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico più stabile di quello attuale e in un situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.

In merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico. Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice6. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata” (o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata, della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.

Quest’ultimo punto mi permette di rispondere alla domanda. Sì, è vero: il dibattito italiano sul RdB è in ritardo rispetto ad altri paesi (così come lo è, peraltro, su tanti altri argomenti). Va, tuttavia, ricordato che, anche in quei paesi dove il dibattito è di più vecchia data, non è mai stato introdotto un RdB incompatibile7, ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il passaggio dal welfare state al workfare state8 tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui abbiano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro e poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.
Proposte di politica economica “di classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si propone il RdB come la soluzione di disoccupazione e precarietà, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Una politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere, necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di “un reddito per tutti e tutte”. È da qui che dovrebbe partire il dibattito.

Quesito 2.
Di fronte al declino della soggettività “lavorista” su cui si è costruita la mediazione costituzionale novecentesca e a una produzione sempre più eterogenea, il welfare assicurativo di matrice fordista si dimostra inadeguato a garantire le protezioni sociali necessarie a un numero sempre più ampio di soggetti. Si assiste, contemporaneamente, all’emersione di nuove forme di lavoro cooperativo – nell’ambito della cosiddetta sharing economy – che coniugano l’ampia inclusività dell’accesso e della gestione con una proprietà privatistica ed escludente, che ha favorito una rimodulazione delle dinamiche di accumulazione capitalista. Che ruolo può avere il reddito di base in questo quadro? Preso singolarmente, può esso costituire una risposta all’insicurezza sociale, ponendo le basi, al contempo, per una nuova idea di cittadinanza inclusiva e plurale?

G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, mi sento obbligata a fare delle precisazioni, in quanto la domanda sottende un’analisi che non condivido: si chiede se il RdB, preso singolarmente, può costituire una risposta all’insicurezza sociale in un contesto dove la soggettività “lavorista” è declinante e il welfare assicurativo di matrice fordista inadeguato. L’idea di un declino della soggettività lavorista, tipica del periodo fordista e individuata nel lavoratore maschio, eterosessuale, in catena di montaggio, è propria di una lettura dello sviluppo capitalistico a stadi, dove ogni stadio è caratterizzato da una figura centrale di riferimento. Così come si sarebbe passati dal capitalismo concorrenziale dell’Ottocento a quello oligopolistico/monopolistico del Novecento (anche se andrebbe qualificato: primo Novecento negli USA e secondo Novecento in Europa), per giungere al capitalismo cognitivo odierno; allo stesso modo l’operaio di mestiere avrebbe lasciato spazio all’operaio massa e, infine, all’operaio sociale, e poi al lavoratore cognitivo, o, secondo altri, al lavoro autonomo di seconda generazione9, flessibile e precario. Tutto ciò sarebbe causato dalle trasformazioni del lavoro: da un lavoro prevalentemente manuale produttore di beni materiali a uno cognitivo produttore di beni immateriali. Indicatori di questo passaggio sarebbero le statistiche sull’occupazione che mostrano una riduzione dell’occupazione nel settore manifatturiero (deindustrializzazione) e un aumento in quello dei servizi (terziarizzazione). Oltretutto questa terziarizzazione sarebbe portatrice di lavori intellettuali, tecnologici, cognitivi, altamente qualificati, svolti dai knowledge workers (lavoratori della conoscenza), figura centrale del capitalismo cognitivo10.

Questa analisi mi convince poco. In un’ottica marxiana, la visione a stadi dello sviluppo capitalistico implica una meccanica successione temporale tra l’estrazione del plusvalore assoluto (sussunzione formale) a quella del plusvalore relativo (sussunzione reale), che, appunto, porterebbe a individuare un tendenza (e quindi un soggetto sociale di riferimento), rispetto alla quale le altre forme di lavoro sono considerate residuali11. Ammessa ma non concessa la correttezza di questa analisi, vale la pena ricordare che sarebbe valida solo per un francobollo del pianeta, cioè per le aree economicamente e tecnologicamente più avanzate. Peccato che i restanti nove decimi del pianeta siano composti da lavoratori salariati e, spesso, coatti, che subiscono una estorsione di plusvalore assoluto senza precedenti, permettendo lo sviluppo del terziario dei paesi avanzati. Sarebbe, quindi, forse, più opportuno interrogarsi sulla relazione tra i diversi tipi di sfruttamento, sulle modalità con cui quantità enormi di plusvalore assoluto, prodotte nei paesi arretrati, sorreggano produzioni iper-tecnologiche e terziarizzazione qui da noi. Andrebbe anche ricordato che anche qui da noi, come negli altri paesi avanzati, l’estrazione di plusvalore assoluto si interseca con l’estrazione di plusvalore relativo. Inoltre solo una lettura superficiale dei dati statistici può portare a pensare che l’aumento di occupazione nei servizi sia il risultato di un aumento dei lavori intellettuali e tecnologicamente avanzati. La terziarizzazione dei paesi avanzati non si nutre solo di lavori altamente qualificati: i servizi spaziano dal progettatore di pagine web all’addetto alle pulizie. Anche nel terziario esistono lavori a bassa qualifica e a basso salario. Infine, la ricerca spasmodica di un soggetto sociale, centrale e rappresentativo della fase attuale, sostituisce vuote astrazioni all’inchiesta concreta. Il mondo del lavoro è sempre eterogeneo: lo era ai tempi di Marx e lo è oggi, anche se in grado maggiore. Va da sé che ogni rivoluzione tecnologica crea nuovi prodotti, nuovi processi di produzione, nuovi mestieri, nuove modalità di estrazione del lavoro vivo, aumentando così la differenziazione della composizione di classe: ieri la ferrovia spiazzava la diligenza, oggi le email la posta cartacea12. Tuttavia, ridurre forzatamente all’unità un mondo plurale nega, alla base, l’esigenza della riunificazione tra soggetti del lavoro differenti e con pari dignità. In ogni fase del capitalismo, il centro della valorizzazione e dell’accumulazione è il lavoratore produttivo di plusvalore: il lavoratore eterodiretto, capitalisticamente comandato, “materiale” o “immateriale” che sia il lavoro erogato. Non si tratta di una figura tecnologicamente o concretamente definita, che abbia a che vedere soltanto con la catena di montaggio o con il contratto giuridico di lavoro salariato tra acquirente e venditore della forza-lavoro (che comunque rimane prevalente): può essere lavoratore comandato dal capitale e produttivo di plusvalore tanto l’operaio di Melfi quanto l’operatore di call center, quanto i lavoratori soggetti a una subordinazione ibrida al capitale non nella forma del contratto di lavoro salariato. Invece di cercare, ossessivamente, di individuare una figura centrale inesistente, sarebbe più utile indagare l’intersezione tra le “nuove” e le “vecchie” modalità di sfruttamento di una classe lavoratrice molto più eterogenea che in passato.

Fatte queste precisazioni, arrivo alla risposta: non credo che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all’insicurezza sociale. Una premessa è qui necessaria. Non capisco perché il RdB venga proposto sempre in contrapposizione ad altre rivendicazioni: si propone il RdB come risposta all’insicurezza sociale, mantenendo inalterate tutte le altre componenti del sistema che concorrono a creare tale insicurezza. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante. Ridurre l’insicurezza sociale a una questione meramente monetaria cancella un po’ di problemi. Prima di tutto, l’annosa questione del livello di questo ipotetico RdB: se incompatibile o compatibile (come da me definiti nella risposta al quesito 1). Quasi tutti i paesi avanzati che prevedono una tale misura distribuiscono un RdB compatibile (quindi una mera integrazione al salario), che non elimina l’insicurezza sociale; la mitiga e la rende, forse, più sopportabile nel breve periodo. Questo perché l’insicurezza sociale non è solo una questione monetaria. Si ragiona come se il RdB da solo dia accesso ai beni/servizi e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro.

L’insicurezza sociale è creata da un mercato del lavoro precario, dove la forza-lavoro è costantemente sotto coercizione, perché la vera funzione dalla precarizzazione è quella di stabilire un permanente potere di ricatto che rende poco contestabile il comando del capitale dentro il processo di valorizzazione. Così sono peggiorate tutte le condizioni di lavoro, non solamente il salario. Faccio un esempio: si ipotizzi che un lavoratore precario riceva un RdB a integrazione del suo salario e che il suo rapporto di lavoro sia del tipo jobs on call. Questo lavoratore dovrà vivere 24 ore al giorno a disposizione di chi lo chiama per lavorare, senza potersi permettere di rifiutare alcuna chiamata (perché oggi arriva, domani chissà), senza poter quindi contestare le condizioni lavorative, pur ricevendo un RdB. Non mi sembra un’idea brillante. Inoltre, l’insicurezza sociale è creata dalla mancanza di un vero welfare (in beni/servizi), universale e funzionante, e dalla sua costante privatizzazione. Faccio un esempio paradossale a scopo di chiarimento: ipotizziamo che l’Italia sia in grado di distribuire anche un RdB incompatibile, ma che, allo stesso tempo tutto il welfare in beni/servizi venga privatizzato. Quanto RdB dovremmo distribuire affinché una persona possa pagarsi la sanità privata, tutto il ciclo di istruzione privato, l’utilizzo di strade o treni privati, dell’illuminazione, etc. affinché possa vivere senza insicurezza? Un welfare di beni/servizi completamente privatizzato si adegua, ovviamente, alle leggi di mercato con prezzi decisi delle imprese private. E quando i prezzi aumentano? Basterà il RdB per garantirne l’acquisto?

Personalmente ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni. Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito (penso, per esempio, alla sanità, all’istruzione, a una mobilità sostenibile, al diritto all’abitazione, a tutti i servizi sociali che hanno una connotazione di genere, etc.), accompagnandolo a una revisione del sistema fiscale, per renderlo più equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”, da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.

Quesito 3.
Il declino della sovranità nazionale, negli ultimi anni, è andato di pari passo con una verticalizzazione della governance, a livello europeo. Il paradigma dell’austerity, dettato dalla troika a trazione tedesca, si è tradotto nella norma fondamentale di governo, fino a deformare le costituzioni nazionali e a incidere sulle politiche nazionali dei paesi “colpevoli” e “incapaci” in quanto indebitati. Possono ancora le proposte di reddito di base fondarsi sul piano nazionale? Oppure, di fronte a una governance trans-nazionale sempre più verticistica e violenta, è necessario assumere lo spazio europeo come terreno costituente? In questo scenario, evidentemente complesso, come si trasforma il ruolo delle soggettività politiche all’interno dei singoli stati?

G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, sono obbligata ad alcune precisazioni: si parla di declino della sovranità nazionale, verticalizzazione della governance, paradigma dell’austerità. Innanzitutto, il dibattito teorico sul declino della sovranità nazionale, che equivale a parlare del ruolo dello stato-nazione e della globalizzazione, è vasto e presenta posizioni molto contrastanti13. I due estremi sono rappresentati dai “globalisti”, convinti che le multinazionali e la finanza senza frontiere abbiano eroso la possibilità dello stato-nazione di incidere sul sistema economico; e dagli “scettici”, persuasi che lo stato-nazione possa ancora svolgere un ruolo nel sistema economico. Tra questi due estremi ci sono una miriade di posizioni intermedie. Personalmente ritengo che lo stato-nazione svolga ancora un ruolo importante, ma diverso rispetto a quello svolto nel periodo cosiddetto fordista. Certo, oggi lo stato-nazione ha un controllo meno esclusivo sui processi economici e sociali che si dipanano nel territorio nazionale, ma questo non vuol dire che non sia un attore cruciale nell’economia internazionalizzata. Da stato-nazione di stampo keynesiano, teso al raggiungimento di un compromesso tra capitale e lavoro, alla piena occupazione e alla creazione di un welfare per tutelare le classi sociali più deboli, si è giunti allo stato-nazione di tipo neoliberista, preoccupato della competitività della “azienda-paese”. Le politiche economiche sono motivate dalla impellente necessità di far sopravvivere o prosperare le imprese nazionali nel grande gioco del capitalismo globale, indipendentemente dai costi sociali ed ecologici. Vale la pena sottolineare che, come giustamente esplicita la domanda, la questione della sovranità nazionale è tipicamente europea. Nulla di simile è accaduto negli Stati Uniti (come si potrebbe sostenere il contrario, quando la macchina da guerra statunitense si mette regolarmente in moto per difendere gli interessi delle multinazionali statunitensi del petrolio?); né in Giappone o nel Regno Unito (paesi che detengono ancora lo strumento della politica monetaria); tanto meno nella Cina emergente (dove la sovranità nazionale è detenuta militarescamente dal Partito). Anche sulla questione della governance a livello europeo bisognerebbe fare alcune qualificazioni. La verticalizzazione più forte è stata quella relativa alla politica monetaria con la creazione della Banca Centrale Europea, unica istituzione formalmente sovranazionale14. Ma sarebbe un errore credere che l’assetto politico e istituzionale europeo sia sovra-nazionale. Al contrario, è un luogo di scontro dei fortissimi interessi dei singoli capitalismi nazionali, nel quale, ovviamente, vince lo stato-nazione con più potere (oggi, la Germania). Il potere legislativo ed esecutivo sono detenuti da istituzioni15 ancora definite su basi nazionali e, spessissimo, sono gli interessi nazionali a determinare la promulgazione di regolamenti, direttive, raccomandazioni, pareri e altro. Infine, va detto chiaramente che oggi il paradigma dell’austerità non è un vincolo economico, ma politico, come ieri lo erano il Trattato di Maastricht e il Patto di Stabilità: un alibi per poter imporre “con le mani legate” quelle politiche di classe che sarebbero state comunque portate avanti16. Sono stati i capitali nazionali, e gli Stati, a volere questa delega di potere per ragioni attinenti ai rapporti di classe.

Fatte queste precisazioni, la mia risposta è: certo che no. Tuttavia, non solamente il RdB; anche le rivendicazioni del mondo del lavoro e quelle sul welfare dovrebbero essere portate a livello europeo. Si eviterebbe così la creazione di una spaccatura geografica delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. Quel “pacchetto” di politiche economiche, che ho indicato nella risposta al quesito 2, dovrebbe essere rivendicato su base europea, con l’obiettivo di unificare una classe lavoratrice, oggi, frammentata dal capitale e dall’intervento politico. La geografia economica di ispirazione marxista17 insegna che lo spazio rappresenta un valore d’uso nel processo di accumulazione. Il capitale “usa” lo spazio in tutti i suoi processi. Il processo di produzione strettamente inteso (il momento della creazione del plusvalore) necessita di una organizzazione spaziale della società: capitale e lavoro devono “incontrarsi” in qualche luogo per dar vita al processo di produzione. Successivamente, il processo di circolazione necessita di infrastrutture funzionali alla circolazioni delle merci (per esempio, il sistema dei trasporti, le comunicazioni reali e virtuali, etc.). Infine, anche il processo di riproduzione della forza-lavoro è spazialmente determinato, attraverso la creazione di infrastrutture sociali (per esempio, gli ospedali, le scuole, etc.). Tutti questi processi richiedono una struttura territoriale coerente, funzionale al processo di accumulazione capitalistica. Tuttavia, il capitale non basta. L’intervento politico è fondamentale per la creazione e il mantenimento della struttura territoriale. In questo modo, il capitale e l’intervento politico sono in grado di creare una gerarchizzazione dei luoghi, dei territori, dei paesi, che determina condizioni di lavoro e di vita, che variano a secondo delle loro specificità.

E, mentre il capitale si sposta su scala globale, le rivendicazioni “di classe” si incartano su scala locale. In Italia a quasi tutte le legittime rivendicazioni dei movimenti dal basso manca un collante politico e/o sindacale che riesca a spostarle almeno sul piano nazionale, se non, meglio, europeo. Addirittura alcune di esse si pongono in una ottica meramente localista: la moneta locale; o RdB regionale concesso solo ad alcune categorie di persone (precari, etc.). Il neoliberismo e la crisi odierna sono grandi sfide per la classe lavoratrice che, al momento, sembrano essere vinte dalla classe avversa18. Bisognerebbe quindi domandarsi quanto l’incapacità di creare movimenti sociali e politici transnazionali, a livello almeno europeo, non abbia contribuito a questa vittoria. Così come precedentemente tale incapacità non abbia contribuito alla creazione di questa integrazione europea, che tutto è tranne che amica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il capitale è sempre stato molto bravo nel divide et impera: nel neoliberismo, le differenziazioni territoriali (locali, regionali o nazionali che siano) sono un’arma in più.

Quesito 4.
Nella sua forma “classica”, o fordista, il welfare aveva stabilito una particolare relazione con il sistema produttivo: quest’ultimo fungeva da elemento centrale (creazione diretta e distribuzione primaria di ricchezza) mentre il primo agiva da ente periferico (azione ridistribuita finalizzata alla tutela individuale e collettiva in caso di fallimento del progetto economico). A sua volta il sistema produttivo si basava sulla centralità del salario in quanto istituzione-chiave della mediazione sociale, cioè sul lavoro subordinato come architrave dell’accesso alla cittadinanza e sulla piena occupazione come obiettivo di fondo della politica economica. Crediamo sia importante sottolineare come l’elasticità, la forza centripeta dell’istituzione-salario richiedesse alcune condizioni per risultare funzionale, una delle quali è la divisione sessuale del lavoro – denunciata in modo convincente dall’economia politica femminista – e quindi da un lato l’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile e dall’altro il disciplinamento del lavoratore salariato maschio. Coma ha ben messo in luce Silvia Federici (1972), la lotta per il salario al lavoro domestico aveva un duplice obiettivo: in primo luogo mostrare la rilevanza del lavoro femminile extra-salariale per la valorizzazione capitalistica, cioè renderlo visibile, denaturalizzarlo. In secondo luogo salarizzare il lavoro domestico significava scardinare irrimediabilmente il sistema delle compatibilità capitalistiche. In una situazione, come quella attuale, in cui il lavoro di riproduzione (femminile e non) si sovrappone sempre più al lavoro produttivo classicamente inteso, è possibile pensare al reddito di base come risposta all’internalizzazione della variabile di genere nella valorizzazione capitalistica? Se sì, si tratta della conquista di un grado di libertà superiore in un processo ormai irreversibile, oppure di una nuova modalità, ancor più intensa, di sfruttamento?

G. Vertova:
Un paio di qualificazioni sulla domanda sono, anche in questo caso, necessarie, visto l’impianto teorico sotteso. Si parla della “centralità del salario” come “architrave dell’accesso alla cittadinanza”, termine molto vago che può indicare tante cose diverse. Mi permetto, quindi, un paio di osservazioni. L’accesso alla cittadinanza è stata prima di tutto garantita dal diritto di voto universale per uomini e donne, che nulla aveva a che fare con la condizione lavorativa (ricordando, ovviamente, la pesante questione di genere19). Anche il Sistema Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, è parte centrale dell’accesso alla cittadinanza; così come lo è stata l’istruzione pubblica. Non parlerei quindi di “accesso alla cittadinanza”, garantito dal lavoro salariato, ma di accesso al welfare assicurativo, che era, effettivamente, concesso sulla base della condizione lavorativa.

La domanda prosegue sulla questione di genere, sottolineando come la divisione sessuale del lavoro fosse una condizione necessaria per la centralità del lavoro salariato. Mi sembra che questa analisi sia un po’ troppo sbrigativa. È vero che il processo di accumulazione capitalistico degli anni cosiddetti fordisti si basava generalmente su una forza-lavoro maschile, con una forte divisione sessuale del lavoro (“l’uomo in fabbrica, la donna a casa”). È, tuttavia, altrettanto vero che uno dei punti di forza del capitale è quello di sapere utilizzare al meglio forza-lavoro necessaria per specifici processi di produzione: uomini giovani e forti per la catena di montaggio; donne giovani e piacenti in quei lavori dove l’esteriorità è una valore d’uso non indifferente (ricordo, comunque, che oggi come allora ci sono donne che lavorano in catena di montaggio). Quindi, la divisione sessuale del lavoro non era allora, come non lo è oggi, solo il risultato del processo di accumulazione capitalistico; ma anche del patriarcato. Era socialmente accettato il male breadwinner family model (modello del maschio capofamiglia che porta a casa la paga): era considerato “naturale” che il lavoro domestico venisse svolto dalla donne e che gli uomini dovessero lavorare per mantenere la famiglia.

Infine, ma forse più importante per le implicazioni con il RdB, la domanda ripropone il dibattito sul salario al lavoro domestico, sottolineando come questa proposta avesse due obiettivi: (i) de-naturalizzare e rendere visibile il lavoro per la riproduzione sociale; (ii) scardinare il sistema delle compatibilità capitalistiche. Per amore di verità, andrebbe ricordato che se nel femminismo degli anni Settanta c’era grande convergenza sul primo punto, non altrettanto si può dire sul secondo. Per sommi capi le argomentazioni delle femministe critiche20 erano: (i) il lavoro domestico non rappresenta un “modo di produzione” marxianamente inteso e, quindi, (ii) non è produttore di valore e non risponde alla teoria del valore; (iii) nella “produzione domestica” i rapporti sociali sono, sì, asimmetrici e basati su relazioni di potere (il patriarcato), ma non sono assimilabili ai rapporti capitalistici di produzione (che si basano su relazioni di potere legate alla collocazione sociale nel processo di produzione). Per tutti questi motivi, le femministe critiche ritenevano che la proposta avrebbe rappresentato l’accettazione della status quo della divisione sessuale del lavoro domestico, rimborsandolo con un salario. Visto che la maggior parte del lavoro domestico era svolto dalle donne, implicitamente si accettava che le donne avrebbero continuato a fare le “casalinghe”. Inoltre, poiché il dibattito femminista aveva anche ampiamente dimostrato che la diversa partecipazione di uomini e donne al mercato del lavoro era inficiata proprio dal lavoro domestico e dalle responsabilità familiare, accettare lo status quo nella divisione sessuale del lavoro riproduttivo implicava l’accettazione dello status quo anche nella divisione sessuale del lavoro produttivo: le donne avrebbero continuato a svolgere il lavoro domestico, retribuito ora da un salario, tale lavoro avrebbe fortemente condizionato loro partecipazione al lavoro produttivo, mantenendo la lavoratrice in condizioni di maggiore debolezza rispetto al lavoratore.

Per venire ora alla domanda, ho bisogno di fare una precisazione. È vero che il lavoro di riproduzione si sovrappone sempre più al lavoro produttivo, ma il RdB viene proposto a tutti, su base individuale e incondizionatamente (almeno questo dovrebbe essere il senso della proposta). Quindi, come ho già sostenuto nella riposta alla domanda 1, il RdB congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della forza-lavoro all’interno del sistema di produzione. La stessa critica si può applicare a quella parte di lavoro domestico non inglobato dal mercato. Un RdB per internalizzare la variabile di genere, senza aprire una discussione sulla divisione di genere del lavoro domestico, non farà altro che cristallizzare l’esistente. Si creerà, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro domestico non pagato ricevono il RdB, all’interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro produttivo è fortemente condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro21: una segregazione occupazionale orizzontale (le lavoratrici si concentrano in certi tipi di lavori, secondo lo stereotipo di genere per il quale esistono “lavori da donna” e “lavori da uomini”) e verticale (le lavoratrici fanno fatica ad accedere alle posizioni apicali); una disuguaglianza contrattuale pesante (se è vero che i contratti precari sono, oggi, abbastanza equamente distribuiti tra uomini e donne, non si può dire lo stesso del lavoro part-time, contratto che le donne spesso “subiscono”, visto l’alta percentuale di part-time involontario tra le lavoratrici); una disuguaglianza retributiva (il cosiddetto gender pay gap) che non verrebbe superato da un RdB uguale per tutti e tutte; e, come risultato delle precedenti, una disuguaglianza pensionistica (le lavoratrici ricevono pensioni minori rispetto ai lavoratori anche per via della loro maggiore discontinuità nel mondo del lavoro spesso causata dal lavoro di riproduzione). Un RdB come risposta alla “questione di genere” dimostra ancora più chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo status quo.

Quesito 5.
Nella domanda precedente abbiamo accennato all’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile come condizione dell’elasticità per così dire onnivora dell’istituzione-salario. Una seconda condizione è la non contabilizzazione della variabile ecologica nell’analisi economica. Infatti, a differenza dei fattori della produzione (capitale e lavoro), l’ambiente naturale è stato pensato in termini di simultanea gratuità e inesauribilità, finendo ai margini della riflessione sulle politiche di welfare – almeno fino agli anni Ottanta. Claus Offe (1997) ha mostrato come come il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico – cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione – non solo implichi un impatto dirompente sull’ambiente naturale ma freni fortemente politiche volte alla protezione ambientale in quanto inclini a privilegiare la preservazione delle risorse rispetto alla crescita. In una situazione, come quella attuale, in cui la lotta al cambiamento climatico e al deterioramento ecologico in generale non può essere ulteriormente procrastinata, è possibile pensare al reddito di base come liberazione dal dogma della crescita e come architrave di un welfare post-produttivista?

G. Vertova:
Non stupisce che, anche in questo caso, prima di rispondere alla domanda, voglia fare alcune precisazione sul discorso sottinteso. Si sostiene che, durante il periodo cosiddetto fordista, il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico, cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione, abbia portato ad accantonare le preoccupazioni per la questione ambientale.

Prima di tutto, a livello teorico, Keynes ha dimostrato che, quando le componenti private del capitalismo (investimenti delle imprese e consumi delle famiglie) non erano sufficienti per riassorbire la disoccupazione, doveva intervenire direttamente lo stato con spesa pubblica (sino a spingersi a una “socializzazione degli investimenti”) e creazione di posti di lavoro (che Minsky, sulla scorta del New Deal, avrebbe voluto addirittura diretta, da occupazione di ultima istanza), per garantire piena occupazione e crescita economica. Il discorso cruciale, semmai, avrebbe dovuto essere che tipo di spesa pubblica. Tendenzialmente, nei paesi europei, la teorizzazione keynesiana si è tradotta politicamente nella creazione di posti di lavoro pubblici con finalità sociali (welfare state): produzione di valori d’uso per la collettività piuttosto che di valore per il capitale. Negli Stati Uniti, invece, lo stesso impianto teorico si è tradotto nel cosiddetto “keynesismo militare”. In secondo luogo, la storia di quegli anni non può essere riassunta, semplicisticamente, dal nesso produttivismo versus ambientalismo. Molte battaglie del movimento operaio degli anni ’60 e ’70, iniziate all’interno della fabbrica, sulle condizioni di lavoro, non si concentravano solo ed esclusivamente su questioni salariali, ma anche sulla questione della salute nel luogo di lavoro, in una ottica, diremmo oggi, ambientalista. Inoltre, quando queste rivendicazioni sono state portate fuori dalla fabbrica, hanno contribuito a mettere in discussione la distruzione ambientale, tipica della produzione capitalistica22.

Fatte queste precisazioni, mi sembra difficile che il RdB, preso singolarmente, possa risolvere la questione ambientale. Come ho già spiegato nella risposta alla domanda 1, quantità e qualità della produzione è decisa dal capitale, e il RdB non le mette in discussione: al di là delle buone intenzioni, si cancella la discussione sul “cosa, come e quanto produrre” per rifugiarsi nel consumo. Si accettano le produzioni ecologicamente insostenibili, rimandando alla volontà e/o coscienza dei consumatori, relativamente più ricchi in quanto percettori del RdB, la scelta di acquistare merci ecologicamente sostenibili. Cosa peraltro fattibile se e solo se il capitale decide di produrre queste merci. Da questo punto di vista, la proposta keynesiana della socializzazione degli investimenti unita alla preoccupazione ambientalista di creare valori d’uso a basso impatto ambientale mi sembra decisamente più valida, soprattutto se coniugata con la riduzione dell’orario di lavoro e una messa in discussione della composizione della spesa pubblica. Quello che serve, quindi, è anche un cambiamento del modello di sviluppo, non solo una libertà nel consumo.

Inoltre, la liberazione dal dogma della crescita è un obiettivo che pone non pochi problemi. Il RdB come risposta al dogma della crescita può funzionare se e solo se il livello di tale reddito permette effettivamente di vivere senza lavorare (quello che ho chiamato incompatibile nella risposta alla domanda 1. Rimando, quindi, ai problemi che ho già sollevato). Il lavoratore può rifiutarsi di vendere la propria forza-lavoro per vivere (o sottrarsi dal venderla per le produzioni ecologicamente incompatibili) e tali produzioni cessano. Ovviamente, ragionando su scala nazionale, ma anche su quella europea, tutto ciò non impedisce al capitale di continuare a produrre merci ecologicamente insostenibili, con la forza-lavoro di paesi dove il RdB non è una possibilità, e di venderle in quei mercati dove i consumatori non hanno la presunta libertà di scelta che darebbe il RdB. Nel caso, invece, di un RdB compatibile, il dogma della crescita non entra nemmeno in discussione. Esiste sempre la necessità di vendere la propria forza-lavoro per vivere e, quindi, la qualità e quantità dell’occupazione e della produzione è decisa dal capitale. Non si esce, pertanto, dal nesso crescita economica-occupazione. Personalmente ritengo che il vero problema non sia quello della crescita illimitata, ma di mettere in questione il modello di crescita odierno, ecologicamente incompatibile.

Note

1 Rimando al dibattito sul il manifesto nell’estate del 2006, aperto con il mio articolo “Le tante trappole del reddito garantito” (4 giugno 2006) e chiuso da un mio articolo “Reddito e salario: si parte dal lavoro e dal conflitto” (15 agosto 2006). Per una elaborazione più esaustiva, rimando al mio articolo “Nuovo capitalismo e frammentazione del lavoro”, pubblicato in Essere Comunisti, anno II, n. 6 (marzo-aprile), 2008.
 

2 Fonte: www.basicincome.org/basic-income.
 

3 Si vedano le Note di contesto in: E. Leonardi – G. Pisani, Materiali preparatori. Note di contesto e Questionario, in questo stesso numero di Etica & Politica.
 

4 L’interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista, ha fatto un feticcio del “frammento sulle macchine” nei Grundrisse di Marx. Non solo ne è stata tratta una filosofia a disegno della storia (dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si è poi degradata a sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo cosiddetto immateriale, immediatamente “produttivo”, perno del cognitariato, e così via). Il tutto all’insegna di notevoli confusioni concettuali e interpretative. Il brano di Marx è non poco problematico: si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio delle macchine evolve nel primato del general intellect, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne Il Capitale Marx stesso chiarirà che la riduzione del tempo di lavoro individuale non è affatto in contrasto con l’aumento del tempo di lavoro totale; il quale è anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti capitali e della simbiotica espansione dell’estrazione di plusvalore assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l’errore di ieri, che aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si proclama spesso l’esaurimento del valore-lavoro, si fa grande confusione tra, da un lato, la produttività di valore d’uso, di ricchezza (cui certo contribuisce il general intellect, e che è però appannaggio del capitale che include in sé il lavoro concreto) e, dall’altro, la produttività di valore e di denaro (che resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo eterodiretto dal capitale). E si afferma l’esaurimento del lavoro salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo che “attualisticamente” muoverebbe il capitale, e non, invece, l’esito della forma determinata dell’inclusione del lavoro dentro il capitale. Si confonde l’attività di produzione e di consumo: se è vero che il consumatore oggi partecipa più che in passato alla definizione del valore d’uso sociale della merce (la figura del prosumer), ciò non ha nulla a che vedere con una generica produttività della “vita” in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria comicità. E si potrebbe proseguire. Su tutto ciò si vedano le condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Edizioni Alegre, Roma 2008); e il capitolo “The “Fragment on the Machines” and the Grundrisse. The Workerist Reading in Question, nel volume Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the TwentyFirst Century, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, Chicago 2014, pp. 345-367).
 

5 La Speenhamland Law viene analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1984, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene che questo sistema: “introduceva una innovazione sociale ed economica come quella del «diritto al vivere»”. E prosegue: “Nessuna misura fu mai più universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dai genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero” (sottolineature mie). Più avanti, prosegue: “Alla lunga il risultato fu agghiacciante. […] Poco a poco la gente della campagna fu immiserita”.
 

6 Per una storia del neoliberismo in un’ottica di classe, si veda: D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.
 

7 I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l’Alaska.
 

8 Per una critica al workfare, si veda: Unsocial Europe. Social Protection of Flexploitation?, di Anne Gray, Pluto Press, 2004.
 

9 Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione: scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.
 

10 Cfr. C. Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo. Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, Manifestolibri, Roma 2006.
 

11 Rimando alla nota 2.
 

12 Per una analisi di lungo periodo delle rivoluzioni tecnologiche, si veda: C. Freeman e F. Louça, As Time Goes By: From the Industrial Revolutions to the Information Revolutions, Oxford University Press, 2001.
 

13 Si veda P. Hirst e G. Thompson, Globalization in Questions, Polity Press, London 1996 (trad. it. La globalizzazione dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1997).
 

14 Augusto Graziani, commentando lo Statuto della BCE, aveva messo in dubbio la sua indipendenza dai governi nazionali. A questo proposito, si veda il suo articolo: The Euro: an Italian perspective, in “International Review of Applied Economics”, 16(1), 2002.
 

15 I parlamentari europei sono votati su base nazionale; il Consiglio è formato dai Ministri dei governi degli stati membri, competenti per la materia in discussione; i membri della Commissione vengono nominati dal Parlamento, con una preoccupazione informale che più o meno tutti gli stati membri siano rappresentati.
 

16 A questo proposito si veda R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Asterios Editore, Trieste 2012.
 

17 Cfr. D. Harvey, The Limits to Capital, Blackwell Publisher, Oxford 1982.
 

18 Cfr. L. Gallino, Lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
 

19 Il suffragio universale maschile è stato introdotto nel 1918. Le cittadine dovranno aspettare il 1945.
 

20 Cfr. S. Himmelweit e S. Mouhn, Domestic labour and capital, in pubblicato sul “Cambridge Journal of Economics”, 1977, vol. 1, pp. 15-31
 

21 Si veda il mio capitolo “Il mercato del lavoro in un’ottica di genere”, in La costruzione del genere: norme e regole, a cura di Barbara Pezzini, Sestante Edizioni/Bergamo University Press, 2012.
 

22 Cfr. D. Sacchetto e G. Sbrogió (a cura di), Quando il potere è operaio. Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera (1960-1980), Manifestolibri, Roma 2009. 

Fonte

09/03/2017

La questione di classe è una questione di genere

Gli attacchi al mondo del lavoro, da parte del capitalismo globale finanziario, non hanno gli stessi effetti su lavoratori e lavoratrici. Inoltre, per comprendere il fenomeno, occorre distinguere i fenomeni esogeni, che hanno portato all’instaurazione di questo nuovo modello capitalistico, ed i fenomeni endogeni, economici ma anche politicamente voluti e controllati. Per esempio, la trasformazione della Cina e dei paesi del blocco sovietico in paesi ormai capitalistici ha avuto come effetto un raddoppio della forza lavoro mondiale, permettendo così un dumping sociale su scala globale. Questo è stato un fatto esogeno. Al contrario, la finanziarizzazione dell’economia è il risultato di scelte anche politiche. La finanziarizzazione è nata anche perché politicamente si sono permesse “innovazioni” degli strumenti finanziari, la nascita dei derivati, etc. L’amministrazione Clinton ha cancellato il Glass-Stegall Act – la legge bancaria del 1933, introdotta a seguito della crisi del 1929, che prevedeva una netta separazione tra l’attività bancaria tradizionale e quella di investimento – seguendo la logica della de-regolamentazione del settore bancario-finanziario. Anche la liberalizzazione dei movimenti di capitale è stata politicamente fortemente voluta. L’integrazione europea con questo tipo di euro è il risultato di scelte politiche.

Fatta questa premessa, va sottolineato che l’attacco al mondo del lavoro da parte di questo “nuovo” modello capitalistico avviene in un modo sia diretto sia indiretto.

Il primo è legato alla trasformazione della corporate governance dell’impresa: l’impresa quotata in borsa deve ottenere risultati aziendali che facciano valorizzare le proprie azioni e lo deve fare nel minore tempo possibile (c’è quindi una spinta verso obiettivi di breve, se non di brevissimo, periodo). Le ristrutturazioni aziendali – cioè i licenziamenti mascherati – insieme ad un’intensificazione dell’uso della forza-lavoro sono gli strumenti con cui l’azienda persegue la valorizzazione delle proprie azioni. In aggiunta, il potere dei mercati finanziari ha giocato pesantemente nella crisi del debito sovrano. I paesi più indebitati sono attaccati più di altri. A questi vengono richieste politiche di austerità più pesanti. Tuttavia, è bene ricordare che queste politiche non sono mai neutre rispetto al genere. I tagli alla spesa pubblica di carattere sociale pesano sempre di più sulle lavoratrici, obbligate a diventare gli ammortizzatori sociali di un welfare inesistente. Infine, ma non meno preoccupante, la finanziarizzazione dell’economia sta spingendo verso la mercificazione di gran parte dei servizi sociali pubblici. Da una parte, la svendita dei “gioielli di famiglia” viene giustificata con l’idea di ridurre il debito pubblico, sempre in un’ottica di breve termine. Dall’altra, pensioni, istruzione e sanità sono gli “spazi” che il capitale conquista per fare “nuovi” profitti. La finanziarizzazione sta conducendo alla svendita del sistema di welfare, con la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e dei servizi sociali.

In questo nuovo modello, sia il lavoro produttivo di plusvalore (il lavoro salariato, marxianamente inteso) sia il lavoro per la riproduzione sociale della forza-lavoro sono le uniche variabili dipendenti, obbligate ad adeguarsi a tutti gli aggiustamenti (l’accresciuta competizione internazionale, il debito pubblico, etc.).

Esattamente come il capitalismo non è neutro rispetto alla classe, non è nemmeno neutro rispetto al genere. Quindi gli attacchi al mondo del lavoro hanno ripercussioni diverse su lavoratori e lavoratrici. Limitando l’analisi alla struttura del mercato del lavoro prima della crisi (2007), il tasso di femminilizzazione delle persone occupate mostra che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è quantitativamente più limitata (il 39,5% del totale delle persone occupate sono donne) e certo più bassa di quella che si registra in altre aree avanzate (46,4% negli USA, 45,0% nell’Unione Europea, 44,0% nell’euro-zona, 41,4% in Giappone). Le difficoltà per le donne di partecipare al mercato del lavoro sono legate al problema della conciliazione tra lavoro pagato (fuori casa) e responsabilità familiari (lavoro domestico, lavoro di cura, e altro) e, quindi, alla politica fiscale del governo e all’offerta di servizi sociali pubblici. Inoltre, anche il percorso lavorativo tra uomini e donne è molto diverso. In generale (collocandoci prima della crisi), l’uomo ha una presenza più continuativa nel mercato del lavoro (una volta entrato tende a restarci fino alla pensione); la donna più discontinua (la sua partecipazione è spesso subordinata alla nascita della prole).

Esistono anche delle differenze qualitative tra uomini e donne nelle modalità di partecipare al mercato del lavoro:

– la segregazione occupazionale orizzontale, per cui uomini e donne sono concentrati in settori e mestieri diversi; e quella verticale, per cui le donne fanno fatica a raggiungere le posizioni apicali di qualsiasi professione. Se, oltre alla dimensione di genere, si guarda ad una dimensione di cittadinanza, le donne fanno le badanti, gli uomini i muratori;

– la disuguaglianza contrattuale, per cui uomini e donne sono occupati con contratti diversi. Per quanto riguarda i contratti atipici, la quota è abbastanza equamente divisa tra uomini e donne. Tuttavia, il Rapporto Annuale 2012 dell’Istat suggerisce che le donne sono maggiormente esposte al rischio di un mancato rinnovo dei contratti atipici per via della gravidanza ed hanno una più alta permanenza nella situazioni contrattuali atipiche rispetto agli uomini. Il caso della lettera di dimissioni in bianco è un esempio lampante. Inoltre, le donne coprono l’80% dei contratti part-time, tipologia contrattuale creata appositamente per facilitare l’entrata delle donne nel mercato del lavoro, alleggerendo il problema della conciliazione. Tuttavia, la letteratura scientifica più recente mostra come il part-time concorra a rinforzare la segregazione occupazionale. Infine, il 35% del part-time femminile è involontario, cioè subito dalla lavoratrice che, al contrario, preferirebbe lavorare full-time;

– la disuguaglianza retributiva (gender pay gap), per cui gli uomini guadagnano di più, sia a parità di lavoro sia come monte salari. Ovvio risultato delle disparità precedenti;

– la disuguaglianza pensionistica, per cui alla fine della carriera lavorativa le donne hanno pensioni più basse.

Quindi, quando si parla di attacco al mondo del lavoro, bisognerebbe sempre distinguere gli effetti sui lavoratori e sulle lavoratrici.

Tuttavia, il punto fondamentale è che quando si parla di attacco al mondo del lavoro e lo si vuol fare in un’ottica di genere non si può pensare solo al lavoro produttivo, ma bisogna guardare anche alla dimensione della riproduzione sociale della forza-lavoro. Questi due ambiti devono sempre essere considerati all’unisono. Solo così si potranno tenere in considerazione le condizioni delle lavoratrici.

Purtroppo, anche nella sinistra radicale i due ambiti sono spesso considerati separatamente: da un lato c’è il mercato del lavoro, che subisce gli attacchi di cui sopra, dall’altro c’è il welfare, che è spesso considerato solo in termini di diritti (diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione, etc.). Non è mai sufficientemente esplicitato il fatto che il welfare, le politiche fiscali e tutto quello che avviene nella sfera della riproduzione sociale della forza-lavoro hanno un impatto pesantissimo sulla possibilità per le lavoratrici di partecipare al mondo del lavoro. Fino a quando saranno sempre e solo le donne a dover conciliare il lavoro salariato e il lavoro domestico e di cura (e sarebbe anche il caso di mettere in discussione questo “modello” patriarcale), un welfare funzionante ed efficiente è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché le donne possano entrare nel mercato del lavoro e diventare economicamente indipendenti. Il welfare non può, quindi, essere considerato solo in termini di diritti ma anche come le necessarie infrastrutture sociali che permettono alle lavoratrici la via dell’indipendenza economica.

Purtroppo, quello che si viene a creare è un circolo vizioso tra il lavoro salariato ed il lavoro di cura. Le lavoratrici partecipano in modo quantitativamente minore e qualitativamente peggiore al mercato del lavoro. Questo fa sì che spesso le donne siano viste come le percettrici del secondo reddito, in quanto il loro contributo al bilancio familiare è minore. Così, quando si pone un problema di conciliazione, che implica sempre una riduzione dello stipendio (giorni di malattia e permessi per accudire la prole e/o i genitori anziani), ha economicamente senso che la rinuncia ricada sulla persona con il salario più basso. La donna si fa carico del lavoro domestico e di cura e rinuncia a parte del lavoro pagato, questo crea problemi alla sua partecipazione e/o rientro nel mercato del lavoro, relegandola a lavori meno remunerati, e rendendola la persona più idonea a rinunciare a parte del lavoro pagato ogni volta che si pone il problema. Ed il circolo vizioso ricomincia. Solo un welfare socialmente utile, universale e gratuito può rompere questo circolo vizioso.

Come diceva Marx nel 1868: «chiunque conosca qualcosa di storia sa che i grandi cambiamenti sociali non possono avvenire senza anche una grande ribellione delle donne. Il progresso sociale può essere misurato esattamente dalla posizione sociale del sesso debole». Se così è, bisogna riconoscere che il capitalismo globale finanziario ha portato solo regressi.

Giovanna Vertova in Fondazione Cercare Ancora, Capitalismo finanziario globale e democrazia in Europa, Ediesse, Roma 2014

Fonte

08/03/2016

8 Marzo: qualche considerazione di classe

Tra le date che scandiscono la vita e la militanza politica dei compagni, alcune assumono un valore imprescindibile (il 25 Aprile e il Primo Maggio, per citarne un paio…), mentre altre, anno dopo anno, sembrano perdere il loro significato collettivo, sfumarsi in quello che le forze politiche più disparate (e per loro volontà i media mainstream) hanno deciso di dare loro.

È il caso dell’8 Marzo. Davvero la celebrazione di questa data può essere ridotta a una cena tra donne con le amiche? Abbiamo davvero bisogno che sia la Vodafone a ricordarci le disparità di genere, attraverso il suo ultimo spot?

E soprattutto, vogliamo davvero che questa disparità venga trattata solo per quelli che sono gli aspetti culturali e sociali (l’invecchiamento – e, quindi, la bellezza; il matrimonio; i figli) che, per quanto urticanti e onnipresenti, sono evidentemente solo la punta dell’iceberg di una questione che riguarda le disparità economiche, lo sfruttamento e le differenze di classe? Eppure, negli ultimi mesi, se non anni, la questione dei diritti delle donne è stata quotidianamente dibattuta a mezzo stampa nazionale e internazionale, in tv, sulla rete, ma sempre (o quasi sempre) dalla prospettiva sbagliata. Si è osannata la bellezza (e soltanto quella) delle combattenti curde, ci si è indignati di fronte alla notizia delle violenze di Colonia avvenute durante la notte di Capodanno e, negli ultimi giorni, ci si è affannati a dibattere se una donna possa o non possa decidere di avere un bambino per donarlo ad altri: il tutto in una cornice buonista incentrata sul senso di protezione del “sesso debole” che acuisce la sensazione di un vero e proprio balzo indietro, sia nel dibattito sia nella pratica, del ruolo della donna nella società.

Origine e contemporaneamente conseguenza di questo fenomeno è stato l’allargarsi, anno dopo anno, dell’utilizzo strumentale delle vicende che vedono coinvolte le donne da parte delle forze politiche più reazionarie. Anziché tenere al centro della riflessione l’autodeterminazione della donna, il miglioramento delle sue condizioni economiche, la liberazione dal suo sfruttamento, la necessità di liberarla e liberarci dagli stereotipi di genere che vogliono le donne totalmente indifese, si è cominciata a invocare come principale necessità quella di proteggere “le nostre femmine” (ma nostre di chi? Una domanda a cui dovrebbero rispondere in primo luogo personaggi come Bruno Vespa…) dallo straniero violento e, più in generale, dall’uomo brutale. Di questi giorni, ad esempio, è la proposta della presidente della Camera Boldrini di istituire un giorno di lutto nazionale ogni qual volta una donna «cade vittima di un femminicidio»: vittime, dunque, vittime talmente ineluttabili che si pensa al dopo – al post-omicidio – e non al prima, quando quelle donne sono vive.

Non si vuole insegnare alle bambine, alle ragazze e poi alle donne a difendersi da sole dalle minacce e dalle difficoltà; non si vuole insegnare ai bambini, ai ragazzi e poi agli uomini a considerare le donne uguali dal punto di vista delle capacità intellettive e della forza fisica. In poche parole, non si vuole operare per modificare la sovrastruttura sociale che determina i rapporti uomo-donna, visto che, per farlo, bisognerebbe scavare a fondo nella struttura economica che trae profitto dalla disparità di genere, cosi come la trae da quella di etnia. Come si alimenta la guerra tra poveri che porta i proletari immigrati a vendere la propria forza lavoro al minimo costo col massimo sacrificio, cosi si sta tornando a insegnare alle donne che sono deboli, che necessitano di essere protette, che gli uomini tutti sono nemici da temere, tranne i “gentiluomini”, quelli che le donne non si toccano nemmeno con un fiore, quelli in grado di proteggerle e, spesso, di decidere al loro posto cosa sia giusto e cosa no. Italiani, perlopiù, e appartenenti alle forze dell’ordine. E così, ad esempio, l’osservazione – giusta e quasi banale per chiunque non sia accecato dal razzismo – per cui il 90% delle violenze (sessuali in primo luogo) che le donne subiscono avvengono per mano di persone conosciute (partner, mariti, fratelli, zii, ex-partner, familiari vari, amici, vicini di casa, ecc.) e non per mano di immigrati è stata fatta propria e manipolata dai media e da buona parte della politica proprio per diffondere ad affermare l’idea della debolezza femminile: care donne, siete deboli e non siete sicure neanche in casa, sembrano voler dire. Per anni hanno cercato di spaventare le donne affermando che il pericolo veniva da fuori, dallo straniero: oggi, il tentativo di far sentire le donne insicure – rendendole così deboli e dipendenti – si è esteso a tutti i livelli.

A ben vedere, tuttavia, questa debolezza non è fisica (o intellettuale), quanto principalmente economica, frutto dello sfruttamento di classe. Dal punto di vista economico, che è poi il nocciolo della problematica della dipendenza di un genere dall’altro e dello sfruttamento di una classe sull’altra, un documento del 2014 dell’Unione europea traccia una “mappa” significativa e onesta sul divario salariale tra gli uomini e le donne nei paesi membri. Ad oggi, la situazione è rimasta stabile quando non è peggiorata (leggi).

Perché insistere sulle differenze retributive? Innanzitutto, ed è la risposta più scontata, perché sono ingiuste. In secondo luogo, perché sono le catene che imprigionano le donne nel ruolo che il capitalismo vuole cucirgli addosso: la stessa Unione Europea, che sappiamo bene quanto sia nemica di ogni forma di giustizia sociale ed economica, riconosce le differenze che si generano tra settori tradizionalmente occupati da donne (come il sistema sanitario, in cui l’80% delle lavoratrici sono donne). Ebbene, quando un fenomeno del genere si manifesta, i salari si abbassano; di contro, nei mestieri con un’elevata presenza maschile, il risultato è inverso (si pensi al magazziniere che guadagna più della cassiera dello stesso supermercato, a parità di ore lavorate).

Perché la differenza retributiva è così importante? Perché incide sulle pensioni: una donna che guadagna meno di un uomo (e nell’UE si stima di media il 16% in meno), va maggiormente incontro al rischio di povertà in vecchiaia. Una donna che guadagna meno del suo compagno, di suo padre, di suo figlio, di suo fratello, ne diventa succube. Una donna che non è in grado di formarsi e di assicurarsi un lavoro dignitoso, un pensione sicura (che sono dei miraggi per i proletari tutti, sia ben chiaro) sarà una donna oppressa, una donna dipendente, debole sì ma non per natura, quanto per una condizione economica e sociale di partenza che la vuole mantenere tale.

Circoli Viziosi

Questa condizione di partenza si riflette in altri aspetti dal punto di vista lavorativo: le donne scelgono molto più degli uomini di lavorare part-time, per adempiere a quello che ancora oggi, nel 2016, sembra il loro e soltanto loro dovere imprescindibile: la cura della famiglia. Nonostante si laureino di più dei loro coetanei uomini, le donne, col tempo, complici anche il taglio e la distruzione di ogni servizio di welfare che si occupi dei bambini e degli anziani, scelgono nella maggior parte dei casi di sacrificare la propria crescita lavorativa sull’altare del focolare domestico, con la conseguenza sopracitata di diventare dipendenti dal proprio coniuge – chiunque esso sia e in qualunque modo si comporti nei suoi confronti, che si amino e si rispettino o meno – o comunque di non sviluppare a pieno le proprie capacità e competenze. Questa trappola culturale, che poi si trasforma, di fatto, in una conseguenza pratica (scegliere lavori peggiori, con orari ridotti, meno retribuiti, essere ridimensionate dai padroni, licenziate, cassaintegrate, accettare qualsiasi condizione di lavoro perché il proprio viene visto come stipendio “secondario” nel bilancio familiare, e cosi via) imprigiona gli uomini allo stesso modo: come verrebbe visto un marito che resta a casa a prendersi cura (gratuitamente, esattamente come lo fanno le mogli da secoli) di casa e figli? Quali ripercussioni sociali, psicologiche e nell’interazione di coppia potrebbero scatenarsi da una scelta simile in un contesto culturale in cui è ancora l’uomo a essere considerato quello che deve portare i soldi a casa, quello che deve offrire la cena fuori alla donna, ecc.?

Senza considerare, poi, un altro aspetto della questione: anche laddove il lavoro di cura non sia compito delle donne della famiglia, cioè quando le entrate familiari lo consentono, esso viene affidato ad altre donne, provenienti da contesti sociali, economici e geografici (le famose badanti dell’est…) svantaggiati. Come faceva notare la scrittrice Michela Murgia in alcune recenti riflessioni, decine di migliaia di donne – spesso con titoli di studio elevati – lasciano il loro paese, la loro famiglia (altro che Family Day…), i loro affetti, i loro hobby, per venire a fare 6 giorni su 7, 24 ore al giorno, le badanti dei nostri nonni, vivendo un’esistenza di solitudine dietro la corresponsione di un magro stipendio, del vitto e dell’alloggio: donne che sono spinte dalla povertà al pari di molte – non tutte, ovviamente – di quelle che portano avanti gravidanze per altri. Eppure, il loro sfruttamento sembra naturale (un po’ perché ci siamo abituati alla povertà, un po’ perché il lavoro di cura viene considerato un consolidato destino femminile, anche quando si tratta di un lavoro di cura per le famiglie di altre) e suscita molti meno dilemmi etici e dibattiti di quelli che suscita la disponibilità di alcune donne di mettere a disposizione di altri la propria funzione riproduttiva (e, quindi, di riproduzione della forza lavoro). Del resto, chi non ha mai utilizzato i servizi di una babysitter o di una badante o di una cosiddetta «signora delle pulizie»?

In questa situazione, una domanda è d’obbligo: come donne e uomini possono raggiungere una oggettiva parità di condizione economica, sociale e culturale?

Noi la risposta la conosciamo, ed è la lotta; ma, ripetiamo, la domanda viene posta sempre più spesso dal punto di vista sbagliato. Non già il sistema capitalistico che genera e alimenta queste differenze viene messo in discussione, anzi; ci si augura, in particolar modo se lo augura una fetta di sinistra imborghesita e che coi ragionamenti di classe ha tagliato i ponti da un bel po’, che sempre più donne sfondino “il soffitto di cristallo” e raggiungano posizioni di potere.

Noi non ce lo auguriamo.

Non vogliamo altre padrone; non sentiamo vicinanza o solidarietà con una Angela Merkel o con una Hilary Clinton, con una Emma Marcegaglia o con una Condoleeza Rice, con una Christine Lagarde o con una Laura Boldrini per il solo fatto che sono donne che “ce l’hanno fatta”, visto che la loro fortuna si basa sulla povertà e sulla subordinazione di milioni di lavoratori e lavoratrici, di tutto il mondo. Disprezziamo le sfruttatrici tanto quanto gli sfruttatori: sono tutti nostri nemici. Non ci auguriamo, ad esempio, che sempre più donne entrino nelle forze dell’ordine: riteniamo che di sbirri ce ne siano già abbastanza, grazie (e non riusciamo a dimenticare tutti i casi di abusi in divisa che hanno coinvolto poliziotte o le torture di cui si sono rese autrici le soldatesse statunitensi ad Abu Ghraib: perché essere donna non vuol dire essere migliore).

E da voi chi ci difende?!

Le violenze subite dalle donne, che sono frutto del sistema economico e sociale in cui viviamo da sempre, ma che risultano al centro del dibattito solo da qualche anno, anziché essere analizzate, contestualizzate e risolte alla radice, diventano spauracchi da utilizzare strumentalmente, ad esempio nel dibattito sull’immigrazione. Sempre che esse, ovviamente, non siano commesse da uomini in divisa. Così, un episodio odioso e deprecabile come quello di Colonia di Capodanno (in cui decine e decine di donne affermano di essere state circondate da gruppi di uomini, perlopiù stranieri, e pesantemente molestate) viene ingigantito e agitato come prova fondante del fatto che le frontiere vadano chiuse e che tutti gli immigrati (profughi o no, responsabili di reati o innocenti) rispediti nel proprio paese. A nulla sono valsi articoli e testimonianze che provavano a far luce sul fatto che la violenza sessuale sulle donne sia ben radicata nella cultura occidentale (sempre per quanto riguarda la Germania, si pensi all’Oktoberfest dove frotte di giovani ubriachi, con il beneplacito delle forze dell’ordine, molestano le ragazze presenti al festival). L’episodio di Colonia era troppo ghiotto perché la destra reazionaria (ma anche parti della sinistra) non ci affondasse i denti, agitando lo spauracchio dello straniero stupratore a cui dovrebbe contrapporsi l’uomo occidentale progressista. Le donne, invece, sono sempre «vittime» da proteggere: significativo che le vittime delle molestie di Colonia siano state spesso descritte come «donne sole che trascorrevano la serata di Capodanno». Quel «sole» significa sempre «in compagnia di altre donne»: evidentemente, le donne per non essere «sole» devono essere in compagnia di almeno un uomo. Due o più donne, insieme, non sono due o più persone, ma sono sempre una sola: gli manca un uomo, che le possa proteggere e indirizzare, che le completi insomma. Una prospettiva che fa sorridere amaramente visto che, a bene vedere, è così simile a quella dell’Islam «integralista» che viene rigettato con forza dal «libero occidente».

Riprendiamoci l’8 marzo? Sì, ma tutti i giorni

Quello stesso occidente in cui la liberazione delle donne e degli uomini dai rispettivi ruoli di genere è ben lontana dall’essere raggiunta, troppo spesso purtroppo, anche tra i compagni. Così l’8 Marzo è un giorno che arriva e lascia sempre meno il segno, sia nel dibattito collettivo sia nella pratica militante; pare che tutto sia stato già detto e tutti i diritti conquistati, ma soprattutto sembra che celebrare la legittima lotta per una reale uguaglianza tra i sessi (lavorativa, legislativa, nell’immaginario quotidiano) debba essere onore e onore solo delle compagne donne, quasi si trattasse di una loro questione – e soltanto loro.

Riteniamo invece, e senza falsa retorica, che l’8 Marzo sia anzitutto una giornata di cui recuperare il senso storico: non si tratta, infatti, di una ricorrenza posticcia, che vuole ricordare un incendio inesistente in cui morirono centinaia di donne a New York (ancora vittime di violenza di genere e di classe, ma sempre vittime), bensì celebrare quelle donne che, alla testa di un importante corteo nel 1917, sono stata protagoniste coi loro compagni della caduta dello zarismo e dell’inizio della Rivoluzione in Russia. Donne consapevoli del loro ruolo nel mondo e della storia e di conseguenza, donne da ricordare in quanto comuniste e militanti e non come semplici vittime. Persone da cui prendere esempio nel percorso quotidiano di lotta per l’emancipazione, di consapevolezza politica ma anche personale delle proprie capacità e di quello che spetta a tutti noi: una società senza più classi, senza più sfruttamento, senza un costante lavaggio del cervello che, fin da bambini, permette al capitalismo di dirci a cosa possiamo permetterci di aspirare in base al nostro sesso.

Costruire un immaginario diverso su questo aspetto è un compito che i compagni devono cominciare a prendere sul serio; non ci siamo davvero stancati di riproporre nei nostri rapporti interpersonali e politici quegli stereotipi e atteggiamenti che ci perseguitano da tutta la vita? Non vogliamo rigettare a chi da queste differenze trae profitto tutti quei pensieri e quelle azioni che ci portano a pensare «tu non puoi perché…»? Quante volte percepiamo che nelle assemblee parlano molte meno compagne di quante potrebbero, non certo per imposizione esterna ma spesso perché anche dentro le militanti politiche persiste un insieme di insicurezze che sono il portato di una cultura che dovremmo impegnarci a cambiare? Quante volte le compagne sono escluse – spesso inconsciamente – o si autoescludono dai servizi d’ordine o dalle questioni più militanti in base all’idea sotterranea di una maggiore debolezza femminile? Quante volte i compagni, invece, si sentono spinti a fare il contrario per non tradire la virilità che ci si aspetta da loro? Se anche tra le compagne non è fermo il principio dell’autodifesa, come possiamo pensare che esso possa essere abbracciato dal resto delle donne?

A questo proposito il nostro pensiero non può che andare all’esempio del Black Panther Party, le cui militanti si sono trovate a fare politica – spesso da dirigenti – in un contesto culturale storicamente sessista. Bellissimi sono alcuni passaggi di Bobby Seale in Cogliere l’occasione:
La cosa principale da capire era che nessuno poteva arrogarsi il diritto di dare della controrivoluzionaria a una sorella per dei motivi personali, o anche solo dire di doverle difendere. Per noi anche le sorelle sono rivoluzionarie, e anche loro devono essere capaci di difendersi da sole come facciamo noi; e devono imparare a sparare come noi, perché ai porci del sistema non fa nessuna differenza che siano donne, le brutalizzano tanto quanto gli uomini. Credo che da quando la struttura di potere ha cercato di eliminare Erica Huggins, i compagni hanno cominciato a rendersi conto che le sorelle possono essere arrestate come loro, e questo la gente della comunità l’ha costatato in occasione della sparatoria di Los Angeles, a cui parteciparono anche le sorelle, combattendo e difendendosi alla stessa stregua dei nostri uomini. Un sacco di maschi della comunità nera che avevano sempre pensato alle donne come qualcosa di inferiore […] hanno cominciato a vedere che gli esempi portati avanti dal BPP sono più progressisti. Ci vedono combattere e vincere ad alto livello, e trattare con le sorelle su un piano di eguaglianza. I fratelli della comunità vedono che le sorelle non ci vogliono opprimere, ma essere alla nostra pari. Vogliono essere trattate come esseri umani. […] Se una si prende l’incarico o la responsabilità di fare qualcosa, i fratelli eseguono i suoi ordini e non dicono «Non sto a sentire quello che dice una donna». [pp. 311-312]
Dopo queste parole, la domanda resta una sola. Non vogliamo smetterla, FINALMENTE, con la retorica del “Riprendiamoci l’8 Marzo” e cominciare a riprendercelo sul serio, tutti i giorni di tutti gli anni, fino a che la nostra lotta non sarà vinta?

Per approfondire:

Riprendiamoci l’8 marzo! (a cura dei compagni della Mensa occupata di Napoli)

Il lavoro come tema centrale dei rapporti sociali tra sessi (di Elsa Galerand e Danièle Kergoat)

Fonte

08/10/2015

Privilegio maschile? Parliamo invece di privilegio economico!

Su questo blog e sulla pagina facebook di Abbatto i Muri si è sviluppata una discussione, grazie a due post scritti da un trans Ftm ([1] [2]), su quel che viene definito il “privilegio maschile”. Sono arrivate molte critiche, di uomini e anche di donne. Alcuni interventi mi sono stati inviati per continuare la discussione a partire da altri punti di vista. Pubblico la mail di Ilaria e presto pubblicherò altri contributi altrettanto eloquenti.

Buona lettura!

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Cara Eretica, scrivo a te perché so che comprenderai. Sono una donna forte, vado avanti a testa alta e non mi piace fare la vittima. non penso di essere migliore o peggiore rispetto a nessuno. non ho subito atteggiamenti discriminatori più di quanto non ne abbia subiti un uomo. non mi piace guardare il mio collega, precario, e dirgli che in quanto uomo è un privilegiato. capisco che anni fa poteva essere così ma oggi non vedo differenza tra me e quel collega.

Sono consapevole del fatto che c’è un punto di vista di genere di cui tenere conto ma temo che possa rappresentare un pretesto per omettere un conflitto che allo stato attuale riguarda tutti noi. di fronte alla precarietà siamo tutti vittime di chi ha più soldi e le persone ricche non hanno sesso. ci sono uomini e donne ricche. c’è chi ha parlato di ancelle del neoliberismo riferendosi a femministe che hanno messo per tanto tempo in primo piano il problema della violenza sulle donne senza tenere conto del fatto che la principale violenza non è quella “maschile” ma è quella del capitale.

Quando qualche femminista mi parla dei pericoli che una donna corre per colpa degli uomini non riesco a non pensare al fatto che tante donne come me siano reclutate per combattere quella violenza trascurando gli abusi subiti a causa del capitalismo. non mi piace che qualcuna mi distragga dalle mie lotte e non mi piace che si creino distanze tra le donne e gli uomini, perché io sento più vicino un uomo che vive le mie stesse condizioni piuttosto che una donna benestante che vuole insegnarmi come vivere.

Preferisco andare in piazza a manifestare, assieme a uomini precari, contro dannose riforme economiche, votate anche da donne che sono potenti, ricche, dunque privilegiate, piuttosto che andare in piazza con quelle stesse donne a fingere sorellanza contro un presunto privilegio maschile. ho raccolto il tuo invito a esprimere la mia opinione su questo e spero che questo mio contributo sarà pubblicato.

Grazie, Ilaria.

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