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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/03/2023

Leggere e guardare responsabilmente

di Mauro Baldrati

Forse potremmo cavarcela così: l’entertainment moderno si basa non su quello che dice ma su come lo dice. Ovvero possiamo apprezzare storie o leggere libri le cui vicende, le cui poiesi sono in contrasto con le nostre idee, ma noi, con la nostra autocoscienza, possiamo ripulirle, scrostarle. Possiamo decontestualizzarle e godercele per quello che sono.

In letteratura i casi sono più rari rispetto al cinema, perché la scrittura è più pericolosa, è costretta a dire, anche se spesso si nasconde con l’inchiostro simpatico tra gli spazi bianchi. Così l’autore deve essere un giocatore d’azzardo coi sentimenti bassi, che riesce a gestire con spregiudicatezza ma anche con saggezza, senza farsi dominare.

Forse il caso letterario più eclatante è La capitale delle scimmie di Charles Baudelaire. Un libro razzista, odioso, ma che ci fa sorridere, per le sagome che contiene, gli insulti verso i belgi, sbertucciati anche con l’uso del body shaming, senza pietà. Lo scrisse per vendetta, senza terminarlo, nella fase finale della sua vita infelice, in occasione del viaggio a Bruxelles in cerca di fortuna, dopo i rifiuti in patria. Ma nessuno se lo filò, passò giorni, mesi in miseria, solo, malato, avvelenato dalla rabbia e dal rancore. Lo leggiamo e lo apprezziamo per quello che è, l’opera del più grande poeta della Francia moderna, sottovalutato, beat: una satira intrisa d’odio anche verso una certa modernità, ipocrita e mercantile.

La stessa modalità possiamo applicarla alla visione di due serie israeliane di genere thriller: Fauda e Hit & run.

Quello che dice: siamo regrediti all’epopea dei western americani degli anni Cinquanta, quando, secondo la narrativa ufficiale, gli eroici coloni ottocenteschi, difesi dai Templari in giacca azzurra, combattevano duramente contro i selvaggi indiani, barbari pagani votati al saccheggio e all’omicidio.

Come lo dice: con un linguaggio cinematografico innovativa che univa il racconto d’avventura a una rappresentazione storica accurata per l’epoca, per cui davvero ci sembrava di essere dentro la frontiera.

In Fauda una piccola task force di agenti speciali dell’unità antiterrorismo israeliana combatte con tenacia, a costo della vita, spinta dalla missione di difendere il proprio popolo dai feroci terroristi palestinesi disposti a tutto. Va avanti per quattro stagioni (la quarta è disponibile da qualche tempo su Netflix) con cadenza da thriller avvincente, adrenalinico, con una ricostruzione verosimile degli ambienti, dei personaggi, uomini e donne rappresentati in tutta la durezza del loro incarico, che si riverbera anche nella vita privata. Tra l’altro il protagonista, Doron, è interpretato dall’attore Lior Raz (che è anche co-creatore della serie) che nella vita ha davvero fatto parte delle forze speciali. Gli israeliani sono i buoni, come nei paleo-western lo erano i coloni e le giacche azzurre, mentre i palestinesi sono gli indiani selvaggi. E la guerra è totale, perché c’è in gioco la vita, propria e di un intero popolo. Tra l’altro contiene anche degli errori, delle forzature: i terroristi sono tutti di Hamas, che è certamente un’organizzazione combattente fondamentalista, ma qui vengono animati come burattini in una struttura semplificata, mentre nella realtà è molto complessa, segnata da contraddizioni e divisioni interne.

Nelle prime tre stagioni comunque gli sceneggiatori cercano di darsi una parvenza di tolleranza democratica. L’ambiente dell’antiterrorismo è segnato dalla burocrazia ottusa, dagli eccessi di dirigenti spietati e senza scrupoli, un po’ come in certi polizieschi hard boyled di Michael Connelly. Qua e là viene dato spazio agli spietati terroristi che si lanciano in riflessioni sull’occupazione di Israele. Capire il nemico insomma, come fa Tacito, l’antico cronista della Roma imperiale, che al seguito di Agricola durante l’occupazione della Britannia mette in bocca al capo barbaro Calgaco un proclama in cui viene evidenziata tutta la violenza predatoria dei romani (dei quali lui stesso è parte attiva).

«Predatori del mondo intero: quando alle loro ruberie vennero meno le terre, si misero a frugare il mare. Se il nemico è ricco, eccoli avidi; se è povero, diventano arroganti. Né Oriente né Occidente potranno mai saziarli: soli fra tutti gli uomini riescono a essere ugualmente avidi della ricchezza e della povertà. Depredare, trucidare, rubare essi chiamano con il nome bugiardo di impero. Dove passano, creano deserto e lo chiamano pace.»

Ma resta comunque una serie sionista, specialmente nella quarta stagione, dove i terroristi sono ancora più stereotipati, e non c’è più traccia di autocritica. Eppure come lo dice? Con una narrativa cinematografica di alta qualità, con un ritmo che tiene incollati al video, incantati dal verismo delle scene e degli ambienti, tanto che si interrompe il collegamento malvolentieri, per cucinare, per le commissioni, per lavorare e dormire.

Insomma, si può dire che “perdoniamo” Israele, l’occupante che col tallone di ferro del suo potente esercito, sostenuto e armato dall’America, opprime il popolo palestinese. Lo ha cacciato dalle terre fertili che già occupavano, e anche recentemente ha annunciato un nuovo spaventoso ampliamento della colonizzazione, con nuovi insediamenti che toglieranno ulteriori spazi ai palestinesi.

E chi non è in grado di discernere? Chi è distratto? Chi prende tutto alla lettera? La serie non toglie né aggiunge nulla alla disinformazione imperante, nella quale la decontestualizzazione procede in senso inverso rispetto alla nostra di spettatori un po’ cinici, per silenzi e notizia monche. Ovvero gli israeliani sono i buoni, attaccati e non attaccanti, e proprio come nella serie sono moderni, luminosi, civilizzati, mentre i terroristi sono entità oscure e fanatiche che minacciano gli eroi e la libertà. 

Hit & run prosegue nel genere thriller-spy story, con alcuni attori di Fauda, soprattutto Lior Raz, che qui è Segev, una guida turistica che fa una vita tranquilla in compagnia della moglie, ballerina che deve partecipare a una importante audizione a New York. La prima puntata e parte della seconda ci obbligano alla pazienza, per le scenette sentimentaliste tra lui e lei, quanto si amano, con dialoghi banali telefonati eccetera. Ma d’un tratto, con un’accelerazione improvvisa, lei viene investita da un’auto, che non si ferma. Ecco che parte il thriller. Segev naturalmente ha un passato militare nelle forze speciali, un addestramento indispensabile perché deve combattere duramente contro nemici ignoti, in un intrico internazionale che vede coinvolti il Mossad e la CIA, servizi segreti fratelli, ma anche parecchio coltelli.

I terroristi stereotipati sono spariti, cancellati. Ora si tratta di misteri politici, tradimenti, veli dell’apparenza che vengono squarciati, e come sempre ci lasciamo trascinare con piacevole abbandono dal ritmo furioso della vicenda e dai colpi di scena. Purtroppo giunge la notizia che Netflix ha rinunciato a trasmettere la seconda stagione. Speriamo che ci ripensi, perché la serie termina con Segev che corre all’impazzata verso l’ignoto, alla ricerca della figlia rapita, e noi smaniamo di gettarci a nostra volta nel running

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23/12/2022

Liberarsi dal “giogo dei ruoli”

di Paolo Lago

S. Chemotti, M. Coglitore, Il giogo dei ruoli, Il Poligrafo, Padova, 2021, pp. 201, euro 23,00.

È difficile liberarsi dei “ruoli”, delle identità cristallizzate e incancrenite da dinamiche di tipo sociale, politico, economico e, perché no, anche letterario. È difficile perché il ruolo può presto trasformarsi in “giogo”, in una sorta di prigionia identitaria che cresce intorno ai singoli individui. E, probabilmente, risulta ancora più difficile quando i ruoli assumono le loro forme all’interno di una coppia, una struttura sociale appesantita da rigidità imposte dall’alto, dalle convenzioni di matrice borghese e cattolica ancora dure a morire nell’Italia di oggi, dove è stato creato addirittura un ministero “della famiglia, della natalità e delle pari opportunità”. Ma il “giogo dei ruoli” può trasformarsi anche in un vero e proprio gioco nel quale, per mezzo di una sottile ironia, si cerca di prendere a staffilate quelle antiquate e rigide convenzioni imposte dal potere. È ciò che si propongono di fare Saveria Chemotti e Mario Coglitore nel loro bel libro intitolato, appunto, “Il giogo dei ruoli”, in cui i due autori mettono in scena dei dialoghi fra personaggi letterari o reali che appartengono a coppie famose di innamorati o di amanti, cristallizzati dal tempo e dall’immaginario comune. All’interno di una struttura articolata in tre tempi, incontriamo, fra gli altri, Paolo e Francesca, Dulcinea e Don Chisciotte, Orfeo ed Euridice, Marianna e Sandokan ma anche Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, Mileva Marić e Albert Einstein, Sibilla Aleramo e Dino Campana. La scrittura si trasforma quindi anche in un gioco in cui la rigidità del giogo si rompe perché, come affermano gli stessi autori in una nota finale, “i momenti più divertenti di questa scrittura senza affanni sono consistiti nella stesura di quelli che abbiamo chiamato «ordini inversi», quando cioè ci siamo scambiati i ruoli, affidando al maschio di questa inusuale coppia di sorella e fratello per «elezione» il personaggio femminile e viceversa alla femmina il personaggio maschile. Un rovesciamento del «gioco delle parti» che ci è piaciuto particolarmente”.

I personaggi messi in gioco non dialogano soltanto fra di loro ma anche, metaletterariamente, con il lettore e con la sua epoca, con avvenimenti storici ancora di là da venire. Il “giogo” viene rotto anche in questo modo: le figure reali e letterarie messe in scena da Chemotti e Coglitore escono dal loro imprigionante contesto e si inseriscono all’interno di un immaginario comune non statico ma avvolto da un movimento continuo. Altre volte, come nel caso di Paolo e Francesca o di Alphonsine Plessis e Alexandre Dumas figlio non si instaura un vero e proprio dialogo ma una narrazione commentata attraverso la quale gli autori discutono sui personaggi, sul loro tempo e sul loro ambiente sociale, intervallando la narrazione con un andamento più riflessivo e saggistico. Ad esempio, come scrive Saveria Chemotti giocando sul significato del verbo “scambiare” e “scambiarsi”, “la colpa di Paolo e Francesca non è stata solo quella di scambiarsi di nascosto un tenero bacio, ma quella di aver scambiato la letteratura con la vita, cadendo nel più pacchiano degli errori”. Perché la stessa letteratura può trasformarsi in gabbia, in schema, in rigido meccanismo che consegna all’immaginario comune figure stereotipate. Gli stessi personaggi letterari (e mitici, come in questo caso) lottano per scrollarsi di dosso quegli stereotipi, quei gioghi arbitrariamente imposti, come Euridice (la cui voce è mediata da Chemotti) che, dopo essersi dichiarata una “preda del destino a cui mi hanno assoggettata gli dei”, afferma perentoria: “A nessuno viene in mente che io ero in grado di resuscitarmi da sola? Che potevo fare affidamento sulla mia sensibilità, sulla mia stessa natura per vincere le ombre e risalire al sole? Che potevo liberare la mia anima prigioniera dei gioghi di un potere che mi avrebbe incatenata a una ventura tragica e senza soluzione di continuità, secolo dopo secolo? Un giorno, nella primavera di molte ragazze io avrò finalmente consolazione e riscatto. Sarò una di loro e non mi volterò mai indietro”. Euridice, esprimendo la sua autoaffermazione di donna contro un potere invisibile che la vorrebbe sempre assoggettata, viaggia, se così si può dire, nel tempo fino a prefigurare le lotte femministe che verranno.

Bisogna infatti notare che tutti i personaggi femminili del libro possiedono in sé una forte carica di ribellione dalle connotazioni di genere, in quanto si oppongono costantemente al potere patriarcale rivestito e simboleggiato dalla controparte maschile della coppia. Penelope, sempre con le parole di Chemotti (che non a caso è una studiosa di letteratura di genere e delle donne), rivendica il suo diritto a raccontare la sua versione dei fatti perché ormai “stanca di essere additata a eroina del matrimonio consacrato”. Ebbene, secondo Penelope, Odisseo è tornato “per attuare la sua vendetta, non per raggiungere me”. E, sicuramente, nella rivisitazione del Giogo dei ruoli, l’eroina omerica avrebbe ceduto alla corte serrata dei pretendenti se avesse capito che l’intenzione di Odisseo era quella “di restare per una toccata e fuga capace di mettermi di nuovo incinta, cioè di imprimermi le stimmate del padrone”. L’eroe se n’è andato senza neanche salutarla: “egocentrico e avido di conoscenza se n’è andato alla ricerca dei confini del mondo”. Naturalmente, adesso non si tratta più del personaggio omerico ma di quello dantesco e, infatti, con spirito metaletterario, Penelope conclude che “si merita di finire all’inferno”. Ma non sono soltanto i personaggi femminili a rimproverare e, quasi, a maledire i propri uomini, in una sorta di libera rivisitazione delle Heroides di Ovidio; anche alcuni personaggi maschili sottolineano la condizione subalterna delle donne nella loro epoca. È il caso, ad esempio, di Alexandre Dumas figlio (non un personaggio letterario, quindi, ma uno reale, anche se legato all’immaginario della letteratura), a cui presta la voce Mario Coglitore. Quest’ultimo, attingendo alla sua vocazione di storico e studioso di dinamiche storico-sociali, dopo una digressione in cui descrive gli effetti nefasti della rivoluzione industriale (“L’età delle ciminiere. Che da giovane ho visto spuntare a una a una, sentinelle implacabili dell’economia di mercato e per converso dello sfruttamento indecente di uomini, donne e persino bambini”), pone l’accento su alcune dinamiche della “sessualità «vittoriana»”, in un periodo in cui le donne dovevano rivestire il ruolo di procreatrici “meglio se di maschi e non di femmine, naturalmente, specie nel caso dei primogeniti cui verrà affidato il patrimonio familiare”. Parlando di Alphonsine Plessis, la cortigiana divenuta amante dello scrittore al quale ha ispirato il personaggio di Marguerite Gautier per il suo romanzo La signora delle camelie, così Coglitore-Dumas figlio si esprime: “Lei, considerata né più né meno che una prostituta, ha preso tutto ciò che ha potuto dalla vita senza risparmiarsi, assaggiandone i frutti più dolci e soprattutto quelli più amari. Fino a che la malattia non ha spezzato l’insopportabile giogo che la teneva prigioniera di questi uomini dall’animo violento e dalla insaziabile bramosia. Gli stessi che la domenica frequentano la chiesa del quartiere o le grandi cattedrali, inginocchiandosi davanti agli altari e prendendo la comunione”.

Un altro personaggio letterario inchiodato al suo ruolo dalla tradizione è l’Angelica dell’Orlando furioso (la cui voce è quella di Chemotti) che giustifica la sua fuga continua dalla guerra (“Io scappo. Anche da questo scempio, ma lo tengo per me”) e da Orlando con il suo diritto ad innamorarsi: il cavaliere “non contempla neppure l’ipotesi che io mi sia finalmente innamorata, che in me sia sorto un sentimento sconosciuto e raro che mi spinge ad abbandonarmi senza l’aiuto di sortilegi”. Ciò che rifugge è, ancora una volta, il ruolo stereotipato: “Certo: alcuni dicono che io non ho davvero una vita mia propria, che sono un «sorridente fantasma» perché configuro un modello che è fin troppo facile convertire in stereotipo e destabilizzarlo”. Perché una donna non può essere un “soggetto del desiderio”. D’altra parte, Angelica conclude la sua ‘tirata’ appassionata con un appello alle donne musulmane, parole che valicano i confini del tempo per giungere fino ai giorni nostri, dense di significato politico e sociale se pensiamo ai tragici fatti che avvengono in Iran: “Perché allora noi, cristiane e mussulmane, non stringiamo un patto che ci sveli nella nostra essenza, con la pretesa di esser guardate oltre la pelle liscia o a rughe, i capelli al vento o sotto un velo, comunque sia?”. Una rivendicazione di sé e dei propri diritti che suona anche come una contestazione alla società tout court è anche quella che Mario Coglitore, dando la voce a Jane (nel ‘dialogo’, costruito dagli autori in un “ordine inverso”, dedicato a Tarzan e Jane, i personaggi inventati da Edgar Rice Burroughs nel suo romanzo Tarzan delle scimmie del 1914), fa risuonare con echi politici e sociali. La giovane, infatti, afferma che la società europea e occidentale ha da sempre avuto pregiudizi non solo nei confronti degli africani ma dell’Africa intera, vista come “il Continente Nero pieno di misteri, giungle soffocanti e umidità insopportabile, screpolata in alcune latitudini da un sole impietoso e da sabbie smosse dal Ghibli tormentoso”. E allora, l’inglese Jane, innamorandosi del misterioso “Tarzan delle scimmie”, riesce a spezzare “i vincoli opprimenti della società del mio tempo, ben poco seducente” e, finalmente, non sarà più costretta a “respirare i miasmi del carbone delle industrie della capitale che sbuffavano a pieno ritmo, nebbia puzzolente dentro alla nebbia che già saliva dal Tamigi”.

E i personaggi maschili? Anche loro, nonostante siano in alcuni casi staffilati ben bene dalla loro controparte femminile, riescono a liberarsi dal giogo che li vorrebbe imprigionati nel loro ruolo. Se, come abbiamo visto, Dumas figlio sottolinea la subalternità della condizione femminile, Tarzan, da parte sua, nelle parole di Saveria Chemotti, afferma che anche lui si sente un ‘diverso’ nella giungla e, alcune volte, è stato costretto a nascondersi perché cosciente della propria diversità rispetto alle scimmie. Forse, però, la figura maschile che viene presentata più slegata dal proprio ruolo è quella di Giacomo Casanova, irrigidito nello stereotipo del seduttore fino all’antonomasia. Mario Coglitore, da buon veneziano, ci presenta un Casanova vecchio e triste in una lontana Boemia, profondamente immalinconito dal ricordo della sua ormai irraggiungibile Venezia: “Venezia mi manca. Mi manca l’odore dell’acqua che ristagna, i rumori del remo che sciaborda, lo spettacolo della laguna in qualunque stagione”. In quest’immagine malinconica (che può ricordare il poetico finale del Casanova di Federico Fellini, in cui il personaggio sogna di danzare sulla laguna ghiacciata con una dama meccanica), Casanova si libera del suo ruolo, concedendosi finalmente un immaginario libero dagli stereotipi. Ed è lo stesso immaginario che ci regala Il giogo dei ruoli: un tentativo di resistenza – attuato per mezzo di una scrittura che valica i confini fra realtà e letteratura – ai gioghi imposti da qualsiasi potere.

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08/07/2020

Tra madame e sciarmutte, ricompare il mito del “buon italiano”

di Armando Lancellotti

Come più volte si è scritto su “Carmilla” [1] [2] [3], il mito del “bravo italiano”, ossia quell’auto rappresentazione nazionale, assolutoria e rassicurante, che vuole che l’italiano – per natura, indole e cultura – non sia capace di atti efferati, di crimini crudeli e che pertanto, anche in tempo di guerra, si dimostri mite, bonario, umano e quasi sempre ben disposto anche nei confronti del nemico, è uno stereotipo paradigmatico così profondamente radicato nella coscienza collettiva italiana che, al presentarsi di ogni occasione favorevole, ricompare per manifestarsi in tutte le sue molteplici declinazioni possibili, con l’automatismo infallibile di una sorta di coazione a ripetere. Un’auto rappresentazione falsa ed ideologica che dal dopoguerra è andata progressivamente consolidandosi, per divenire infine contenuto e forma essenziali dell’immagine che il popolo italiano tende a proporre di se stesso.

Numerose e complesse sono le dinamiche storico-politiche che hanno plasmato la leggenda degli “italiani brava gente”, così come gli interessi divergenti di forze politiche, parti della società e soggetti internazionali molo diversi, ma alla fine convergenti nella creazione di un mito che, dopo il 1945, rispondeva alle esigenze di molti: i reduci del fascismo da poco crollato, i due principali e contrapposti partiti della nuova Italia repubblicana e democratica (DC e Pci), gli Alleati angloamericani. Senza scendere nel dettaglio, in questa sede basterà ricordare quanto perniciosi siano stati gli effetti della ipostatizzazione ideologica di questo distorto mito collettivo: esso infatti ha determinato la sostanziale rimozione delle pagine peggiori della storia del fascismo italiano e delle sue tante guerre e ha trasformato un passato storico, che è ancora “prossimo” – non è, infatti, trascorso ancora un secolo dagli anni in cui, per esempio, camice nere, soldati e civili italiani si macchiavano di crimini brutali in Africa – in un “trapassato remoto” fondamentalmente ignorato o comunque avvertito come così lontano da non intrattenere più alcun legame col presente.

La ricerca storiografica, già da molto tempo e negli ultimi trent’anni almeno con un continuo crescendo quantitativo e qualitativo di studi e progetti, ha prodotto una conoscenza storica ormai molto approfondita di fenomeni quali l’antisemitismo italiano, il razzismo coloniale, i crimini di guerra compiuti sui diversi fronti, i campi di concentramento fascisti, ma questa davvero considerevole mole di ricerche effettuate, di pagine e di volumi scritti e stampati sembra non essere in grado di scalfire la forza di resistenza del mito del “bravo italiano”. La polemica consumatasi a metà giugno sulla carta stampata italiana, a seguito dell’imbrattamento a Milano della statua di Indro Montanelli e della richiesta della sua rimozione, sulla scia di analoghi fatti accaduti in molte città e paesi del mondo, come forma di protesta contro il razzismo e dopo i fatti di Minneapolis e la morte di George Floyd, ha visto coinvolto soprattutto Marco Travaglio, che, nel tentativo di scagionare dalle accuse di razzismo, sessismo e stupro colui che ritiene il proprio mentore e punto di riferimento professionale ed intellettuale, è scivolato in considerazioni, tanto sull’operato di Montanelli in Etiopia quanto sul contesto storico e politico dell’impero africano italiano, a dir poco sgangherate ed imbarazzanti.

Ora che col trascorrere dei giorni la polemica si è smorzata, diviene possibile osservarne i contenuti e le questioni sollevate, tralasciando per il momento la contingenza del fatto in sé (l’opportunità o la fondatezza della richiesta di rimozione del monumento), così come la gravità degli atti compiuti in Etiopia a metà degli anni Trenta del secolo scorso da Montanelli (che comprò una bambina di 12 anni, la sposò e ne abusò sessualmente, secondo le modalità del “madamato”, largamente praticato dagli ufficiali italiani in AOI). L’intero impianto del ragionamento di Travaglio – facilmente reperibile su “Il fatto quotidiano” come su altri giornali di metà giugno – si regge sui passaggi logici tipici del riduzionismo storico, che può facilmente lambire il peggior revisionismo, anche quando si premura di dichiarare il contrario, come premessa generale del discorso. Nell’intervista rilasciata per Accordi&Disaccordi di Andrea Scanzi e Luca Sommi [ilfattoquotidiano.it 13/06/2020] Marco Travaglio ripropone la consueta immagine di un colonialismo – quello italiano – da “operetta”, un po’ straccione e un po’ improvvisato, intrapreso da un paese che, arrivando per ultimo nella corsa all’Africa, cercò di prendere quel poco che rimaneva, lo scatolone di “sabbia libico” o poco più, ecc.

Sembra (fingere di) dimenticare il direttore de “Il fatto quotidiano” che l’imperialismo italiano non fu un’iniziativa estemporanea, scollegata dal quadro complessivo della politica dei governi dell’Italia liberale, prima e fascista poi; che esso fu un obiettivo costante della politica estera italiana per sessant’anni almeno – da Depretis e Crispi fino alla seconda guerra mondiale –; che per conquistare l’Abissinia il nostro paese di guerre ne intraprese almeno due, essendo necessario contare anche quella crispina conclusasi con la disfatta di Adua; che per prendere la Libia l’Italia giolittiana dichiarò guerra all’impero ottomano, contribuendo ad aggravare un quadro politico internazionale già sull’orlo del precipizio; che per “riconquistare” Tripolitania e Cirenaica dopo la Grande guerra, il fascismo, coi Badoglio e i Graziani, adottò strategie e pratiche di repressione e terrore contro la popolazione civile cirenaica, superate per ferocia solo da quelle poi messe in opera dagli stessi due alti ufficiali fascisti in Etiopia, con il ricorso alle armi chimiche e ai gas, ai campi di concentramento, allo stragismo sistematico contro civili inermi.

Se, come opportunamente e correttamente scrive Travaglio, tutto va ricondotto al “contesto” storico particolare, allora “questo” è il “contesto” in cui va collocato anche l’operato del giovane ufficiale di un battaglione di ascari eritrei, Indro Montanelli, cioè quello di una Italia fascista, guerrafondaia, imperialista, profondamente razzista e quel giovane ufficiale si comportò da fascista, colonialista e razzista. La rigorosa e doverosa adesione al contesto storico è indispensabile infatti per la corretta comprensione dei fatti, non per la giustificazione o l’assoluzione degli attori di quei fatti; perché se così non fosse, allora una qualsiasi azione – anche la più feroce e criminale – se coerente col contesto storico generale in cui si svolge, ne uscirebbe giustificata ed insieme ad essa il suo attore.
Sostiene Travaglio:
È un’accusa che mi fa sorridere. Lui voleva diventare abissino. Era andato in Africa un po’ nel mito del Duce, ma soprattutto nel mito di Kipling, di cui era un grande lettore. Gli piaceva l’avventura. Era partito per l’Africa come il classico europeo affascinato dall’avventura esotica, dalle popolazioni indigene. Si era immerso nelle tradizioni e nella cultura del luogo. I commilitoni africani gli dissero: “Tu sei single, ti devi sposare”. E lui, a differenza di altri soldati che semplicemente andavano a prostitute, preferì prendere moglie. Allora c’era anche il cosiddetto “madamato”, questa sorta di sposalizio provvisorio, nato più che altro per evitare la prostituzione e le malattie. Una via di mezzo fra il matrimonio nostro e quello loro. Era del tutto normale, allora, sposarsi a partire dai 12 anni, per le ragazze abissine, come lui stesso ha spiegato diverse volte. È per questo che mi fa sorridere l’accusa di razzismo. [...] Non credo che Montanelli fosse un santo, semplicemente gli eritrei gli hanno spiegato che da loro il matrimonio funzionava così, dai 12 anni le donne si sposavano, a 20 anni erano vecchie, a 30 morivano. Quella era la tradizione. Non era vissuta come una violenza, né dall’uomo né dalla donna. E non c’era il corteggiamento o il fidanzamento: il matrimonio era combinato quasi sempre dalle rispettive famiglie. Si faceva così e lui ha fatto così. Non ha mai avvertito la cosa come razzismo. Che era ben altra cosa, come ha spiegato lo storico Angelo Del Boca sul Fatto, ossia vietare le unioni miste, il matrimonio con i non italiani. [...] Ad anticipazione delle leggi razziali del 1938, Mussolini cominciò a censurare Faccetta nera e tutte le canzoni che inneggiavano alle unioni miste. Nel ’37 ci fu la svolta, si decise che bisognava bloccare le unioni miste e il miscuglio del sangue, e Faccetta nera diventa una canzone proibita. Prima, era una canzone che, a suo modo, indicava l’integrazione. Era il contrario del razzismo. Il razzismo lo sposa Mussolini dopo il 1937 e l’anno successivo promulga le leggi razziali. Nel 1937 diventa reato anche il madamato e si proibisce il matrimonio misto anche per chi si fermava a vivere nelle colonie. [famigliacristiana.it 17/06/2020]
Insomma il colonialismo e la guerra per l’impero fascista sono ridotti all’avventura esotica nel nome di Kipling, come se la teoria del “fardello dell’uomo bianco”, cantata dall’omonima poesia dello scrittore britannico, non fosse proprio il concentrato di quel paternalismo razzista di cui anche la sottomissione fisica e lo sfruttamento sessuale della donna africana conquistata sono dirette conseguenze. Il ricorso al madamato viene presentato come una forma di rispetto delle tradizioni locali da parte di un ufficiale aperto e ben disposto nei confronti della popolazione conquistata (mentre per la truppa rimangono le sciarmutte) e non come qualcosa di riprovevole che mai lo stesso Montanelli avrebbe anche solo immaginato di compiere con una dodicenne italiana e dalla pelle bianca, prova provata, cioè, di quanto il senso di superiorità e di disprezzo verso i neri abissini sostanziasse il razzismo fascista in AOI. E come se non bastasse “Faccetta nera” viene interpretata come un inno all’integrazione, all’incontro tra popoli e razze, inneggiante alle unioni miste! Ne consegue che per Travaglio anche il madamato favoriva l’integrazione e il confronto paritario tra uomini italiani e donne abissine. Possibile che Travaglio non capisca (finga di non capire) che i provvedimenti di discriminazione e segregazione razziale introdotti in AOI nel 1936/’37 e che effettivamente, tra le altre cose, impedivano la frequentazione di sciarmutte e madame per evitare il rischio della nascita di meticci e della mescolanza del sangue, altro non erano se non l’altra faccia della stessa medaglia, che si chiama in un solo modo: razzismo? Una sola delle argomentazioni di Travaglio sopra riportate ci risulta corretta e condivisibile: la relazione consequenziale che stabilisce tra i provvedimenti razzisti africani del ’36/’37, che fecero da premessa, preparandone il terreno, e le leggi razziali antisemite del 1938, che sono pertanto da intendersi come parte integrante dell’ideologia e della politica fasciste degli anni Trenta e non come un’appendice posticcia, conseguente alla volontà di compiacere l’alleato germanico.

Va precisato che l’arringa difensiva di Marco Travaglio – così scomposta, approssimativa e piena di stonature, che probabilmente il suo destinatario non l’avrebbe desiderata – si riferisce ad un solo caso, quello di Montanelli, appunto, e non esprime l’intenzione di assolvere l’imperialismo fascista nel suo insieme; ma seppur riferita ad un solo individuo, essa presenta gli stessi stereotipi e i medesimi passaggi logici che, trasferiti ed estesi dalla parte al tutto, reggono e sostanziano il mito degli “italiani brava gente”, che anche quando interpretano il ruolo del colono conquistatore, quando prendono possesso e dominano terre e popoli ritenuti inferiori non perdono mai completamente quella bonarietà e quel sentimentalismo che ne contraddistinguerebbero l’indole. Ecco allora che l’«Arcitaliano» (così da numerosi suoi estimatori Montanelli viene considerato) coincide in toto con il «Buon italiano».

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02/06/2020

La figura femminile in un film e in 2 o 3 libri

di Mauro Baldrati

Recentemente ho visto Lo chiamavano jeeg robot. Niente male. È un film in controtendenza rispetto ai blockbuster americani coi supereroi, sempre attraenti, palestrati, mezzo guerrieri e mezzo comici, platonici, puritani. Il nostro, Enzo Ceccotti/Jeeg Robot, interpretato da un cupo, scontroso Claudio Santamaria, non lo è per niente. Non ha amici, non ride mai. Fa una vita povera e arida. In comune coi suoi fratelli patinati, per fortuna, ha un superpotere vero (l’ultra forza), e non qualcosa di inutile, come se per distinguersi a tutti i costi dallo stereotipo hollywoodiano l’eroe/non eroe dovesse per forza essere un tipo strambo, con un superpotere strambo. Enzo solleva un omaccio obeso che peserà due quintali e lo scaraventa in mezzo alla stanza. Sposta un intero tram. Strappa dal muro un bancomat. Sfonda a pugni lo sportello blindato di un portavalori.

I personaggi (pochi, essenziali, il che ci risparmia un faticoso inventario dei nomi) sono ottimamente rappresentati, soprattutto il malavitoso “Lo zingaro”, interpretato dal grande caratterista Luca Marinelli.

Uno solo non funziona. Anzi, se non rovina, quanto meno danneggia pesantemente il film: Alessia, la ragazza prima avversaria, poi amica e infine amante di Enzo. Querula, sciocca in modo imbarazzante, i suoi dialoghi con Enzo sono quanto di più noioso possano concepire un regista e uno sceneggiatore. Non vogliamo infierire, ma è spiacevole quando un’opera viene sfregiata da una caduta nello stereotipo. Alessia, fissata col cartone animato giapponese Jeeg Robot, di cui ci dobbiamo anche sorbire alcuni spezzoni, trasfigura in una creatura che vorrebbe essere pazzoide in modo creativo, dovrebbe far ridere e anche intenerire, invece, quando è possibile, ce la togliamo dalle scatole con l’avanzamento veloce.

Proprio questa figura femminile fallita mi ricorda invece uno dei tanti “compadri” (al femminile, commadri?) letterari: Linda, dal romanzo Il compagno, di uno dei più osannati, ma anche controversi autori del neorealismo in letteratura: Cesare Pavese. Anche lei è pazzerella, anticonformista, ma in quanto tale è perfettamente realizzata. È misteriosa quanto basta per ossessionare Pablo, che non sa quali segreti nasconda, quale doppia vita conduca. I loro dialoghi sono avvincenti, ne desideriamo sempre di nuovi, per capire, per sognare. Pavese non le applica la sua straziante misoginia, che invece troviamo qua e là, come una zavorra, nella sua opera. Un difetto che, purtroppo, ci impedisce di definire Pavese un grande scrittore; o meglio, è un grandissimo scrittore con un difetto. Perché non è riuscito a risolvere completamente questo sentimento nella narrazione, anche perché il suo rancore verso la donna (la madre? direbbe qualcuno) si porta dietro una tristezza e un senso di sconfitta che coprono il suo sistema vitale come un velo opaco.

Linda ricorda un’altra eroina che si caratterizza non solo per il detto, ma anche per il non detto, perché avvolta in un mistero impenetrabile: Mona di Henry Miller, la moglie un po’ pazza (l’autore è stato sposato con June Mansfield, poi ricoverata in un ospedale psichiatrico), disposta a tutto per aiutare il narratore Henry, scrittore sconosciuto e spiantato. Sappiamo che fa cose strane quando non è in scena, cose turche, cose disdicevoli. Forse si prostituisce con i ricconi, pur di guadagnare i soldi che permettano a Henry di andare avanti con la scrittura. Ma Miller non lo rivela, non alza il velo, perché proprio la qualità dello scritto permette di far intravedere i segreti del non scritto che fanno volare la fantasia. E Mona è viva, originale, una figura femminile carica di intensità.

E altre tre donne che in qualche modo si assomigliano, si completano: Albertine, Gilberte e Odette di Marcel Proust. Anche l’autore della Recherche è in qualche modo problematico con la donna (la madre? continuerebbe a dire quel qualcuno). Ma ne capolavorizza il mistero, che è insondabile, perché per quanto si accanisca, l’uomo, l’amante, non potrà mai svelarlo; e questa è la sua condanna, la sua discesa agli inferi. Il grande scrittore, per essere tale, usa i suoi demoni, li rende creativi, senza esserne vittima e ostaggio, come talvolta lo è Pavese.

Ma è vero anche il contrario. Madame Bovary non è misteriosa. Di lei sappiamo tutto. Se mente, sappiamo che lo fa e perché. È una sognatrice che vuole evadere dalla vita nell’alta società. E in questo è impotente, perché tutto è in mano all’uomo. Deve essere sottomessa, non ha, né può avere, alcun potere. L’unica sua risorsa è il corpo, l’amore, l’adulterio. E proprio in questa sincerità – che resta tale anche nella menzogna – sta la sua sconfitta. La sua tragedia. Che non è solo letteraria, ma lo è della donna come personaggio collettivo. E per questo diventa un’altra figura femminile di statura artistica immensa.

Questo confronto non ha lo scopo di peggiorare ulteriormente la povertà espressiva di Alessia, ma solo sottolineare come un regista e uno sceneggiatore, per essere “grandi”, debbano evitare di creare i personaggi in laboratorio, ma amarli, per renderli vitali. In Anna Karenina Tolstoj mette se stesso nella figura di Levin, per cui è dentro al romanzo, interagisce coi personaggi. Di Proust neanche a parlarne. Nella gelosia compulsiva di Swann per Odette c’è il suo amore, talvolta platonico ma ossessivo, per alcune donne, in particolare per Laure Hayman, mondana d’alto bordo, o cocotte, che è il modello principale di Odette.

Fonte

A volte ho l'impressione che pur di denunciare uno stereotipo a tutti i costi si finisca inconsciamente per cadere in altri stereotipi.
Mi pare il caso dell'autore di questo testo comunque interessante, che proprio non arriva a concepire il fatto che sceneggiatore e registra di "Lo chiamavano jeeg robot" si sono limitati a riprodurre la realtà di tante ragazze della più degradata periferia italiana che è tale non per pochezza del soggetto femminile di turno, ma per la merda sociale del contesto che le ha allevate. Nel personaggio di Alessia la cosa appare al sottoscritto abbastanza palese, soprattutto osservando il rapporto con il padre della ragazza e l'ambiente domestico in cui vive.

18/11/2016

Io la tentazione separatista la capisco

di Irene Chias*

Io la tentazione separatista la capisco. Come credo sia chiaro, non ritengo che femmine e maschi siano diversi per natura, non credo che esistano talenti specificamente maschili o femminili. Credo piuttosto alle inclinazioni individuali che, almeno in potenza, prescindono dai genitali con cui si viene al mondo.

Ma è vero anche che alla fine maschi e femmine si sviluppano in una maniera inevitabilmente differente perché differente è la collocazione che la cultura patriarcale ci impone o, nella migliore delle ipotesi, verso cui ci orienta.

E, pur non condividendole, non mi risulta difficile capire le ragioni, alcune almeno, di quelle femministe che rivendicano un posto simbolico solo per sé, un posto che escluda il sesso oppressore. Si può avere voglia di accompagnarsi a chi condivide un tratto specifico della propria storia personale, quello di essere nate col “sesso della paura, dell’umiliazione”, col “sesso straniero” per dirla con Virginie Despentes.

Partirei anche questa volta – come nella lettera che ti scrissi ormai due anni fa e che tu, ispirandoti a una frase contenuta nel testo, intitolasti Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero – da una mia esperienza personale, piuttosto banale se vogliamo.

Qualche mese fa mi è capitato di trovarmi con mio cugino, di oltre dieci anni più giovane di me, e con un suo amico. Quelli che si direbbero due bravi ragazzi. In particolare il suo amico è anche un mio vicino di casa, siamo in confidenza, mi ha inviata a cena con i suoi coinquilini in diverse occasioni, mi è venuto a prendere una volta che ero rimasta a piedi, mi ha accompagnata a visitare delle case per un eventuale acquisto che ancora non mi sono decisa a fare. Ma queste sono divagazioni. Il punto su cui concentrarsi è: bravo ragazzo.

Quella sera d’estate che trascorsi con lui e mio cugino, mi sorprese definendo cagne delle donne nude le cui foto un amico gli stava mandando via whatsapp. Rideva e ci riferiva, direi con candore, delle battute che si scambiava con questo interlocutore via chat. Cose come: se continui a mandarmi queste foto dovrò aprire un canile.

Quando gli ho fatto notare che questo scambio trasudava misoginia senza possibilità di equivoco e gli ho chiesto se non credesse che questo modo di scherzare non solo dimostrasse una forma mentis, ma in qualche modo anche la creasse e la rinforzasse, lui mi ha risposto: ma noi scherziamo, le donne mica le trattiamo davvero così. La forma mentis del sessismo per gioco mi disturba. “Ma si fa per ridere, non essere bacchettona” è una frase che con maggiore probabilità ti arriverà da un uomo.

Ora è chiaro che il maschilismo è trasversale alle classi sociali, alle grandi ideologie politiche, e spesso anche al genere di appartenenza. Ci sono donne maschiliste in ogni dove. Ma è anche evidente che gli uomini partono fin dalla prima infanzia da una posizione diversa, per cui in certi momenti è il caso di sottolineare il bisogno di denuncia del privilegio maschile che spesso gli uomini non percepiscono neanche. È vero che ci sono quelli che si interrogano sul loro stare al mondo anche da una prospettiva di genere, sul sessismo insito nella loro cultura, che non tacciono davanti a manifestazioni sessiste. Ma è vero anche che è molto meno automatico e frequente di quanto non sarebbe auspicabile.

Il mondo è pieno di “bravi ragazzi” che a conti fatti sono maschilisti. Per cui, pur non condividendola, capisco la tentazione separatista. Pur ritenendo parziale la dicitura Violenza maschile sulle donne spesso usata, ed erroneamente, come sinonimo di Violenza patriarcale (della società patriarcale fanno parte a pieno titolo molte donne che ne perpetuano i valori), capisco la tentazione separatista come rivendicazione di uno spazio simbolico, e anche fisico, tutto per sé. Tuttavia una manifestazione secondo me non è il posto giusto per proclamare una divisione di questo tipo.

Inoltre, a conti fatti, ci sono anche tante donne con cui ritieni di poter conversare serenamente dando per scontato un territorio comune di condivisione di valori in quanto anche loro esponenti del sesso oppresso, che poi però danno della troia a una per i suoi costumi sessuali, o tirano fuori frasi come “per un uomo è diverso, l’uomo non ha bisogno di essere bello, la donna sì”, o ancora “le donne non sanno guidare”.

Detto questo, fatta insomma una premessa di segno totalmente diverso, devo giungere alle stesse conclusioni di due anni fa: sono molto più vicina al mio amico Luca, che si interroga sul suo modo di stare al mondo, in coppia, in società anche attraverso una prospettiva di genere, che alla mia conoscente RS, secondo cui “noi donne siamo per natura più romantiche, più dolci, più attente ai sentimenti, più bisognose di amore”. Eppure, anche se preferirei marciare al fianco di Luca in una manifestazione contro la violenza patriarcale, non impedirei a RS di manifestare anche lei, come non lo impedirei alla mia vicina trans brasiliana di professione prostituta anche se alle 3 del mattino mi sveglia con gli schiocchi delle sonore sculacciate inferte alle natiche dei suoi diversissimi clienti.

Mi sono abituata a dormire con i tappi di gommapiuma e, dato il presupposto di buona fede fino a prova contraria, a nessuno precluderei una manifestazione contro la violenza maschilista, la violenza contro le donne, che fa male a tutti: trans MtoF, trans FtoM, maschi, femmine e cantanti.

E prima o poi riprenderò la ricerca di una casa nuova e abbandonerò i tappi.

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14/10/2016

Caro #Miccio: io mi vesto come cazzo voglio!

Lei scrive:

Ciao cara, mi chiamo Loba, ho 29 anni quasi 30 e vengo da Bologna. Ti scrissi tempo fa per la campagna body shaming, mandai la foto dei miei rotoli di ciccia nella pancia, e tra l’altro ricevetti dalle lettrici e lettori anche commenti per niente tolleranti sulla maglietta con la scritta vegan che indossavo in quel momento – a casa – per lo scatto. A questo proposito ti dico il motivo per cui ti sto scrivendo: ho letto l’articolo sulla ragazza dai capelli azzurri diventata bersaglio di Enzo Mucci o Muzzi (sarebbe Miccio ndb) non so manco come si chiami, quello di quella trasmissione aberrante che è “Ma come ti vesti?!”

Saró breve, quello che secondo me è allucinante di tutta la questione non è avere o meno la disponibilità economica di vestirsi secondo standard estetici approvati da sedicenti esperti di moda.

La questione è che una/o si può e deve vestire come cazzo vuole. Senza sentirsi discriminata/o da borghesi altolocati che hanno fatto della discriminazione e dello shaming la loro – miserissima – esistenza.

Sono un medico, non sono ricca, non è quello il punto. Ho la fortuna di arrivare a fine mese, ma questo non vuol dire che debba spendere 300€ in una cazzo di camicia, o borsa, o trampoli per compiacere il patriarca (maschio e femmina) di turno.

Ho i capelli tinti di grigio, li ho avuti viola, rossi, biondi, neri corvino, sono piena di tatuaggi e mi vesto non esattamente come ci si aspetterebbe dai canonici medici fatti in serie. Al liceo ero il bersaglio dei peggiori commenti su come il mio grasso culo del sud non stesse bene nei pantaloni che sceglievo di indossare, o su come mi truccavo o vestivo in generale. Tutto questo perché non rispecchiavo gli standard dei bimbiminchia del momento. Il mio culo mi piace e piace molto anche a chi lo vede vestito o nudo – la mia vita non cambia tra l’altro se a qualcuno non piace – e i bimbiminchia in questione sono finiti in qualche camerino da perfetti modelli a iniettarsi bomboni di anabolizzanti e a sniffare cocaina per cercare di essere all’altezza di quegli stessi standard.

Ma chi l’ha deciso che io sia la vittima di quello che chiamano il “cattivo gusto”? Chi l’ha deciso che a me quel gusto non piaccia? Che debba essere salvata da squallidi sfigati che mi camminano dietro in strada, o che stanno in televisione o da qualsiasi altra parte, che non vedono l’ora di farmi la paternale e di giudicare come vivo la mia vita, attraverso cosa compro o non compro, come spendo o non spendo i miei soldi per vestirmi?

Non li voglio nascondere i miei fianchi, non voglio nascondere il mio grasso culo del sud, non voglio valorizzare un cazzo se non lo decido io, non voglio espormi agli sguardi di papabili compratori. E soprattutto i miei vestiti o il modo in cui mi pongo non sono strumentali alla ipotetica fruibilità della mia immagine verso il “pubblico”.

È veramente possibile che non siamo libere/i di metterci sopra il corpo, che è veramente l’unica cosa che siamo e che ci rimane, qualsiasi cazzo di cosa ci venga in mente di metterci prima di uscire?

E chi sono i Mucci di turno, dall’alto dei loro giudizi altolocati, borghesi e miopi, con derive non troppo velate di autoritarismo, per esercitare potere sui nostri corpi?

I capelli di quella ragazza sono stupendi, povera, ricca o miliardaria che sia. Anzi, se leggerà mai questo post, le chiedo di non scrivere a quella trasmissione di merda, di fare quello che vuole fare non perché glielo dice qualcuno, di rimanere con quei bellissimi capelli azzurri e lo zaino matchato, le auguro di fare il possibile per rimanere come la fa sentire più a suo agio. E non di diventare la cavia di quei tristi esperimenti di moda che non fanno altro che sfornare figure tutte uguali, ingrigite, sbiadite ed espropriate di qualsiasi personalità. Se vuole cambiare look che lo faccia, ma solo perché lo vuole lei e perché lo voleva già fare. Non perché messa a disagio da chiunque.

Concludo dicendo, caro Enzo Mucci o come cazzo ti chiami, non mi avrai mai!



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09/02/2014

#Bulle: se l’alternativa alla bulla è la fanciulla in stile medioevale!

C’è un litigio tra due adolescenti. I media parlano di uno scazzo per “motivi sentimentali“, cultura del possesso e affini, insomma. Quel ragazzo è mio e allora ce l’ho con lei che difende quella che lo frequenta e tra una parola e l’altra arrivano i calci in testa, gli schiaffi, l’ha menata, con tutto il pubblico attorno prima divertito, intento a filmare per avere la dose di accessi quotidiana sul proprio post facebook, poi, solo poi, timidamente, una persona interviene, due ragazze, una aiuta la picchiata a rialzarsi e un’altra tiene bloccata la picchiatrice. Commento a posteriori dei presenti: “ha fatto bene perché quella là se l’è cercata“. Di altri pensieri dedicati contro la picchiatrice invece parlo qui.

Su facebook i commenti alla vicenda in ambito femminista sono di vari tipi. Frequentemente si attribuisce la violenza commessa da una persona di sesso femminile al fatto che avrebbe interiorizzato modelli maschili. E’ una visione che se ci ragioni su diventa anche un po’ sessista e omofoba. Lo stesso si dice dei “maschi” quando  si comportano non da “uomini veri” e perciò vengono chiamati femminucce.

Però se è una femminista a dire che una ragazza è un “maschiaccio” qualcuno potrebbe perfino scambiarlo per antisessismo. Vi dico che non lo è. E’ sessismo o è una esasperazione del femminismo della differenza che reputa, a volte, le donne migliori, diverse, perché presumibilmente, geneticamente, per indole, materne, gentili, carucce, con predisposizione al ruolo di cura (e questo pensiero ci obbliga ad assumere i ruoli di genere di madri/mogli/badanti/infermiere/servizievoli) e in generale semplicemente vittime.

Sei vittima quando ti picchia un uomo e anche quando sei tu a picchiare. Lui è un carnefice quando picchia una donna e lo è anche quando è lei che picchia qualcun@. La dicotomia vittima/carnefice non ammette deroghe. E’ così e basta.

L’altro commento che deresponsabilizza la ragazza è quello che punta sul mancato aiuto da parte dei presenti.  Qui si sollecita un paternalismo e un patriarcato (buono) di ritorno. I ragazzi, teoricamente addestrati a percepire la grave violenza giusto se quella viene inflitta da un uomo, dovrebbero intuire la pericolosità di quel che sta avvenendo ai danni di una ragazza picchiata da un’altra ragazza e intervenire. Ma la stessa indifferenza la trovi spesso quando c’è di mezzo una azione di bullismo. Ci sono ragazzini e ragazzine che ridono se un ragazzino inerme viene picchiato e molestato, siamo nella società dello spettacolo in cui basta una telecamera a prendere distanza dai sentimenti e di empatia se ne realizza zero. Filmare una scena sembra essere l’unico modo per intervenire. Tanto per divertirsi. E’ tutto qui.

Troppe contraddizioni e ancora serve fare chiarezza. C’è la cultura antiviolenza che ragiona di violenza di genere, quella inflitta in relazione al ruolo di genere che ti viene imposto (sei mia, di nessun altro, il tuo corpo è mio e quindi non puoi abortire, tu mi appartieni, il tuo corpo è oggetto e non tengo conto della consensualità perciò ti stupro, eccetera) che giustamente si riferisce all’assoggettamento del corpo femminile alle imposizioni di una cultura che quei corpi li vuole obbedienti rispetto ad una cultura patriarcale. Ma la cultura del possesso te la ritrovi legittimata nelle discussioni tra presunti antisessisti che esaltano il valore della fedeltà coniugale nel caso Hollande, nelle vicende relazionali in cui una lei uccide un’altra lei, sua ex compagna, perchè le ha detto no, in cui un lui, uccide un altro lui perché ha detto no, in cui una lei uccide o delega ad altri di acidificare un suo ex perché, ancora, ha detto no.

Se poi parliamo di stalking viene fuori che ci sono dei violenti che non mollano la ex compagna per anni, lo stesso fanno alcune donne che più spesso esercitano una violenza per interposta persona: se la prendono con le nuove compagne, esattamente come ha fatto la bulla di cui stiamo parlando. Sullo sfondo c’è sempre lo stesso motivetto che recita un “sei mio e di nessun altro e quell’altra è una gran zoccola“. Quante volte lo abbiamo sentito? Quante volte lo abbiamo letto? Quanta cattiveria, perfidia, tra donne, si legge anche per queste ragioni? E questa violenza è percepita in quanto tale o piuttosto la affrontiamo di straforo?

Una delle ragioni per cui da anni mi occupo di bullismo tra ragazze e donne è il fatto che penso ci sia un grande velo di omertà che la copre, giustifica, una cultura della quale anche un certo femminismo è in qualche modo complice involontario, perché se insisti nel raccontare che le ragazze e le donne violente, se e quando lo sono, avrebbero introiettato modelli maschili, stai continuando non solo a offrire una giustificazione morale, ché essere considerate sempre vittime ci permette di realizzare la tirannia delle buone intenzioni in modo ampio, ma stai tra l’altro costringendo in un ruolo di genere anacronistico, medioevale, le donne.

Lo stesso ragionamento, in genere, quel certo femminismo lo fa quando c’è da giudicare (male) le ragazze che scendono in piazza e lanciano sanpietrini. “Violente”, le chiamano, dicono che si tratti di machismo perché le donne sono rosa e al più vanno in giro con il rosario (scherzo!), nel senso che le brave signorine fanno balletti per sensibilizzare la gente, non si difendono dal lancio dei lacrimogeni indossando una maschera antigas e lanciandoli indietro. Non è da femmina. Sono gli uomini quelli che combattono (anche per i nostri diritti?) e che resistono. Le donne dovrebbero restare a casa a fare la calza. Si si. Vaglielo a dire alle partigiane e alle combattenti di mezzo mondo.

Il punto è che non siamo angeliche, non siamo sempre vittime e non siamo in attesa di patriarchi e tutori che ci salvino. Bisogna liberare l’aggressività, la rabbia, in senso positivo e ci sta che quella aggressività e rabbia sia usata in senso negativo. A quel punto bisogna assumercene la responsabilità e offrire un ragionamento che sia un minimo più complesso, senza arginare quella rabbia, senza ricondurci al ruolo di damine ottocentesche timorose di Dio. Rimuovere qualcosa che ci caratterizza, come caratterizza ogni essere umano, non ci fa bene. Non ci fa bene affatto. Perché se non ne parli, se non parli della violenza, diretta o indiretta, che le donne praticano, se ci obblighi entro un sessismo normativo che normalizza le nostre azioni, non ci sarà mai modo di rappresentare il fatto che siamo umane, imperfette, e che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Solo così, forse, potremo dirigere in positivo l’aggressività e la rabbia liberate, non rimosse.

Un ultimo punto da chiarire e poi vi lascio: le donne uccidono meno, sono “meno” fisicamente violente. E’ vero. Ma lo sono anche perché quella aggressività che sfocia anche in violenza è stata lungamente frustrata, rimossa, repressa da una cultura che ci voleva angeliche, “femminili”, aggraziate, dedite alla cura e bla bla bla. Le donne si sono sentite moralmente in diritto di usare armi e assumere ruoli fisicamente violenti quando la storia, il consenso attorno, lo consentiva (vedi le soldatesse in giro per il mondo). Diversamente, anche perché in passato dal punto di vista fisico le donne erano spesso meno attrezzate di chi aveva più muscoli e sapevano di poter soccombere in uno scontro alla pari, hanno sviluppato altre strategie. Intanto è più plausibile che alcune donne mollino schiaffi ai figli e alle persone più fragili, come dimostrato da ruoli esercitati da donne, pensate alle naziste, in relazione a chi resta in una condizione di totale subordinazione e inferiorità. Poi vi sono molti esempi in cui le donne semplicemente delegano la violenza ad altri. Esaltano la funzione tutoriale e patriarcale per metterla al proprio servizio. Le storie del passato, le opere letterarie, scritte anche da donne, sono piene di esempi di sovrane, nobili, donne manipolatrici che hanno mandato a morire uomini per fare loro combattere guerre che avrebbero voluto sostenere loro stesse. Ancora oggi è più facile leggere che una lei assoldi un killer per fare ammazzare qualcuno piuttosto che compiere un assassinio di persona.

Perciò alcune donne hanno sviluppato una maniera indiretta di esercitare violenza. Il pettegolezzo è un’arma letale, tanto quanto il veleno usato dalle nobildonne di un tempo. La diffamazione continuata contro l’altra persona che si intende colpire, le parole dette qui e là per rovinare la reputazione di qualcun@, la confabulazione, sono pratiche che vedi messe in atto dalle ragazzine sin dall’infanzia. Ai danni della compagna grassa, quella povera, quella bella, quella che viene vissuta come una rivale, perché la competizione non è solo “maschia” ma è una roba delle relazioni umane che appartiene a chiunque, e gestirla malamente e in modo scorretto per togliersi di torno, isolare, fare del male a qualcuno è infatti una delle caratteristiche più frequenti che alcune ragazzine insicure mettono in atto nelle pratiche di bullismo. La stessa maniera di rivolgere odio è pratica corrente di persone di ogni tipo sui social network. Per cui, possiamo dire, che la violenza indiretta è diventata pratica di chiunque.

Oggi le ragazze sono fisicamente meno gracili, non sono provate da anni e anni di gravidanze e non hanno tremila figli da gestire. Sono cresciute in altezza e sono fisicamente dotate di muscoli. Una ragazzina di 12 anni può serenamente mettere al tappeto un coetaneo e l’aggressività nelle fanciulle non è più, per fortuna, così stigmatizzata o quando lo è, purtroppo, viene riproposto in alternativa, di nuovo, il modello della donna angelo, femminile, composta, muta, mai arrabbiata.

Bisogna trovare una via di mezzo a tutto questo. Cominciare con l’ammettere che le ragazze praticano violenza sarebbe una ottima cosa. Serve ragionare dell’argomento senza facili moralismi e pratiche di demonizzazione che sforano nel pregiudizio di genere e alimentano la misoginia. Poi smettere di dire che per “natura” le ragazze dovrebbero tornare a fare le mamme/curatrici dei nuclei familiari o al massimo le intrattenitrici sessuali. Smettere anche di chiamare “violente” le ragazze che reagiscono agli abusi. Istituzionali, fisici. Perché gli stereotipi a volte arrivano anche da chi dice di volerci difendere. E in quel caso non ci difende. Non ci difende affatto.

E no, neppure questa ragazzina è un mostro. Il fatto di volerla fare sembrare tale, con il rilievo dato sui media, per la stranezza che secondo molti i calci dati da una ragazza rappresenterebbero (ché viene considerato più normale se a darli è un ragazzo) implica che non si vuole vedere il fenomeno per quel che è. Parlare di violenza senza demonizzare nessuno, che siano donne o uomini, sarebbe già un inizio.

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