Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/04/2019

Non fate finta di nulla: la baby gang di Manduria è espressione di un senso comune

“E voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava
una volta per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora non
cantiam vittoria troppo presto
il grembo da cui nacque è ancora fecondo“.

Bertolt Brecht

(La resistibile ascesa di Arturo Ui)

Antonio Stano, il 66enne di Manduria soccorso in casa dalla polizia il sei aprile scorso è morto in ospedale dopo circa 20 giorni di ricovero e due interventi. 14 ragazzi di cui 12 minorenni da anni picchiavano, seviziavano ed insultavano questo operaio pensionato che in paese era noto come “il pazzo” ma solo perché Antonio viveva isolato e abbandonato a se stesso. Antonio era terrorizzato e brutalizzato dai bulli che poi si scambiavano i video degli atroci maltrattamenti messi in atto nei confronti di Antonio su Whatsapp.

Ma perché succede questo? Perché è stato preso di mira proprio Antonio?

1. Antonio Stano era un uomo solo, non aveva famiglia né figli. Quella famiglia tradizionale che viene innalzata ora come un vessillo contro tutte le altre famiglie e/o forme di relazione e vs tutte le alterità tout court che vengono additate dalla nuova moderna reazione come devianze e perversioni che porterebbero all’autodistruzione dell’intera società;

2. Antonio Stano soffriva di disturbi mentali ma non era né assistito né supportato né aiutato da nessuna struttura. Mentre per Franco Basaglia la causa della malattia mentale risiedeva nella relazione tra individuo e società, per il nuovo/vecchio senso comune la malattia mentale ritorna ad essere una colpa atavica dell’individuo che pertanto deve essere punito, cancellato;

3. Antonio Stano era povero, viveva in una casa modestissima e la sua condizione psichica ed esistenziale non lo indussero a curare le apparenze, le pubbliche virtù e le convenzioni del piccolo centro di provincia. Anche la povertà , per il nuovo senso comune, per di più se non nascosta, occultata e se, addirittura, ostentata, è una colpa atavica dell’individuo che “non si è dato da fare”, che è uno “sfigato” , un “barbone” ecc… Comunque nemico del nuovo “decoro” sussunto anche dalla sinistra come nuovo valore fondante. Un principio che non si applica ai ricchi i quali non hanno bisogno di imporsi regole di decoro perchè il loro valore si manifesta nell’ostentazione del lusso e di uno stile di vita che tradisce l’assoluta noncuranza verso i limiti imposti a tutti gli altri mortali. Anzi, per i ricchi l”indecenza” è snob mentre ai poveri il decoro è imposto aizzando un ceto medio impoverito e impaurito alla ricerca del riconoscimento di status perduto. Il decoro come arma che serve ai detentori del potere quale giustificazione per reprimere e schiacciare le proteste di chi è escluso e deprivato di ogni diritto.

Chi ha seminato questo nuovo-vecchio senso comune?

La sinistra, appunto, da quando ha abbandonato gli ideali di solidarietà ed uguaglianza per sposare quelli dell’ultraliberismo e della competizione globale abbandonando gli ultimi, i diseredati e gli sfruttati al loro destino. E così ha cominciato a parlare di ” decoro” come una qualsiasi destra conservatrice e ci ha fatto pure una legge ad hoc.

Dopo l’attuazione del Decreto Minniti nei confronti dei migranti con la conseguente decisione di finanziare Stati dove i diritti umani sono quotidianamente violati, e dopo aver stabilito che i migranti non avevano diritto agli stessi gradi di giudizio degli italiani, la lotta contro i poveri e le persone colpite dalla crisi economica ( gli sfrattati, i licenziati, i disoccupati…) continuò, sempre nel 2017, con l’emanazione di un nuovo Decreto sempre a firma del Ministro dell’interno Minniti che dava facoltà ai sindaci di “normalizzare” le città adottando provvedimenti repressivi sempre contro le fasce deboli colpite dalla crisi sociale ed economica.

All’indomani del Decreto arrivarono le ordinanze dei Sindaci per “preservare il Decoro Urbano dei centri storici e la tranquillità” delle persone “ricche” e dei turisti portatori di denari non alle città, ma essenzialmente ai commercianti.

Così a Dicembre a Como un Sindaco leghista emanò un’ordinanza che vietava alla cittadinanza di donare cibo, bevande e vestiti ai poveri mentre la Polizia Locale arrivò al punto di impedire ai volontari della Caritas di fornire assistenza agli indigenti della città.

Così come al nord un Sindaco leghista utilizzò subito un decreto del ministro PD Minniti, così a Roma la giunta Cinque stelle si assoggettò tranquillamente all’ordine del governo PD, mandando i gruppi speciali della Polizia Locale a “bonificare” l’area vicino la stazione Termini dalla presenza di senza fissa dimora.

E la destra? La destra rappresentata dalla Lega Salviniana cui il M5S ha aperto autostrade( facendosi complice, fin qui, dei peggiori provvedimenti) mentre finge di ripristinare pezzi di welfare in caduta libera, alimenta la guerra tra poveri, semina odio razziale e si scaglia contro ogni differenza nel nome di una “identità” tradizionale che serve solo da premessa a giustificare derive autoritarie e repressive presenti e future.

Dunque, cosa c’era di meglio, in Italia, che ridare fiato ad un patriarcato in crisi profonda mentre si va a ripescare l’immagine di una donna sforna-figli ed angelo del focolare per “fermare la sostituzione etnica” e per ricondurre quest’ultima al “suo ruolo naturale”?

Ecco, questi concetti, che credevamo sepolti dalla storia, sono riemersi e viaggiano nei talk come non mai nei social network, forti di una nuova ri-leggittimazione dall’alto, che proviene direttamente da quei ministri della repubblica che godono pure del favore dei sondaggi. Almeno per ora non avranno uno sbocco legislativo ma stanno ri-seminando un nuovissimo-vecchissimo senso comune.

Nel deserto di idealità, progetti, utopie, la forza coesiva dell’odio e della paura, torna a fare da padrona e ci sgrava del peso della colpa e delle responsabilità, individuali e collettive. Si invoca una presunta “comunità” che ci restituisca l’ordine perduto.

Nelle fasi di crisi, in quelle economiche ma soprattutto in quelle di civiltà, lo straniero(ora il migrante), il diverso, il disadattato ed il “matto” sono tutti additati come portatori di dis-ordine che tuttavia ci possono confermare nell’ordine. È la loro dis-umanità che può confermare la nostra umanità. Questo paradosso in tedesco è illuminato dalla parola Un-mensch: bruto, letteralmente non-uomo. In una pagina tragica del novecento si crearono non-uomini e sottouomini (Untermenschen): mostri e pericoli da internare in lager e manicomi.

Anche nel nostro nuovo mondo globale animato da questo nuovo-vecchissimo sentiment non c’è posto per quelli come Antonio al quale non è certo bastato non essere un “negro” per sopravvivere a questa ondata di cieco e sordo rancore per i diversi, per gli ultimi, per i poveri, per i più sfortunati e per i “matti”.

In tal senso la baby bang di Manduria come tutti coloro che si sentono legittimati a commettere violenze nei confronto di immigrati( in primis i fascisti), omosessuali, diversamente abili, homeless e malati psichici coerentemente incarnano questo senso comune che è entrato di prepotenza nel discorso pubblico e che promana ormai da troppo tempo in quantità industriali da social, media mainstream e che pretende di occupare – ed occupa – spazi pubblici e pubbliche istituzioni.

Fonte

01/05/2018

Bullismo e violenza nelle scuole? Conseguenza di scelte ben precise.

Le scorse settimane i mass media hanno ripreso a parlare di scuola. Per denunciare i tagli, il disinvestimento, le condizioni sempre più difficili in cui sono contretti a lavorare insegnanti e personale? No: il tema è il bullismo, le aggressioni verbali e fisiche subite dai docenti, documentate in rete ed oggetto di disquisizioni sociologiche che sono addirittura sfociate in analisi di classe.

Gli alunni degli istituti tecnici sono più violenti ed aggressivi di quelli dei licei; più il giovane appartiene a classi sociali basse, più il rischio che sia indisciplinato è alto.

Sembra incredibile, ma quello che è emerso dal dibattito è più o meno questo.

Non una parola, o comunque molto poche, sulle cause di aggressività e violenza: il disagio sociale, il depauperamento culturale assolutamente voluto in anni di folli riforme scolastiche, la mancanza – spesso – di strumenti e di prospettive anche economiche per gli insegnanti.

Abbiamo provato a portare l’analisi su un terreno meno retorico e più concreto, più vicino alla realtà dei fatti, in questa intervista con Flavia Manzi, dell’ Esecutivo Nazionale USB Scuola.

Siamo reduci da un periodo di polemiche e di interventi – molti dei quali a sproposito – su scuola e bullismo. Parliamo del video dello studente di Lucca che aggrediva il professore colpevole di avergli dato un voto basso.

Si è parlato di bullismo, appunto, di aggressività, di cattiva educazione dei giovani. In pochi hanno parlato, invece, dei contesti: le difficoltà oggettiva che chi lavora nella scuola incontra a causa del costante disinvestimento che ormai da troppo tempo viene applicato alla scuola ed alla cultura in generale dai governi e dalle classi dirigenti. Forse dovrebbe essere questo l’aspetto su cui dibattere, non trovi?

Io penso che il problema non nasca oggi. Quello che ci troviamo ad affrontare oggi è l’estrema conseguenza dell’impoverimento della scuola pubblica italiana. Impoverimento non solo dal punto di vista delle risorse economiche, ma sopratutto dal punto di vista del ruolo che la scuola è chiamata a svolgere nell’educazione dei ragazzi.

Credo che ormai siamo arrivati ad una situazione non dico di non ritorno, voglio sperare di no, ma certamente di grande difficoltà. La scuola sta andando inevitabilmente in tilt. E’ chiaro che episodi come quelli che si stanno verificando sono legati a come in questi anni la scuola è cambiata ed è stata fatta cambiare, perchè i vari governi – destra, centro e pseudo sinistra – hanno lavorato affinchè la scuola pubblica diventasse quello che purtroppo è oggi.

La scuola non è più un luogo dove si fa cultura: i tagli di personale, di organico, hanno portato a vivere una situazione di perenne emergenza.

Partiamo dalla scuola primaria, dove sono state tolte le compresenze: prima c’erano due docenti, che potevano fare un certo tipo di interventi all’interno delle classi, pensiamo magari alle classi più difficili.

Per risparmiare, le compresenze sono state tolte.

Passiamo alle superiori, dove l’obbiettivo pare sia quello di creare – sopratutto agli ultimi governi, un po’ lo specchio dell’esasperazione del capitale – generazioni di giovani “passivi”, privi di strumenti critici per affrontare la realtà. Per raggiungere questo obiettivo, quale migliore strumento di una scuola che non forma? Ed infatti – fateci caso – ormai nelle superiori non si parla più di conoscenza ma si parla di competenza, che è un concetto estremamente diverso.

E quindi disinvestire sulla scuola pubblica – secondo questo ragionamento – diventa strumentale al raggiungimento di un obiettivo?

Beh, si sta lavorando e si è lavorato da anni per creare una “scuola di classe”, per creare una divisione tra scuole di serie A e di serie B.

Quello che afferma ad esempio Michele Serra (“il livello di educazione è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”) è delirante: è chiaro che ci sono delle situazioni più difficili, ma è proprio lì che la scuola deve essere in grado di intervenire e di andare a sanare le situazioni di difficoltà e disagio sociale.

Ma questa funzione della scuola pare non interessare a nessuno: creare una generazione con meno cultura e meno spirito critico è più funzionale agli obiettivi politici che adesso sono rilevanti per chi governa.

C’è anche una questione di maggiore visibilità mediatica che poi si presta a strumentalizzazioni di vario genere…

Questi atti di “bullismo” vengono messi alla ribalta, per continuare a screditare la scuola pubblica. Aggiungo che non sono affatto convinta che situazioni del genere non si verifichino nei licei, nelle scuole “bene”: credo sia probabile anzi che l’unica differenza sia il tipo di “copertura”, forse anche perchè risulta più mediaticamente interessante evidenziare il disagio sociale delle classi più deboli.

Disagio sociale che però è reale…

Il disagio c’è, è ovvio. Ma c’è perche questi ragazzi, sia quelli delle scuole “bene” che quelli delle scuole professionali – di questo stiamo parlando – che futuro hanno di fronte? Il problema reale è il furto di futuro che è stato perpetrato ai danni delle giovani generazioni da parti di classi dirigenti e governi che nel corso degli anni hanno sottratto cultura, possibilità di lavoro e prospettive.

A volte questi ragazzi non hanno nemmeno la coscienza che attraverso la scuola passa, e deve passare il loro riscatto. Nessuno glielo insegna, nessuno glielo dice. Siamo in un mondo di capitale esasperato dove è diventato più importante l’avere piuttosto che l’essere.

Se non andiamo a ribaltare questa logica i ragazzi utilizzeranno gli strumenti che conoscono: la violenza, la sopraffazione, che è ciò che vivono tutti i giorni. Chi più ha, chi è più forte comanda.

Il problema è complesso, e ha le sue radici nella modificazione della società, che poi diventa inevitabilmente la modificazione della scuola.

In questa prospettiva, quale è la situazione in cui lavorano i docenti?

La legge 107 ha creato una situazione drammatica, sopratutto nelle scuole superiori. Docenti sradicati dalle proprie realtà, dai propri affetti, costretti ad “emigrare” per lavorare: dal sud al centro o al nord… Vanno ad affrontare il loro lavoro senza la serenità necessaria, anche perchè non dimentichiamo che un docente percepisce uno stipendio medio che è al di sotto dei duemila euro. Come fa quell’individuo ad essere tranquillo, mantenere se stesso fuori casa e magari mantenere una famiglia in un’altra città? Questo aspetto conta molto, quando andiamo a parlare di livello e qualità dell’insegnamento. Una persona tranquilla, che percepisce un giusto salario, che vede la propria esistenza risolta sicuramente è in grado di trasmettere in modo diverso da chi magari ha la moglie o il marito a seicento chilometri di distanza. Chi vive difficoltà esistenziali è probabile che sia concentrato più ala sua sopravvivenza che al produrre un tipo di insegnamento pregnante, che vada ad incidere profondamente nella formazione dei ragazzi. Questo è un aspetto importante, un problema non da poco.

Parliamo anche di scuola privata: forse la vera distinzione, a proposito di classismo scolastico, andrebbe fatta tra pubblico e privato?

L’attacco alla scuola pubblica, che poi è l’attacco a tutta la pubblica amministrazione, è un dato di fatto. Non è un caso che praticamente tutti i governi abbiano stanziato finanziamenti per le scuole private diminuendo quelli per le scuole pubbliche. Chiaramente questo comporta delle conseguenze: la spinta verso la privatizzazione dell’istruzione è enorme. Una istruzione gestita dagli enti ecclesiastici, dalle finanziarie, dalle aziende… di questo stiamo parlando.

E’ vero che esiste una diversificazione tra licei ed istituti tecnici e professionali, ma è importante dire che questa diversificazione è stata fortemente voluta per andare a ghettizzare il giovane proletario – che tale rimane, anche se con una accezione diversa da quella che era un tempo. Ragazzi che hanno meno opportunità, e a cui la Costituzione garantirebbe uguale accesso alle occasioni di crescita e di sviluppo personale.

Ma non è così, e più andiamo avanti più questa cosa diventa evidente, creando una frattura all’interno stesso della scuola pubblica, con scuole da cui poi si va all’università privata o di qualità, ed altre invece – magari in periferia – che vengono gestite come scuole di livello inferiore.

Anche questa è una scelta?

Si. Una scelta chiaramente espressa dai governi. Come una scelta è stata quella di depauperare i programmi degli istituti tecnici, che vedono ridotte le ore di italiano, che non fanno filosofia, e che vedono ridotte tutte le ore di quelle materie che sono formative e che portano alla conoscenza e non alla competenza. Tutto questo all’interno delle scuole si vive, si sente: una vera e propria diminuzione di richiesta di cultura.

L’ “altenanza scuola-lavoro” è quindi la realizzazione pratica, il passaggio finale dalla conoscenza alla competenza?

Si. E’ una concezione sempre più radicale della scuola, che tra l’altro abitua al lavoro gratutito. Ho assistito ad esperienze di alternanza scuola-lavoro incommentabili. E’ il tentativo esplicito di creare generazioni che non si fanno domande: sul lavoro che andranno a fare, su quanto verranno pagati, su quali sono i loro diritti. Educarli fin da piccoli, fin da sedici anni, a lavorare gratis e senza diritti. Sottraendo oltretutto un numero importante di ore di scuola all’apprendimento, alla cultura! Ecco il tentativo di abbassare il livello: duecento ore di alternanza scuola-lavoro non sono poche, quattrocento negli istituti tecnici. Sponsorizzata dalle aziende, spesso i ragazzi vengono fatti lavorare senza una formazione sulla sicurezza, ed abbiamo anche assistito ad incidenti… Chi si offre di ospitarli di fatto vuole manodopera gratuita, l’obiettivo formativo è secondario.

Ore sottratte alle lezioni: togli ore, togli materie, togli strumenti a questi futuri cittadini che saranno più ricattabili, ma proprio perchè in possesso di meno strumenti, più propensi ad utilizzare quello che hanno a disposizione, che spesso è il ricorso alla violenza ed alla sopraffazione. Ed eccoci dunque arrivati al bullismo, all’aggressività ed ai video su youtube.

Fonte

12/05/2016

Perché una ragazza che fa sesso deve subire la violenza dei bulli?

Lei scrive un messaggio che è anche una richiesta di aiuto. Come spesso accade il fatto che abbia una vita sessuale diventa motivo di dileggio, persecuzione, molestia, di cyberbullismo. E se ancora oggi una ragazza non può avere una vita sessuale perché la mentalità è sessista e giudica le donne delle poco di buono se a loro piace fare sesso significa che c’è qualcosa che non va. Perché degli stronzetti pensano di poter infierire così su una ragazza? Se non sapessero che lo stigma nei confronti di una adolescente che fa sesso e ne parla è così forte evidentemente non avrebbero niente a cui appigliarsi. Invece sono intrisi di mentalità maschilista fino al midollo, per cui se loro fanno sesso è un motivo di vanto e se lo fa una ragazza è una zoccola. Manca educazione sessuale ma anche educazione antisessista nelle famiglie a partire dai genitori che dovrebbero smettere di trasmettere modelli così antiquati ai figli. Che poi, detta tra noi, parecchi tra quelli che pensano di farsi belli insultando una ragazza che fa sesso non solo non hanno idea di cosa parlano e sono degli imbranati stronzi e frustrati, ma hanno davvero la mentalità di potenziali stupratori. Ragazzi che non sanno niente di consensualità e che vedono le donne solo come oggetti delle richieste altrui, soddisfatte le quali è lui che se ne può vantare perché a lei, naturalmente, non dovrà piacere mai. La cultura dello stupro si fonda anche su questo: lui è sessualmente attivo e lei passiva. Lui è quello che prende e lei è quella che concede. Lui conquista e lei subisce. Che lei possa voler scegliere ed essere soddisfatta di quella scelta non è contemplato. Oh, naturalmente, se lei fa sesso e poi una banda di bulli la perseguita nella realtà e virtualmente è sempre lei che se l’è cercata. Beh, a noi fanno schifo individui del genere. Crescono male, dovrebbero imparare ad essere persone prima che orribilmente machisti. Lasciate in pace le ragazze che fanno sesso. Smettetela di fare i bulli, di pubblicare le loro foto, di violare la loro privacy, di farle diventare l’oggetto della vostra violenza. Siete violenti. Siete infinitamente maschilisti. A lei va il nostro abbraccio, così come a tutte le ragazze che vivono la stessa esperienza. Se qualcun@ vorrà dirle parole che le possano servire fatelo. Grazie e buona lettura!

Cara Eretica, non so se leggerai mai, ma ho davvero bisogno di sfogarmi con qualcuno che sicuramente mi capirà. Ho 15 anni e sono quelli che i miei coetanei chiamano una “troia”. Il tutto è cominciato mesi fa, mi confidai con un amico di aver fatto i preliminari con quello che all’epoca era il mio ragazzo, non so come ma la notizia si è diffusa a macchia d’olio. La gente ha cominciato a prendermi in giro ed ho perso molte persone a cui tenevo, ma io ho sempre fatto di testa mia ed ho fatto la medesima cosa con il mio ragazzo successivo, che purtroppo si era messo con me soltanto per prendersi gioco di me insieme agli altri. Passa il tempo ed io non rinuncio ad essere quello che sono, facendo andare in bestia i miei aguzzini, la situazione peggiora e arrivano al punto di creare un videogioco che ritrae la mia faccia ed il cui scopo è quello di saltare cazzi. Io mi ritrovo sempre più sola e le prese in giro si tramutano in pestaggi, non esco più di casa e non ho nemmeno voglia di dedicarmi alle cose che amo come lo studio e la scrittura di poesie. Sono davvero distrutta ed io mi chiedo: perché alla gente importa così tanto di quanti cazzi succhio? Il mio essere troia fa di me una persona automaticamente stupida ed inaffidabile? Ho davvero bisogno di un tuo consiglio, magari anche una critica, sono davvero sola ed ho bisogno di parlare con qualcuno. Ti adoro ❤
Fonte

Sono sempre più convinto che la sfiga nell'universo umano maschile, possa raggiungere vette inimmaginabili anche alle menti di più ampie vedute.

09/02/2014

#Bulle: se l’alternativa alla bulla è la fanciulla in stile medioevale!

C’è un litigio tra due adolescenti. I media parlano di uno scazzo per “motivi sentimentali“, cultura del possesso e affini, insomma. Quel ragazzo è mio e allora ce l’ho con lei che difende quella che lo frequenta e tra una parola e l’altra arrivano i calci in testa, gli schiaffi, l’ha menata, con tutto il pubblico attorno prima divertito, intento a filmare per avere la dose di accessi quotidiana sul proprio post facebook, poi, solo poi, timidamente, una persona interviene, due ragazze, una aiuta la picchiata a rialzarsi e un’altra tiene bloccata la picchiatrice. Commento a posteriori dei presenti: “ha fatto bene perché quella là se l’è cercata“. Di altri pensieri dedicati contro la picchiatrice invece parlo qui.

Su facebook i commenti alla vicenda in ambito femminista sono di vari tipi. Frequentemente si attribuisce la violenza commessa da una persona di sesso femminile al fatto che avrebbe interiorizzato modelli maschili. E’ una visione che se ci ragioni su diventa anche un po’ sessista e omofoba. Lo stesso si dice dei “maschi” quando  si comportano non da “uomini veri” e perciò vengono chiamati femminucce.

Però se è una femminista a dire che una ragazza è un “maschiaccio” qualcuno potrebbe perfino scambiarlo per antisessismo. Vi dico che non lo è. E’ sessismo o è una esasperazione del femminismo della differenza che reputa, a volte, le donne migliori, diverse, perché presumibilmente, geneticamente, per indole, materne, gentili, carucce, con predisposizione al ruolo di cura (e questo pensiero ci obbliga ad assumere i ruoli di genere di madri/mogli/badanti/infermiere/servizievoli) e in generale semplicemente vittime.

Sei vittima quando ti picchia un uomo e anche quando sei tu a picchiare. Lui è un carnefice quando picchia una donna e lo è anche quando è lei che picchia qualcun@. La dicotomia vittima/carnefice non ammette deroghe. E’ così e basta.

L’altro commento che deresponsabilizza la ragazza è quello che punta sul mancato aiuto da parte dei presenti.  Qui si sollecita un paternalismo e un patriarcato (buono) di ritorno. I ragazzi, teoricamente addestrati a percepire la grave violenza giusto se quella viene inflitta da un uomo, dovrebbero intuire la pericolosità di quel che sta avvenendo ai danni di una ragazza picchiata da un’altra ragazza e intervenire. Ma la stessa indifferenza la trovi spesso quando c’è di mezzo una azione di bullismo. Ci sono ragazzini e ragazzine che ridono se un ragazzino inerme viene picchiato e molestato, siamo nella società dello spettacolo in cui basta una telecamera a prendere distanza dai sentimenti e di empatia se ne realizza zero. Filmare una scena sembra essere l’unico modo per intervenire. Tanto per divertirsi. E’ tutto qui.

Troppe contraddizioni e ancora serve fare chiarezza. C’è la cultura antiviolenza che ragiona di violenza di genere, quella inflitta in relazione al ruolo di genere che ti viene imposto (sei mia, di nessun altro, il tuo corpo è mio e quindi non puoi abortire, tu mi appartieni, il tuo corpo è oggetto e non tengo conto della consensualità perciò ti stupro, eccetera) che giustamente si riferisce all’assoggettamento del corpo femminile alle imposizioni di una cultura che quei corpi li vuole obbedienti rispetto ad una cultura patriarcale. Ma la cultura del possesso te la ritrovi legittimata nelle discussioni tra presunti antisessisti che esaltano il valore della fedeltà coniugale nel caso Hollande, nelle vicende relazionali in cui una lei uccide un’altra lei, sua ex compagna, perchè le ha detto no, in cui un lui, uccide un altro lui perché ha detto no, in cui una lei uccide o delega ad altri di acidificare un suo ex perché, ancora, ha detto no.

Se poi parliamo di stalking viene fuori che ci sono dei violenti che non mollano la ex compagna per anni, lo stesso fanno alcune donne che più spesso esercitano una violenza per interposta persona: se la prendono con le nuove compagne, esattamente come ha fatto la bulla di cui stiamo parlando. Sullo sfondo c’è sempre lo stesso motivetto che recita un “sei mio e di nessun altro e quell’altra è una gran zoccola“. Quante volte lo abbiamo sentito? Quante volte lo abbiamo letto? Quanta cattiveria, perfidia, tra donne, si legge anche per queste ragioni? E questa violenza è percepita in quanto tale o piuttosto la affrontiamo di straforo?

Una delle ragioni per cui da anni mi occupo di bullismo tra ragazze e donne è il fatto che penso ci sia un grande velo di omertà che la copre, giustifica, una cultura della quale anche un certo femminismo è in qualche modo complice involontario, perché se insisti nel raccontare che le ragazze e le donne violente, se e quando lo sono, avrebbero introiettato modelli maschili, stai continuando non solo a offrire una giustificazione morale, ché essere considerate sempre vittime ci permette di realizzare la tirannia delle buone intenzioni in modo ampio, ma stai tra l’altro costringendo in un ruolo di genere anacronistico, medioevale, le donne.

Lo stesso ragionamento, in genere, quel certo femminismo lo fa quando c’è da giudicare (male) le ragazze che scendono in piazza e lanciano sanpietrini. “Violente”, le chiamano, dicono che si tratti di machismo perché le donne sono rosa e al più vanno in giro con il rosario (scherzo!), nel senso che le brave signorine fanno balletti per sensibilizzare la gente, non si difendono dal lancio dei lacrimogeni indossando una maschera antigas e lanciandoli indietro. Non è da femmina. Sono gli uomini quelli che combattono (anche per i nostri diritti?) e che resistono. Le donne dovrebbero restare a casa a fare la calza. Si si. Vaglielo a dire alle partigiane e alle combattenti di mezzo mondo.

Il punto è che non siamo angeliche, non siamo sempre vittime e non siamo in attesa di patriarchi e tutori che ci salvino. Bisogna liberare l’aggressività, la rabbia, in senso positivo e ci sta che quella aggressività e rabbia sia usata in senso negativo. A quel punto bisogna assumercene la responsabilità e offrire un ragionamento che sia un minimo più complesso, senza arginare quella rabbia, senza ricondurci al ruolo di damine ottocentesche timorose di Dio. Rimuovere qualcosa che ci caratterizza, come caratterizza ogni essere umano, non ci fa bene. Non ci fa bene affatto. Perché se non ne parli, se non parli della violenza, diretta o indiretta, che le donne praticano, se ci obblighi entro un sessismo normativo che normalizza le nostre azioni, non ci sarà mai modo di rappresentare il fatto che siamo umane, imperfette, e che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Solo così, forse, potremo dirigere in positivo l’aggressività e la rabbia liberate, non rimosse.

Un ultimo punto da chiarire e poi vi lascio: le donne uccidono meno, sono “meno” fisicamente violente. E’ vero. Ma lo sono anche perché quella aggressività che sfocia anche in violenza è stata lungamente frustrata, rimossa, repressa da una cultura che ci voleva angeliche, “femminili”, aggraziate, dedite alla cura e bla bla bla. Le donne si sono sentite moralmente in diritto di usare armi e assumere ruoli fisicamente violenti quando la storia, il consenso attorno, lo consentiva (vedi le soldatesse in giro per il mondo). Diversamente, anche perché in passato dal punto di vista fisico le donne erano spesso meno attrezzate di chi aveva più muscoli e sapevano di poter soccombere in uno scontro alla pari, hanno sviluppato altre strategie. Intanto è più plausibile che alcune donne mollino schiaffi ai figli e alle persone più fragili, come dimostrato da ruoli esercitati da donne, pensate alle naziste, in relazione a chi resta in una condizione di totale subordinazione e inferiorità. Poi vi sono molti esempi in cui le donne semplicemente delegano la violenza ad altri. Esaltano la funzione tutoriale e patriarcale per metterla al proprio servizio. Le storie del passato, le opere letterarie, scritte anche da donne, sono piene di esempi di sovrane, nobili, donne manipolatrici che hanno mandato a morire uomini per fare loro combattere guerre che avrebbero voluto sostenere loro stesse. Ancora oggi è più facile leggere che una lei assoldi un killer per fare ammazzare qualcuno piuttosto che compiere un assassinio di persona.

Perciò alcune donne hanno sviluppato una maniera indiretta di esercitare violenza. Il pettegolezzo è un’arma letale, tanto quanto il veleno usato dalle nobildonne di un tempo. La diffamazione continuata contro l’altra persona che si intende colpire, le parole dette qui e là per rovinare la reputazione di qualcun@, la confabulazione, sono pratiche che vedi messe in atto dalle ragazzine sin dall’infanzia. Ai danni della compagna grassa, quella povera, quella bella, quella che viene vissuta come una rivale, perché la competizione non è solo “maschia” ma è una roba delle relazioni umane che appartiene a chiunque, e gestirla malamente e in modo scorretto per togliersi di torno, isolare, fare del male a qualcuno è infatti una delle caratteristiche più frequenti che alcune ragazzine insicure mettono in atto nelle pratiche di bullismo. La stessa maniera di rivolgere odio è pratica corrente di persone di ogni tipo sui social network. Per cui, possiamo dire, che la violenza indiretta è diventata pratica di chiunque.

Oggi le ragazze sono fisicamente meno gracili, non sono provate da anni e anni di gravidanze e non hanno tremila figli da gestire. Sono cresciute in altezza e sono fisicamente dotate di muscoli. Una ragazzina di 12 anni può serenamente mettere al tappeto un coetaneo e l’aggressività nelle fanciulle non è più, per fortuna, così stigmatizzata o quando lo è, purtroppo, viene riproposto in alternativa, di nuovo, il modello della donna angelo, femminile, composta, muta, mai arrabbiata.

Bisogna trovare una via di mezzo a tutto questo. Cominciare con l’ammettere che le ragazze praticano violenza sarebbe una ottima cosa. Serve ragionare dell’argomento senza facili moralismi e pratiche di demonizzazione che sforano nel pregiudizio di genere e alimentano la misoginia. Poi smettere di dire che per “natura” le ragazze dovrebbero tornare a fare le mamme/curatrici dei nuclei familiari o al massimo le intrattenitrici sessuali. Smettere anche di chiamare “violente” le ragazze che reagiscono agli abusi. Istituzionali, fisici. Perché gli stereotipi a volte arrivano anche da chi dice di volerci difendere. E in quel caso non ci difende. Non ci difende affatto.

E no, neppure questa ragazzina è un mostro. Il fatto di volerla fare sembrare tale, con il rilievo dato sui media, per la stranezza che secondo molti i calci dati da una ragazza rappresenterebbero (ché viene considerato più normale se a darli è un ragazzo) implica che non si vuole vedere il fenomeno per quel che è. Parlare di violenza senza demonizzare nessuno, che siano donne o uomini, sarebbe già un inizio.

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