di RICCARDO BELLOFIORE, GIOVANNA VERTOVA
Sottoposta negli ultimi anni a un processo di revisione normativa che non ha pari nell'ambito della pubblica amministrazione, l'università italiana appare profondamente in crisi. Ma quali sono le ragioni che l'hanno ridotta in queste condizioni? Se lo chiedono Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova nell'Introduzione al volume "Ai confini della docenza. Per la critica dell'Università", uscito per i tipi della Accademia University Press (Torino), che può essere scaricato gratuitamente qui. Ringraziamo i curatori e la casa editrice per averci gentilmente concesso di pubblicare il testo.
Non è facile parlare di Università, per una serie di motivi. Prima di tutto perché, nonostante il comune sentire, da quando è stata introdotta la prima riforma di cui parliamo, la riforma Berlinguer del 2000 (anche se certo si dovrebbe e potrebbe andare indietro, sino alle molte ambiguità della legge Ruberti del 1990) l’Università è diventata la cavia per una sequenza di innovazioni organizzative permanenti, e devastanti, che stanno distruggendo un ciclo superiore di insegnamento che spesso poteva essere di esempio per gli altri paesi. Da allora, ogni Governo ha legiferato sull’Università. Ogni Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha continuato, con scadenza quasi mensile, a emanare decreti che (contro-)rivoluzionano la vita accademica. L’Università è così sottoposta ad un permanente riassetto organizzativo, e ad uno stravolgimento della sua filosofia e della sua funzione, che è di grave danno per la struttura degli studi e dell’insegnamento: qualsiasi teoria dell’organizzazione degna di questo nome sa che, introdotta una innovazione, occorre lasciar passare del tempo, metterla pienamente in pratica, prima di introdurre nuove modifiche: non si ha, altrimenti, la possibilità di valutarne gli effetti. Una Università in cambiamento perenne impedisce di prendere atto dell’esito delle riforme introdotte e diventa un ammasso di macerie, coperto dalla retorica ‘nuovista’.
Secondariamente, i meccanismi di funzionamento dell’Università sono opachi e pressoché incomprensibili per gli ‘esterni’, e spesso anche gli ‘interni’ non sanno molto di ciò che direttamente non li riguardi. La stampa e l’informazione hanno più volte mostrato di non sapere di cosa stavano scrivendo quando si occupavano di Università; ma anche la più parte dei partiti, dei sindacati e degli stessi lavoratori del comparto hanno una conoscenza vaga e approssimativa della loro realtà. Non stupisce che le ricadute che ogni singolo nuovo decreto ministeriale ha sugli studenti, sui docenti, sul personale tecnico-amministrativo rimanga ignota al largo pubblico, e soggetta a commenti ed editoriali di rara superficialità, sempre più improntati ad un populismo becero.
Ultimo punto, in questo elenco senz’altro incompleto: nel nostro paese è in corso da anni, anzi da decenni, un processo dai toni denigratori contro i lavoratori del pubblico impiego; all’interno di questa categoria, i docenti universitari vengono considerati una categoria privilegiata, ricorrendo a statistiche internazionali che sono dei falsi e che rovesciano la realtà. Questo clima di ostilità crea le condizioni affinché qualsiasi critica all’Università, qualsiasi voce fuori dal coro, soprattutto se formulata da chi non sia inquadrato in organizzazioni politiche o sindacali, venga tacciata come un mero tentativo di salvare il proprio ‘particulare’ a scapito della collettività.
Questo volume prova a presentare una critica dell’Università un po’ diversa da quelle correnti, e forse originale in alcuni dei suoi snodi principali. Riproponiamo, in larga parte, scritti già pubblicati altrove, ma dispersi su vari quotidiani e/o riviste, che ci pare siano agili e di facile lettura, e che però facciano sistema e costituiscano un filo di ragionamento unitario, adeguato ad affrontare di petto le questioni che abbiamo appena richiamato.
La prima parte, dedicata a La crisi dell’Università, si apre con alcuni contributi di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova e propone, in sequenza, una analisi delle riforme Berlinguer, Gelmini e Moratti, e dei suoi primi risultati: la conoscenza svilita alle competenze e alla triade autodistruttiva sapere-saper essere-saper fare; il sapere ‘pesato e venduto un tanto al chilo’; l’accelerazione del ritmo degli studi e l’impoverimento della loro sedimentazione; la morte dell’università come luogo primo del pensiero critico. A ciò si accompagna la questione della valutazione della ricerca, che è invece ben presente nella discussione, e a cui si dedica con efficacia l’attenzione e l’azione di ROARS, che ci pare svolga un ruolo meritorio e insostituibile. Al tempo stesso, crediamo però che quella questione vada inquadrata nella realtà più ampia dell’università di oggi: la rinascita ancora più feroce e fuori da ogni controllo del ‘baronato’ degli ordinari, l’arbitrarietà del governo dell’università (la famigerata governance) spesso accompagnata all’arbitrio della conduzione rettorale, il sostanziale tacitare il dissenso, l’aggiramento di quelle che erano norme e consuetudini di una vera e propria civiltà universitaria stravolta ora a ‘comunità’ che deve essere ‘solidale’ e in ‘competizione’ con le altre sedi. È la dura realtà dell’‘autonomia’, non nelle parole ma nei fatti.
I due capitoli che seguono, di Gugliemo Forges Davanzati, intersecano queste riforme con lo stato non brillante del capitalismo italiano, sottolineando i forti legami tra le specificità del sistema produttivo italiano e il modello di Università che tanto ferocemente viene perseguito e imposto. Anche in questi due contributi non manca la critica alla valutazione della ricerca, soprattutto nelle discipline economiche che l’autore come noi conosce meglio (ma il problema è trasversale, visto anche l’‘imperialismo’ dell’economica), per mostrare come anche il sistema di valutazione che è stato introdotto sia organico ai desiderata della classe dominante. Il discorso di Forges Davanzati tocca anche la questione – cruciale, ma inevasa – del lavoro in Università, sfatando molti miti. Quando si osserva l’Università come ‘luogo di lavoro’ al pari di una fabbrica o di un ufficio, e la si analizza senza i paraocchi della sua condizione ritenuta speciale, emergono i problemi tipici degli altri luoghi di lavoro: la crescente precarietà scambiata per flessibilità, i rapporti di potere su base gerarchica (ma non solo) sempre più violenti, i sotto-finanziamenti e i bassi salari ormai generalizzati, ma in cui ognuno vede l’altro come un avversario.
I successivi due capitoli di Michele dal Lago allargano l’orizzonte oltre i confini dell’Italia, e fanno vedere bene come le nuove politiche sull’istruzione, fortemente volute dalle grandi istituzioni mondiali – Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale in testa – esemplifichino l'ideologia neoliberista che pretende (in modo miope, perché ciò è controproduttivo anche dal punto di vista capitalistico) che l’istruzione si riduca il più possibile a variabile dipendente del mondo delle imprese. La ristrutturazione dei sistemi formativi è stata la risposta all’impellente domanda da parte delle aziende di fornire loro lavoratori più ‘flessibili’, più ‘competenti’, più mansueti, sino al mito che il singolo lavoratore vada visto come l’imprenditore di se stesso (qualcosa che non può che scatenare una guerra individuale di tutti contro tutti, in cui la competizione si riduce a concorrenza distruttiva). Alla fine, diciamo noi, cittadini e lavoratori più ignoranti e meno critici, dunque più subalterni.
Questa prima parte si chiude con la ripubblicazione di un articolo fondamentale di Lucio Magri, uno dei suoi più belli, che mostra come la riforma della scuola, ma ciò vale per tutto il sistema di istruzione, non possa che essere ‘la madre di tutte le riforme’, affrontando l’annoso problema della scuola o istruzione di massa.
La seconda parte del volume si volge alla critica dell’economia politica, ponendosi in dialogo con il benvenuto movimento di Rethinking Economics (‘Ripensare la scienza economica’). Siamo convinti che quanto diciamo nel caso ‘estremo’ dell’economia valga in larga misura anche in altre discipline, senz’altro nelle scienze umane e sociali (ma forse, appunto, non solo). Non ci si vuole limitare a sostenere le legittime obiezioni e critiche del movimento, la via facile della docenza di sinistra pronta ad applaudire. Si vuole anche ragionare su quelle che a noi paiono alcune debolezze e forse ingenuità.
Un punto è l’invocazione di un maggiore ‘pluralismo’ nell’insegnamento universitario della scienza economica: nessuno negherà l’opportunità del pluralismo, che è il requisito minimo al pari della buona educazione; ma il pluralismo non risolve nessuno dei problemi dell’università, né costituisce una risposta efficace alle difficoltà attuali. Nelle sue ‘Undici tesi’ Riccardo Bellofiore ricorda che la specificità della migliore tradizione del pensiero economico italiano degli anni Cinquanta-Sessanta-Settanta del Novecento, allora decisamente più avanzata rispetto ad altri paesi, non si è mai concretata nell’invocazione di un maggior ‘pluralismo’. In modi diversi, i Maestri di allora davano piuttosto l’esempio di una pratica della ‘pluralità’ nella ricerca, nella didattica, nella selezione. Si riconosceva l’opposizione simultanea di diversi ‘stili di ragionamento scientifico’ che si incarnavano in teorie economiche in conflitto, che dovevano tutte avere pari dignità nella didattica anche di base, e che tutte dovevano essere maneggiate anche dall’economista in erba per avere una idea dello stato delle cose in una scienza sociale come l’economia.
I due scritti successivi danno due esempi di questo discorso al più alto livello. Augusto Graziani sottolinea l’importanza dello studio della storia del pensiero economico nei curricula di Economia (e qui ci riferiamo non solo ai curricula strettamente economici, ma anche ai curricula dove l’economia non può non essere presente, come i curricula degli aziendalisti, degli scienziati sociali, degli scienziati politici). Ma Graziani, a leggere con attenzione, dice in realtà molto di più, e di molto più radicale. Dice che lo stesso discorso teorico e analitico può procedere in modo positivo solo se ha coscienza delle proprie origini storiche e le prolunga. Lo studio della storia del pensiero economico (Bellofiore preferisce la dizione schumpeteriana ‘storia dell’analisi economica’) e la costruzione della teoria economica non sono, a ben vedere, due cose distanti: sono, in fondo, la medesima cosa. Questa è la ‘pluralità’ di cui parla Bellofiore.
Lo scritto di Claudio Napoleoni che pubblichiamo risale addirittura al 1973-74, e che è conservato presso il Fondo Napoleoni, non ha perso nulla della sua attualità. Si tratta di un progetto che ‘disegna’ la struttura di un possibile Seminario di Economia Politica, e che tiene pienamente conto della necessità di integrare unitariamente storia della teoria, approfondimento analitico sulle questioni aperte, interpretazione della realtà. Secondo Napoleoni bisogna sottrarsi all’uso di una manualistica che pretenda di insegnare presunte ‘Istituzioni’ di economia. Sin dai corsi di base, si dovrebbe dare spazio allo studio delle fonti primarie del pensiero economico, rivelare la problematicità interna delle varie tradizioni, mostrarne l’utilità per l’analisi di situazioni concrete (tutti punti omogenei al discorso di Graziani, basta vedere la struttura inconsueta dei suoi manuali dalla metà degli anni Settanta). Interessante la durata del seminario che Napoleoni propone: non uno, ma due anni. Non c’è solo bisogno di studiare diversamente, c’è bisogno di studiare lentamente, in un contesto nel quale lo studente abbia la possibilità di sedimentare le conoscenze acquisite. Tutto il contrario dell’odierna Università. Il movimento studentesco – senza il quale la lotta per una diversa università non va da nessuna parte – dovrebbe, giustamente, rivendicare di ‘studiare con lentezza’, all’interno di percorsi di studi che concedano tempo per acquisire ed elaborare il sapere. Il diritto allo studio deve diventare diritto a studiare.
Un altro dei punti su cui dialogare con Rethinking Economics sta nell’urgenza, a parer nostro, di evitare di focalizzarsi esclusivamente sulla parte didattica, separata dalle altre. Gli studenti chiedono un diverso insegnamento dell’economia: a nostro parere, non si può scollegare questa più che giustificata richiesta dalla questione del reclutamento della docenza. Se il reclutamento e/o l’avanzamento di carriera dei docenti è strutturato in modo da favorire solo gli economisti che aderiscono ai filoni dominanti, inevitabilmente la stessa didattica ne risentirà. Diciamocelo: l’economista tradizionale non è interessato ad insegnare teorie economiche alternative e in competizione tra di loro semplicemente perché non le conosce; e nessuno gli ha imposto questa conoscenza come requisito per l’accesso alla carriera di docente. Le rivendicazioni per una didattica diversa non possono, insomma, essere scollegate dal problema del reclutamento, ed entrambe non possono essere scollegate dal problema della valutazione della ricerca in economia. Anche per questo, a noi pare, la prima parte del volume non è separata dalla seconda parte. In questo legame stretto che poniamo tra le tre questioni sta, crediamo, una delle originalità dell’approccio che proponiamo per un discorso critico sull’università.
Il volume si chiude con la presentazione di una ricerca condotta nell’Ateneo di Bergamo. Nel solco della tradizione delle inchieste sui luoghi di lavoro, la ricerca è partita da un quesito unico e semplice, rivolto a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici: se ed in che modo tutti i lavoratori (non solo la docenza, ma anche i tecnici ed gli amministrativi, assunti regolarmente o precari; ed anche, idealmente, i dipendenti dalle cooperative come uscieri o per le pulizie) riescano a svolgere le loro mansioni per raggiungere i compiti che all’Università sono affidati dalla legge. La discussione si è svolta in gruppi collettivi che vedevano la presenza delle varie figure, e in parte per interviste. La ricerca è stata sostenuta finanziariamente dalla FLC provinciale e nazionale; ed è stata condotta da Francesco Garibaldo ed Emilio Rebecchi, non nuovi a inchieste del genere.
Alcuni docenti dell’Ateneo hanno provato, in un incontro con il Rettore e il Direttore Generale di allora, a sollecitare una collaborazione attiva dell’Ateneo stesso, chiedendo al Consiglio di Amministrazione di farsi anch’esso promotore dell’iniziativa. La risposta è stata seccamente negativa, ed istruttiva. Attraverso una serie di obiezioni, dalle minime alle massime, ci è risultato chiaro che i vertici dell’Ateneo bergamasco non gradiscono che l’organizzazione del lavoro in Università sia oggetto di studio (e, putacaso, di critica) in una ricerca che coinvolge trasversalmente chi in Università lavora, al fine di evidenziare carenze e fare proposte per migliorare la situazione. Una ricerca che aveva tutte le caratteristiche di una ricerca pilota. La ricerca è stata una assoluta novità nel panorama italiano. Al momento in cui scriviamo non siamo a conoscenza di ricerche analoghe, anche se la FLC aveva intenzione di programmarne altre.
Siamo convinti che a dar fastidio alle gerarchie accademiche era anche quest’altra circostanza – un altro, ci pare, dei punti originali della visione che proponiamo. Con questa ricerca, forse, per la prima volta l’Università viene considerata anche in quanto luogo di lavoro in senso stretto, non soltanto un luogo di alta formazione. Una realtà dove lavoratrici e lavoratori in carne ed ossa si scontrano quotidianamente con tutti i processi di riorganizzazione di cui si è parlato precedentemente. È un peccato che non ci siano maggiori inchieste di questo tipo perché, se si guardasse all’Università come luogo di lavoro ‘come tutti gli altri’, si scoprirebbe come essa sia stata investita dalla gran parte dei processi che hanno interessato il mondo del lavoro in generale: decentramento (quanti servizi dell’Università sono subappaltati a cooperative?); flessibilizzazione (quanti dipendenti dell’Università, sia della componente docenza che di quella tecnica e amministrativa, sono assunti con contratti precari?); misurazione ossessiva dei risultati al fine di integrazioni salariali o, in questo caso, di finanziamenti ministeriali (quanti dati vengono raccolti per misurare il non misurabile? Competenze degli studenti, valutazione della ricerca, ecc.); burocratizzazione (quanti documenti vanno redatti al fine di svolgere anche solo una singola mansione?).
I risultati della ricerca sottolineano come i ‘peggiori’ nemici delle lavoratrici e dei lavoratori – che, si noti, dalla ricerca risultano sentirsi ancora orgogliosi di far parte di una istituzione pubblica – siano le due caratteristiche principali, introdotte fin dalle prime riforme: l’aziendalizzazione (cioè la gestione della organizzazione del lavoro in università come se fosse una azienda) e la dipendenza troppo forte da una domanda di lavoro, oltretutto povera, idiosincratica, incapace di guardare lontano. Sempre più in difficoltà l’idea, che in fondo rimanda alla nostra Costituzione, che l’Università debba formare cittadini istruiti, non solo lavoratori. Forse, se si fossero ascoltate ieri e si ascoltassero oggi anche le opinioni di chi lavora in Università, le riforme avrebbero avuto altri contenuti.
Chiudiamo questo volume nell’anniversario del Sessantotto. Non si tratta di mitizzare la ricorrenza (anche se certo è inaccettabile la sbrigativa liquidazione, anche da sinistra, di quel fondamentale episodio storico che è diventata sempre più di moda). Il Sessantotto fu molte cose insieme: ma certo fu anche, e crucialmente, un movimento che assumeva l’Università come luogo cruciale della trasformazione sociale. Dall’università, come dalla scuola, il conflitto si estese a macchia d’olio ovunque. Non fu solo in grado di connettersi alle lotte del mondo del lavoro. Pur perdendo progressivamente il fuoco sul mondo dell’istruzione (e fu un male), divenne parte di una ‘lunga marcia’ nella società, di una universale rimessa in discussione del proprio ruolo. Insieme agli altri momenti di questo conflitto trasversale, fu capace di promuovere una vera e propria rivoluzione in una realtà che nei primi anni Sessanta si presentava ‘chiusa’, totalitaria, senza prospettive, come a noi sembra quella in cui viviamo.
Un discorso sull’università come sulla scuola potrà nuovamente aver presa sullo stato delle cose, e promuoverne una trasformazione, soltanto quando le diverse realtà che vivono e lavorano nel mondo dell’istruzione sapranno guardare a se stesse, ma anche alle loro relazioni reciproche, con la stessa radicalità e lo stesso coraggio di allora.
Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova insegnano Economia Politica all’Università di Bergamo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2018
27/06/2017
Reddito contro lavoro? No, grazie
Quando
si parla di reddito di base (RdB) sarebbe necessario fare chiarezza,
perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è
molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di
dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati
come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che
nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto
chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non
in natura, come è, in genere, il welfare),
su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al
reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla
condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato ad un requisito
lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro) [1].
Questa nuova forma di welfare viene
presentata spesso dai sostenitori come “la” proposta di politica
economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in
questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione,
oggi, in questo periodo di crisi.
Tale
proposta viene giustificata teoricamente con la ricerca di una
giustizia redistributiva (Rawls), del superamento o arginamento della
povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei
frutti della cooperazione sociale (Negri). Spesso, in un’ottica
tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione
istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un
sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano
crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla
produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi.
Peccato che la crescita postbellica fosse dovuta alle componenti
autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese,
spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto
macroeconomico più stabile di quello attuale e in una situazione
internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda.
Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e,
quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.
Ciascuna di queste giustificazioni mostrano come il RdB sia una proposta di redistribuzione che non va ad intaccare le cause della
disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro,
della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Il RdB vorrebbe,
semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Effettivamente, misure
come il RdB possono rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione
nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le
congelano, soprattutto quando pensate isolatamente, come la panacea di
tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più
onnicomprensivo, teso ad intaccare non solo gli effetti ma anche le
cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente,
sganciata da altre rivendicazioni, si trasforma in un riformismo dal
volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di
disoccupazione, precarietà, condizioni materiali di vita insostenibili,
cercando di lenirne gli effetti. Ecco perché questo tipo di proposta può
trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici.
Le
implicazioni sia teoriche che politiche del RdB variano sulla base di
come è effettivamente esplicitata la proposta: un livello di reddito che
permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul
mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”);
o un livello che diventa una integrazione ad un reddito lavorativo (per
chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che chiamo incompatibile,
deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere
effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile,
non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una
integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri),
universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana
del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato
prodotto [2], il RdB incompatibile produce una frammentazione, a
livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei
paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di
fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe
lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB,
prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri.
La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere
senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi
poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e,
men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB
compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte
rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto
all’effetto Speenhamland [3].
I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la
classe lavoratrice percepisce anche il RdB. L’impresa assume, riducendo
il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di
prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento”
il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una
massa amorfa di persone che sopravvive ed un crollo della capacità
contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo
dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi
salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è
il RdB.
In
merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi
che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico.
Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo
imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi
avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma
fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta
elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale
diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe
lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno
lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito
tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il
neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che
sindacalmente, la classe lavoratrice. I movimenti dal basso esistono, ma
sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che
questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata”
(o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata,
della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito,
probabilmente condizionato.
Va
anche ricordato che, nella realtà, non è mai stato introdotto un RdB
incompatibile [4], ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il
passaggio dal welfare al workfare state tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale
che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio,
seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto
determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli
individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare,
quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà
di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la
stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte
al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”):
nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro
trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa
che gli individui posseggano le giuste caratteristiche per trovarsi un
lavoro: poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.
Esiste,
inoltre, una problematica questione di genere. Alcune femministe
sostengono che il RdB potrebbe rappresentare la remunerazione del lavoro
per la riproduzione, internalizzando così la variabile di genere.
Personalmente, valgono qui le stesse obiezioni che alcune femministe
sollevarono negli anni ’70 circa il salario al lavoro domestico. Il RdB
congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della
forza-lavoro né per la produzione né per la riproduzione. Si creerà,
anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il
lavoro per la riproduzione ricevono il RdB, all’interno di una struttura
sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro
riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del
lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione
di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la
partecipazione delle donne al mercato del lavoro è fortemente
condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce
nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi,
nel mercato del lavoro. Un RdB come risposta alla “questione di genere”
dimostra molto chiaramente come questa proposta, presa singolarmente,
non faccia altro che mantenere lo status quo.
Non
credo quindi che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una
risposta all’insicurezza sociale. Proposte di politica economica “di
classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli
elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al
contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si
propone il RdB come l’unica soluzione dell’insicurezza sociale,
mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Non capisco,
inoltre, perché il RdB venga proposto in contrapposizione ad altre rivendicazioni. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante.
Una
politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di
un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere,
necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di
“un reddito per tutti e tutte”. Ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita
in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al
lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si
produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della
giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe
rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto
precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno
allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni.
Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia
i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che
l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito,
accompagnandolo ad una revisione del sistema fiscale, per renderlo più
equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione.
Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”,
da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero
l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita
oggi.
Note
1. Fonte: www.basicincome.org/basic-income
2.
L’interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista,
ha fatto un feticcio del “frammento sulle macchine” nei Grundrisse di
Marx. Non solo ne è stata tratta una filosofia a disegno della storia
(dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si è poi degradata a
sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di
mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo
cosiddetto immateriale, immediatamente “produttivo”, perno del
cognitariato, e così via). Il tutto all’insegna di notevoli confusioni
concettuali e interpretative. Il brano di Marx è non poco problematico:
si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio
delle macchine evolve nel primato del general intellect, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne Il Capitale Marx
stesso chiarirà che la riduzione del tempo di lavoro individuale non è
affatto in contrasto con l’aumento del tempo di lavoro totale; il quale è
anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti
capitali e della simbiotica espansione dell’estrazione di plusvalore
assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l’errore di ieri, che
aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme
degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si
proclama spesso l’esaurimento della teoria del valore, si fa grande
confusione tra, da un lato, la produttività di valore d’uso, di
ricchezza (cui certo contribuisce il general intellect,
e che è però appannaggio del capitale che include in sé il lavoro
concreto) e, dall’altro, la produttività di valore e di denaro (che
resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo
eterodiretto dal capitale). E si afferma l’esaurimento del lavoro
salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si
pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo
del lavoro che “attualisticamente” muoverebbe il capitale, e non,
invece, l’esito della forma determinata dell’inclusione del lavoro
dentro il capitale. Si confonde l’attività di produzione e di consumo:
se è vero che il consumatore oggi partecipa, più che in passato, alla
definizione del valore d’uso sociale della merce (la figura del prosumer),
ciò non ha nulla a che vedere con una generica produttività della
“vita” in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria
comicità. E si potrebbe proseguire. Su tutto ciò si vedano le
condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in
due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve
Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Edizioni Alegre, 2008); ed il capitolo “The Fragment on the Machines” and the Grundrisse. “The Workerist Reading in Question”, nel volume Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the Twenty-First Century, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, 2014, pp. 345-367).
3. La Speenhamland Law viene analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione (1984,
Einaudi, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da
aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene
che questo sistema: “introduceva una innovazione sociale ed economica
come quella del «diritto al vivere»”. E prosegue: “Nessuna misura fu mai
più universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso
economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dai
genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà e i
lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non
lavorassero.” (sottolineature mie). Più avanti, prosegue: “Alla lunga il
risultato fu agghiacciante. […] Poco a poco la gente della campagna fu
immiserita.”
4. I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l’Alaska.
08/04/2017
Potenzialità e limiti del reddito di base
Quesito 1.
In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignità pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano – ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come è possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?
G. Vertova:
Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana. Lo trovo ancora più bizzarro quando si invita al dibatto una persona che, in più di una occasione, ha sollevato critiche, sia teoriche che politiche, al RdB1. Forse sarebbe stato intellettualmente più stimolante chiedere ai partecipanti una analisi di tale proposta. Mi prendo, quindi, la libertà di riassumere, molto velocemente, le mie perplessità, prima di rispondere.
Prima di tutto è necessario chiarire di cosa si sta parlando, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato a un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro)2 . Questa nuova forma di welfare viene presentata dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.
Le giustificazioni teoriche della proposta3 la qualificano immediatamente. La ricerca della giustizia redistributiva (Rawls), della libertà dalla povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri) evidenziano come il RdB sia una proposta di redistribuzione (del reddito ed, eventualmente, della ricchezza). Non va a intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Misure come il RdB possono, forse, rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le congelano, soprattutto quando tali misure sono pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso a intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, la proposta del RdB si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione e precarietà, cercando di miglioralo. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici. Certo, anche il welfare è una forma indiretta di redistribuzione del reddito. Che differenza c’è, quindi, tra il RdB e il welfare? La risposta corretta è: dipende da come è declinata la proposta del primo.
Diverse sono le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB, a seconda di come è esplicitato: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”); o un livello che diventa una integrazione a un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che definisco incompatibile, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato prodotto4, il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all’effetto Speenhamland5. I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce già una forma di reddito. L’impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento” il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive e un crollo della capacità contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è il RdB.
Spesso, in un’ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi. Peccato che la crescita postbellica si deve alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico più stabile di quello attuale e in un situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.
In merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico. Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice6. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata” (o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata, della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.
Quest’ultimo punto mi permette di rispondere alla domanda. Sì, è vero: il dibattito italiano sul RdB è in ritardo rispetto ad altri paesi (così come lo è, peraltro, su tanti altri argomenti). Va, tuttavia, ricordato che, anche in quei paesi dove il dibattito è di più vecchia data, non è mai stato introdotto un RdB incompatibile7, ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il passaggio dal welfare state al workfare state8 tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui abbiano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro e poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.
Proposte di politica economica “di classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si propone il RdB come la soluzione di disoccupazione e precarietà, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Una politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere, necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di “un reddito per tutti e tutte”. È da qui che dovrebbe partire il dibattito.
Quesito 2.
Di fronte al declino della soggettività “lavorista” su cui si è costruita la mediazione costituzionale novecentesca e a una produzione sempre più eterogenea, il welfare assicurativo di matrice fordista si dimostra inadeguato a garantire le protezioni sociali necessarie a un numero sempre più ampio di soggetti. Si assiste, contemporaneamente, all’emersione di nuove forme di lavoro cooperativo – nell’ambito della cosiddetta sharing economy – che coniugano l’ampia inclusività dell’accesso e della gestione con una proprietà privatistica ed escludente, che ha favorito una rimodulazione delle dinamiche di accumulazione capitalista. Che ruolo può avere il reddito di base in questo quadro? Preso singolarmente, può esso costituire una risposta all’insicurezza sociale, ponendo le basi, al contempo, per una nuova idea di cittadinanza inclusiva e plurale?
G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, mi sento obbligata a fare delle precisazioni, in quanto la domanda sottende un’analisi che non condivido: si chiede se il RdB, preso singolarmente, può costituire una risposta all’insicurezza sociale in un contesto dove la soggettività “lavorista” è declinante e il welfare assicurativo di matrice fordista inadeguato. L’idea di un declino della soggettività lavorista, tipica del periodo fordista e individuata nel lavoratore maschio, eterosessuale, in catena di montaggio, è propria di una lettura dello sviluppo capitalistico a stadi, dove ogni stadio è caratterizzato da una figura centrale di riferimento. Così come si sarebbe passati dal capitalismo concorrenziale dell’Ottocento a quello oligopolistico/monopolistico del Novecento (anche se andrebbe qualificato: primo Novecento negli USA e secondo Novecento in Europa), per giungere al capitalismo cognitivo odierno; allo stesso modo l’operaio di mestiere avrebbe lasciato spazio all’operaio massa e, infine, all’operaio sociale, e poi al lavoratore cognitivo, o, secondo altri, al lavoro autonomo di seconda generazione9, flessibile e precario. Tutto ciò sarebbe causato dalle trasformazioni del lavoro: da un lavoro prevalentemente manuale produttore di beni materiali a uno cognitivo produttore di beni immateriali. Indicatori di questo passaggio sarebbero le statistiche sull’occupazione che mostrano una riduzione dell’occupazione nel settore manifatturiero (deindustrializzazione) e un aumento in quello dei servizi (terziarizzazione). Oltretutto questa terziarizzazione sarebbe portatrice di lavori intellettuali, tecnologici, cognitivi, altamente qualificati, svolti dai knowledge workers (lavoratori della conoscenza), figura centrale del capitalismo cognitivo10.
Questa analisi mi convince poco. In un’ottica marxiana, la visione a stadi dello sviluppo capitalistico implica una meccanica successione temporale tra l’estrazione del plusvalore assoluto (sussunzione formale) a quella del plusvalore relativo (sussunzione reale), che, appunto, porterebbe a individuare un tendenza (e quindi un soggetto sociale di riferimento), rispetto alla quale le altre forme di lavoro sono considerate residuali11. Ammessa ma non concessa la correttezza di questa analisi, vale la pena ricordare che sarebbe valida solo per un francobollo del pianeta, cioè per le aree economicamente e tecnologicamente più avanzate. Peccato che i restanti nove decimi del pianeta siano composti da lavoratori salariati e, spesso, coatti, che subiscono una estorsione di plusvalore assoluto senza precedenti, permettendo lo sviluppo del terziario dei paesi avanzati. Sarebbe, quindi, forse, più opportuno interrogarsi sulla relazione tra i diversi tipi di sfruttamento, sulle modalità con cui quantità enormi di plusvalore assoluto, prodotte nei paesi arretrati, sorreggano produzioni iper-tecnologiche e terziarizzazione qui da noi. Andrebbe anche ricordato che anche qui da noi, come negli altri paesi avanzati, l’estrazione di plusvalore assoluto si interseca con l’estrazione di plusvalore relativo. Inoltre solo una lettura superficiale dei dati statistici può portare a pensare che l’aumento di occupazione nei servizi sia il risultato di un aumento dei lavori intellettuali e tecnologicamente avanzati. La terziarizzazione dei paesi avanzati non si nutre solo di lavori altamente qualificati: i servizi spaziano dal progettatore di pagine web all’addetto alle pulizie. Anche nel terziario esistono lavori a bassa qualifica e a basso salario. Infine, la ricerca spasmodica di un soggetto sociale, centrale e rappresentativo della fase attuale, sostituisce vuote astrazioni all’inchiesta concreta. Il mondo del lavoro è sempre eterogeneo: lo era ai tempi di Marx e lo è oggi, anche se in grado maggiore. Va da sé che ogni rivoluzione tecnologica crea nuovi prodotti, nuovi processi di produzione, nuovi mestieri, nuove modalità di estrazione del lavoro vivo, aumentando così la differenziazione della composizione di classe: ieri la ferrovia spiazzava la diligenza, oggi le email la posta cartacea12. Tuttavia, ridurre forzatamente all’unità un mondo plurale nega, alla base, l’esigenza della riunificazione tra soggetti del lavoro differenti e con pari dignità. In ogni fase del capitalismo, il centro della valorizzazione e dell’accumulazione è il lavoratore produttivo di plusvalore: il lavoratore eterodiretto, capitalisticamente comandato, “materiale” o “immateriale” che sia il lavoro erogato. Non si tratta di una figura tecnologicamente o concretamente definita, che abbia a che vedere soltanto con la catena di montaggio o con il contratto giuridico di lavoro salariato tra acquirente e venditore della forza-lavoro (che comunque rimane prevalente): può essere lavoratore comandato dal capitale e produttivo di plusvalore tanto l’operaio di Melfi quanto l’operatore di call center, quanto i lavoratori soggetti a una subordinazione ibrida al capitale non nella forma del contratto di lavoro salariato. Invece di cercare, ossessivamente, di individuare una figura centrale inesistente, sarebbe più utile indagare l’intersezione tra le “nuove” e le “vecchie” modalità di sfruttamento di una classe lavoratrice molto più eterogenea che in passato.
Fatte queste precisazioni, arrivo alla risposta: non credo che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all’insicurezza sociale. Una premessa è qui necessaria. Non capisco perché il RdB venga proposto sempre in contrapposizione ad altre rivendicazioni: si propone il RdB come risposta all’insicurezza sociale, mantenendo inalterate tutte le altre componenti del sistema che concorrono a creare tale insicurezza. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante. Ridurre l’insicurezza sociale a una questione meramente monetaria cancella un po’ di problemi. Prima di tutto, l’annosa questione del livello di questo ipotetico RdB: se incompatibile o compatibile (come da me definiti nella risposta al quesito 1). Quasi tutti i paesi avanzati che prevedono una tale misura distribuiscono un RdB compatibile (quindi una mera integrazione al salario), che non elimina l’insicurezza sociale; la mitiga e la rende, forse, più sopportabile nel breve periodo. Questo perché l’insicurezza sociale non è solo una questione monetaria. Si ragiona come se il RdB da solo dia accesso ai beni/servizi e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro.
L’insicurezza sociale è creata da un mercato del lavoro precario, dove la forza-lavoro è costantemente sotto coercizione, perché la vera funzione dalla precarizzazione è quella di stabilire un permanente potere di ricatto che rende poco contestabile il comando del capitale dentro il processo di valorizzazione. Così sono peggiorate tutte le condizioni di lavoro, non solamente il salario. Faccio un esempio: si ipotizzi che un lavoratore precario riceva un RdB a integrazione del suo salario e che il suo rapporto di lavoro sia del tipo jobs on call. Questo lavoratore dovrà vivere 24 ore al giorno a disposizione di chi lo chiama per lavorare, senza potersi permettere di rifiutare alcuna chiamata (perché oggi arriva, domani chissà), senza poter quindi contestare le condizioni lavorative, pur ricevendo un RdB. Non mi sembra un’idea brillante. Inoltre, l’insicurezza sociale è creata dalla mancanza di un vero welfare (in beni/servizi), universale e funzionante, e dalla sua costante privatizzazione. Faccio un esempio paradossale a scopo di chiarimento: ipotizziamo che l’Italia sia in grado di distribuire anche un RdB incompatibile, ma che, allo stesso tempo tutto il welfare in beni/servizi venga privatizzato. Quanto RdB dovremmo distribuire affinché una persona possa pagarsi la sanità privata, tutto il ciclo di istruzione privato, l’utilizzo di strade o treni privati, dell’illuminazione, etc. affinché possa vivere senza insicurezza? Un welfare di beni/servizi completamente privatizzato si adegua, ovviamente, alle leggi di mercato con prezzi decisi delle imprese private. E quando i prezzi aumentano? Basterà il RdB per garantirne l’acquisto?
Personalmente ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni. Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito (penso, per esempio, alla sanità, all’istruzione, a una mobilità sostenibile, al diritto all’abitazione, a tutti i servizi sociali che hanno una connotazione di genere, etc.), accompagnandolo a una revisione del sistema fiscale, per renderlo più equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”, da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.
Quesito 3.
Il declino della sovranità nazionale, negli ultimi anni, è andato di pari passo con una verticalizzazione della governance, a livello europeo. Il paradigma dell’austerity, dettato dalla troika a trazione tedesca, si è tradotto nella norma fondamentale di governo, fino a deformare le costituzioni nazionali e a incidere sulle politiche nazionali dei paesi “colpevoli” e “incapaci” in quanto indebitati. Possono ancora le proposte di reddito di base fondarsi sul piano nazionale? Oppure, di fronte a una governance trans-nazionale sempre più verticistica e violenta, è necessario assumere lo spazio europeo come terreno costituente? In questo scenario, evidentemente complesso, come si trasforma il ruolo delle soggettività politiche all’interno dei singoli stati?
G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, sono obbligata ad alcune precisazioni: si parla di declino della sovranità nazionale, verticalizzazione della governance, paradigma dell’austerità. Innanzitutto, il dibattito teorico sul declino della sovranità nazionale, che equivale a parlare del ruolo dello stato-nazione e della globalizzazione, è vasto e presenta posizioni molto contrastanti13. I due estremi sono rappresentati dai “globalisti”, convinti che le multinazionali e la finanza senza frontiere abbiano eroso la possibilità dello stato-nazione di incidere sul sistema economico; e dagli “scettici”, persuasi che lo stato-nazione possa ancora svolgere un ruolo nel sistema economico. Tra questi due estremi ci sono una miriade di posizioni intermedie. Personalmente ritengo che lo stato-nazione svolga ancora un ruolo importante, ma diverso rispetto a quello svolto nel periodo cosiddetto fordista. Certo, oggi lo stato-nazione ha un controllo meno esclusivo sui processi economici e sociali che si dipanano nel territorio nazionale, ma questo non vuol dire che non sia un attore cruciale nell’economia internazionalizzata. Da stato-nazione di stampo keynesiano, teso al raggiungimento di un compromesso tra capitale e lavoro, alla piena occupazione e alla creazione di un welfare per tutelare le classi sociali più deboli, si è giunti allo stato-nazione di tipo neoliberista, preoccupato della competitività della “azienda-paese”. Le politiche economiche sono motivate dalla impellente necessità di far sopravvivere o prosperare le imprese nazionali nel grande gioco del capitalismo globale, indipendentemente dai costi sociali ed ecologici. Vale la pena sottolineare che, come giustamente esplicita la domanda, la questione della sovranità nazionale è tipicamente europea. Nulla di simile è accaduto negli Stati Uniti (come si potrebbe sostenere il contrario, quando la macchina da guerra statunitense si mette regolarmente in moto per difendere gli interessi delle multinazionali statunitensi del petrolio?); né in Giappone o nel Regno Unito (paesi che detengono ancora lo strumento della politica monetaria); tanto meno nella Cina emergente (dove la sovranità nazionale è detenuta militarescamente dal Partito). Anche sulla questione della governance a livello europeo bisognerebbe fare alcune qualificazioni. La verticalizzazione più forte è stata quella relativa alla politica monetaria con la creazione della Banca Centrale Europea, unica istituzione formalmente sovranazionale14. Ma sarebbe un errore credere che l’assetto politico e istituzionale europeo sia sovra-nazionale. Al contrario, è un luogo di scontro dei fortissimi interessi dei singoli capitalismi nazionali, nel quale, ovviamente, vince lo stato-nazione con più potere (oggi, la Germania). Il potere legislativo ed esecutivo sono detenuti da istituzioni15 ancora definite su basi nazionali e, spessissimo, sono gli interessi nazionali a determinare la promulgazione di regolamenti, direttive, raccomandazioni, pareri e altro. Infine, va detto chiaramente che oggi il paradigma dell’austerità non è un vincolo economico, ma politico, come ieri lo erano il Trattato di Maastricht e il Patto di Stabilità: un alibi per poter imporre “con le mani legate” quelle politiche di classe che sarebbero state comunque portate avanti16. Sono stati i capitali nazionali, e gli Stati, a volere questa delega di potere per ragioni attinenti ai rapporti di classe.
Fatte queste precisazioni, la mia risposta è: certo che no. Tuttavia, non solamente il RdB; anche le rivendicazioni del mondo del lavoro e quelle sul welfare dovrebbero essere portate a livello europeo. Si eviterebbe così la creazione di una spaccatura geografica delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. Quel “pacchetto” di politiche economiche, che ho indicato nella risposta al quesito 2, dovrebbe essere rivendicato su base europea, con l’obiettivo di unificare una classe lavoratrice, oggi, frammentata dal capitale e dall’intervento politico. La geografia economica di ispirazione marxista17 insegna che lo spazio rappresenta un valore d’uso nel processo di accumulazione. Il capitale “usa” lo spazio in tutti i suoi processi. Il processo di produzione strettamente inteso (il momento della creazione del plusvalore) necessita di una organizzazione spaziale della società: capitale e lavoro devono “incontrarsi” in qualche luogo per dar vita al processo di produzione. Successivamente, il processo di circolazione necessita di infrastrutture funzionali alla circolazioni delle merci (per esempio, il sistema dei trasporti, le comunicazioni reali e virtuali, etc.). Infine, anche il processo di riproduzione della forza-lavoro è spazialmente determinato, attraverso la creazione di infrastrutture sociali (per esempio, gli ospedali, le scuole, etc.). Tutti questi processi richiedono una struttura territoriale coerente, funzionale al processo di accumulazione capitalistica. Tuttavia, il capitale non basta. L’intervento politico è fondamentale per la creazione e il mantenimento della struttura territoriale. In questo modo, il capitale e l’intervento politico sono in grado di creare una gerarchizzazione dei luoghi, dei territori, dei paesi, che determina condizioni di lavoro e di vita, che variano a secondo delle loro specificità.
E, mentre il capitale si sposta su scala globale, le rivendicazioni “di classe” si incartano su scala locale. In Italia a quasi tutte le legittime rivendicazioni dei movimenti dal basso manca un collante politico e/o sindacale che riesca a spostarle almeno sul piano nazionale, se non, meglio, europeo. Addirittura alcune di esse si pongono in una ottica meramente localista: la moneta locale; o RdB regionale concesso solo ad alcune categorie di persone (precari, etc.). Il neoliberismo e la crisi odierna sono grandi sfide per la classe lavoratrice che, al momento, sembrano essere vinte dalla classe avversa18. Bisognerebbe quindi domandarsi quanto l’incapacità di creare movimenti sociali e politici transnazionali, a livello almeno europeo, non abbia contribuito a questa vittoria. Così come precedentemente tale incapacità non abbia contribuito alla creazione di questa integrazione europea, che tutto è tranne che amica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il capitale è sempre stato molto bravo nel divide et impera: nel neoliberismo, le differenziazioni territoriali (locali, regionali o nazionali che siano) sono un’arma in più.
Quesito 4.
Nella sua forma “classica”, o fordista, il welfare aveva stabilito una particolare relazione con il sistema produttivo: quest’ultimo fungeva da elemento centrale (creazione diretta e distribuzione primaria di ricchezza) mentre il primo agiva da ente periferico (azione ridistribuita finalizzata alla tutela individuale e collettiva in caso di fallimento del progetto economico). A sua volta il sistema produttivo si basava sulla centralità del salario in quanto istituzione-chiave della mediazione sociale, cioè sul lavoro subordinato come architrave dell’accesso alla cittadinanza e sulla piena occupazione come obiettivo di fondo della politica economica. Crediamo sia importante sottolineare come l’elasticità, la forza centripeta dell’istituzione-salario richiedesse alcune condizioni per risultare funzionale, una delle quali è la divisione sessuale del lavoro – denunciata in modo convincente dall’economia politica femminista – e quindi da un lato l’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile e dall’altro il disciplinamento del lavoratore salariato maschio. Coma ha ben messo in luce Silvia Federici (1972), la lotta per il salario al lavoro domestico aveva un duplice obiettivo: in primo luogo mostrare la rilevanza del lavoro femminile extra-salariale per la valorizzazione capitalistica, cioè renderlo visibile, denaturalizzarlo. In secondo luogo salarizzare il lavoro domestico significava scardinare irrimediabilmente il sistema delle compatibilità capitalistiche. In una situazione, come quella attuale, in cui il lavoro di riproduzione (femminile e non) si sovrappone sempre più al lavoro produttivo classicamente inteso, è possibile pensare al reddito di base come risposta all’internalizzazione della variabile di genere nella valorizzazione capitalistica? Se sì, si tratta della conquista di un grado di libertà superiore in un processo ormai irreversibile, oppure di una nuova modalità, ancor più intensa, di sfruttamento?
G. Vertova:
Un paio di qualificazioni sulla domanda sono, anche in questo caso, necessarie, visto l’impianto teorico sotteso. Si parla della “centralità del salario” come “architrave dell’accesso alla cittadinanza”, termine molto vago che può indicare tante cose diverse. Mi permetto, quindi, un paio di osservazioni. L’accesso alla cittadinanza è stata prima di tutto garantita dal diritto di voto universale per uomini e donne, che nulla aveva a che fare con la condizione lavorativa (ricordando, ovviamente, la pesante questione di genere19). Anche il Sistema Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, è parte centrale dell’accesso alla cittadinanza; così come lo è stata l’istruzione pubblica. Non parlerei quindi di “accesso alla cittadinanza”, garantito dal lavoro salariato, ma di accesso al welfare assicurativo, che era, effettivamente, concesso sulla base della condizione lavorativa.
La domanda prosegue sulla questione di genere, sottolineando come la divisione sessuale del lavoro fosse una condizione necessaria per la centralità del lavoro salariato. Mi sembra che questa analisi sia un po’ troppo sbrigativa. È vero che il processo di accumulazione capitalistico degli anni cosiddetti fordisti si basava generalmente su una forza-lavoro maschile, con una forte divisione sessuale del lavoro (“l’uomo in fabbrica, la donna a casa”). È, tuttavia, altrettanto vero che uno dei punti di forza del capitale è quello di sapere utilizzare al meglio forza-lavoro necessaria per specifici processi di produzione: uomini giovani e forti per la catena di montaggio; donne giovani e piacenti in quei lavori dove l’esteriorità è una valore d’uso non indifferente (ricordo, comunque, che oggi come allora ci sono donne che lavorano in catena di montaggio). Quindi, la divisione sessuale del lavoro non era allora, come non lo è oggi, solo il risultato del processo di accumulazione capitalistico; ma anche del patriarcato. Era socialmente accettato il male breadwinner family model (modello del maschio capofamiglia che porta a casa la paga): era considerato “naturale” che il lavoro domestico venisse svolto dalla donne e che gli uomini dovessero lavorare per mantenere la famiglia.
Infine, ma forse più importante per le implicazioni con il RdB, la domanda ripropone il dibattito sul salario al lavoro domestico, sottolineando come questa proposta avesse due obiettivi: (i) de-naturalizzare e rendere visibile il lavoro per la riproduzione sociale; (ii) scardinare il sistema delle compatibilità capitalistiche. Per amore di verità, andrebbe ricordato che se nel femminismo degli anni Settanta c’era grande convergenza sul primo punto, non altrettanto si può dire sul secondo. Per sommi capi le argomentazioni delle femministe critiche20 erano: (i) il lavoro domestico non rappresenta un “modo di produzione” marxianamente inteso e, quindi, (ii) non è produttore di valore e non risponde alla teoria del valore; (iii) nella “produzione domestica” i rapporti sociali sono, sì, asimmetrici e basati su relazioni di potere (il patriarcato), ma non sono assimilabili ai rapporti capitalistici di produzione (che si basano su relazioni di potere legate alla collocazione sociale nel processo di produzione). Per tutti questi motivi, le femministe critiche ritenevano che la proposta avrebbe rappresentato l’accettazione della status quo della divisione sessuale del lavoro domestico, rimborsandolo con un salario. Visto che la maggior parte del lavoro domestico era svolto dalle donne, implicitamente si accettava che le donne avrebbero continuato a fare le “casalinghe”. Inoltre, poiché il dibattito femminista aveva anche ampiamente dimostrato che la diversa partecipazione di uomini e donne al mercato del lavoro era inficiata proprio dal lavoro domestico e dalle responsabilità familiare, accettare lo status quo nella divisione sessuale del lavoro riproduttivo implicava l’accettazione dello status quo anche nella divisione sessuale del lavoro produttivo: le donne avrebbero continuato a svolgere il lavoro domestico, retribuito ora da un salario, tale lavoro avrebbe fortemente condizionato loro partecipazione al lavoro produttivo, mantenendo la lavoratrice in condizioni di maggiore debolezza rispetto al lavoratore.
Per venire ora alla domanda, ho bisogno di fare una precisazione. È vero che il lavoro di riproduzione si sovrappone sempre più al lavoro produttivo, ma il RdB viene proposto a tutti, su base individuale e incondizionatamente (almeno questo dovrebbe essere il senso della proposta). Quindi, come ho già sostenuto nella riposta alla domanda 1, il RdB congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della forza-lavoro all’interno del sistema di produzione. La stessa critica si può applicare a quella parte di lavoro domestico non inglobato dal mercato. Un RdB per internalizzare la variabile di genere, senza aprire una discussione sulla divisione di genere del lavoro domestico, non farà altro che cristallizzare l’esistente. Si creerà, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro domestico non pagato ricevono il RdB, all’interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro produttivo è fortemente condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro21: una segregazione occupazionale orizzontale (le lavoratrici si concentrano in certi tipi di lavori, secondo lo stereotipo di genere per il quale esistono “lavori da donna” e “lavori da uomini”) e verticale (le lavoratrici fanno fatica ad accedere alle posizioni apicali); una disuguaglianza contrattuale pesante (se è vero che i contratti precari sono, oggi, abbastanza equamente distribuiti tra uomini e donne, non si può dire lo stesso del lavoro part-time, contratto che le donne spesso “subiscono”, visto l’alta percentuale di part-time involontario tra le lavoratrici); una disuguaglianza retributiva (il cosiddetto gender pay gap) che non verrebbe superato da un RdB uguale per tutti e tutte; e, come risultato delle precedenti, una disuguaglianza pensionistica (le lavoratrici ricevono pensioni minori rispetto ai lavoratori anche per via della loro maggiore discontinuità nel mondo del lavoro spesso causata dal lavoro di riproduzione). Un RdB come risposta alla “questione di genere” dimostra ancora più chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo status quo.
Quesito 5.
Nella domanda precedente abbiamo accennato all’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile come condizione dell’elasticità per così dire onnivora dell’istituzione-salario. Una seconda condizione è la non contabilizzazione della variabile ecologica nell’analisi economica. Infatti, a differenza dei fattori della produzione (capitale e lavoro), l’ambiente naturale è stato pensato in termini di simultanea gratuità e inesauribilità, finendo ai margini della riflessione sulle politiche di welfare – almeno fino agli anni Ottanta. Claus Offe (1997) ha mostrato come come il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico – cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione – non solo implichi un impatto dirompente sull’ambiente naturale ma freni fortemente politiche volte alla protezione ambientale in quanto inclini a privilegiare la preservazione delle risorse rispetto alla crescita. In una situazione, come quella attuale, in cui la lotta al cambiamento climatico e al deterioramento ecologico in generale non può essere ulteriormente procrastinata, è possibile pensare al reddito di base come liberazione dal dogma della crescita e come architrave di un welfare post-produttivista?
G. Vertova:
Non stupisce che, anche in questo caso, prima di rispondere alla domanda, voglia fare alcune precisazione sul discorso sottinteso. Si sostiene che, durante il periodo cosiddetto fordista, il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico, cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione, abbia portato ad accantonare le preoccupazioni per la questione ambientale.
Prima di tutto, a livello teorico, Keynes ha dimostrato che, quando le componenti private del capitalismo (investimenti delle imprese e consumi delle famiglie) non erano sufficienti per riassorbire la disoccupazione, doveva intervenire direttamente lo stato con spesa pubblica (sino a spingersi a una “socializzazione degli investimenti”) e creazione di posti di lavoro (che Minsky, sulla scorta del New Deal, avrebbe voluto addirittura diretta, da occupazione di ultima istanza), per garantire piena occupazione e crescita economica. Il discorso cruciale, semmai, avrebbe dovuto essere che tipo di spesa pubblica. Tendenzialmente, nei paesi europei, la teorizzazione keynesiana si è tradotta politicamente nella creazione di posti di lavoro pubblici con finalità sociali (welfare state): produzione di valori d’uso per la collettività piuttosto che di valore per il capitale. Negli Stati Uniti, invece, lo stesso impianto teorico si è tradotto nel cosiddetto “keynesismo militare”. In secondo luogo, la storia di quegli anni non può essere riassunta, semplicisticamente, dal nesso produttivismo versus ambientalismo. Molte battaglie del movimento operaio degli anni ’60 e ’70, iniziate all’interno della fabbrica, sulle condizioni di lavoro, non si concentravano solo ed esclusivamente su questioni salariali, ma anche sulla questione della salute nel luogo di lavoro, in una ottica, diremmo oggi, ambientalista. Inoltre, quando queste rivendicazioni sono state portate fuori dalla fabbrica, hanno contribuito a mettere in discussione la distruzione ambientale, tipica della produzione capitalistica22.
Fatte queste precisazioni, mi sembra difficile che il RdB, preso singolarmente, possa risolvere la questione ambientale. Come ho già spiegato nella risposta alla domanda 1, quantità e qualità della produzione è decisa dal capitale, e il RdB non le mette in discussione: al di là delle buone intenzioni, si cancella la discussione sul “cosa, come e quanto produrre” per rifugiarsi nel consumo. Si accettano le produzioni ecologicamente insostenibili, rimandando alla volontà e/o coscienza dei consumatori, relativamente più ricchi in quanto percettori del RdB, la scelta di acquistare merci ecologicamente sostenibili. Cosa peraltro fattibile se e solo se il capitale decide di produrre queste merci. Da questo punto di vista, la proposta keynesiana della socializzazione degli investimenti unita alla preoccupazione ambientalista di creare valori d’uso a basso impatto ambientale mi sembra decisamente più valida, soprattutto se coniugata con la riduzione dell’orario di lavoro e una messa in discussione della composizione della spesa pubblica. Quello che serve, quindi, è anche un cambiamento del modello di sviluppo, non solo una libertà nel consumo.
Inoltre, la liberazione dal dogma della crescita è un obiettivo che pone non pochi problemi. Il RdB come risposta al dogma della crescita può funzionare se e solo se il livello di tale reddito permette effettivamente di vivere senza lavorare (quello che ho chiamato incompatibile nella risposta alla domanda 1. Rimando, quindi, ai problemi che ho già sollevato). Il lavoratore può rifiutarsi di vendere la propria forza-lavoro per vivere (o sottrarsi dal venderla per le produzioni ecologicamente incompatibili) e tali produzioni cessano. Ovviamente, ragionando su scala nazionale, ma anche su quella europea, tutto ciò non impedisce al capitale di continuare a produrre merci ecologicamente insostenibili, con la forza-lavoro di paesi dove il RdB non è una possibilità, e di venderle in quei mercati dove i consumatori non hanno la presunta libertà di scelta che darebbe il RdB. Nel caso, invece, di un RdB compatibile, il dogma della crescita non entra nemmeno in discussione. Esiste sempre la necessità di vendere la propria forza-lavoro per vivere e, quindi, la qualità e quantità dell’occupazione e della produzione è decisa dal capitale. Non si esce, pertanto, dal nesso crescita economica-occupazione. Personalmente ritengo che il vero problema non sia quello della crescita illimitata, ma di mettere in questione il modello di crescita odierno, ecologicamente incompatibile.
Note
1 Rimando al dibattito sul il manifesto nell’estate del 2006, aperto con il mio articolo “Le tante trappole del reddito garantito” (4 giugno 2006) e chiuso da un mio articolo “Reddito e salario: si parte dal lavoro e dal conflitto” (15 agosto 2006). Per una elaborazione più esaustiva, rimando al mio articolo “Nuovo capitalismo e frammentazione del lavoro”, pubblicato in Essere Comunisti, anno II, n. 6 (marzo-aprile), 2008.
2 Fonte: www.basicincome.org/basic-income.
3 Si vedano le Note di contesto in: E. Leonardi – G. Pisani, Materiali preparatori. Note di contesto e Questionario, in questo stesso numero di Etica & Politica.
4 L’interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista, ha fatto un feticcio del “frammento sulle macchine” nei Grundrisse di Marx. Non solo ne è stata tratta una filosofia a disegno della storia (dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si è poi degradata a sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo cosiddetto immateriale, immediatamente “produttivo”, perno del cognitariato, e così via). Il tutto all’insegna di notevoli confusioni concettuali e interpretative. Il brano di Marx è non poco problematico: si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio delle macchine evolve nel primato del general intellect, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne Il Capitale Marx stesso chiarirà che la riduzione del tempo di lavoro individuale non è affatto in contrasto con l’aumento del tempo di lavoro totale; il quale è anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti capitali e della simbiotica espansione dell’estrazione di plusvalore assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l’errore di ieri, che aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si proclama spesso l’esaurimento del valore-lavoro, si fa grande confusione tra, da un lato, la produttività di valore d’uso, di ricchezza (cui certo contribuisce il general intellect, e che è però appannaggio del capitale che include in sé il lavoro concreto) e, dall’altro, la produttività di valore e di denaro (che resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo eterodiretto dal capitale). E si afferma l’esaurimento del lavoro salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo che “attualisticamente” muoverebbe il capitale, e non, invece, l’esito della forma determinata dell’inclusione del lavoro dentro il capitale. Si confonde l’attività di produzione e di consumo: se è vero che il consumatore oggi partecipa più che in passato alla definizione del valore d’uso sociale della merce (la figura del prosumer), ciò non ha nulla a che vedere con una generica produttività della “vita” in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria comicità. E si potrebbe proseguire. Su tutto ciò si vedano le condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Edizioni Alegre, Roma 2008); e il capitolo “The “Fragment on the Machines” and the Grundrisse. The Workerist Reading in Question, nel volume Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the TwentyFirst Century, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, Chicago 2014, pp. 345-367).
5 La Speenhamland Law viene analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1984, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene che questo sistema: “introduceva una innovazione sociale ed economica come quella del «diritto al vivere»”. E prosegue: “Nessuna misura fu mai più universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dai genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero” (sottolineature mie). Più avanti, prosegue: “Alla lunga il risultato fu agghiacciante. […] Poco a poco la gente della campagna fu immiserita”.
6 Per una storia del neoliberismo in un’ottica di classe, si veda: D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.
7 I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l’Alaska.
8 Per una critica al workfare, si veda: Unsocial Europe. Social Protection of Flexploitation?, di Anne Gray, Pluto Press, 2004.
9 Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione: scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.
10 Cfr. C. Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo. Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, Manifestolibri, Roma 2006.
11 Rimando alla nota 2.
12 Per una analisi di lungo periodo delle rivoluzioni tecnologiche, si veda: C. Freeman e F. Louça, As Time Goes By: From the Industrial Revolutions to the Information Revolutions, Oxford University Press, 2001.
13 Si veda P. Hirst e G. Thompson, Globalization in Questions, Polity Press, London 1996 (trad. it. La globalizzazione dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1997).
14 Augusto Graziani, commentando lo Statuto della BCE, aveva messo in dubbio la sua indipendenza dai governi nazionali. A questo proposito, si veda il suo articolo: The Euro: an Italian perspective, in “International Review of Applied Economics”, 16(1), 2002.
15 I parlamentari europei sono votati su base nazionale; il Consiglio è formato dai Ministri dei governi degli stati membri, competenti per la materia in discussione; i membri della Commissione vengono nominati dal Parlamento, con una preoccupazione informale che più o meno tutti gli stati membri siano rappresentati.
16 A questo proposito si veda R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Asterios Editore, Trieste 2012.
17 Cfr. D. Harvey, The Limits to Capital, Blackwell Publisher, Oxford 1982.
18 Cfr. L. Gallino, Lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
19 Il suffragio universale maschile è stato introdotto nel 1918. Le cittadine dovranno aspettare il 1945.
20 Cfr. S. Himmelweit e S. Mouhn, Domestic labour and capital, in pubblicato sul “Cambridge Journal of Economics”, 1977, vol. 1, pp. 15-31
21 Si veda il mio capitolo “Il mercato del lavoro in un’ottica di genere”, in La costruzione del genere: norme e regole, a cura di Barbara Pezzini, Sestante Edizioni/Bergamo University Press, 2012.
22 Cfr. D. Sacchetto e G. Sbrogió (a cura di), Quando il potere è operaio. Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera (1960-1980), Manifestolibri, Roma 2009.
Fonte
In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignità pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano – ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come è possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?
G. Vertova:
Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana. Lo trovo ancora più bizzarro quando si invita al dibatto una persona che, in più di una occasione, ha sollevato critiche, sia teoriche che politiche, al RdB1. Forse sarebbe stato intellettualmente più stimolante chiedere ai partecipanti una analisi di tale proposta. Mi prendo, quindi, la libertà di riassumere, molto velocemente, le mie perplessità, prima di rispondere.
Prima di tutto è necessario chiarire di cosa si sta parlando, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato a un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro)2 . Questa nuova forma di welfare viene presentata dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.
Le giustificazioni teoriche della proposta3 la qualificano immediatamente. La ricerca della giustizia redistributiva (Rawls), della libertà dalla povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri) evidenziano come il RdB sia una proposta di redistribuzione (del reddito ed, eventualmente, della ricchezza). Non va a intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Misure come il RdB possono, forse, rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le congelano, soprattutto quando tali misure sono pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso a intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, la proposta del RdB si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione e precarietà, cercando di miglioralo. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici. Certo, anche il welfare è una forma indiretta di redistribuzione del reddito. Che differenza c’è, quindi, tra il RdB e il welfare? La risposta corretta è: dipende da come è declinata la proposta del primo.
Diverse sono le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB, a seconda di come è esplicitato: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”); o un livello che diventa una integrazione a un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che definisco incompatibile, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato prodotto4, il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all’effetto Speenhamland5. I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce già una forma di reddito. L’impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento” il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive e un crollo della capacità contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è il RdB.
Spesso, in un’ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi. Peccato che la crescita postbellica si deve alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico più stabile di quello attuale e in un situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.
In merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico. Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice6. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata” (o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata, della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.
Quest’ultimo punto mi permette di rispondere alla domanda. Sì, è vero: il dibattito italiano sul RdB è in ritardo rispetto ad altri paesi (così come lo è, peraltro, su tanti altri argomenti). Va, tuttavia, ricordato che, anche in quei paesi dove il dibattito è di più vecchia data, non è mai stato introdotto un RdB incompatibile7, ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il passaggio dal welfare state al workfare state8 tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui abbiano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro e poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.
Proposte di politica economica “di classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si propone il RdB come la soluzione di disoccupazione e precarietà, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Una politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere, necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di “un reddito per tutti e tutte”. È da qui che dovrebbe partire il dibattito.
Quesito 2.
Di fronte al declino della soggettività “lavorista” su cui si è costruita la mediazione costituzionale novecentesca e a una produzione sempre più eterogenea, il welfare assicurativo di matrice fordista si dimostra inadeguato a garantire le protezioni sociali necessarie a un numero sempre più ampio di soggetti. Si assiste, contemporaneamente, all’emersione di nuove forme di lavoro cooperativo – nell’ambito della cosiddetta sharing economy – che coniugano l’ampia inclusività dell’accesso e della gestione con una proprietà privatistica ed escludente, che ha favorito una rimodulazione delle dinamiche di accumulazione capitalista. Che ruolo può avere il reddito di base in questo quadro? Preso singolarmente, può esso costituire una risposta all’insicurezza sociale, ponendo le basi, al contempo, per una nuova idea di cittadinanza inclusiva e plurale?
G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, mi sento obbligata a fare delle precisazioni, in quanto la domanda sottende un’analisi che non condivido: si chiede se il RdB, preso singolarmente, può costituire una risposta all’insicurezza sociale in un contesto dove la soggettività “lavorista” è declinante e il welfare assicurativo di matrice fordista inadeguato. L’idea di un declino della soggettività lavorista, tipica del periodo fordista e individuata nel lavoratore maschio, eterosessuale, in catena di montaggio, è propria di una lettura dello sviluppo capitalistico a stadi, dove ogni stadio è caratterizzato da una figura centrale di riferimento. Così come si sarebbe passati dal capitalismo concorrenziale dell’Ottocento a quello oligopolistico/monopolistico del Novecento (anche se andrebbe qualificato: primo Novecento negli USA e secondo Novecento in Europa), per giungere al capitalismo cognitivo odierno; allo stesso modo l’operaio di mestiere avrebbe lasciato spazio all’operaio massa e, infine, all’operaio sociale, e poi al lavoratore cognitivo, o, secondo altri, al lavoro autonomo di seconda generazione9, flessibile e precario. Tutto ciò sarebbe causato dalle trasformazioni del lavoro: da un lavoro prevalentemente manuale produttore di beni materiali a uno cognitivo produttore di beni immateriali. Indicatori di questo passaggio sarebbero le statistiche sull’occupazione che mostrano una riduzione dell’occupazione nel settore manifatturiero (deindustrializzazione) e un aumento in quello dei servizi (terziarizzazione). Oltretutto questa terziarizzazione sarebbe portatrice di lavori intellettuali, tecnologici, cognitivi, altamente qualificati, svolti dai knowledge workers (lavoratori della conoscenza), figura centrale del capitalismo cognitivo10.
Questa analisi mi convince poco. In un’ottica marxiana, la visione a stadi dello sviluppo capitalistico implica una meccanica successione temporale tra l’estrazione del plusvalore assoluto (sussunzione formale) a quella del plusvalore relativo (sussunzione reale), che, appunto, porterebbe a individuare un tendenza (e quindi un soggetto sociale di riferimento), rispetto alla quale le altre forme di lavoro sono considerate residuali11. Ammessa ma non concessa la correttezza di questa analisi, vale la pena ricordare che sarebbe valida solo per un francobollo del pianeta, cioè per le aree economicamente e tecnologicamente più avanzate. Peccato che i restanti nove decimi del pianeta siano composti da lavoratori salariati e, spesso, coatti, che subiscono una estorsione di plusvalore assoluto senza precedenti, permettendo lo sviluppo del terziario dei paesi avanzati. Sarebbe, quindi, forse, più opportuno interrogarsi sulla relazione tra i diversi tipi di sfruttamento, sulle modalità con cui quantità enormi di plusvalore assoluto, prodotte nei paesi arretrati, sorreggano produzioni iper-tecnologiche e terziarizzazione qui da noi. Andrebbe anche ricordato che anche qui da noi, come negli altri paesi avanzati, l’estrazione di plusvalore assoluto si interseca con l’estrazione di plusvalore relativo. Inoltre solo una lettura superficiale dei dati statistici può portare a pensare che l’aumento di occupazione nei servizi sia il risultato di un aumento dei lavori intellettuali e tecnologicamente avanzati. La terziarizzazione dei paesi avanzati non si nutre solo di lavori altamente qualificati: i servizi spaziano dal progettatore di pagine web all’addetto alle pulizie. Anche nel terziario esistono lavori a bassa qualifica e a basso salario. Infine, la ricerca spasmodica di un soggetto sociale, centrale e rappresentativo della fase attuale, sostituisce vuote astrazioni all’inchiesta concreta. Il mondo del lavoro è sempre eterogeneo: lo era ai tempi di Marx e lo è oggi, anche se in grado maggiore. Va da sé che ogni rivoluzione tecnologica crea nuovi prodotti, nuovi processi di produzione, nuovi mestieri, nuove modalità di estrazione del lavoro vivo, aumentando così la differenziazione della composizione di classe: ieri la ferrovia spiazzava la diligenza, oggi le email la posta cartacea12. Tuttavia, ridurre forzatamente all’unità un mondo plurale nega, alla base, l’esigenza della riunificazione tra soggetti del lavoro differenti e con pari dignità. In ogni fase del capitalismo, il centro della valorizzazione e dell’accumulazione è il lavoratore produttivo di plusvalore: il lavoratore eterodiretto, capitalisticamente comandato, “materiale” o “immateriale” che sia il lavoro erogato. Non si tratta di una figura tecnologicamente o concretamente definita, che abbia a che vedere soltanto con la catena di montaggio o con il contratto giuridico di lavoro salariato tra acquirente e venditore della forza-lavoro (che comunque rimane prevalente): può essere lavoratore comandato dal capitale e produttivo di plusvalore tanto l’operaio di Melfi quanto l’operatore di call center, quanto i lavoratori soggetti a una subordinazione ibrida al capitale non nella forma del contratto di lavoro salariato. Invece di cercare, ossessivamente, di individuare una figura centrale inesistente, sarebbe più utile indagare l’intersezione tra le “nuove” e le “vecchie” modalità di sfruttamento di una classe lavoratrice molto più eterogenea che in passato.
Fatte queste precisazioni, arrivo alla risposta: non credo che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all’insicurezza sociale. Una premessa è qui necessaria. Non capisco perché il RdB venga proposto sempre in contrapposizione ad altre rivendicazioni: si propone il RdB come risposta all’insicurezza sociale, mantenendo inalterate tutte le altre componenti del sistema che concorrono a creare tale insicurezza. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante. Ridurre l’insicurezza sociale a una questione meramente monetaria cancella un po’ di problemi. Prima di tutto, l’annosa questione del livello di questo ipotetico RdB: se incompatibile o compatibile (come da me definiti nella risposta al quesito 1). Quasi tutti i paesi avanzati che prevedono una tale misura distribuiscono un RdB compatibile (quindi una mera integrazione al salario), che non elimina l’insicurezza sociale; la mitiga e la rende, forse, più sopportabile nel breve periodo. Questo perché l’insicurezza sociale non è solo una questione monetaria. Si ragiona come se il RdB da solo dia accesso ai beni/servizi e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro.
L’insicurezza sociale è creata da un mercato del lavoro precario, dove la forza-lavoro è costantemente sotto coercizione, perché la vera funzione dalla precarizzazione è quella di stabilire un permanente potere di ricatto che rende poco contestabile il comando del capitale dentro il processo di valorizzazione. Così sono peggiorate tutte le condizioni di lavoro, non solamente il salario. Faccio un esempio: si ipotizzi che un lavoratore precario riceva un RdB a integrazione del suo salario e che il suo rapporto di lavoro sia del tipo jobs on call. Questo lavoratore dovrà vivere 24 ore al giorno a disposizione di chi lo chiama per lavorare, senza potersi permettere di rifiutare alcuna chiamata (perché oggi arriva, domani chissà), senza poter quindi contestare le condizioni lavorative, pur ricevendo un RdB. Non mi sembra un’idea brillante. Inoltre, l’insicurezza sociale è creata dalla mancanza di un vero welfare (in beni/servizi), universale e funzionante, e dalla sua costante privatizzazione. Faccio un esempio paradossale a scopo di chiarimento: ipotizziamo che l’Italia sia in grado di distribuire anche un RdB incompatibile, ma che, allo stesso tempo tutto il welfare in beni/servizi venga privatizzato. Quanto RdB dovremmo distribuire affinché una persona possa pagarsi la sanità privata, tutto il ciclo di istruzione privato, l’utilizzo di strade o treni privati, dell’illuminazione, etc. affinché possa vivere senza insicurezza? Un welfare di beni/servizi completamente privatizzato si adegua, ovviamente, alle leggi di mercato con prezzi decisi delle imprese private. E quando i prezzi aumentano? Basterà il RdB per garantirne l’acquisto?
Personalmente ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni. Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito (penso, per esempio, alla sanità, all’istruzione, a una mobilità sostenibile, al diritto all’abitazione, a tutti i servizi sociali che hanno una connotazione di genere, etc.), accompagnandolo a una revisione del sistema fiscale, per renderlo più equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”, da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.
Quesito 3.
Il declino della sovranità nazionale, negli ultimi anni, è andato di pari passo con una verticalizzazione della governance, a livello europeo. Il paradigma dell’austerity, dettato dalla troika a trazione tedesca, si è tradotto nella norma fondamentale di governo, fino a deformare le costituzioni nazionali e a incidere sulle politiche nazionali dei paesi “colpevoli” e “incapaci” in quanto indebitati. Possono ancora le proposte di reddito di base fondarsi sul piano nazionale? Oppure, di fronte a una governance trans-nazionale sempre più verticistica e violenta, è necessario assumere lo spazio europeo come terreno costituente? In questo scenario, evidentemente complesso, come si trasforma il ruolo delle soggettività politiche all’interno dei singoli stati?
G. Vertova:
Anche in questo caso, prima di rispondere, sono obbligata ad alcune precisazioni: si parla di declino della sovranità nazionale, verticalizzazione della governance, paradigma dell’austerità. Innanzitutto, il dibattito teorico sul declino della sovranità nazionale, che equivale a parlare del ruolo dello stato-nazione e della globalizzazione, è vasto e presenta posizioni molto contrastanti13. I due estremi sono rappresentati dai “globalisti”, convinti che le multinazionali e la finanza senza frontiere abbiano eroso la possibilità dello stato-nazione di incidere sul sistema economico; e dagli “scettici”, persuasi che lo stato-nazione possa ancora svolgere un ruolo nel sistema economico. Tra questi due estremi ci sono una miriade di posizioni intermedie. Personalmente ritengo che lo stato-nazione svolga ancora un ruolo importante, ma diverso rispetto a quello svolto nel periodo cosiddetto fordista. Certo, oggi lo stato-nazione ha un controllo meno esclusivo sui processi economici e sociali che si dipanano nel territorio nazionale, ma questo non vuol dire che non sia un attore cruciale nell’economia internazionalizzata. Da stato-nazione di stampo keynesiano, teso al raggiungimento di un compromesso tra capitale e lavoro, alla piena occupazione e alla creazione di un welfare per tutelare le classi sociali più deboli, si è giunti allo stato-nazione di tipo neoliberista, preoccupato della competitività della “azienda-paese”. Le politiche economiche sono motivate dalla impellente necessità di far sopravvivere o prosperare le imprese nazionali nel grande gioco del capitalismo globale, indipendentemente dai costi sociali ed ecologici. Vale la pena sottolineare che, come giustamente esplicita la domanda, la questione della sovranità nazionale è tipicamente europea. Nulla di simile è accaduto negli Stati Uniti (come si potrebbe sostenere il contrario, quando la macchina da guerra statunitense si mette regolarmente in moto per difendere gli interessi delle multinazionali statunitensi del petrolio?); né in Giappone o nel Regno Unito (paesi che detengono ancora lo strumento della politica monetaria); tanto meno nella Cina emergente (dove la sovranità nazionale è detenuta militarescamente dal Partito). Anche sulla questione della governance a livello europeo bisognerebbe fare alcune qualificazioni. La verticalizzazione più forte è stata quella relativa alla politica monetaria con la creazione della Banca Centrale Europea, unica istituzione formalmente sovranazionale14. Ma sarebbe un errore credere che l’assetto politico e istituzionale europeo sia sovra-nazionale. Al contrario, è un luogo di scontro dei fortissimi interessi dei singoli capitalismi nazionali, nel quale, ovviamente, vince lo stato-nazione con più potere (oggi, la Germania). Il potere legislativo ed esecutivo sono detenuti da istituzioni15 ancora definite su basi nazionali e, spessissimo, sono gli interessi nazionali a determinare la promulgazione di regolamenti, direttive, raccomandazioni, pareri e altro. Infine, va detto chiaramente che oggi il paradigma dell’austerità non è un vincolo economico, ma politico, come ieri lo erano il Trattato di Maastricht e il Patto di Stabilità: un alibi per poter imporre “con le mani legate” quelle politiche di classe che sarebbero state comunque portate avanti16. Sono stati i capitali nazionali, e gli Stati, a volere questa delega di potere per ragioni attinenti ai rapporti di classe.
Fatte queste precisazioni, la mia risposta è: certo che no. Tuttavia, non solamente il RdB; anche le rivendicazioni del mondo del lavoro e quelle sul welfare dovrebbero essere portate a livello europeo. Si eviterebbe così la creazione di una spaccatura geografica delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. Quel “pacchetto” di politiche economiche, che ho indicato nella risposta al quesito 2, dovrebbe essere rivendicato su base europea, con l’obiettivo di unificare una classe lavoratrice, oggi, frammentata dal capitale e dall’intervento politico. La geografia economica di ispirazione marxista17 insegna che lo spazio rappresenta un valore d’uso nel processo di accumulazione. Il capitale “usa” lo spazio in tutti i suoi processi. Il processo di produzione strettamente inteso (il momento della creazione del plusvalore) necessita di una organizzazione spaziale della società: capitale e lavoro devono “incontrarsi” in qualche luogo per dar vita al processo di produzione. Successivamente, il processo di circolazione necessita di infrastrutture funzionali alla circolazioni delle merci (per esempio, il sistema dei trasporti, le comunicazioni reali e virtuali, etc.). Infine, anche il processo di riproduzione della forza-lavoro è spazialmente determinato, attraverso la creazione di infrastrutture sociali (per esempio, gli ospedali, le scuole, etc.). Tutti questi processi richiedono una struttura territoriale coerente, funzionale al processo di accumulazione capitalistica. Tuttavia, il capitale non basta. L’intervento politico è fondamentale per la creazione e il mantenimento della struttura territoriale. In questo modo, il capitale e l’intervento politico sono in grado di creare una gerarchizzazione dei luoghi, dei territori, dei paesi, che determina condizioni di lavoro e di vita, che variano a secondo delle loro specificità.
E, mentre il capitale si sposta su scala globale, le rivendicazioni “di classe” si incartano su scala locale. In Italia a quasi tutte le legittime rivendicazioni dei movimenti dal basso manca un collante politico e/o sindacale che riesca a spostarle almeno sul piano nazionale, se non, meglio, europeo. Addirittura alcune di esse si pongono in una ottica meramente localista: la moneta locale; o RdB regionale concesso solo ad alcune categorie di persone (precari, etc.). Il neoliberismo e la crisi odierna sono grandi sfide per la classe lavoratrice che, al momento, sembrano essere vinte dalla classe avversa18. Bisognerebbe quindi domandarsi quanto l’incapacità di creare movimenti sociali e politici transnazionali, a livello almeno europeo, non abbia contribuito a questa vittoria. Così come precedentemente tale incapacità non abbia contribuito alla creazione di questa integrazione europea, che tutto è tranne che amica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il capitale è sempre stato molto bravo nel divide et impera: nel neoliberismo, le differenziazioni territoriali (locali, regionali o nazionali che siano) sono un’arma in più.
Quesito 4.
Nella sua forma “classica”, o fordista, il welfare aveva stabilito una particolare relazione con il sistema produttivo: quest’ultimo fungeva da elemento centrale (creazione diretta e distribuzione primaria di ricchezza) mentre il primo agiva da ente periferico (azione ridistribuita finalizzata alla tutela individuale e collettiva in caso di fallimento del progetto economico). A sua volta il sistema produttivo si basava sulla centralità del salario in quanto istituzione-chiave della mediazione sociale, cioè sul lavoro subordinato come architrave dell’accesso alla cittadinanza e sulla piena occupazione come obiettivo di fondo della politica economica. Crediamo sia importante sottolineare come l’elasticità, la forza centripeta dell’istituzione-salario richiedesse alcune condizioni per risultare funzionale, una delle quali è la divisione sessuale del lavoro – denunciata in modo convincente dall’economia politica femminista – e quindi da un lato l’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile e dall’altro il disciplinamento del lavoratore salariato maschio. Coma ha ben messo in luce Silvia Federici (1972), la lotta per il salario al lavoro domestico aveva un duplice obiettivo: in primo luogo mostrare la rilevanza del lavoro femminile extra-salariale per la valorizzazione capitalistica, cioè renderlo visibile, denaturalizzarlo. In secondo luogo salarizzare il lavoro domestico significava scardinare irrimediabilmente il sistema delle compatibilità capitalistiche. In una situazione, come quella attuale, in cui il lavoro di riproduzione (femminile e non) si sovrappone sempre più al lavoro produttivo classicamente inteso, è possibile pensare al reddito di base come risposta all’internalizzazione della variabile di genere nella valorizzazione capitalistica? Se sì, si tratta della conquista di un grado di libertà superiore in un processo ormai irreversibile, oppure di una nuova modalità, ancor più intensa, di sfruttamento?
G. Vertova:
Un paio di qualificazioni sulla domanda sono, anche in questo caso, necessarie, visto l’impianto teorico sotteso. Si parla della “centralità del salario” come “architrave dell’accesso alla cittadinanza”, termine molto vago che può indicare tante cose diverse. Mi permetto, quindi, un paio di osservazioni. L’accesso alla cittadinanza è stata prima di tutto garantita dal diritto di voto universale per uomini e donne, che nulla aveva a che fare con la condizione lavorativa (ricordando, ovviamente, la pesante questione di genere19). Anche il Sistema Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, è parte centrale dell’accesso alla cittadinanza; così come lo è stata l’istruzione pubblica. Non parlerei quindi di “accesso alla cittadinanza”, garantito dal lavoro salariato, ma di accesso al welfare assicurativo, che era, effettivamente, concesso sulla base della condizione lavorativa.
La domanda prosegue sulla questione di genere, sottolineando come la divisione sessuale del lavoro fosse una condizione necessaria per la centralità del lavoro salariato. Mi sembra che questa analisi sia un po’ troppo sbrigativa. È vero che il processo di accumulazione capitalistico degli anni cosiddetti fordisti si basava generalmente su una forza-lavoro maschile, con una forte divisione sessuale del lavoro (“l’uomo in fabbrica, la donna a casa”). È, tuttavia, altrettanto vero che uno dei punti di forza del capitale è quello di sapere utilizzare al meglio forza-lavoro necessaria per specifici processi di produzione: uomini giovani e forti per la catena di montaggio; donne giovani e piacenti in quei lavori dove l’esteriorità è una valore d’uso non indifferente (ricordo, comunque, che oggi come allora ci sono donne che lavorano in catena di montaggio). Quindi, la divisione sessuale del lavoro non era allora, come non lo è oggi, solo il risultato del processo di accumulazione capitalistico; ma anche del patriarcato. Era socialmente accettato il male breadwinner family model (modello del maschio capofamiglia che porta a casa la paga): era considerato “naturale” che il lavoro domestico venisse svolto dalla donne e che gli uomini dovessero lavorare per mantenere la famiglia.
Infine, ma forse più importante per le implicazioni con il RdB, la domanda ripropone il dibattito sul salario al lavoro domestico, sottolineando come questa proposta avesse due obiettivi: (i) de-naturalizzare e rendere visibile il lavoro per la riproduzione sociale; (ii) scardinare il sistema delle compatibilità capitalistiche. Per amore di verità, andrebbe ricordato che se nel femminismo degli anni Settanta c’era grande convergenza sul primo punto, non altrettanto si può dire sul secondo. Per sommi capi le argomentazioni delle femministe critiche20 erano: (i) il lavoro domestico non rappresenta un “modo di produzione” marxianamente inteso e, quindi, (ii) non è produttore di valore e non risponde alla teoria del valore; (iii) nella “produzione domestica” i rapporti sociali sono, sì, asimmetrici e basati su relazioni di potere (il patriarcato), ma non sono assimilabili ai rapporti capitalistici di produzione (che si basano su relazioni di potere legate alla collocazione sociale nel processo di produzione). Per tutti questi motivi, le femministe critiche ritenevano che la proposta avrebbe rappresentato l’accettazione della status quo della divisione sessuale del lavoro domestico, rimborsandolo con un salario. Visto che la maggior parte del lavoro domestico era svolto dalle donne, implicitamente si accettava che le donne avrebbero continuato a fare le “casalinghe”. Inoltre, poiché il dibattito femminista aveva anche ampiamente dimostrato che la diversa partecipazione di uomini e donne al mercato del lavoro era inficiata proprio dal lavoro domestico e dalle responsabilità familiare, accettare lo status quo nella divisione sessuale del lavoro riproduttivo implicava l’accettazione dello status quo anche nella divisione sessuale del lavoro produttivo: le donne avrebbero continuato a svolgere il lavoro domestico, retribuito ora da un salario, tale lavoro avrebbe fortemente condizionato loro partecipazione al lavoro produttivo, mantenendo la lavoratrice in condizioni di maggiore debolezza rispetto al lavoratore.
Per venire ora alla domanda, ho bisogno di fare una precisazione. È vero che il lavoro di riproduzione si sovrappone sempre più al lavoro produttivo, ma il RdB viene proposto a tutti, su base individuale e incondizionatamente (almeno questo dovrebbe essere il senso della proposta). Quindi, come ho già sostenuto nella riposta alla domanda 1, il RdB congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della forza-lavoro all’interno del sistema di produzione. La stessa critica si può applicare a quella parte di lavoro domestico non inglobato dal mercato. Un RdB per internalizzare la variabile di genere, senza aprire una discussione sulla divisione di genere del lavoro domestico, non farà altro che cristallizzare l’esistente. Si creerà, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro domestico non pagato ricevono il RdB, all’interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro produttivo è fortemente condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro21: una segregazione occupazionale orizzontale (le lavoratrici si concentrano in certi tipi di lavori, secondo lo stereotipo di genere per il quale esistono “lavori da donna” e “lavori da uomini”) e verticale (le lavoratrici fanno fatica ad accedere alle posizioni apicali); una disuguaglianza contrattuale pesante (se è vero che i contratti precari sono, oggi, abbastanza equamente distribuiti tra uomini e donne, non si può dire lo stesso del lavoro part-time, contratto che le donne spesso “subiscono”, visto l’alta percentuale di part-time involontario tra le lavoratrici); una disuguaglianza retributiva (il cosiddetto gender pay gap) che non verrebbe superato da un RdB uguale per tutti e tutte; e, come risultato delle precedenti, una disuguaglianza pensionistica (le lavoratrici ricevono pensioni minori rispetto ai lavoratori anche per via della loro maggiore discontinuità nel mondo del lavoro spesso causata dal lavoro di riproduzione). Un RdB come risposta alla “questione di genere” dimostra ancora più chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo status quo.
Quesito 5.
Nella domanda precedente abbiamo accennato all’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile come condizione dell’elasticità per così dire onnivora dell’istituzione-salario. Una seconda condizione è la non contabilizzazione della variabile ecologica nell’analisi economica. Infatti, a differenza dei fattori della produzione (capitale e lavoro), l’ambiente naturale è stato pensato in termini di simultanea gratuità e inesauribilità, finendo ai margini della riflessione sulle politiche di welfare – almeno fino agli anni Ottanta. Claus Offe (1997) ha mostrato come come il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico – cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione – non solo implichi un impatto dirompente sull’ambiente naturale ma freni fortemente politiche volte alla protezione ambientale in quanto inclini a privilegiare la preservazione delle risorse rispetto alla crescita. In una situazione, come quella attuale, in cui la lotta al cambiamento climatico e al deterioramento ecologico in generale non può essere ulteriormente procrastinata, è possibile pensare al reddito di base come liberazione dal dogma della crescita e come architrave di un welfare post-produttivista?
G. Vertova:
Non stupisce che, anche in questo caso, prima di rispondere alla domanda, voglia fare alcune precisazione sul discorso sottinteso. Si sostiene che, durante il periodo cosiddetto fordista, il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico, cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione, abbia portato ad accantonare le preoccupazioni per la questione ambientale.
Prima di tutto, a livello teorico, Keynes ha dimostrato che, quando le componenti private del capitalismo (investimenti delle imprese e consumi delle famiglie) non erano sufficienti per riassorbire la disoccupazione, doveva intervenire direttamente lo stato con spesa pubblica (sino a spingersi a una “socializzazione degli investimenti”) e creazione di posti di lavoro (che Minsky, sulla scorta del New Deal, avrebbe voluto addirittura diretta, da occupazione di ultima istanza), per garantire piena occupazione e crescita economica. Il discorso cruciale, semmai, avrebbe dovuto essere che tipo di spesa pubblica. Tendenzialmente, nei paesi europei, la teorizzazione keynesiana si è tradotta politicamente nella creazione di posti di lavoro pubblici con finalità sociali (welfare state): produzione di valori d’uso per la collettività piuttosto che di valore per il capitale. Negli Stati Uniti, invece, lo stesso impianto teorico si è tradotto nel cosiddetto “keynesismo militare”. In secondo luogo, la storia di quegli anni non può essere riassunta, semplicisticamente, dal nesso produttivismo versus ambientalismo. Molte battaglie del movimento operaio degli anni ’60 e ’70, iniziate all’interno della fabbrica, sulle condizioni di lavoro, non si concentravano solo ed esclusivamente su questioni salariali, ma anche sulla questione della salute nel luogo di lavoro, in una ottica, diremmo oggi, ambientalista. Inoltre, quando queste rivendicazioni sono state portate fuori dalla fabbrica, hanno contribuito a mettere in discussione la distruzione ambientale, tipica della produzione capitalistica22.
Fatte queste precisazioni, mi sembra difficile che il RdB, preso singolarmente, possa risolvere la questione ambientale. Come ho già spiegato nella risposta alla domanda 1, quantità e qualità della produzione è decisa dal capitale, e il RdB non le mette in discussione: al di là delle buone intenzioni, si cancella la discussione sul “cosa, come e quanto produrre” per rifugiarsi nel consumo. Si accettano le produzioni ecologicamente insostenibili, rimandando alla volontà e/o coscienza dei consumatori, relativamente più ricchi in quanto percettori del RdB, la scelta di acquistare merci ecologicamente sostenibili. Cosa peraltro fattibile se e solo se il capitale decide di produrre queste merci. Da questo punto di vista, la proposta keynesiana della socializzazione degli investimenti unita alla preoccupazione ambientalista di creare valori d’uso a basso impatto ambientale mi sembra decisamente più valida, soprattutto se coniugata con la riduzione dell’orario di lavoro e una messa in discussione della composizione della spesa pubblica. Quello che serve, quindi, è anche un cambiamento del modello di sviluppo, non solo una libertà nel consumo.
Inoltre, la liberazione dal dogma della crescita è un obiettivo che pone non pochi problemi. Il RdB come risposta al dogma della crescita può funzionare se e solo se il livello di tale reddito permette effettivamente di vivere senza lavorare (quello che ho chiamato incompatibile nella risposta alla domanda 1. Rimando, quindi, ai problemi che ho già sollevato). Il lavoratore può rifiutarsi di vendere la propria forza-lavoro per vivere (o sottrarsi dal venderla per le produzioni ecologicamente incompatibili) e tali produzioni cessano. Ovviamente, ragionando su scala nazionale, ma anche su quella europea, tutto ciò non impedisce al capitale di continuare a produrre merci ecologicamente insostenibili, con la forza-lavoro di paesi dove il RdB non è una possibilità, e di venderle in quei mercati dove i consumatori non hanno la presunta libertà di scelta che darebbe il RdB. Nel caso, invece, di un RdB compatibile, il dogma della crescita non entra nemmeno in discussione. Esiste sempre la necessità di vendere la propria forza-lavoro per vivere e, quindi, la qualità e quantità dell’occupazione e della produzione è decisa dal capitale. Non si esce, pertanto, dal nesso crescita economica-occupazione. Personalmente ritengo che il vero problema non sia quello della crescita illimitata, ma di mettere in questione il modello di crescita odierno, ecologicamente incompatibile.
Note
1 Rimando al dibattito sul il manifesto nell’estate del 2006, aperto con il mio articolo “Le tante trappole del reddito garantito” (4 giugno 2006) e chiuso da un mio articolo “Reddito e salario: si parte dal lavoro e dal conflitto” (15 agosto 2006). Per una elaborazione più esaustiva, rimando al mio articolo “Nuovo capitalismo e frammentazione del lavoro”, pubblicato in Essere Comunisti, anno II, n. 6 (marzo-aprile), 2008.
2 Fonte: www.basicincome.org/basic-income.
3 Si vedano le Note di contesto in: E. Leonardi – G. Pisani, Materiali preparatori. Note di contesto e Questionario, in questo stesso numero di Etica & Politica.
4 L’interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista, ha fatto un feticcio del “frammento sulle macchine” nei Grundrisse di Marx. Non solo ne è stata tratta una filosofia a disegno della storia (dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si è poi degradata a sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo cosiddetto immateriale, immediatamente “produttivo”, perno del cognitariato, e così via). Il tutto all’insegna di notevoli confusioni concettuali e interpretative. Il brano di Marx è non poco problematico: si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio delle macchine evolve nel primato del general intellect, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne Il Capitale Marx stesso chiarirà che la riduzione del tempo di lavoro individuale non è affatto in contrasto con l’aumento del tempo di lavoro totale; il quale è anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti capitali e della simbiotica espansione dell’estrazione di plusvalore assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l’errore di ieri, che aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si proclama spesso l’esaurimento del valore-lavoro, si fa grande confusione tra, da un lato, la produttività di valore d’uso, di ricchezza (cui certo contribuisce il general intellect, e che è però appannaggio del capitale che include in sé il lavoro concreto) e, dall’altro, la produttività di valore e di denaro (che resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo eterodiretto dal capitale). E si afferma l’esaurimento del lavoro salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo che “attualisticamente” muoverebbe il capitale, e non, invece, l’esito della forma determinata dell’inclusione del lavoro dentro il capitale. Si confonde l’attività di produzione e di consumo: se è vero che il consumatore oggi partecipa più che in passato alla definizione del valore d’uso sociale della merce (la figura del prosumer), ciò non ha nulla a che vedere con una generica produttività della “vita” in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria comicità. E si potrebbe proseguire. Su tutto ciò si vedano le condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (Edizioni Alegre, Roma 2008); e il capitolo “The “Fragment on the Machines” and the Grundrisse. The Workerist Reading in Question, nel volume Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the TwentyFirst Century, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, Chicago 2014, pp. 345-367).
5 La Speenhamland Law viene analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione (Einaudi, Torino 1984, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene che questo sistema: “introduceva una innovazione sociale ed economica come quella del «diritto al vivere»”. E prosegue: “Nessuna misura fu mai più universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano più dipendenti dai genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volontà e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero” (sottolineature mie). Più avanti, prosegue: “Alla lunga il risultato fu agghiacciante. […] Poco a poco la gente della campagna fu immiserita”.
6 Per una storia del neoliberismo in un’ottica di classe, si veda: D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.
7 I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l’Alaska.
8 Per una critica al workfare, si veda: Unsocial Europe. Social Protection of Flexploitation?, di Anne Gray, Pluto Press, 2004.
9 Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione: scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.
10 Cfr. C. Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo. Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, Manifestolibri, Roma 2006.
11 Rimando alla nota 2.
12 Per una analisi di lungo periodo delle rivoluzioni tecnologiche, si veda: C. Freeman e F. Louça, As Time Goes By: From the Industrial Revolutions to the Information Revolutions, Oxford University Press, 2001.
13 Si veda P. Hirst e G. Thompson, Globalization in Questions, Polity Press, London 1996 (trad. it. La globalizzazione dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1997).
14 Augusto Graziani, commentando lo Statuto della BCE, aveva messo in dubbio la sua indipendenza dai governi nazionali. A questo proposito, si veda il suo articolo: The Euro: an Italian perspective, in “International Review of Applied Economics”, 16(1), 2002.
15 I parlamentari europei sono votati su base nazionale; il Consiglio è formato dai Ministri dei governi degli stati membri, competenti per la materia in discussione; i membri della Commissione vengono nominati dal Parlamento, con una preoccupazione informale che più o meno tutti gli stati membri siano rappresentati.
16 A questo proposito si veda R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Asterios Editore, Trieste 2012.
17 Cfr. D. Harvey, The Limits to Capital, Blackwell Publisher, Oxford 1982.
18 Cfr. L. Gallino, Lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
19 Il suffragio universale maschile è stato introdotto nel 1918. Le cittadine dovranno aspettare il 1945.
20 Cfr. S. Himmelweit e S. Mouhn, Domestic labour and capital, in pubblicato sul “Cambridge Journal of Economics”, 1977, vol. 1, pp. 15-31
21 Si veda il mio capitolo “Il mercato del lavoro in un’ottica di genere”, in La costruzione del genere: norme e regole, a cura di Barbara Pezzini, Sestante Edizioni/Bergamo University Press, 2012.
22 Cfr. D. Sacchetto e G. Sbrogió (a cura di), Quando il potere è operaio. Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera (1960-1980), Manifestolibri, Roma 2009.
Fonte
09/03/2017
La questione di classe è una questione di genere
Gli attacchi al mondo del lavoro, da parte del capitalismo globale finanziario, non hanno gli stessi effetti su lavoratori e lavoratrici. Inoltre, per comprendere il fenomeno, occorre distinguere i fenomeni esogeni, che hanno portato all’instaurazione di questo nuovo modello capitalistico, ed i fenomeni endogeni, economici ma anche politicamente voluti e controllati. Per esempio, la trasformazione della Cina e dei paesi del blocco sovietico in paesi ormai capitalistici ha avuto come effetto un raddoppio della forza lavoro mondiale, permettendo così un dumping sociale su scala globale. Questo è stato un fatto esogeno. Al contrario, la finanziarizzazione dell’economia è il risultato di scelte anche politiche. La finanziarizzazione è nata anche perché politicamente si sono permesse “innovazioni” degli strumenti finanziari, la nascita dei derivati, etc. L’amministrazione Clinton ha cancellato il Glass-Stegall Act – la legge bancaria del 1933, introdotta a seguito della crisi del 1929, che prevedeva una netta separazione tra l’attività bancaria tradizionale e quella di investimento – seguendo la logica della de-regolamentazione del settore bancario-finanziario. Anche la liberalizzazione dei movimenti di capitale è stata politicamente fortemente voluta. L’integrazione europea con questo tipo di euro è il risultato di scelte politiche.
Fatta questa premessa, va sottolineato che l’attacco al mondo del lavoro da parte di questo “nuovo” modello capitalistico avviene in un modo sia diretto sia indiretto.
Il primo è legato alla trasformazione della corporate governance dell’impresa: l’impresa quotata in borsa deve ottenere risultati aziendali che facciano valorizzare le proprie azioni e lo deve fare nel minore tempo possibile (c’è quindi una spinta verso obiettivi di breve, se non di brevissimo, periodo). Le ristrutturazioni aziendali – cioè i licenziamenti mascherati – insieme ad un’intensificazione dell’uso della forza-lavoro sono gli strumenti con cui l’azienda persegue la valorizzazione delle proprie azioni. In aggiunta, il potere dei mercati finanziari ha giocato pesantemente nella crisi del debito sovrano. I paesi più indebitati sono attaccati più di altri. A questi vengono richieste politiche di austerità più pesanti. Tuttavia, è bene ricordare che queste politiche non sono mai neutre rispetto al genere. I tagli alla spesa pubblica di carattere sociale pesano sempre di più sulle lavoratrici, obbligate a diventare gli ammortizzatori sociali di un welfare inesistente. Infine, ma non meno preoccupante, la finanziarizzazione dell’economia sta spingendo verso la mercificazione di gran parte dei servizi sociali pubblici. Da una parte, la svendita dei “gioielli di famiglia” viene giustificata con l’idea di ridurre il debito pubblico, sempre in un’ottica di breve termine. Dall’altra, pensioni, istruzione e sanità sono gli “spazi” che il capitale conquista per fare “nuovi” profitti. La finanziarizzazione sta conducendo alla svendita del sistema di welfare, con la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e dei servizi sociali.
In questo nuovo modello, sia il lavoro produttivo di plusvalore (il lavoro salariato, marxianamente inteso) sia il lavoro per la riproduzione sociale della forza-lavoro sono le uniche variabili dipendenti, obbligate ad adeguarsi a tutti gli aggiustamenti (l’accresciuta competizione internazionale, il debito pubblico, etc.).
Esattamente come il capitalismo non è neutro rispetto alla classe, non è nemmeno neutro rispetto al genere. Quindi gli attacchi al mondo del lavoro hanno ripercussioni diverse su lavoratori e lavoratrici. Limitando l’analisi alla struttura del mercato del lavoro prima della crisi (2007), il tasso di femminilizzazione delle persone occupate mostra che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è quantitativamente più limitata (il 39,5% del totale delle persone occupate sono donne) e certo più bassa di quella che si registra in altre aree avanzate (46,4% negli USA, 45,0% nell’Unione Europea, 44,0% nell’euro-zona, 41,4% in Giappone). Le difficoltà per le donne di partecipare al mercato del lavoro sono legate al problema della conciliazione tra lavoro pagato (fuori casa) e responsabilità familiari (lavoro domestico, lavoro di cura, e altro) e, quindi, alla politica fiscale del governo e all’offerta di servizi sociali pubblici. Inoltre, anche il percorso lavorativo tra uomini e donne è molto diverso. In generale (collocandoci prima della crisi), l’uomo ha una presenza più continuativa nel mercato del lavoro (una volta entrato tende a restarci fino alla pensione); la donna più discontinua (la sua partecipazione è spesso subordinata alla nascita della prole).
Esistono anche delle differenze qualitative tra uomini e donne nelle modalità di partecipare al mercato del lavoro:
– la segregazione occupazionale orizzontale, per cui uomini e donne sono concentrati in settori e mestieri diversi; e quella verticale, per cui le donne fanno fatica a raggiungere le posizioni apicali di qualsiasi professione. Se, oltre alla dimensione di genere, si guarda ad una dimensione di cittadinanza, le donne fanno le badanti, gli uomini i muratori;
– la disuguaglianza contrattuale, per cui uomini e donne sono occupati con contratti diversi. Per quanto riguarda i contratti atipici, la quota è abbastanza equamente divisa tra uomini e donne. Tuttavia, il Rapporto Annuale 2012 dell’Istat suggerisce che le donne sono maggiormente esposte al rischio di un mancato rinnovo dei contratti atipici per via della gravidanza ed hanno una più alta permanenza nella situazioni contrattuali atipiche rispetto agli uomini. Il caso della lettera di dimissioni in bianco è un esempio lampante. Inoltre, le donne coprono l’80% dei contratti part-time, tipologia contrattuale creata appositamente per facilitare l’entrata delle donne nel mercato del lavoro, alleggerendo il problema della conciliazione. Tuttavia, la letteratura scientifica più recente mostra come il part-time concorra a rinforzare la segregazione occupazionale. Infine, il 35% del part-time femminile è involontario, cioè subito dalla lavoratrice che, al contrario, preferirebbe lavorare full-time;
– la disuguaglianza retributiva (gender pay gap), per cui gli uomini guadagnano di più, sia a parità di lavoro sia come monte salari. Ovvio risultato delle disparità precedenti;
– la disuguaglianza pensionistica, per cui alla fine della carriera lavorativa le donne hanno pensioni più basse.
Quindi, quando si parla di attacco al mondo del lavoro, bisognerebbe sempre distinguere gli effetti sui lavoratori e sulle lavoratrici.
Tuttavia, il punto fondamentale è che quando si parla di attacco al mondo del lavoro e lo si vuol fare in un’ottica di genere non si può pensare solo al lavoro produttivo, ma bisogna guardare anche alla dimensione della riproduzione sociale della forza-lavoro. Questi due ambiti devono sempre essere considerati all’unisono. Solo così si potranno tenere in considerazione le condizioni delle lavoratrici.
Purtroppo, anche nella sinistra radicale i due ambiti sono spesso considerati separatamente: da un lato c’è il mercato del lavoro, che subisce gli attacchi di cui sopra, dall’altro c’è il welfare, che è spesso considerato solo in termini di diritti (diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione, etc.). Non è mai sufficientemente esplicitato il fatto che il welfare, le politiche fiscali e tutto quello che avviene nella sfera della riproduzione sociale della forza-lavoro hanno un impatto pesantissimo sulla possibilità per le lavoratrici di partecipare al mondo del lavoro. Fino a quando saranno sempre e solo le donne a dover conciliare il lavoro salariato e il lavoro domestico e di cura (e sarebbe anche il caso di mettere in discussione questo “modello” patriarcale), un welfare funzionante ed efficiente è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché le donne possano entrare nel mercato del lavoro e diventare economicamente indipendenti. Il welfare non può, quindi, essere considerato solo in termini di diritti ma anche come le necessarie infrastrutture sociali che permettono alle lavoratrici la via dell’indipendenza economica.
Purtroppo, quello che si viene a creare è un circolo vizioso tra il lavoro salariato ed il lavoro di cura. Le lavoratrici partecipano in modo quantitativamente minore e qualitativamente peggiore al mercato del lavoro. Questo fa sì che spesso le donne siano viste come le percettrici del secondo reddito, in quanto il loro contributo al bilancio familiare è minore. Così, quando si pone un problema di conciliazione, che implica sempre una riduzione dello stipendio (giorni di malattia e permessi per accudire la prole e/o i genitori anziani), ha economicamente senso che la rinuncia ricada sulla persona con il salario più basso. La donna si fa carico del lavoro domestico e di cura e rinuncia a parte del lavoro pagato, questo crea problemi alla sua partecipazione e/o rientro nel mercato del lavoro, relegandola a lavori meno remunerati, e rendendola la persona più idonea a rinunciare a parte del lavoro pagato ogni volta che si pone il problema. Ed il circolo vizioso ricomincia. Solo un welfare socialmente utile, universale e gratuito può rompere questo circolo vizioso.
Come diceva Marx nel 1868: «chiunque conosca qualcosa di storia sa che i grandi cambiamenti sociali non possono avvenire senza anche una grande ribellione delle donne. Il progresso sociale può essere misurato esattamente dalla posizione sociale del sesso debole». Se così è, bisogna riconoscere che il capitalismo globale finanziario ha portato solo regressi.
Giovanna Vertova in Fondazione Cercare Ancora, Capitalismo finanziario globale e democrazia in Europa, Ediesse, Roma 2014
Fonte
Fatta questa premessa, va sottolineato che l’attacco al mondo del lavoro da parte di questo “nuovo” modello capitalistico avviene in un modo sia diretto sia indiretto.
Il primo è legato alla trasformazione della corporate governance dell’impresa: l’impresa quotata in borsa deve ottenere risultati aziendali che facciano valorizzare le proprie azioni e lo deve fare nel minore tempo possibile (c’è quindi una spinta verso obiettivi di breve, se non di brevissimo, periodo). Le ristrutturazioni aziendali – cioè i licenziamenti mascherati – insieme ad un’intensificazione dell’uso della forza-lavoro sono gli strumenti con cui l’azienda persegue la valorizzazione delle proprie azioni. In aggiunta, il potere dei mercati finanziari ha giocato pesantemente nella crisi del debito sovrano. I paesi più indebitati sono attaccati più di altri. A questi vengono richieste politiche di austerità più pesanti. Tuttavia, è bene ricordare che queste politiche non sono mai neutre rispetto al genere. I tagli alla spesa pubblica di carattere sociale pesano sempre di più sulle lavoratrici, obbligate a diventare gli ammortizzatori sociali di un welfare inesistente. Infine, ma non meno preoccupante, la finanziarizzazione dell’economia sta spingendo verso la mercificazione di gran parte dei servizi sociali pubblici. Da una parte, la svendita dei “gioielli di famiglia” viene giustificata con l’idea di ridurre il debito pubblico, sempre in un’ottica di breve termine. Dall’altra, pensioni, istruzione e sanità sono gli “spazi” che il capitale conquista per fare “nuovi” profitti. La finanziarizzazione sta conducendo alla svendita del sistema di welfare, con la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e dei servizi sociali.
In questo nuovo modello, sia il lavoro produttivo di plusvalore (il lavoro salariato, marxianamente inteso) sia il lavoro per la riproduzione sociale della forza-lavoro sono le uniche variabili dipendenti, obbligate ad adeguarsi a tutti gli aggiustamenti (l’accresciuta competizione internazionale, il debito pubblico, etc.).
Esattamente come il capitalismo non è neutro rispetto alla classe, non è nemmeno neutro rispetto al genere. Quindi gli attacchi al mondo del lavoro hanno ripercussioni diverse su lavoratori e lavoratrici. Limitando l’analisi alla struttura del mercato del lavoro prima della crisi (2007), il tasso di femminilizzazione delle persone occupate mostra che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è quantitativamente più limitata (il 39,5% del totale delle persone occupate sono donne) e certo più bassa di quella che si registra in altre aree avanzate (46,4% negli USA, 45,0% nell’Unione Europea, 44,0% nell’euro-zona, 41,4% in Giappone). Le difficoltà per le donne di partecipare al mercato del lavoro sono legate al problema della conciliazione tra lavoro pagato (fuori casa) e responsabilità familiari (lavoro domestico, lavoro di cura, e altro) e, quindi, alla politica fiscale del governo e all’offerta di servizi sociali pubblici. Inoltre, anche il percorso lavorativo tra uomini e donne è molto diverso. In generale (collocandoci prima della crisi), l’uomo ha una presenza più continuativa nel mercato del lavoro (una volta entrato tende a restarci fino alla pensione); la donna più discontinua (la sua partecipazione è spesso subordinata alla nascita della prole).
Esistono anche delle differenze qualitative tra uomini e donne nelle modalità di partecipare al mercato del lavoro:
– la segregazione occupazionale orizzontale, per cui uomini e donne sono concentrati in settori e mestieri diversi; e quella verticale, per cui le donne fanno fatica a raggiungere le posizioni apicali di qualsiasi professione. Se, oltre alla dimensione di genere, si guarda ad una dimensione di cittadinanza, le donne fanno le badanti, gli uomini i muratori;
– la disuguaglianza contrattuale, per cui uomini e donne sono occupati con contratti diversi. Per quanto riguarda i contratti atipici, la quota è abbastanza equamente divisa tra uomini e donne. Tuttavia, il Rapporto Annuale 2012 dell’Istat suggerisce che le donne sono maggiormente esposte al rischio di un mancato rinnovo dei contratti atipici per via della gravidanza ed hanno una più alta permanenza nella situazioni contrattuali atipiche rispetto agli uomini. Il caso della lettera di dimissioni in bianco è un esempio lampante. Inoltre, le donne coprono l’80% dei contratti part-time, tipologia contrattuale creata appositamente per facilitare l’entrata delle donne nel mercato del lavoro, alleggerendo il problema della conciliazione. Tuttavia, la letteratura scientifica più recente mostra come il part-time concorra a rinforzare la segregazione occupazionale. Infine, il 35% del part-time femminile è involontario, cioè subito dalla lavoratrice che, al contrario, preferirebbe lavorare full-time;
– la disuguaglianza retributiva (gender pay gap), per cui gli uomini guadagnano di più, sia a parità di lavoro sia come monte salari. Ovvio risultato delle disparità precedenti;
– la disuguaglianza pensionistica, per cui alla fine della carriera lavorativa le donne hanno pensioni più basse.
Quindi, quando si parla di attacco al mondo del lavoro, bisognerebbe sempre distinguere gli effetti sui lavoratori e sulle lavoratrici.
Tuttavia, il punto fondamentale è che quando si parla di attacco al mondo del lavoro e lo si vuol fare in un’ottica di genere non si può pensare solo al lavoro produttivo, ma bisogna guardare anche alla dimensione della riproduzione sociale della forza-lavoro. Questi due ambiti devono sempre essere considerati all’unisono. Solo così si potranno tenere in considerazione le condizioni delle lavoratrici.
Purtroppo, anche nella sinistra radicale i due ambiti sono spesso considerati separatamente: da un lato c’è il mercato del lavoro, che subisce gli attacchi di cui sopra, dall’altro c’è il welfare, che è spesso considerato solo in termini di diritti (diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione, etc.). Non è mai sufficientemente esplicitato il fatto che il welfare, le politiche fiscali e tutto quello che avviene nella sfera della riproduzione sociale della forza-lavoro hanno un impatto pesantissimo sulla possibilità per le lavoratrici di partecipare al mondo del lavoro. Fino a quando saranno sempre e solo le donne a dover conciliare il lavoro salariato e il lavoro domestico e di cura (e sarebbe anche il caso di mettere in discussione questo “modello” patriarcale), un welfare funzionante ed efficiente è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché le donne possano entrare nel mercato del lavoro e diventare economicamente indipendenti. Il welfare non può, quindi, essere considerato solo in termini di diritti ma anche come le necessarie infrastrutture sociali che permettono alle lavoratrici la via dell’indipendenza economica.
Purtroppo, quello che si viene a creare è un circolo vizioso tra il lavoro salariato ed il lavoro di cura. Le lavoratrici partecipano in modo quantitativamente minore e qualitativamente peggiore al mercato del lavoro. Questo fa sì che spesso le donne siano viste come le percettrici del secondo reddito, in quanto il loro contributo al bilancio familiare è minore. Così, quando si pone un problema di conciliazione, che implica sempre una riduzione dello stipendio (giorni di malattia e permessi per accudire la prole e/o i genitori anziani), ha economicamente senso che la rinuncia ricada sulla persona con il salario più basso. La donna si fa carico del lavoro domestico e di cura e rinuncia a parte del lavoro pagato, questo crea problemi alla sua partecipazione e/o rientro nel mercato del lavoro, relegandola a lavori meno remunerati, e rendendola la persona più idonea a rinunciare a parte del lavoro pagato ogni volta che si pone il problema. Ed il circolo vizioso ricomincia. Solo un welfare socialmente utile, universale e gratuito può rompere questo circolo vizioso.
Come diceva Marx nel 1868: «chiunque conosca qualcosa di storia sa che i grandi cambiamenti sociali non possono avvenire senza anche una grande ribellione delle donne. Il progresso sociale può essere misurato esattamente dalla posizione sociale del sesso debole». Se così è, bisogna riconoscere che il capitalismo globale finanziario ha portato solo regressi.
Giovanna Vertova in Fondazione Cercare Ancora, Capitalismo finanziario globale e democrazia in Europa, Ediesse, Roma 2014
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