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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/10/2025

“Tentativo USA di corrompere un pilota per rapire Maduro”

Associated Press, agenzia di stampa internazionale con sede a New York, ha rivelato che una recente inchiesta ha fatto emergere come ci sia stato un tentativo di corrompere il pilota del presidente venezuelano Nicolas Maduro, per rapirlo e portarlo in un luogo dove le forze USA avrebbero potuto arrestarlo, con accuse infondate riguardanti il narcotraffico.

La vicenda è stata raccontata da tre funzionari statunitensi, ancora attivi e in pensione, e anche da uno degli oppositori di Maduro. Tutte e quattro le fonti hanno parlato a condizione di anonimato. L’Associated Press ha esaminato, verificato e autenticato gli scambi di messaggi tra il pilota e l’agente stelle-e-strisce che ha portato avanti il tentativo di corruzione.

La storia prende le mosse nel maggio 2024, e protagonista è l’agente investigativo della Sicurezza Nazionale statunitense, Edwin Lopez, in quel momento in servizio come attaché nella Repubblica Dominicana. Lì, era venuto a sapere che due jet privati, spesso utilizzati per trasportare Maduro, erano atterrati nella nazione caraibica per delle riparazioni.

Lopez ha intravisto un’opportunità, e quando il personale dell’aeronautica militare venezuelana è arrivato a Santo Domingo per ritirare gli aerei, l’investigatore statunitense ottenne il permesso di parlare con gli aviatori. Lopez chiese al pilota di Maduro di dirottare il velivolo del presidente venezuelano verso un luogo dove potesse essere catturato dalle autorità statunitensi.

Il luogo dove farlo atterrare poteva essere scelto liberamente dal pilota tra tre opzioni: la Repubblica Dominicana, Porto Rico o la base militare statunitense di Guantanamo, a Cuba, stando a quel che hanno affermato due delle fonti dell’Associated Press. In cambio, l’aviatore sarebbe diventato molto ricco e Lopez gli avrebbe persino promesso l’adorazione di milioni di venezuelani.

In questa storia compare dunque il pilota di Maduro, Bitner Villegas, membro della guardia d’onore presidenziale d’élite. Il quale non si è pronunciato con l’agente statunitense, ma gli ha comunque dato il suo numero di telefono. Lopez è andato in pensione quest’anno, ma avrebbe comunque ricontattato Villegas pochi mesi fa.

“Sto ancora aspettando la tua risposta”, avrebbe scritto l’agente al pilota lo scorso 7 agosto, allegando anche il link al comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia USA che annunciava l’aumento della taglia messa sulla testa di Maduro a 50 milioni di dollari, dopo l’accusa emessa nei suoi confronti nel 2020 per narcoterrorismo, con la quale era stato accusato senza prove di inondare gli States con la cocaina.

Qualche giorno dopo, un altro messaggio sarebbe arrivato a Villegas: “c’è ancora tempo per essere l’eroe del Venezuela e stare dalla parte giusta della storia”. Il pilota, però, ha respinto le pressioni statunitensi. E di conseguenza, a quel punto si è messa in moto la macchina del fango e della disinformazione.

Marshall Billingslea, un altro ex funzionario della sicurezza nazionale USA, ha pubblicato un messaggio di auguri per Villegas il giorno del suo 48esimo compleanno. Dopo pochi giorni, ad ogni modo, il pilota è comparso in un programma televisivo molto seguito, condotto dal Ministro degli Interni Diosdado Cabello: il ministro scherzava sulla corruzione dell’esercito, mentre Villegas alzava il pugno chiuso in segno di lealtà.

È evidente che il tempismo dei messaggi mandati di recente da Lopez non è casuale, ma è stato orchestrato insieme alle massime autorità degli Stati Uniti. Al di là delle artificiose accuse mosse a Caracas intorno al traffico di droga (che sono alla base dei vari attacchi a piccole imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico di questi giorni), il tentativo di corruzione si inserisce in un quadro di pressione avviato da Washington contro il legittimo presidente venezuelano.

Bisogna notare che il contatto tra Lopez e Villegas è avvenuto quando c’era ancora Biden alla Casa Bianca, rivelando il tentativo continuo di destabilizzazione della regione, e anche i meccanismi illegali con cui gli Stati Uniti pretendono di affermare la propria supremazia su quello che considerano il proprio ‘cortile di casa’.

È la stessa Associated Press, ad ogni modo, a far notare non solo la portata, ma la superficialità degli USA nei tentativi di rovesciare il governo di Caracas. Su questo, possiamo stendere un velo pietoso, mentre allo stesso tempo ci ricorda l’importanza di mantenere alta l’attenzione per solidarizzare e difendere l’esperienza bolivariana, oggi pesantemente sotto attacco.

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L’ONU rinnova la sua condanna per il Bloqueo a Cuba

Nei giorni 28 e 29 ottobre si è dibattuta e votata nella sede delle Nazioni Unite, per la 32esima volta, durante la sessione ordinaria dell’Assemblea Generale dell’ONU, la risoluzione presentata da Cuba intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico. commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.

Dal 1992 Cuba chiede al mondo l’opinione sul genocida blocco economico, commerciale e finanziario che gli Stati Uniti dal 1962 applicano all’isola caraibica per aver deciso di essere un paese socialista. La Casa Bianca non ha mai perdonato a Fidel e a coloro che avevano combattuto per la loro libertà e per la sovranità del paese di aver cacciato la loro marionetta Fulgencio Batista.

Durante la sessione tutti i paesi e le organizzazioni che hanno preso la parola, ad eccezione ovviamente degli Stati Uniti, hanno manifestato il loro rifiuto riguardo al blocco e hanno chiesto di cancellare l’ingiusto provvedimento che ogni giorno mette i cubani di fronte a mille problemi.

Questa sessione avviene nel mezzo delle pressioni esercitate da Washington nei confronti dei paesi europei e dell’America Latina per modificare il loro voto a favore di Cuba. Nelle lettere inviate ai governi, delle vere e proprie minacce, la Casa Bianca sostiene l’insostenibile affermando che non esiste nessun blocco economico, commerciale e finanziario nei confronti di Cuba, che tutti i problemi che la popolazione soffre sono da imputare alla inefficiente e incapace gestione del governo dell’isola, che Cuba è una minaccia alla libertà della regione, che è una minaccia agli interessi statunitensi e che attualmente sta appoggiando la Russia nel conflitto con l’Ucraina avendo inviato al fronte 20 mila cubani.

Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla, durante il suo intervento, ha sottolineato che il blocco applicato dagli Stati Uniti ha lo scopo di provocare una sovversione del popolo cubano nei confronti del legittimo governo. Le centinaia di misure di cui si compone il blocco colpiscono direttamente la popolazione in ogni settore della vita quotidiana, dalla salute, all’educazione, passando per le difficoltà nel reperimento dei principali generi alimentari e all’attuale crisi energetica.

Le pressioni esercitate dalla Casa Bianca non hanno ottenuto l’effetto immaginato a Washington: 165 paesi hanno votato a favore della risoluzione presentata da Cuba, 7 contro e 11 si sono astenuti.

Hanno votato contro: Stati Uniti, Israele, Ucraina, Ungheria, Argentina, Macedonia del Nord, Paraguay. Si sono astenuti: Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Moldavia, Micronesia, Palau, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Singapore, Svezia, Togo, Somalia.

«Il voto delle Nazioni Unite che, ancora una volta, condanna in maniera schiacciante il bloqueo economico, commerciale e finanziario contro Cuba rappresenta l’ennesima dimostrazione del totale fallimento della strategia statunitense. Washington ha cercato per decenni di isolare l’isola, di piegarne la sovranità e di soffocare un modello sociale alternativo, ma la realtà politica internazionale mostra esattamente il contrario: è l’imperialismo che resta isolato», afferma il professor Luciano Vasapollo che, intervistato da FarodiRoma, ricorda come «il blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba è stato introdotto dagli Stati Uniti nel febbraio 1962 in risposta alla decisione dell’isola di essere un paese socialista. Il blocco a cui Cuba è sottoposta condiziona in modo determinante lo sviluppo economico e sociale dell’isola e colpisce in modo diretto tutti i campi economici e sociali della vita del popolo cubano».

Sono colpite la sanità, l’istruzione, la cultura, il turismo, le telecomunicazioni, l’economia, la finanza e molto altro. Inoltre l’extraterrittorialità del blocco colpisce pure la nazioni che intendono liberamente commerciare ed avere relazioni economiche con l’isola caraibica perché gli Stati Uniti si arrogano il diritto di sanzionare chiunque non rispetti le leggi del loro blocco. «Ecco il perché – spiega il docente – del blocco a Cuba insieme all’attuale guerra economica contro il Venezuela, e la connessa destabilizzazione attuata due anni fa in Bolivia».

La finanza internazionale, rileva Vasapollo, ha giocato in tutto questo un ruolo centrale ma non riesce a creare condizioni affinché si risolva la crisi sistemica che cerca di superare attraverso le guerre, e il contrasto a qualsiasi forma di espressione di sovranità popolare e di avanzamento del mondo multicentrico.

Il blocco contro Cuba viola la Carta delle Nazioni Unite, provoca sofferenze nella popolazione dell’isola, è una misura ingiusta emanata in un momento storico oramai passato, è contrario al diritto internazionale, impedisce lo sviluppo economico dell’isola, l’extraterritorialità del blocco impedisce ai paesi terzi di commerciare con Cuba, è una misura immorale.

Per Vasapollo, docente de “La Sapienza” e analista dei processi economici latinoamericani, ciò che avviene all’ONU va letto come un segnale storico: «La quasi totalità dei paesi del mondo – Asia, Africa, America Latina, perfino molte nazioni europee – dice con chiarezza che il bloqueo è illegale, criminale e contrario ai più elementari principi del diritto internazionale. Gli Stati Uniti, che pretendono di essere arbitri morali del pianeta, restano inchiodati con una politica anacronistica, figlia della Guerra Fredda e di un’arroganza geopolitica che non trova più consensi».

L’economista sottolinea come il voto confermi il valore della resistenza cubana: «Nonostante i costi enormi imposti dal bloqueo, Cuba non ha mai rinunciato ai suoi principi: l’educazione e la sanità gratuite, la solidarietà internazionale, la cooperazione medica, la sovranità nelle scelte economiche. Questa coerenza etica e sociale è proprio ciò che molti popoli del Sud globale riconoscono oggi all’isola. La diplomazia cubana – fatta di dignità, dialogo e rigore – smonta con i fatti la narrazione tossica che Washington tenta di imporre».

Secondo Vasapollo, gli Stati Uniti avevano tentato di sfruttare la crisi economica internazionale per ottenere nuovi consensi alla loro posizione, ma senza successo: «La Casa Bianca pensava che l’aumento delle tensioni globali avrebbe creato un clima più favorevole a un irrigidimento sanzionatorio. Invece è successo l’opposto: i popoli del Mondo vedono nel bloqueo un simbolo dell’ingiustizia sistemica che colpisce tutte le nazioni che non accettano la subordinazione. La pretesa egemonica statunitense, di fronte al voto dell’Assemblea Generale, appare più debole che mai».

Infine, Vasapollo lega il voto ONU a un cambiamento strutturale nei rapporti di forza globali: «Non si tratta solo di solidarietà verso Cuba, che pure è fortissima. È il segno che l’ordine mondiale unipolare è in crisi e che le economie emergenti non accettano più che una potenza imponga unilateralmente sanzioni extraterritoriali. L’isolamento diplomatico degli Stati Uniti sul tema del bloqueo non è un episodio: è l’anticipazione di un nuovo equilibrio internazionale, fondato sul multipolarismo, sulla cooperazione e sul rispetto delle sovranità. Cuba, come sempre nella sua storia, apre la strada».

Vasapollo conclude con una sottolineatura piena di speranza: «La fine del bloqueo sarà il risultato inevitabile della pressione morale e politica globale. Ma, soprattutto, sarà la vittoria di un popolo che da oltre sessant’anni dimostra che un altro modello di società è possibile. E questo, per Washington, è il vero scandalo: non aver sconfitto Cuba, ma aver fallito nel cancellarne l’esempio».

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13/12/2022

Libia - Sequestrato per conto degli Usa uno dei presunti attentatori di Lockerbie

Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi, un ex membro dei servizi segreti libici ricercato dagli Usa per l’attentato all’aereo Pan Am nel 1988 sui cieli di Lockerbie, risulta essere stato rapito da un gruppo di miliziani in Libia e consegnato alle autorità statunitensi per essere processato.

Il Dipartimento di Stato Usa ha confermato che il cittadino libico è adesso detenuto negli Stati Uniti. Un portavoce del Dipartimento di Giustizia ha confermato domenica a Reuters che gli Stati Uniti hanno la custodia del sospetto. Masud dovrebbe fare la sua prima apparizione in un tribunale federale a Washington.

Nel 2001, un altro libico, Abdul Basset al Megrahi, era stato consegnato dalla Libia e condannato per l’attentato al volo Pan Am 103 dopo essere stato processato presso un tribunale scozzese appositamente convocato nei Paesi Bassi. Megrahi era stato condannato all’ergastolo ma poi era stato rilasciato dal governo scozzese nel 2009 dopo che gli era stato diagnosticato un cancro ed è morto in Libia nel 2012. Mentre un terzo libico, Al-Amin Khalifa Fhimah, era stato prosciolto dalle accuse.

Gli Stati Uniti hanno annunciato due anni fa di aver mosso ufficialmente delle accuse contro Abu Agila Masud – residente in Libia – sostenendo che avesse avuto un ruolo chiave nell’attentato del 21 dicembre 1988. Abu Agila Mohammad Mas’ud Kheir Al-Marimi è quindi stato sequestrato in Libia e arrestato circa due anni dopo che l’ex procuratore generale degli Stati Uniti Bill Barr aveva annunciato per la prima volta che gli Stati Uniti avevano sporto denuncia contro di lui.

L’esplosione a bordo del volo Boeing 747 in volo da Londra a New York sopra la cittadina scozzese provocò la morte di 270 persone. Tutti i 259 passeggeri e l’equipaggio a bordo del jet sono morti mentre altre 11 persone morirono a Lockerbie a causa dei rottami che hanno distrutto le loro case. La maggior parte delle vittime erano statunitensi.

Gli Usa, negli anni, hanno cambiato tre volte le accuse contro i responsabili dell’attentato, accusando prima l’Iran, poi la Siria e infine la Libia.

88 membri della Camera dei rappresentanti della Libia hanno condannato il rapimento e la consegna agli Stati Uniti del cittadino libico Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi, sospettato di aver fabbricato la bomba che distrusse il volo Pan Am 103 sopra la città di Lockerbie, in Scozia, nel 1988.

I deputati hanno espresso in una dichiarazione congiunta “rammarico” per le notizie relative ad Abu Agila, rapito a Tripoli e poi consegnato alle autorità Usa.

Il Consiglio supremo delle tribù libiche occidentali ha condannato il rapimento e la consegna agli Stati Uniti del cittadino libico Abu Agila Mohammad Masud Kheir al Marimi. A renderlo noto è stato lo stesso Consiglio in un comunicato stampa, ritenendo il premier del Governo di unità nazionale (Gun) Abdulhamid al Dabaiba e il Consiglio presidenziale “responsabili al livello legale, amministrativo e umanitario” dell’incolumità dell’ex agente libico dell’intelligence. Il Consiglio ha minacciato di rispondere “nei modi che riterremo appropriati e legittimi se Abu Agila non verrà rilasciato presto”.

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23/05/2022

Tre italiani rapiti in Mali. Ma è tutto il Sahel a ribollire contro l’Occidente

Tre italiani e un cittadino del Togo sono stati rapiti da uomini armati in Mali. Si tratta di una coppia, padre e madre sessantenni e del figlio 40enne. L’episodio è avvenuto a Sincina nella regione di Sikasso a est della capitale Bamako. La coppia risulta essere di missionari dei testimoni di Geova e del loro figlio, tutti originari di Potenza e da tempo residenti nello Stato africano.

Diversi gruppi armati sono molto attivi in ​​Burkina Faso, Niger e Mali. In particolare, il Katiba Macina (noto anche come Front de libération du Macina, fondato nel 2015 da Amadou Koufa), legato ad Al-Qaeda, sta cercando di rafforzare la propria presenza sia nel sud-est del Burkina Faso sia nel sud-ovest del Niger diffondendosi anche nel Benin e nel Togo.

In Mali il Katiba Macina (pron. “Katiba Massina”, ndr) è ricercato dalle forze armate locali supportate dal gruppo russo “Wagner” e ha rivendicato di aver preso in ostaggio alcuni appartenenti a quest’ultimo.

Ma ormai è in tutta la regione del Sahel che la sicurezza appare compromessa e la presenza occidentale rimessa bruscamente in discussione.

Nella notte tra il 10 e l’11 Maggio un attacco perpetrato da un gruppo terroristico nel nord del Togo al confine con il Burkina Faso, ha ucciso 8 soldati e 13 sono rimasti feriti. Nel Paese non c’erano mai stati attacchi di questa portata. Fonti militari hanno riferito che l’attacco è stato perpetrato da una sessantina di uomini armati e che il combattimento è durato più di due ore ed un gruppo di soldati chiamati in soccorso è stato vittima di un agguato.

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, J. Borrell, ha affermato che l’attacco in Togo mostra che la minaccia terroristica si sta diffondendo nei paesi del Golfo di Guinea.

Ma è proprio contro la presenza militare europea che stanno crescendo le proteste in tutti i paesi africani del Sahel.

Da giorni in Ciad imperversano manifestazioni contro la presenza francese nel paese. Già nello scorso autunno la popolazione era scesa in piazza per impedire la rielezione del “presidente” Mahamat Idriss-Déby.

I manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro le ingerenze della Francia e per chiedere l’abbandono del Paese da parte dell’ex potenza coloniale. Dicono anche no all’installazione di basi militari francesi sul proprio territorio. Sono state bruciate diverse bandiere francesi e distrutti alcuni distributori di carburante della multinazionale francese Total. Max Y. Loalngar, portavoce del movimento Wikit Tama è stato arrestato dopo la marcia del 14 maggio 2022, trasformata in una violenta manifestazione in diverse città del Ciad contro la politica francese. È accusato, dal Ministero della Pubblica Sicurezza, di atti vandalici.

Ma un altro paese europeo sta prendendo da tempo le misure della sua presenza militare nel Sahel. In Germania infatti il governo sta decidendo in questi giorni di espandere le operazioni militari nel Sahel aumentando il numero dei propri uomini nelle varie missioni ONU e UE presenti nell’area. La mozione sarà votata la prossima settimana. Circa 300 uomini dovrebbero rinforzare il contingente della MINUSMA subentrando alla truppe francesi che nei prossimi mesi dovrebbero lasciare il Mali per trasferirsi nei paesi limitrofi. I rinforzi tedeschi non saranno solo nel contingente MINUSMA ma anche nelle missioni EUCAP Sahel Mali e EUCAP Sahel Niger. I rinforzi che la Germania metterà in campo andrebbero, secondo la proposta del governo, a migliorare le capacità operative delle forze di sicurezza di Burkina Faso, Mali, Mauritania e Niger e della task force congiunta dei paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger).

Secondo il sito specializzato Difesaonline, ufficialmente, la mossa tedesca è finalizzata al contenimento dei massacri perpetrati dal governo golpista del Mali in alleanza con le forze russe ma non va dimenticato che il Mali è geostrategicamente importante e ricco di risorse (petrolio, uranio, oro). È lo stesso sito a riferire che “La ministra degli esteri tedesca, Annalena Baerbock ha dichiarato che “non ci stiamo concentrando solo su cosa sta accadendo alle nostre porte” ma “continuiamo a prendere sul serio le nostre responsabilità nel mondo”. Dopo la Francia e l’Italia assisteremo anche al ritorno dell’imperialismo tedesco sulla scena mondiale ed in particolare in Africa”?

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04/02/2022

Ucraina - Erdogan mediatore improbabile. Troppe le relazioni “sporche” con Kiev

“La Turchia è pronta a fare la sua parte per allentare le tensioni nella regione”. Ad affermarlo è il presidente turco Erdogan, nella conferenza stampa congiunta con il presidente ucraino Zelensky tenutasi ieri al termine della visita ufficiale a Kiev nella quale si è candidato a fare da mediatore tra Russia e Ucraina.

Erdogan ha ribadito la sua disponibilità ad ospitare incontri bilaterali tra Mosca e Kiev per abbassare la tensione. “Ci auguriamo che il conflitto nella regione venga risolto in modo pacifico attraverso canali diplomatici”, ha aggiunto il presidente turco. “Ancora una volta vorrei ripetere che sosteniamo l’integrità territoriale dell’Ucraina, inclusa la Crimea”.

Il leader ucraino afferma di avere discusso con Erdogan di “una collaborazione tra le nostre industrie della difesa”. Durante la visita, alcuni ministri turchi e ucraini hanno firmato 12 accordi bilaterali, tra cui uno per il libero scambio commerciale con l’obiettivo di portare l’interscambio economico tra i due Paesi a 10 miliardi di dollari.

Ma nelle relazioni tra Turchia e Ucraina ci sono molti scheletri nell’armadio e non solo per l’intenso rapporto sul piano delle forniture militari.

Nuri Bozkir, ad esempio, è un trafficante d’armi rapito in Ucraina dal MIT turco e portato ad Ankara perché soggetto importante delle spedizioni segrete di armi dalla Turchia nelle zone di guerra.

“La nostra intelligence ha scoperto che questa persona si nascondeva in Ucraina e abbiamo parlato con il presidente ucraino Zelenskyy della sua cattura”, ha detto Erdogan. “Il nostro servizio di intelligence e la grande cooperazione con i suoi partner hanno reso possibile questo arresto”.

In alcune interviste nel 2020 al sito di notizie ucraino Strana, Bozkir aveva rivelato aspetti delicati dei trasferimenti clandestini di armi della Turchia ai gruppi di jhadisti che operano in Siria e in Libia, sottolineando come gli agenti del MIT turco avessero preso una parte degli accordi.

Bozkir, è un ex capitano delle forze speciali turche, ed ha rivelato che avrebbe comprato legalmente armi nei paesi dell’Europa orientale e le avrebbe spedite in Turchia, dove l’intelligence le avrebbe dirottate verso i campi di battaglia in tutta la regione.

Su 50 spedizioni trasferite a gruppi jihadisti in Siria, la sua ultima spedizione, prima di fuggire in Ucraina nel 2015, è stata presumibilmente condotta senza il coinvolgimento organizzativo del MIT. La spedizione è stata però intercettata dalla polizia turca, innescando una frettolosa operazione dei responsabili del MIT per farlo uscire dal paese.

In Ucraina, Bozkir ha poi chiesto asilo politico, temendo che le autorità turche si sarebbero rifatte contro di lui nonostante il suo coinvolgimento in molte operazioni approvate dallo Stato.

In seguito alla sua richiesta di asilo, la Turchia ha emesso un avviso rosso dell’Interpol che chiedeva il suo arresto in relazione all’omicidio del 2002 dell’accademico turco Necip Hablemitoglu, un caso che è rimasto congelato per due decenni su cui Bozkir ha categoricamente negato qualsiasi coinvolgimento.

L’ex trafficante d’armi turco stava ancora lottando contro la richiesta di estradizione quando, prima delle sentenza, è stato rapito. I governi turco e ucraino non hanno risposto alle ripetute richieste del network tedesco DW di commentare l’operazione extragiudiziale turca sul suolo ucraino.

“L’unica cosa che posso dire è che secondo le leggi dell’Ucraina, ciò che i servizi di sicurezza ucraini hanno fatto è illegale, è un eccesso di potere, e possono essere ritenuti penalmente responsabili”, ha affermato l’avvocato Denysiuk, il legale ucraino di Bozkir

Nuri Bozkir non è la prima persona ad essere presa di mira per aver rivelato dettagli sulle reti clandestine di traffico d’armi della Turchia.

Nel 2015, il giornalista turco Can Dündar ha dato la notizia di come la Turchia armasse i gruppi jihadisti in Siria. È stato accusato di rivelare segreti di stato e condannato a 27 anni di prigione. È sfuggito per un pelo a un tentativo di assassinio e ora vive in esilio a Berlino.

Commentando l’arresto di Bozkir, Dündar ha detto a DW che il governo turco usa tattiche come le consegne straordinarie e le accuse penali esagerate per mettere a tacere i critici e impedire agli informatori di farsi avanti. “Questa è una pratica standard del governo turco – mettere a tacere coloro che vogliono portare alla luce le azioni sporche dello stato. Quelli al potere sanno che Bozkir è una delle scatole nere del loro sistema corrotto, e quando quella scatola nera sarà aperta, tutta la loro sporcizia verrà alla luce”, ha detto Dündar.

Freedom House, ha identificato il coinvolgimento della Turchia in almeno 58 casi di extraordinary rendition dal 2014, in gran parte rivolte a dissidenti e nemici percepiti come tali dallo Stato.

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28/09/2021

Assange e gli assassini della CIA

La persecuzione decennale di Julian Assange si è arricchita qualche giorno fa di nuovi sconvolgenti particolari grazie a un’indagine pubblicata dal sito web Yahoo News. Sulla base delle informazioni fornite da una trentina di anonimi ex funzionari governativi, si è avuta la conferma di come la CIA e l’amministrazione Trump avessero preparato piani operativi per mettere in atto il rapimento o addirittura l’assassinio del fondatore di WikiLeaks mentre si trovava in qualità di rifugiato politico nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Le rivelazioni, anche se tutt’altro che sorprendenti, chiariscono come il governo degli Stati Uniti, in collaborazione con quello britannico, abbia preso seriamente in considerazione e, anzi, si sia adoperato in modo concreto per uccidere un giornalista riconosciuto a livello internazionale, perché responsabile di avere diffuso documenti autentici e di estremo interesse pubblico che certificavano i crimini su scala planetaria dello stesso governo di Washington.

Le operazioni contro Assange erano iniziate significativamente durante l’amministrazione Obama, con la decisione di attivare procedure di sorveglianza ultra-invasive ai danni del giornalista australiano e dei membri del progetto WikiLeaks. L’obiettivo principale era quello di impedire ad Assange di lasciare il Regno Unito e trovare rifugio in un paese disposto a garantirgli asilo. A livello pubblico e in privato, esponenti di vertice dell’amministrazione democratica si erano d’altra parte lasciati andare a commenti inquietanti, che facevano intravedere una chiara volontà di liquidare drasticamente il “problema” Assange. Hillary Clinton aveva ad esempio chiesto al suo staff se, semplicemente, fosse stato possibile ucciderlo con un drone, mentre l’allora vice-presidente Joe Biden lo aveva definito un “terrorista hi-tech”.

Fu però nella primavera del 2017 che le cose ebbero una drastica accelerazione. La pubblicazione da parte di WikiLeaks di documenti esplosivi sulle operazioni della CIA e la presenza di falchi di estrema destra alla Casa Bianca (Trump) e alla direzione della stessa agenzia di Langley (Mike Pompeo) furono decisivi nel mettere in moto un meccanismo criminale diretto contro Assange.

Le informazioni messe a disposizione da WikiLeaks sotto il nome di “Vault 7” rivelavano una lunga serie di attività illegali e oggettivamente criminali in cui la CIA era impegnata. Oltre a documentare come l’intelligence USA sfruttava le proprie capacità informatiche per penetrare, tra l’altro, i sistemi computerizzati delle automobili o delle “smart TV”, WikiLeaks dimostrava che la CIA conduceva cyber attacchi contro determinati obiettivi lasciando tracce tali che avrebbero invece condotto a governi rivali, come Russia, Cina, Iran o Corea del Nord.

Soprattutto quest’ultimo aspetto di “Vault 7” rischiava di far crollare uno dei pilastri della propaganda di Washington contro i propri nemici, che garantiva cioè una giustificazione davanti all’opinione pubblica delle politiche aggressive messe in atto nei loro confronti perché appunto impegnati in attività di terrorismo informatico. Questa e le altre rivelazioni avevano quindi fatto ancor più di Assange un nemico giurato del governo americano, tanto che nell’aprile dello stesso anno Pompeo tenne un discorso presso la sede della CIA per annunciare la designazione ufficiale di WikiLeaks come “entità ostile non statale di intelligence”, con tutte le implicazioni del caso.

Gli ex agenti della CIA sentiti dai reporter di Yahoo News hanno raccontato come Pompeo avesse invitato i vertici dell’agenzia a fornire ipotesi “operative” su come contrastare WikiLeaks, senza preoccuparsi degli “avvocati di Washington” e ricordando loro che nulla era “off-limits” né dovevano “auto-censurarsi” nel proporre iniziative per questo obiettivo. Le “stazioni” della CIA in tutto il mondo vennero così sollecitate a intensificare le attività contro WikiLeaks, incluse operazioni di sorveglianza illegali in paesi europei e al fine di provocare divisioni all’interno dell’organizzazione giornalistica.

Sempre secondo le fonti di Yahoo News, Pompeo iniziò a considerare l’ipotesi del rapimento di Assange nel corso di una riunione tra esponenti dell’amministrazione Trump poco dopo la pubblicazione di “Vault 7”. Nella stessa primavera del 2017 emerse anche la possibilità di un assassinio mirato contro il numero uno di WikiLeaks. A testimoniarlo è un anonimo ex funzionario della CIA che venne informato della richiesta del presidente Trump di avere dall’agenzia di intelligence una serie di “opzioni” sulle modalità con cui portare a termine l’omicidio.

I piani e le discussioni in questo senso diventarono ancora più urgenti dopo che il governo ecuadoriano aveva iniziato a considerare l’evacuazione di Assange dall’ambasciata di Londra, prima verso la Russia e, dopo il rifiuto del giornalista australiano, in un altro paese ancora da individuare. Di queste discussioni il governo USA venne tempestivamente a conoscenza, sia attraverso le attività di sorveglianza della CIA sia tramite il lavoro della compagnia di “sicurezza privata” spagnola UC Global, reclutata da Langley per questo scopo e oggi al centro di un procedimento legale nel paese iberico.

Le idee che circolavano a Washington per impedire ad Assange di lasciare il Regno Unito sconfinavano nell’assurdo e includevano la possibilità di speronare l’auto diplomatica russa che avrebbe portato il giornalista australiano all’aeroporto, così come una sparatoria nelle strade di Londra e colpi di arma da fuoco diretti contro le ruote dell’aeromobile russo su cui si sarebbe imbarcato per raggiungere Mosca.

Il governo americano aveva anche discusso con le autorità britanniche l’ipotesi di un’irruzione pura e semplice nell’edificio dell’ambasciata ecuadoriana per prelevare Assange e spedirlo negli Stati Uniti. Londra, tuttavia, bocciò un’operazione che, evidentemente, avrebbe messo in serio imbarazzo il governo di sua maestà.

Sconvolgenti almeno quanto i progetti di rapimento e assassinio sono anche le ragioni che portarono ad abbandonare queste ipotesi. Non ci fu in sostanza alcun ripensamento dovuto alla presa d’atto della natura criminale delle operazioni allo studio. Piuttosto, a risultare determinanti furono le considerazioni sulle conseguenze in termini di immagine per gli USA, visto che, nelle parole di una delle fonti di Yahoo News, azioni di questo genere erano più consone a paesi come “Pakistan o Egitto”.

Soprattutto, dentro l’amministrazione Trump prevalsero le voci che fecero notare come l’eventuale fallimento di un’operazione palesemente illegale contro Assange avrebbe compromesso in maniera irreparabile il caso costruito contro il fondatore di WikiLeaks. Nell’articolo di Yahoo News si legge a questo proposito: “Allarmato all’idea che i piani della CIA avrebbero messo a rischio un potenziale procedimento criminale, il dipartimento di Giustizia accelerò la formulazione delle accuse contro Assange, così da garantire che tutto risultasse pronto nel caso fosse stato trasferito negli Stati Uniti”.

In altre parole, l’intero caso non è altro che il tentativo di operare una “rendition” nei confronti di Assange e il procedimento di estradizione in corso a Londra rappresenta l’altra faccia della medaglia dei piani commissionati da Trump e Pompeo per rapirlo o assassinarlo. La richiesta di estradizione, viste le gigantesche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che hanno caratterizzato la vicenda Assange, è in definitiva il tentativo di ottenere tramite un procedimento pseudo-legale quanto non è riuscito con la violenza. Per questa ragione, ciò che sta accadendo a Londra è un’autentica farsa o, più precisamente, un complotto che coinvolge governi e magistrature di vari paesi, così come la gran parte dei media ufficiali, totalmente insostenibile e destinato a crollare istantaneamente se solo fossero rispettati i più basilari principi democratici.

Queste ultime rivelazioni e l’indifferenza quasi generale con cui la stampa “mainstream” le ha accolte soprattutto negli USA portano nuovamente alla luce anche la condotta criminale dei governi occidentali e la normalizzazione di essa, diretta conseguenza dell’avanzato stato di deterioramento delle strutture democratiche.

Se assassinii e operazioni clandestine illegali in genere non sono merce inedita per la CIA e le altre agenzie di intelligence, ciò che fa oggi la differenza è appunto il ricorso sempre più aperto a simili pratiche per la promozione di determinati interessi strategici e, in parallelo, il silenzio della stampa o, quanto meno, il considerare questi fatti gravissimi come un normale strumento per la conduzione della politica estera di un determinato governo, soprattutto quando si tratta di quello americano.

Fonte

14/01/2019

Sparizioni forzate e sparizioni programmate nel Sahel


Anche Luca Tacchetto, con l’amica Edith, la macchina e il presunto invito a cena sono spariti nel vicino Burkina Faso da quasi un mese. Quanto a Pierluigi Maccalli i mesi passati dalla sua sparizione dal Niger sono ormai quattro. Di loro non è difficile ricordare i nomi. Più complicato è invece conoscerli per le quindici ragazze rapite nei pressi del villaggio di Toumour, nella zona di Diffa, sul lago Tchad. Ancora peggio per le trentanove persone scomparse in circostanze simili nei dintorni della stessa regione da due anni.

La lista dei nomi non interessa a nessuno e i pochi tentativi di rendere pubblico l’avvenimento non ha sortito l’effetto sperato. Da queste parti si sparisce da un giorno all’altro senza lasciare traccia. Poco importa trovarsi all’epoca dei controlli e delle comunicazioni globali. Le sparizioni forzate nel Sahel non ci sono nuove. Col tempo ci siamo abituati, non senza qualche resistenza, a sparire da un giorno all’altro nel nulla, anzi nella polvere del vento.

Dell’umanitario tedesco, il cui nome non appare nelle notizie, sparito dall’undici di aprile dell’anno scorso, non ci sono notizie. Lo stesso accade per l’ostaggio americano, un certo Jeffery Woodke, portato via da casa, a Abalak nei pressi di Tahoua, dal 14 di ottobre del 2016. In quella circostanza un soldato e un addetto alla sicurezza, entrambi nigerini, sono stati uccisi. Quanto ai loro nomi pochi o nessuno li ha presi in considerazione, spariti anch’essi, come molti altri.

Sgradevole a dirsi ma è bene essere onesti fin quanto è possibile. In fondo, qui più che forse altrove, ci hanno abituato alle sparizioni della gente e delle cose. Le sparizioni di queste ultime sono le più facili e le più evidenti da notare. Dall’uranio al petrolio, passando per l’oro, i diamanti, i fosfati, la bauxite, il plutonio, il manganese, il cobalto, il petrolio e il gas naturale. Tutto sparisce e se ne va via. La graduale sparizione dei migranti si inserisce in questo ambito, trattandosi di una ‘risorsa naturale’ del Sahel.

Ci hanno educato, non senza sforzo, ad abituarci alle sparizioni. Da quelle forzate a quelle programmate il passo è meno complicato di quello che potrebbe apparire a prima vista. Se ne sono andati, in un tempo relativamente breve, i diritti umani fondamentali. Quello alla vita, al nutrimento, all’acqua potabile, all’educazione, alla casa e al lavoro. Il diritto di parola, di pensiero e di manifestare entrambi sulle strade quando gli altri luoghi sono intasati dal potere dominante.

La giustizia ha fatto una fine abbastanza simile. E’ stata sottratta profittando della distrazione di coloro che avrebbero dovuto custodirla come preziosa conquista dell’Indipendenza. Assieme alla dignità sono state le perdite meno notate e anche per questo più pericolose. Quanto alle persone, c’era da aspettarselo, la loro sparizione è più difficile da constatare perché a sparire sono loro, gli invisibili. Per questo è opera improba nominarli, o semplicemente elencarli. Gli invisibili formano il popolo del Sahel.

Passano ogni mattina sulle strade di Niamey e in altre città del Sahel. Sono bambini e portano al collo una ciotola metallica attaccata ad un filo, proprio come la loro vita. Nessuno li nota se non il venerdì, giorno ufficiale dell’elemosina per chi prega o chi si astiene di pregare. Come invisibili sono i figli dei contadini, la maggioranza del Paese, che non si trovano da nessuna parte. Che migliaia non abbiano scuole, cibo sufficiente, carente o inesistente assistenza sanitaria e condizioni di vita decenti, non importa a nessuno. Sono invisibili come i giovani che a migliaia lavorano nel mercato informale delle città e non possono sposarsi perché mancano loro i soldi per la dote. Oppure le ragazze che si pagano gli studi e lo stile di vita occidentalizzato con incursioni notturne in compiacenti hotel ad ore. Scomparsi o quasi sono i lavoratori domestici e le bambine tuttofare disseminate e ben nascoste nei cortili delle case. Invisibili, nella case a loro destinate in città, i rifugiati sottratti alle torture in Libia

Nulla da eccepire. A questo punto c’è solo da stupirsi se ci troviamo ancora qui, visibili e presenti come polvere che il vento accarezza. Per fortuna c’è il fiume Niger al quale, senza nessuna giustificazione, non manca mai l’acqua.

Niamey, gennaio 2019

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18/09/2018

Niger - Rapito un sacerdote italiano della Società delle Missioni Africane

“Nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 settembre, è stato rapito da presunti jihadisti attivi nella zona, padre Pierluigi Maccalli, della Società delle Missioni Africane (SMA).” A dare la notizia a Fides è padre Mauro Armanino, missionario a Niamey.

“Da qualche mese la zona si trova in stato di urgenza a causa di questa presenza di terroristi provenienti dal Mali e dal Burkina Faso” aggiunge p. Armanino.

Padre Maccalli, originario della diocesi di Crema, già missionario in Costa d’Avorio per vari anni, si trova nella parrocchia di Bomoanga, diocesi di Niamey. Da tempo mette insieme evangelizzazione e promozione umana: scuole, dispensari e formazioni per i giovani contadini. Attento alle problematiche legate alle culture locali, aveva organizzato incontri per affrontare temi e contrastare pratiche legate alle culture tradizionali, tra le quali anche la circoncisione e l’escissione delle ragazze, attirandosi anche una certa ostilità. Potrebbe essere questo – notano fonti locali – uno dei moventi per il rapimento, avvenuto una settimana dopo il suo rientro da un periodo di riposo in Italia.

La Missione cattolica dei Padri della SMA si trova in zona Gourmancé (Sud-Ovest) alla frontiera con il Burkina Faso e a circa 125 km dalla capitale Niamey. Il popolo Gourmancé è interamente dedito all’agricoltura e stimato in questa regione attorno a 30 mila abitanti. La Missione è presente dagli anni ’90, e i villaggi visitati dai missionari sono più di 20, di cui 12 con piccole comunità cristiane, distanti dalla missione anche oltre 60 km.

La Chiesa cattolica in Niger sostiene fortemente che attraverso le opere sociali cresca il regno di Dio ed è per questo che la Missione di Bomoanga ha un programma di impegno di Promozione Umana e di Sviluppo attraverso le sue “cellule di base” chiamate CSD (Comité de Solidarité et Developpement). La povertà è strutturale, i problemi di salute e igiene sono enormi, l’analfabetismo diffuso e la carenza di acqua e di strutture scolastiche ingenti. La mancanza di strade e di altre vie di comunicazione, anche telefoniche rendono la zona isolata e dimenticata.

(18/9/2018 Agenzia Fides)

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12/05/2018

Bimenticato Vanunu, l'uomo che rivelò il segreto nucleare di Israele


di Michele Giorgio – Il Manifesto
 
«Con voi italiani non ci parlo» ci dice sorridendo Mordechai Vanunu ‎incontrandoci per strada a Gerusalemme Est, la zona palestinese, dove l’ex tecnico ‎nucleare israeliano vive dal 2004, da quando è uscito, dopo 18 anni, dal carcere ‎di Shikma. Scherza Vanunu ma fino ad un certo punto. Le condizioni del suo ‎rilascio gli impongono da 14 anni di non dare interviste e neppure di parlare ai ‎giornalisti. Altrimenti tornerà in prigione e i giornalisti stranieri saranno subito ‎espulsi.

E dell’Italia Vanunu non può certo avere una buona opinione. Nel 1986 il ‎Mossad lo attirò in una trappola a Roma e da lì lo portò con la forza a Tel Aviv ‎interrompendo le clamorose rivelazioni che stava facendo al Sunday Times ‎sull’atomica israeliana. Un rapimento sul quale l’Italia ha indagato molto poco ‎preferendo nascondere sotto il tappeto l’accaduto in nome dei buoni rapporti con ‎Tel Aviv. Roma, come le altre capitali occidentali, non ha mai avuto alcuna ‎intenzione di proteggere l’uomo che ha svelato al mondo le produzioni atomiche ‎militari nella centrale di Dimona e il possesso da parte di Israele di ordigni ‎atomici.

‎Il premier israeliano Netanyahu ieri ha ripetuto le sue accuse all’Iran che, ‎afferma, avrebbe l’intenzione di costruire bombe nucleari mettendo a rischio ‎l’esistenza di Israele. E ringrazia Donald Trump che martedì ha sfilato gli Stati ‎Uniti dall’accordo internazionale del 2015 sul nucleare iraniano e imposto pesanti ‎sanzioni a Tehran. Ma a conti fatti l’unico Paese del Medio Oriente a possedere ‎segretamente l’atomica era e resta Israele.

Usa, Europa e l’Aiea non hanno mai ‎voluto indagare seriamente sul programma nucleare di Israele che, peraltro, non ha ‎mai firmato il Trattato di non proliferazione e mantiene una posizione di ‎‎”ambiguità nucleare”, non ammette e non smentisce. ‎«La vicenda del possesso da ‎parte di Israele dell’arma atomica è uno degli aspetti più scandalosi della comunità ‎internazionale» spiega al manifesto la giornalista e saggista Stefania Limiti, autrice ‎del libro “Rapito a Roma” (ed. L’Unità, 2006) ‎«i movimenti pacifisti e democratici ‎devono molto a Mordechai Vanunu che nel 1986 ebbe il coraggio di denunciare ‎quanto aveva avuto modo di vedere nella centrale di Dimona. Andò a Londra e ‎denunciò che Israele possedeva un armamento atomico importante. Lo fece per ‎una scelta di impegno civile e di testimonianza».

Vanunu ‎«è stato dimenticato», ‎aggiunge Limiti, ‎«è stato abbandonato, ha vissuto terribili anni di isolamento in ‎prigione, e non può lasciare Israele. Nei suoi confronti l’Italia è in debito. La ‎premier Thatcher intimò al Mossad di non rapirlo in Gran Bretagna e gli agenti ‎israeliani misero in atto il sequestro a Roma. L’Italia ha avuto nel tempo una grave ‎responsabilità, quella di abbandonarlo. Vanunu non va dimenticato perchè ha ‎sollevato il velo di menzogna che Israele aveva steso sul possesso di armi ‎nucleari». ‎

Le rivelazioni di Vanunu sono state decisive, grazie ad esse esperti ‎internazionali hanno potuto calcolare fra 100 e 200 gli ordigni atomici negli ‎arsenali israeliani. Il tecnico lavorò per nove anni a Dimona, costruita ‎ufficialmente per la produzione di energia elettrica ma che il laburista Shimon ‎Peres con l’aiuto del padre della atomica francese Francis Perrin trasformò in un ‎impianto militare. Anni di lavoro in cui Vanunu maturò la decisione di riferire al ‎mondo quanto vedeva ogni giorno. Con una Pentax scattò in segreto 58 foto nel ‎Machon 2, un complesso di sei piani sotterranei della centrale atomica dove ‎venivano prodotti annualmente una quarantina di kg di plutonio. 

Costretto a ‎dimettersi, con uno zaino pieno di informazioni, Vanunu partì per l’Australia ‎dove si mise in contatto con il Sunday Times. Giunto a Londra nell’agosto del ‎‎1986, si recò al giornale riferendo per due intere settimane i suoi segreti. Il ‎giornale esitò a pubblicare il racconto. Lo fece solo il 5 ottobre, quando si seppe ‎della scomparsa dell’israeliano.

Vanunu si rivide in pubblico il 7 ottobre, a ‎Gerusalemme, durante il processo per “alto tradimento”, quando con uno ‎stratagemma – scrivendo sul palmo della mano che mostrò ai fotografi fuori ‎dall’aula – fece sapere di aver raggiunto Roma il 30 settembre con il volo 504 ‎della British Airways e di essere stato rapito.

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08/09/2015

Mordechai Vanunu in tv, il nucleare segreto di Israele in prima serata


Michele Giorgio

È facile incontrare casualmente Mordechai Vanunu per le strade di Gerusalemme Est, la zona palestinese della città, dove l’ex tecnico della centrale di Dimona vive da quando fu liberato nel 2004, dopo 18 anni trascorsi nella prigione di Shikma (11 dei quali in isolamento totale), per aver rivelato nel 1986 i segreti dell’atomica israeliana al giornale britannico Sunday Times. L’ultima volta è stata il mese scorso, dalle parti di via Salah Edin. «Hello» (Vanunu dal 1986 si esprime solo in inglese, non usa più l’ebraico), qualche battuta veloce sulle cose che cerca di fare, sul suo desiderio di abbandonare Israele, un sorriso sobrio a commento del suo recente matrimonio con una docente universitaria norvegese, Kristin Joachimsen, e un «goodbye». Tutto qui. In pubblico si comporta così con tutti. Vanunu – che per i servizi segreti israeliani resta detentore di importanti segreti di stato, anche se vecchi di 30 anni – non può parlare ai cittadini stranieri, in particolare ai giornalisti. È una delle tante restrizioni stabilite dai giudici al momento della scarcerazione. Non può riferire particolari, anche agli israeliani, del lavoro che svolgeva a Dimona. Violando queste disposizioni il tecnico nucleare si espone all’arresto e alla detenzione, anche per mesi. Gli stranieri invece all’espulsione immediata da Israele.
Per questo motivo ha fatto scalpore l’intervista con l’ex tecnico nucleare di Dimona trasmessa venerdì in prima serata dalla rete televisiva israeliana Canale 2.

È stato un evento eccezionale. Nonostante domande e risposte non siano sempre andate sugli aspetti più interessanti delle rivelazioni fatte 30 anni fa da Vanunu – le finalità della produzione di plutonio per ordigni atomici nella centrale di Dimona –, l’uomo che gran parte del Paese considera un “traditore” ha potuto ugualmente parlare del programma atomico segreto israeliano e condannarlo. Israele non ha firmato il Trattato di non-proliferazione nucleare e non ha mai ammesso (e neanche smentito) di possedere bombe atomiche (tra 100 e 200 secondo esperti internazionali). Da decenni Israele mantiene la cosiddetta «ambiguità nucleare». L’interrogativo perciò è d’obbligo. Perché i servizi segreti e il governo hanno dato il via libera all’intervista in un momento delicato, in cui il premier Netanyahu è impegnato in uno scontro accesso con gli alleati americani per il via libera che è stato dato a Vienna al programma atomico dell’Iran? Il racconto di Vanunu a Canale 2 in apparenza è controproducente per gli interessi israeliani. Forse Netanyahu, lasciando parlare il “traditore”, ha voluto mandare un messaggio all’esterno. Ad esempio avvertire Tehran di non dimenticare che Israele le bombe le possiede già e potrebbe usarle se necessario. Ma le spiegazioni probabilmente sono più di una.

Vanunu venerdì sera ha raccontato il processo graduale che lo portò nei nove anni di lavoro a Dimona alla decisione, anzi «all’obbligo», come ama dire lui, di rivelare «ai cittadini di Israele, del Medio Oriente e del mondo», la natura della «polveriera» di Dimona. «Ho visto quello che stavano producendo e il suo significato», ha detto. Ha aggiunto di aver portato nella struttura una normale macchina fotografica, «una Pentax», e di aver scattato segretamente 58 foto, nascondendola poi nel suo zaino che gli uomini della sicurezza non controllavano più perchè la sua era una presenza abituale. Ha negato di aver fatto le sue rivelazioni in cambio di un compenso da parte del Sunday Times e ha ripetuto più volte che il nucleare è un pericolo, un’arma terribile, per tutti, anche per Israele e non soltanto per i suoi nemici. Ha infine ribadito di voler andare via, per ricongiungersi a sua moglie.

Mordechai Vanunu. Fermoimmagine Canale2

Vanunu, 60 anni, membro di una famiglia religiosa ortodossa, giunse dal Marocco quando era ancora bambino. Cominciò a formarsi una coscienza politica soltanto all’inizio degli anni Ottanta. In precedenza aveva svolto con diligenza il suo lavoro nella centrale di Dimona, costruita ufficialmente per la produzione di energia elettrica ma che il laburista Shimon Peres con l’aiuto del padre della atomica francese Francis Perrin, trasformò in un centro segreto. Vanunu cominciò a riflettere su ciò che avveniva a Dimona quando fu trasferito nel Machon 2, un complesso di sei piani sotterranei della centrale atomica dove venivano prodotti annualmente una quarantina di kg di plutonio. Nel 1985 Vanunu venne costretto a dimettersi per «instabilità psichica». Con uno zaino pieno di informazioni partì per l’Australia dove si mise in contatto con il Sunday Times. Giunto a Londra nell’agosto del 1986, si recò al giornale riferendo per due intere settimane i suoi segreti. Il direttore del giornale però esitò a pubblicare il racconto. Sospettava che Vanunu fosse un agente del Mossad che, per conto del suo governo, intendeva far sapere ai paesi arabi che Israele è in possesso di un arsenale nucleare in grado di incenerire l’intero Medio Oriente. Il servizio giornalistico verrà pubblicato solo il 5 ottobre, quando si seppe della scomparsa dell’israeliano.

Vanunu cadde in una trappola preparata alla fine dell’estate da una donna affascinante, Cindy, al secolo Cheryl Ben Tov, un’agente del Mossad per la quale perse la testa. Il sequestro non avvenne a Londra (i britannici non vollero) ma a Roma (sempre disponibile) dove Cindy lo attirò proponendogli un weekend romantico, come Gregory Peck e Audrey Hepburn. 
Invece appena arrivato in Italia, gli agenti del Mossad lo rapirono e lo portarono in un appartamento nella periferia della capitale, poi lo trasferirono a La Spezia e, imbarcandolo sul mercantile israeliano Tapuz, lo rispedirono (in una cassa) in Israele. Vanunu si rivide in pubblico il 7 ottobre, solo per qualche attimo, a Gerusalemme, durante il processo per direttissima, quando con uno stratagemma – scrivendo sul palmo della mano che mostrò ai fotografi fuori dall’aula – fece sapere di aver raggiunto Roma il 30 settembre con il volo 504 della British Airways e di essere stato rapito. L’altra sera ha ammesso di non aver capito, anche dopo il rapimento, che Cindy era stata la protagonista del piano del Mossad e di averlo compreso solo dopo parecchi giorni mentre navigavano verso il porto di Haifa.

L’Italia, come fa spesso quando agisce il Mossad, finse di non accorgersi della violazione della sua sovranità territoriale e del rapimento a Roma. Le indagini avviate dal sostituto procuratore Domenico Sica non portarono a nulla, nessuno aveva visto e sentito. Vanunu per anni ha chiesto invano un intervento delle autorità italiane su Israele. Roma non ha mai risposto ai suoi appelli.

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24/07/2015

Libia. Sfuma pista degli “scafisti” nel sequestro dei quattro tecnici italiani

Il sottosegretario con delega ai servizi Marco Minniti, nel corso di una audizione al Comitato parlamentare sull’attività dei servizi segreti (Copasir) ha scartato nettamente l'ipotesi che i rapitori dei quattro tecnici italiani in Libia siano legati in qualche modo ai trafficanti di uomini arrestati nelle settimane scorse in Italia e che il sequestro possa essere utilizzato come "merce di scambio" per ottenere dall'Italia il rilascio degli scafisti detenuti. Minniti, nel corso dell’audizione, ha detto che siamo di fronte a un sequestro a scopo estorsivo e quindi, pur nella difficoltà della situazione, la vicenda è più facilmente gestibile. La pista che aveva eccitato molti mass media e molti commenti da bar dello sport, sembra così perdersi nella assai più complicata partita libica.

I quattro tecnici italiani che lavorano per la Bonatti, una società che opera negli impianti dell’Eni della strategica area di Sabratah, sono stati sequestrati domenica sera a Mellitah. Il sequestro è diventato occasione per uno scambio di accuse tra i due governi che si sono divisi il potere in Libia. Secondo il governo libico di Tobruk, alleato dell’Occidente, la zona dove è avvenuto il sequestro “è controllata dalle milizie che fanno capo a Fajr Libya”, ossia Alba libica, una coalizione legata ai Fratelli Musulmani, che controlla l’Ovest della Libia. Ma il portavoce di Fajr Libya e ieri sera il Primo Ministro del governo di Tripoli in una intervista alla “7” hanno affermato che la loro organizzazione “non è dietro il rapimento degli italiani” aggiungendo però di sapere che gli italiani si trovano nel sud-ovest e che entro 10 giorni saranno liberi. Il primo ministro di Tripoli ha poi aggiunto, sibillinamente, che l’Eni non sta aiutando la soluzione dei problemi in Libia. A sua volta il governo libico di Tripoli, ha puntato il dito contro una formazione alleata del generale Khalifa Haftar, - l’uomo forte del governo libico di Tobruk -  cioè il Jaish al Qabail, “l’esercito delle tribù”.

Secondo altre fonti, il sequestro dei quattro tecnici italiani sarebbe invece un aspetto dello scontro tra le milizie libiche alle quali l'Eni si affida per la protezione dei suoi impianti pagandole profumatamente. Fino a poco tempo fa erano le milizie di Zintan a proteggere gli impianti, poi due anni fa sono entrate in scena le milizie di Zwara che le hanno soppiantate. Ma il cambio di "appalto" da parte dell'Eni è stato contrassegnato da scontri sanguinosi tra i miliziani dei due gruppi.

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17/01/2015

Siria - Quasi 800 raid della coalizione, ma l’Isis è a 30 km da Aleppo

(Fonte: The Daily Beast – Coalition for a Democratic Syria)
di Chiara Cruciati – Il Manifesto

«Voci infondate». Così il ministro degli Esteri Gentiloni ha bollato ieri le notizie che giovedì sera giravano tra i media arabi, prontamente riprese da quelli italiani: il pagamento di un riscatto da 12 milioni di dollari ai qaedisti di al-Nusra per riavere indietro Greta e Vanessa. Il governo italiano ci tiene a sottolineare che Roma «rispetta le regole internazionali», ovvero il divieto a versare tali somme nelle casse di gruppi terroristici in cambio della vita di propri cittadini.

Una pratica comune a molti governi occidentali, ma malvista da altri che la ritengono il migliore degli incoraggiamenti ad altri rapimenti e, soprattutto, un concreto aiuto alla causa jihadista: secondo un’indagine del New York Times dello scorso anno, dal 2008 al 2014 gruppi-satellite di al Qaeda avrebbe incassato 125 milioni di dollari in riscatti.

Difficile quantificare con esattezza quelli finiti nelle casse dello Stato Islamico, organizzazione che gode di una ricchezza senza precedenti, con entrate giornaliere che sfiorano i 3 milioni di dollari grazie alla vendita sottobanco di greggio siriano e iracheno. Secondo calcoli dei servizi segreti Usa di novembre, l’Isis si sarebbe garantito con i riscatti 45 milioni di dollari in pochi mesi.

L’incalcolabile ricchezza finanziaria di cui fa vanto il califfo al-Baghdadi spiega in parte – insieme al potente messaggio di propaganda – le conquiste finora registrate sul terreno: dopo aver occupato in pochi mesi un terzo dell’Iraq, l’Isis sta per archiviare l’identico obiettivo anche in Siria. Nonostante i 790 raid aerei della coalizione internazionale, lo Stato Islamico continua ad espandersi, mangiando territorio non al governo Assad ma alle opposizioni moderate e islamiste rivali.

Oggi le zone siriane sotto l’influenza dell’Isis sono il doppio di quanto non fossero prima dell’inizio dell’operazione militare occidentale. Ormai a soli 30 km da Aleppo, il gruppo controlla quasi per intero le regioni nord-orientali della Siria, da cui ha allontanato con la forza i ribelli che da quattro anni combattono Damasco. La strategia è semplice e efficace: dopo aver assunto il controllo delle zone rurali delle province a est, come una macchia d’olio l’Isis si è allargato a nord, verso il Kurdistan siriano, e a ovest verso le grandi città, Raqqa in primis. Oggi gli islamisti di al-Baghdadi controllano ampie porzioni del deserto di Homs, a sud di Aleppo, sempre più vicina.

(Fonte: The Daily Beast – Coalition for a Democratic Syria)

Il sogno del califfato che si avvera? A guardare la mappa, parrebbe di sì: il corridoio di terre immaginato da al-Baghdadi, dalla provincia orientale irachena di Diyala alla città siriana di Aleppo, è quasi interamente in mano allo Stato Islamico. Che punta ora al “lontano ovest”: con sacche di miliziani lungo il confine con il Libano e un migliaio di infiltrati nel paese dei Cedri, nella regione di Qalamoun, al-Baghdadi sembra pronto al grande balzo, che potrebbe concretizzarsi se Aleppo dovesse cadere.

A frenarne – in parte – l’avanzata verso il nord e il confine con la Siria sono le comunità kurde: alcune sono finite sotto lo stivale jihadista, ma molte altre si contendono con l’Isis il controllo del territorio combattendo in prima linea, strada per strada.

Non fanno invece il loro dovere gli altri nemici giurati dell’Isis: la coalizione non gode di buoni contatti sul terreno, a differenza dell’Iraq, dove l’esercito di Baghdad e i peshmerga forniscono serie informazioni di intelligence. Il principale alleato Usa, l’Esercito Libero Siriano, ha perso in pochi mesi quasi la metà dei territori che controllava a metà 2014, a favore dell’Isis. Assenti sul campo di battaglia, quasi del tutto insignificanti sul piano diplomatico, le opposizioni moderate non possono assolvere al compito di stivale sul terreno di Washington.

Le conseguenze sono visibili a tutti: l’inarrestabile avanzata islamista è foraggiata indirettamente dai suoi stessi avversari.

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15/01/2015

Siria: jihadisti liberano Greta e Vanessa. L’ira dell’Isis contro Al Nusra

"Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono libere, torneranno presto in Italia". Lo ha annunciato via twitter palazzo Chigi nel tardo pomeriggio di oggi confermando le notizie diffuse alcuni minuti prima da alcune fonti dei miliziani islamisti di al Nusra, operanti in Siria, riprese e rilanciate dall’emittente al Jazeera. Le due ragazze erano state sequestrate da un gruppo jihadista nel nord della Siria dove erano arrivate nell’ambito di una missione di assistenza della Ong "Horryaty” organizzata in collaborazione con alcune organizzazioni locali vicine ai jihadisti.

Originarie una di Brembate, nel bergamasco, e l'altra di Besozzo, in provincia di Varese, di Vanessa e Greta si persero le tracce il 31 luglio ad Alabsmo, vicino ad Aleppo. Secondo il quotidiano libanese `Al-Akhbar´ (vicino al movimento di resistenza libanese Hezbollah, in campo con le sue milizie anche in Siria contro le bande jihadiste), le due ventenni furono attirate nella «casa del capo del Consiglio rivoluzionario di Alabsmo» con il giornalista de Il Foglio, Daniele Ranieri, che riuscì però a scappare.

Immediato e rabbioso il commento dello Stato islamico alla notizia della liberazione, che sarebbe avvenuta per mano dei "rivali" del Fronte al Nusra, delle due ragazze italiane rapite la scorsa estate. "Questi cani del Fronte al Nusra rilasciano le donne crociate italiane e uccidono i simpatizzanti dello Stato islamico"; è il tweet postato da "Muahhed al Khilafa" sul suo account @mo7ayed11, dove si firma con l'hashtag dello Stato islamico. "Forse le hanno liberate in cambio di donne musulmane detenute in Italia", osserva Saad al Homeidi, altro internauta islamista nel suo account @s3edqatar. La notizia della liberazione delle due volontarie, a cui per ora le autorità italiane rispondono con un "no comment", potrebbe essere stata accordata in cambio del pagamento di un riscatto in denaro o forse alla soddisfazione delle richieste dei fondamentalisti in altri ambiti.

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24/09/2014

Turchia e Califfo come si fa tra Stati scambio di prigionieri


Emergono le prime verità sulla liberazione dei 46 ostaggi turchi rapiti a Mosul. Per ottenere il loro rilascio il presidente Erdogan avrebbe consegnato in cambio ai miliziani jihadisti 50 membri dello Stato Islamico catturati da un gruppo ribelle siriano sostenuto e finanziato dalla Turchia.

Il giornale turco Hurriyet svela l’avvenuto scambio di prigionieri tra il governo di Ankara e lo Stato Islamico. La verità sul rilascio dei 46 ostaggi turchi prelevati a inizio giugno dal consolato di Mosul dai milizini jihadisti. Dunque lo scambio c’è stato. Ankara ha ottenuto dal gruppo ribelle siriano Liwa al-Tawhid la liberazione di 50 membri dello Stato Islamico, consegnandoli successivamente ai soldati del Califfo in cambio degli ostaggi turchi. Nel gruppo dei prigionieri rilasciati dai ribelli siriani ci sarebbero la moglie e i figli del leader Isis Haji Bakr, ucciso ad Aleppo a gennaio.

Lo scambio di prigionieri con lo Stato islamico sarebbe avvenuto grazie anche a una nuova legge che dà facoltà all’intelligence di fare scambi di prigionieri purché non abbiano la nazionalità turca. Personaggio centrale della vicenda la moglie di Bakr, che farebbe parte di questo patto trilaterale fra Turchia, ribelli siriani e al Baghdadi, che secondo il sito turco Tavka Haber - vicino ai jihadisti - ha dato in persona l’ordine di restituire gli ostaggi del consolato. I ribelli consideravano la donna una fonte preziosa. Testimone di come suo marito fu prima uomo di Saddam e poi capo jihadista.

La versione ufficiale del governo turco era stata poco convincente da subito: ostaggi liberati senza il pagamento di alcun riscatto dissero allora. A confondere le acque le parole stesse del primo ministro Ahmet Davutoglu. ‘La Turchia non è scesa a patti in alcun modo con i soldati del Califfo Al Baghdadi’, disse. Una mezza verità senza ammettere lo scambio. E ancora, «Il loro rilascio non è il risultato di un blitz delle forze speciali». Se non è stato pagato un riscatto e se non si è trattato di una operazione di ‘esfiltrazione’ condotta abilmente dai MIT, i servizi segreti, cosa sarebbe stato?

Ora sappiamo cosa è realmente accaduto. Ma c’è una parte che deve ancora emergere. Altra merce di scambio quasi certamente messa sul tavolo delle trattative potrebbero essere stati gli interessi petroliferi legati al contrabbando di greggio, gestito dallo Stato Islamico con diversi Paesi del Medio Oriente, Turchia compresa. Il traffico di petrolio si sta rivelando una risorsa decisiva per Al Baghdadi. 3,2 milioni di dollari al giorno ricavati dallo sfruttamento degli undici giacimenti controllati tra Siria e Iraq, che vengono reinvestiti per l’acquisto di armi sempre più sofisticate.

Alcune ipotesi e nessuna conferma, probabilmente mai. Ma intanto si apre la partita sul futuro ruolo che Ankara vorrà avere nella campagna militare contro lo Stato Islamico. Sinora la Turchia aveva rifiutato persino di concedere le proprie basi aeree, importante quella di Incirlik, per il decollo di droni e caccia americani. Adesso che gli ostaggi turchi sono in salvo potrebbe cambiare la strategia in Medio Oriente? Difficile che accada. Secondo LookOut la Turchia avrebbe, nei confronti dell’opposizione jihadista al regime di Assad un atteggiamento ambiguo e a tratti forse condiscendente.

Antichi sostegni turchi in chiave anti Assad nei confronti degli estremisti islamici, qaedisti di Jabhat Al Nusra o miliziani dello Stato Islamico. Senza dimenticare la questione curda. L’arrivo di più di 130mila curdi fuggiti dall’enclave di Kobane-Ayn Arab assediata dagli jihadisti. La chiusura della maggior parte dei valichi di frontiera con la Siria, ha“ingabbiato” oltreconfine anche centinaia di miliziani del PKK mobilitati in difesa dei curdo-siriani. Un problema, quello delle popolazioni curde che, assieme ai confini condivisi su Siria e Iraq, impongono una certa promiscuità con Isis.

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21/09/2014

Turchia senza ostaggi ora alla verifica dell’ impegno anti jihad


Non era mai accaduto prima. L’Isis libera i 46 ostaggi turchi sequestrati a Mosul lo scorso giugno. Gli ostaggi, tra cui diplomatici, militari e bambini, erano stati portati via dal consolato turco nella città nel nord dell’Iraq, e sono stati ora riportati in salvo in Turchia dai servizi segreti.

Per il rilascio degli ostaggi non è stato pagato riscatto, né c’è stato scambio di prigionieri, ma è stata un’operazione del National Intelligence, il Mit, l’equivalente del nostro Aise. Lo sostiene una fonte degli 007 turchi citata dal quotidiano Hurriyet. Nell’operazione, aggiunge la fonte, non sono stati coinvolti servizi stranieri. Sempre secondo la fonte del giornale, i sequestratori avrebbero costretto gli ostaggi a cambiare posizione almeno sette volte. Ci sarebbero state cinque possibilità di liberarli, aggiunge, ma l’escalation degli scontri in Iraq ha impedito agli 007 di intervenire prima.

L’operazione definitiva di liberazione è cominciata pochi giorni fa, mentre gli ostaggi erano tenuti nelle vicinanze di Mosul. Va ricordato che la Turchia la scorsa settimana si era rifiutata di aderire alle operazioni militari lanciate dalla coalizione anti-Isis riunita dagli Stati Uniti, spiegandolo con la volontà di proteggere la vita dei suoi ostaggi. Gli ostaggi sono rientrati ad Ankara dalla città di Sanliurfa col premier Davutoglu accolti del presidente Erdogan. Le autorità turche hanno fornito pochi dettagli sull’operazione del Mit salvo che gli ostaggi sono rientrati passando per la Siria.

Un motivo molto concreto quello degli ostaggi nell’ambiguità di Ankara nei confronti dell’Isis. Una ragione per fortuna venuta a cadere. E salta subito agli occhi la diversità di trattamento con i prigionieri occidentali, crudelmente sacrificati dalla macchina propagandistica del Califfato. Va detto che il ruolo della Turchia nei confronti dell’Isis è sempre stato ambiguo. Nella guerra contro Assad i jihadisti del Califfo hanno usato con la massima libertà il territorio turco come retrovia. Loro e Jabhat al Nusra, come ha denunciato Francis Ricciardone, ex ambasciatore Usa in Turchia.

Le storiche coincidenze di interessi in quell’area. Ad esempio l’indebolimento dello stato iracheno dominato dagli sciiti. E questo non vale soltanto per la Turchia ma anche per l’Arabia Saudita e paesi del Golfo, ex (?) generosi finanziatori di Abu Bakr al Baghdadi. E forse anche qualche cosa dalla Turchia. Riluttanza di Ankara che ha negato la sua base aerea di Incirlik agli americani, come aveva già fatto all’inizio della guerra in Iraq di Bush figlio. Finora non sembra che i turchi si siano impegnati troppo neppure a fermare il contrabbando di petrolio dell’Isis che passa sul suo territorio.

Un’inchiesta di Newsweek sostiene che in Turchia esiste un network dell’Isis per reclutare volontari per la Jiahd nei quartieri più poveri di Istanbul. Ora, dopo la liberazione degli ostaggi, sarà possibile verificare se l’impegno anti-jihadista della Turchia aumenterà. Al momento, sola certezza, l’aumento della spinta alle frontiere dei disperati in fuga dalla Siria. I combattimenti fra i miliziani dell’Isis e le forze di difesa curde siriane del Pyd continuano. Le autorità di Ankara avevano chiuso la frontiera ma poi hanno deciso di lasciarli passare. La Turchia ospita già oltre un milioni di profughi.

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15/09/2014

Salvare gli ostaggi a qualsiasi prezzo? Rigore o trattativa

‘Padre Dall’Oglio è prigioniero con le due italiane’, dice il Corsera. Governo Renzi: ‘Ogni Paese è sovrano di trattare o meno con i rapitori’. Pagamento di riscatti, contrari Washington e Londra. Obama contro la Francia: ‘Dice di non pagare per liberare i suoi ostaggi, invece lo fa’. E l’Italia?

«Padre Paolo Dall’Oglio è vivo e sta bene. Si trova in una prigione nelle vicinanze della cittadina siriana di Raqqa e controllata da militanti iracheni dello Stato Islamico. Nelle stessa prigione pare si trovino altri ostaggi occidentali, tra cui le due cooperanti italiane rapite di recente». Lo scrive sul Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi da Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Fonte il 74enne Michel Kilo, intellettuale damasceno, una delle voci più note tra le opposizioni di sinistra alla dittatura siriana. Cristiano, ex militante comunista, arrestato più volte dalla polizia segreta di Assad.

Dettagli della prigionia. Rapito da militanti dello Ahrar al-Sham e poi ‘venduto’ ai capi dello Stato Islamico, è stato rinchiuso nel palazzo del governatorato di Raqqa assieme a tanti altri prigionieri occidentali, compreso James Foley, il primo dei giornalisti americani decapitati. Secondo Michel Kilo per Dall’Oglio e gli altri ostaggi la situazione si sta complicando. «Non è più una questione di prezzo. La partecipazione militare italiana alla nuova coalizione guidata dagli americani contro lo Stato Islamico introduce l’elemento politico. Un conto è mandare aiuti civili, un altro spedire armi».

La polemica sul fronte occidentale dei riscatti si fa intanto rovente. Contrari a qualsiasi trattativa Washington e Londra. Obama contro la Francia è arrivato all’ironia: ‘Dice di non pagare per liberare i suoi ostaggi, e invece lo fa’. E l’Italia? E l’Italia paga, anche se non lo ammette. «Ogni Paese è sovrano di trattare o meno con i rapitori», precisa il governo, confessando di fatto. Così l’Italia si distanzia dalle scelte del presidente Usa e del primo ministro Cameron, entrambi sostenitori dell’equazione pagamento di un riscatto all’Isis eguale ad un finanziamento diretto del gruppo armato.

Chi paga e come avviene la trattativa e il pagamento? Secondo Rukmini Callimachi, reporter del New York Times, gran parte dei paesi europei cedono al ricatto. «Non li vorremmo pagare, ma non possiamo lasciar morire i nostri cittadini», confessa un ambasciatore. Esempio emblematico: 2003, un aereo militare tedesco arriva a Bamako, capitale del Mali. Poche persone con tre valigette piene di cinque milioni di dollari. Non un riscatto. Un “aiuto umanitario” al Mali. Le tre valigette vennero consegnare nel nord del paese. Pochi giorni dopo degli ostaggi rapiti in Algeria vennero liberati.

A pagare di più sono stati i francesi, che hanno subito il numero maggiore di rapimenti. 58 milioni di dollari in riscatti. Tra i paesi europei, la Svizzera ha pagato 14 milioni, seguita dalla Spagna con circa 10. Anche l’Italia avrebbe pagato Al Qaeda. Simona Pari e Simona Torretta (settembre 2004), Giuliana Sgrena (febbraio 2005), Clementina Cantoni (Afghanistan, maggio 2005), Rossella Urru (ottobre 2011) e Mariasandra Mariani (febbraio 2011), tutti conclusi con il pagamento di un riscatto. Trattativa condotta dai Servizi segreti, l’Aise, e fondi altrettanto segreti, ma sempre tasche italiane.

Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due sprovvedute volontarie rapite in Siria a fine luglio, sono state l’ultimo episodio di sequestro di cittadini italiani all’estero giunti a sei casi. Prima delle due ragazze, era toccato a Marco Vallisa, un tecnico sequestrato il 5 luglio in Libia. Sempre il Libia, si sono perse le tracce di Gianluca Salviato, impiegato per una società di costruzioni. In Siria, da oltre un anno si sono perse le tracce di Padre Dall’Oglio, gesuita romano. Mentre da oltre due anni non si hanno notizie del cooperante Giovanni Lo Porto, palermitano sequestrato in Pakistan nel 2012.

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08/08/2014

Ragazze rapite in Siria Prima le salviamo poi ci arrabbiamo


La Farnesina le dichiara “irreperibili”. I Servizi segreti che stanno consumando fatica, soldi e rischi sanno certo di più ma non lo dicono. Quasi certamente rapite Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, poco più che ventenni, che s’erano inventate un progetto umanitario in piena zona di guerra.

Tra lo stupore e la rabbia, le parole rischiano di scappare di bocca e di fare male. Sopratutto rispetto a due giovani vite che, se anche possono apparire incoscienti, ora richiedono attenzione e aiuto. Poi, tornate a casa, potremo discutere su un certo volontariato d’azzardo. Ora tocca agli uomini e donne dell’Aise dannarsi tra spie per cercare di tirar fuori dai guai le due ragazze. Ma restiamo ai dati certi. Vanessa e Greta sarebbero state rapite ad al-Abzemo, a ovest di Aleppo. Benché ‘protette’ da una fazione radicale del Fronte islamico che controlla l’aerea, sarebbero state prelevate dal loro alloggio.

A portare in Siria, in una della più calde zone di guerra in mano ai ribelli jihadisti anti Assad, un progetto umanitario da loro inventato. Così lo raccontano su Facebook: «Progetto Horryaty” si chiama ed è stato fondato da Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, insieme a Roberto Andervill. Fra le principali attività c’erano eventi di autofinanziamento per raccogliere farmaci e kit sanitari da inviare alle popolazioni in difficoltà in Siria». Iniziativa ammirevole che forse richiedeva una forte esperienza sul campo, appoggi, logistica, contatti, garanzie. E certo una grande dose di prudenza.

I familiari non commentano e attendono notizie dalla Farnesina che a sua volte le attende dal Dis che a sua volta le attende da Forte Braschi. La sola dichiarazione è stata rilasciata all’Ansa da parte di Roberto Andervill, terzo responsabile del progetto Horryaty, di cui le due cooperanti rapite in Siria sono fondatrici. Andervill ha detto che le due giovani erano arrivate nel Paese lo scorso 28 luglio. Nel marzo 2014 il loro primo viaggio. Un sopralluogo svolto insieme ad Andervill, altro fondatore del Progetto: “Non sentivo Vanessa e Greta da qualche giorno”, dice Andervill.

Ma è Facebook la fonte e il motore che collega il gruppo. «Atterrati in Turchia – si legge sul social network – siamo stati accompagnati da una guida siriana nella sua terra, nelle zone rurali di Idleb, a sud ovest rispetto ad Aleppo. Durante questa prima visita si è cercato di instaurare un rapporto con la popolazione locale per capire le vere necessità […] c’è stata la possibilità di rilevare le principali problematiche dell’assistenza medica […] Durante questa missione siamo stati sempre accompagnati e scortati da personale locale, con un alto grado di sicurezza». Medici e staff security?

In assenza di notizie – per Padre Dall’Oglio si attende da un anno – cerchiamo di capire cosa ha mosso le due giovani all’azzardo in Siria. Leggiamo come si raccontano. In realtà i 12 punti del loro progetto si ripetono. Obiettivo, organizzare corsi base di primo soccorso e rifornire alcune aree con kit di emergenza. Organizzati da chi e sulla base di quali professionalità non è detto. Garantire ai pazienti malati di patologie croniche di accedere alle giuste terapie rispettando i tempi, dosi e qualità dei farmaci. Finanziamento del progetto con cene e mostre di beneficenza e raccolte farmaci.

Sul sito FB di Progetto Horryaty. «Non saranno rilasciate dichiarazioni a nessuno. Tutte le informazioni sul Progetto sono su questa pagina. Tutte le altre informazioni, ammesso che ce ne siano, non saranno divulgate. Non saranno tollerati commenti di nessun genere. Questo Progetto continuerà a esistere appena Greta e Vanessa saranno di nuovo con noi. Roberto Andervill». Andervill, 47 anni, che si dichiara residente a Gaza ‘non tollera’ ma incassa su FB: “Povere ragazze. Loro incoscienti ma giustificate dalla giovane età. Imperdonabili tutti quelli che l’hanno sostenute ed incoraggiate ad andare in un paese in guerra”.

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