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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2019

Israele - 40 anni dopo il test nucleare è ancora un segreto

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Israele dovrebbe essere più riconoscente nei confronti di Jimmy Carter, al quale, a quanto pare, non ha perdonato l’aver espresso qualche anno fa sostegno ai diritti dei palestinesi.

Il presidente americano fautore del primo accordo di pace tra lo Stato ebraico e un paese arabo, l’Egitto, è intervenuto più volte a sostegno e copertura delle politiche degli alleati israeliani. Come nel 1979 quando Carter stese un velo di silenzio su un esperimento nucleare segreto che chiamava in causa Israele e di cui nei giorni scorsi è stato ricordato il 40/mo anniversario. Ancora oggi quel test non è mai avvenuto ma la verità è nota da sempre agli americani.

L’anniversario dell’incidente Vela, dal nome del satellite che registrò l’esplosione sospetta, cade mentre crescono le pressioni economiche e diplomatiche degli Usa su Tehran, di pari passo alle accuse che Israele lancia agli iraniani di voler costruire armi nucleari.

Che questa sia l’intenzione della Repubblica islamica è da provare – gli iraniani negano di voler assemblare ordigni atomici – ma la Casa Bianca e Israele non escludono un attacco militare. In ogni caso Israele, che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione, voluto proprio dagli Usa, resta l’unico paese del Medio oriente a possedere segretamente bombe atomiche.

Il Vela era uno dei satelliti lanciati da Washington sulla scia del Trattato di divieto parziale dei test del 1963 (PTBT) che vieta gli esperimenti nucleari nell’atmosfera, sott’acqua e nello spazio. Alle 00:53 del 22 settembre di 40 anni fa il Vela localizzò un’esplosione vicino alle Isole del Principe Edoardo, a circa 1.000 miglia dalla costa meridionale del Sudafrica. Si trattava di un “doppio lampo”, uguale ai test nucleari rilevati in 41 precedenti occasioni dai satelliti Vela.

I sospetti caddero sul Sudafrica e successivamente su Israele che aveva legami segreti con il regime dell’apartheid. Per Carter, sottolinea Foreign Policy, che a questo anniversario ha dedicato uno speciale, si presentò subito un problema politico e diplomatico di eccezionale importanza: i due paesi coinvolti erano nell’orbita americana. Inoltre una legge approvata due anni prima sul controllo delle esportazioni di armi, imponeva la fine dell’assistenza militare e l’applicazione automatica di sanzioni statunitensi se fosse stato accertato che uno Stato (diverso da quelli autorizzati dal Trattato di non proliferazione nucleare) aveva fatto detonare un ordigno nucleare dopo il 1977.

L’amministrazione Carter perciò si mosse per mettere in dubbio la validità dei dati satellitari. Disse che il Vela, in orbita da dieci anni, era vecchio. Ma il satellite sino a quel momento aveva funzionato alla perfezione. Quindi il “doppio lampo” fu attribuito alla collisione tra il Vela e un minuscolo meteorite.

Infine l’anno successivo un comitato scientifico, in linea con la posizione della Casa Bianca, accertò senza ombra di dubbio che non c’era stata una esplosione nucleare. I risultati delle indagini erano profondamente diversi da ciò che si sapeva e che lo stesso Carter scrisse nel suo diario, nel febbraio 1980. «Cresce la convinzione tra i nostri scienziati – annotò il presidente – che gli israeliani hanno effettivamente condotto un test nucleare nell’oceano vicino all’estremità meridionale dell’Africa». Eppure non agì di conseguenza e fece secretare i documenti relativi all’inchiesta.

Il caso fu chiuso e gli Stati Uniti ancora oggi fingono di non sapere che Israele possiede armi atomiche. Il programma atomico israeliano, partito negli anni ’50, è stato rivelato nel 1986 al Sunday Times da un tecnico della centrale di Dimona (Neghev), Mordechai Vanunu, che ha pagato il suo gesto con 18 anni di carcere ed isolamento, dopo essere stato rapito dal Mossad a Roma.

In un articolo del New Yorker del giugno 2018 si afferma che Israele avrebbe lettere di Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump, in cui i quattro presidenti si impegnano a proteggere le sue armi nucleari. Le Amministrazioni Usa non solo non hanno imposto a Israele la firma del trattato di non proliferazione ma hanno anche accettato la linea della «ambiguità nucleare», ossia lo Stato ebraico che non conferma e non nega di possedere armi atomiche.

La cooperazione militare tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid è andata avanti per decenni anche se il primo ministro israeliano Menachem Begin nel 1977 negò l’esistenza di qualsiasi collaborazione per lo sviluppo di armi. Il giornalista e ricercatore Sasha Polakow-Suransky la descrive dettagliatamente nel suo libro del 2010, “The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with Apartheid South Africa”.

Polakow-Suransky, dopo aver consultato oltre 7mila pagine di documenti ufficiali sudafricani declassificati, presenta nel libro prove sull’offerta di testate nucleari fatta dal leader israeliano Shimon Peres al ministro della difesa sudafricano Botha nel 1975. Testate che il Sudafrica non comprò poiché intenzionato a costruirle da solo, però con la collaborazione di Israele. La cooperazione bellica tra i due paesi, anche in campo missilistico, è andata avanti per decenni, «quasi fino alla vigilia della presidenza di Mandela», secondo Polakow-Suransky. Israele, aggiunge, denunciava l’apartheid in pubblico e in segreto vendeva armi ai razzisti sudafricani.

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12/05/2018

Bimenticato Vanunu, l'uomo che rivelò il segreto nucleare di Israele


di Michele Giorgio – Il Manifesto
 
«Con voi italiani non ci parlo» ci dice sorridendo Mordechai Vanunu ‎incontrandoci per strada a Gerusalemme Est, la zona palestinese, dove l’ex tecnico ‎nucleare israeliano vive dal 2004, da quando è uscito, dopo 18 anni, dal carcere ‎di Shikma. Scherza Vanunu ma fino ad un certo punto. Le condizioni del suo ‎rilascio gli impongono da 14 anni di non dare interviste e neppure di parlare ai ‎giornalisti. Altrimenti tornerà in prigione e i giornalisti stranieri saranno subito ‎espulsi.

E dell’Italia Vanunu non può certo avere una buona opinione. Nel 1986 il ‎Mossad lo attirò in una trappola a Roma e da lì lo portò con la forza a Tel Aviv ‎interrompendo le clamorose rivelazioni che stava facendo al Sunday Times ‎sull’atomica israeliana. Un rapimento sul quale l’Italia ha indagato molto poco ‎preferendo nascondere sotto il tappeto l’accaduto in nome dei buoni rapporti con ‎Tel Aviv. Roma, come le altre capitali occidentali, non ha mai avuto alcuna ‎intenzione di proteggere l’uomo che ha svelato al mondo le produzioni atomiche ‎militari nella centrale di Dimona e il possesso da parte di Israele di ordigni ‎atomici.

‎Il premier israeliano Netanyahu ieri ha ripetuto le sue accuse all’Iran che, ‎afferma, avrebbe l’intenzione di costruire bombe nucleari mettendo a rischio ‎l’esistenza di Israele. E ringrazia Donald Trump che martedì ha sfilato gli Stati ‎Uniti dall’accordo internazionale del 2015 sul nucleare iraniano e imposto pesanti ‎sanzioni a Tehran. Ma a conti fatti l’unico Paese del Medio Oriente a possedere ‎segretamente l’atomica era e resta Israele.

Usa, Europa e l’Aiea non hanno mai ‎voluto indagare seriamente sul programma nucleare di Israele che, peraltro, non ha ‎mai firmato il Trattato di non proliferazione e mantiene una posizione di ‎‎”ambiguità nucleare”, non ammette e non smentisce. ‎«La vicenda del possesso da ‎parte di Israele dell’arma atomica è uno degli aspetti più scandalosi della comunità ‎internazionale» spiega al manifesto la giornalista e saggista Stefania Limiti, autrice ‎del libro “Rapito a Roma” (ed. L’Unità, 2006) ‎«i movimenti pacifisti e democratici ‎devono molto a Mordechai Vanunu che nel 1986 ebbe il coraggio di denunciare ‎quanto aveva avuto modo di vedere nella centrale di Dimona. Andò a Londra e ‎denunciò che Israele possedeva un armamento atomico importante. Lo fece per ‎una scelta di impegno civile e di testimonianza».

Vanunu ‎«è stato dimenticato», ‎aggiunge Limiti, ‎«è stato abbandonato, ha vissuto terribili anni di isolamento in ‎prigione, e non può lasciare Israele. Nei suoi confronti l’Italia è in debito. La ‎premier Thatcher intimò al Mossad di non rapirlo in Gran Bretagna e gli agenti ‎israeliani misero in atto il sequestro a Roma. L’Italia ha avuto nel tempo una grave ‎responsabilità, quella di abbandonarlo. Vanunu non va dimenticato perchè ha ‎sollevato il velo di menzogna che Israele aveva steso sul possesso di armi ‎nucleari». ‎

Le rivelazioni di Vanunu sono state decisive, grazie ad esse esperti ‎internazionali hanno potuto calcolare fra 100 e 200 gli ordigni atomici negli ‎arsenali israeliani. Il tecnico lavorò per nove anni a Dimona, costruita ‎ufficialmente per la produzione di energia elettrica ma che il laburista Shimon ‎Peres con l’aiuto del padre della atomica francese Francis Perrin trasformò in un ‎impianto militare. Anni di lavoro in cui Vanunu maturò la decisione di riferire al ‎mondo quanto vedeva ogni giorno. Con una Pentax scattò in segreto 58 foto nel ‎Machon 2, un complesso di sei piani sotterranei della centrale atomica dove ‎venivano prodotti annualmente una quarantina di kg di plutonio. 

Costretto a ‎dimettersi, con uno zaino pieno di informazioni, Vanunu partì per l’Australia ‎dove si mise in contatto con il Sunday Times. Giunto a Londra nell’agosto del ‎‎1986, si recò al giornale riferendo per due intere settimane i suoi segreti. Il ‎giornale esitò a pubblicare il racconto. Lo fece solo il 5 ottobre, quando si seppe ‎della scomparsa dell’israeliano.

Vanunu si rivide in pubblico il 7 ottobre, a ‎Gerusalemme, durante il processo per “alto tradimento”, quando con uno ‎stratagemma – scrivendo sul palmo della mano che mostrò ai fotografi fuori ‎dall’aula – fece sapere di aver raggiunto Roma il 30 settembre con il volo 504 ‎della British Airways e di essere stato rapito.

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27/04/2016

Dimona, timori per il reattore della centrale atomica israeliana

Michele Giorgio - il Manifesto

L’Istituto 2 della centrale nucleare di Dimona «visto da fuori, è una costruzione di cemento, grezza e priva di finestre, di due piani… le mura sono spesse abbastanza da resistere a un bombardamento e sul tetto c’è una torre per l’ascensore che non parrebbe necessaria per un edificio tanto piccolo. Per trent’anni questo innocuo pezzo di cemento ha celato i segreti di Israele... Le mura del piano terra nascondono ascensori di servizio che portano uomini e materiali a 6 livelli sotterranei, dove i componenti per le armi atomiche sono prodotti e assemblati in parti per le testate missilistiche». Sono alcuni passaggi di un lungo servizio pubblicato il 5 ottobre 1986 dal Sunday Times fondato sulle rivelazioni fatte nelle settimane precedenti da Mordechai Vanunu, un ex tecnico della centrale di Dimona che aveva raccontato al giornale britannico le produzioni nucleari militari di Israele che non ha mai ratificato il Trattato di non proliferazione e che non è soggetto ai controlli dell’Aiea.

Quando apparve l’articolo Vanunu era già in prigione in Israele, dopo essere stato rapito a Roma dal Mossad e riportato in patria per essere processato per tradimento e condannato a 18 anni di carcere. Una vicenda di eccezionale importanza che però fece poco scalpore, come spesso accade quando sul tavolo ci sono i segreti militari di Israele. Un po’ tutti perciò chiusero un occhio. L’Italia tutti e due, nonostante Vanunu fosse stato sequestrato a Roma. La magistratura aprì le indagini ma il governo dell’epoca non fece nulla per aiutarla. Troppo stretti erano (e sono) i rapporti tra i servizi segreti di Italia e Israele. Calò il silenzio su attività nucleari fuori da ogni controllo internazionale di cui per la prima volta si apprendevano particolari inquietanti. Eppure il mondo in quei mesi faceva i conti con le conseguenze della più grave catastrofe nucleare della storia, avvenuta il 26 aprile di quello stesso anno a Chernobyl. Tanti hanno dimenticato Mordechai Vanunu. Uscito 12 anni fa dal carcere, l’ex tecnico nucleare reclama il diritto di lasciare Israele che gli negano le autorità «per motivi di sicurezza». Nessun giornalista straniero può intervistarlo: verrebbe subito espulso dal Paese.

Trent’anni dopo Chernobyl – con il mondo che ricorda l’immensità di quella tragedia – e la denuncia di Vanunu al Sunday Times, nuove rivelazioni offrono un quadro aggiornato e preoccupante della centrale di Dimona. Uno studio presentato questo mese a un convegno scientifico a Tel Aviv, e riferito ieri dalla stampa israeliana, ha fatto emergere una realtà allarmante. Un esame ecografico del nucleo di alluminio del reattore di Dimona evidenzia ben 1.537 imperfezioni. I timori per le condizioni del reattore «erano palpabili» durante i lavori del convegno, hanno aggiunto i media. Ottenuto dalla Francia negli anni ’50 ed entrato in funzione per la prima volta alla fine del 1963, il reattore di Dimona doveva restare operativo non più di 40 anni perchè il nucleo, che ospita le barre di combustibile dove avviene la fissione nucleare, assorbe una grande quantità di calore e radiazioni e si danneggia nel corso degli anni. E i reattori di quella generazione hanno il nucleo insostituibile. Un problema serissimo, già messo in luce quasi 10 anni fa dal prof. Eli Abramov, della commissione indipendente di monitoraggio del reattore di Dimona, in un colloquio con alti rappresentanti Usa (rivelato da un telegramma dell’ambasciata americana a Tel Aviv).

Il quotidiano Haaretz scriveva ieri che i sistemi di monitoraggio del reattore e del nucleo consentono di tenere sotto controllo le “imperfezioni” in ogni momento e di scongiurare pericoli. E in questi anni sarebbe stata accresciuta anche la protezione della centrale da possibili attacchi missilistici e da terremoti. Tuttavia lo studio reso pubblico alla conferenza di Tel Aviv indica che ai vertici della politica e della sicurezza di Israele non sono pochi i timori rispetto al funzionamento del reattore di Dimona che, peraltro, non produce elettricità ma, come si evince dalle rivelazioni fatte 30 anni fa da Mordechai Vanunu, solo il plutonio per le testate nucleari (esperti internazionali sostengono che Israele ne possiede tra 100 e 200). In questi anni ci sono state denunce palestinesi per bambini nati con malformazioni gravi causate, dicono, dalla presenza di scorie nucleari seppellite a poche decine di km dalla Cisgiordania. E quelle di una parte del personale della centrale che hanno denunciato di essere stati esposti a loro insaputa a radiazioni durante un esperimento segreto.

Dimona fu costruita dalla Francia tra il 1957 e il 1964. Israele dichiarò che si trattava di un impianto tessile. Gli americani costrinsero Tel Aviv a dire la verità e ad accettare ispezioni ma poi finirono per accogliere la tesi israeliana di un impianto con scopi solo civili. Invece Israele è riuscito a produrre da solo il plutonio per le bombe nell’Istituto 2, il bunker di 6 piani sotterranei. Vanunu ha raccontato tutto ciò, in ogni particolare, ha scattato anche delle foto. Eppure su questa produzione segreta tace la “comunità internazionale”. E non sono destinate a suscitare particolare interesse le notizie inquietanti sullo stato del reattore della centrale israeliana pubblicate dalla stessa stampa locale nell’anniversario della catastrofe di Chernobyl.

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26/11/2015

Pollard e Vanunu: storia di due spie


di Akiva Eldar – al-Monitor

Il rilascio di Jonathan Pollard da una prigione degli Stati Uniti lo scorso 20 novembre non ha sollevato l’opinione pubblica israeliana dalla vicenda che lo ha ossessionata negli ultimi tre decenni. Il presidente della Commissione per la Casa alla Knesset David Bitan (Likud) è stato veloce nel preparare una legislazione che concede a Pollard uno stipendio statale mensile per il resto della sua vita con affitto agevolato e assistenza sanitaria. In una lettera di congratulazioni all’ex galeotto, il membro del Campo Sionista Nachman Shai, capo del comitato elettorale di sostegno per Pollard alla Knesset, ha scritto che la “lobby non si darà pace e non cesserà di agire”. In realtà, egli ha stabilito una nuova sfida per il comitato: revocare le restrizioni alla spia ebrea che “violano i [suoi] diritti civili”. Shai ha promesso che il comitato non fermerà la sua difesa fino a quando a Pollard non sarà permesso di lasciare gli Stati Uniti per una destinazione di sua scelta, “in primo luogo Israele”.

Nel mese di luglio, lo stesso Shai ha dato agli ascoltatori della radio Kol Barama un’idea degli atti commessi dall’uomo per il quale è stato istituito uno speciale comitato alla Knesset. “E ‘difficile per noi comprendere la nozione di persona che tradisce la sua patria”, ha detto Shai. “C’è stato il denaro, è stato pagato per le sua attività, forse non ha ottenuto tutto, ma ha ricevuto il pagamento [$ 30.000 all’anno]. E ‘anche una sorta di spionaggio … Ha cercato di vendere i documenti ad altri paesi, non solo a Israele”. Ciononostante, Shai ha aggiunto che dopo che Israele si è assunto la responsabilità per le azioni di Pollard e gli ha concesso la cittadinanza israeliana, era suo compito andare fino in fondo in sua difesa.

Non solo Shai ha definito Pollard un traditore della patria e una spia pagata, ma lo ha anche confrontato con Mordechai Vanunu, la “spia nucleare” di Israele. Nel 1988, Vanunu era stato condannato per tradimento e spionaggio aggravato per la vendita di documenti classificati sul funzionamento interno dell’impianto nucleare di Dimona al quotidiano britannico Sunday Times. Un tribunale lo ha condannato a 18 anni di carcere. Per i primi 11 anni della sua condanna, è stato tenuto in completo isolamento.

In realtà, le due vicende hanno molte somiglianze. Vanunu, come Pollard, ha lavorato per un’agenzia della Difesa, ha abusato della fiducia del suo datore di lavoro e ha inflitto gravi danni agli interessi nazionali del suo paese. Entrambi avevano motivazioni ideologiche, anche se avvolte nei contanti. Vanunu ha cercato di rompere la congiura del silenzio che circondava le capacità nucleari di Israele e la riluttanza del pubblico di sapere cosa succedeva a Dimona. Avner Cohen, autore di “Israele e la Bomba” e docente di studi nucleari presso l’Istituto per gli Studi Internazionali Middlebury a Monterey, in California, sostiene che Vanunu non era una spia a tutti gli effetti. Piuttosto, egli lo considera “l’originale Edward Snowden”.
Come Pollard, anche dopo che Vanunu ha scontato tutta la sua pena, è stato considerato una bomba a orologeria di segreti. Anche a lui sono stati vietati i contatti con i media e il permesso di lasciare il paese. Anche se è passato più di un decennio dal suo rilascio, e quasi 30 anni da quando è stato imprigionato, Vanunu non è ancora un uomo libero. Qui è dove la somiglianza tra i due criminali condannati finisce.

Pollard ha ottenuto il suo comitato alla Knesset, un edificio (illegalmente costruito) a Gerusalemme est che porta il suo nome (“Jonathan House”), l’assistenza per il suo risanamento finanziario e gli sforzi organizzati per abbellire le sue motivazioni e le sue azioni. Vanunu, invece, porta ancora il marchio di Caino, di traditore e di spia. Non un solo membro della Knesset ha mosso un dito per rimuovere le restrizioni di viaggio su di lui e le altre limitazioni imposte dalla sicurezza dello Stato. Nessun mezzo principale di informazione ha denunciato l’atteggiamento di “vendetta” dei servizi di sicurezza contro Vanunu. I giornalisti sono troppo occupati con il circo del rilascio di Pollard. I commentatori sono scioccati dalle restrizioni imposte a Pollard dal governo statunitense.

Non è insolito che gli israeliani abbiano atteggiamenti diversi nei confronti delle due spie. E’ tipico della mancanza di simmetria tra l’atteggiamento di Israele verso coloro che fanno del male alla propria sicurezza e l’atteggiamento che esige dagli ebrei che danneggiano la sicurezza della loro patria. Si può supporre che se Pollard fosse stato un ebreo americano unitosi al Mossad e se avesse venduto un milione di documenti classificati all’intelligence degli Stati Uniti per avidità – dopo aver offerto i suoi servizi, come è stato riferito, in Sud Africa, Argentina, Taiwan, Pakistan, Iran e Australia – il pubblico israeliano e dei suoi funzionari eletti avrebbero condannato qualsiasi tentativo da parte di un presidente americano di intervenire in suo favore. Che cosa avrebbero detto i membri della Knesset che fanno lobbying per Pollard  di un comitato del Congresso Usa che facesse pressione per il rilascio di un Pollard israeliano? In che modo i media si riferirebbero a un disegno di legge proposto al Congresso che gli fornisse sostegno finanziario a vita e sussidi per l’affitto e per le spese mediche?

La prima lezione della vicenda Pollard è che la capacità di compassione non ha religione, e la capacità di perdono non ha nazionalità. Il tuo eroe è spesso il nemico dell’altra parte e viceversa. La seconda lezione è che i “bisogni di sicurezza” non sono disinfettanti morali o smacchiatori. Chi decide di perseguire una spia nel territorio di un importante alleato deve tenere a mente che c’è un limite a quello che gli amici intimi sono disposti a sopportare. La terza lezione è che ci sono momenti in cui il vero protagonista è il politico che frena il suo desiderio di pubblicità. I politicanti rumorosi non hanno ridotto la condanna di Pollard di un solo giorno e forse hanno avuto l’effetto opposto. La fortuna che i media stanno cavalcando dal suo rilascio non taglierà le restrizioni di parola d’onore che gli sono stati imposti. Forse, farà solo peggio.

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08/09/2015

Mordechai Vanunu in tv, il nucleare segreto di Israele in prima serata


Michele Giorgio

È facile incontrare casualmente Mordechai Vanunu per le strade di Gerusalemme Est, la zona palestinese della città, dove l’ex tecnico della centrale di Dimona vive da quando fu liberato nel 2004, dopo 18 anni trascorsi nella prigione di Shikma (11 dei quali in isolamento totale), per aver rivelato nel 1986 i segreti dell’atomica israeliana al giornale britannico Sunday Times. L’ultima volta è stata il mese scorso, dalle parti di via Salah Edin. «Hello» (Vanunu dal 1986 si esprime solo in inglese, non usa più l’ebraico), qualche battuta veloce sulle cose che cerca di fare, sul suo desiderio di abbandonare Israele, un sorriso sobrio a commento del suo recente matrimonio con una docente universitaria norvegese, Kristin Joachimsen, e un «goodbye». Tutto qui. In pubblico si comporta così con tutti. Vanunu – che per i servizi segreti israeliani resta detentore di importanti segreti di stato, anche se vecchi di 30 anni – non può parlare ai cittadini stranieri, in particolare ai giornalisti. È una delle tante restrizioni stabilite dai giudici al momento della scarcerazione. Non può riferire particolari, anche agli israeliani, del lavoro che svolgeva a Dimona. Violando queste disposizioni il tecnico nucleare si espone all’arresto e alla detenzione, anche per mesi. Gli stranieri invece all’espulsione immediata da Israele.
Per questo motivo ha fatto scalpore l’intervista con l’ex tecnico nucleare di Dimona trasmessa venerdì in prima serata dalla rete televisiva israeliana Canale 2.

È stato un evento eccezionale. Nonostante domande e risposte non siano sempre andate sugli aspetti più interessanti delle rivelazioni fatte 30 anni fa da Vanunu – le finalità della produzione di plutonio per ordigni atomici nella centrale di Dimona –, l’uomo che gran parte del Paese considera un “traditore” ha potuto ugualmente parlare del programma atomico segreto israeliano e condannarlo. Israele non ha firmato il Trattato di non-proliferazione nucleare e non ha mai ammesso (e neanche smentito) di possedere bombe atomiche (tra 100 e 200 secondo esperti internazionali). Da decenni Israele mantiene la cosiddetta «ambiguità nucleare». L’interrogativo perciò è d’obbligo. Perché i servizi segreti e il governo hanno dato il via libera all’intervista in un momento delicato, in cui il premier Netanyahu è impegnato in uno scontro accesso con gli alleati americani per il via libera che è stato dato a Vienna al programma atomico dell’Iran? Il racconto di Vanunu a Canale 2 in apparenza è controproducente per gli interessi israeliani. Forse Netanyahu, lasciando parlare il “traditore”, ha voluto mandare un messaggio all’esterno. Ad esempio avvertire Tehran di non dimenticare che Israele le bombe le possiede già e potrebbe usarle se necessario. Ma le spiegazioni probabilmente sono più di una.

Vanunu venerdì sera ha raccontato il processo graduale che lo portò nei nove anni di lavoro a Dimona alla decisione, anzi «all’obbligo», come ama dire lui, di rivelare «ai cittadini di Israele, del Medio Oriente e del mondo», la natura della «polveriera» di Dimona. «Ho visto quello che stavano producendo e il suo significato», ha detto. Ha aggiunto di aver portato nella struttura una normale macchina fotografica, «una Pentax», e di aver scattato segretamente 58 foto, nascondendola poi nel suo zaino che gli uomini della sicurezza non controllavano più perchè la sua era una presenza abituale. Ha negato di aver fatto le sue rivelazioni in cambio di un compenso da parte del Sunday Times e ha ripetuto più volte che il nucleare è un pericolo, un’arma terribile, per tutti, anche per Israele e non soltanto per i suoi nemici. Ha infine ribadito di voler andare via, per ricongiungersi a sua moglie.

Mordechai Vanunu. Fermoimmagine Canale2

Vanunu, 60 anni, membro di una famiglia religiosa ortodossa, giunse dal Marocco quando era ancora bambino. Cominciò a formarsi una coscienza politica soltanto all’inizio degli anni Ottanta. In precedenza aveva svolto con diligenza il suo lavoro nella centrale di Dimona, costruita ufficialmente per la produzione di energia elettrica ma che il laburista Shimon Peres con l’aiuto del padre della atomica francese Francis Perrin, trasformò in un centro segreto. Vanunu cominciò a riflettere su ciò che avveniva a Dimona quando fu trasferito nel Machon 2, un complesso di sei piani sotterranei della centrale atomica dove venivano prodotti annualmente una quarantina di kg di plutonio. Nel 1985 Vanunu venne costretto a dimettersi per «instabilità psichica». Con uno zaino pieno di informazioni partì per l’Australia dove si mise in contatto con il Sunday Times. Giunto a Londra nell’agosto del 1986, si recò al giornale riferendo per due intere settimane i suoi segreti. Il direttore del giornale però esitò a pubblicare il racconto. Sospettava che Vanunu fosse un agente del Mossad che, per conto del suo governo, intendeva far sapere ai paesi arabi che Israele è in possesso di un arsenale nucleare in grado di incenerire l’intero Medio Oriente. Il servizio giornalistico verrà pubblicato solo il 5 ottobre, quando si seppe della scomparsa dell’israeliano.

Vanunu cadde in una trappola preparata alla fine dell’estate da una donna affascinante, Cindy, al secolo Cheryl Ben Tov, un’agente del Mossad per la quale perse la testa. Il sequestro non avvenne a Londra (i britannici non vollero) ma a Roma (sempre disponibile) dove Cindy lo attirò proponendogli un weekend romantico, come Gregory Peck e Audrey Hepburn. 
Invece appena arrivato in Italia, gli agenti del Mossad lo rapirono e lo portarono in un appartamento nella periferia della capitale, poi lo trasferirono a La Spezia e, imbarcandolo sul mercantile israeliano Tapuz, lo rispedirono (in una cassa) in Israele. Vanunu si rivide in pubblico il 7 ottobre, solo per qualche attimo, a Gerusalemme, durante il processo per direttissima, quando con uno stratagemma – scrivendo sul palmo della mano che mostrò ai fotografi fuori dall’aula – fece sapere di aver raggiunto Roma il 30 settembre con il volo 504 della British Airways e di essere stato rapito. L’altra sera ha ammesso di non aver capito, anche dopo il rapimento, che Cindy era stata la protagonista del piano del Mossad e di averlo compreso solo dopo parecchi giorni mentre navigavano verso il porto di Haifa.

L’Italia, come fa spesso quando agisce il Mossad, finse di non accorgersi della violazione della sua sovranità territoriale e del rapimento a Roma. Le indagini avviate dal sostituto procuratore Domenico Sica non portarono a nulla, nessuno aveva visto e sentito. Vanunu per anni ha chiesto invano un intervento delle autorità italiane su Israele. Roma non ha mai risposto ai suoi appelli.

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