Le Brigate Al Qassam, ala militare di Hamas, confermano che un cessate il fuoco entrerà in vigore dalla mattinata di oggi e durerà 4 giorni.
“In quattro giorni, 50 ostaggi saranno rilasciati”, affermano la Brigate Al Qassam, confermando anche le informazioni provenienti da Israele secondo cui tre detenuti palestinesi saranno liberati in cambio di ogni ostaggio israeliano.
Un portavoce del ministero degli Esteri del Qatar ha detto che il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è entrato in vigore dalle 7 di questa mattina.
Majed Al-Ansari ha detto che il primo gruppo di 13 ostaggi israeliani sarà liberato oggi alle 16. Doha ha ricevuto la lista dei nomi dei civili che saranno liberati il primo giorno dell’accordo, su almeno quattro gruppi.
Alle 16 ora locale (15 ora italiana), 39 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e 13 ostaggi israeliani di Hamas verranno rilasciati, secondo quanto previsto dall’accordo di tregua.
Alla domanda sugli ostaggi di altri paesi, dice che l’obiettivo iniziale “era quello di portare le donne e i bambini fuori pericolo” come priorità, e parla di “espandere la pausa attraverso la formula di far uscire più ostaggi”.
Il Servizio penitenziario israeliano ha iniziato a preparare i 39 detenuti minorenni e donne che dovrebbero essere rilasciati più tardi oggi. Saranno trasferiti nella prigione di Ofer, in Cisgiordania, poco prima di mezzogiorno, per poi essere rilasciati in Cisgiordania o a Gerusalemme Est.
Netanyahu ha sottolineato che il cessate il fuoco concordato con Hamas non si applica ai capi di Hamas all’estero, dicendo che “non c’è alcun obbligo del genere”. E ha annunciato di aver “istruito il Mossad ad agire contro i capi di Hamas ovunque si trovino”.
Circa due ore prima che la tregua entrasse in vigore, il direttore generale del ministero della Sanità di Hamas, Mounir Al-Bursh, ha detto all’Afp che i soldati israeliani stavano “conducendo un raid in un ospedale indonesiano” dove sono ancora in cura 200 pazienti. Una donna sarebbe stata uccisa. Gli attacchi dell’Idf si sono verificati inoltre nei campi profughi di Jabalia, Nuseirat e al-Maghazi nel nord di Gaza.
In Israele si apre il fronte interno. Haaretz sotto il tiro del governo
Il Times of Israel riferisce che il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi propone una risoluzione governativa per bloccare qualsiasi pubblicità statale, abbonamenti o altri collegamenti commerciali al quotidiano Haaretz, a causa di quella che descrive come la “propaganda disfattista e falsa” della pubblicazione di sinistra contro lo Stato di Israele in tempo di guerra.
In una lettera al segretario di gabinetto Yossi Fuchs, Karhi denuncia Haaretz per la sua posizione editoriale sulla guerra e propone che lo Stato non stipuli nuovi accordi commerciali con il giornale, interrompa tutta la pubblicità su di esso anche se è stata pagata, e blocchi qualsiasi pagamento in sospeso.
“Dall’inizio della guerra, il mio ufficio ha ricevuto numerose denunce sul fatto che il giornale Haaretz ha adottato una linea dannosa che mina gli obiettivi della guerra e indebolisce lo sforzo militare e la resilienza della società”, scrive Karhi.
Sostiene che alcuni degli articoli di Haaretz potrebbero anche aver “superato la soglia del crimine” e si dice sicuro che questo sarà “esaminato dalle autorità competenti”.
Karhi è stato il capofila nell’approvare regolamenti governativi di emergenza che consentissero al suo ministero di chiudere le trasmissioni di notizie straniere ritenute dannose per la sicurezza nazionale e causare incitamento, anche se è stato riferito che la sua bozza iniziale dei regolamenti includeva anche i media nazionali.
Di conseguenza, il Ministero delle Comunicazioni ha chiuso il canale di notizie libanese al Mayadeen ritenuto vicino a Hezbollah, ma non ha ancora chiuso il canale Al Jazeera con sede in Qatar, che era poi l’obiettivo originale dei regolamenti di Karhi, al fine di non inimicarsi il governo del Qatar che funge da mediatore nei negoziati sugli ostaggi con Hamas.
Israele - “Mettete a tacere i parenti degli ostaggi”
L’ex agente del Mossad, Jonathan Pollard, ha affermato che Israele avrebbe dovuto mettere a tacere le famiglie degli ostaggi detenuti da Hamas a Gaza, e persino imprigionare alcuni di loro, al fine di evitare la pressione dell’opinione pubblica per raggiungere un accordo con il gruppo palestinese.
“E se questo significa imprigionare, mettere a tacere alcuni membri delle famiglie degli ostaggi, allora così sia. Siamo in uno stato di guerra“, aggiunge Pollard, che ha scontato anni di carcere in una prigione statunitense per spionaggio prima di essere rilasciato dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e autorizzato a trasferirsi in Israele.
“Quando abbiamo dichiarato guerra, la prima cosa che il governo avrebbe dovuto fare era dichiarare lo stato di emergenza nazionale e dire a tutte le famiglie degli ostaggi: ‘Terrete la bocca chiusa, o noi ve la chiuderemo. Non interferirete nella gestione di questa guerra. Non sarete usati dalla comunità internazionale o dalla nostra stessa sinistra, che ha gestito l’affare Shalit, come un’arma contro di noi“, dice.
Si riferiva a un accordo del 2011, osteggiato all’epoca e da allora da molti a destra, in cui Israele rilasciava oltre 1.000 detenuti palestinesi per terrorismo in cambio di un solo soldato dell’IDF rapito.
Sostiene poi che Israele deve continuare la guerra senza alcun accordo, anche a costo di uccidere molti ostaggi israeliani. In pratica fa riferimento alla Direttiva Hannibal secondo cui la priorità è uccidere i combattenti nemici anche a costo di colpire i propri civili, esattamente come quanto accaduto il 7 ottobre e che sta venendo piano piano alla luce.
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24/11/2023
26/11/2015
Pollard e Vanunu: storia di due spie
di Akiva Eldar – al-Monitor
Il rilascio di Jonathan Pollard da una prigione degli Stati Uniti lo scorso 20 novembre non ha sollevato l’opinione pubblica israeliana dalla vicenda che lo ha ossessionata negli ultimi tre decenni. Il presidente della Commissione per la Casa alla Knesset David Bitan (Likud) è stato veloce nel preparare una legislazione che concede a Pollard uno stipendio statale mensile per il resto della sua vita con affitto agevolato e assistenza sanitaria. In una lettera di congratulazioni all’ex galeotto, il membro del Campo Sionista Nachman Shai, capo del comitato elettorale di sostegno per Pollard alla Knesset, ha scritto che la “lobby non si darà pace e non cesserà di agire”. In realtà, egli ha stabilito una nuova sfida per il comitato: revocare le restrizioni alla spia ebrea che “violano i [suoi] diritti civili”. Shai ha promesso che il comitato non fermerà la sua difesa fino a quando a Pollard non sarà permesso di lasciare gli Stati Uniti per una destinazione di sua scelta, “in primo luogo Israele”.
Nel mese di luglio, lo stesso Shai ha dato agli ascoltatori della radio Kol Barama un’idea degli atti commessi dall’uomo per il quale è stato istituito uno speciale comitato alla Knesset. “E ‘difficile per noi comprendere la nozione di persona che tradisce la sua patria”, ha detto Shai. “C’è stato il denaro, è stato pagato per le sua attività, forse non ha ottenuto tutto, ma ha ricevuto il pagamento [$ 30.000 all’anno]. E ‘anche una sorta di spionaggio … Ha cercato di vendere i documenti ad altri paesi, non solo a Israele”. Ciononostante, Shai ha aggiunto che dopo che Israele si è assunto la responsabilità per le azioni di Pollard e gli ha concesso la cittadinanza israeliana, era suo compito andare fino in fondo in sua difesa.
Non solo Shai ha definito Pollard un traditore della patria e una spia pagata, ma lo ha anche confrontato con Mordechai Vanunu, la “spia nucleare” di Israele. Nel 1988, Vanunu era stato condannato per tradimento e spionaggio aggravato per la vendita di documenti classificati sul funzionamento interno dell’impianto nucleare di Dimona al quotidiano britannico Sunday Times. Un tribunale lo ha condannato a 18 anni di carcere. Per i primi 11 anni della sua condanna, è stato tenuto in completo isolamento.
In realtà, le due vicende hanno molte somiglianze. Vanunu, come Pollard, ha lavorato per un’agenzia della Difesa, ha abusato della fiducia del suo datore di lavoro e ha inflitto gravi danni agli interessi nazionali del suo paese. Entrambi avevano motivazioni ideologiche, anche se avvolte nei contanti. Vanunu ha cercato di rompere la congiura del silenzio che circondava le capacità nucleari di Israele e la riluttanza del pubblico di sapere cosa succedeva a Dimona. Avner Cohen, autore di “Israele e la Bomba” e docente di studi nucleari presso l’Istituto per gli Studi Internazionali Middlebury a Monterey, in California, sostiene che Vanunu non era una spia a tutti gli effetti. Piuttosto, egli lo considera “l’originale Edward Snowden”.
Come Pollard, anche dopo che Vanunu ha scontato tutta la sua pena, è stato considerato una bomba a orologeria di segreti. Anche a lui sono stati vietati i contatti con i media e il permesso di lasciare il paese. Anche se è passato più di un decennio dal suo rilascio, e quasi 30 anni da quando è stato imprigionato, Vanunu non è ancora un uomo libero. Qui è dove la somiglianza tra i due criminali condannati finisce.
Pollard ha ottenuto il suo comitato alla Knesset, un edificio (illegalmente costruito) a Gerusalemme est che porta il suo nome (“Jonathan House”), l’assistenza per il suo risanamento finanziario e gli sforzi organizzati per abbellire le sue motivazioni e le sue azioni. Vanunu, invece, porta ancora il marchio di Caino, di traditore e di spia. Non un solo membro della Knesset ha mosso un dito per rimuovere le restrizioni di viaggio su di lui e le altre limitazioni imposte dalla sicurezza dello Stato. Nessun mezzo principale di informazione ha denunciato l’atteggiamento di “vendetta” dei servizi di sicurezza contro Vanunu. I giornalisti sono troppo occupati con il circo del rilascio di Pollard. I commentatori sono scioccati dalle restrizioni imposte a Pollard dal governo statunitense.
Non è insolito che gli israeliani abbiano atteggiamenti diversi nei confronti delle due spie. E’ tipico della mancanza di simmetria tra l’atteggiamento di Israele verso coloro che fanno del male alla propria sicurezza e l’atteggiamento che esige dagli ebrei che danneggiano la sicurezza della loro patria. Si può supporre che se Pollard fosse stato un ebreo americano unitosi al Mossad e se avesse venduto un milione di documenti classificati all’intelligence degli Stati Uniti per avidità – dopo aver offerto i suoi servizi, come è stato riferito, in Sud Africa, Argentina, Taiwan, Pakistan, Iran e Australia – il pubblico israeliano e dei suoi funzionari eletti avrebbero condannato qualsiasi tentativo da parte di un presidente americano di intervenire in suo favore. Che cosa avrebbero detto i membri della Knesset che fanno lobbying per Pollard di un comitato del Congresso Usa che facesse pressione per il rilascio di un Pollard israeliano? In che modo i media si riferirebbero a un disegno di legge proposto al Congresso che gli fornisse sostegno finanziario a vita e sussidi per l’affitto e per le spese mediche?
La prima lezione della vicenda Pollard è che la capacità di compassione non ha religione, e la capacità di perdono non ha nazionalità. Il tuo eroe è spesso il nemico dell’altra parte e viceversa. La seconda lezione è che i “bisogni di sicurezza” non sono disinfettanti morali o smacchiatori. Chi decide di perseguire una spia nel territorio di un importante alleato deve tenere a mente che c’è un limite a quello che gli amici intimi sono disposti a sopportare. La terza lezione è che ci sono momenti in cui il vero protagonista è il politico che frena il suo desiderio di pubblicità. I politicanti rumorosi non hanno ridotto la condanna di Pollard di un solo giorno e forse hanno avuto l’effetto opposto. La fortuna che i media stanno cavalcando dal suo rilascio non taglierà le restrizioni di parola d’onore che gli sono stati imposti. Forse, farà solo peggio.
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