A metà degli anni ’60, ancora nell’epoca d’oro della società dei consumi americana, apparve su American Anthropologist un articolo firmato da William Branch Johnson dal titolo esemplare: “Football, A Survival of Magic ?”.
Si trattava di football americano ma, a maggior ragione, l’articolo di Branch Johnson rompeva con una serie di luoghi comuni tra i quali l’idea che il maggiore sport degli USA fosse una disciplina totalmente commodificata, ridotta a semplice bene di consumo e quella che non fosse oggetto di indagine antropologica attraverso il tema del magico, uno dei temi strutturali dell’antropologia da sempre. Tra l’altro Branch Johnson ipotizzava che il football professionistico americano fosse un terreno di sopravvivenza del magico al contrario di come in Europa, all’epoca, si vedeva il calcio: come un divertimento frivolo o come una sorta di stadio finale dell’alienazione da superconsumo.
Oggi è consolidato il fatto che lo sport sia una rappresentazione del magico: la performance, il record, i rituali, la produzione di gesti ed eventi eccezionali sono tutti elementi che richiamano a questa dimensione straordinaria. Inoltre il magico, se si legge un classico come Frazer, è una dimensione antropologicamente autonoma sia dalla religione che dalla scienza che dimostra, se ci allontaniamo un attimo dall’autore del Ramo d’oro, anche attraverso lo sport di sapersi riprodurre, in forme sempre nuove, in una miriade di contesti anche lontani dal soprannaturale.
Nella rappresentazione sportiva del magico ritroviamo questa dimensione autonoma, e straordinaria, che assorbe elementi culturali della religione (lessico del miracolo compreso) e della scienza (il record, le statistiche). In questo modo lo sport diventa una forza antropologicamente autonoma che si estende sulla società, produce eccitazione liminale, rottura energetica dei confini sociali tra vaste masse di persone, gesti, momenti ed eventi codificati come straordinari con un linguaggio e un sistema simbolico adeguati a questa dimensione del magico che non ha a che fare con il soprannaturale ma con la rappresentazione onirica della forza del sociale. È un nuovo tipo di magico, quello della forza del sociale, ormai permanente, che cresce e muta all’interno di quella istituzionalizzazione del gioco che chiamiamo sport, nella sua mediatizzazione, nella sua popolarizzazione attraverso molte forme dai social e grazie a cosa avviene in campo aperto. Come si vede, questo non è un mondo disincantato ma, piuttosto, diversamente incantato nel quale gli elementi del magico emergono dai processi che si pensano essere antropologicamente sterili, commodificati, oggetti di consumo senza significato.
Il calcio, molto più degli altri sport, produce una serie di grandi eventi che elaborano il linguaggio e il simbolico del magico. Questo non avviene solamente a Napoli, nell’esplosione tellurica delle feste per lo scudetto, ma è oggetto di analisi anche dove meno te lo aspetti come in Svezia, dove il magico ricorda echi di culture norrene. Certamente il calcio, specie quello che in gergo viene chiamato “calcio moderno” cioè il gioco in mano alle pay tv di ogni genere, è un fenomeno altamente commodificato. Ma la rappresentazione del magico nel calcio, che produce il simbolico dello straordinario e della rottura dei confini socialmente stabiliti, tende anche a sfuggire ai processi di commodificazione. Per cui i festeggiamenti dello scudetto del Napoli, per quanto mediatizzati, istituzionalizzati, pervasivi sui social, vendibili in molte forme tanto da alimentare una economia, finiscono per oltrepassare con forza tutte queste dimensioni disponendosi come qualcosa di magico irriducibile alla stessa commodificazione che ha contribuito a produrli.
In questo senso, in quanto appartenente a quel genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per fare questo, antropologicamente parlando, dobbiamo andare nello specifico napoletano e, prima ancora, in quello del sud. In Sud e magia di De Martino, testo tanto celebrato quanto ancora inesplorato, la magia cerimoniale dei contadini lucani rappresenta un elemento essenziale di protezione e di cura delle classi popolari dai processi sociali che li vogliono subalterni.
In De Martino, la rappresentazione magica, che avviene grazie a figure magiche specialistiche, non solo è liturgia dello straordinario, e momento liminale, ma anche valorizzazione delle figure sociali subalterne presenti nella società lucana. Nei festeggiamenti per lo scudetto del Napoli, quelli che travalicano ogni confine urbano, la figura magica specialistica, quella che produce lo straordinario, si sostanzia negli undici calciatori messi in campo assieme a tutte le figure in grado, attraverso il calcio, di produrre questo straordinario dallo speaker dello stadio ai commentatori ascoltati in tv a chi fa post virali sui social. È evidente la valorizzazione delle classi subalterne in questo processo tanto che, nelle rappresentazioni dei festeggiamenti per lo scudetto, è forte l’identificazione tra città, luoghi e rioni popolari. La magia, quella “nuova” della forza del sociale, è quindi quello che è sempre stata nel testo di De Martino, un processo di valorizzazione delle classi subalterne, su un terreno consolidato ma del tutto contemporaneo quello della partecipazione tellurica ai grandi eventi sportivi. La risoluzione positiva, la cura benefica delle sofferenze del tifoso napoletano, che aspettava lo scudetto da 33 anni e che nel frattempo ha visto anche la C, è effetto dell’azione di queste figure magiche specialistiche che agiscono entro la forza sociale del magico dettata dal calcio.
Nelle letture dei festeggiamenti dello scudetto del Napoli si leggono poi espressioni come “riscatto dei popoli del sud” che sono troppo e troppo poco rispetto a quello che sta accadendo. Sono troppo perché espressioni esagerate e generiche che non colgono la differenza tra fenomeno magico e politico infatti nel secondo intervengono elementi di razionalizzazione di massa dei processi, di scontro che trattengono solo in parte ciò che è socialmente prodotto dal magico diffuso. Troppo poco perché non vedono che la dimensione dell’incanto, dell’onirico che scende sulla terra, del magico come forza sociale è più profonda e diffusa dei processi di “riscatto” tanto da sopravvivere a ogni ondata di protesta politica. La massa, la forza sociale del magico, dell’onirico che scende sulla terra, non si sovrappone mai al politico casomai ne alimenta gli elementi energetici: è forza liminale, rottura dei confini quindi, ma non diretto rovesciamento dei rapporti di potere.
Nella forza sociale del magico, come nei festeggiamenti della vittoria del Napoli, sono presenti almeno tre tipi di masse: quelle quiete, controllabili da un potere pastorale, oggetto delle attenzioni e dei decreti istituzionali; quelle dionisiache che travalicano ogni confine e rappresentazione; quelle, appunto, che alludono a un linguaggio di riscatto sociale. Queste ultime quindi esistono, si vedono, ma non sono predominanti.
Le feste per lo scudetto del Napoli sono fenomeno magico che è alimentato dai codici delle ritualità che contiene, da quelle del capodanno a quelle del carnevale, ai matrimoni e ai funerali degli avversari perché il magico, come da tradizione, mette in contatto i vivi con i morti. Durante i festeggiamenti per il primo scudetto qualcuno scrisse in un cimitero napoletano “cosa vi siete persi” era un messaggio rivolto all’interno del proprio mondo che delimitava il tempo dell’esplosione tellurica della festa dividendo, con ironia, tra coloro che avevano potuto partecipare e coloro che erano già morti. Oggi, la delimitazione tra i morti e i viventi, che esalta questi ultimi come partecipanti della forza sociale del magico, è stata celebrata seppellendo simbolicamente, e la rappresentazione è finita velocemente sui media e sui social, gli avversari del Napoli dividendo geograficamente tra i morti e chi partecipa alla forza sociale del magico. Da fenomeni come questo si vede uno spostamento nella definizione del concetto di popolo, quello che contiene i tre tipi di masse: da un popolo che parla a sé stesso a uno che definisce i confini geografici nei quali avviene l’onirico che si realizza sulla terra grazie alla forza sociale del magico.
In questo senso i linguaggi della devozione, perché non diretti al soprannaturale ma interni alla forza sociale del magico, subiscono un importante processo di rilettura. Nel testo a cura di Gianfranca Ranisio e Domenica Borriello, dedicato ai linguaggi e alle forme espressive del patrimonio sacro nella cultura napoletana (Linguaggi della devozione, 2015, Edizioni di pagina) troviamo questa dimensione espressiva già pronta sia per il congedo dalla descrizione del soprannaturale che per la sua convivenza con i fenomeni sportivi. Infatti le curatrici precisano che il patrimonio sacro ha una vasta gamma espressiva da quella della ritualità festiva, commemorativa, a quella dell’iconografia, dell’oralità, della museografia a quelle che vengono chiamate “le nuove produzioni del web e della multimedialità”. In questo senso, già occupata questa gamma espressiva coincidente con la capacità di produzione di significati off e online, il passaggio all’elaborazione delle forme espressive del culto di Osimeh è stato solo questione di risultati. E la forza della rappresentazione di questo culto ha invaso le strade di Napoli come TikTok entro una visibilità immediata e globale.
Ed è sempre attraverso la rappresentazione dei morti che finisce di definirsi la struttura della forza sociale del magico espressa dai festeggiamenti per il terzo scudetto. Questo perché i morti rappresentano un confine, definendo così una struttura sociale, la sua identità, gli elementi di ordine e quelli caotici che contiene. L’emergere dell’ultraterreno, rielaborato in termini di forza sociale del magico non come evocazione del soprannaturale ma come atto di devozione terrena, rappresenta questo ultimo passaggio che non può che essere rappresentato dal murale di Maradona divenuto, da tempo, oggetto di pellegrinaggio.
Nella descrizione del Maradona Tour su Tripadvisor lo storico numero 10 del Napoli, potente e dominante tratto unitario tra il magico di ieri e quello di oggi, viene descritto “venerato come un semidio”. Ora la definizione antropologica di semidio può essere sempre mutevole e sfuggente ma in questo caso definisce cosa è l’ultraterreno come forza sociale del magico sganciata dalla devozione verso il soprannaturale pur entro un processo di acquisizione delle sue forme simboliche. Si tratta di un ultraterreno espresso dalle forme di devozione calda per un defunto, in questo caso Maradona, con capacità, in questo caso sportive, inarrivabili per quasi tutti.
Ma a cosa serve l’ultraterreno? Soprattutto a strutturare il rapporto tra i vivi e i morti, evitando forme caotiche di devozione legate alla convivenza confusa tra le due dimensioni, indirizzando, verso l’alto, la devozione per le forme di eccellenza, le vite straordinarie definitivamente trapassate. Ultraterreno significa, letteralmente, al di sopra dei limiti terreni e quindi capace di porre confine tra terra e cielo. L’ultraterreno nella forza sociale del magico prodotta dal calcio pone nelle qualità, sociali non soprannaturali, a Maradona che serve così come elemento regolatore, quello che definisce ciò che è terra e ciò che è cielo, dell’intera struttura del magico napoletano.
Siamo quindi all’interno di una dimensione sociale del magico la quale, come ogni struttura di questo tipo, trova una forma nella rappresentazione dei morti. Definendo confini geografici, nella sepoltura simbolica degli avversari e strutturandosi entro un concetto di cielo e di terra, di alto e di basso come di valore e di disvalore, legittimato dal culto di Maradona oggetto di pellegrinaggi fatti da un nuovo genere di paganesimo.
Naturalmente questo genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per quanto riguarda il calcio, il calcio moderno, è evidente che i pesanti processi di commodificazione subiti negli ultimi decenni hanno semplicemente spostato la sua capacità di produrre magico entro pratiche di piazza, come da tradizione, ma anche su tutte le piattaforme mediali trasformate in espressione del magico non tanto della commodificazione. Tutto questo ne fa un magico persino maggiormente pervasivo rispetto al passato nel momento in cui è evidente il distacco dal soprannaturale. Il concetto di popolo, visto dal punto di vista del magico, è qualcosa di molto più esteso di quello concepito dal politico, il cui simbolico è comunque espresso in questa forza sociale. Del resto anche nell’epoca dei partiti di massa, pervasivi e tendenti a occupare ogni interstizio della società, il popolo, qualsiasi cosa fosse, e il politico erano sempre comunque lontani da un processo di sovrapposizione.
Riti e processi di socializzazione, di conseguenza, subiscono il processo visto per le forme di devozione del napoletano: contengono elementi delle precedenti codificazioni storiche che, off e online, finiscono per tuffarsi nella nuova dimensione. E le forme del potere? Ogni rito, specie se rinnovato, esalta il potere di chi è in grado di officiarlo ma, soprattutto, le forme del potere istituzionale rimangono, di fronte al tellurico sociale, stavolta magico, le stesse. Cercando di presidiare, delimitare, definire confini che verranno travolti in una serie di atti e di pratiche che, però, rimangono intatte una volta passata l’ondata.
Che tipo di Italia ne esce da questo genere di eventi? Il sud lungo gli anni ’10 ha subito una contrazione del PIL simile a quella della Grecia. Quello che vediamo in questi giorni è anche la risposta, elaborata in silenzio a lungo, energetica e magica a quanto accaduto con differenza rispetto al nord nel quale i riti di festa sono comunque contenuti. In questa risposta stabilire una dimensione ultraterrena, evita confusione nella festa, mette ordine e ridefinisce lo spazio del caos e dell’indefinito non come irrazionale ma come un qualcosa di molto moderno: l’intreccio tra razionale e onirico.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/05/2023
18/10/2020
Una “morbosa” Internazionale/2. La religione come bazooka
L’FBI alcuni giorni fa pare abbia sventato un serio progetto per
sequestrare la governatrice democratica del Michigan, Gretchen Whitmer
(avversaria quindi dei repubblicani di D. Trump). “Prendiamo la fottuta
governatrice. Prendiamo la puttana. Perché adesso lo facciamo amico. Siamo
pronti”. Questo pare abbia detto Adam Fox, miliziano bianco a capo di un gruppo
dal nome Wolverine Watchmen.
In una recente audizione del direttore del FBI – Christopher Wray – presso il Comitato per la sicurezza interna della Camera, questi ha ammesso che la più grave minaccia per gli Usa in questo momento è «l’estremismo razziale violento».
Queste milizie non sono altro che una versione off-line dei complottisti psicopatici come QAnon. L'acronimo QAnon ha invaso i social media convincendo i propri adepti – oltre ad una quantità di sprovveduti – che Joe Biden (candidato alla presidenza USA per il partito democratico) è il capo di un complotto mondiale di pedofili!
I social media li hanno recentemente oscurati poiché rappresentano una deriva e tendenza “complottista”.
QAnon e le sue argomentazioni complottiste (nelle quali si affaccia qua e là anche lo zampino del “diavolo”) ha caratteristiche e funzioni molto utili nel far compiere agli Stati Uniti un “salto indietro” nella storia. Un salto indietro alimentatosi anche grazie alle teorie di complotto (dall’omicidio di J.F.K alle “torri gemelle dell’11/9/2001) ben presenti nello scenario e nel dibattito politico statunitense.
Ma QAnon è una “setta complottista”. Chi è curioso può consultare questo link QAnon unica religione? – nel quale è sufficientemente spiegata la funzione di certe associazioni ritenute impropriamente “sette”.
È un cosa molto diversa dal “neopentacostalismo”, in quanto essa consiste nella tendenza “mistica” dedita soprattutto a pratiche complottiste e tese a “esorcizzare” pratiche e figure caratterizzate da “satanismo pedopornografico”; una pratica della quale sarebbero promotori e adepti la gran parte dei sostenitori antiTrump – soprattutto comunisti, socialisti e omosessuali – indicati e denunciati come nei “social” e diffusi nel mondo virtuale.
In Italia, e non solo, questi ambiti si accompagnano con settori della destra estrema e settori di fondamentalismo cattolico.
Sul problema dell’affermazione del 2° emendamento della Costituzione statunitense (quello che legittima il possesso delle armi) c’è da notare che – secondo stime piuttosto datate ma veritiere e passibili di crescita numerica – si parla di 60mila membri di gruppi ispirati da questa visione (276 milizie bianche) e sparsi in tutto il paese, particolarmente in Arizona, Michigan, Missouri, Ohio.
Alcuni di essi si chiamano Three Percenters, dal numero dei coloni che si dice, brandirono le armi contro l’Inghilterra; oppure Oath Keepers, tutti ex poliziotti che giurano di “difendere la costituzione contro tutti i nemici interni ed esterni”.
Notare bene che la dotazione di armi possedute da civili statunitensi, ha avuto una forte impennata con l’avvento del trumpismo passando da: 380mila nel 2003 a 633mila nel 2008 fino a 2,3 milioni di AR-15 (fucile mitragliatore d’assalto); è questa l’ultima stima del 2016, anno del decollo del trumpismo. Non ne sono più scesi!
Nel ventre della “bestia”!
In attesa dell’appuntamento elettorale negli Stati Uniti del 3 novembre prossimo credo sia molto utile dare uno sguardo al “ventre profondo della bestia” (from the deep belly of the beast!).
Balza agli occhi di osservatori meno sprovveduti la presenza di una deriva mistica e oscurantista di tipo medievale!
Una deriva non più di stampo cattolico-cristiano; piuttosto una strategia “neopentecostale” (evangelismo radicale); strategia che forse potrà anche somigliare ad una possibile risposta al fondamentalismo islamico, invocando una specie di “neocrociata del 3° millennio” per “liberare” popoli resi schiavi e vittime dal fondamentalismo islamico e dalla ricomparsa di un “comunismo totalitario”!
Contropiano è distante anni luce dalle tendenze o pratiche “complottiste” e cospirazioniste; tutt’altro. Questa prima e parziale inchiesta si poggia su uno scenario che può anche risultare debole, nascosto o camuffato da un recente e contraddittorio passato.
Una storia che ancora poggia sul riconoscimento internazionale degli Stati Uniti come la maggiore democrazia liberale presente nella storia moderna.
Una postmodernità che sta ora svelandosi – negli Usa e in altri luoghi – in tutta la sua contradditorietà esprimendo e diffondendo nel presente, con notevole “potenza” e forza massmediatica, una deriva mistica e religiosa.
Deriva alla quale hanno notevolmente beneficiato e contribuito, tra l’altro, l’elezione di candidati reazionari e conservatori alla presidenza di nazioni d’importanza strategica come, appunto, Donald Trump negli Usa e Jair Bolsonaro in Brasile.
Stranamente (?) queste due elezioni hanno avuto un notevole sostegno e supporto di sètte religiose; lobby capitaliste, speculative, finanziarie e affaristiche; chiese “evangeliche”; sette mistiche presenti e cresciute in questi Stati; clan “esoterici” (questi sì complottisti) come il neo acquisto massmediatico di QAnon.
Le Monde Diplomatique dedica a questo argomento un’inchiesta dal titolo “Internazionale reazionaria” sulla tendenza sia “evangelica” sia “complottista” di QAnon.
Coloro che vengono comunemente definiti “evangelisti”, in realtà negli Stati Uniti e oltre sono denominati “pentecostali” (la dottrina pentecostale nasce negli Stati Uniti fin dal lontano 1910) ovvero nati da un’interpretazione della religione cristiana – e dalle sue varie articolazioni eretiche e dottrinali – soprattutto sulla funzione dello Spirito Santo e della Pentecoste come momento: “d’inizio di una nuova vita attraverso una conversione personale passante per un secondo battesimo”.
Questa pratica religiosa ha ripreso vigore attraverso una seconda ondata negli anni ’60 assumendo la forma di “neopentecostalismo”!
Tale neo-teoria arriva al punto di affermare: 1) teologia della prosperità (con la fede si raggiunge il benessere economico); 2) la ricchezza è presentata come un segno di salute spirituale e non può essere condannata; 3) la povertà è descritta come punizione divina!
Queste sètte che si rivelano come vere e proprie società economiche richiedono e impongono ai loro adepti donazioni cospicue per “sanare ferite, favorire guarigioni e risolvere problemi personali”. È emblematico il fatto che di tanto in tanto questo mondo sia macchiato da clamorosi scandali finanziari e morali.
La questione dell’evangelismo (o meglio del pentecostalismo) sta sempre più espandendo i suoi confini e i suoi orizzonti religiosi, etici e morali al punto che condiziona pesantemente anche alcune scadenze elettorali o politiche come quelle ultime per l’elezione della Presidenza alla Repubblica in alcune nazioni (es. Trump negli USA e Bolsonaro in Brasile)
Espansione della dottrina evangelica
Queste nuove tendenze non solo interesseranno alcuni aspetti degli equilibri internazionali ma, piuttosto, si rendono molto utili e pratici per riequilibrare il ruolo del Vaticano e del suo Papa Bergoglio il quale sta elaborando una sua specifica teoria che definirei: “neofrancescanesimo”.
Queste operazioni di contrasto con la Chiesa Cattolica di Roma, non sono però recenti, né ascrivibili al solo mandato di Trump o circoscritte contro il pontificato di Papa Francesco. Sono iniziate nel momento in cui il Vaticano, una volta finita la Guerra Fredda, ha cominciato a criticare gli “eccessi” del liberismo, gli interventi militari degli Usa o le politiche indifferenti alle popolazioni povere sia all’interno degli Stati a capitalismo avanzato sia in Africa o nell’America Latina.
Si tratta di regioni e aree del mondo nelle quali è presente da lungo tempo un’eredità “cattolica” messa ora in crisi dalla preponderanza ideologica dell’evangelismo.
In rete esiste una gran quantità di informazioni e notizie (non fake news) le quali spiegano sufficientemente la pervasività e la crescita esponenziale di tale pratiche “neodottrinarie” (classiche o meno) fino ad arrivare alla nuova fase del pontificato di papa Bergoglio che potremmo definire “neofrancescanesimo”.
Dal Brasile al Messico passando per la Corea del Sud e la Nìgeria queste realtà sono in crescita.
L’evangelizzazione cristiana – una corrente del protestantesimo – raggiunge in questo periodo circa 660 milioni di fedeli crescendo in modo vertiginoso.
All’inizio del XX secolo, il 94 % della popolazione del Sud America era cattolica; solo l’1 % degli abitanti del continente affermava di essere protestante. Oggi i protestanti sono il 20 %, mentre la percentuale di fedeli al Vaticano è scesa al 69%.
In Messico, da oltre 40 anni, dinamiche ultraconservatrici stanno via via trasformando il mondo protestante, influenzandone l’approccio alle questioni sociali, economiche, diplomatiche.
In Brasile, nel 1970, il 92% degli abitanti si dichiarava cattolico; erano solo il 64% nel 2010.
Di queste “ defezioni ” hanno beneficiato le tante Chiese evangeliche, in particolare pentecostali, che proliferano in questo Paese.
Il candidato alla presidenza nel 2018, Jair Bolsonaro, ha beneficiato del voto del 70 % degli evangelici. I loro undici milioni di voti hanno fatto la differenza con Fernando Haddad, il candidato del Partito dei Lavoratori.
Nel 2016, anche più apertamente dei suoi predecessori repubblicani, Ronald Reagan e George W. Bush, Donald Trump ha corteggiato questo elettorato che ora considera essenziale per la sua rielezione a novembre.
È utile riprendere dal mensile Le Monde Diplomatique questa dichiarazione di Valdemar Figuerdo, professore brasiliano di scienze politiche e teologia: nel mirino degli evangelici ci sono il laicismo e il secolarismo ... l’obiettivo di molti leader evangelici è ... “tornare indietro contro lo Stato laico, l’autonomia della scienza, l’importanza delle università, il libero pensiero, la condizione delle donne, la questione di genere, i diritti delle minoranze. Si tratta di gruppi medievali nel senso deteriore del termine ... non abbiamo più a che fare con una discussione tra conservatori e progressisti in un contesto democratico. Dal momento in cui lo slogan del governo è “Dio sopra ogni cosa”, tutto viene rimesso in discussione.
Contropiano da tempo monitora questi fenomeni morbosi e continuerà a farlo soprattutto perché in questi chiaroscuri dell’interregno del passaggio da una fase storica all’altra, ci faremo i conti anche noi. Il sistema economico, politico, ideologico che ha fatto egemonia dal dopoguerra a qualche anno fa è dentro una crisi sistemica e di civiltà. Ma non accetterà di piegarsi ad alternative di sistema senza combattere con ogni mezzo.
Vedi: la prima puntata
Fonte
In una recente audizione del direttore del FBI – Christopher Wray – presso il Comitato per la sicurezza interna della Camera, questi ha ammesso che la più grave minaccia per gli Usa in questo momento è «l’estremismo razziale violento».
Queste milizie non sono altro che una versione off-line dei complottisti psicopatici come QAnon. L'acronimo QAnon ha invaso i social media convincendo i propri adepti – oltre ad una quantità di sprovveduti – che Joe Biden (candidato alla presidenza USA per il partito democratico) è il capo di un complotto mondiale di pedofili!
I social media li hanno recentemente oscurati poiché rappresentano una deriva e tendenza “complottista”.
QAnon e le sue argomentazioni complottiste (nelle quali si affaccia qua e là anche lo zampino del “diavolo”) ha caratteristiche e funzioni molto utili nel far compiere agli Stati Uniti un “salto indietro” nella storia. Un salto indietro alimentatosi anche grazie alle teorie di complotto (dall’omicidio di J.F.K alle “torri gemelle dell’11/9/2001) ben presenti nello scenario e nel dibattito politico statunitense.
Ma QAnon è una “setta complottista”. Chi è curioso può consultare questo link QAnon unica religione? – nel quale è sufficientemente spiegata la funzione di certe associazioni ritenute impropriamente “sette”.
È un cosa molto diversa dal “neopentacostalismo”, in quanto essa consiste nella tendenza “mistica” dedita soprattutto a pratiche complottiste e tese a “esorcizzare” pratiche e figure caratterizzate da “satanismo pedopornografico”; una pratica della quale sarebbero promotori e adepti la gran parte dei sostenitori antiTrump – soprattutto comunisti, socialisti e omosessuali – indicati e denunciati come nei “social” e diffusi nel mondo virtuale.
In Italia, e non solo, questi ambiti si accompagnano con settori della destra estrema e settori di fondamentalismo cattolico.
Sul problema dell’affermazione del 2° emendamento della Costituzione statunitense (quello che legittima il possesso delle armi) c’è da notare che – secondo stime piuttosto datate ma veritiere e passibili di crescita numerica – si parla di 60mila membri di gruppi ispirati da questa visione (276 milizie bianche) e sparsi in tutto il paese, particolarmente in Arizona, Michigan, Missouri, Ohio.
Alcuni di essi si chiamano Three Percenters, dal numero dei coloni che si dice, brandirono le armi contro l’Inghilterra; oppure Oath Keepers, tutti ex poliziotti che giurano di “difendere la costituzione contro tutti i nemici interni ed esterni”.
Notare bene che la dotazione di armi possedute da civili statunitensi, ha avuto una forte impennata con l’avvento del trumpismo passando da: 380mila nel 2003 a 633mila nel 2008 fino a 2,3 milioni di AR-15 (fucile mitragliatore d’assalto); è questa l’ultima stima del 2016, anno del decollo del trumpismo. Non ne sono più scesi!
Nel ventre della “bestia”!
In attesa dell’appuntamento elettorale negli Stati Uniti del 3 novembre prossimo credo sia molto utile dare uno sguardo al “ventre profondo della bestia” (from the deep belly of the beast!).
Balza agli occhi di osservatori meno sprovveduti la presenza di una deriva mistica e oscurantista di tipo medievale!
Una deriva non più di stampo cattolico-cristiano; piuttosto una strategia “neopentecostale” (evangelismo radicale); strategia che forse potrà anche somigliare ad una possibile risposta al fondamentalismo islamico, invocando una specie di “neocrociata del 3° millennio” per “liberare” popoli resi schiavi e vittime dal fondamentalismo islamico e dalla ricomparsa di un “comunismo totalitario”!
Contropiano è distante anni luce dalle tendenze o pratiche “complottiste” e cospirazioniste; tutt’altro. Questa prima e parziale inchiesta si poggia su uno scenario che può anche risultare debole, nascosto o camuffato da un recente e contraddittorio passato.
Una storia che ancora poggia sul riconoscimento internazionale degli Stati Uniti come la maggiore democrazia liberale presente nella storia moderna.
Una postmodernità che sta ora svelandosi – negli Usa e in altri luoghi – in tutta la sua contradditorietà esprimendo e diffondendo nel presente, con notevole “potenza” e forza massmediatica, una deriva mistica e religiosa.
Deriva alla quale hanno notevolmente beneficiato e contribuito, tra l’altro, l’elezione di candidati reazionari e conservatori alla presidenza di nazioni d’importanza strategica come, appunto, Donald Trump negli Usa e Jair Bolsonaro in Brasile.
Stranamente (?) queste due elezioni hanno avuto un notevole sostegno e supporto di sètte religiose; lobby capitaliste, speculative, finanziarie e affaristiche; chiese “evangeliche”; sette mistiche presenti e cresciute in questi Stati; clan “esoterici” (questi sì complottisti) come il neo acquisto massmediatico di QAnon.
Le Monde Diplomatique dedica a questo argomento un’inchiesta dal titolo “Internazionale reazionaria” sulla tendenza sia “evangelica” sia “complottista” di QAnon.
Coloro che vengono comunemente definiti “evangelisti”, in realtà negli Stati Uniti e oltre sono denominati “pentecostali” (la dottrina pentecostale nasce negli Stati Uniti fin dal lontano 1910) ovvero nati da un’interpretazione della religione cristiana – e dalle sue varie articolazioni eretiche e dottrinali – soprattutto sulla funzione dello Spirito Santo e della Pentecoste come momento: “d’inizio di una nuova vita attraverso una conversione personale passante per un secondo battesimo”.
Questa pratica religiosa ha ripreso vigore attraverso una seconda ondata negli anni ’60 assumendo la forma di “neopentecostalismo”!
Tale neo-teoria arriva al punto di affermare: 1) teologia della prosperità (con la fede si raggiunge il benessere economico); 2) la ricchezza è presentata come un segno di salute spirituale e non può essere condannata; 3) la povertà è descritta come punizione divina!
Queste sètte che si rivelano come vere e proprie società economiche richiedono e impongono ai loro adepti donazioni cospicue per “sanare ferite, favorire guarigioni e risolvere problemi personali”. È emblematico il fatto che di tanto in tanto questo mondo sia macchiato da clamorosi scandali finanziari e morali.
La questione dell’evangelismo (o meglio del pentecostalismo) sta sempre più espandendo i suoi confini e i suoi orizzonti religiosi, etici e morali al punto che condiziona pesantemente anche alcune scadenze elettorali o politiche come quelle ultime per l’elezione della Presidenza alla Repubblica in alcune nazioni (es. Trump negli USA e Bolsonaro in Brasile)
Espansione della dottrina evangelica
Queste nuove tendenze non solo interesseranno alcuni aspetti degli equilibri internazionali ma, piuttosto, si rendono molto utili e pratici per riequilibrare il ruolo del Vaticano e del suo Papa Bergoglio il quale sta elaborando una sua specifica teoria che definirei: “neofrancescanesimo”.
Queste operazioni di contrasto con la Chiesa Cattolica di Roma, non sono però recenti, né ascrivibili al solo mandato di Trump o circoscritte contro il pontificato di Papa Francesco. Sono iniziate nel momento in cui il Vaticano, una volta finita la Guerra Fredda, ha cominciato a criticare gli “eccessi” del liberismo, gli interventi militari degli Usa o le politiche indifferenti alle popolazioni povere sia all’interno degli Stati a capitalismo avanzato sia in Africa o nell’America Latina.
Si tratta di regioni e aree del mondo nelle quali è presente da lungo tempo un’eredità “cattolica” messa ora in crisi dalla preponderanza ideologica dell’evangelismo.
In rete esiste una gran quantità di informazioni e notizie (non fake news) le quali spiegano sufficientemente la pervasività e la crescita esponenziale di tale pratiche “neodottrinarie” (classiche o meno) fino ad arrivare alla nuova fase del pontificato di papa Bergoglio che potremmo definire “neofrancescanesimo”.
Dal Brasile al Messico passando per la Corea del Sud e la Nìgeria queste realtà sono in crescita.
L’evangelizzazione cristiana – una corrente del protestantesimo – raggiunge in questo periodo circa 660 milioni di fedeli crescendo in modo vertiginoso.
All’inizio del XX secolo, il 94 % della popolazione del Sud America era cattolica; solo l’1 % degli abitanti del continente affermava di essere protestante. Oggi i protestanti sono il 20 %, mentre la percentuale di fedeli al Vaticano è scesa al 69%.
In Messico, da oltre 40 anni, dinamiche ultraconservatrici stanno via via trasformando il mondo protestante, influenzandone l’approccio alle questioni sociali, economiche, diplomatiche.
In Brasile, nel 1970, il 92% degli abitanti si dichiarava cattolico; erano solo il 64% nel 2010.
Di queste “ defezioni ” hanno beneficiato le tante Chiese evangeliche, in particolare pentecostali, che proliferano in questo Paese.
Il candidato alla presidenza nel 2018, Jair Bolsonaro, ha beneficiato del voto del 70 % degli evangelici. I loro undici milioni di voti hanno fatto la differenza con Fernando Haddad, il candidato del Partito dei Lavoratori.
Nel 2016, anche più apertamente dei suoi predecessori repubblicani, Ronald Reagan e George W. Bush, Donald Trump ha corteggiato questo elettorato che ora considera essenziale per la sua rielezione a novembre.
È utile riprendere dal mensile Le Monde Diplomatique questa dichiarazione di Valdemar Figuerdo, professore brasiliano di scienze politiche e teologia: nel mirino degli evangelici ci sono il laicismo e il secolarismo ... l’obiettivo di molti leader evangelici è ... “tornare indietro contro lo Stato laico, l’autonomia della scienza, l’importanza delle università, il libero pensiero, la condizione delle donne, la questione di genere, i diritti delle minoranze. Si tratta di gruppi medievali nel senso deteriore del termine ... non abbiamo più a che fare con una discussione tra conservatori e progressisti in un contesto democratico. Dal momento in cui lo slogan del governo è “Dio sopra ogni cosa”, tutto viene rimesso in discussione.
Contropiano da tempo monitora questi fenomeni morbosi e continuerà a farlo soprattutto perché in questi chiaroscuri dell’interregno del passaggio da una fase storica all’altra, ci faremo i conti anche noi. Il sistema economico, politico, ideologico che ha fatto egemonia dal dopoguerra a qualche anno fa è dentro una crisi sistemica e di civiltà. Ma non accetterà di piegarsi ad alternative di sistema senza combattere con ogni mezzo.
Vedi: la prima puntata
Fonte
06/07/2020
Gli Stati Popolari e il controverso appello di Aboubakar
In Piazza San Giovanni il colpo d’occhio non è quello delle grandi manifestazioni. Ma erano almeno tra le tre e le quattromila le persone che hanno sfidato la canicola di un pomeriggio di luglio per essere in prima persona agli Stati Popolari convocati da Aboubakar Soumahoro – sindacalista dell’Usb – dopo essersi incatenato davanti agli Stati Generali convocati dal governo tre settimane fa.
Ed anche il tono e i contenuti di molti interventi che si sono susseguiti era assai diversi da quelli che nella medesima piazza, allora decisamente gremita, avevamo sentito nelle manifestazione delle Sardine. Chi pensava ad una replica di quella piazza è stato dunque smentito sia nei numeri sia nei contenuti.
Certo, il riccioluto e sempre sorridente Sartori si aggirava dietro al palco, ma il clima era piuttosto diverso. In mezzo ci sono stati i mesi della quarantena, dell’emergenza sanitaria Covid-19 ed ora le loro pesantissime conseguenze sociali che spostano l’asticella dei problemi e li rendono più drammatici.
Stavolta è ben più visibile sia in piazza sia negli interventi dal palco la presenza di migranti, braccianti, rifugiati.
I braccianti, arrivati numerosi dalle campagne del foggiano e della Calabria, depositano cassette di frutta e verdura sul palco a ricordare visibilmente a tutte e tutti che molti degli alimenti che acquistiamo e mangiamo – magari cercando quelli a minor prezzo – sono sempre più il prodotto del bestiale sfruttamento e del lavoro sottopagato di migliaia di persone nelle campagne.
Sul palco si alternano gli invisibili, cioè i portatori di quell’ormai insopportabile condizione che attanaglia lavoratori, lavoratrici, abitanti.
È toccato a Francesco Rizzo (delegato Usb all’Ilva di Taranto) ribadire che occorre mettere fine alla contrapposizione tra lavoro e salute, che a Taranto produce morte e malattia sia tra chi lavora all’Ilva sia tra chi abita in quella città avvelenata dalla fabbrica.
E prima e dopo di lui parlano l’operaio della Whirlpool e l’operatrice del call center, precari dello spettacolo, riders, insegnanti precari, giornalisti precari, diversamente abili e ragazze di Friday for Future. Ed ancora braccianti, rifugiati, migranti e lavoratori senza permesso di soggiorno e cittadini nati e cresciuti qui in Italia, ma ai quali si nega ancora cittadinanza, esponenti del mondo Lgbt, attivisti del sindacato e del movimento per il diritto alla casa.
Scuote la piazza Mariema Faye, giovane donna del movimento migranti e rifugiati (che sarà anche candidata di Potere al Popolo in Campania, ndr), mentre Ascanio Celestini e Cosmo danno voce a chi vive di spettacolo in un momento in cui gli spettacoli non si fanno più.
Nel retropalco dispensano invece dichiarazioni personalità e personaggi che guardano a questo universo di invisibili con intenzione non del tutto nitide e con la coscienza non del tutto a posto. Prevedibili il direttore de L’Espresso, Marco Damilano, e il conduttore Diego Bianchi, che da tempo sponsorizzano e hanno dato visibilità ad Aboubakar (dimenticando, ogni volta che è possibile, di dire che è sì un sindacalista, ma dell’Usb, cioè di un sindacato fuori dal “consorzio” consociativo e ostacolato con ogni mezzo).
Su quel retro, a caccia di giornalisti disponibili a raccoglierne la voce, si agitano anche personaggi politici a nostro avviso decisamente fuori luogo, come la vicepresidente dell’Emilia Romagna Eli Schlein e la presidente del PD Valentina Cuppi.
Ma l’attesa più grande era evidentemente per le conclusioni di Aboubakar Soumahoro. Abou, come lo conosciamo da anni, esordisce mettendo in guardia dall’individualismo e dall’egocentrismo sui quale si basa l’egemonia di chi rende invisibili le figure sociali chiamate in piazza dagli Stati Popolari. Chiama ad una riscossa dell’anima e invoca anche il tema della felicità. Invita a non chiudersi dentro i social network, che sono anche utili, ma poi servono le persone in carne ed ossa.
Abou spiega anche che da questa piazza si è voluta tenere fuori la politica (in realtà circoscritta al diniego di intervenire alle organizzazioni politiche e dal portare bandiere) perché la politica ancora non è adeguata a cogliere le istanze nè dà risposte al grido degli invisibili.
Ha presentato poi un manifesto su cinque proposte largamente condivisibili: un piano di emergenza per il lavoro, un piano per l’emergenza abitativa con la richiesta di rilanciare l’edilizia sociale, un organismo per affrontare sia l’emigrazione italiana all’estero sia l’immigrazione in Italia, mettere mano contro lo sfruttamento nella filiera alimentare, l’abrogazione dei decreti sicurezza, un piano per l’accoglienza e un piano per l’ambiente con una declinazione importante: non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale.
Ma da questo punto in poi sono emerse aspettative e intenzioni che qualche perplessità non possono che suscitarla. Abou ha insistito molto nell’affermare che “questa è la piazza della proposta e non della protesta, che non è la piazza dei No ma quella dei Si”, in sostanza che gli Stati Popolari hanno una visione per l’azione (citando Nelson Mandela) e che se il Palazzo non aprirà le porte si porteranno queste proposte dentro il Palazzo.
Come ce le porteranno non è indifferente. Qualcuno ancora immagina, e lo preferisce, che questo “ingresso” possa avvenire sulla spinta di una mobilitazione popolare che diventa potere decisionale e priorità delle scelte; qualcun altro, più banalmente, può immaginarlo con la messa a disposizione di una candidatura in Parlamento o al governo, magari con una aggregazione “di sinistra” che, come sempre, tiri per la giacca il Pd.
È un po’ la solita idea di entrare lì dove si suppone ci siano le leve di comando per guidare la barca verso l’armonia e non lo scontro. È evidente che non si tratti delle stesse opzioni, anzi.
Sull’Espresso, nel suo editoriale domenicale, Abou ha concluso con due paragrafi che non hanno convinto molto chi scrive questo articolo. A suo avviso l’unione degli invisibili sarà longeva se riuscirà a:
“1) perseguire la coerenza dei valori (perché la coerenza è la valuta della fiducia) e non inseguire la convenienza dell’opportunismo;
2) perseguire l’egemonia culturale e non inseguire la contrapposizione sociale. Riusciremo a superare quest’ultima, se sapremo domare le nostre disarmoniche discordie per creare armoniose sinfonie d’unione”.
Sulla coerenza dei valori ci siamo, ma occorre sempre rammentare che è il loro diventare contenuti che fa la differenza. Chi è contrario alla pace o alla giustizia o alla difesa dell’ecologia? Pochi o nessuno. Ma se si declinano le scelte per mantenere la pace, affermare la giustizia, riconvertire ecologicamente un modello produttivo, difficilmente i semplici valori potranno creare comunità di interessi lì dove essi divengono materialmente contrapposti.
E da qui quel “non inseguire la contrapposizione,” ma la “creazione di armoniose sinfonie di unione”, diventano materia difficile da digerire.
Chi è stato in piazza San Giovanni ha fatto bene ad esserci, sotto molti aspetti è stato un momento di rappresentazione di contraddizioni e conflitti veri. La traiettoria sindacale di Abou in questi anni ha dato indubbiamente ai braccianti e ai migranti una visibilità politica che non avrebbero mai avuto.
Ma la sfida è ancora aperta sul come costruire il blocco sociale, anzi il blocco storico, capace di sintetizzare un mondo e portarlo sulla strada dell’emancipazione collettiva in uno scenario di conflitto di classe dall’alto sempre più cinico e spietato (come ci ha dimostrato la gestione dell’emergenza coronavirus).
Idealizzare una comunità di valori “di per sè” contiene elementi di misticismo che, sulla base della loro forza oggettiva, dovrebbero tenere insieme un sindaco manager come Sala e il riders che si sfianca sulla bicicletta o il bracciante sottopagato nelle campagne. L’evocazione del sogno, molto americano come quella della felicità, ci porta obiettivamente sul terreno di una sorta di predicazione e di profezia. E questo è un terreno che maneggiano meglio i guru che le istanze collettive.
Per quanto abbiamo provato a mettere alla prova la nostra duttilità, è uno scenario che non riusciamo a vedere come praticabile. Soprattutto in una situazione sociale che si annuncia pesantissima già dai prossimi mesi e da una determinazione di chi detiene materialmente privilegi, ricchezze e apparati di potere a non voler cedere nulla, anzi a voler utilizzare lo shock dell’emergenza coronavirus per spingere ancora più in fondo i settori popolari e gli invisibili.
Se vuoi delle soluzioni devi diventare un problema.
Siamo sicuri che, come avvenuto anche in altre occasioni, questa nostra lettura in controluce non farà piacere a tante e tanti. Ma qualcuno che si assuma la responsabilità di farlo è bene che ci sia.
Fonte
Ed anche il tono e i contenuti di molti interventi che si sono susseguiti era assai diversi da quelli che nella medesima piazza, allora decisamente gremita, avevamo sentito nelle manifestazione delle Sardine. Chi pensava ad una replica di quella piazza è stato dunque smentito sia nei numeri sia nei contenuti.
Certo, il riccioluto e sempre sorridente Sartori si aggirava dietro al palco, ma il clima era piuttosto diverso. In mezzo ci sono stati i mesi della quarantena, dell’emergenza sanitaria Covid-19 ed ora le loro pesantissime conseguenze sociali che spostano l’asticella dei problemi e li rendono più drammatici.
Stavolta è ben più visibile sia in piazza sia negli interventi dal palco la presenza di migranti, braccianti, rifugiati.
I braccianti, arrivati numerosi dalle campagne del foggiano e della Calabria, depositano cassette di frutta e verdura sul palco a ricordare visibilmente a tutte e tutti che molti degli alimenti che acquistiamo e mangiamo – magari cercando quelli a minor prezzo – sono sempre più il prodotto del bestiale sfruttamento e del lavoro sottopagato di migliaia di persone nelle campagne.
Sul palco si alternano gli invisibili, cioè i portatori di quell’ormai insopportabile condizione che attanaglia lavoratori, lavoratrici, abitanti.
È toccato a Francesco Rizzo (delegato Usb all’Ilva di Taranto) ribadire che occorre mettere fine alla contrapposizione tra lavoro e salute, che a Taranto produce morte e malattia sia tra chi lavora all’Ilva sia tra chi abita in quella città avvelenata dalla fabbrica.
E prima e dopo di lui parlano l’operaio della Whirlpool e l’operatrice del call center, precari dello spettacolo, riders, insegnanti precari, giornalisti precari, diversamente abili e ragazze di Friday for Future. Ed ancora braccianti, rifugiati, migranti e lavoratori senza permesso di soggiorno e cittadini nati e cresciuti qui in Italia, ma ai quali si nega ancora cittadinanza, esponenti del mondo Lgbt, attivisti del sindacato e del movimento per il diritto alla casa.
Scuote la piazza Mariema Faye, giovane donna del movimento migranti e rifugiati (che sarà anche candidata di Potere al Popolo in Campania, ndr), mentre Ascanio Celestini e Cosmo danno voce a chi vive di spettacolo in un momento in cui gli spettacoli non si fanno più.
Nel retropalco dispensano invece dichiarazioni personalità e personaggi che guardano a questo universo di invisibili con intenzione non del tutto nitide e con la coscienza non del tutto a posto. Prevedibili il direttore de L’Espresso, Marco Damilano, e il conduttore Diego Bianchi, che da tempo sponsorizzano e hanno dato visibilità ad Aboubakar (dimenticando, ogni volta che è possibile, di dire che è sì un sindacalista, ma dell’Usb, cioè di un sindacato fuori dal “consorzio” consociativo e ostacolato con ogni mezzo).
Su quel retro, a caccia di giornalisti disponibili a raccoglierne la voce, si agitano anche personaggi politici a nostro avviso decisamente fuori luogo, come la vicepresidente dell’Emilia Romagna Eli Schlein e la presidente del PD Valentina Cuppi.
Ma l’attesa più grande era evidentemente per le conclusioni di Aboubakar Soumahoro. Abou, come lo conosciamo da anni, esordisce mettendo in guardia dall’individualismo e dall’egocentrismo sui quale si basa l’egemonia di chi rende invisibili le figure sociali chiamate in piazza dagli Stati Popolari. Chiama ad una riscossa dell’anima e invoca anche il tema della felicità. Invita a non chiudersi dentro i social network, che sono anche utili, ma poi servono le persone in carne ed ossa.
Abou spiega anche che da questa piazza si è voluta tenere fuori la politica (in realtà circoscritta al diniego di intervenire alle organizzazioni politiche e dal portare bandiere) perché la politica ancora non è adeguata a cogliere le istanze nè dà risposte al grido degli invisibili.
Ha presentato poi un manifesto su cinque proposte largamente condivisibili: un piano di emergenza per il lavoro, un piano per l’emergenza abitativa con la richiesta di rilanciare l’edilizia sociale, un organismo per affrontare sia l’emigrazione italiana all’estero sia l’immigrazione in Italia, mettere mano contro lo sfruttamento nella filiera alimentare, l’abrogazione dei decreti sicurezza, un piano per l’accoglienza e un piano per l’ambiente con una declinazione importante: non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale.
Ma da questo punto in poi sono emerse aspettative e intenzioni che qualche perplessità non possono che suscitarla. Abou ha insistito molto nell’affermare che “questa è la piazza della proposta e non della protesta, che non è la piazza dei No ma quella dei Si”, in sostanza che gli Stati Popolari hanno una visione per l’azione (citando Nelson Mandela) e che se il Palazzo non aprirà le porte si porteranno queste proposte dentro il Palazzo.
Come ce le porteranno non è indifferente. Qualcuno ancora immagina, e lo preferisce, che questo “ingresso” possa avvenire sulla spinta di una mobilitazione popolare che diventa potere decisionale e priorità delle scelte; qualcun altro, più banalmente, può immaginarlo con la messa a disposizione di una candidatura in Parlamento o al governo, magari con una aggregazione “di sinistra” che, come sempre, tiri per la giacca il Pd.
È un po’ la solita idea di entrare lì dove si suppone ci siano le leve di comando per guidare la barca verso l’armonia e non lo scontro. È evidente che non si tratti delle stesse opzioni, anzi.
Sull’Espresso, nel suo editoriale domenicale, Abou ha concluso con due paragrafi che non hanno convinto molto chi scrive questo articolo. A suo avviso l’unione degli invisibili sarà longeva se riuscirà a:
“1) perseguire la coerenza dei valori (perché la coerenza è la valuta della fiducia) e non inseguire la convenienza dell’opportunismo;
2) perseguire l’egemonia culturale e non inseguire la contrapposizione sociale. Riusciremo a superare quest’ultima, se sapremo domare le nostre disarmoniche discordie per creare armoniose sinfonie d’unione”.
Sulla coerenza dei valori ci siamo, ma occorre sempre rammentare che è il loro diventare contenuti che fa la differenza. Chi è contrario alla pace o alla giustizia o alla difesa dell’ecologia? Pochi o nessuno. Ma se si declinano le scelte per mantenere la pace, affermare la giustizia, riconvertire ecologicamente un modello produttivo, difficilmente i semplici valori potranno creare comunità di interessi lì dove essi divengono materialmente contrapposti.
E da qui quel “non inseguire la contrapposizione,” ma la “creazione di armoniose sinfonie di unione”, diventano materia difficile da digerire.
Chi è stato in piazza San Giovanni ha fatto bene ad esserci, sotto molti aspetti è stato un momento di rappresentazione di contraddizioni e conflitti veri. La traiettoria sindacale di Abou in questi anni ha dato indubbiamente ai braccianti e ai migranti una visibilità politica che non avrebbero mai avuto.
Ma la sfida è ancora aperta sul come costruire il blocco sociale, anzi il blocco storico, capace di sintetizzare un mondo e portarlo sulla strada dell’emancipazione collettiva in uno scenario di conflitto di classe dall’alto sempre più cinico e spietato (come ci ha dimostrato la gestione dell’emergenza coronavirus).
Idealizzare una comunità di valori “di per sè” contiene elementi di misticismo che, sulla base della loro forza oggettiva, dovrebbero tenere insieme un sindaco manager come Sala e il riders che si sfianca sulla bicicletta o il bracciante sottopagato nelle campagne. L’evocazione del sogno, molto americano come quella della felicità, ci porta obiettivamente sul terreno di una sorta di predicazione e di profezia. E questo è un terreno che maneggiano meglio i guru che le istanze collettive.
Per quanto abbiamo provato a mettere alla prova la nostra duttilità, è uno scenario che non riusciamo a vedere come praticabile. Soprattutto in una situazione sociale che si annuncia pesantissima già dai prossimi mesi e da una determinazione di chi detiene materialmente privilegi, ricchezze e apparati di potere a non voler cedere nulla, anzi a voler utilizzare lo shock dell’emergenza coronavirus per spingere ancora più in fondo i settori popolari e gli invisibili.
Se vuoi delle soluzioni devi diventare un problema.
Siamo sicuri che, come avvenuto anche in altre occasioni, questa nostra lettura in controluce non farà piacere a tante e tanti. Ma qualcuno che si assuma la responsabilità di farlo è bene che ci sia.
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