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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2021

A che punto è la notte americana tra Maga 2.0, crisi del Gop e Qanon

La forza e la potenza di una nazione si misurano in genere nei momenti di cosiddetta emergenza. L’America non fa eccezione, ed è percorsa ormai da tempo da una crisi di egemonia mondiale di enorme portata e di difficilissima gestione.

L’esperienza e la maestria nello sfruttare uno stato d’emergenza permanente e strutturale, che attraversa da sempre la storia degli USA, ha però permesso loro di mettere in campo gli strumenti necessari per consentirle di gestire una situazione anomala anche per la potenza d’oltreoceano.

È indispensabile dimostrare al proprio elettorato che la classica forza di reazione statunitense è ancora l’arma vincente, che il pragmatismo della nazione a stelle-e-strisce sul quale poggia la più gran parte dell’“american way of life”, è la soluzione, e che insostituibile è la potenza che risiede nel denaro e nell’impianto privatistico di una nazione.

Donald J. Trump possiede per definizione tutti questi strumenti. Almeno sembra, a metà paese.

Ma anche il paese delle opportunità, e del “destino manifesto”, ha i suoi scheletri nell’armadio e anche se l’ex presidente, il tycoon Donald Trump, ha tanti difetti gli si può anche riconoscere un “pregio”: ha scoperchiato un vaso di Pandora che sta mettendo sempre più in contraddizione, ed in crisi conseguente, il GOP, lo storico Partito Repubblicano, il suo stesso schieramento di appartenenza.

Ma non sembra un padre interessato all’infanticidio.

Di fatto, dietro questo stallo, l’uomo che ha guidato il paese negli ultimi quattro anni percepisce un proprio tornaconto, e cela un disegno.

Fra continue schermaglie interne, accuse di tradimento e continui abboccamenti ai gruppi più estremisti, il progetto di Trump potrebbe andare in porto forse anche prima del previsto. Il suo primo orizzonte potrebbero essere già le elezioni di midterm del 2022.

Si fanno molte ipotesi su chi saranno i protagonisti dei prossimi momenti nevralgici per la politica americana, i ticket con questo o quel “politico del momento” si sprecano, ma The Donald è persona senza scrupoli, molto machiavellico, pronto a sacrificare o sfruttare chiunque per il “bene della nazione”, per la ragion di Stato. O magari solo per se stesso.

Sembra perciò sempre più probabile che l’uomo destinato a guidare l’offensiva verso l’amministrazione Biden sia proprio il tycoon.

...Have you ever seen the President who killed your wounded child?
Or the man that crashed your sisters plane claimin’ he was sent of god?
And when she died in your arms, late that night in the dark,
Did you pray to your God to come home?
‘Cause it ain’t fair to say, that these tracks are the same

So god if you can hear me crash this train
Said god if you can hear me crash this train

Now a note to the President, and the Government, and the judges of this place
We’re still waitin’ for you to bring our troops home, clean up that mess you made
‘Cause it smells of blood and money across the Iraqi land
But its so easy here to blind us with your “United we stand”

And it ain’t hard to see that this country ain’t free

So god if you can hear me crash this train
Said god if you can hear me crash this train...

Joshua James, Crash This Train

La Convention di Orlando

Il futuro del GOP (o Grand National Party, il Partito Repubblicano USA) e i progetti politici del tycoon Donald Trump sono sostanzialmente tutti nel discorso tenuto dall’ex presidente alla Convention del CPAC (Conservative Political Action Conference), il più imponente ed influente raduno di attivisti conservatori, che si è svolta ad Orlando, in Florida alla fine del mese scorso. Il primo evento ufficiale cui l’ex presidente ha partecipato dopo aver lasciato la Casa Bianca.

Dopo circa un mese, una sintesi a “bocce ferme”, è quindi opportuna e magari illuminante.

La polemica è iniziata subito, pochi giorni prima dell’inizio della conferenza, e si è concentrata sul design del palco realizzato proprio per la Convention dei conservatori. “Sembra un simbolo nazista”, hanno criticato in molti, facendo notare come il disegno ricordi non proprio una svastica, piuttosto la runa Odal che durante la seconda guerra mondiale appariva sui vessilli e le uniformi della Settima divisione volontari di montagna delle SS ‘’Prinze Eugen’’, un reparto di fanteria che operò nella ex Jugoslavia.

Il termine Odal deriva dall’antica lingua germanica e significa “patrimonio”, “eredità”. Gli organizzatori del CPAC negano quella che liquidano come “una calunnia, una teoria cospirazionista oltraggiosa e diffamatoria”. “I nostri legami con la comunità ebraica sono di vecchia data e gli estremisti della ‘cancel culture’ devono guardare all’antisemitismo presente dalla loro parte”, il commento di Matt Schlapp, presidente e organizzatore del CPAC.

Tuttavia, note di “colore” a parte, se si effettua un monitoraggio delle azioni e reazioni di alcuni personaggi politici messe in campo nelle settimane a seguire, e si osservano alcuni avvenimenti che si sono susseguiti, il tutto lascia trasparire una certa aria di imbarazzo, di confusione, in sintesi di crisi interna al Partito conservatore.

È qualcosa che odora anche del profumo della vendetta, una resa dei conti che porta il numero 2024, la data delle prossime presidenziali USA.

La platea era formata dal “suo” pubblico, e gli invitati che hanno sfilato erano i fedelissimi: l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, la governatrice del South Dakota, Kristi Noem, e il senatore dello Stato della stella solitaria, il Texas, Ted Cruz. Gli altri, neanche invitati, sono rimasti all’asciutto, a Washington.

È questo il caso di Nikki Haley, l’ex ambasciatrice americana all’Onu e papabile come contendente per la Casa Bianca nel 2024, di cui abbiamo già scritto dopo la sua intervista rilasciata a Politico, nella quale prendeva le distanze dall’ex presidente per l’assalto al Congresso, per poi azzardare in seguito, un avvicinamento alla sua base che ha scatenato una forte reazione da parte del tycoon.

Anche Liz Cheney, terza carica del GOP alla Camera, da sempre critica con l’ex presidente, è finita nell’inceneritore dopo le dichiarazioni al vetriolo all’indirizzo di The Donald quando, dopo aver affermato che “Dopo i fatti del 6 gennaio ritengo che non dovrebbe giocare [Donald Trump N.d.R.] alcun ruolo nel futuro del partito e del paese”, suggerì di fatto alla CPAC di non invitare Trump.

Per tutta risposta il deputato Rep. dell’Arizona, Andy Biggs (guarda caso tra gli speaker della CPAC), ha tuonato che proprio la Cheney “dovrebbe dimettersi”.

Queste alcune delle prese di posizione dell’ala detrattrice di The Orange che, vale la pena ricordare, è fortemente minoritaria all’interno del partito conservatore, rilevate in questi ultimi giorni ed a margine della convention.

Di altro avviso l’ala dei conservatori più moderata e considerata da The Donald come quella dei “traditori”, soprattutto i parlamentari che lo scorso gennaio hanno votato per la condanna del tycoon nel processo di impeachment e che si è espressa obtorto collo.

Più discreto e defilato è apparso Mitch McConnell, leader di minoranza al Senato e con una fama da abile stratega alle spalle; fiutando l’aria che tirava, dopo i rilievi è corso ai ripari: “Se Trump si candidasse, lo voterei”.

Così anche l’ex vice presidente Mike Pence, altro grande assente alla CPAC: dice di aver declinato l’invito ma assicura di avere un “ottimo rapporto” con il suo ex capo.

“Se Trump puntasse alla nomination repubblicana, sicuramente la otterrebbe”, prevede, da parte sua anche se a malincuore, Mitt Romney, l’ex candidato repubblicano alla presidenza, stella del summit conservatore nel 2012.

L’atteso intervento di Trump ad Orlando invece ha riguardato principalmente la sua corsa per il 2024.

“Vi sono mancato?”, ha esordito l’ex presidente, con un manifesto tono stucchevole. “Il nostro viaggio iniziato insieme, 4 anni fa, è ben lontano dall’essere finito”.

Ha quindi continuato con un attacco senza precedenti contro Sleepy Joe Biden, mantenendo i toni enfatici e sopra le righe che da sempre contraddistinguono il suo personaggio e hanno definito la sua presidenza, infarcendo il tutto di una buona dose di retorica che non fa mai male, e ricordando soprattutto alla platea che “Tutti sapevamo che sarebbe andata male, ma nessuno di noi immaginava così male”.

Durante l’intervento il tycoon ha accusato il presidente democratico di aver riaperto i confini con il Messico favorendo l’immigrazione clandestina e mettendo a repentaglio la sicurezza del paese. “A centinaia di potenziali terroristi e criminali è stato permesso di entrare negli Stati Uniti”, arrivando ad affermare che Sleepy Joe “Ha cancellato la sicurezza dei nostri confini e sta trasformando il nostro Paese in una ‘nazione santuario'”.

Il neo presidente avrebbe inoltre distrutto posti di lavoro e danneggiato l’economia. “Nel giro di nemmeno un mese, siamo passati da America first ad America last. Joe Biden ha vissuto il peggior primo mese da presidente nella storia moderna”.

Trump si è poi attribuito il successo della campagna di vaccinazione contro il coronavirus in Amerika. “Joe Biden sta solo attuando il mio piano”, ha dichiarato. I tre vaccini approvati “sono un miracolo della mia amministrazione”, rivendica Trump, ricordando l’operazione Warp Speed da lui messa in piedi, e gli investimenti miliardari nella ricerca e produzione di sieri contro il Covid-19.

Il tycoon ha quindi puntato il dito contro l’amministrazione Biden anche per aver “venduto i ragazzi americani ai sindacati degli insegnanti”. Biden “ha vergognosamente tradito i giovani americani tenendoli chiusi a chiave in casa. Chiedo a Biden” – dice – “di aprire le scuole e di farlo subito”.

Addirittura lo sport, ed i record delle donne, con il benestare del nonno d’Amerika, sarebbero minacciati dalla presenza dei transgender, grazie alla permissiva amministrazione democratica.

Non ha risparmiato neanche i giganti della tecnologia e ha proseguito sostenendo che “Bisogna punire Big Tech e i social media, da Twitter a Facebook, quando silenziano la voce dei conservatori. E se non lo fa il governo federale lo devono fare i singoli Stati“, sottolineando come gli USA devono difendere la libertà di espressione e di parola.

Un attacco non casuale, visto che l’ex presidente è stato “bannato” dai principali social networks. Pizzica le corde del GOP sull’amore per l’Amerika e per la bandiera e difende a spada tratta il Secondo Emendamento, il diritto a portare armi.

Non ha dimenticato di rilanciare le sue accuse sulla tornata elettorale, dichiarando come un disco rotto che “…Queste elezioni sono state truccate… Hanno cambiato l’esito del voto… Una vergogna…Gli abusi del 2020 non devono accadere mai più, non dobbiamo più permetterlo…” Per terminare con un una sorta di self endorsement: “Potrei anche decidere di batterli per la terza volta…”, dando per scontato, come ha sempre sostenuto, che la seconda “vittoria” gli sia stata rubata con i brogli elettorali del 2020.

Quanto alla ricandidatura nel 2024, “...rimanete in ascolto...”, ha annunciato, esprimendo in modo chiaro la volontà di non ritirarsi: "Potrei candidarmi di nuovo”.

Fra sondaggi e “rivelazioni”.

Poco prima del discorso dell’ex presidente Usa, sono stati resi noti i risultati del tradizionale “straw poll’’ (un informale sondaggio d’opinione) che ogni anno chiude i lavori della CPAC.

Il partito ha assegnato una schiacciante vittoria a Donald Trump: tra i possibili candidati repubblicani per le presidenziali del 2024, il 55% dei presenti alla kermesse ha espresso la sua preferenza per l’ex presidente, il cui gradimento complessivamente si attesta al 97%. Nel sondaggio fatto dagli elettori conservatori presenti alla convention di Orlando quindi, la stragrande maggioranza sta con lui; in fondo è una non notizia.

Il 21% ha votato per il governatore della Florida Ron De Santis, astro nascente del partito repubblicano, e il 4% per la governatrice del South Dakota, Kristi Noem, entrambi comunque sostenitori di Trump.

Secondo i risultati di una recente ed interessante ricerca effettuata dal Pew Research Center *, l’ala conservatrice di un partito richiede ai propri leader una lealtà al partito stesso molto più forte di quella che potrebbe essere richiesta da uno schieramento liberale o comunque più moderato.

In sintesi, la ricerca analizzava quanto e come fosse percepito, fra i membri del Congresso, un eventuale sentimento di consenso o disapprovazione ad un proprio leader (come ad esempio nel caso dell’impeachment a Donald Trump), sia all’interno del partito di riferimento, che comparato fra Partito Democratico e Partito Repubblicano.

Nello specifico, era accettabile che un qualsiasi leader di partito fosse schierato con un punto di vista che confliggeva con la visione del partito medesimo, e, se sì, fino a che punto?

Come spesso succede, quando cose evidenti vengono guardate ma non sempre viste, dalle conclusioni dello studio derivano alcune ovvietà che spesso sfuggono, ma che svelano delle realtà che altrimenti passerebbero inosservate: nel Partito Democratico, per sua natura “riformista” e “progressista” e quindi più incline al “dissenso”, anche se inteso in senso molto lato, sono i democratici dell’ala più liberale, e non quelli più “radicali” o i repubblicani quelli che criticano con più facilità un comportamento inopportuno, sopra le righe, quando è ritenuto un dovere vincolante di un rappresentante delle istituzioni come è un presidente degli Stati Uniti, o una carica dello Stato. Mentre su temi più generali, più “leggeri”, i moderati repubblicani e quelli democratici si equivalgono.

D’altra parte, i repubblicani moderati sono quelli che, pur non controllando il Partito (il GOP infatti viene gestito soprattutto dai conservatori più radicali), si schierano generalmente a favore del dissenso nei confronti di un Presidente, molto semplicemente perché a loro volta, sono lontani dalla visione più tradizionalista del Partito di riferimento.

Ne discende che queste scelte dipendono da chi detiene il potere nel partito, ergo: il controllo di entrambi i partiti USA è riservato allo schieramento moderato.

Che in questo momento sta vivendo un periodo di forte crisi di identità politica, effetto della crisi del concetto di “politically correct”.

La divisione dei Repubblicani, però, non si è fermata ai soli membri del Congresso ed è arrivata a coinvolgere anche gli elettori. Un recente sondaggio condotto da Politico, infatti, mostra che il 59% degli elettori repubblicani vorrebbe che Trump “avesse un ruolo prominente” nel futuro del partito, mentre il 54% sarebbe disposto ad “appoggiarlo alle prossime primarie presidenziali”.

Nonostante la deludente sconfitta delle ultime presidenziali, dunque, Donald Trump continua a tenere fra le mani il destino del Partito Repubblicano, che fatica a trovare nuovi leader capaci di guidare questa fase di transizione.

Trump punta a guidare il GOP alla riscossa fino alle elezioni di medio termine. Ci riuscirà? Stando a un sondaggio (della Quinnipiac University), tre repubblicani su quattro vogliono che giochi un ruolo di primo piano nel partito.

Tra questi c’è il senatore Lindsey Graham: “Se seguiamo il presidente Trump, vinciamo nel 2022, se ci dividiamo, perderemo di sicuro”, ha dichiarato.

Il tycoon ha quindi posto condizioni zero: o il candidato alle elezioni del 2024 è lui o lo sceglierà lui. È la dura legge del consenso, e ancora una volta la prova della piazza (materiale e virtuale) premia Trump. Lo ha ricordato lui stesso quando, parlando di sé in terza persona, ha snocciolato i 75 milioni di voti “conquistati dall’incumbent”.

Il suo intento è congelare la partita in favore della propria nomination, coltivando fino in fondo la sua vendetta contro i repubblicani che non gli sono rimasti fedeli; gli effetti nei sondaggi già si sentono, basta guardare alle quotazioni del governatore della Florida Ron De Santis – una delle poche figure politiche in ascesa – comparandole a quelle di Marco Rubio, in rapida discesa.

Poi ha dettato la linea al Grand Old Party: “La missione del nostro movimento e del partito repubblicano è creare un futuro con buoni posti di lavoro, famiglie forti, comunità sicure, una cultura vibrante e una grande nazione per tutti“, ricordando che il GOP è un partito fondato sull'”amore per l’Amerika”, che difende la bandiera ed è contro la “cancel culture”.

Il GOP di The Donald “Orange” Trump sarà decisamente un partito spostato definitivamente e fortemente a destra. Un GOP, a cui imporrà la sua linea aiutato dalla forza del proprio elettorato e degli appoggi interni al partito ancora entrambi molto forti.

La crisi di identità politica del GOP

Il partito repubblicano è a un bivio ma la battaglia per le elezioni di medio termine è già iniziata.

Nella sua prima uscita pubblica da ex presidente, Trump ha accantonato l’idea di lanciare un nuovo progetto politico, (indiscrezioni alludevano ad un MAGA 2.0) rinforzando la propria presa sul Partito Repubblicano e, confidando in un brand più che affidabile, aprendo alla possibilità di candidarsi per un altro mandato nel 2024.

Dopo la sconfitta alle ultime presidenziali, infatti, il GOP si trova alle prese con un’aspra divisione interna fra i sostenitori del tycoon e l’ala più moderata del partito, che al momento si trova in netta minoranza.

Ma secondo gli elettori repubblicani, pur convenendo nel gran rilievo di persone come Marjorie Taylor Greene, il GOP e il centro dell’universo repubblicano sono una persona sola: Donald Trump.

L’avviso a Biden è che le speranze di dividere i repubblicani sono in realtà minime, l’avvertimento agli avversari interni è che la loro rielezione passa per il detto e non detto di The Donald. Quando fa l’elenco dei nemici del GOP, scandisce i nomi con precisione chirurgica, li accusa di tradimento, di intelligenza con il nemico democratico: “bisogna liberarsene”.

Sei con me e sei eletto, sei contro di me e vai a casa: “Il mio endorsement è un potente strumento politico”.

Il suo più grande avversario tra i democratici, il governatore di New York Andrew Cuomo, è in difficoltà, rimasto impigliato nelle accuse di sessismo al punto da fare una dichiarazione di scuse proprio durante lo show di Trump. Il sindaco di New York Bill De Blasio è contestato dai circoli Dem della Grande Mela per la gestione dei lockdown, e “Chuck” Schumer, senatore dello stesso Stato, ha una leadership traballante.

Resta invece salda la navigatissima Nancy Pelosi, ma il gruppo progressista è a dir poco effervescente e ha chiesto alla Casa Bianca spiegazioni sul bombardamento del Pentagono in Siria. L’amministrazione Biden può vantare una campagna di vaccinazione galoppante, ma anche qui Trump ha sfoderato le frecce per il suo arco: “Ho investito miliardi nei vaccini, con quello di Johnson & Johnson ne abbiamo tre e la produzione è merito mio“. Biden “sta solo attuando il mio piano“.

Segnali dal futuro? Intanto l’emersione ormai chiara dell’italo americano Ron De Santis, come nuova star dei repubblicani.

Il governatore della Florida ha tenuto botta durante l’emergenza Covid-19, con il lockdown duro non ha chiuso le attività economiche, ha applicato una ricetta fatta di conservatorismo e pragmatismo, e oggi appare il numero due dopo Trump, nel GOP. Tutto questo a molti fa pensare a un ticket Trump-De Santis per il 2024, e forse dopo la performance di Trump alla Convention di Orlando non è un’ipotesi troppo lontana dalla realtà.

Entrambi vengono dal Sunshine State, sono aperturisti, contro l’establishment washingtoniano del partito, amati dalla base che ha in Rush Limbaugh (il conduttore radiofonico scomparso qualche settimana fa) un suo riferimento culturale.

Altri bagliori dal domani? La manovra chiara di Trump per assicurarsi il controllo totale del GOP rimane l’unica certezza: “Non farò un nuovo partito, è una fake news. C’è il GOP, sarà unito e più forte che mai“.

Il solco è tracciato. La sintesi: elezioni di midterm nel 2022 e poi, nel caso di un ribaltone alla Camera e al Senato, la strambata di nuovo verso la Casa Bianca tra quattro anni. Le primarie? Per ora sono una formalità. In fondo, il nuovo inizio dei repubblicani ha un titolo, la frase con cui Trump ha aperto il suo primo discorso da ex presidente: “Vi sono mancato?”.

QAnon e le milizie della destra estrema

La marcata presenza di Trump nella realtà politica d’America è sicuramente un fatto.

Il riconoscimento di Trump come alfiere e paladino dei valori della tradizione amerikana, e più specificamente di tutto il ciarpame razzista che ruota intorno ai gruppi wasp (anglosassoni bianchi e protestanti), da parte di una consistente fascia di popolazione fortemente legata a questi principi, è un altro fatto.

E l’assalto alla sede del Congresso USA di Capitol Hill il 6 gennaio scorso ne è la prova tangibile.

A tre mesi da quell’assalto le inchieste continuano, e non accennano a diminuire episodi che allarmano fortemente le forze federali e di l’intelligence interna.

E se l’FBI e la Homeland si muovono vuol dire che qualcosa bolle in pentola; si moltiplicano infatti i report nazionali che dimostrano il tentativo di riorganizzazione di gruppi estremisti e di milizie armate di destra.

Le forze di intelligence hanno addirittura cancellato la seduta del Congresso del 4 marzo scorso perché erano trapelate notizie di un probabile nuovo tentativo di assalto alla sede di Washington da parte, nel caso specifico, di un gruppo collegato ai complottisti di QAnon.

La cosa ha scatenato l’ira di diversi senatori di entrambi gli schieramenti, i quali hanno dichiarato di non volersi piegare davanti a quello che ritengono essere un ricatto bell’e buono: “Il Congresso non può permettersi di farsi bullizzare da quattro esaltati”.

Le inchieste continuano e attraverso le riprese video sono stati identificati molti degli assalitori. Si sta invece ancora cercando il presunto uomo che è stato ripreso da una telecamera mentre depositava una borsa con dell’esplosivo davanti alle sedi dei due partiti (Dem e Rep); come si dice, per non far torto a nessuno.

Il tenore degli interventi nei social di riferimento della estrema destra miliziana, monitorati di continuo, e che l’ex presidente continua a blandire, è tutt’altro che pacifico; nei giorni scorsi l’Intelligence interna ha dichiarato uno stato d’emergenza ad alto rischio per violenze a livello nazionale per tutto il 2021, dichiarando ufficialmente che il tono “very aspirational” (molto ambizioso, con aspirazioni ed obiettivi auspicabili) che filtra dagli ambienti eversivi e dai propri organi di riferimento e che attraversa il paese, non promette “nulla di buono”.

È stato approvato dal Congresso l’aumento del contingente della Guardia Nazionale e posticipata la data di fine ingaggio di altri 60 giorni.

Altre sei persone membri degli Oath Keepers sono state incriminate per l’assalto al Congresso, fra cui Kelly Meggs, autonominatosi leader della sezione della Florida e sua moglie. Sembra stessero collaborando con altri “patrioti” arrestati in differenti parti del paese, segno che la rete è abbastanza ramificata un po’ ovunque.

Il leader dei Proud Boys, esule cubano anticastrista ed ex (?) informatore dell’FBI, fa sapere attraverso Telegram che “l’organizzazione, anche se percorsa da qualche piccola incrinatura interna, non ha nessuna intenzione di spaccarsi e sarà sempre al fianco del partito dei Patrioti, che non potrà avere un’altra guida se non quella di Donald Trump”.

Tuttavia non è solo per ragioni di orgoglio o per personalismi egotici che The Donald non abbandonerà la base più estremistica rappresentata da questi gruppi, vicini al suprematismo bianco e dalle milizie armate; si avvarrà della loro cooperazione, sì, per ragioni di comodo, quanto per evidenti aiuti di tipo strettamente “militare” ritenendo il loro appoggio utile, in un futuro non ben definibile nel tempo.

Molto probabilmente cercherà di trovare un punto di equilibrio, altalenando, secondo convenienza, aperto sostegno ed affrancamento non completamente sincero. In perfetto stile “Principe” del Machiavelli.

Esauriti, per dovere di cronaca, gli aggiornamenti sulle novità dal fronte della destra estrema, è sicuramente indispensabile focalizzare l’attenzione sui passi dell’ex presidente, per cementare la sua leadership all’interno del GOP.

Il potere del denaro è immenso ed è alla base della crescita del Capitale.

Secondo indiscrezioni del Washington Post di alcuni giorni addietro, il tycoon ha dato alla luce una nuova creatura, la “Save America PAC”, un’entità interamente controllata dallo stesso Trump, una sorta di piattaforma per incassare denaro e farlo poi pervenire nel proprio progetto politico. Molti contributi erano già confluiti nel GOP attraverso il comitato per la campagna di rielezione, ma è soltanto dopo l’istituzione della “Save America” che l’ex presidente ha potuto entrare in possesso di una cifra notevole di denaro da aggiungere al resto: 31.5 milioni dollari. Una discreta cifretta.

Il passo subito successivo, che ha palesato nelle dichiarazioni della CPAC, sarà quello di “fidelizzazione” dei suoi alleati più conservatori, compito facile apparentemente, ma anche di quelli che lui ritiene essere gli “infedeli”. Si profila un’epurazione o un’indispensabile flessione alla sua linea. Viene in mente la “notte dei lunghi coltelli” del 30 giugno 1934 nella cittadina bavarese di Bad Wiessee in Germania. Dopotutto le sue origini familiari sono di ceppo germanico.

Ma quello era un altro secolo.

Di sicuro il tycoon vuole difendere il GOP, la “tradizione della famiglia” va mantenuta, e sarebbe troppo dispersivo e quindi pericoloso fondare un nuovo partito. Parole sue.

Anche se la Storia, in fondo, ci ha insegnato che le “giacche blu” parlano sempre con lingua biforcuta.

Note:

* Il Pew Research Center è un think tank statunitense con sede a Washington che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici relativi agli Stati Uniti ed al mondo in generale. Conduce sondaggi tra l’opinione pubblica, ricerche demografiche, analisi sul contenuto dei media, e altre ricerche nel campo delle scienze sociali empiriche. Non prende esplicitamente posizioni politiche.

Fonte

08/02/2021

USA: fra indagini federali, impeachment, pandemia

Gli obiettivi dei primi cento giorni di un’amministrazione che arranca in salita

Di solito il conseguimento degli obiettivi che un nuovo governo promette di raggiungere nei primi cento giorni della sua amministrazione generano nell’elettorato un consenso tale che, se ben gestito, può far camminare un nuovo esecutivo su gambe ben più solide. Questa è una regola che vale un po’ per tutti, e dalla quale non si può smarcare neanche la nuova presidenza d’oltreoceano di Joe Biden.

Fra distribuzione alla popolazione di sussidi di mera facciata, vaccinazioni di massa in stadi requisiti, e dichiarazioni di “voler tornare ad essere il difensore dei diritti civili ed umani ovunque ce ne sia bisogno” la nuova amministrazione a guida democratica tenta di ricucire la frattura che negli ultimi anni nel paese si è andata via via incrementando fino a raggiungere livelli di guardia pericolosissimi.

Indagini a tappeto sui responsabili dell’assalto alla sede del Congresso, adescamenti più o meno palesi alla minoranza repubblicana non Trumpiana, nel tentativo di gestire l’implosione del GOP a proprio favore, rendono il cammino di Sleepy Biden arduo ed in salita, alla vigilia del voto per l’impeachment a Donald Trump che inizierà la prossima settimana al Senato statunitense.

Nel frattempo la Camera degli Stati Uniti ha rimosso dai suoi incarichi nelle commissioni Marjorie Taylor Greene, deputata repubblicana sostenitrice di QAnon, che ha dichiarato di essere stata “felicemente liberata” da lacci e lacciuoli che non le avrebbero permesso di portare a termine il suo progetto: spingere il GOP ancora più a destra.

Joe Biden non ha davanti a sé un sentiero in salita da dover percorrere in cento giorni, ma qualcosa che somiglia di più ad una via di arrampicata grado VIII da scalare.

Per chi non si intende della disciplina secondo la scala UIAA (la scala di difficoltà adottata dalla Union Internationale des Associations d’Alpinisme), per salire vie di questo grado è necessario un allenamento e una pratica costante.

E Joe Biden ha quasi 80 anni.

Lord, don’t move the mountain
Give me the strength to climb
Lord, don’t move my stumbling blocks
But lead me all around
(Signore, non spostare la montagna
Dammi la forza per scalarla
Signore, non spostare i miei ostacoli
Ma aiutami ad aggirarli)

Mahalia Jackson, Don’t move the mountain

Le indagini federali

Sono 26 le persone accusate di cospirazione ed attacco ad una sede del governo; e fra loro ben 21 sono riconducibili a milizie armate ed organizzate di estrema destra di cui abbiamo già parlato in altre occasioni. Fra gli altri i tristemente noti Proud Boys, il cui leader, Enrique Tarrio, è un esule cubano anticastrista, e gli Oath Keepers, gruppo riconducibile al suprematismo bianco più estremo.

Non mancano neanche i seguaci della teoria del “complotto pedofilo/democratico” di QAnon, il cui presunto leader, Frank Angeli – lo sciamano con le corna che abbiamo visto in tutte le dirette tv – sta attuando da giorni uno sciopero della fame che gli ha fatto perdere 25 chili.

Molto probabilmente è l’astinenza da cibo che lo spinge a dichiarare addirittura che l’ex presidente Trump sarebbe un traditore e che il gruppo si affrancherà dal movimento a cui The Donald starebbe dando vita, il presunto Patriot Party.

Peccato che (poco dopo queste dichiarazioni di Angeli) sia trapelata la notizia delle misure prese dal nuovo governo Biden contro la deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene: la Camera dei Deputati statunitense infatti ha chiesto ed ottenuto la rimozione della strenua sostenitrice del gruppo complottista dai suoi incarichi nelle commissioni parlamentari Bilancio ed Istruzione, di cui faceva parte.

La deputata repubblicana ha poi dichiarato ai giornalisti in conferenza stampa, in netto contrasto con le affermazioni di Angeli, che si è “sentita felicemente liberata da una serie di scomodi vincoli” al punto che ”ora potrà concentrarsi ed andare avanti” nel suo “progetto di spingere il GOP ancora più a destra... sarò libera di intensificare i miei contatti e di incontrare di nuovo alcuni personaggi di rilievo in diversi stati dell’Unione … di intessere nuove relazioni con altri gruppi che potranno seguirci in questo nostro obiettivo, in un’ottica patriottica e per dare un nuovo volto al paese...”

Appare quindi molto chiaro come stia legando una parte del partito repubblicano, quella maggioritaria e trumpiana, alla setta complottista di QAnon, e si può ben pensare che questa operazione potrà anche rappresentare al meglio l’opera di “riqualificazione” del gruppo complottista.

Fra un pagliaccio in costume ed un esponente politico, anche se repubblicano, non sembra difficile scegliere a chi riconoscere più attendibilità.

Un’altra ipotesi sul tavolo vedrebbe la possibilità di un’implosione del GOP, se lo slittamento di gruppi di repubblicani moderati negli schieramenti dem, lasciasse campo libero alla destra estrema. La coesistenza dei due schieramenti sembra un’ipotesi da fantapolitica.

Infine Trump potrebbe formare un altro partito con tutte le frange più estremistiche.

Torniamo però all’elenco degli arrestati o indagati a vario titolo.

Le persone accusate di danneggiamento, violazione della legge sul possesso di armi, minacce e reati vari contro la proprietà, ma non di cospirazione, sono 43, fra cui lo stesso Angeli; mentre sono 107 quelle che si vedranno recapitare a casa un avviso di reato per violazione del perimetro di una proprietà federale ed interruzione dei lavori del Congresso.

Questo il computo nudo e crudo delle indagini federali che si stanno svolgendo e che riguardano l’attacco a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio. La facciata è salva; le indagini procedono, altrimenti non poteva essere, ma qualcosa manca all’appello: sembrano scomparse le indagini sugli esponenti politici repubblicani che avrebbero consentito, nei giorni precedenti l’assalto, un sopralluogo ad alcuni dei leader che hanno poi guidato l’assalto, così da poter far muovere i manifestanti più agevolmente e soprattutto con più pericolosità.

Fonti attendibili citano lo stesso personaggio politico, rimosso nei giorni scorsi, di cui scrivevamo poco sopra.

Anche l’inchiesta sulle bombe piazzate nei pressi delle sedi dei partiti repubblicano e democratico, con tanto di fotografia ed identificazione, sembra sparita nel nulla.

Ogni mondo è paese, per citare una massima molto utilizzata, quindi si distrae il popolo, come succedeva anche nella Roma Imperiale, dove in momenti cruciali si aprivano i giochi ludici e si dimenticavano i problemi del paese reale. È infatti di questi giorni la firma di un provvedimento che dà il via ad un piano da 1900 miliardi di dollari, fortemente voluto dalla nuova amministrazione, al cui interno, insieme all’introduzione del salario minimo a 15 dollari l’ora, ci sono altri aiuti diretti alle famiglie per 1400 dollari a nucleo (non ne sono però ancora noti i parametri).

Ma c’è anche un’espansione dell’indennità di disoccupazione supplementare a 400 dollari la settimana fino a settembre; nello stesso provvedimento ci sono inoltre 350 miliardi di dollari per gli stati americani e i governi locali, e 50 miliardi per rafforzare i test sul Covid, anche nelle scuole.

La distrazione di massa è bella e servita.

Le inchieste di cui parlavamo sopra continuano, ma le responsabilità individuate si fermano al primo livello, alla manovalanza di strada.

Nel deep web, dove i patriots ora si scambiano opinioni ed appuntamenti, si scrive sempre più di “riorganizzazione” e “maggior coordinamento” dei gruppi armati filo trumpiani che, dopo una più seria selezione dei propri seguaci, sembra si stiano fondendo in un unico movimento.

Le “informazioni per tutti”, le “chiamate alle armi” autorizzate, vengono veicolate attraverso i social di cui abbiamo già parlato in altri interventi; quelli pubblici, che ancora li accolgono, e non sono pochi.

Fonti ufficiali sono entrate in possesso di un documento in cui l’FBI, la polizia federale, ed ufficiali della Homeland Security (i servizi di intelligence interni) stanno monitorando una serie di gruppi armati e non, collegati più o meno strettamente al suprematismo bianco.

Nel documento si legge che “La minaccia più pericolosa per la sicurezza interna del paese viene proprio da questi gruppi che, tendenzialmente stanno elevando il livello di organizzazione e scontro, anche politico, nella qualità delle tesi, delle argomentazioni e del proselitismo... Stiamo tracciando gli Oath Keepers, i Proud Boys, ma anche altri, per così dire più seri, più credibili”.

Gruppi che aggregherebbero di più, che non lavorano solo sulla “pancia” della popolazione.

Dopotutto all’assalto a Capitol Hill, moltissimi erano i veterani, o gli ex ufficiali delle forze dell’ordine, ma il popolo “vero”, i cosiddetti “ultimi”, non erano così ben rappresentati.

È evidente che il legame con la classe politica di riferimento si sta facendo via via più stretto, ed il livello si sta alzando in modo preoccupante. Questa è gente che non può essere trattata solo con il manganello o gli idranti, le alte sfere lo sanno; i governi ci devono fare i conti in altro modo, ovunque, purtroppo mettendoci la faccia e rischiando la propria “democratica rispettabilità”.

La frattura si sta facendo troppo profonda, in USA come altrove. Ma gli intenti che questi gruppi perseguono non è l’uguaglianza, la giustizia, la solidarietà, bensì una restaurazione di classe ben peggiore di quella che si sta vivendo. E Donald Trump è stato il catalizzatore e l’acceleratore di questo processo.

L’imperativo della nuova-vecchia amministrazione è dunque “vigilare”.

Venerdì puntuale è arrivata infatti una dichiarazione di Biden con cui, in un’intervista alla Cbs, ha annunciato che “Donald Trump non riceverà più i briefings dell’intelligence”, come di solito avviene con gli ex presidenti. L’intervista andrà in onda integralmente domenica in occasione del Super Bowl.

Questo provvedimento non ha precedenti nella storia degli USA, e Biden lo ha giustificato affermando che “Tutto questo è a causa del suo comportamento inaffidabile collegato alla rivolta del 6 gennaio scorso contro il Campidoglio”.

Impeachment

I manager della Camera che rappresentano l’accusa nel processo di impeachment a Donald Trump e che inizierà la prossima settimana al Senato statunitense, hanno chiesto formalmente all’ex presidente di testimoniare sotto giuramento.

Jamie Raskin, il capo dei 10 deputati che svolgono le funzioni di procuratore, ha inviato una lettera ai legali del tycoon, dopo che questi hanno depositato una memoria in cui negano quei “fatti incontrovertibili” a sostegno del ruolo svolto dall’ex presidente per istigare l’insurrezione del 6 gennaio, come affermato nell’articolo di impeachment.

Leggiamo nella lettera di Raskin, che si rivolge direttamente a Trump: “Due giorni fa ha depositato una memoria in cui nega molte delle fondate accuse presentate nell’articolo di impeachment. Ha così cercato di mettere in dubbio fatti cruciali nonostante le chiare e schiaccianti prove del suo crimine costituzionale” e conclude “Alla luce della sua contestazione di queste accuse le scrivo per invitarla a fornire una testimonianza, sotto giuramento, prima o durante il processo di impeachment, riguardo al suo comportamento il 6 gennaio scorso”.

La risposta degli avvocati non si è fatta attendere ed il team legale di Donald Trump ha fatto sapere che l’ex presidente americano non testimonierà al processo di impeachment, nonostante la richiesta ufficiale.

Joe Biden afferma che il processo al Senato, per il secondo impeachment di Donald Trump, “si deve fare”, anche se è ben conscio che questo potrebbe rischiare di bloccare o ritardare la conferma dei membri della sua amministrazione e le urgenti iniziative legislative che lui stesso ha già messo in moto.

Ma “se non si facesse, si avrebbe un effetto peggiore”, ha detto il presidente parlando con la Cnn qualche giorno fa, dopo che la Camera ha trasferito al Senato il testo della richiesta di impeachment per “istigazione all’insurrezione” del 6 gennaio scorso.

Il dibattito inizierà lunedì 8 febbraio e lo seguiremo con attenzione; soprattutto il voto, che non è di certo scontato, visto l’esiguo scarto che i democratici hanno rispetto ai repubblicani in Senato. Si può sperare su qualche transfugo dal GOP, ma di sicuro nulla è prevedibile.

Il giro del mondo in cento giorni

Nel frattempo la coppia Biden/Harris continua a premere il piede sull’acceleratore per mettere a segno gli obiettivi dei fatidici cento giorni: lotta alla pandemia, riforme strutturali ma più a lungo termine, politica estera di “aiuto al pianeta” e multilateralismo.

Il presidente ha cominciato a requisire gli stadi per farne centri di vaccinazione gestiti dai militari; i ritmi sono da catena di montaggio, ma ha ben compreso che senza le vaccinazioni ed il raggiungimento per questa via della cosiddetta “immunità di gregge”, non si potrà neanche tornare a parlare di ripresa economica.

Durante le conferenze stampa dei giorni scorsi hanno colpito le dichiarazioni di Sleepy Joe in cui ricordava al mondo intero che gli USA si riprenderanno il ruolo di “Difensori dei diritti civili ed umani in ogni parte del pianeta”. Questo tanto per ricordare che il movimento di Navalnjy va appoggiato e Putin deve scendere a più miti consigli, che la Cina dovrà mettersi in discussione ad Hong Kong e che in Myanmar e Taiwan le cose devono tornare “sotto controllo”.

In Africa si dovrà “fare chiarezza sulla questione del Sahel”, mentre in Medio Oriente “altri Stati coinvolti dovranno dare un maggior apporto”. Un chiaro rifermento alla Francia e all’Unione Europea.

La nuova amministrazione firma però anche un provvedimento “buonista”, ma ipocrita, che blocca la vendita di armi all’Arabia Saudita, chiedendo il cessate il fuoco immediato nello Yemen martoriato dalla guerra da sei anni ormai.

Insomma, provano a mantenere il ruolo di “sceriffo del mondo”.

Quello che però inquieta sono le attenzioni che ha rivolto ai suoi alleati di sempre, a cominciare dalla Francia ed al resto dei paesi Nato in Europa, di cui è parte fortemente integrante anche l’Italia, per tutte le ragioni storiche che ben si conoscono.

L’ Italia e la UE non potranno rifiutarsi di “Collaborare in un’ottica di multilateralismo” con l’ alfiere dei diritti e delle libertà mondiali.

Biden ha inoltre chiesto ufficialmente all’Organizzazione Atlantica di “Trovare un modo per ridurre le truppe in Europa, soprattutto in Germania.”

L’aiuto di cui parla potrebbe indebolire l’Unione Europea in un’ottica di conflitto interimperialistico.

Ma questo è un altro discorso. Lasciamo decantare.

Fonte

14/11/2020

USA - Million m.a.g.a. march. Trump prova la spallata in piazza

Donald Trump non demorde. Le ultime notizie confermano che continuerà la sua personale battaglia legale per dimostrare che è stato vittima di frode elettorale.

Nel frattempo i movimenti nazional/suprematisti decidono di scendere nelle strade per dimostrare la vicinanza al loro “vate”, organizzando alcune manifestazioni nella capitale americana.

Questo doppio binario su cui sembra viaggiare la strategia di Trump mantiene il paese diviso in due e conferma che, benché la possibilità di liberarsi del presidente uscente non sia impossibile, ben più arduo compito sarà affrancarsi dalla sua eredità: quel “Trumpismo” che da sempre scorreva nelle vene di un popolo ma che con lui ha assunto legittimità politica.

Signore e signori, “The Great Hack” alla Casa Bianca.

Sapendo di poter contare come sempre sul secolare aiuto divino, l’America profonda si sentirà legittimata a dare battaglia?

Oh my name it ain’t nothin’
My age it means less
The country I come from
Is called the Midwest
I was taught and brought up there
The laws to abide
And that land that I live in
Has God on its side

Oh, the history books tell it
They tell it so well
The cavalries charged
The Indians fell
The cavalries charged
The Indians died
Oh, the country was young
With God on its side

The Spanish-American
War had its day
And the Civil War, too
Was soon laid away
And the names of the heroes
I was made to memorize
With guns in their hands
And God on their side…

(Bob Dylan, “With God On Our Side”)

Per una lettura post-elettorale

L’attuale fase post elettorale statunitense ricorda il titolo di un famoso film degli anni ’70 che molti forse ricordano: “Tutti gli uomini del Presidente”. Quel Presidente all’epoca era il guerrafondaio Richard Nixon, ed il film racconta la storia dello scandalo Watergate che portò alle sue dimissioni.

Qui invece abbiamo un presunto leader politico che non è neanche l’ombra di colui che è comunque stato un nemico, per la nostra generazione. Ma che, pervicacemente, continua la sua opinabile battaglia legale, portandosi dietro un discreto esercito di sostenitori.

Avrà i suoi buoni motivi (e soprattutto gli interessi), ma bara e sta giocando addirittura su due tavoli.

Lo stato dell’arte?

Il team di legali diretto dal fedele amico, Rudy Giuliani, continua alacremente a lavorare: ha impostato un nuovo ricorso in Michigan, mentre in Georgia il segretario di Stato, il repubblicano Brad Raffensperger, ha ordinato il riconteggio a mano di tutte le schede. Sono proprio questi gli Stati che, secondo Trump, gli potrebbero tornare utili per continuare il suo mandato alla Casa Bianca. Sempre che lo voglia, che gli convenga, al momento attuale.

Se a questo aggiungiamo che, a conti fatti, la vittoria del centrista democratico Biden, resterebbe immutata perché continua ad intestardirsi? Nelle prossime settimane comunque, a conteggio finito, il mondo saprà.

Nel mirino inoltre c’è anche la Pennsylvania, per cui si profila un intervento della Corte Suprema, ormai a forte maggioranza repubblicana dopo la nomina forzata dell’ultra conservatrice cattolica, Amy Barrett, imposta proprio da Trump stesso.

Il Ministro della Giustizia William Barr, altro suo sodale, ha già annunciato che avvierà una vera e propria indagine su “accuse rilevanti” di frode elettorale. Per protesta Richard Pilger, il principale procuratore del Dipartimento di Giustizia per i crimini elettorali, si è immediatamente dimesso.

Anche Mike Pompeo, Segretario di Stato uscente ed ex direttore della CIA, è riuscito a dichiarare, pur di appoggiare il proprio anfitrione, che “questa è una transizione dolce verso un secondo mandato Trump” ed ha chiesto a gran voce “il riconteggio di ciascun voto sospeso”.

Trump, quindi, mostra di non voler mollare la propria carriera politica. Continua a blaterare di “vittoria decisiva” se le cause in Wisconsin o in Georgia gli daranno ragione.

Ma dietro queste “sicurezze” – specchietti per le allodole, forse – si nasconde un progetto ancora più ambizioso, a lungo termine, che avrà bisogno di momenti di confronto/scontro sociale anche molto duri.

Su questo toneremo fra qualche giorno dopo le manifestazioni del weekend.

Per ora ci si deve cullare nella stessa filastrocca che ripete da dieci giorni, il classico disco rotto, che dovrà fare i conti con un freddo nemico: il Tempo.

Riassumiamo quindi le scadenze cruciali prima del giuramento di Joe Biden, che avverrà alla Casa Bianca il prossimo 21 gennaio.

Il termine per il riconteggio in Georgia è fissato al 20 novembre e quindi prima di allora dalla Casa Bianca non dovrebbero venire fuori particolari annunci.

Altra data da segnare sul calendario è il 23 novembre, termine ultimo entro cui Michigan e Pennsylvania devono certificare i propri risultati elettorali in base alla legge dello Stato.

8 dicembre: entro questa data dovranno essere concluse le eventuali controversie, a partire da quelle sul voto per posta dalla campagna di Trump. Il termine vale anche per l’eventuale riconteggio dei voti nei singoli Stati, per le cause nei tribunali e per l’eventuale ricorso alla Corte Suprema.

5 gennaio 2021: data del ballottaggio per l’assegnazione del Senato che, con la vittoria di Dan Sullivan in Alaska, sembra rimarrà nelle mani dei Repubblicani.

Ma altre considerazioni vanno fatte.

In questa battaglia legale i sostenitori di Trump, anche nel campo dei media si vanno assottigliando sempre più; via via si stanno allontanando diverse testate giornalistiche e televisive. Anche l’amico Rupert Murdoch, proprietario di Fox News, lo sta abbandonando ed è di ieri una dichiarazione del Presidente uscente che anticipa il progetto fondativo di una TV personale.

Ma soprattutto fa riflettere il fatto che i voti di scarto fra i due contendenti non sono così pochi e dunque che il riconteggio NON cambierà l’esito delle elezioni. Pur non essendo un genio in matematica, Trump non può non saperlo.

Per questo si parlava di “specchietto per le allodole”: dietro la pervicacia nel perseguire la linea delle battaglie legali si nascondono in realtà interessi diversi, e si tace quella che è una battaglia tutta politica.

Dopotutto Trump ha avuto il 48% del voto degli Americani, circa 71 milioni di statunitensi oramai sfiduciati dalle istituzioni hanno votato per lui. E questo bacino Trump vuole e deve mantenerlo, possibilmente ingrossarlo.

Il suo progetto non è quello di cacciare Biden e di asserragliarsi alla Casa Bianca, ma guadagnare altro potere all’interno del GOP, pensando magari ad una personale area interna al Partito Repubblicano.

Trump sa che il popolo americano non ama i “complainers”, chi si piange addosso, quindi alla fine NON riconoscerà (to concede in inglese), ma accetterà l’avversario; sembrano sinonimi ma la sottile differenza sta nella formalizzazione del riconoscimento.

Un fatto è che comunque, ad un certo punto, smetterà di opporsi ciecamente, aprendo una ricerca di consensi necessaria a spianargli la strada verso qualcosa che già traspariva dalle parole di Mike Pompeo durante una recente conferenza stampa: “Questa sarà una transizione dolce verso una ricandidatura del Presidente uscente alle politiche del 2024”.

Dopotutto la Costituzione degli Stati Uniti consente due mandati alla presidenza, che possono anche non essere consecutivi.

Per chiudere queste riflessioni post elettorali, una curiosità storica: quello fra Trump e Biden può diventare il più lungo contenzioso riguardante la transizione presidenziale dal 1876, anno in cui Rutherford B. Hayes e Samuel Tilden si contesero il risultato elettorale fino a due giorni prima dell’insediamento. A quell’epoca ci fu mediazione ed accordo finale.

Cosa produrrà invece questo contenzioso nel 2021?

The “Million M.A.G.A. March”

Durante la campagna elettorale Trump aveva indirizzato un segnale ad un gruppo di nazionalisti bianchi di estrema destra, i Proud Boys: ”Stand back, stand by”, aveva consigliato dal pulpito, avvertendoli di attendere gli eventi.

Ebbene sabato a Washington il “suo popolo” si è dato appuntamento per una manifestazione denominata “The Million M.A.G.A. March”.

Il raduno, paradossalmente, prende nome dalla marcia degli afroamericani per la giustizia sociale (la “Million Man March”) che si svolse il 16 ottobre del 1995 sempre a Washington, indetta da Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, ex discepolo di Malcolm X, cui parteciparono un milione di afroamericani. È considerata la più grande manifestazione afroamericana di tutti i tempi.

Al sostantivo “Man” i “trumpisti” hanno sostituito l’acronimo M.A.G.A. che cita lo slogan di Trump: Make America Great Again!

La manifestazione è stata organizzata per mezzogiorno, ora di Washington (le 18 in Italia), e dovrebbe sfilare da Freedom Plaza alla Corte Suprema, nei pressi della Casa Bianca.

Secondo gli organizzatori la manifestazione richiamerà centinaia di migliaia di persone.

Oltre al gruppo dei Proud Boys parteciperanno diversi cartelli e movimenti di estrema destra: caravans del movimento “Stop The Steal” (“Fermate la rapina” N.d.A.) dal Texas, i nazionalisti secondo cui Trump ha perso le elezioni a causa di una ramificata frode elettorale.

Sono attesi anche i complottisti di QAnon, anche se negli ultimi giorni si sono verificati una serie di fatti quantomeno singolari. Il canale televisivo e il sito internet di cui si serviva il gruppo hanno cambiato nome: si chiamava 8Chan, ora è 8Kun e Ron Watkins, amministratore del sito, ha annunciato le proprie dimissioni.

Durante la notte del 10 ottobre sono stati chiusi centinaia di migliaia di profili social dei seguaci del gruppo, apparentemente per propria volontà; risultano non più attivi anche i diversi canali Youtube appartenenti al gruppo. Scartata l’ipotesi che il gruppo si stia sciogliendo, ci deve essere una strategia in azione...

Hanno dato la loro adesione anche altri gruppi antigovernativi, come i vigilantes radicali “Oath Keepers”, i “Three Percenters”, seguaci del gruppo cospirazionista “Infowars”, attivisti della alt-right, gruppi neo-Nazisti, ed altri supporter del presidente uscente.

Fra le “personalità” di spicco è assicurato il supporto di Sean Hannity di Fox News, di Enrique Tarrio, leader e fondatore dei Proud Boys, del “Nazionalista Americano” (così si è autodefinito) ed agitatore sociale Nicholas Fuentes, di Jack Posobiec, colui che sviluppò la teoria cospirazionista “Pizzagate” legata alla sparatoria del 2016 nella pizzeria “Comet Ping Pong” che fece da corollario alle teorie di QAnon. E poi Scott Presler, un attivista pro-Trump che collabora con il gruppo anti-Musulmano “ACT for America”.

Ultimo ma forse non meno pericoloso perché si occupa di informazione e comunicazione, il teorico cospirazionista e fondatore di “Infowars”, appunto, Alex Jones.

Non c’è che dire, proprio un bel gruppetto di “bravi ragazzi”.

Al momento, da quello che traspare dalle pagine social e dai siti alt-right, sembra mancare un’organizzazione logistica sufficiente ad assicurare anche la sicurezza di una manifestazione del genere, da parte degli organizzatori.

Sono previste ovviamente anche contromanifestazioni delle organizzazioni antifasciste ed antirazziste, dal movimento BLM alle organizzazioni anarchiche, passando per Antifa, che si ritroveranno non molto lontano dall’altro raduno, alla stessa ora.

Per parte sua Muriel Bowser, sindaco democratico di Washington e del distretto di Columbia, in una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, ha dichiarato: “Continueremo a seguire tutte le attività di questi gruppi e saremo preparati ad ogni evenienza. Le nostre forze dell’ordine ed il Capo della Polizia avranno un comportamento in linea con quello tenuto durante le manifestazioni che si sono tenute la scorsa settimana, durante la tornata elettorale”.

Ricordiamo che quando i gruppi si sono affrontati, ne sono nati tafferugli con diversi feriti e molti arresti, ma si era in un momento differente. Dopo una settimana di dichiarazioni di frodi elettorali e di rapine di voti, gli animi del popolo “Trumpista” potrebbero essere più sensibili alla protesta violenta.

“Saremo lì per difendere le manifestazioni pacifiche tutelate dal Primo Emendamento"[1]. La Bowser ha però avvertito che “sarà assolutamente vietato, soprattutto a chi arriva da fuori città di portare armi con sé”, ricordando che il distretto di Columbia ha leggi più stringenti riguardo il possesso di armi, rispetto ad altre parti del paese.

“I possessori di un’arma, regolarmente registrata avranno il permesso di portarla con sé, l’importante è che non venga mostrata apertamente. Non sarà permesso portare caricatori che possano contenere più di dieci colpi”.

Certo che il concetto di “manifestazione pacifica” protetta dal Primo Emendamento stride un poco con le raccomandazioni del sindaco di Washington. Ma l’America è anche questo: ipocrisia e contraddizione.

A margine, infine, è importante ricordare che, fino al momento del riconoscimento ufficiale di Biden da parte del presidente uscente (il famoso momento del “concede”), tutti i processi di intelligence e/o di sicurezza nazionale sono rallentati, e addirittura potrebbero bloccarsi per effetto del “Presidential Transition Act” del 1963.

Biden, per ricevere il briefing quotidiano contenente le informazioni più sensibili dell’intelligence, dovrebbe essere autorizzato da Donald Trump.

Ricordate la serie di film demenziali “Una pallottola spuntata”? Se sì, non dovete far altro che usare la vostra immaginazione, e provare a trasferire il concetto alla giornata di sabato alle 12:00 ora di Washington, le 18:00 in Italia e... buona visione!

Trump sarà stato anche liquidato, scalzato dal proprio posto, ma il “Trumpismo” ancora fluttua per la nazione.

Nel frattempo “l’uomo dal ciuffo arancio” sparge diversivi, depista e sistema le sue tessere, i propri uomini, prima della fine della transizione, quasi a comporre un proprio puzzle il cui disegno si intuisce, ma che si disvelerà solo nel lungo termine.

L’America profonda, quella che ha covato rabbia per essere stata dimenticata fino all’arrivo di Trump, nel frattempo potrebbe voler passare all’incasso.

Note:

1) Il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce la terzietà della legge rispetto al culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa, ed il diritto di riunirsi pacificamente; infine riconosce il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti.

Fonte

18/10/2020

Una “morbosa” Internazionale/2. La religione come bazooka

L’FBI alcuni giorni fa pare abbia sventato un serio progetto per sequestrare la governatrice democratica del Michigan, Gretchen Whitmer (avversaria quindi dei repubblicani di D. Trump). “Prendiamo la fottuta governatrice. Prendiamo la puttana. Perché adesso lo facciamo amico. Siamo pronti”. Questo pare abbia detto Adam Fox, miliziano bianco a capo di un gruppo dal nome Wolverine Watchmen.

In una recente audizione del direttore del FBI – Christopher Wray – presso il Comitato per la sicurezza interna della Camera, questi ha ammesso che la più grave minaccia per gli Usa in questo momento è «l’estremismo razziale violento».

Queste milizie non sono altro che una versione off-line dei complottisti psicopatici come QAnon. L'acronimo QAnon ha invaso i social media convincendo i propri adepti – oltre ad una quantità di sprovveduti – che Joe Biden (candidato alla presidenza USA per il partito democratico) è il capo di un complotto mondiale di pedofili!

I social media li hanno recentemente oscurati poiché rappresentano una deriva e tendenza “complottista”.

QAnon e le sue argomentazioni complottiste (nelle quali si affaccia qua e là anche lo zampino del “diavolo”) ha caratteristiche e funzioni molto utili nel far compiere agli Stati Uniti un “salto indietro” nella storia. Un salto indietro alimentatosi anche grazie alle teorie di complotto (dall’omicidio di J.F.K alle “torri gemelle dell’11/9/2001) ben presenti nello scenario e nel dibattito politico statunitense.

Ma QAnon è una “setta complottista”. Chi è curioso può consultare questo link QAnon unica religione? – nel quale è sufficientemente spiegata la funzione di certe associazioni ritenute impropriamente “sette”.

È un cosa molto diversa dal “neopentacostalismo”, in quanto essa consiste nella tendenza “mistica” dedita soprattutto a pratiche complottiste e tese a “esorcizzare” pratiche e figure caratterizzate da “satanismo pedopornografico”; una pratica della quale sarebbero promotori e adepti la gran parte dei sostenitori antiTrump – soprattutto comunisti, socialisti e omosessuali – indicati e denunciati come nei “social” e diffusi nel mondo virtuale.

In Italia, e non solo, questi ambiti si accompagnano con settori della destra estrema e settori di fondamentalismo cattolico.

Sul problema dell’affermazione del 2° emendamento della Costituzione statunitense (quello che legittima il possesso delle armi) c’è da notare che – secondo stime piuttosto datate ma veritiere e passibili di crescita numerica – si parla di 60mila membri di gruppi ispirati da questa visione (276 milizie bianche) e sparsi in tutto il paese, particolarmente in Arizona, Michigan, Missouri, Ohio.

Alcuni di essi si chiamano Three Percenters, dal numero dei coloni che si dice, brandirono le armi contro l’Inghilterra; oppure Oath Keepers, tutti ex poliziotti che giurano di “difendere la costituzione contro tutti i nemici interni ed esterni”.

Notare bene che la dotazione di armi possedute da civili statunitensi, ha avuto una forte impennata con l’avvento del trumpismo passando da: 380mila nel 2003 a 633mila nel 2008 fino a 2,3 milioni di AR-15 (fucile mitragliatore d’assalto); è questa l’ultima stima del 2016, anno del decollo del trumpismo. Non ne sono più scesi!

Nel ventre della “bestia”!

In attesa dell’appuntamento elettorale negli Stati Uniti del 3 novembre prossimo credo sia molto utile dare uno sguardo al “ventre profondo della bestia” (from the deep belly of the beast!).

Balza agli occhi di osservatori meno sprovveduti la presenza di una deriva mistica e oscurantista di tipo medievale!

Una deriva non più di stampo cattolico-cristiano; piuttosto una strategia “neopentecostale” (evangelismo radicale); strategia che forse potrà anche somigliare ad una possibile risposta al fondamentalismo islamico, invocando una specie di “neocrociata del 3° millennio” per “liberare” popoli resi schiavi e vittime dal fondamentalismo islamico e dalla ricomparsa di un “comunismo totalitario”!

Contropiano è distante anni luce dalle tendenze o pratiche “complottiste” e cospirazioniste; tutt’altro. Questa prima e parziale inchiesta si poggia su uno scenario che può anche risultare debole, nascosto o camuffato da un recente e contraddittorio passato.

Una storia che ancora poggia sul riconoscimento internazionale degli Stati Uniti come la maggiore democrazia liberale presente nella storia moderna.

Una postmodernità che sta ora svelandosi – negli Usa e in altri luoghi – in tutta la sua contradditorietà esprimendo e diffondendo nel presente, con notevole “potenza” e forza massmediatica, una deriva mistica e religiosa.

Deriva alla quale hanno notevolmente beneficiato e contribuito, tra l’altro, l’elezione di candidati reazionari e conservatori alla presidenza di nazioni d’importanza strategica come, appunto, Donald Trump negli Usa e Jair Bolsonaro in Brasile.

Stranamente (?) queste due elezioni hanno avuto un notevole sostegno e supporto di sètte religiose; lobby capitaliste, speculative, finanziarie e affaristiche; chiese “evangeliche”; sette mistiche presenti e cresciute in questi Stati; clan “esoterici” (questi sì complottisti) come il neo acquisto massmediatico di QAnon.

Le Monde Diplomatique dedica a questo argomento un’inchiesta dal titolo “Internazionale reazionaria” sulla tendenza sia “evangelica” sia “complottista” di QAnon.

Coloro che vengono comunemente definiti “evangelisti”, in realtà negli Stati Uniti e oltre sono denominati “pentecostali” (la dottrina pentecostale nasce negli Stati Uniti fin dal lontano 1910) ovvero nati da un’interpretazione della religione cristiana – e dalle sue varie articolazioni eretiche e dottrinali – soprattutto sulla funzione dello Spirito Santo e della Pentecoste come momento: “d’inizio di una nuova vita attraverso una conversione personale passante per un secondo battesimo”.

Questa pratica religiosa ha ripreso vigore attraverso una seconda ondata negli anni ’60 assumendo la forma di “neopentecostalismo”!

Tale neo-teoria arriva al punto di affermare: 1) teologia della prosperità (con la fede si raggiunge il benessere economico); 2) la ricchezza è presentata come un segno di salute spirituale e non può essere condannata; 3) la povertà è descritta come punizione divina!

Queste sètte che si rivelano come vere e proprie società economiche richiedono e impongono ai loro adepti donazioni cospicue per “sanare ferite, favorire guarigioni e risolvere problemi personali”. È emblematico il fatto che di tanto in tanto questo mondo sia macchiato da clamorosi scandali finanziari e morali.

La questione dell’evangelismo (o meglio del pentecostalismo) sta sempre più espandendo i suoi confini e i suoi orizzonti religiosi, etici e morali al punto che condiziona pesantemente anche alcune scadenze elettorali o politiche come quelle ultime per l’elezione della Presidenza alla Repubblica in alcune nazioni (es. Trump negli USA e Bolsonaro in Brasile)

Espansione della dottrina evangelica

Queste nuove tendenze non solo interesseranno alcuni aspetti degli equilibri internazionali ma, piuttosto, si rendono molto utili e pratici per riequilibrare il ruolo del Vaticano e del suo Papa Bergoglio il quale sta elaborando una sua specifica teoria che definirei: “neofrancescanesimo”.

Queste operazioni di contrasto con la Chiesa Cattolica di Roma, non sono però recenti, né ascrivibili al solo mandato di Trump o circoscritte contro il pontificato di Papa Francesco. Sono iniziate nel momento in cui il Vaticano, una volta finita la Guerra Fredda, ha cominciato a criticare gli “eccessi” del liberismo, gli interventi militari degli Usa o le politiche indifferenti alle popolazioni povere sia all’interno degli Stati a capitalismo avanzato sia in Africa o nell’America Latina.

Si tratta di regioni e aree del mondo nelle quali è presente da lungo tempo un’eredità “cattolica” messa ora in crisi dalla preponderanza ideologica dell’evangelismo.

In rete esiste una gran quantità di informazioni e notizie (non fake news) le quali spiegano sufficientemente la pervasività e la crescita esponenziale di tale pratiche “neodottrinarie” (classiche o meno) fino ad arrivare alla nuova fase del pontificato di papa Bergoglio che potremmo definire “neofrancescanesimo”.

Dal Brasile al Messico passando per la Corea del Sud e la Nìgeria queste realtà sono in crescita.

L’evangelizzazione cristiana – una corrente del protestantesimo – raggiunge in questo periodo circa 660 milioni di fedeli crescendo in modo vertiginoso.

All’inizio del XX secolo, il 94 % della popolazione del Sud America era cattolica; solo l’1 % degli abitanti del continente affermava di essere protestante. Oggi i protestanti sono il 20 %, mentre la percentuale di fedeli al Vaticano è scesa al 69%.

In Messico, da oltre 40 anni, dinamiche ultraconservatrici stanno via via trasformando il mondo protestante, influenzandone l’approccio alle questioni sociali, economiche, diplomatiche.

In Brasile, nel 1970, il 92% degli abitanti si dichiarava cattolico; erano solo il 64% nel 2010.

Di queste “ defezioni ” hanno beneficiato le tante Chiese evangeliche, in particolare pentecostali, che proliferano in questo Paese.

Il candidato alla presidenza nel 2018, Jair Bolsonaro, ha beneficiato del voto del 70 % degli evangelici. I loro undici milioni di voti hanno fatto la differenza con Fernando Haddad, il candidato del Partito dei Lavoratori.

Nel 2016, anche più apertamente dei suoi predecessori repubblicani, Ronald Reagan e George W. Bush, Donald Trump ha corteggiato questo elettorato che ora considera essenziale per la sua rielezione a novembre.

È utile riprendere dal mensile Le Monde Diplomatique questa dichiarazione di Valdemar Figuerdo, professore brasiliano di scienze politiche e teologia: nel mirino degli evangelici ci sono il laicismo e il secolarismo ... l’obiettivo di molti leader evangelici è ... “tornare indietro contro lo Stato laico, l’autonomia della scienza, l’importanza delle università, il libero pensiero, la condizione delle donne, la questione di genere, i diritti delle minoranze. Si tratta di gruppi medievali nel senso deteriore del termine ... non abbiamo più a che fare con una discussione tra conservatori e progressisti in un contesto democratico. Dal momento in cui lo slogan del governo è “Dio sopra ogni cosa”, tutto viene rimesso in discussione.

Contropiano da tempo monitora questi fenomeni morbosi e continuerà a farlo soprattutto perché in questi chiaroscuri dell’interregno del passaggio da una fase storica all’altra, ci faremo i conti anche noi. Il sistema economico, politico, ideologico che ha fatto egemonia dal dopoguerra a qualche anno fa è dentro una crisi sistemica e di civiltà. Ma non accetterà di piegarsi ad alternative di sistema senza combattere con ogni mezzo.

Vedi: la prima puntata

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04/10/2020

Il cuore nero dell’Amerika


Il primo dibattito pre elettorale, tenutosi sotto i riflettori della ABC il 29 settembre, fra i due candidati alla futura tornata elettorale americana del prossimo 3 novembre, Donald Trump e Joe Biden, sembrava uscito da un talk show di approfondimento politico/culturale nostrano. Come dire: se gli USA scoprono la TV italiana.

Trump e Biden hanno continuato a sovrapporsi per tutto il tempo, interrompendosi a vicenda ed insultandosi fuori misura; sono volate anche offese personali che poco hanno a che vedere con la Politica; Biden è apparso impacciato, invecchiato, mai così tormentato dalla balbuzie ma ad un certo punto è stato abbastanza bravo a sottrarsi, rivolgendosi a favore delle telecamere. Resta comunque il fatto che non è riuscito, per buona parte dell’incontro, ad evitare di scendere sul terreno del presidente uscente, per dimostrare al proprio elettorato che riusciva a tenere testa al cowboy dal ciuffo arancione.

Il popolo americano, spesso accusato di essere “tagliato con l’accetta” non è comunque abituato ad uno spettacolo del genere e se, durante un confronto che rischia di degenerare in rissa da un momento all’altro, accade che qualcosa sfugga, o che non gli si dia il peso che si dovrebbe, ci può stare.

Una cosa è certa: se il “paese più potente del mondo”, secondo l’anacronistica definizione di alcuni, dovrà essere guidato da uno di questi due giovincelli ultrasettantenni, il pianeta, per nostra opinione, avrà qualche problema in più.

Naturalmente, se il Covid – che ha colpito, pare seriamente, Trump – non deciderà autonomamente di far cadere il piatto della bilancia in un altro modo...

I’m going to become somebody I don’t know how exactly, but I am I’ve have to, somehow

Diventerò qualcuno, non so esattamente in che modo, ma lo farò, devo farlo, in qualunque modo

(“Proud of Your Boy” di Adam Jacobs tratto dal film “Aladdin”)

Molti si chiederanno cosa c’entra la citazione di un brano della colonna sonora del lungometraggio tratto dall’omonimo e ben più noto film d’animazione “Aladdin”, prodotto nel 1992 dalla Disney, con l’ascesa della destra radicale americana nell’era Trump.

In quell’anno, ancora non ero stato chiamato ad assolvere il ruolo di genitore/educatore, ma un paio di anni dopo, con la nascita di mia figlia, Aladdin a casa nostra sarebbe diventato un must, qualcosa da cui non si poteva prescindere.

La digressione sembra un po’ fuori contesto ma è per introdurre con leggerezza una riflessione ben più seria: il nome dell’organizzazione nella galassia alt–right statunitense più ricorrente negli ultimi giorni scaturisce esattamente dal titolo di quella canzone: Proud boys.

Il gruppo però non è uscito per caso dalla lampada del ladruncolo targato Disney, bensì è montato alla ribalta mediatica circa una settimana fa quando si è riunito a Portland, Oregon, per manifestare “fedeltà agli Stati Uniti e al presidente” e “mettere fine al terrorismo domestico”.

Erano qualche migliaio, niente di clamoroso, ma armati pesantemente, in nome del controverso II emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che permette a qualsiasi cittadino abile e maggiorenne di possedere e portare un’arma.

“Orgogliosi di essere bianchi”

I Proud Boys sono nati nel 2016 grazie a Gavin McInnes, ora cinquantenne.

L’ex hipster inglese, frequentatore della scena punk rock negli anni ’90, cresce in Canada, quindi si trasferisce a Brooklyn; viene descritto come bevitore accanito, nerd pieno di rabbia, ma lui preferisce parlare di sé come un autentico “campione dei valori dell’Occidente”. Entrambe le definizioni possono coesistere, pare...

“Sono orgoglioso di essere bianco e penso che dovremmo chiudere i confini e fare in modo che tutti condividano la cultura occidentale, senza contaminazioni”.

Questo il McInnes “pensiero”.

Nel 1994 McInnes è co-fondatore della rivista hipster Vice, prima di lasciarla nel 2008 per darsi alla scrittura di libri dal contenuto poco riferibile. Ha un piacere adolescenziale nell’insultare donne, gay e transgender, e per il culto delle saghe stile Re Artù. Al punto che in uno dei suoi incontri pubblici, in un pub a New York, nell’Upper East Side, abbandonò tra le proteste la scena brandendo una spada medievale di plastica.

Questi aneddoti possono far sorridere: i Proud sono descritti come un club per soli uomini, uniti dalla voglia di birra e storie politicamente scorrette, amanti del mondo fantasy.

Sono ridicoli, possono pensare i più. “Non sono pericolosi”.

A ciascun fenomeno va invece data la rilevanza che merita, ed alcune volte sono i fatti, gli eventi reali che caratterizzano l’autorevolezza o meno di questo o quel gruppo.

E infatti, con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, il gruppo si è trasformato in milizia armata ai comizi repubblicani e i suoi miliziani in guardie del corpo di controversi blogger tipo Ann Coulter e Milo Yiannapoulos.

Superano ufficialmente le cinquemila unità, con una sezione in ogni Stato. Sono presenti con alcune “squadre” anche all’estero: Australia, Giappone, Canada, Europa, soprattutto Regno Unito e Germania.

Negli ultimi quattro anni hanno partecipato a scontri contro gli antifascisti anarchici, a Portland, Los Angeles e Berkeley, in California. Uno di loro ha organizzato la marcia neonazista di Charlottesville, Virginia, nel 2017, culminata con la morte di una giovane pacifista.

La prova-madre per il loro “rito di iniziazione” infatti è partecipare a scontri. A Portland si sono scontrati con le organizzazioni antifasciste, e con gli attivisti del movimento antirazzista Black Lives Matters nelle altre città presidiate da questi ultimi.

Il trattamento di favore ai “ragazzi orgogliosi di esserlo” riservato dalle forze di polizia, che ha identificato e minacciato solo gli antifascisti, è ovvio e quasi scontato.

Bannati da Twitter e Facebook, hanno trovato casa nella piattaforma di Telegram. Si autoproclamano contro l’establishment di Washington, ma tra i loro sostenitori c’è Roger Stone, consigliere e amico di Trump, condannato per frode e per aver mentito al Congresso; ma è stato poi graziato dallo stesso presidente.

Nell’universo Wasp si definiscono gli “sciovinisti d’Occidente”; sono misogini (alle donne non è permesso entrare nell’organizzazione), islamofobi, antisemiti, anti-immigrati.

Dal 2018, il leader del gruppo è Enrique Tarrio, cubano di Miami, e appartenente ad una famiglia che è dovuta fuggire dall’Avana all’indomani della presa del potere da parte di Fidel Castro.

Con il presidente Trump abbiamo detto c’è feeling: nel sito dell’organizzazione, la sua gigantografia domina la pagina del merchandising, dove si possono acquistare magliette e felpe con scritto “Fuck Antifa” (rigorosamente marca Fred Perry).

La gadgettistica prevede anche t–shirt stampate con l’immagine della Statua della Libertà che imbraccia l’Ak-47 (!?) altre ancora con un teschio come logo. All’ultimo corteo hanno indossato una maglietta dedicata a Kyle Rittenhouse, il ragazzo di 17 anni che ha ucciso due manifestanti a Kenosha, Wisconsin. C’era scritto: “Rittenhouse non ha fatto niente di male”.

Anche in questo caso, Trump non ha preso le distanze. I Proud Boys gli sono grati e si preparano in vista delle elezioni di novembre.

Alla fine di novembre 2018, è stato riferito, l’FBI aveva classificato i Proud Boys come un gruppo estremista con legami con il nazionalismo bianco. Due settimane dopo, un ufficiale dell’FBI che lavorava sotto copertura nella sezione locale della contea di Clark, ha negato che fosse loro intenzione classificare l’intero gruppo in questo modo e attribuì l’errore a un malinteso.

Durante il briefing, gli agenti dell’FBI hanno suggerito di utilizzare i siti Web per ulteriori informazioni, inclusa la risorsa SPLC (Southern Poverty Law Center). Il funzionario ha affermato che il loro intento era quello di caratterizzare la possibile minaccia da parte di alcuni membri del gruppo.

Teorie, parole, gli effetti veri si vedono con il tempo. E infatti...

Il riconoscimento

Il breve ritratto, deliberatamente tra il serio ed il ridicolo, dell’organizzazione che The Orange Man dice di non conoscere, può far pensare che il gruppo sia un’accozzaglia disorganizzata di poveri folli. Questo si vuole dare in pasto all’opinione pubblica.

Senza voler dargli un peso maggiore di quello che hanno, però, questa milizia armata è solo una delle 50.000 che esistono su territorio statunitense (dati sito SPLC).

Il presidente uscente, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti dal 1896, ha dichiarato che se non verrà rieletto non riconoscerà il proprio avversario, definito dal suo vice, il più “presentabile” Mike Pence, come “il cavallo di Troia della sinistra radicale americana”.

Continua a dichiarare ufficialmente che ci sarà una “frode elettorale” e che, onde evitare brogli, chiederà alle milizie di sovrintendere e controllare le operazioni di scrutinio. Inutile ritrattare il giorno dopo, dichiarando di non sapere neanche chi sono i Proud. Anche qui, il ciarpame “Italian Trend”, cui noi siamo purtroppo abituati da decenni, ha fatto scuola.

Nell’unico duello televisivo, incalzato dal moderatore Wallace, The Donald viene invitato a condannare i suprematisti bianchi esortandoli “to stand down”, letteralmente a “smobilitarsi, a lasciar perdere”.

Il presidente in carica a quel punto ha risposto con uno “stand back, stand by”: “fate un passo indietro e tenetevi pronti”. Che, senza allarmismi, è ben altra cosa da quello che aveva chiesto il moderatore e, soprattutto, da quello che gira nell’informazione mainstream anche di questo paese.

Ad un esame più attento si nota che le tre forme verbali non sono affatto sinonime: “ritirarsi” non è la stessa cosa che “fermarsi e stare pronti”. Come sa ogni militare...

Sottile differenza “sfuggita” invece ai più. In buona o cattiva fede, ognuno può giudicare.

Meno di un’ora dopo la fine del dibattito però, il presidente dei Proud Boys, twitta dalla Florida il suo grazie al presidente: “Standing by sir”. L’appello di Trump ha galvanizzato i suprematisti. Andrew Anglin ha scritto sul suo sito neonazi Daily Stormer: “Il presidente ha detto alla gente di stare in guardia, cioè: preparatevi alla guerra”. Due gruppi di Proud, subito dopo l’intervento di Trump al dibattito televisivo, hanno registrato l’adesione di centinaia di nuovi membri.

Queste milizie non sono un gruppo di complottisti, che hanno un seguito molto relativo e che sembra non essere destinato ad ingrossarsi. I seguaci dei QAnon poggiano le loro “tesi” su ragionamenti dietrologici e vagheggiano di sette segrete legate ad una presunta élite democratica di pedofili. Sembrano quasi uno specchietto per le allodole.

Le milizie armate negli USA sono invece una realtà tangibile, e come notavamo poco sopra, in costante aumento numerico.

Le formazioni armate non sembrano però essere appannaggio esclusivo della cosiddetta Alt-right. Gruppi di opposto colore politico si stanno organizzando nel paese.

Un ultima riflessione.

Sono sempre più frequenti e numerose le voci di autorevoli esponenti della cultura americana non mainstream che dichiarano da settimane che “si respira da un po’ di tempo un’aria troppo pesante. Da guerra civile”.

La sera del 3 novembre, e nei giorni successivi, il rischio di disordini sociali, di crisi istituzionale e di chissà cos’altro è molto alto.

Stand by, insomma, ma non per molto.

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08/09/2020

Terrapiattisti: solo quattro stupidi innocui?

Di recente si sono moltiplicati gli studi sul fenomeno del complottismo e delle teorie cospirazioniste, soprattutto sulla scia della diffusione globale della “setta” Qanon e della sua crescente influenza sulla politica internazionale, a partire dalla scena statunitense e dal sostegno non trascurabile, secondo alcuni decisivo, all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca avvenuta nel 2016. Questa teoria cospirazionista ha ripreso fiato (se mai si fosse attenuata) nell’anno in corso in cui Trump sarà impegnato nel tentativo di aggiudicarsi un secondo mandato nelle elezioni del prossimo novembre. Il mese scorso Trump ha espresso per la prima volta il suo endorsement esplicito a Qanon, ed è stato calcolato che ben 17 parlamentari USA fanno riferimento al suo ambiente e alle sue teorie.

Su Qanon – per motivi di spazio – si rimanda agli ottimi materiali prodotti da Wu Ming ed altri ricercatori. Scopo di questo articolo è invece quello di approfondire la natura ideologica e politica del terrapiattismo, corrente di cui anche in Italia si parla molto da qualche anno.

L’attenzione che molti dedicano al terrapiattismo deriva dalla naturale curiosità di capire come si possano sostenere tesi così assurde, mentre i media dal canto loro sono sempre alla ricerca di nuove mode bizzarre da proporre, e così lo spazio di cui stanno disponendo i promotori è piuttosto ragguardevole. In genere i media trattano il terrapiattismo in modo derisorio, essendo in effetti una teoria che anche un bambino di dieci anni saprebbe smontare in cinque minuti, tuttavia ad uno sguardo un po’ più approfondito si colgono degli aspetti che è opportuno non tralasciare.

Si dirà: quale problema può rappresentare una teoria così balzana? Chi se ne frega in fondo se quattro svitati credono o fingono di credere che la terra sia piatta? Senz’altro dietro ci sarà qualche furbacchione che cerca di guadagnarci con le visualizzazioni dei video, vendendo libri e gadget e facendo sottoscrizione tra i gonzi che lo seguono, magari per organizzare delle crociere al polo sud, ma oltre a questo?

Vediamo però quali sono le radici ideologiche di questa teoria e i possibili effetti culturali e politici della sua diffusione.

La teoria della Terra piatta nasce da un’interpretazione letterale della Bibbia (primo libro della Genesi) e quindi siamo ancora una volta di fronte al tentativo di far prevalere un dogma religioso sull’empirismo scientifico.

Abbandonata per secoli, questa tesi riappare nell’Ottocento come reazione alla rivoluzione scientifica e all’Illuminismo, fino ad arrivare agli anni ’50 del XX secolo quando nasce negli Stati Uniti la Flat Earth Society. Ma è soltanto negli ultimi anni che il terrapiattismo torna alla ribalta grazie soprattutto a Internet e ai social network.

Ma se la Terra fosse piatta ci troveremmo di fronte al più grande complotto della storia, protrattosi nei secoli con la complicità di milioni di persone. Chi avrebbe avuto interesse a diffondere la falsa teoria della Terra rotonda e dell’eliocentrismo e perché? La risposta è ovvia: si tratta di un complotto ordito dai mitici “poteri forti” e dal Nuovo Ordine Mondiale, che ha radici demoniache. Il motivo? Mettere in discussione la verità della Bibbia e allontanare i fedeli da Cristo. La scienza come espressione di Satana.

Vediamo chi sarebbero i “poteri forti” secondo i principali esponenti di questo movimento. Partiamo da Albino Galuppini, un agricoltore bresciano molto presente in TV, che in un’intervista si esprime così: “[I poteri forti] sono il vertice della piramide che ha origine luciferina, e quindi da lì nascondono tutto perché chi è il padre di tutte le menzogne? Il diavolo. Stanno controllando il sesso e [autorizzando] i matrimoni con gli animali, non a caso massoni come Renzi hanno pure depenalizzato l’incesto, fa tutto parte della dottrina luciferina”.

Nella stessa occasione 1 un’altra aderente al movimento ci fa sapere che a capo dei poteri forti c’è la NASA “che se non vado errato in ebraico significa grande inganno”. In pratica sarebbe come se una banda di malviventi rubasse un furgone per fare una rapina in banca e ci scrivesse sopra “Ditta Rossi – Rapine e furti”. Anche la traduzione dall’ebraico sembra tra l’altro che sia del tutto priva di fondamento.

Eccoci però arrivati al nocciolo della questione: non siamo di fronte a un complotto qualsiasi, ma al mitico complotto giudaico-massonico che negli ultimi anni è stato riproposto insistentemente e caratterizza un po’ tutte le teorie cospirazioniste. Sembrano tornati i tempi dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion” e non a caso anche lo storico falso creato dalla polizia zarista ha ripreso a girare in rete.

L’altra versione che sta girando del complotto giudaico-massonico è il piano Kalergi, cioè il presunto piano per la “sostituzione etnica” della popolazione europea “scoperto” da uno scrittore negazionista austriaco ed entrato in pompa magna nella polemica politica grazie alla sua adozione da parte di tutta la destra italiana (Meloni, Salvini) e dei suoi trombettieri di riferimento (uno per tutti quel Diego Fusaro che tuona contro i poteri forti dall’Università San Raffaele) 2 .

Bufale diffuse anche da ambienti vicini ai 5 Stelle come il blog Byoblu dell’ormai ex responsabile della comunicazione del movimento Claudio Messora.

Ma torniamo ai terrapiattisti e vediamo le conseguenze inevitabili della tesi del complotto giudaico-massonico. Il “teorico” terrapiattista più attivo su YouTube, Dino Tinelli, posta un video nel quale si sostiene: “La storia è scritta dal vincitore. I media e il sistema scolastico ci hanno raccontato per tutta la vita che Adolf Hitler è stato l’uomo più malvagio che sia mai esistito. Sfortunatamente ci hanno raccontato menzogne. In questo video vi racconto la verità. Questo perché Hitler non era cattivo, ma era esattamente l’opposto. Adolf Hitler si prendeva cura della sua gente. Ha dato lavoro a 6 milioni di disoccupati tedeschi. Sosteneva i valori della famiglia tradizionale. Hitler era un uomo veramente compassionevole. Lo sappiamo perché si prendeva cura degli animali ed era anche vegetariano. Hitler era molto retto, non beveva né fumava. Io personalmente nego l’olocausto. Non credo che c’erano le camere a gas e i nazisti cattivi” 3 .

Sono tesi riprese dal terrapiattista statunitense Eric Dubay, che nel libro The truth about Hitler scrive: “Adolf Hitler in realtà era vegetariano, amante degli animali, autore, artista, attivista politico, riformatore economico e candidato al Nobel per la Pace. Promulgò le prime leggi contro la crudeltà sugli animali, leggi antinquinamento e leggi antifumo. Al contrario del ritratto demoniaco che la storia ne ha dipinto, Hitler era amato dal suo popolo e non voleva nient’altro che la pace (...). La cricca giudaica, da allora, dipinge un quadro negativo di Hitler e l’Ordine Mondiale ebraico ha promosso anche leggi in 18 paesi europei che vietano la libertà di espressione sulle questioni dell’ebraismo e dell’Olocausto” 4.

Un altro terrapiattista molto presente in TV è un tipo che vive in Trentino, tale Manfrin, che va a giro scalzo e fa molto proselitismo (senza particolare successo) tra i malcapitati abitanti del paese dove vive. Ha tradotto un libro di Eric Dubay e sostiene: “il sistema scientifico ufficiale è controllato da farisei e massoni che ci stanno mentendo apposta. Io sono con Forza Nuova perché siamo contro la Massoneria. Quando capisci quali sono i poteri del mondo... era Hitler che combatteva proprio contro questi. Perché io non vorrei un mondo di tutti meticci, tutti mescolati, che non abbiamo cultura, famiglie...”. Alla domanda se dal terrapiattismo si arriva al nazismo o viceversa risponde “io prima ero nazista, è una conclusione inevitabile per noi” 5 .

Infine il personaggio forse più singolare, Luigi Baratiri, un ex agente provocatore del SISMI e dei servizi segreti libici arrestato nel 1992 con una capsula contenente 20 grammi di uranio (così si legge di lui). Posta video terrapiattisti, sugli Illuminati e sul nazismo esoterico concludendoli con una canzone del gruppo nazirock Intolleranza, dedicata all’ultima resistenza nazista contro l’Armata Rossa a Berlino 6 .

Direi che questo excursus è sufficiente: il terrapiattismo dunque è un’altra delle varie articolazioni del progetto di disinformazione della alt-right, la nuova internazionale nera che mette insieme oscurantismo religioso, pregiudizio antiscientifico, negazionismo, antisemitismo, maschilismo, ultraliberismo in una miscela esplosiva che ha già cominciato a dare i suoi frutti negli Stati Uniti con la presidenza Trump ma si sta allargando ad altri continenti (vedi l’elezione di Bolsonaro in Brasile e il successo della Lega in Italia).

Quanto è pericoloso il terrapiattismo? Difficile dirlo, quel che è certo è che vi sono dei sondaggi secondo cui il 2% della popolazione statunitense ci crede e il 10% è indeciso sulla forma del nostro pianeta. Si tenga conto che una polemica analoga cioè quella creazionismo vs evoluzionismo, ha avuto la conseguenza di imporre in molte scuole statunitensi che nei programmi di studio vengano inserite entrambe le teorie in modo paritario. Negli Stati Uniti inoltre in occasione delle recenti proteste antirazziste è emersa la presenza di squadracce paramilitari legati all’ambiente della alt-right che provocano e attaccano i manifestanti anche con le armi.

Inoltre, in un periodo di disorientamento generale come quello che stiamo vivendo, la propaganda antisemita e oscurantista potrebbe avere terreno fertile per diffondersi. Da notare che i terrapiattisti naturalmente sono anche covid-negazionisti e no vax, e circolano video del nazista Dubay contro la dittatura sanitaria e la “falsa pandemia”.

Un fenomeno che quindi non va sottovalutato e che è necessario studiare approfonditamente. E magari, se i personaggi che abbiamo citato mettessero il naso dalle nostre parti, non sarebbe male accoglierli come meritano.

Per Codice Rosso Nello Gradirà

Note:

1. Si tratta del convegno tenutosi a Palermo nel maggio 2019, a cui erano presenti più giornalisti e curiosi che terrapiattisti. Anche Beppe Grillo aveva annunciato la sua presenza, dichiarando “Ecco i cervelli che non fuggono”. E’ fuggito lui però. Tra i tanti video che documentano questo incontro, ne segnaliamo due: https://www.youtu.be/44cZCmtGoJM; https://youtu.be/k-aoQrmuaVI;

2. http://www.senzasoste.it/fusaro-poco-rosso-bruno;

3. https://www.youtube.com/watch?v=hQ5000CnI1o&t=507s; Vi consiglio i video di Neurodrome, molto divertenti ma anche molto documentati su tutti i bufalari che girano sul web.

4. Sono tutti concetti che potete ritrovare in questo video: https://www.bitchute.com/video/o70HmqRVNrhx/ e in questo articolo (in portoghese): “Terra plana: promoção do Neo nazismo, e negação do holocausto — Quem é Eric Dubay?” (https://medium.com/@Brigada/terra-plana-promo%C3%A7%C3%A3o-do-neo-nazismo-e-nega%C3%A7%C3%A3o-do-holocausto-quem-%C3%A9-eric-dubay-cdab23436142);

5. https://www.youtube.com/watch?v=tGrkQgoIBLw; video divertente anche perché prima dell’intervista a Manfrin ce n’è una a altro svitato che crede anche agli UFO;

6. Qui Baratiri ci spiega chi sono i nemici di Trump: https://www.youtube.com/watch?v=BfEHGVLpfCg; (non ricordo se alla fine di questo video c’è la canzoncina di cui parlavo, è che sono video talmente insulsi, lunghi e noiosi che non ho avuto voglia di controllare).

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30/08/2020

QAnon, il complotto dei complotti trumpiano, è arrivato in Italia

Nel 2016, una pizzeria di Washington è diventata uno dei fattori determinanti della vittoria di Donald Trump. A ottobre di quell’anno WikiLeaks aveva infatti diffuso oltre 10mila mail dall’account di John Podesta, il presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton. Tra i vari contatti di Podesta c’era James Alefantis, proprietario della pizzeria di Washington D.C. Comet Ping Pong, nonché grande supporter e finanziatore di Clinton. Su 4chan, allora impegnato nella sua guerra dei meme contro i democratici, spuntò un thread in cui si sosteneva che la Comet Ping Pong fosse in realtà una copertura per un giro di pedofilia, satanismo e droga cui faceva capo niente meno che Hillary Clinton stessa. Secondo questo thread, i nomi delle pizze erano un linguaggio in codice per riferirsi a pratiche sessuali, per esempio “cheese pizza” (pizza al formaggio), abbreviato in c.p., significava child pornography (pedopornografia). Da 4chan, la teoria è stata rilanciata prima da alcuni account Twitter filogovernativi turchi, poi direttamente dai media vicini al presidente Erdoğan, diventando virale. La saga del cosiddetto Pizzagate, assurda quanto inquietante, è arrivata a convincere un uomo a guidare sei ore dalla North Carolina per fare irruzione con un fucile d’assalto AR-15 nella pizzeria di D.C., sparando fino all’arrivo della polizia, fortunatamente senza ferire nessuno. Altri gesti eclatanti si sono verificati in tutti gli Stati Uniti, con vari “giustizieri” pronti a salvare i bambini dalle grinfie di questo sex cult su cui non esistono accuse formali né vittime che hanno denunciato. Erano le prove generali di QAnon, una delle più vaste teorie del complotto che da internet ha finito per influenzare il risultato delle presidenziali e che ora, rinvigorita dalle fake news sulla pandemia e dalle imminenti elezioni presidenziali di novembre, è tornata più forte di prima.

C’è una differenza tra complotto e complottismo. Come ci insegna bene la storia italiana più recente, non è così assurdo che un Paese si affidi a forze “occulte” e stringa sodalizi moralmente discutibili per riaffermare poteri e affossare minacce, spesso più percepite che reali. Un’altra cosa è il complottismo, cioè pensare che una pizzeria dal nome bizzarro e che non ha nemmeno una cantina nasconda la più grande rete internazionale di pedofili, che coinvolgerebbe i coniugi Clinton, gli Obama, Marina Abramovich e l’immancabile George Soros. Tutto questo mentre le vere reti di pedofili come quella di Jeffrey Epstein, con cui Trump ha avuto una relazione di amicizia ventennale, evidentemente non sono abbastanza interessanti – o politicamente utili. Le teorie rilanciate di QAnon sono senz’altro complottiste, ma intanto QAnon assume sempre più le sembianze di un complotto e non più del divertissement di qualche gamer che ha giocato troppe ore ad Halo. È chiaro che non possiamo più considerare QAnon innocente shitposting: le sue conseguenze sono reali. Nella prima ondata di QAnon si è verificata una serie di attacchi di terrorismo domestico e non si può più negare l’influenza ormai palese che queste teorie hanno sulla politica statunitense, tanto che l’attuale Presidente dichiara pubblicamente di sostenere QAnon perché ha “sentito che questa gente ama la propria nazione”.

QAnon, pur ripetendo lo schema classico delle teorie del complotto secondo cui il mondo sarebbe nelle mani di “poteri forti”, lucertole giganti o alieni vari, ha però una peculiarità difficile da riscontrare in altre cospirazioni: c’è un eroe messianico, e questo eroe è davvero l’uomo più potente della terra, ossia il Presidente degli Stati Uniti. QAnon nasce dalle imageboard di 4chan e di 8chan (oggi 8kun) nel luglio 2016, quando una serie di utenti che dichiaravano di essere funzionari della Cia o dell’Fbi e che si firmavano con la lettera “Q” promettevano che presto avrebbero svelato dei segreti sull’élite democratica statunitense. Come riporta WuMing 1 nell’inchiesta Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, la lettera Q potrebbe fare riferimento alla “Q Clearance”, un’autorizzazione per desecretare i documenti top secret. Inizialmente su 4chan e 8chan si riportano solo brevi messaggi cifrati, ricavati da gesti o discorsi dei comizi elettorali di Trump, dove nel frattempo cominciano a spuntare cartelli e magliette con riferimenti alla teoria cospirazionista. Poi qualcuno mette insieme i fili e arriva “The Storm”, il cui nome stavolta arriva direttamente da una frase pronunciata dal futuro Presidente durante una conferenza stampa: “Maybe it’s the calm before the storm” (Forse questa è la calma prima della tempesta).

La tempesta di The Storm sarebbe quella che Trump sta per scatenare sulle élite democratiche. Jerome Corsi, un corrispondente dell’hub dell’alt right Infowars, l’ha descritta così: “Il 2018 sarà l’anno del contrattacco che Donald Trump dichiarerà contro il deep state. Sarà una battaglia epocale che determinerà se l’America sarà ancora una repubblica costituzionale o no. A seconda del successo o del fallimento di Donald Trump, ci sarà un colpo di stato che sostituirà la Costituzione con uno stato socialista e globalista. Questa è una battaglia eroica, che comincerà dall’intelligence e di cui l’Americano medio non sarebbe a conoscenza se non ci fosse un’entità come QAnon, che si è esposta dal suo punto di vista privilegiato per cominciare a disseminare indizi, o come si dice ‘briciole di pane’, che dimostrano quanto le nostre agenzie di intelligence, il nostro sistema giudiziario e l’Fbi siano corrotte e pericolose”.

Tutto molto interessante. Ma adesso siamo nel 2020 e questo giorno del giudizio trumpiano non mi sembra sia ancora arrivato. Ovviamente c’è una spiegazione: il nostro eroe agisce nell’ombra. Quando alla commemorazione per le vittime dell’11 settembre nel 2016 Hillary Clinton svenne e fu portata via dal palco dal suo staff, quelli erano in realtà dei funzionari del futuro Presidente che la stavano arrestando per aver torturato e ucciso dei bambini e quella che vedremmo oggi sarebbe un clone, tipo Paul McCartney. Oppure il Mueller Report, il rapporto ufficiale sulle presunte interferenze russe nelle scorse presidenziali statunitensi, sarebbe in realtà un documento preparatorio per l’arresto di Clinton, Obama, Soros e tutto il cucuzzaro della rete mondiale di pedofili globalisti.

Qualsiasi cosa sia successa durante la presidenza Trump è stata letta in quest’ottica completamente distorta e il fatto che dopo quattro anni le presunte élite siano ancora al loro posto non è, ovviamente, la prova di quanto siano deliranti le teorie di QAnon, ma di quanto questa élite mondiale sia inscalfibile e riesca sempre a farla franca. La pandemia non ha fatto altro che esasperare le derive complottiste di QAnon, prima diffondendo fake news su cure miracolose e falsi studi, poi – seguendo la linea di Trump – sostenendo tesi negazioniste. Secondo il ricercatore della Concordia University ed esperto di gruppi estremisti Marc-André Argentino, tra gennaio e marzo 2020 c’è stato un aumento del 21% di tweet sul Coronavirus riconducibili a QAnon, per un totale di 7.683.414 post. Un’altra cosa allarmante è che grazie alla pandemia QAnon è riuscito a oltrepassare i confini degli Stati Uniti, diventando appetibile per i complottisti di casa nostra. Secondo il sito di inchieste NewsGuard, “Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, molti nuovi siti web, pagine, gruppi, e account di QAnon sono apparsi in Italia, in Francia, in Germania e nel Regno Unito […] Solo gli account europei citati in questo report sono seguiti da quasi 450mila follower”. Il canale YouTube Qlobal-Change Italia, creato nell’ottobre 2019, ha già 24.700 iscritti, mentre a febbraio è stato registrato il dominio qanon.it. Twitter e Facebook hanno già provveduto a eliminare centinaia di account, gruppi e pagine legate a QAnon, anche se in Italia le teorie vengono rilanciate anche da siti come Imola Oggi e da personaggi come Alessandro Meluzzi.

È molto facile additare QAnon come gli ennesimi “complottari” o analfabeti funzionali da prendere in giro. In realtà la sua diffusione dovrebbe allarmarci, perché è la perfetta applicazione della teoria di Steve Bannon, ideologo sovranista ed ex stratega di Trump (recentemente arrestato con l’accusa di frode per aver usato in modo illecito dei fondi raccolti tra privati per la costruzione del muro anti-migranti al confine con il Messico): “Se vuoi cambiare la società nel profondo, prima la devi spaccare. È solo quando è spaccata che puoi rimodellare i pezzi nella tua visione della società”. E infatti Bannon, dopo essere stato rilasciato su cauzione, ha dichiarato di essere vittima di un complotto, l’ennesimo. Se nel 2016 potevamo ancora divertirci nel prendere in giro chi credeva nel piano Kalergi, oggi non ci resta altro che la consapevolezza che la società si è definitivamente spaccata.

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