Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2023

La pillola rossa dell’alt-right – 2

di Gioacchino Toni

Come visto precedentemente [su Carmilla], gli ambienti mediali si sono rivelati in grado di intensificare gradualmente l’odio provato da un individuo agendo sulle sue capacità decisionali fornendogli opportunità volte a stimolare e soddisfare i suoi desideri più riprovevoli su cui canalizzare frustrazioni e disillusioni maturate quotidianamente.

L’alt-right online si è dimostrata efficace nell’integrare ideologie debolmente correlate a temi e argomenti di grande interesse. Luke Munn ha ricostruito il processo attrattivo della destra alternativa statunitense: attraverso un calibrato periodo di acclimatazione viene definita una nuova base cognitiva per ciò che è accettabile; dal momento in cui il discorso viene riconosciuto come consueto e condivisibile, l’utente viene accompagnato in modo “naturale” verso lo stadio successivo ove incontrerà immagini più forti e discorsi più radicali.

Naturalmente, gli individui affiliati anche in modo informale all’alt-right sono relazionali nel senso che sono connessi a vaste infrastrutture sociali e comunità online. Ma non appartengono a un’organizzazione e nemmeno a una cellula. Infatti, questi giovani, spesso disoccupati, si ritirano intenzionalmente dalla società, abbracciando il loro nuovo isolamento sociale anziché rifuggerlo […] Le recenti violenze perpetrate dall’alt-right sono difficili da prevedere e prevenire. Il razzismo e la xenofobia degli aggressori sono stati alimentati, coltivati e incoraggiati negli ambienti più disparati della rete […] Istigando soggetti alienati attraverso una retorica basata sull’odio e l’antagonismo, l’esito non può che essere distruttivo. Le condizioni che alimentano e incentivano l’indignazione, che incitano alla violenza, che perpetuano gli stereotipi razzisti, prima o poi spingeranno un soggetto particolarmente impressionabile e psicologicamente debole a comportamenti estremi1.

Gli individui che esprimono idee vicine all’alt-right sono il più delle volte persone comuni – spesso giovani bianchi disoccupati che si isolano intenzionalmente dal resto della società – che, un passo alla volta, meme dopo meme, video dopo video, hanno maturato convinzioni che considerano corrette e lapalissiane. Pur non facendo parte di gruppi “emarginati” o “assediati”, i discorsi di molti uomini bianchi che si sono avvicinati all’alt-right sono infarciti di retorica di persecuzione e vittimismo. Stando a un recente rapporto, circa undici milioni di statunitensi si dicono persuasi che nel loro paese i bianchi siano le “vittime” ed esprimono la profonda convinzione dell’importanza della “solidarietà bianca”2. «In breve, ci sono undici milioni di americani potenzialmente ricettivi ai messaggi dell’alt-right. Considerato nel più ampio contesto della popolazione, il simpatizzante dell’alt-right è un normale radicale e un estremista mainstream»3.

Lungi dall’essere per forza un emarginato, il soggetto su cui può far presa la retorica dell’alt-right è un individuo disilluso e cinico che, anche quando socialmente inserito, non trova felicità nella sua quotidianità e nel sistema politico che la governa. Un individuo alla ricerca di una sua dimensione all’interno di una comunità strutturatasi nell’universo online su una specifica questione che spesso diventa la sua unica questione esistenziale, una figura che, secondo Matteo Bittanti 4, non è molto diversa da quella di tanti gamer appassionati di giochi “sparatutto in prima persona” che magari, in diversi casi, sono usciti dagli schermi per partecipare all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

Oltre che poter contare su una rete di supporter influenti e su un’immensa disponibilità economica, senza le quali, è bene sottolinearlo, nessuna escalation si sarebbe potuta dare, Trump ha saputo sfruttare la cultura dell’alternative right permettendole di contaminare l’establishment. Nell’analizzare il successo del tycoon statunitense, Alain Badiou5 ha argomentato come a suo avviso le posizioni politico-culturali di questo outsider rappresentino una sorta di “esteriorità interna” al sistema, un’esteriorità dispensatrice di false promesse portate avanti con un linguaggio roboante, violento, demagogico, irrazionale e semplicistico che non ha esitato a recuperare vecchi immaginari nazionalisti, razzisti, bigotti e sessisti, pur presentandoli, talvolta, in maniera nuova.

Come diversi analisti, anche Badiou ritiene che il successo di Trump sia stato costruito sfruttando quel senso di profonda frustrazione derivata dall’incapacità di proiettarsi nel futuro patito da larghi strati della popolazione privi, come sintetizza efficacemente Fabio Ciabatti, di «un insieme sufficientemente forte e articolato di principi condivisi in grado di fungere da mediazione tra il soggetto individuale e il progetto collettivo dell’emancipazione, di costituire un’unione strategica globale di tutte le forme di resistenza e di azione politica»6.

La “pillola rossa” offerta dall’alt-right e la “pillola blu” dispensata dall’establishment, al di là del diverso colore, conterrebbero, in definitiva, il medesimo principio attivo volto a preservare le fondamenta basilari di un sistema che non ammette alternative a sé stesso.

Sandro Moiso individua nella retorica del “duro lavoro”, onnipresente nel discorso dell’alt-right trumpiana, uno degli elementi cardine del suo successo tra la working class statunitense.

Perché è proprio nel concetto di lavoro inteso come partecipazione alla creazione della ricchezza della Nazione che si nasconde la grande fascinazione esercitata dal fascismo su una parte significativa della classe operaia. Nazionalismo, razzismo, esclusione e prevaricazione di genere, bellicismo non sono altro che i corollari, a livello ideologico, di un concetto che è penetrato in profondità nella mentalità di coloro che collegavano e collegano ancora il benessere proprio alla fatica e allo sfruttamento produttivo. […] Il barbecue famigliare e buy american cui il nuovo presidente invita i suoi elettori è fatto di cibo spazzatura e di illusioni di grandezza, di violenza e odio nei confronti degli immigrati e di qualsiasi nemico. Esterno o interno che sia7.

Tutto ciò, sostiene Moiso, era già presente, per quanto in maniera meno esplicitata, in quell’establishment di cui l’universo alt-right trumpiano si dichiara nemico. Rispetto alla tranquillizzante “pillola blu” proposta dall’establishment liberal-democratico o conservatore, ciò che la “pillola rossa” alt-right trumpiana ha esplicitato è «l’intima connessione tra interesse privato e nazionale che è il fondamento dei rapporti di produzione basati sull’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta. Da cui deriva l’intrinseca e inscindibile connessione che corre tra le politiche liberali e il loro rovescio apparente: il fascismo»8.

Se al fine di “smascherare” qualche personaggio o istituzione dell’establishment nel corso del tempo hanno fatto ricorso a forme di “hacktivismo moralizzatore” tanto militanti di sinistra che di destra, questi ultimi hanno saputo garantirsi una certa egemonia all’interno della chan culture. Spetta a 4chan il ruolo di apripista in tale ambito. Per dare un’idea del bacino su cui ha potuto contare la cultura di destra fattasi egemone su 4chan, basti pensare che la sezione del forum Something Awful intitolata The Anime Death Tentacle Rape Whorehouse, inaugurata nel 2003, luogo di ritrovo di tanti appassionati di anime giapponesi, ha  raggiunto circa 750 milioni di visualizzazioni mensili nel 2011.

Attraverso una prolifica produzione di meme e troll la comunità di 4chan ha dato voce a una cultura profondamente misogina di appassionati di videogame di guerra e di film come Fight Club (1999) di David Fincher e The Matrix (1999) di Lana e Lilly Wachowski, per quanto letti da una prospettiva probabilmente altra rispetto a quella degli autori. L’anonimato consentito dal sito ha certamente incoraggiato i partecipanti a esprimersi senza freni in un’escalation sempre più sguaiata in cui l’ironia e la parodia hanno finito per intersecarsi con le provocazioni, le minacce e gli insulti della destra radicale. «La troll culture di 4chan brulicava di razzismo, misoginia, deumanizzazione, pornografia disturbante e nichilismo anni prima di diventare una forza centrale dietro l’estetica e lo humor della alt-right»9.

Ad accomunare tanti frequentatori di 4chan e gli estremisti della destra più radicale è stata la comune insofferenza nei confronti del politcally correct, del femminismo, del multiculturalismo e, soprattutto, il timore che tali tendenze potessero “infettare” il loro mondo online privo di regole e dominato dall’anonimato. Il livello degli insulti e delle minacce online ha spesso preso come bersaglio le donne accusate, in definitiva, di aver condotto al declino del “maschio occidentale”. Nella preoccupazione per la mascolinità bianca e occidentale che emerge in molta web culture anonima e priva di leader, secondo Nagle, si potrebbero cogliere le avvisaglie di un malessere occidentale che va ben al di là dello specifico.

All’espansione di politiche identitarie liberal ha fatto da contraltare il proliferare di reazioni sempre più sguaiate e incattivite portate avanti, in internet, attraverso raffiche di meme e troll virulenti fino alle minacce dirette con tanto di  pubblicazione di informazioni riservate, indirizzi compresi, dei soggetti presi di mira, soprattutto da parte dei gamer antifemministi, dunque allargando, di fatto, la sfera d’azione al di fuori degli schermi.

Secondo Nagle a diffondere la misoginia – come del resto il razzismo, la transfobia ecc. – presente in internet nelle pieghe del corpo sociale, più che le frange radicali dell’alt-right sarebbe stata la sua componente maggioritaria, la cosiddetta alt-light, grazie a personaggi come Milo Yiannopoulos, molto popolare su Twitter e su diversi blog, Mike Cernovich, autore di una celebre guida all’assertività maschile, e una schiera di produttori di meme (Pepe the Frog ecc.) mossi, più che da una visione politica precisa, dalla propensione al politicamente scorretto fine a sé stesso.

Sebbene si tenda ad associare la cultura della trasgressione alla sua manifestazione negli anni Sessanta del secolo scorso nell’ambito di quella rivoluzione sessuale che ha nei fatti minato alle fondamenta la famiglia tradizionale, di per sé, sostiene Angela Nagle, la trasgressione si è storicamente mostrata «ideologicamente flessibile, politicamente intercambiabile e moralmente neutr[a]» tanto da poter «caratterizzare la misoginia tanto quanto la liberazione sessuale»10.

Figure di spicco delle battaglie culturali condotte dalla destra trumpiana come Milo Yiannopoulos e Allum Bokhari nel tratteggiare il pantheon intellettuale dell’alternative right citano personalità quali: Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente, 1918); H.L. Mencken, avverso al New Deal e promotore di una critica nietzschiana alla religione e alla democrazia rappresentativa; Julius Evola, soprattutto per la sua esaltazione dei valori tradizionali maschilisti; Samuel Francis, paleoconservatore avverso al neoconservatorismo capitalista. Anche la Nouvelle Droite francese rientra nell’eterogeneo pacchetto di influencer a cui guarda l’alt-right statunitense.

Durante gli anni della presidenza Obama, sostiene Nagle, i millenial liberal dotati di buon livello culturale non hanno approfittato dello spazio offerto dai nuovi media dopo il declino dei quotidiani e delle televisioni generaliste, tradizionali luoghi di dibattito politico. Si sono limitati a riempire le piattaforme di contenuti melensi, pieni di sentimenti edulcorati ritenendoli sia attrattivi che utili a costruire identità politica.

Affetto da miopia o da sprezzante disinteresse e snobismo, l’universo liberal non ha saputo/voluto vedere come nel frattempo l’alt-right stesse costruendo un impero mediatico online alternativo e stratificato capace di intercettare «adolescenti che creavano meme ironici e pubblicavano online contenuti contrari all’etichetta comportamentale di Internet formavano un esercito di riserva di produttori di contenuti, composti perlopiù di immagini in stile manga e anime spesso utilizzati in un contesto di umorismo nero»11.

Un esercito facilmente convocabile da parte di celebrità della destra alternativa online come Milo Yiannopoulos, Andrew Breitbart, Cathy Young, Mike Cernovich, Alex Jones, Richard Spencer, ecc. Un mileu di personalità decisamente eterogeneo per quanto accomunato dal livore nei confronti della politica e del giornalismo tradizionali che, dopo l’elezione di Trump, evento che ha ulteriormente rafforzato la loro notorietà mediatica, in molti casi ha dato luogo, come prevedibile, ad esasperate lotte intestine.

La metafora della “pillola rossa” ha permesso tanto ai misogini quanto ai razzisti di raccontare come si sono “risvegliati” «dall’ingannevole prigione mentale del pensiero liberal»12. L’alt-right ha un ruolo di primo piano nella cosiddetta  “maschiosfera”, ambito egemonizzato dalla misoginia di individui in preda a forme di risentimento nei confronti delle donne, come nel caso di quanti si dichiarano soggetti al “celibato involontario” o denunciano le preferenze delle donne per i “maschi alfa” su quelli “beta”. «Sotto i vessilli del “movimento degli uomini” negli Stati Uniti si sono riuniti gruppi di diverso orientamento, da quelli cristiani come i Promise Keepers al movimento mitopoietico del poeta Robet Bly, impegnato nella ricerca dell’autenticità maschilista persa in una società moderna femminilizzata e atomizzata»13.

Tra le figure più note della galassia in cui misoginia e razzismo si mescolano vi è sicuramente James C. Weidmann (“Roissy in DC”) autore di proclami in cui miscela psicologia evoluzionista, antifemminismo e difesa della razza bianca dicendosi convinto che il “declino della civiltà bianca” derivi dall’immigrazione, dalla mescolanza razziale e dalla scarsa attività procreativa delle donne bianche “fuorviate dal femminismo”. Secondo Weidmann, tale declino potrebbe essere invertito attraverso la “restaurazione del patriarcato” e la “deportazione di chi non è bianco”.

Il sito Vox Day, oltre a vedere nel femminismo una minaccia per la civiltà occidentale, palesa la sua contrarietà al concetto di “stupro nel matrimonio” ritenendolo “un attacco all’istituto del matrimonio, al concetto di legge oggettiva e, di fatto, al fondamento stesso della civiltà umana”. Il movimento separatista di uomini eterosessuali Men Going Their Own Way (MGTOW) rifiuta “relazioni romantiche” con donne per protestare contro la cultura che le invita alla realizzazione personale e all’indipendenza. Tra i personaggi più in vista a cui si rifà il movimento vi è lo scrittore maschilista e suprematista bianco Francis Roger Devlin, nemico della “morale elastica” e della “confusione dei ruoli”.

Secondo Nagle molti giovani statunitensi sono attratti dalla galassia dell’estrema destra per il suo denunciare la rivoluzione sessuale come causa delle unioni matrimoniali sempre meno durature e per il suo aver posto fine ai vincoli del matrimonio non appena scemato il rapporto d’amore sgravando i coniugi dal tradizionale obbligo di sacrificarsi per la famiglia. Il prolungarsi indefinito dello stato di irresponsabilità adolescenziale avrebbe dunque condotto a una gerarchia sessuale in cui le donne, rotti i vincoli di monogamia, si concederebbero quasi esclusivamente ai maschi al vertice della piramide sociale condannando tanti altri al celibato involontario.

L’ostilità viscerale degli uomini nei confronti delle donne presente sul web sembra spesso mossa da un senso di rivalsa nei loro confronti. «Sono proprio i giovani uomini con difficoltà relazionali con l’altro sesso e che hanno sperimentato il rifiuto a riempire spazi come Incel, la sezione di Reddit dedicata al celibato involontario, nella quale cercano consigli o soltanto la possibilità di esprimere la propria frustrazione»14. La rabbia che cova tra i livelli inferiori della “gerarchia sessuale”, ossia i maschi che si sentono scarsamente desiderati dalle donne, è tale da esplodere, in taluni casi, in maniera estrema.

Alla maschiosfera appartengono anche i Proud Boys, fondati da Gavin McInnes, che si rifanno alla dottrina “No Wanks” e che indicano tra i loro principi guida: «governo minimo, massima fedeltà, opposizione alla correttezza politica, diritto a detenere armi, guerra alle droghe, confini chiusi, opposizione alla masturbazione, culto dell’imprenditorialità e culto delle casalinghe»15. McInnes ha più volte affermato di aver derivato alcune linee di condotta dalla scena hardcore statunitense degli anni Ottanta; non a caso le stesse produzioni grafiche dei Proud Boys riprendono la pratica do-it-yourself degli ambienti punk-hardcore.

L’eterogeneo universo dell’alternative right statunitense si contraddistingue anche per la presenza di una serie di teorie del complotto proliferate e cresciute online poi, in taluni casi, uscite dagli schermi fino a raggiungere il manistream16.

I teorici del complotto lavorano sullo stupore, sulla fascinazione, sui punti di vista inconsueti. Nel fare questo, intercettano e soddisfano bisogni autentici: nelle nostre vite abbiamo bisogno di sorpresa, meraviglia, nuove angolature da cui guardare il mondo e sentirci diversi. I teorici del complotto forniscono tutto ciò e fanno sentire speciali i loro seguaci. Non a caso usano la metafora della “pillola rossa” tratta dal film Matrix: prendere la pillola rossa significa scoprire la verità sul complotto e vedere finalmente la griglia nascosta della realtà»17.

[continua]

Note

  1. Luke Munn, Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, in Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogiochi, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 158-159. 

  2. Cfr. George Hawley, The Demography of the Alt-Right, in “Institute for Family Studies”, 9 agosto 2018. 

  3. Luke Munn, Il processo di radicalizzazione dell’alt-right, op. cit., p. 161. 

  4. Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogiochi, Mimesis, Milano-Udine, 2023 [su Carmila] 

  5. Alain Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, Milano, 2018. 

  6. Fabio Ciabatti, Dopo Trump, il rilancio dell’idea comunista per superare lo sgomento, in “Carmilla”, 12 maggio 2018. 

  7. Sandro Moiso, Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo), in “Carmilla”, 21 febbraio 2017. 

  8. Sandro Moiso, Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo), op. cit. 

  9. Ivi, p. 149. 

  10. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, Luiss University Press, Roma, 2018, p. 53. 

  11. Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato manistream, Luiss University Press, Roma, 2018, p. 66. 

  12. Ivi, p. 126. 

  13. Ivi, p. 125. 

  14. Ivi, p. 139. 

  15. Ivi, p. 135. 

  16. Cfr.: Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, prima parte, in “Internazionale”, 15 ottobre 2018; Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte, in “Internazionale”, 29 ottobre 2018. 

  17. Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, seconda parte, op. cit. 

Fonte

13/12/2020

USA - Duri scontri a Washington tra sostenitori di Trump e Antifa. Quattro feriti e 23 arresti

Una persona è stata uccisa sabato a Olympia, (stato di Washington) mentre quattro persone sono state accoltellate a Washington DC, durante gli scontri tra i manifestanti che contestavano i sostenitori di Trump che continua a delegittimare i risultati delle elezioni presidenziali. Ci sono inoltre 23 arrestati.

Si ritiene che tutte le vittime a Washington, DC, nella notte di sabato abbiano riportato ferite gravi. Inoltre, almeno un agente di polizia ha riportato ferite lievi in ​​una scaramuccia non correlata a questi fatti. In tutto, otto persone sono state portate in ospedale per cure mediche.

Gli scontri sono divampati al calare dell’oscurità mentre defluivano i partecipanti ad una manifestazione dei sostenitori di Trump che hanno riaffermato come le elezioni del 3 novembre sono state contaminate da frodi.

Gruppi di manifestanti pro-Trump tra cui i Proud Boys e contestatori delle reti Antifa si sono scontrati per le strade del centro della città. La polizia è intervenuta con spray al peperoncino sui membri di entrambe le parti. I Proud Boys, un violento gruppo di estrema destra, si erano uniti alla marcia di sabato nei pressi dell’hotel Trump nella capitale. Mescolandosi con i gruppi religiosi pro-Trump hanno esortato i fedeli a partecipare alle “Jericho Marches” e ai raduni di preghiera per il presidente sconfitto. Il gruppo dei Proud Boys bardato con divise da combattimento ha gridato insulti ai manifestanti rivali di Antifa e bruciato bandiere del Black Lives Matters, ma fino a sera la polizia era riuscita a tenere separate i due gruppi.

A Olympia un sospetto è stato arrestato in una sparatoria negli scontri tra i manifestanti anti-Trump e sostenitori di Trump che si sono scontrati dentro e intorno all’area del Capital Campus. “Entrambe le parti vedevano individui pesantemente armati nei gruppi”, ha detto il capo della polizia. “Abbiamo avuto scontri sporadici durante il giorno”.

Fonte

14/11/2020

USA - Million m.a.g.a. march. Trump prova la spallata in piazza

Donald Trump non demorde. Le ultime notizie confermano che continuerà la sua personale battaglia legale per dimostrare che è stato vittima di frode elettorale.

Nel frattempo i movimenti nazional/suprematisti decidono di scendere nelle strade per dimostrare la vicinanza al loro “vate”, organizzando alcune manifestazioni nella capitale americana.

Questo doppio binario su cui sembra viaggiare la strategia di Trump mantiene il paese diviso in due e conferma che, benché la possibilità di liberarsi del presidente uscente non sia impossibile, ben più arduo compito sarà affrancarsi dalla sua eredità: quel “Trumpismo” che da sempre scorreva nelle vene di un popolo ma che con lui ha assunto legittimità politica.

Signore e signori, “The Great Hack” alla Casa Bianca.

Sapendo di poter contare come sempre sul secolare aiuto divino, l’America profonda si sentirà legittimata a dare battaglia?

Oh my name it ain’t nothin’
My age it means less
The country I come from
Is called the Midwest
I was taught and brought up there
The laws to abide
And that land that I live in
Has God on its side

Oh, the history books tell it
They tell it so well
The cavalries charged
The Indians fell
The cavalries charged
The Indians died
Oh, the country was young
With God on its side

The Spanish-American
War had its day
And the Civil War, too
Was soon laid away
And the names of the heroes
I was made to memorize
With guns in their hands
And God on their side…

(Bob Dylan, “With God On Our Side”)

Per una lettura post-elettorale

L’attuale fase post elettorale statunitense ricorda il titolo di un famoso film degli anni ’70 che molti forse ricordano: “Tutti gli uomini del Presidente”. Quel Presidente all’epoca era il guerrafondaio Richard Nixon, ed il film racconta la storia dello scandalo Watergate che portò alle sue dimissioni.

Qui invece abbiamo un presunto leader politico che non è neanche l’ombra di colui che è comunque stato un nemico, per la nostra generazione. Ma che, pervicacemente, continua la sua opinabile battaglia legale, portandosi dietro un discreto esercito di sostenitori.

Avrà i suoi buoni motivi (e soprattutto gli interessi), ma bara e sta giocando addirittura su due tavoli.

Lo stato dell’arte?

Il team di legali diretto dal fedele amico, Rudy Giuliani, continua alacremente a lavorare: ha impostato un nuovo ricorso in Michigan, mentre in Georgia il segretario di Stato, il repubblicano Brad Raffensperger, ha ordinato il riconteggio a mano di tutte le schede. Sono proprio questi gli Stati che, secondo Trump, gli potrebbero tornare utili per continuare il suo mandato alla Casa Bianca. Sempre che lo voglia, che gli convenga, al momento attuale.

Se a questo aggiungiamo che, a conti fatti, la vittoria del centrista democratico Biden, resterebbe immutata perché continua ad intestardirsi? Nelle prossime settimane comunque, a conteggio finito, il mondo saprà.

Nel mirino inoltre c’è anche la Pennsylvania, per cui si profila un intervento della Corte Suprema, ormai a forte maggioranza repubblicana dopo la nomina forzata dell’ultra conservatrice cattolica, Amy Barrett, imposta proprio da Trump stesso.

Il Ministro della Giustizia William Barr, altro suo sodale, ha già annunciato che avvierà una vera e propria indagine su “accuse rilevanti” di frode elettorale. Per protesta Richard Pilger, il principale procuratore del Dipartimento di Giustizia per i crimini elettorali, si è immediatamente dimesso.

Anche Mike Pompeo, Segretario di Stato uscente ed ex direttore della CIA, è riuscito a dichiarare, pur di appoggiare il proprio anfitrione, che “questa è una transizione dolce verso un secondo mandato Trump” ed ha chiesto a gran voce “il riconteggio di ciascun voto sospeso”.

Trump, quindi, mostra di non voler mollare la propria carriera politica. Continua a blaterare di “vittoria decisiva” se le cause in Wisconsin o in Georgia gli daranno ragione.

Ma dietro queste “sicurezze” – specchietti per le allodole, forse – si nasconde un progetto ancora più ambizioso, a lungo termine, che avrà bisogno di momenti di confronto/scontro sociale anche molto duri.

Su questo toneremo fra qualche giorno dopo le manifestazioni del weekend.

Per ora ci si deve cullare nella stessa filastrocca che ripete da dieci giorni, il classico disco rotto, che dovrà fare i conti con un freddo nemico: il Tempo.

Riassumiamo quindi le scadenze cruciali prima del giuramento di Joe Biden, che avverrà alla Casa Bianca il prossimo 21 gennaio.

Il termine per il riconteggio in Georgia è fissato al 20 novembre e quindi prima di allora dalla Casa Bianca non dovrebbero venire fuori particolari annunci.

Altra data da segnare sul calendario è il 23 novembre, termine ultimo entro cui Michigan e Pennsylvania devono certificare i propri risultati elettorali in base alla legge dello Stato.

8 dicembre: entro questa data dovranno essere concluse le eventuali controversie, a partire da quelle sul voto per posta dalla campagna di Trump. Il termine vale anche per l’eventuale riconteggio dei voti nei singoli Stati, per le cause nei tribunali e per l’eventuale ricorso alla Corte Suprema.

5 gennaio 2021: data del ballottaggio per l’assegnazione del Senato che, con la vittoria di Dan Sullivan in Alaska, sembra rimarrà nelle mani dei Repubblicani.

Ma altre considerazioni vanno fatte.

In questa battaglia legale i sostenitori di Trump, anche nel campo dei media si vanno assottigliando sempre più; via via si stanno allontanando diverse testate giornalistiche e televisive. Anche l’amico Rupert Murdoch, proprietario di Fox News, lo sta abbandonando ed è di ieri una dichiarazione del Presidente uscente che anticipa il progetto fondativo di una TV personale.

Ma soprattutto fa riflettere il fatto che i voti di scarto fra i due contendenti non sono così pochi e dunque che il riconteggio NON cambierà l’esito delle elezioni. Pur non essendo un genio in matematica, Trump non può non saperlo.

Per questo si parlava di “specchietto per le allodole”: dietro la pervicacia nel perseguire la linea delle battaglie legali si nascondono in realtà interessi diversi, e si tace quella che è una battaglia tutta politica.

Dopotutto Trump ha avuto il 48% del voto degli Americani, circa 71 milioni di statunitensi oramai sfiduciati dalle istituzioni hanno votato per lui. E questo bacino Trump vuole e deve mantenerlo, possibilmente ingrossarlo.

Il suo progetto non è quello di cacciare Biden e di asserragliarsi alla Casa Bianca, ma guadagnare altro potere all’interno del GOP, pensando magari ad una personale area interna al Partito Repubblicano.

Trump sa che il popolo americano non ama i “complainers”, chi si piange addosso, quindi alla fine NON riconoscerà (to concede in inglese), ma accetterà l’avversario; sembrano sinonimi ma la sottile differenza sta nella formalizzazione del riconoscimento.

Un fatto è che comunque, ad un certo punto, smetterà di opporsi ciecamente, aprendo una ricerca di consensi necessaria a spianargli la strada verso qualcosa che già traspariva dalle parole di Mike Pompeo durante una recente conferenza stampa: “Questa sarà una transizione dolce verso una ricandidatura del Presidente uscente alle politiche del 2024”.

Dopotutto la Costituzione degli Stati Uniti consente due mandati alla presidenza, che possono anche non essere consecutivi.

Per chiudere queste riflessioni post elettorali, una curiosità storica: quello fra Trump e Biden può diventare il più lungo contenzioso riguardante la transizione presidenziale dal 1876, anno in cui Rutherford B. Hayes e Samuel Tilden si contesero il risultato elettorale fino a due giorni prima dell’insediamento. A quell’epoca ci fu mediazione ed accordo finale.

Cosa produrrà invece questo contenzioso nel 2021?

The “Million M.A.G.A. March”

Durante la campagna elettorale Trump aveva indirizzato un segnale ad un gruppo di nazionalisti bianchi di estrema destra, i Proud Boys: ”Stand back, stand by”, aveva consigliato dal pulpito, avvertendoli di attendere gli eventi.

Ebbene sabato a Washington il “suo popolo” si è dato appuntamento per una manifestazione denominata “The Million M.A.G.A. March”.

Il raduno, paradossalmente, prende nome dalla marcia degli afroamericani per la giustizia sociale (la “Million Man March”) che si svolse il 16 ottobre del 1995 sempre a Washington, indetta da Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, ex discepolo di Malcolm X, cui parteciparono un milione di afroamericani. È considerata la più grande manifestazione afroamericana di tutti i tempi.

Al sostantivo “Man” i “trumpisti” hanno sostituito l’acronimo M.A.G.A. che cita lo slogan di Trump: Make America Great Again!

La manifestazione è stata organizzata per mezzogiorno, ora di Washington (le 18 in Italia), e dovrebbe sfilare da Freedom Plaza alla Corte Suprema, nei pressi della Casa Bianca.

Secondo gli organizzatori la manifestazione richiamerà centinaia di migliaia di persone.

Oltre al gruppo dei Proud Boys parteciperanno diversi cartelli e movimenti di estrema destra: caravans del movimento “Stop The Steal” (“Fermate la rapina” N.d.A.) dal Texas, i nazionalisti secondo cui Trump ha perso le elezioni a causa di una ramificata frode elettorale.

Sono attesi anche i complottisti di QAnon, anche se negli ultimi giorni si sono verificati una serie di fatti quantomeno singolari. Il canale televisivo e il sito internet di cui si serviva il gruppo hanno cambiato nome: si chiamava 8Chan, ora è 8Kun e Ron Watkins, amministratore del sito, ha annunciato le proprie dimissioni.

Durante la notte del 10 ottobre sono stati chiusi centinaia di migliaia di profili social dei seguaci del gruppo, apparentemente per propria volontà; risultano non più attivi anche i diversi canali Youtube appartenenti al gruppo. Scartata l’ipotesi che il gruppo si stia sciogliendo, ci deve essere una strategia in azione...

Hanno dato la loro adesione anche altri gruppi antigovernativi, come i vigilantes radicali “Oath Keepers”, i “Three Percenters”, seguaci del gruppo cospirazionista “Infowars”, attivisti della alt-right, gruppi neo-Nazisti, ed altri supporter del presidente uscente.

Fra le “personalità” di spicco è assicurato il supporto di Sean Hannity di Fox News, di Enrique Tarrio, leader e fondatore dei Proud Boys, del “Nazionalista Americano” (così si è autodefinito) ed agitatore sociale Nicholas Fuentes, di Jack Posobiec, colui che sviluppò la teoria cospirazionista “Pizzagate” legata alla sparatoria del 2016 nella pizzeria “Comet Ping Pong” che fece da corollario alle teorie di QAnon. E poi Scott Presler, un attivista pro-Trump che collabora con il gruppo anti-Musulmano “ACT for America”.

Ultimo ma forse non meno pericoloso perché si occupa di informazione e comunicazione, il teorico cospirazionista e fondatore di “Infowars”, appunto, Alex Jones.

Non c’è che dire, proprio un bel gruppetto di “bravi ragazzi”.

Al momento, da quello che traspare dalle pagine social e dai siti alt-right, sembra mancare un’organizzazione logistica sufficiente ad assicurare anche la sicurezza di una manifestazione del genere, da parte degli organizzatori.

Sono previste ovviamente anche contromanifestazioni delle organizzazioni antifasciste ed antirazziste, dal movimento BLM alle organizzazioni anarchiche, passando per Antifa, che si ritroveranno non molto lontano dall’altro raduno, alla stessa ora.

Per parte sua Muriel Bowser, sindaco democratico di Washington e del distretto di Columbia, in una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, ha dichiarato: “Continueremo a seguire tutte le attività di questi gruppi e saremo preparati ad ogni evenienza. Le nostre forze dell’ordine ed il Capo della Polizia avranno un comportamento in linea con quello tenuto durante le manifestazioni che si sono tenute la scorsa settimana, durante la tornata elettorale”.

Ricordiamo che quando i gruppi si sono affrontati, ne sono nati tafferugli con diversi feriti e molti arresti, ma si era in un momento differente. Dopo una settimana di dichiarazioni di frodi elettorali e di rapine di voti, gli animi del popolo “Trumpista” potrebbero essere più sensibili alla protesta violenta.

“Saremo lì per difendere le manifestazioni pacifiche tutelate dal Primo Emendamento"[1]. La Bowser ha però avvertito che “sarà assolutamente vietato, soprattutto a chi arriva da fuori città di portare armi con sé”, ricordando che il distretto di Columbia ha leggi più stringenti riguardo il possesso di armi, rispetto ad altre parti del paese.

“I possessori di un’arma, regolarmente registrata avranno il permesso di portarla con sé, l’importante è che non venga mostrata apertamente. Non sarà permesso portare caricatori che possano contenere più di dieci colpi”.

Certo che il concetto di “manifestazione pacifica” protetta dal Primo Emendamento stride un poco con le raccomandazioni del sindaco di Washington. Ma l’America è anche questo: ipocrisia e contraddizione.

A margine, infine, è importante ricordare che, fino al momento del riconoscimento ufficiale di Biden da parte del presidente uscente (il famoso momento del “concede”), tutti i processi di intelligence e/o di sicurezza nazionale sono rallentati, e addirittura potrebbero bloccarsi per effetto del “Presidential Transition Act” del 1963.

Biden, per ricevere il briefing quotidiano contenente le informazioni più sensibili dell’intelligence, dovrebbe essere autorizzato da Donald Trump.

Ricordate la serie di film demenziali “Una pallottola spuntata”? Se sì, non dovete far altro che usare la vostra immaginazione, e provare a trasferire il concetto alla giornata di sabato alle 12:00 ora di Washington, le 18:00 in Italia e... buona visione!

Trump sarà stato anche liquidato, scalzato dal proprio posto, ma il “Trumpismo” ancora fluttua per la nazione.

Nel frattempo “l’uomo dal ciuffo arancio” sparge diversivi, depista e sistema le sue tessere, i propri uomini, prima della fine della transizione, quasi a comporre un proprio puzzle il cui disegno si intuisce, ma che si disvelerà solo nel lungo termine.

L’America profonda, quella che ha covato rabbia per essere stata dimenticata fino all’arrivo di Trump, nel frattempo potrebbe voler passare all’incasso.

Note:

1) Il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce la terzietà della legge rispetto al culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa, ed il diritto di riunirsi pacificamente; infine riconosce il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti.

Fonte

04/10/2020

USA, il dibattito della vergogna

Nella confusione della quasi rissa da strada che nella serata di martedì in American avrebbe dovuto rappresentare il primo dibattito televisivo tra Donald Trump e Joe Biden, sono emerse alcune indicazioni abbastanza chiare sulle modalità con cui il presidente repubblicano intende affrontare l’appuntamento delle urne tra meno di cinque settimane. Tra insulti, continue interruzioni e menzogne deliberate, l’inquilino della Casa Bianca ha fatto un appello alla mobilitazione della galassia paramilitare di estrema destra, nel quadro di una strategia ben precisa volta a screditare il processo elettorale di fatto già in corso da giorni negli Stati Uniti.

L’intero degradante spettacolo trasmesso da un’università di Cleveland, nell’Ohio, ha messo davanti agli occhi di decine di milioni di americani il ritratto di un sistema politico in avanzatissimo stato di decomposizione e diretto pericolosamente verso il baratro sulla spinta di una crisi alimentata da fattori domestici e internazionali.

La stessa stampa ufficiale, di solito diligentemente impegnata a trattare i dibattiti presidenziali come un affare serio e utile alla democrazia, ha manifestato in queste ore estremo turbamento nei confronti della performance offerta dai due aspiranti alla presidenza. In un clima esplosivo, tensioni, frustrazioni e malcontento sociale rischiano infatti di non poter più essere contenuti dall’illusione di una classe politica al servizio di un meccanismo “democratico” apparentemente funzionante.

Il momento più significativo della serata di Cleveland è arrivato quando il moderatore del dibattito, Chris Wallace di Fox News, ha offerto a Trump la possibilità di denunciare in modo ufficiale le formazioni di “suprematisti bianchi” e le “milizie” di estrema destra che sono spesso intervenute nelle città americane in questi mesi per contrastare e intimidire, talvolta con la violenza, i manifestanti scesi nelle strade per protestare contro la brutalità delle forze di polizia.

Il presidente ha iniziato attribuendo gli episodi di violenza alla “sinistra”, per poi dirsi disposto a fare qualsiasi dichiarazione. Sollecitato da Wallace e Biden, Trump ha chiesto quale gruppo o milizia avrebbe dovuto condannare. Quando il candidato democratico ha citato l’organizzazione suprematista “Proud Boys”, Trump ha evitato di denunciarla o di chiedere ai suoi membri di farsi da parte, ma ha rivolto loro un invito usando i verbi “stand back” e “stand by”, lasciando intendere che dovranno solo restare in attesa e tenersi pronti ad agire.

Che le parole del presidente rappresentino una minaccia esplicita è apparso evidente dalle parole pronunciate subito dopo. Trump è infatti tornato ad attaccare i dimostranti di sinistra e ha annunciato che “è necessario fare qualcosa” contro i cosiddetti “Antifa”. Quest’ultima definizione si riferisce a un movimento anti-fasciata e anti-razzista tutt’altro che strutturato, ma che viene ripetutamente usato da Trump e dai repubblicani per dimostrare come i rari episodi di violenza registrati durante le manifestazioni contro la polizia abbiano la regia di un’agguerrita organizzazione di sinistra impegnata a seminare il caos nelle città degli Stati Uniti.

Il messaggio di Trump è stato in ogni caso recepito immediatamente dai destinatari. La Reuters ha scritto mercoledì che, dopo il dibattito, un organizzatore del gruppo “Proud Boys” ha salutato su internet le parole del presidente e assicurato quest’ultimo che, come richiesto, i suoi membri saranno “pronti ad agire contro Antifa”.

Le dichiarazioni di Trump sono dunque un’indubbia incitazione alla violenza neo-fascista e, più precisamente, un appello alle milizie di estrema destra ad adoperarsi per appoggiare il possibile colpo di mano probabilmente in fase di studio nel caso le elezioni non dovessero risolversi a suo favore. Gli altri due componenti di questa strategia sono la campagna di discredito del voto a distanza e la nomina alla Corte Suprema della giudice ultra-conservatrice Amy Coney Barrett in sostituzione della defunta “liberal” Ruth Bader Ginsburg.

Sempre durante il dibattito di martedì, Trump ha ribadito che il voto di quest’anno sarà caratterizzato da brogli “mai visti prima”. L’oggetto degli attacchi del presidente è il voto per posta, dilagato a causa delle restrizioni e dei rischi legati al Coronavirus. L’insistenza su questa tesi serve ancora una volta a creare un clima di sfiducia attorno alle elezioni, in modo da facilitare un rifiuto dei risultati se dovessero decretare un sostanziale equilibrio o la vittoria di Biden.

Il secondo fattore, collegato a quello appena esposto, è appunto l’installazione del nuovo membro della Corte Suprema entro il 3 novembre. Trump ha spiegato in un intervento nel corso del faccia a faccia di Cleveland che con buone probabilità l’esito delle elezioni sarà deciso da questo tribunale, come avvenne nel 2000, ed è perciò fondamentale che al suo interno venga consolidata una netta maggioranza conservatrice.

In definitiva, Trump ha confermato martedì la sua intenzione di non accettare il risultato del voto e, a seconda delle circostanze, le forze su cui potrà contare per cercare di restare alla Casa Bianca sono gli ambienti suprematisti e neo-fascisti, preferibilmente armati, e una Corte Suprema nettamente sbilanciata a destra.

Dopo quello di martedì, Trump e Biden dovrebbero essere protagonisti di altri due dibattiti nel mese di ottobre. Anche se non è facile dare un senso a eventi simili, è possibile ipotizzare che il presidente continuerà a cercare di mettere la discussione sul piano della rissa, senza dare alcuna importanza alla veridicità delle sue affermazioni, così da evitare la messa in atto da parte del suo rivale di una strategia coerente e razionale di attacco.

Biden e i leader del suo partito insisteranno comunque sul tentativo di screditare Trump ricalcando in primo luogo la fallimentare campagna del “Russiagate”, affidandosi agli ambienti militari e al “deep state”, ma guardandosi bene dal mobilitare gli americani contro la deriva anti-democratica in atto. A ciò va aggiunto il fatto che Biden ha da tempo impresso una svolta “moderata” alla sua campagna, allontanando moltissimi elettori di inclinazione progressista che, pur non essendo per nulla entusiasti del candidato democratico, erano disposti a votare a suo favore pur di evitare un secondo mandato di Donald Trump.

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Il cuore nero dell’Amerika


Il primo dibattito pre elettorale, tenutosi sotto i riflettori della ABC il 29 settembre, fra i due candidati alla futura tornata elettorale americana del prossimo 3 novembre, Donald Trump e Joe Biden, sembrava uscito da un talk show di approfondimento politico/culturale nostrano. Come dire: se gli USA scoprono la TV italiana.

Trump e Biden hanno continuato a sovrapporsi per tutto il tempo, interrompendosi a vicenda ed insultandosi fuori misura; sono volate anche offese personali che poco hanno a che vedere con la Politica; Biden è apparso impacciato, invecchiato, mai così tormentato dalla balbuzie ma ad un certo punto è stato abbastanza bravo a sottrarsi, rivolgendosi a favore delle telecamere. Resta comunque il fatto che non è riuscito, per buona parte dell’incontro, ad evitare di scendere sul terreno del presidente uscente, per dimostrare al proprio elettorato che riusciva a tenere testa al cowboy dal ciuffo arancione.

Il popolo americano, spesso accusato di essere “tagliato con l’accetta” non è comunque abituato ad uno spettacolo del genere e se, durante un confronto che rischia di degenerare in rissa da un momento all’altro, accade che qualcosa sfugga, o che non gli si dia il peso che si dovrebbe, ci può stare.

Una cosa è certa: se il “paese più potente del mondo”, secondo l’anacronistica definizione di alcuni, dovrà essere guidato da uno di questi due giovincelli ultrasettantenni, il pianeta, per nostra opinione, avrà qualche problema in più.

Naturalmente, se il Covid – che ha colpito, pare seriamente, Trump – non deciderà autonomamente di far cadere il piatto della bilancia in un altro modo...

I’m going to become somebody I don’t know how exactly, but I am I’ve have to, somehow

Diventerò qualcuno, non so esattamente in che modo, ma lo farò, devo farlo, in qualunque modo

(“Proud of Your Boy” di Adam Jacobs tratto dal film “Aladdin”)

Molti si chiederanno cosa c’entra la citazione di un brano della colonna sonora del lungometraggio tratto dall’omonimo e ben più noto film d’animazione “Aladdin”, prodotto nel 1992 dalla Disney, con l’ascesa della destra radicale americana nell’era Trump.

In quell’anno, ancora non ero stato chiamato ad assolvere il ruolo di genitore/educatore, ma un paio di anni dopo, con la nascita di mia figlia, Aladdin a casa nostra sarebbe diventato un must, qualcosa da cui non si poteva prescindere.

La digressione sembra un po’ fuori contesto ma è per introdurre con leggerezza una riflessione ben più seria: il nome dell’organizzazione nella galassia alt–right statunitense più ricorrente negli ultimi giorni scaturisce esattamente dal titolo di quella canzone: Proud boys.

Il gruppo però non è uscito per caso dalla lampada del ladruncolo targato Disney, bensì è montato alla ribalta mediatica circa una settimana fa quando si è riunito a Portland, Oregon, per manifestare “fedeltà agli Stati Uniti e al presidente” e “mettere fine al terrorismo domestico”.

Erano qualche migliaio, niente di clamoroso, ma armati pesantemente, in nome del controverso II emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che permette a qualsiasi cittadino abile e maggiorenne di possedere e portare un’arma.

“Orgogliosi di essere bianchi”

I Proud Boys sono nati nel 2016 grazie a Gavin McInnes, ora cinquantenne.

L’ex hipster inglese, frequentatore della scena punk rock negli anni ’90, cresce in Canada, quindi si trasferisce a Brooklyn; viene descritto come bevitore accanito, nerd pieno di rabbia, ma lui preferisce parlare di sé come un autentico “campione dei valori dell’Occidente”. Entrambe le definizioni possono coesistere, pare...

“Sono orgoglioso di essere bianco e penso che dovremmo chiudere i confini e fare in modo che tutti condividano la cultura occidentale, senza contaminazioni”.

Questo il McInnes “pensiero”.

Nel 1994 McInnes è co-fondatore della rivista hipster Vice, prima di lasciarla nel 2008 per darsi alla scrittura di libri dal contenuto poco riferibile. Ha un piacere adolescenziale nell’insultare donne, gay e transgender, e per il culto delle saghe stile Re Artù. Al punto che in uno dei suoi incontri pubblici, in un pub a New York, nell’Upper East Side, abbandonò tra le proteste la scena brandendo una spada medievale di plastica.

Questi aneddoti possono far sorridere: i Proud sono descritti come un club per soli uomini, uniti dalla voglia di birra e storie politicamente scorrette, amanti del mondo fantasy.

Sono ridicoli, possono pensare i più. “Non sono pericolosi”.

A ciascun fenomeno va invece data la rilevanza che merita, ed alcune volte sono i fatti, gli eventi reali che caratterizzano l’autorevolezza o meno di questo o quel gruppo.

E infatti, con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, il gruppo si è trasformato in milizia armata ai comizi repubblicani e i suoi miliziani in guardie del corpo di controversi blogger tipo Ann Coulter e Milo Yiannapoulos.

Superano ufficialmente le cinquemila unità, con una sezione in ogni Stato. Sono presenti con alcune “squadre” anche all’estero: Australia, Giappone, Canada, Europa, soprattutto Regno Unito e Germania.

Negli ultimi quattro anni hanno partecipato a scontri contro gli antifascisti anarchici, a Portland, Los Angeles e Berkeley, in California. Uno di loro ha organizzato la marcia neonazista di Charlottesville, Virginia, nel 2017, culminata con la morte di una giovane pacifista.

La prova-madre per il loro “rito di iniziazione” infatti è partecipare a scontri. A Portland si sono scontrati con le organizzazioni antifasciste, e con gli attivisti del movimento antirazzista Black Lives Matters nelle altre città presidiate da questi ultimi.

Il trattamento di favore ai “ragazzi orgogliosi di esserlo” riservato dalle forze di polizia, che ha identificato e minacciato solo gli antifascisti, è ovvio e quasi scontato.

Bannati da Twitter e Facebook, hanno trovato casa nella piattaforma di Telegram. Si autoproclamano contro l’establishment di Washington, ma tra i loro sostenitori c’è Roger Stone, consigliere e amico di Trump, condannato per frode e per aver mentito al Congresso; ma è stato poi graziato dallo stesso presidente.

Nell’universo Wasp si definiscono gli “sciovinisti d’Occidente”; sono misogini (alle donne non è permesso entrare nell’organizzazione), islamofobi, antisemiti, anti-immigrati.

Dal 2018, il leader del gruppo è Enrique Tarrio, cubano di Miami, e appartenente ad una famiglia che è dovuta fuggire dall’Avana all’indomani della presa del potere da parte di Fidel Castro.

Con il presidente Trump abbiamo detto c’è feeling: nel sito dell’organizzazione, la sua gigantografia domina la pagina del merchandising, dove si possono acquistare magliette e felpe con scritto “Fuck Antifa” (rigorosamente marca Fred Perry).

La gadgettistica prevede anche t–shirt stampate con l’immagine della Statua della Libertà che imbraccia l’Ak-47 (!?) altre ancora con un teschio come logo. All’ultimo corteo hanno indossato una maglietta dedicata a Kyle Rittenhouse, il ragazzo di 17 anni che ha ucciso due manifestanti a Kenosha, Wisconsin. C’era scritto: “Rittenhouse non ha fatto niente di male”.

Anche in questo caso, Trump non ha preso le distanze. I Proud Boys gli sono grati e si preparano in vista delle elezioni di novembre.

Alla fine di novembre 2018, è stato riferito, l’FBI aveva classificato i Proud Boys come un gruppo estremista con legami con il nazionalismo bianco. Due settimane dopo, un ufficiale dell’FBI che lavorava sotto copertura nella sezione locale della contea di Clark, ha negato che fosse loro intenzione classificare l’intero gruppo in questo modo e attribuì l’errore a un malinteso.

Durante il briefing, gli agenti dell’FBI hanno suggerito di utilizzare i siti Web per ulteriori informazioni, inclusa la risorsa SPLC (Southern Poverty Law Center). Il funzionario ha affermato che il loro intento era quello di caratterizzare la possibile minaccia da parte di alcuni membri del gruppo.

Teorie, parole, gli effetti veri si vedono con il tempo. E infatti...

Il riconoscimento

Il breve ritratto, deliberatamente tra il serio ed il ridicolo, dell’organizzazione che The Orange Man dice di non conoscere, può far pensare che il gruppo sia un’accozzaglia disorganizzata di poveri folli. Questo si vuole dare in pasto all’opinione pubblica.

Senza voler dargli un peso maggiore di quello che hanno, però, questa milizia armata è solo una delle 50.000 che esistono su territorio statunitense (dati sito SPLC).

Il presidente uscente, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti dal 1896, ha dichiarato che se non verrà rieletto non riconoscerà il proprio avversario, definito dal suo vice, il più “presentabile” Mike Pence, come “il cavallo di Troia della sinistra radicale americana”.

Continua a dichiarare ufficialmente che ci sarà una “frode elettorale” e che, onde evitare brogli, chiederà alle milizie di sovrintendere e controllare le operazioni di scrutinio. Inutile ritrattare il giorno dopo, dichiarando di non sapere neanche chi sono i Proud. Anche qui, il ciarpame “Italian Trend”, cui noi siamo purtroppo abituati da decenni, ha fatto scuola.

Nell’unico duello televisivo, incalzato dal moderatore Wallace, The Donald viene invitato a condannare i suprematisti bianchi esortandoli “to stand down”, letteralmente a “smobilitarsi, a lasciar perdere”.

Il presidente in carica a quel punto ha risposto con uno “stand back, stand by”: “fate un passo indietro e tenetevi pronti”. Che, senza allarmismi, è ben altra cosa da quello che aveva chiesto il moderatore e, soprattutto, da quello che gira nell’informazione mainstream anche di questo paese.

Ad un esame più attento si nota che le tre forme verbali non sono affatto sinonime: “ritirarsi” non è la stessa cosa che “fermarsi e stare pronti”. Come sa ogni militare...

Sottile differenza “sfuggita” invece ai più. In buona o cattiva fede, ognuno può giudicare.

Meno di un’ora dopo la fine del dibattito però, il presidente dei Proud Boys, twitta dalla Florida il suo grazie al presidente: “Standing by sir”. L’appello di Trump ha galvanizzato i suprematisti. Andrew Anglin ha scritto sul suo sito neonazi Daily Stormer: “Il presidente ha detto alla gente di stare in guardia, cioè: preparatevi alla guerra”. Due gruppi di Proud, subito dopo l’intervento di Trump al dibattito televisivo, hanno registrato l’adesione di centinaia di nuovi membri.

Queste milizie non sono un gruppo di complottisti, che hanno un seguito molto relativo e che sembra non essere destinato ad ingrossarsi. I seguaci dei QAnon poggiano le loro “tesi” su ragionamenti dietrologici e vagheggiano di sette segrete legate ad una presunta élite democratica di pedofili. Sembrano quasi uno specchietto per le allodole.

Le milizie armate negli USA sono invece una realtà tangibile, e come notavamo poco sopra, in costante aumento numerico.

Le formazioni armate non sembrano però essere appannaggio esclusivo della cosiddetta Alt-right. Gruppi di opposto colore politico si stanno organizzando nel paese.

Un ultima riflessione.

Sono sempre più frequenti e numerose le voci di autorevoli esponenti della cultura americana non mainstream che dichiarano da settimane che “si respira da un po’ di tempo un’aria troppo pesante. Da guerra civile”.

La sera del 3 novembre, e nei giorni successivi, il rischio di disordini sociali, di crisi istituzionale e di chissà cos’altro è molto alto.

Stand by, insomma, ma non per molto.

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