C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense di inserire il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Considerare quella scelta semplicemente una bizzarria trumpiana significherebbe non vedere il processo politico che sta prendendo forma.
Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo?
La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti.
Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere.
È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare.
Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà.
Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa statunitense non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti.
Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche.
Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica.
Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo.
Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso.
È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona.
Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali.
Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese.
Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura.
Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi.
Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti.
Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio.
La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese.
Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia.
È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati.
La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico.
È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico.
Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia.
Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica.
Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine.
Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale.
La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia.
Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica.
Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2026
13/07/2026
“Antifascisti terroristi”, secondo Rubio & co.
Il vertice improvvisato da “Narco” Rubio per il 16 luglio, con l’invito rivolto a 60 governi di paesi in prevalenza occidentali, più alcuni asiatici o latino-americani considerati “amici”, dà il senso politico di quale sia l’ideologia prevalente nell’amministrazione Trump.
Lo scopo è infatti quello di costruire una lista di organizzazioni di sinistra, genericamente qualificate come “antifa”, e definirle “terrorismo”. Non si parla di organizzazioni armate, ma di gruppi politici che danno vita a proteste di massa, come le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, gli arresti e gli omicidi commessi dall’Ice (a Minneapolis e altrove), o comunque contro le politiche dei governi occidentali o “filo”.
Una conferma esplicita di quel che avevamo sempre sostenuto: non esiste “il terrorismo”, ossia una definizione oggettiva uguale per tutta una serie di casi simili, ma è solo il nome con cui un potere definisce “il nemico” creando uno schema giuridico e militare fuori della legge ordinaria.
Il progetto è operativamente capitanato da Sebastian Lukács Gorka, uno squinternato conduttore radiofonico di chiare simpatie naziste, razziste e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che Trump, dopo averlo utilizzato come vice-assistente per soli sette mesi durante il suo primo mandato, l’ha nominato ora Direttore per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.
La politica Usa, è evidente, considera ora “buono” il fascismo, magari appena camuffato da conservatorismo, e “terrorismo” l’antifascismo puro e semplice, anche nelle forme politiche più tranquille e di massa.
L’iniziativa di Rubio e Gorka arriva pochi giorni dopo la riscoperta trumpiana del “comunismo” come “pericolo per l’America” e porta con sé tutti i segni dell’improvvisazione. A partire dal pochissimo tempo concesso tra l’invio dell’invito, l’accettazione e la riunione. Segno che non ci sono dossier ricchi di dati da mettere a disposizione dei “congiurati anticomunisti”, ma solo una disponibilità politica da raccogliere e cominciare a far funzionare praticamente.
Il governo Meloni, com’è noto, si è mosso come la biscia sull’asse liscia: prima la tentazione di un “no grazie” (da parte addirittura di Antonio Tajani), poi un “sì condizionato” che si è tramutato nella decisione di inviare un sottosegretario non parlamentare – Molteni – con l’incarico di “prendere appunti” senza aprire bocca se non per i saluti e il pranzo di lavoro.
Ma de minimis è inutile parlare...
Il progetto complica parecchio la stessa vita politica interna statunitense. Non perché l’antifascismo sia apprezzato dall’establishment “democratico” che si ritrova ora a fare i conti con una marea montante di candidati dichiaratamente “socialisti” alle primarie. Ma per il buon motivo che le definizioni vaghe sono ovviamene percepite come un pericolo per tutti.
Ci vuole in effetti poco, in quel mondo, per far passare come “antifa” e quindi pericoloso terrorista anche personaggi che non si sono mai schiodati da una poltrona. Per l’intanto va registrato che un manifestante fuori da una struttura della famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) in Texas, giudicato colpevole di aver colpito un poliziotto, è stato condannato a 100 anni di detenzione.
Altri che erano con lui “se la sono cavata” con pene detentive da 30 a 70 anni per “rivolta, fornitura di sostegno a terroristi e cospirazione per usare e trasportare esplosivi”.
Calcolando che non c’è stata nessuna “esplosione” in quel frangente, ci sembra che il disegno repressivo sia piuttosto chiaro. Anche se fuori di testa.
Negli Usa c’è addirittura una commissione della Segreteria di Stato (il ministero degli esteri) incaricata della “definizione” delle organizzazioni ostili agli Usa e potenzialmente “pericolose”. Ma anche un vecchio dirigente della struttura come Jason Blazakis avverte che giocare disinvoltamente con le definizione è piuttosto rischioso.
In primo luogo perché secondo la legge esistente un gruppo deve essere straniero per poter essere designato “terrorista”. “Se ha una presenza interna significativa, non può esserlo”. Sono le aporie del suprematismo eterno statunitense, secondo cui “i cattivi” sono sempre unamerican...
In secondo luogo, alcuni trumpiani stessi pensano che dare al governo questo potere di “classificazione criminalizzante” possa diventare un precedente – e il diritto statunitense è notoriamente fondato sul precedente – che potrebbe permettere ad una futura amministrazione “democratica radicale” di procedere nello stesso modo, incriminando perciò quelli che ora stanno al potere magari dopo aver assaltato il Congresso come cinque anni e mezzo fa.
È un problema comunque anche per parecchi governi invitati a far parte di questa “internazionale nera”. Alcuni, in forma anonima nella ricostruzione del Washington Post, hanno declinato l’invito con formule di circostanza come “l’intenso programma di appuntamenti estivo”. Altri hanno obiettato che “Noi non abbiamo antifa”.
Altri ancora che “Le nostre autorità di polizia non si sono concentrate sul terrorismo di sinistra perché non è considerata una minaccia prioritaria nel nostro paese”. Insomma, si poteva pure evitare di mandare qualcuno ad annotarsi gli ordini per il futuro.
Resta però fermo il problema politico: alla guida dell’imperialismo occidentale c’è ormai la convinzione ferma che “il fascismo non era poi così sbagliato” e l’antifascismo sia peggio della peste nera.
Brutta fine, per le sedicenti “democrazie” che preparano una guerra dopo l’altra “contro le autocrazie”...
Fonte
Lo scopo è infatti quello di costruire una lista di organizzazioni di sinistra, genericamente qualificate come “antifa”, e definirle “terrorismo”. Non si parla di organizzazioni armate, ma di gruppi politici che danno vita a proteste di massa, come le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, gli arresti e gli omicidi commessi dall’Ice (a Minneapolis e altrove), o comunque contro le politiche dei governi occidentali o “filo”.
Una conferma esplicita di quel che avevamo sempre sostenuto: non esiste “il terrorismo”, ossia una definizione oggettiva uguale per tutta una serie di casi simili, ma è solo il nome con cui un potere definisce “il nemico” creando uno schema giuridico e militare fuori della legge ordinaria.
Il progetto è operativamente capitanato da Sebastian Lukács Gorka, uno squinternato conduttore radiofonico di chiare simpatie naziste, razziste e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che Trump, dopo averlo utilizzato come vice-assistente per soli sette mesi durante il suo primo mandato, l’ha nominato ora Direttore per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.
La politica Usa, è evidente, considera ora “buono” il fascismo, magari appena camuffato da conservatorismo, e “terrorismo” l’antifascismo puro e semplice, anche nelle forme politiche più tranquille e di massa.
L’iniziativa di Rubio e Gorka arriva pochi giorni dopo la riscoperta trumpiana del “comunismo” come “pericolo per l’America” e porta con sé tutti i segni dell’improvvisazione. A partire dal pochissimo tempo concesso tra l’invio dell’invito, l’accettazione e la riunione. Segno che non ci sono dossier ricchi di dati da mettere a disposizione dei “congiurati anticomunisti”, ma solo una disponibilità politica da raccogliere e cominciare a far funzionare praticamente.
Il governo Meloni, com’è noto, si è mosso come la biscia sull’asse liscia: prima la tentazione di un “no grazie” (da parte addirittura di Antonio Tajani), poi un “sì condizionato” che si è tramutato nella decisione di inviare un sottosegretario non parlamentare – Molteni – con l’incarico di “prendere appunti” senza aprire bocca se non per i saluti e il pranzo di lavoro.
Ma de minimis è inutile parlare...
Il progetto complica parecchio la stessa vita politica interna statunitense. Non perché l’antifascismo sia apprezzato dall’establishment “democratico” che si ritrova ora a fare i conti con una marea montante di candidati dichiaratamente “socialisti” alle primarie. Ma per il buon motivo che le definizioni vaghe sono ovviamene percepite come un pericolo per tutti.
Ci vuole in effetti poco, in quel mondo, per far passare come “antifa” e quindi pericoloso terrorista anche personaggi che non si sono mai schiodati da una poltrona. Per l’intanto va registrato che un manifestante fuori da una struttura della famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) in Texas, giudicato colpevole di aver colpito un poliziotto, è stato condannato a 100 anni di detenzione.
Altri che erano con lui “se la sono cavata” con pene detentive da 30 a 70 anni per “rivolta, fornitura di sostegno a terroristi e cospirazione per usare e trasportare esplosivi”.
Calcolando che non c’è stata nessuna “esplosione” in quel frangente, ci sembra che il disegno repressivo sia piuttosto chiaro. Anche se fuori di testa.
Negli Usa c’è addirittura una commissione della Segreteria di Stato (il ministero degli esteri) incaricata della “definizione” delle organizzazioni ostili agli Usa e potenzialmente “pericolose”. Ma anche un vecchio dirigente della struttura come Jason Blazakis avverte che giocare disinvoltamente con le definizione è piuttosto rischioso.
In primo luogo perché secondo la legge esistente un gruppo deve essere straniero per poter essere designato “terrorista”. “Se ha una presenza interna significativa, non può esserlo”. Sono le aporie del suprematismo eterno statunitense, secondo cui “i cattivi” sono sempre unamerican...
In secondo luogo, alcuni trumpiani stessi pensano che dare al governo questo potere di “classificazione criminalizzante” possa diventare un precedente – e il diritto statunitense è notoriamente fondato sul precedente – che potrebbe permettere ad una futura amministrazione “democratica radicale” di procedere nello stesso modo, incriminando perciò quelli che ora stanno al potere magari dopo aver assaltato il Congresso come cinque anni e mezzo fa.
È un problema comunque anche per parecchi governi invitati a far parte di questa “internazionale nera”. Alcuni, in forma anonima nella ricostruzione del Washington Post, hanno declinato l’invito con formule di circostanza come “l’intenso programma di appuntamenti estivo”. Altri hanno obiettato che “Noi non abbiamo antifa”.
Altri ancora che “Le nostre autorità di polizia non si sono concentrate sul terrorismo di sinistra perché non è considerata una minaccia prioritaria nel nostro paese”. Insomma, si poteva pure evitare di mandare qualcuno ad annotarsi gli ordini per il futuro.
Resta però fermo il problema politico: alla guida dell’imperialismo occidentale c’è ormai la convinzione ferma che “il fascismo non era poi così sbagliato” e l’antifascismo sia peggio della peste nera.
Brutta fine, per le sedicenti “democrazie” che preparano una guerra dopo l’altra “contro le autocrazie”...
Fonte
18/10/2025
‘No Kings’: 2600 cortei in centinaia di città e Trump si arrabbia
Squadre paramilitari contro il ‘pericolo rosso’
La manifestazione è stata preceduta da un’escalation di operazioni Ice, polizia di immigrazione e dogana, particolarmente a Portland e Chicago dove le squadre paramilitari hanno intensificato raid e rastrellamenti provocando proteste e cercando di proposito colluttazioni con i manifestanti, denuncia Luca Celada. Mentre diversi tribunali hanno bloccato l’utilizzo di reparti della guardia civile. L’Ice costituisce una forza speciale che risponde solo al presidente, non rientra nelle ingiunzioni e agisce liberamente ed extra-legalmente, applicando metodi sbrigativi e violenti per detenere gli immigrati e forza militare contro il dissenso.
Reparti armati in molte città
«L’invasione di molte città democratiche da parte di reparti armati pone un preoccupante interrogativo sulla possibilità di una maggiore repressione delle manifestazioni di oggi. Da quando la ministra per la sicurezza Kristi Noem, dieci giorni fa, ha equiparato Antifa ad Hamas ed Hezbollah (parole riprese a distanza di 48 ore da Meloni), l’amministrazione ha alzato i toni di una criminalizzazione a oltranza della ‘sinistra radicale’».
‘Odio contro l’America’
La mobilitazione è stata ribattezzata «comizio di odio contro l’America» dallo speaker repubblicano della camera Mike Johnson. «Sarà un raduno di marxisti, socialisti, militanti Antifa, gli anarchici e l’ala pro-Hamas del partito democratico di estrema sinistra», ha affermato il presidente della Camera appartenente ad una setta integralista protestante che considera «demoniaco opporsi a Trump». Noi di Remocontro all’inferno da tempo. La stupidaggine del demone è solo l’ultima, di una narrazione mirata ai sostenitori politici Maga ma anche preludio a un intensificarsi della repressione. Dopo il decreto con cui Trump ha inserito ‘Antifa’ nella lista delle «organizzazioni terroriste» la ministra della giustizia Pam Bondi è stata fra le più entusiaste fautrici della persecuzione del «nemico interno, promettendo pugno duro e indagini su fiancheggiatori e finanziatori del movimento».
Bondi ha specificamente fatto riferimento a George Soros, la cui Open Society contribuisce ad organizzazioni progressiste e per la tutela dei diritti civili.
L’Antifa del neo fascismo Usa
Quello ‘Antifa’ è uno spauracchio piuttosto antico, per la destra Usa, ma ancora efficace. Il termine, così come viene utilizzato da una cinquantina d’anni negli Usa, non ha un significato sovrapponibile a quello che in Europa, e in Italia in particolare, si definisce ‘antifascismo’. Negli Stati Uniti con questa parola i conservatori hanno designato le frange più estreme dei movimenti di sinistra. Un’etichetta presto diventata sinonimo di estremista e intercambiabile con l’altro grande ‘insulto politico’ che è «communist». ‘Antifa’ è diventato un modo di dire che accomuna ormai i rappresentanti Dem delle convention locali ai militanti del movimento Black Lives Matter, dei diritti civili e delle politiche di salvaguardia dell’ambiente. Un grande cappello degli esclusi dal bipartitismo statunitense, con una visione del mondo alternativa sia a quella rappresentata da Trump sia a una certa parte dell’establishment democratico.
Persecuzione trumpiana degli ‘Antifa’
La persecuzione penale di sostenitori progressisti sarà agevolata da leggi come quella che rende punibili, con la decertificazione fiscale, le ong che sostengono cause designate come ‘eversive dal regime’. Sempre a questo scopo, a fine settembre, Trump ha promulgato un memorandum in cui ordina all’agenzia delle entrate (Irs) di «attenzionare associazioni di sostegno della rete terroristica interna». Alla vigilia delle proteste, al coro si sono sommati il ministro della difesa Pete Hegseth, quello dell’economia Scott Bessent e perfino dei trasporti Sean Duffy, oltre alla portavoce Katherine Leavitt che nelle sue requisitorie da sala stampa ha sentenziato che «immigrati clandestini, terroristi di Hamas e violenti criminali sono la base politica del partito democratico».
Poco ‘Santa Inquisizione’
Il più eloquente è stato il vice presidente JD Vance , sottolinea Luca Celada, che ha tenuto ad esplicitare ulteriormente il progetto di criminalizzazione, parlando di manifestanti «ben pagati per delinquere. Lo stato profondo presume automaticamente che la violenza politica di sinistra sia tutelata dal primo emendamento mentre quella di destra è un delitto», ha detto Vance, già fautore della grazia per i 1.500 condannati dell’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. «Ora dobbiamo riorientare l’intero apparato giudiziario per correggerne le priorità. Forse non velocemente come vorremmo, ma lo stiamo facendo». E mentre il regime non fa più segreto dello scontro a tutto campo che persegue, gli organizzatori del ‘No Kings’, come ‘Move On’, sostengono che gli attacchi di Trump e camerati stanno solo incitando la mobilitazione popolare contro.
‘No Kings’ da re Giorgio d’Inghilterra a re Trump?
In un video diffuso da Indivisible, Robert De Niro afferma che «la prima No Kings si tenne 250 anni fa quando gli americani decisero che non volevano vivere sotto re Giorgio terzo d’Inghilterra». Nel suo appello, Michael Moore ha esortato i concittadini a «non mancare l’occasione di far parte della maggiore libera espressione di pensiero di sempre. Questa è la nostra ultima occasione per fermare questa follia. Vi imploro di partecipare».
Fonte
La manifestazione è stata preceduta da un’escalation di operazioni Ice, polizia di immigrazione e dogana, particolarmente a Portland e Chicago dove le squadre paramilitari hanno intensificato raid e rastrellamenti provocando proteste e cercando di proposito colluttazioni con i manifestanti, denuncia Luca Celada. Mentre diversi tribunali hanno bloccato l’utilizzo di reparti della guardia civile. L’Ice costituisce una forza speciale che risponde solo al presidente, non rientra nelle ingiunzioni e agisce liberamente ed extra-legalmente, applicando metodi sbrigativi e violenti per detenere gli immigrati e forza militare contro il dissenso.
Reparti armati in molte città
«L’invasione di molte città democratiche da parte di reparti armati pone un preoccupante interrogativo sulla possibilità di una maggiore repressione delle manifestazioni di oggi. Da quando la ministra per la sicurezza Kristi Noem, dieci giorni fa, ha equiparato Antifa ad Hamas ed Hezbollah (parole riprese a distanza di 48 ore da Meloni), l’amministrazione ha alzato i toni di una criminalizzazione a oltranza della ‘sinistra radicale’».
‘Odio contro l’America’
La mobilitazione è stata ribattezzata «comizio di odio contro l’America» dallo speaker repubblicano della camera Mike Johnson. «Sarà un raduno di marxisti, socialisti, militanti Antifa, gli anarchici e l’ala pro-Hamas del partito democratico di estrema sinistra», ha affermato il presidente della Camera appartenente ad una setta integralista protestante che considera «demoniaco opporsi a Trump». Noi di Remocontro all’inferno da tempo. La stupidaggine del demone è solo l’ultima, di una narrazione mirata ai sostenitori politici Maga ma anche preludio a un intensificarsi della repressione. Dopo il decreto con cui Trump ha inserito ‘Antifa’ nella lista delle «organizzazioni terroriste» la ministra della giustizia Pam Bondi è stata fra le più entusiaste fautrici della persecuzione del «nemico interno, promettendo pugno duro e indagini su fiancheggiatori e finanziatori del movimento».
Bondi ha specificamente fatto riferimento a George Soros, la cui Open Society contribuisce ad organizzazioni progressiste e per la tutela dei diritti civili.
L’Antifa del neo fascismo Usa
Quello ‘Antifa’ è uno spauracchio piuttosto antico, per la destra Usa, ma ancora efficace. Il termine, così come viene utilizzato da una cinquantina d’anni negli Usa, non ha un significato sovrapponibile a quello che in Europa, e in Italia in particolare, si definisce ‘antifascismo’. Negli Stati Uniti con questa parola i conservatori hanno designato le frange più estreme dei movimenti di sinistra. Un’etichetta presto diventata sinonimo di estremista e intercambiabile con l’altro grande ‘insulto politico’ che è «communist». ‘Antifa’ è diventato un modo di dire che accomuna ormai i rappresentanti Dem delle convention locali ai militanti del movimento Black Lives Matter, dei diritti civili e delle politiche di salvaguardia dell’ambiente. Un grande cappello degli esclusi dal bipartitismo statunitense, con una visione del mondo alternativa sia a quella rappresentata da Trump sia a una certa parte dell’establishment democratico.
Persecuzione trumpiana degli ‘Antifa’
La persecuzione penale di sostenitori progressisti sarà agevolata da leggi come quella che rende punibili, con la decertificazione fiscale, le ong che sostengono cause designate come ‘eversive dal regime’. Sempre a questo scopo, a fine settembre, Trump ha promulgato un memorandum in cui ordina all’agenzia delle entrate (Irs) di «attenzionare associazioni di sostegno della rete terroristica interna». Alla vigilia delle proteste, al coro si sono sommati il ministro della difesa Pete Hegseth, quello dell’economia Scott Bessent e perfino dei trasporti Sean Duffy, oltre alla portavoce Katherine Leavitt che nelle sue requisitorie da sala stampa ha sentenziato che «immigrati clandestini, terroristi di Hamas e violenti criminali sono la base politica del partito democratico».
Poco ‘Santa Inquisizione’
Il più eloquente è stato il vice presidente JD Vance , sottolinea Luca Celada, che ha tenuto ad esplicitare ulteriormente il progetto di criminalizzazione, parlando di manifestanti «ben pagati per delinquere. Lo stato profondo presume automaticamente che la violenza politica di sinistra sia tutelata dal primo emendamento mentre quella di destra è un delitto», ha detto Vance, già fautore della grazia per i 1.500 condannati dell’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. «Ora dobbiamo riorientare l’intero apparato giudiziario per correggerne le priorità. Forse non velocemente come vorremmo, ma lo stiamo facendo». E mentre il regime non fa più segreto dello scontro a tutto campo che persegue, gli organizzatori del ‘No Kings’, come ‘Move On’, sostengono che gli attacchi di Trump e camerati stanno solo incitando la mobilitazione popolare contro.
‘No Kings’ da re Giorgio d’Inghilterra a re Trump?
In un video diffuso da Indivisible, Robert De Niro afferma che «la prima No Kings si tenne 250 anni fa quando gli americani decisero che non volevano vivere sotto re Giorgio terzo d’Inghilterra». Nel suo appello, Michael Moore ha esortato i concittadini a «non mancare l’occasione di far parte della maggiore libera espressione di pensiero di sempre. Questa è la nostra ultima occasione per fermare questa follia. Vi imploro di partecipare».
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30/09/2025
USA - Guerra civile ontro gli ‘Antifa’. Truppe a Portland e alle sedi ICE
La guerra civile strisciante che vivono gli Stati Uniti non è più tanto strisciante. Trump ha ordinato il dispiegamento di truppe a Portland, nello stato dell’Oregon, dove da alcune settimane avvengono proteste antigovernative e contro la violenza dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), e presso le sedi dell’agenzia federale che si occupa della gestione dei confini e dell’immigrazione in tutto il paese.
Come suo solito, Trump ha annunciato la decisione sul social Truth: “su richiesta del segretario della Sicurezza Nazionale, Kristi Noem, ho ordinato al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di fornire tutte le truppe necessarie per proteggere Portland, devastata dalla guerra, e qualsiasi struttura dell’ICE assediata dagli Antifa e altri terroristi interni. Autorizzo anche il ricorso alla forza massima, se necessario”.
Cosa significhino concretamente queste poche frasi è ancora in dubbio. Non è infatti chiaro se Portland e le strutture dell’ICE vedranno l’arrivo della Guardia Nazionale, di militari propriamente detti, o di entrambe le forze, come era successo a Los Angeles lo scorso giugno; per le proteste scoppiate in seguito ai raid contro gli immigrati, in città erano arrivati Marines e Guardia Nazionale.
Qualcosa di simile era già avvenuto a inizio agosto, nella capitale Washington, mentre unità della Guardia Nazionale stanno per essere dispiegati a Memphis, nel Tennessee, “contro la criminalità dilagante”, dice il tycoon. La Casa Bianca sta valutando se fare la stessa scelta anche per altre grandi città come Baltimora e Chicago.
Ma se per Memphis Trump aveva l’appoggio del governatore repubblicano Bill Lee, non è così per Portland, ad esempio. “Come altri sindaci in tutto il paese, non ho chiesto e non ho bisogno di un intervento federale”, ha dichiarato il sindaco Keith Wilson. La questione delle volontà degli amministratori locali non è di secondo piano.
Stando alla legge statunitense, il dispiegamento della Guardia Nazionale e in generale delle forze armate per motivi di ordine interno può avvenire solo su richiesta dei governatori dei singoli stati, e proprio per questo sono in corso verifiche legali sulla legittimità di precedenti decisioni dell’amministrazione federale.
Il presidente degli USA ha vari strumenti per impiegare direttamente l’esercito. Il dibattito intorno al suo uso verso cittadini statunitensi è però piuttosto complesso. Le forze armate possono essere mobilitate sul territorio nazionale sulla base dell’Insurrection Act del 1807, che è stato pensato per affrontare rivolte, insurrezioni, disordini che minacciano la sicurezza pubblica o impediscono l’applicazione delle leggi federali.
Il riferimento, nelle parole di Trump, all’utilizzo della “massima forza”, altra formula che rimane oscuro così significhi operativamente, fa pensare alle AUMF, risoluzioni del Congresso che permettono al presidente di usare l’esercito contro nemici esterni con “tutta la forza necessaria e appropriata”.
Nel 2011 sono state però usate anche per uccidere Anwar al-Awlaki, cittadino statunitense che era anche leader di al-Qaeda nella Penisola Arabica. Che lo stesso procedimento possa avvenire su territorio nazionale sarebbe una forzatura ulteriore della legge stelle-e-strisce, ma il fatto che per Trump l’esercito sta combattendo dei ‘terroristi’ non esclude questa possibilità.
Al di là dell’interpretazione in punta di legge, il riferimento a una Portland “devastata dalla guerra” condotta da “terroristi interni”, con tutti coloro che protestano contro le politiche del governo raccolti sotto la dicitura ‘Antifa’ e dichiarati ‘organizzazione terroristica’ da un ordine esecutivo firmato a inizio della scorsa settimana, palesa come gli Stati Uniti siano in una vera e propria guerra civile.
La militarizzazione delle città e la dimensione dello scontro interno, che passa lungo faglie di classe tanto quanto lungo faglie etniche, ha reso evidente il fallimento del modello sociale e politico statunitense, che con la crisi economica, egemonica e persino di proiezione verso l’esterno delle contraddizioni interne, vede ora conflagrare le contraddizioni accumulate in decenni di unipolarismo.
E non sono i comunisti il cui unico scopo è odiare Washignton, come direbbe qualche commentatore. È Trump stesso a dichiarare che nel suo paese c’è una guerra civile.
Continuare a controllare gli spiragli di rottura definitiva di questo equilibrio precario deve rimanere una priorità per chiunque voglia costruire un’alternativa al baratro in cui le classi dominanti occidentali ci stanno gettando.
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Come suo solito, Trump ha annunciato la decisione sul social Truth: “su richiesta del segretario della Sicurezza Nazionale, Kristi Noem, ho ordinato al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di fornire tutte le truppe necessarie per proteggere Portland, devastata dalla guerra, e qualsiasi struttura dell’ICE assediata dagli Antifa e altri terroristi interni. Autorizzo anche il ricorso alla forza massima, se necessario”.
Cosa significhino concretamente queste poche frasi è ancora in dubbio. Non è infatti chiaro se Portland e le strutture dell’ICE vedranno l’arrivo della Guardia Nazionale, di militari propriamente detti, o di entrambe le forze, come era successo a Los Angeles lo scorso giugno; per le proteste scoppiate in seguito ai raid contro gli immigrati, in città erano arrivati Marines e Guardia Nazionale.
Qualcosa di simile era già avvenuto a inizio agosto, nella capitale Washington, mentre unità della Guardia Nazionale stanno per essere dispiegati a Memphis, nel Tennessee, “contro la criminalità dilagante”, dice il tycoon. La Casa Bianca sta valutando se fare la stessa scelta anche per altre grandi città come Baltimora e Chicago.
Ma se per Memphis Trump aveva l’appoggio del governatore repubblicano Bill Lee, non è così per Portland, ad esempio. “Come altri sindaci in tutto il paese, non ho chiesto e non ho bisogno di un intervento federale”, ha dichiarato il sindaco Keith Wilson. La questione delle volontà degli amministratori locali non è di secondo piano.
Stando alla legge statunitense, il dispiegamento della Guardia Nazionale e in generale delle forze armate per motivi di ordine interno può avvenire solo su richiesta dei governatori dei singoli stati, e proprio per questo sono in corso verifiche legali sulla legittimità di precedenti decisioni dell’amministrazione federale.
Il presidente degli USA ha vari strumenti per impiegare direttamente l’esercito. Il dibattito intorno al suo uso verso cittadini statunitensi è però piuttosto complesso. Le forze armate possono essere mobilitate sul territorio nazionale sulla base dell’Insurrection Act del 1807, che è stato pensato per affrontare rivolte, insurrezioni, disordini che minacciano la sicurezza pubblica o impediscono l’applicazione delle leggi federali.
Il riferimento, nelle parole di Trump, all’utilizzo della “massima forza”, altra formula che rimane oscuro così significhi operativamente, fa pensare alle AUMF, risoluzioni del Congresso che permettono al presidente di usare l’esercito contro nemici esterni con “tutta la forza necessaria e appropriata”.
Nel 2011 sono state però usate anche per uccidere Anwar al-Awlaki, cittadino statunitense che era anche leader di al-Qaeda nella Penisola Arabica. Che lo stesso procedimento possa avvenire su territorio nazionale sarebbe una forzatura ulteriore della legge stelle-e-strisce, ma il fatto che per Trump l’esercito sta combattendo dei ‘terroristi’ non esclude questa possibilità.
Al di là dell’interpretazione in punta di legge, il riferimento a una Portland “devastata dalla guerra” condotta da “terroristi interni”, con tutti coloro che protestano contro le politiche del governo raccolti sotto la dicitura ‘Antifa’ e dichiarati ‘organizzazione terroristica’ da un ordine esecutivo firmato a inizio della scorsa settimana, palesa come gli Stati Uniti siano in una vera e propria guerra civile.
La militarizzazione delle città e la dimensione dello scontro interno, che passa lungo faglie di classe tanto quanto lungo faglie etniche, ha reso evidente il fallimento del modello sociale e politico statunitense, che con la crisi economica, egemonica e persino di proiezione verso l’esterno delle contraddizioni interne, vede ora conflagrare le contraddizioni accumulate in decenni di unipolarismo.
E non sono i comunisti il cui unico scopo è odiare Washignton, come direbbe qualche commentatore. È Trump stesso a dichiarare che nel suo paese c’è una guerra civile.
Continuare a controllare gli spiragli di rottura definitiva di questo equilibrio precario deve rimanere una priorità per chiunque voglia costruire un’alternativa al baratro in cui le classi dominanti occidentali ci stanno gettando.
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13/12/2020
USA - Duri scontri a Washington tra sostenitori di Trump e Antifa. Quattro feriti e 23 arresti
Una persona è stata uccisa sabato a Olympia, (stato di Washington) mentre quattro persone sono state accoltellate a Washington DC, durante gli scontri tra i manifestanti che contestavano i sostenitori di Trump che continua a delegittimare i risultati delle elezioni presidenziali. Ci sono inoltre 23 arrestati.
Si ritiene che tutte le vittime a Washington, DC, nella notte di sabato abbiano riportato ferite gravi. Inoltre, almeno un agente di polizia ha riportato ferite lievi in una scaramuccia non correlata a questi fatti. In tutto, otto persone sono state portate in ospedale per cure mediche.
Gli scontri sono divampati al calare dell’oscurità mentre defluivano i partecipanti ad una manifestazione dei sostenitori di Trump che hanno riaffermato come le elezioni del 3 novembre sono state contaminate da frodi.
Gruppi di manifestanti pro-Trump tra cui i Proud Boys e contestatori delle reti Antifa si sono scontrati per le strade del centro della città. La polizia è intervenuta con spray al peperoncino sui membri di entrambe le parti. I Proud Boys, un violento gruppo di estrema destra, si erano uniti alla marcia di sabato nei pressi dell’hotel Trump nella capitale. Mescolandosi con i gruppi religiosi pro-Trump hanno esortato i fedeli a partecipare alle “Jericho Marches” e ai raduni di preghiera per il presidente sconfitto. Il gruppo dei Proud Boys bardato con divise da combattimento ha gridato insulti ai manifestanti rivali di Antifa e bruciato bandiere del Black Lives Matters, ma fino a sera la polizia era riuscita a tenere separate i due gruppi.
A Olympia un sospetto è stato arrestato in una sparatoria negli scontri tra i manifestanti anti-Trump e sostenitori di Trump che si sono scontrati dentro e intorno all’area del Capital Campus. “Entrambe le parti vedevano individui pesantemente armati nei gruppi”, ha detto il capo della polizia. “Abbiamo avuto scontri sporadici durante il giorno”.
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Si ritiene che tutte le vittime a Washington, DC, nella notte di sabato abbiano riportato ferite gravi. Inoltre, almeno un agente di polizia ha riportato ferite lievi in una scaramuccia non correlata a questi fatti. In tutto, otto persone sono state portate in ospedale per cure mediche.
Gli scontri sono divampati al calare dell’oscurità mentre defluivano i partecipanti ad una manifestazione dei sostenitori di Trump che hanno riaffermato come le elezioni del 3 novembre sono state contaminate da frodi.
Gruppi di manifestanti pro-Trump tra cui i Proud Boys e contestatori delle reti Antifa si sono scontrati per le strade del centro della città. La polizia è intervenuta con spray al peperoncino sui membri di entrambe le parti. I Proud Boys, un violento gruppo di estrema destra, si erano uniti alla marcia di sabato nei pressi dell’hotel Trump nella capitale. Mescolandosi con i gruppi religiosi pro-Trump hanno esortato i fedeli a partecipare alle “Jericho Marches” e ai raduni di preghiera per il presidente sconfitto. Il gruppo dei Proud Boys bardato con divise da combattimento ha gridato insulti ai manifestanti rivali di Antifa e bruciato bandiere del Black Lives Matters, ma fino a sera la polizia era riuscita a tenere separate i due gruppi.
A Olympia un sospetto è stato arrestato in una sparatoria negli scontri tra i manifestanti anti-Trump e sostenitori di Trump che si sono scontrati dentro e intorno all’area del Capital Campus. “Entrambe le parti vedevano individui pesantemente armati nei gruppi”, ha detto il capo della polizia. “Abbiamo avuto scontri sporadici durante il giorno”.
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