A inizio di questa settimana il Governo ha annunciato un emendamento governativo, depositato nei giorni scorsi, con cui si stanziano 66 milioni per emergenza alluvione in Toscana (il riferimento è all’alluvione di novembre/dicembre 2023).
Leggendo bene il testo, ci si può rendere conto come questi 66 milioni provengano dal fondo per la ricostruzione nei territori dell’Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche colpite dall’alluvione di maggio 2023.
In buona sostanza, l’emendamento del Governo non fa altro che spostare risorse da un fondo destinato agli alluvionati del maggio ‘23 di tre regioni ad un fondo per gli alluvionati del novembre/dicembre ’23 della sola Toscana (a cui già spettavano, dato che la Toscana era una di quelle tre Regioni).
Nessuna nuova risorsa per gli alluvionati toscani, dunque, ma al tempo stesso si riducono i fondi per gli alluvionati di Emilia e Marche, per i quali i rallentamenti degli stanziamenti per le famiglie e i piccoli produttori e la sostanziale inazione rispetto alla manutenzione delle reti infrastrutturali (soprattutto per l’Appennino) rappresentano una vergogna ai danni di delle popolazioni locali, che nessun comunicato roboante del Governo e dei Presidenti di Regione può sanare nella continua campagna elettorale in cui siamo immersi.
Come Potere al Popolo denunciamo questo maquillage cui fa ricorso in prima persona la Presidente del Consiglio, mentendo spudoratamente ai cittadini di tutte le regioni colpite dalle alluvioni di maggio e di questo autunno.
Il cambiamento climatico richiede un’inversione completa delle priorità del Governo e delle amministrazioni regionali: invece di dirottare miliardi di euro per l’invio di armi negli scenari di guerra e per la missione Aspides nel Mar Rosso nel tentativo di indebolire la resistenza palestinese e dei popoli solidali, abbiamo bisogno di investimenti strutturali nelle vere emergenze del nostro Paese, e sicuramente la cura e la manutenzioni dei nostri territori rivestono un ruolo di primo piano in questo senso.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Emilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Emilia. Mostra tutti i post
27/07/2020
La richiesta
La vicenda della caserma-criminale di Piacenza deve ridefinire la nostra visione del rapporto tra normalità ed eccezionalità, quando si parla di ordine pubblico.
L’infinito rosario di “deviazioni istituzionali” delle forze di polizia, e segnatamente dell’Arma – dentro scenari epocali come i tentati golpe, o miserabilmente locali come lo spaccio piacentino – non deve distrarci da un punto essenziale: è la “normalità” delle cose, che deve preoccuparci, non i fatti eclatanti. È il quotidiano, la minuteria, che deve farci riflettere – e in qualche caso spaventare.
Un esempio viene da un’altra istituzione benemerita, il Settimo Reparto Mobile. Avevo sentito parlare di una strana procedura, evidentemente legale, che veniva promossa dagli uffici di tale settore di polizia, una prassi talmente equivoca che a me sembrava anche poco credibile.
Esisteva davvero un documento scritto che la provasse? Poi, finalmente ne ho trovato uno. È una fotocopia grigiastra, un po’ sbiadita, sbianchettata nei nomi ma leggibile. È un reperto che andrebbe conservato, per raccontare e ricordare l’Italia del 2020, al di là delle smancerie sull’“andrà tutto bene”; questo pezzo di carta dice esattamente il contrario: andrà tutto male. Ed è un messaggio piuttosto esplicito.
La carta intestata è, appunto, quella del Settimo Reparto Mobile di Bologna Ufficio generale e coordinamento. L’oggetto è una richiesta di risarcimento danni subiti dall’Amministrazione. Il destinatario? Il nome non è molto importante. È uno dei tanti. Uno tra le migliaia di donne e uomini che in questi ultimi anni hanno alzato la testa – e qualche bandiera – per reclamare il minimo sindacale dei diritti contrattuali.
Potrebbe essere uno qualsiasi tra i forzati dei prosciuttifici o piuttosto un abitatore dei frenetici magazzini della logistica emiliana, o un qualunque sfruttato situato in qualche snodo caldo, lungo la mefitica catena dell’agroalimentare italiano.
Nel caso specifico, è sicuramente uno dei centinaia (500? 600?) cittadini modenesi che hanno una posizione aperta presso il Tribunale di Modena, per reati “gravissimi” come il picchettaggio dell’azienda (in cui magari hanno lavorato per vent’anni) o la celeberrima accoppiata “resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale” – due categorie penali che viaggiano sempre insieme: si oltraggia e si resiste sempre in simultanea, nei verbali di polizia.
Torniamo al reperto cartaceo. Questa che ho davanti è una raccomandata a.r. L’oggetto è inequivocabile: “Lesioni patite dal Viceispettore XXXX in occasione del presidio sindacale davanti allo stabilimento XXXX Risarcimento danni subiti dall’Amministrazione per le assenze del personale della P.S. per colpa terzi.”
Una richiesta danni spedita da un ufficio della Celere ai danni di un manifestante – sicuramente già deferito all’autorità giudiziaria.
Quindi, se ho capito bene: il Viceispettore in questione ha “patito lesioni” in occasione di un presidio sindacale e i costi del disagio organizzativo vengono addebitati al presunto responsabile.
Attenzione, però, qua c’è il primo elemento bizzarro: che ci siano state lesioni e patimento deve dirlo un giudice, mica una denuncia di polizia.
L’amministrazione però è dinamica, vuole guardare avanti. Ti metti ad aspettare le sentenze, di questi tempi? Loro calcolano che comunque il vuoto in organico c’è stato, e nei paragrafi successivi si puntualizza anche il danno erariale in termini di oneri assistenziali, previdenziali, retributivi. Il danno è contabilizzato con burocratica e italianissima precisione centesimale: EURO TREDICIMILASESSANTOTTO, 74.
Quindi il destinatario del provvedimento, ha partecipato a un picchetto sindacale; che ha provocato un tafferuglio; che ha cagionato un patimento all’ispettore; che si è messo in malattia; che ha provocato un vuoto di organico; che ha portato un vulnus economico che il destinatario con dolo causò (qua ci starebbe bene una colonna sonora di Branduardi)...
L’accusa fa riferimento ad una nota vertenza che ha avuto una certa eco nazionale, presso uno stabilimento modenese, tra il 2018 e il 2019. Quasi tutte le protagoniste di quella vertenza erano donne, parecchie non più giovani, nessuna armata di strumenti atti ad offendere, tutte ripetutamente intossicate da gas lacrimogeni profusi quotidianamente per evitare qualsiasi intralcio al carico/scarico merci.
Lavoratori della logistica e solidali arrivavano la mattina per dare un mano al presidio e sostenere le ragioni di quelle lavoratrici. Tutto davanti alle telecamere e agli smartphone che producevano dirette facebook su ciò che accadeva. L’agente ferito sarà stato refertato presso l’ospedale di Baggiovara, immaginiamo: ci sono eloquenti immagini in rete di una fila di celerini bardati in attesa di essere visitati, durante una di quelle giornate.
Il fatto che tali blandissime dinamiche di piazza producano una denuncia penale, è un meccanismo abbastanza consueto, ognuno può trarre le conclusioni che vuole su questi scenari ricorrenti: chi siamo noi per mettere in dubbio che queste amazzoni-operaie o questi facchini ninja, seduti in terra e con le mani alzate, possano provocare “patimento” ai giovanottoni super attrezzati che devono garantire il libero mercato?
Ma qui, con questa richiesta specifica, entriamo in un campo inedito: il Settimo Reparto Celere sta chiedendo in prima persona un risarcimento diretto all’operaio denunciato, senza attendere nessuna sentenza di giustizia penale o amministrativa.
Il corpo di polizia afferma che con la sua violenza, il signore o la signora in questione abbiano comunque cagionato un danno all’organizzazione del Reparto – perché aspettare un giudice? E quindi, prima di qualsiasi provvedimento giudiziario, intima formalmente, in via amministrativa, l’azione di risarcimento. Tredicimila e dispari euro.
Ripetiamo: un corpo di polizia, assai noto per chiunque abbia avuto a che fare con manifestazioni di piazza, invia una raccomandata ad un privato cittadino e gli chiede, senza troppi formalismi, di effettuare un versamento (in questo caso ingente) sul proprio conto corrente. In calce al documento sono anche riportate le coordinate IBAN (specificare nella causale: risarcimento danni). Il Settimo Reparto Mobile ha un conto corrente intestato.
Potrebbe toccare a chiunque, di ricevere questa intimazione. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una richiesta di risarcimento per gli straordinari pagati a seguito di una manifestazione non autorizzata a cui abbiamo preso parte – anche inconsapevolmente o senza esiti cruenti.
Questa cifra, per altro, non essendo una oblazione o una sanzione comminata da un giudice, non estingue la denuncia. È in qualche modo una richiesta da “privato” a “privato”. Il documento non è neanche firmato da un avvocato o da una struttura legale, come sarebbe per un richiesta danni tra condomini: è il Primo Dirigente della Polizia di Stato (tale è la sua qualifica) che firma direttamente l’intimazione. Ci dia i soldi, punto.
Ne sono arrivate anche altre, di queste sorprese a mezzo raccomandata – non tutte facilmente reperibili. Le operaie sono terrorizzate. Simili richieste possono mandare zampe all’aria una famiglia povera.
In un caso una signora, attiva nella medesima vertenza, ha ricevuto un avviso orale alla presenza del figlio piccolo, mentre andava a rinnovare il permesso di soggiorno per il bimbo. L’avviso orale consiste in un verbale da firmare: non c’è la contestazione di un reato specifico, ma si invita con tono minaccioso la persona a “cambiare condotta di vita” (proprio questa è la formula, che poteva uscire di bocca a un curato di paese 50 anni fa).
Non ci risulta, per altro, che alcun imprenditore, appaltatore, capo cooperativa dedito alla intermediazione illegale di mano d’opera, sia mai stato “avvisato” dal Questore. I consigli di amministrazione, i caporali, i consulenti del lavoro, i commercialisti complici, di solito non vengono invitati a cambiare vita.
Questi lavoratori bersagliati da raccomandate minacciose, oltre che da denunce e processi, cominciano a rendersi conto che in questo paese (sono in prevalenza non italiane/i) reclamare diritti e legalità sia una faccenda pericolosa, che può comportare strascichi penali e pericoli personali per molti anni.
Qualcuno forse sta cominciando a pensare: chi se ne frega? Agli italiani sta bene così? Gli piace come gira questo loro paese? Perché devo mettere a rischio la mia fedina penale o il futuro dei miei figli? Meglio adattarsi. Le cose, alla fine, vanno un po’ come in molte delle loro nazioni d’origine: i poveri devono subire e se si ribellano la polizia li minaccia. Tutto il mondo è così, penseranno. Forse è questa la famosa integrazione, che si chiede agli stranieri.
La forza di deterrenza – chiamiamola così – di queste iniziative è psicologicamente molto potente: un corpo armato dello Stato chiede soldi ad un privato cittadino, con scadenza perentoria e nessun margine di discussione. Se sono importi consistenti probabilmente il destinatario della richiesta si rivolgerà ad un avvocato che gli sconsiglierà assolutamente di pagare alcunché, vista la inconsistenza giuridica della pretesa.
Se però le cifre sono più basse e il “danno causato” ammonta a qualche centinaio di euro, qualche povera anima potrebbe anche essere tentata di fare il versamento e amen; penseranno: loro sono poliziotti, magari proprio quelli che mi hanno bastonato, io sono un poveraccio che lavora precario in fabbrica, per di più straniero, forse è meglio pagare e ridurre il danno.
Mi rendo conto che sono molti i paesi in cui la Polizia chiede soldi ai cittadini, al di fuori di qualsiasi procedura giudiziale; qui i metodi sono formalmente ineccepibili, con timbri e raccomandate: ma la sostanza cambia poi molto? La fantasia semantica potrebbe suggerire molte diverse definizioni di una tale prassi.
Che razza di paese stiamo diventando? Una mattina vai alla cassetta della posta e trovi, insieme alle solite bollette, delle misteriose richieste di risarcimenti inappellabili.
Ma perché pagare? La paghiamo già, la polizia. Fino all’ultimo centesimo. Paghiamo anche gli interventi straordinari coordinati con le direzioni aziendali e le guardie giurate assoldate dalle medesime. Paghiamo salari, mezzi, strutture, caserme, indennità. Paghiamo quelli che ci picchiano, quelli che ci arrestano, che ci spiano indefessamente. Perché chiederci altri soldi? Dovrebbe essere tutto compreso nel servizio.
Questo a Modena, città medaglia d’oro della Resistenza, dove il Tribunale è intasato di fascicoli istruiti contro operaie e operai.
Poi c’è Piacenza, con la sua gang in bandoliera. E Bologna dove i PM si succedono, ma sempre con le medesime ossessioni anti-sovversione. Sempre l’Emilia, che è poi l’Emilia della Uno Bianca, la vecchia Emilia che si crogiola nelle sue stinte mitologie, rifiutando di fare i conti con la sua storia recente. E subisce scivolamenti pericolosissimi negli equilibri istituzionali.
Per capirci: quando si torturavano i prigionieri politici, era il presidente Spadolini a dare l’ok al dott. De Tormentis; quando poliziotti travisati sparavano a Giorgiana Masi, era Cossiga ad assumersene la responsabilità pubblica.
Ma oggi non è questo lo scenario: oggi c’è un vuoto politico disperato, pienamente post (molto post) democratico, con figurine esangui di governatori e premier palesemente inabili a qualsiasi funzione di mediazione politica, totalmente privi di consapevolezza o autorevolezza.
E in questo vuoto sguazzano i corpi dello Stato: pezzi di amministrazione pubblica, sbirri, Procure, direttori di penitenziari – bande armate, microcircuiti di potere, segmenti e signorotti che si allargano ogni giorno di più, guadagnando spazio in un processo di feudalizzazione delle funzioni pubbliche. Fino a chiedere soldi ai cittadini a domicilio.
È sotto il pelo d’acqua di questa palude che si intravede il ghigno di Palamara, il narcotraffico in divisa, il magistrato anti No Tav che invoca le leggi antiterrorismo, il celerino che mette a posto le vertenze sindacali a bastonate, con i sinceri ringraziamenti della proprietà.
Torniamo all’inizio: fa più paura la normalità o l’eccezionalità, nell’Italia del 2020?
Fonte
L’infinito rosario di “deviazioni istituzionali” delle forze di polizia, e segnatamente dell’Arma – dentro scenari epocali come i tentati golpe, o miserabilmente locali come lo spaccio piacentino – non deve distrarci da un punto essenziale: è la “normalità” delle cose, che deve preoccuparci, non i fatti eclatanti. È il quotidiano, la minuteria, che deve farci riflettere – e in qualche caso spaventare.
Un esempio viene da un’altra istituzione benemerita, il Settimo Reparto Mobile. Avevo sentito parlare di una strana procedura, evidentemente legale, che veniva promossa dagli uffici di tale settore di polizia, una prassi talmente equivoca che a me sembrava anche poco credibile.
Esisteva davvero un documento scritto che la provasse? Poi, finalmente ne ho trovato uno. È una fotocopia grigiastra, un po’ sbiadita, sbianchettata nei nomi ma leggibile. È un reperto che andrebbe conservato, per raccontare e ricordare l’Italia del 2020, al di là delle smancerie sull’“andrà tutto bene”; questo pezzo di carta dice esattamente il contrario: andrà tutto male. Ed è un messaggio piuttosto esplicito.
La carta intestata è, appunto, quella del Settimo Reparto Mobile di Bologna Ufficio generale e coordinamento. L’oggetto è una richiesta di risarcimento danni subiti dall’Amministrazione. Il destinatario? Il nome non è molto importante. È uno dei tanti. Uno tra le migliaia di donne e uomini che in questi ultimi anni hanno alzato la testa – e qualche bandiera – per reclamare il minimo sindacale dei diritti contrattuali.
Potrebbe essere uno qualsiasi tra i forzati dei prosciuttifici o piuttosto un abitatore dei frenetici magazzini della logistica emiliana, o un qualunque sfruttato situato in qualche snodo caldo, lungo la mefitica catena dell’agroalimentare italiano.
Nel caso specifico, è sicuramente uno dei centinaia (500? 600?) cittadini modenesi che hanno una posizione aperta presso il Tribunale di Modena, per reati “gravissimi” come il picchettaggio dell’azienda (in cui magari hanno lavorato per vent’anni) o la celeberrima accoppiata “resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale” – due categorie penali che viaggiano sempre insieme: si oltraggia e si resiste sempre in simultanea, nei verbali di polizia.
Torniamo al reperto cartaceo. Questa che ho davanti è una raccomandata a.r. L’oggetto è inequivocabile: “Lesioni patite dal Viceispettore XXXX in occasione del presidio sindacale davanti allo stabilimento XXXX Risarcimento danni subiti dall’Amministrazione per le assenze del personale della P.S. per colpa terzi.”
Una richiesta danni spedita da un ufficio della Celere ai danni di un manifestante – sicuramente già deferito all’autorità giudiziaria.
Quindi, se ho capito bene: il Viceispettore in questione ha “patito lesioni” in occasione di un presidio sindacale e i costi del disagio organizzativo vengono addebitati al presunto responsabile.
Attenzione, però, qua c’è il primo elemento bizzarro: che ci siano state lesioni e patimento deve dirlo un giudice, mica una denuncia di polizia.
L’amministrazione però è dinamica, vuole guardare avanti. Ti metti ad aspettare le sentenze, di questi tempi? Loro calcolano che comunque il vuoto in organico c’è stato, e nei paragrafi successivi si puntualizza anche il danno erariale in termini di oneri assistenziali, previdenziali, retributivi. Il danno è contabilizzato con burocratica e italianissima precisione centesimale: EURO TREDICIMILASESSANTOTTO, 74.
Quindi il destinatario del provvedimento, ha partecipato a un picchetto sindacale; che ha provocato un tafferuglio; che ha cagionato un patimento all’ispettore; che si è messo in malattia; che ha provocato un vuoto di organico; che ha portato un vulnus economico che il destinatario con dolo causò (qua ci starebbe bene una colonna sonora di Branduardi)...
L’accusa fa riferimento ad una nota vertenza che ha avuto una certa eco nazionale, presso uno stabilimento modenese, tra il 2018 e il 2019. Quasi tutte le protagoniste di quella vertenza erano donne, parecchie non più giovani, nessuna armata di strumenti atti ad offendere, tutte ripetutamente intossicate da gas lacrimogeni profusi quotidianamente per evitare qualsiasi intralcio al carico/scarico merci.
Lavoratori della logistica e solidali arrivavano la mattina per dare un mano al presidio e sostenere le ragioni di quelle lavoratrici. Tutto davanti alle telecamere e agli smartphone che producevano dirette facebook su ciò che accadeva. L’agente ferito sarà stato refertato presso l’ospedale di Baggiovara, immaginiamo: ci sono eloquenti immagini in rete di una fila di celerini bardati in attesa di essere visitati, durante una di quelle giornate.
Il fatto che tali blandissime dinamiche di piazza producano una denuncia penale, è un meccanismo abbastanza consueto, ognuno può trarre le conclusioni che vuole su questi scenari ricorrenti: chi siamo noi per mettere in dubbio che queste amazzoni-operaie o questi facchini ninja, seduti in terra e con le mani alzate, possano provocare “patimento” ai giovanottoni super attrezzati che devono garantire il libero mercato?
Ma qui, con questa richiesta specifica, entriamo in un campo inedito: il Settimo Reparto Celere sta chiedendo in prima persona un risarcimento diretto all’operaio denunciato, senza attendere nessuna sentenza di giustizia penale o amministrativa.
Il corpo di polizia afferma che con la sua violenza, il signore o la signora in questione abbiano comunque cagionato un danno all’organizzazione del Reparto – perché aspettare un giudice? E quindi, prima di qualsiasi provvedimento giudiziario, intima formalmente, in via amministrativa, l’azione di risarcimento. Tredicimila e dispari euro.
Ripetiamo: un corpo di polizia, assai noto per chiunque abbia avuto a che fare con manifestazioni di piazza, invia una raccomandata ad un privato cittadino e gli chiede, senza troppi formalismi, di effettuare un versamento (in questo caso ingente) sul proprio conto corrente. In calce al documento sono anche riportate le coordinate IBAN (specificare nella causale: risarcimento danni). Il Settimo Reparto Mobile ha un conto corrente intestato.
Potrebbe toccare a chiunque, di ricevere questa intimazione. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una richiesta di risarcimento per gli straordinari pagati a seguito di una manifestazione non autorizzata a cui abbiamo preso parte – anche inconsapevolmente o senza esiti cruenti.
Questa cifra, per altro, non essendo una oblazione o una sanzione comminata da un giudice, non estingue la denuncia. È in qualche modo una richiesta da “privato” a “privato”. Il documento non è neanche firmato da un avvocato o da una struttura legale, come sarebbe per un richiesta danni tra condomini: è il Primo Dirigente della Polizia di Stato (tale è la sua qualifica) che firma direttamente l’intimazione. Ci dia i soldi, punto.
Ne sono arrivate anche altre, di queste sorprese a mezzo raccomandata – non tutte facilmente reperibili. Le operaie sono terrorizzate. Simili richieste possono mandare zampe all’aria una famiglia povera.
In un caso una signora, attiva nella medesima vertenza, ha ricevuto un avviso orale alla presenza del figlio piccolo, mentre andava a rinnovare il permesso di soggiorno per il bimbo. L’avviso orale consiste in un verbale da firmare: non c’è la contestazione di un reato specifico, ma si invita con tono minaccioso la persona a “cambiare condotta di vita” (proprio questa è la formula, che poteva uscire di bocca a un curato di paese 50 anni fa).
Non ci risulta, per altro, che alcun imprenditore, appaltatore, capo cooperativa dedito alla intermediazione illegale di mano d’opera, sia mai stato “avvisato” dal Questore. I consigli di amministrazione, i caporali, i consulenti del lavoro, i commercialisti complici, di solito non vengono invitati a cambiare vita.
Questi lavoratori bersagliati da raccomandate minacciose, oltre che da denunce e processi, cominciano a rendersi conto che in questo paese (sono in prevalenza non italiane/i) reclamare diritti e legalità sia una faccenda pericolosa, che può comportare strascichi penali e pericoli personali per molti anni.
Qualcuno forse sta cominciando a pensare: chi se ne frega? Agli italiani sta bene così? Gli piace come gira questo loro paese? Perché devo mettere a rischio la mia fedina penale o il futuro dei miei figli? Meglio adattarsi. Le cose, alla fine, vanno un po’ come in molte delle loro nazioni d’origine: i poveri devono subire e se si ribellano la polizia li minaccia. Tutto il mondo è così, penseranno. Forse è questa la famosa integrazione, che si chiede agli stranieri.
La forza di deterrenza – chiamiamola così – di queste iniziative è psicologicamente molto potente: un corpo armato dello Stato chiede soldi ad un privato cittadino, con scadenza perentoria e nessun margine di discussione. Se sono importi consistenti probabilmente il destinatario della richiesta si rivolgerà ad un avvocato che gli sconsiglierà assolutamente di pagare alcunché, vista la inconsistenza giuridica della pretesa.
Se però le cifre sono più basse e il “danno causato” ammonta a qualche centinaio di euro, qualche povera anima potrebbe anche essere tentata di fare il versamento e amen; penseranno: loro sono poliziotti, magari proprio quelli che mi hanno bastonato, io sono un poveraccio che lavora precario in fabbrica, per di più straniero, forse è meglio pagare e ridurre il danno.
Mi rendo conto che sono molti i paesi in cui la Polizia chiede soldi ai cittadini, al di fuori di qualsiasi procedura giudiziale; qui i metodi sono formalmente ineccepibili, con timbri e raccomandate: ma la sostanza cambia poi molto? La fantasia semantica potrebbe suggerire molte diverse definizioni di una tale prassi.
Che razza di paese stiamo diventando? Una mattina vai alla cassetta della posta e trovi, insieme alle solite bollette, delle misteriose richieste di risarcimenti inappellabili.
Ma perché pagare? La paghiamo già, la polizia. Fino all’ultimo centesimo. Paghiamo anche gli interventi straordinari coordinati con le direzioni aziendali e le guardie giurate assoldate dalle medesime. Paghiamo salari, mezzi, strutture, caserme, indennità. Paghiamo quelli che ci picchiano, quelli che ci arrestano, che ci spiano indefessamente. Perché chiederci altri soldi? Dovrebbe essere tutto compreso nel servizio.
Questo a Modena, città medaglia d’oro della Resistenza, dove il Tribunale è intasato di fascicoli istruiti contro operaie e operai.
Poi c’è Piacenza, con la sua gang in bandoliera. E Bologna dove i PM si succedono, ma sempre con le medesime ossessioni anti-sovversione. Sempre l’Emilia, che è poi l’Emilia della Uno Bianca, la vecchia Emilia che si crogiola nelle sue stinte mitologie, rifiutando di fare i conti con la sua storia recente. E subisce scivolamenti pericolosissimi negli equilibri istituzionali.
Per capirci: quando si torturavano i prigionieri politici, era il presidente Spadolini a dare l’ok al dott. De Tormentis; quando poliziotti travisati sparavano a Giorgiana Masi, era Cossiga ad assumersene la responsabilità pubblica.
Ma oggi non è questo lo scenario: oggi c’è un vuoto politico disperato, pienamente post (molto post) democratico, con figurine esangui di governatori e premier palesemente inabili a qualsiasi funzione di mediazione politica, totalmente privi di consapevolezza o autorevolezza.
E in questo vuoto sguazzano i corpi dello Stato: pezzi di amministrazione pubblica, sbirri, Procure, direttori di penitenziari – bande armate, microcircuiti di potere, segmenti e signorotti che si allargano ogni giorno di più, guadagnando spazio in un processo di feudalizzazione delle funzioni pubbliche. Fino a chiedere soldi ai cittadini a domicilio.
È sotto il pelo d’acqua di questa palude che si intravede il ghigno di Palamara, il narcotraffico in divisa, il magistrato anti No Tav che invoca le leggi antiterrorismo, il celerino che mette a posto le vertenze sindacali a bastonate, con i sinceri ringraziamenti della proprietà.
Torniamo all’inizio: fa più paura la normalità o l’eccezionalità, nell’Italia del 2020?
Fonte
11/06/2012
Parma ancora senza giunta
I riflettori sono tutti puntati su di lui e sulla macchina comunale che aspetta di ripartire. Ma Federico Pizzarotti, il nuovo sindaco di Parma del Movimento 5 stelle,
schiva flash e taccuini dei giornalisti che lo assediano sotto il
Comune per buttarsi a capofitto negli impegni istituzionali. Poco
importa se c’è chi grida allo scandalo perché a quasi tre settimane
dalla sua nomina ha presentato solo un assessore. “Non è facile
scegliere le persone con le giuste competenze – spiega a chi gli fa
notare il ritardo – abbiamo selezionato centinaia di curricula ed è
necessario anche incontrare i possibili assessori, che devono avere,
oltre che le competenze tecniche, anche caratteristiche personali
compatibili con i principi del Movimento, e possibilmente dovrebbero
anche andare d’accordo con me e la mia squadra”.
I colloqui, le convocazioni e le discussioni tra i Cinque stelle sono proseguiti a ritmo serrato dai primi giorni dall’elezione di Pizzarotti. Ma ad oggi l’unico assessore certo è Gino Capelli, a cui è stata affidata la delicata delega al Bilancio. La nomina è avvenuta lunedì a porte chiuse, con una comunicazione via streaming del sindaco sul canale YouTube del Comune. E da allora è calato di nuovo il massimo riserbo sugli altri sei membri della giunta. Mistero che però dovrebbe essere svelato domani, in una conferenza stampa convocata dal sindaco stesso per snocciolare almeno altri tre nomi e rispondere ai tanti dubbi che hanno assillato in questi giorni, più che i cittadini, la stampa locale e nazionale. Una rivoluzione annunciata finita nel pantano? “Non direi – risponde Nicoletta Paci, consigliera a Cinque stelle in pole position per il ruolo di vicesindaco – La rivoluzione è proprio il fatto che, a differenza degli altri partiti, non avevamo già poltrone pronte da spartire con gli amici o per ricambiare favori”.
Tra i papabili di cui si è parlato nelle ultime ore ci sono Gabriele Folli dell’associazione Gestione corretta rifiuti per la delega all’Ambiente, insieme ai due avvocati no termo Arrigo Allegri e Pietro De Angelis, mentre a Cristiano Casa, presidente di Centopercento Pmi, dovrebbe andare l’assessorato alle Attività produttive. Tante le proposte per il settore Cultura, in cui al primo posto risulterebbe il nome di Roberto De Lellis, docente universitario e ex direttore del Teatro delle Briciole. In lizza con lui anche l’ex soprintendente ai Beni culturali Lucia Fornari Schianchi, la direttrice artistica della Fondazione Teatro Due Paola Donati e Mario Mascitelli, del Teatro del Cerchio. “I nomi sono praticamente pronti – assicura Pizzarotti – dovete solo aspettare l’annuncio”.
E pronti e già al lavoro sarebbero anche i consulenti esterni gratuiti, che in molti nelle ultime settimane davano già per persi. A garantirlo è stata proprio una di loro, l’economista internazionale Loretta Napoleoni, che pochi giorni fa su Twitter se la prendeva con un articolo del Corriere della Sera: “La cattiva informazione del Corriere: ieri noi consulenti ci siamo incontrati a Parma con Pizzarotti!”. Con lei in pista ci sarebbero anche Maurizio Pallante (esperto di tecnologie ambientali) e Pierluigi Paoletti (analista finanziario), tutti pronti a dare una mano ai Cinque stelle e al “laboratorio Parma”, in cui tutti, anche i cittadini, sono chiamati a contribuire alla vita politica e amministrativa della città.
Gli esterni però finiscono ai consulenti. Almeno per il momento è archiviata la questione Valentino Tavolazzi, ex esponente del Movimento 5 stelle espulso da Grillo che sarebbe stato chiamato in un primo momento da Pizzarotti e i suoi per il ruolo di direttore generale del Comune. La cosa aveva mandato su tutte le furie Beppe Grillo e ancora di più Gianroberto Casaleggio, considerato il deus ex machina del Movimento, al punto che ad appena tre giorni dalla vittoria già si parlava di spaccatura tra il sindaco parmigiano e il leader dei Cinque stelle. Con il passare dei giorni però la crisi sarebbe rientrata con la retromarcia sulla nomina del direttore generale, e in particolare su Tavolazzi. Molteplici i motivi addotti: mancanza del ruolo nella pianta organica del Comune, competenze inadeguate e infine budget limitato per una figura esterna. Che sia la verità o solo scuse, la realtà dei fatti è che il ferrarese Tavolazzi a Parma probabilmente non metterà piede.
Intanto in città tutti attendono un segnale dal Municipio. Dopo la relazione del commissario Mario Ciclosi sui debiti del Comune, che ammonterebbero a 846 milioni di euro, Pizzarotti ha incontrato l’ad di Cariparma Crédit Agricole Gianpiero Maioli per fare il punto sulla situazione delle casse comunali e su possibili finanziamenti. Per il sindaco 24 ore non bastano per gli impegni, figuriamoci per i pensieri: gli Industriali hanno chiesto che il Comune saldi i debiti con le aziende con la massima urgenza, e in fila davanti ai Portici del grano si accumulano i problemi, dall’inceneritore ai cantieri bloccati. Tutti pendono dalle labbra di Pizzarotti, mentre la sua squadra lavora instancabile su diversi fronti, designando intanto il giovane Marco Bosi, 25enne record di preferenze, come capogruppo in consiglio. Ancora incerto il ruolo di presidente, che si contenderebbero Marco Vagnozzi, Patrizia Ageno e Fabrizio Savani. Le scelte non sono ancora del tutto definite, ma il tempo stringe.
Del resto, anche nel Pd, dopo la sconfitta, non si è ancora riuscito a decidere un bel niente. Il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli, dopo che la sua ascesa al Municipio è stata bloccata dall’avversario Cinque stelle, si è chiuso nel silenzio e non ha ancora comunicato cosa farà. Accetterà di sedere tra i banchi dell’opposizione in consiglio comunale o continuerà a rimanere semplicemente presidente della Provincia? E chi sarà il capogruppo dell’opposizione? A contendersi il titolo per ora sono Nicola Dall’Olio (indicato anche da Bernazzoli) e Massimo Iotti, già attivo nell’ex minoranza.
Mentre le risposte scarseggiano e si dilatano le attese, l’unica cosa certa è che il count down è cominciato, per vincitori e vinti. Alla prima seduta di consiglio fissata il 14 di giugno tutti i nodi verranno al pettine. E anche tutti i nomi di assessori, consiglieri e controconsiglieri.
Fonte
Di questo passo diventeranno dei Cioccolatai a 5 Stelle, con buona pace di qualunque buon proposito iniziale.
I colloqui, le convocazioni e le discussioni tra i Cinque stelle sono proseguiti a ritmo serrato dai primi giorni dall’elezione di Pizzarotti. Ma ad oggi l’unico assessore certo è Gino Capelli, a cui è stata affidata la delicata delega al Bilancio. La nomina è avvenuta lunedì a porte chiuse, con una comunicazione via streaming del sindaco sul canale YouTube del Comune. E da allora è calato di nuovo il massimo riserbo sugli altri sei membri della giunta. Mistero che però dovrebbe essere svelato domani, in una conferenza stampa convocata dal sindaco stesso per snocciolare almeno altri tre nomi e rispondere ai tanti dubbi che hanno assillato in questi giorni, più che i cittadini, la stampa locale e nazionale. Una rivoluzione annunciata finita nel pantano? “Non direi – risponde Nicoletta Paci, consigliera a Cinque stelle in pole position per il ruolo di vicesindaco – La rivoluzione è proprio il fatto che, a differenza degli altri partiti, non avevamo già poltrone pronte da spartire con gli amici o per ricambiare favori”.
Tra i papabili di cui si è parlato nelle ultime ore ci sono Gabriele Folli dell’associazione Gestione corretta rifiuti per la delega all’Ambiente, insieme ai due avvocati no termo Arrigo Allegri e Pietro De Angelis, mentre a Cristiano Casa, presidente di Centopercento Pmi, dovrebbe andare l’assessorato alle Attività produttive. Tante le proposte per il settore Cultura, in cui al primo posto risulterebbe il nome di Roberto De Lellis, docente universitario e ex direttore del Teatro delle Briciole. In lizza con lui anche l’ex soprintendente ai Beni culturali Lucia Fornari Schianchi, la direttrice artistica della Fondazione Teatro Due Paola Donati e Mario Mascitelli, del Teatro del Cerchio. “I nomi sono praticamente pronti – assicura Pizzarotti – dovete solo aspettare l’annuncio”.
E pronti e già al lavoro sarebbero anche i consulenti esterni gratuiti, che in molti nelle ultime settimane davano già per persi. A garantirlo è stata proprio una di loro, l’economista internazionale Loretta Napoleoni, che pochi giorni fa su Twitter se la prendeva con un articolo del Corriere della Sera: “La cattiva informazione del Corriere: ieri noi consulenti ci siamo incontrati a Parma con Pizzarotti!”. Con lei in pista ci sarebbero anche Maurizio Pallante (esperto di tecnologie ambientali) e Pierluigi Paoletti (analista finanziario), tutti pronti a dare una mano ai Cinque stelle e al “laboratorio Parma”, in cui tutti, anche i cittadini, sono chiamati a contribuire alla vita politica e amministrativa della città.
Gli esterni però finiscono ai consulenti. Almeno per il momento è archiviata la questione Valentino Tavolazzi, ex esponente del Movimento 5 stelle espulso da Grillo che sarebbe stato chiamato in un primo momento da Pizzarotti e i suoi per il ruolo di direttore generale del Comune. La cosa aveva mandato su tutte le furie Beppe Grillo e ancora di più Gianroberto Casaleggio, considerato il deus ex machina del Movimento, al punto che ad appena tre giorni dalla vittoria già si parlava di spaccatura tra il sindaco parmigiano e il leader dei Cinque stelle. Con il passare dei giorni però la crisi sarebbe rientrata con la retromarcia sulla nomina del direttore generale, e in particolare su Tavolazzi. Molteplici i motivi addotti: mancanza del ruolo nella pianta organica del Comune, competenze inadeguate e infine budget limitato per una figura esterna. Che sia la verità o solo scuse, la realtà dei fatti è che il ferrarese Tavolazzi a Parma probabilmente non metterà piede.
Intanto in città tutti attendono un segnale dal Municipio. Dopo la relazione del commissario Mario Ciclosi sui debiti del Comune, che ammonterebbero a 846 milioni di euro, Pizzarotti ha incontrato l’ad di Cariparma Crédit Agricole Gianpiero Maioli per fare il punto sulla situazione delle casse comunali e su possibili finanziamenti. Per il sindaco 24 ore non bastano per gli impegni, figuriamoci per i pensieri: gli Industriali hanno chiesto che il Comune saldi i debiti con le aziende con la massima urgenza, e in fila davanti ai Portici del grano si accumulano i problemi, dall’inceneritore ai cantieri bloccati. Tutti pendono dalle labbra di Pizzarotti, mentre la sua squadra lavora instancabile su diversi fronti, designando intanto il giovane Marco Bosi, 25enne record di preferenze, come capogruppo in consiglio. Ancora incerto il ruolo di presidente, che si contenderebbero Marco Vagnozzi, Patrizia Ageno e Fabrizio Savani. Le scelte non sono ancora del tutto definite, ma il tempo stringe.
Del resto, anche nel Pd, dopo la sconfitta, non si è ancora riuscito a decidere un bel niente. Il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli, dopo che la sua ascesa al Municipio è stata bloccata dall’avversario Cinque stelle, si è chiuso nel silenzio e non ha ancora comunicato cosa farà. Accetterà di sedere tra i banchi dell’opposizione in consiglio comunale o continuerà a rimanere semplicemente presidente della Provincia? E chi sarà il capogruppo dell’opposizione? A contendersi il titolo per ora sono Nicola Dall’Olio (indicato anche da Bernazzoli) e Massimo Iotti, già attivo nell’ex minoranza.
Mentre le risposte scarseggiano e si dilatano le attese, l’unica cosa certa è che il count down è cominciato, per vincitori e vinti. Alla prima seduta di consiglio fissata il 14 di giugno tutti i nodi verranno al pettine. E anche tutti i nomi di assessori, consiglieri e controconsiglieri.
Fonte
Di questo passo diventeranno dei Cioccolatai a 5 Stelle, con buona pace di qualunque buon proposito iniziale.
06/06/2012
Terremoti e fracking
Il termine oggi più popolare in Italia è "fracking" e in questi giorni sono state fatte numerose congetture sul fracking e il terremoto in Emilia Romagna. Il fisico Maria Rita D'Orsogna mi ha inviato una lunga e documentata lettera.
"Ho cercato in tutti i modi di capire se ci fosse fracking in Italia. I termini in inglese da cercare sono "hydraulic fracturing", "stimulated fracture", "shale gas". Non ho trovato molto da parte delle ditte petrolifere, in inglese o in italiano, né da parte del governo Italiano sull'ultilizzo di questa tecnica in Italia. Nulla esclude che il tracking si possa fare in futuro. So che Stefano Saglia, sottosegretario alle attività produttive nel governo Berlusconi ne é stato un forte proponitore, che si parla di possibili riserve di shale gas nella Pianura Padana, ma non credo che il fracking vero proprio sia in atto in Italia. Se lo é, è sicuramente ben nascosto da tutti i siti internet che io abbia potuto indagare. Questo porta alla domanda: "Il governo Italiano vuole dirci qualcosa su questo tema?". La Francia ha un divieto integrale sul fracking, cosi pure la Bulgaria. La Germania ne sta discutendo. Anche in Inghliterra, dove la pratica è stata inizialmente applaudita come rivoluzionaria, ci stanno ripensando. Negli USA, gli Stati del Vermont e di New York hanno moratorie più o meno lunghe. E noi?
Stefano Saglia come può essere sicuro che questa tecnica sia una cosa buona per l'Italia? Con quale esperto parla? Ecco cosa disse l'anno scorso "Lo shale gas potrebbe aprire nuove strade per l’approvvigionamento energetico in un momento particolarmente delicato a livello globale. L’Italia accoglie con favore l’avvio di approfondimenti a riguardo". A che conclusione è giunto? Che approfondimenti ha fatto? Ora, anche se il fracking non é una tecnica usata in Italia, visto che ne parla tutto il mondo e che la gente vuole risposte, i nostri governanti attuali, Clini, Passera, Monti vogliono dire qualcosa su come l'Italia si pone di fronte alla possibilità di fare fracking sul nostro territorio? Perché non c'è informazione su questo tema? Perchè dobbiamo sempre arrivare per ultimi, in maniera disorganizzata? Tutto il web parla del fracking in maniera più o meno scorretta.
Cos'é questo fracking? In termini semplici, è una nuova tecnica con cui si manda nel terreno un cocktail di roba chimica ad alta pressione, si causano microterremoti con i quali la roccia porosa viene fratturata (da qui il nome "hydraulic fracturing"), il gas contenuto nei pori della roccia viene sprigionato e poi catturato per essere commercializzato. Ecco allora i micro terremoti collegati al fracking, che causa delle microscosse che, in generale, sono di intensità bassa. A volte restano gli interrogativi se sia la pratica del fracking in sé a scatenare terrmoti di intensità media - attorno al grado 2 - 3 o eccezionalmente anche 4 della scala Richter.
Quello che invece è più pericoloso è l'utilizzo di una miriade di pozzi cosiddetti di re-ineizione, pozzi dismessi in cui si iniettano i fluidi di scarto - la monnezza del fracking. Per ogni pozzo attivo vengono prodotti enormi quantità di monnezza fluida - tossica e radioattiva - e non si sa che farne. A volte i petrolieri costruiscono delle vasche a cielo aperto per metterci questa monnezza, i cosiddetti "waste pits", altre volte invece usano pozzi sotterranei dismessi per il contenimento. Quando si usano pozzi dismessi di re-iniezione, il fluido di scarto viene tenuto ad alta pressione, ed è questo il vero problema: l'alta pressione dei pozzi, che spingono sulla roccia circostante, potenzialmente lubrificando e cambiando gli equilibri fra le faglie sismiche. Negli USA ci sono state diverse regioni colpite da sciami sismici in zone in cui si fa fracking - in Arkansas, in Ohio, in Oklahoma, in Texas, e così pure in Inghilterra, a Blackpool, dove a causa della sismicità indotta dal fracking c'è un ripensamento di questa tecnica. Si è trattato di terremoti dove non ce ne erano, e si è arrivati anche al grado 4.7 della scala Richter.
Non é stato semplicissimo capire se ci fossero collegamenti fra fracking, pozzi di re-iniezione e sismi, ma lentamente si é arrivati alla conclusione che molto probabilmente la "colpa" non è del fracking in sé, quanto dei pozzi di reiniezione. Lo dice il Servizio Geologico degli Stati Uniti: USGS, che afferma:
"A possible explanation is the increase in the number of wells drilled over the past decade and the increase in fluid used in the hydraulic fracturing of each well. The combination of factors is likely creating far larger amounts of wastewater that companies often inject into underground disposal wells. Scientists have linked these disposal wells to earthquakes since as early as the 1960s. The injections can induce seismicity by changing pressure and adding lubrication along faults". Infine, a parte i terremoti in modo più o meno diretto, il fracking porta altri innumerevoli problemi - l'inquinamento delle falde idriche in primis, l'uso di enormi quantità di acqua, e l'emissione di gas nocivi. L'Italia dovrebbe bannarlo, in maniera preventiva.
In Emilia, ammesso che il fracking non si faccia, ci sono comunque pozzi di reiniezione di rifiuti liquidi provenienti dalle estrazioni di gas e di petrolio "normale"? Qualcuno li ha studiati? Ecco cosa dice il nostro Ministero delle Attività produttive "In Emilia Romagna ci sono 514 pozzi perforati, di cui 69 non produttivi e destinati ad "altro uso"". Fra quelli che ho potuto indentificare ce ne sono almeno 7 di reiniezione: Angelina, Cavone, Cotomaggiore (2), Minerbio, Spilamberto, Tresigallo. Di questi, tre sono molto vicini all'area dei terremoti - Mirandola, Spilamberto, Minerbio. Il nostro governo ha qualcosa da dire su questi siti di reiniezione, sulle pressioni che possono essere esercitate su eventuali faglie circostanti, visto che alcuni di questi siti sono vicini all'epicentro del terremoto e che negli USA i siti di reiniezione ad alta pressione hanno "quasi sicuramente" scatenato i terrremoti come dice l'USGS? E anche se non sono i siti di reiniezione la causa scatenante di questi terremoti, è possibile che abbiano in qualche modo acuito o partecipato ai terremoti o invece sono stati assolutamente innocui?
In Emilia ci sono più di 500 pozzi scavati di petrolio e di gas "normali", senza fracking, di cui varie centinaia attivi, alcuni di questi vicinissimi al punto d'impatto. Non so se questi pozzi si possano relazionare ai terremoti, ma so che vi sono casi registrati in altre parti del mondo in cui le trivelle hanno portato a terremoti. Casi eccezionali certo, ma accaduti. Uno studio commissionato dai petrolieri della Sclumberger ed eseguito da scienziati russi affermava che trivellare aveva portato a terremoti di grado anche 7 della scala Richter in zone desertiche dell'Uzbekistan. Si riportano casi di sismicità indotta in Oman, in Francia, in Texas, anche senza fracking, ma non posso dire se questo sia il caso in Emilia Romagna, data la forte magnitudine del sisma. Posso sottoscrivere quanto scritto da Vitaly Adushkin, Vladimir Rodionov, Sergei Turuntaev, scienziati russi dell'Istituto della Dinamica della Geosfera, dell'Accademia Russa di Scienza, assieme alla Schlumberger:
"Few will deny that there is a relationship between hydrocarbon recovery and seismic activity, but exactly how strong a relationship exists has yet to be determined. They caution that in regions where tectonic activity is already high, extracting oil and natural gas could trigger strong quakes.". Poche persone possono negare l'esistenza di correlazioni fra estrazioni di idrocarburi e attività sismica, ma esattamente quanto forte sia la relazione fra i due eventi deve essere ancora determinato. Occorre essere prudenti, perché in zone dove l'attività sismica é elevata, l'estrazione di petrolio e di gas potrebbe scatenare forti terremoti. Infine, un caso simile di sismicità indotta si é verificato a Basilea, Svizzera, dove nel 2006, Markus Haring stava trivellando un pozzo per geotermia che scatenò uno sciame sismico di 30 terremoti con grado massimo 3.4. Fu anche messo sotto processo per avere causato instabilità al territorio.
Infine, si parla di un mega campo di stoccaggio di gas nell'area del terremoto detto Rivara. Si parla di "importanza strategica nazionale". Ma come abbiamo fatto finora senza? E' davvero così importante o si tratta dei giochini soliti per farci soldi? Di questi campi di stoccaggio ne sono previsti 14 in tutta Italia, fra cui a San Benedetto del Tronto, a San Martino sulla Marrucina, zone sismiche, delicate. Cui prodest? In Olanda un numero di rapporti scientifici mostra che lo stoccaggio di gas possa portare seri rischi alle città vicine di Bergen, Heiloo e Schermer e la città di Alkmaar. L'area ha già vissuto un certo numero di terremoti indotti dall'uomo durante lo svuotamento del campo fra il 1994 ed il 2008, con scosse sempre più alte. Per l'Olanda i sismologi dell'MIT hanno stimato che questo impianto di stoccaggio del gas può arrivare fino a terremoti del grado 3.9 con un tasso di occorrenza del 2%. Qualcuno, che non sia la ditta proponente, ha fatto gli stessi studi per Rivara? Se si va a leggere quello che dice la Rivara Erg Storage tutto è perfetto. Qualcuno ha parlato alle persone del fatto che terremoti più lievi sono di probabilità maggiore? Qualcuno ha interpellato l'MIT per Rivara, San Benedetto del Tronto, o per San Martino sulla Marrucina?
Alla fine resta la domanda: "Chi ci guadagna in tutto questo trivellare, stoccare, petrolizzare?" In Emilia, ci sono stati morti, perdite ingenti, angoscia, paura, domande senza risposte in cambio di niente. Magari il petrolio, i pozzi di reiniezione, lo stoccaggio del gas non c'entrano, ma è evidente che non puoi continuare a insultare madre natura e ad aspettarti che non ci siano mai conseguenze di nessun genere. Con le trivelle ci guadagnano le ditte petrolifere, l'ENI, la Erg Rivara Storage, gli speculatori. Per cui, anche se non si sa, le leggi della fisica, della probabilità, e soprattutto il semplice buon senso dicono che il gioco per noi cittadini davvero non ne vale la candela." Maria Rita D'Orsogna
Testo completo e immagini su www.dorsogna.blogspot.it
Fonte
Insieme al documentario realizzato da Messora (1 - 2- 3 - 4) questo è uno dei pochi articoli intelligenti che mi è capitato di leggere in merito ai disastrosi fatti emiliani.
30/12/2011
Alla Malaguti tolta anche l’insegna
“È finita. È proprio finita. Hanno tagliato la testa
alla regina e non c’è più niente da fare”. A cadere non è stata la testa
di Maria Antonietta d’Asburgo, ma la grande insegna rossa Malaguti che campeggiava sulla autostrada A14 tra Bologna e Imola. L’hanno staccata lunedì 19 dicembre, per un motivo banale: non pagare la tassa per le insegne pubblicitarie.
Eppure per le centinaia di migliaia di automobilisti che ogni giorno
passano da quelle parti, quella scritta sfavillante ammainata che oggi
non c’è più era il simbolo, l’ultimo, della motor valley emiliana che fu.
Fonte.
A breve faremo la fine di Detroit.
“Per noi è un colpo al cuore, una cosa che ci ha
fatto molto male, non ci aspettavamo che anche l’insegna venisse portata
giù in così poco tempo”, racconta Sabrina Franchini,
ex operaia della Malaguti. “È come se con quella scritta avessero
portato via una parte di noi, come se avessimo capito che davvero non
c’è più nulla da fare”, spiega Franchini, che in fabbrica era anche
delegata Fiom.
La vicenda della crisi e della chiusura della Malaguti, l’azienda nata 80 anni fa leader mondiale nella produzione degli scooter,
era iniziata nella seconda metà del decennio scorso. Prima c’era stato
il licenziamento dei lavoratori a termine e degli interinali già dal
2009-2010. Poi ad aprile scorso c’era stato il fermo della produzione
con la cassa integrazione. I battenti del grande stabilimento hanno
chiuso definitivamente il 31 ottobre scorso e 170 persone hanno perso
definitivamente il lavoro, ognuna con 30 mila euro di buonuscita. Nello stabilimento di Castel San Pietro terme,
quello dell’insegna, sono rimasti pochi dipendenti, per occuparsi del
settore ricambi e smantellare tutta la catena produttiva. Presto,
questione di settimane, andranno via. Andranno in un locale più piccolo a
pochi chilometri di distanza e si occuperanno del settore ricambi
ancora per qualche tempo, giusto per onorare i contratti con i clienti
Malaguti. Lavoreranno come costrette in un polmone artificiale destinato
a spegnersi in pochi anni: la ditta è ormai clinicamente morta.
La decisione della famiglia emiliana degli scooter
era ormai irrevocabile da tempo: la crisi e probabilmente la mancanza di
una volontà di stare in mezzo al mare in questo momento di tempesta
hanno fatto il resto. I signori Malaguti sono esponenti di quel
capitalismo familiare made in Italy e, fino a quando hanno
voluto, sono stati degli ottimi padroni, tanto che l’azienda chiude con i
conti apposto. A disposizione della famiglia Malaguti ci sarebbero 40
milioni di capitale, un capannone gigantesco e un centro ricambi, un marchio
che se ben sfruttato potrebbe valere una fortuna. Tuttavia senza la
volontà di continuare da parte dei padroni c’era poco da fare. Gli
operai, anche contro i desideri del sindacato, dopo diverse proteste e
presidi, alla fine hanno preferito accettare i 30 mila euro, convinti
che, a tirare la corda, si sarebbe arrivati a perdere anche quelli.
A poco era servita l’opposizione della Fiom-Cgil,
che chiedeva di lottare per proseguire la produzione nello stabilimento
giallo e blu alle porte di Bologna. La fabbrica degli scooter era
diventata l’ultimo baluardo, una bandiera da difendere per salvare la produzione in una motor valley
emiliana diventata, più che altro, una valle di lacrime. La crisi
economica negli ultimi anni ha demolito un settore che per sopravvivere
sta facendo ampio ricorso ad ammortizzatori sociali,
lunghe trattative e a dolorosi tagli. Verlicchi, Moto Morini, Motori
Minarelli, Breda Menarini Bus, sono solo alcuni tra i nomi bolognesi
delle fabbriche di due o quattro ruote che in questo travagliato 2011
hanno conosciuto cassa integrazione, fallimenti, aste giudiziarie,
licenziamenti, delocalizzazioni all’estero e, nel migliore dei casi,
timide riprese della produzione o riassunzione solo di una parte di
lavoratori.
Così, l’impero dei motori nella pianura del socialismo reale
rischia di sgretolarsi. Tanto che quasi come la bandiera sovietica
esattamente 20 anni prima, in silenzio, anche questo vessillo del
motociclo è venuto giù senza troppe proteste e senza
guerriglie da parte degli operai. E poi di fronte a una crisi economica e
alla recessione, 30 mila euro di buonuscita sono stati un silenziatore
potente.Fonte.
A breve faremo la fine di Detroit.
Iscriviti a:
Post (Atom)
