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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2026

La foresta delle promesse a Brescia

Di fronte ad estati sempre più calde e a città nelle quali cemento e asfalto amplificano gli effetti dell’aumento delle temperature, una espressione magica sembra essere entrata stabilmente nel vocabolario delle amministrazioni pubbliche: “riforestazione urbana”.

Piantare alberi, creare nuove aree verdi, restituire permeabilità ai suoli sono diventati obiettivi ricorrenti nei programmi comunali e nei progetti finanziati con risorse nazionali ed europee. E non si tratta affatto di una moda ambientalista. I dati disponibili mostrano quanto il verde urbano possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico.

Nel luglio scorso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha diffuso i risultati del progetto MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di Riforestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti –, coordinato dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): nelle simulazioni effettuate in alcune aree di Roma e Firenze, combinando riforestazione, nuovi spazi verdi e depavimentazione, la riduzione delle temperature superficiali supera nelle ore più calde persino i 4 gradi, mantenendosi nell’arco della giornata intorno ai 2-2,2 gradi.

Nelle aree boscate urbane di Firenze sono state inoltre rilevate temperature sensibilmente inferiori rispetto ai quartieri più densamente edificati. Insomma, sappiamo che cosa bisognerebbe fare. Ma è proprio qui che cominciano i problemi.

Gli alberi che non ci sono

L’Italia si trova infatti davanti a un paradosso difficilmente immaginabile: mentre tutti parlano di riforestazione urbana, rischiano di mancare proprio gli alberi necessari per realizzarla.

Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, ha lanciato un allarme molto netto: nei vivai italiani non vi sarebbero oggi alberi sufficienti per rispondere alla domanda generata dai nuovi programmi di forestazione e, per determinati interventi, sarebbero necessari da due a sette anni di programmazione preventiva.

Il problema non nasce improvvisamente. Per anni, secondo Ferrini, non si è investito adeguatamente nei vivai pubblici, spesso chiusi o ridimensionati perché considerati poco redditizi. Nel frattempo la produzione privata si è naturalmente rivolta verso un mercato già esistente e una parte considerevole delle piante prodotte è destinata all’esportazione. Nel distretto di Pistoia, cuore del vivaismo italiano, circa il 70 per cento della produzione sarebbe già destinato ai mercati esteri: milioni di piante.

Il risultato è quasi surreale. Dopo aver trattato per decenni il verde come elemento accessorio della trasformazione urbana, oggi le amministrazioni scoprono contemporaneamente di averne urgente bisogno. Ma un albero non si produce premendo un interruttore. Ha bisogno di tempo. E la programmazione del verde, proprio perché riguarda organismi viventi, dovrebbe cominciare anni prima della posa dell’ultima pietra di una riqualificazione urbana, non qualche settimana prima dell’inaugurazione.

Prima gli alberi, poi il resto

È forse questo il vero cambio culturale necessario.

Nella pianificazione urbana tradizionale il verde arriva spesso alla fine. Si progettano strade, parcheggi, edifici, piazze e infrastrutture e solo successivamente ci si domanda dove collocare qualche albero.

È significativo quanto afferma Nicolò Begliomini dell’Associazione Vivaisti Italiani: il verde è stato troppo spesso «l’ultima ruota delle riqualificazioni». La prospettiva dovrebbe essere esattamente opposta: pensare prima alla struttura verde della città e organizzare attorno ad essa il resto dello spazio urbano.

Non si tratta semplicemente di piantare più alberi. Si tratta di conservare quelli che già esistono, creare suoli nei quali possano vivere e programmare oggi il patrimonio arboreo di cui avremo bisogno fra dieci, venti o cinquant’anni. Perché cento giovani piantine non equivalgono automaticamente a cento alberi adulti.

Una pianta appena messa a dimora possiede una chioma limitata, offre poca ombra e necessita di cure, irrigazione e manutenzione. Soltanto crescendo aumenteranno progressivamente la superficie della chioma, l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, la capacità di immagazzinare carbonio e, complessivamente, i servizi ecosistemici che può offrire. E non tutte le piante messe a dimora arriveranno a quel punto.

Per questo il numero degli alberi piantati dice molto meno di quanto sembri. Sarebbe assai più interessante sapere quanti siano ancora vivi dopo tre, cinque o dieci anni, quale superficie di chioma abbiano effettivamente sviluppato e, soprattutto, quale sia il saldo tra il verde che c’era prima e quello che esiste dopo l’intervento.

Brescia e la sfida dei 33.000 alberi

Questa introduzione era necessaria, perché il problema ci riguarda molto da vicino.

Brescia ha adottato negli ultimi anni una strategia di transizione climatica che contiene principi largamente condivisibili. Il progetto “Un Filo Naturale” parla esplicitamente di una “città spugna”, capace di restituire permeabilità al terreno, e di una “città oasi”, nella quale aumentare ombra e fresco e ridurre l’isola di calore urbana.

Sono obiettivi importanti e alcuni interventi sono già stati realizzati. In via Metastasio, ad esempio, la riqualificazione conclusa nel 2024 ha interessato 8.180 metri quadrati con un investimento di circa 1,27 milioni di euro.

Ma l’intervento più imponente è quello avviato lungo la Tangenziale Sud, dove Comune e Provincia hanno previsto la realizzazione di nuovi boschi urbani attraverso la messa a dimora di circa 33.000 piante autoctone, distribuite in diversi comparti, dalla Volta a Campo Grande, da via Maggia alla zona industriale e alle Bettole.

Si tratta di un progetto di dimensioni considerevoli e sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice operazione d’immagine.

La tecnica adottata prevede infatti l’utilizzo di piante forestali molto giovani, di uno o due anni, collocate a forte densità, circa 1.500-1.800 per ettaro. La scelta delle piccole dimensioni non è quindi, di per sé, indice di cattiva progettazione: secondo i tecnici favorisce l’adattamento delle piante al nuovo ambiente e consente alla competizione naturale di selezionare progressivamente gli esemplari destinati a formare il bosco maturo. È una precisazione importante. Ma proprio da qui nasce una domanda altrettanto importante.

Che cosa c’era prima?

Per preparare le aree destinate alla nuova forestazione non si è intervenuti su terreni completamente privi di vegetazione.

La stessa Provincia di Brescia riferisce che, tra le operazioni preliminari, sono stati effettuati anche abbattimenti di piante definite non autoctone o pericolose, insieme alla rimozione delle radici, alla pulizia delle aree e alla preparazione del terreno.

Non abbiamo trovato, però, nei documenti pubblicamente disponibili, un censimento che consenta di capire quante piante siano state eliminate, quali fossero le loro dimensioni, quali specie siano state abbattute e, soprattutto, quante fossero effettivamente pericolose e quante invece siano state rimosse perché appartenenti a specie non autoctone. Non è una questione secondaria.

Un albero già sviluppato esercita oggi le proprie funzioni: produce ombra, evapora acqua attraverso la chioma, trattiene carbonio, offre habitat e contribuisce al microclima. Una piantina di uno o due anni potrà forse svolgere in futuro le stesse funzioni, ma evidentemente non può farlo nell’immediato. La domanda corretta per valutare ciò che sta accadendo in città, allora, non è soltanto: quanti alberi sono stati piantati?

È anche: quanto verde è stato eliminato per farlo e quanto tempo occorrerà perché il nuovo bosco restituisca i servizi ecosistemici eventualmente perduti? È una domanda alla quale, almeno sulla base della documentazione pubblicamente disponibile, non si trova risposta...

Le piante che non attecchiscono

C’è poi il problema della sopravvivenza.

Sappiamo con certezza che una parte delle nuove piante della Tangenziale Sud non ha superato la prima estate. Nel novembre 2025 la Provincia ha comunicato che nel mese precedente era stato completato il ripristino delle piante non attecchite, sostituendo quindi gli esemplari morti. Quante? Il dato non viene indicato.

Anche qui occorre evitare conclusioni troppo semplici. I responsabili comunali hanno spiegato che, in un intervento di forestazione intensiva di questo tipo, una quota di mortalità è fisiologica e viene preventivata: intorno al 20 per cento. La forte densità iniziale serve anche a consentire una successiva selezione naturale.

Non avrebbe quindi senso giudicare il successo o il fallimento dell’intervento dalla semplice presenza di alcune piantine morte. Avrebbe invece molto senso conoscere il tasso effettivo di attecchimento e confrontarlo con quello previsto dal progetto. Perché Brescia ha già conosciuto quanto possano essere vulnerabili le nuove piantumazioni. Nell’estate siccitosa del 2022 morì il 20 per cento dei 186 alberi messi a dimora nell’ambito di “Un Filo Naturale”. In quel caso il dirigente comunale del settore Verde spiegò che si trattava di una mortalità doppia rispetto a quella fisiologicamente prevista. È un episodio diverso dall’attuale forestazione della Tangenziale, ma contiene una lezione importante: piantare un albero è soltanto l’inizio.

In una città esposta a estati sempre più calde e siccitose occorre garantirgli acqua, manutenzione e condizioni sufficienti perché possa superare proprio gli anni più delicati della sua crescita.

Piantare non significa riforestare

Il punto è proprio questo. Una seria politica del verde non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle nuove piantumazioni.

Occorre contabilizzare anche gli alberi abbattuti, la superficie di chioma perduta e quella recuperata, il tasso di sopravvivenza delle nuove piante e il tempo necessario perché esse raggiungano dimensioni tali da svolgere realmente le funzioni per le quali sono state piantate.

Altrimenti rischiamo di costruire una contabilità ambientale singolare: un grande albero abbattuto vale meno di dieci piccoli alberelli appena messi a dimora semplicemente perché dieci è un numero maggiore di uno. Ma la natura non funziona come un bilancio numerico.

Questo non significa sostenere che ogni vegetazione preesistente debba essere conservata a qualunque costo. Esistono alberi malati o instabili che devono essere abbattuti; esistono specie invasive che possono richiedere interventi; esistono progetti nei quali sostituire una vegetazione degradata con un ecosistema più equilibrato può produrre nel lungo periodo un risultato migliore.

Ma proprio perché queste scelte possono essere tecnicamente giustificate, dovrebbero essere misurabili e verificabili.

Quanta biomassa viene eliminata? Quanta superficie di chioma? Quali servizi ecosistemici vengono temporaneamente perduti? In quanti anni il nuovo impianto dovrebbe recuperarli?

Solo rispondendo a queste domande possiamo sapere se una forestazione rappresenta realmente un guadagno ambientale e, soprattutto, quando comincerà ad esserlo. Chissà se l’Amministrazione Comunale risponderà mai a questi interrogativi...

Anche gli alberi sono diventati una risorsa scarsa

C’è infine un’altra contraddizione che riporta Brescia al problema nazionale. Già quando nel 2024 venne annunciato il progetto dei 33.000 alberi, i tecnici comunali segnalarono che reperire un numero così elevato di piante non era affatto semplice: non tutti i vivai disponevano delle quantità necessarie. Per questo si scelse di ricorrere al vivaio forestale regionale di Curno per ottenere specie autoctone certificate. Due anni dopo, l’allarme lanciato dal settore vivaistico nazionale mostra quanto quel problema fosse tutt’altro che episodico.

Se nei prossimi anni centinaia di amministrazioni cercheranno contemporaneamente milioni di alberi per rispettare programmi climatici e obiettivi di riforestazione, dopo decenni nei quali non si è costruita una filiera vivaistica adeguatamente programmata, anche gli alberi rischiano paradossalmente di diventare una risorsa scarsa. E il cambiamento climatico, purtroppo, non aspetterà i tempi dei nostri bandi.

Il verde non è arredamento urbano

Brescia ha compiuto recentemente un altro passo importante. Dal luglio 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Verde, che riconosce esplicitamente il ruolo della vegetazione nella tutela della biodiversità, nel contrasto alle isole di calore, nella permeabilità dei suoli e, più in generale, nella produzione di servizi ecosistemici.

È una direzione condivisibile. Ma proprio questo nuovo approccio dovrebbe spingerci a cambiare anche il modo con cui valutiamo le politiche urbane del verde. L’obiettivo non può essere semplicemente raggiungere una determinata cifra di alberi piantati. Dovrebbe essere aumentare realmente, e stabilmente, la capacità della città di produrre ombra, assorbire acqua, ridurre le temperature, ospitare biodiversità e rendere più vivibili i quartieri.

Per questo la prima regola della riforestazione urbana dovrebbe forse essere la più semplice: prima di piantare un nuovo albero, impariamo a proteggere quelli che abbiamo già.

Poi occorre programmare. Rafforzare la produzione vivaistica. Scegliere specie adatte alle condizioni climatiche future. Garantire acqua e manutenzione nei primi anni. Depavimentare il suolo. Collegare le aree verdi. Controllare gli attecchimenti. Rendere pubblici i risultati. E soprattutto smettere di considerare il verde come la decorazione finale di una città già progettata. Perché nelle città sempre più calde del prossimo futuro gli alberi non saranno un elemento di arredo. Saranno un’infrastruttura essenziale.

Le promesse crescono più in fretta degli alberi

A questo punto vale forse la pena ricordare una piccola pagina della campagna elettorale del 2023. Il 25 febbraio, presentando la propria candidatura, Laura Castelletti annunciò che Brescia avrebbe messo a dimora, entro il 2030, 200.000 nuovi alberi: uno per ogni abitante della città. Pochi giorni dopo il candidato del centrodestra Fabio Rolfi giudicò la cifra poco ambiziosa e rilanciò: 500.000 alberi. Era cominciata, insomma, una sorta di asta elettorale del verde.

Oggi, dopo aver scoperto che per produrre gli alberi occorrono anni di programmazione, che i vivai italiani faticano già a soddisfare la domanda, che una parte delle giovani piante inevitabilmente non attecchisce, che ciascuna deve essere irrigata e curata e che occorrono anni prima che una piantina possa offrire i servizi ecosistemici di un albero adulto, quelle cifre meritano forse di essere rilette con qualche maggiore prudenza.

Duecentomila, cinquecentomila: in campagna elettorale gli alberi sembrano crescere con una facilità straordinaria. Peccato che, fuori dai comizi, la natura abbia tempi assai meno disponibili alle esigenze della propaganda.

Ed è forse proprio questa la lezione conclusiva. Una seria politica ambientale comincia quando si smette di promettere alberi come se fossero numeri da aggiungere a un programma elettorale e si comincia a considerarli per quello che sono: organismi viventi che devono essere prodotti, piantati, curati e fatti crescere per decenni. Le promesse, invece, attecchiscono molto più facilmente.

Fonte

11/12/2018

Roma - “Una green city dalle possibilità straordinarie ma non utilizzate”

Intervista a Stefano Petrella, biologo, naturalista dell’Associazione Casale Podere Rosa.

Roma è la capitale più verde d’Europa eppure questo fattore non viene affatto sottolineato né valorizzato. Sottovalutazione, sciatteria o convinzione che in una società fondata sul modello competitivo il “verde” non ha valore?

Si, Roma ha un patrimonio verde veramente imponente. I dati forniti da Roma Capitale indicano in 4.500 ettari il verde urbano (comprese le ville storiche, i parchi cittadini, l’arredo urbano, ecc.) e in ben 95.800 ettari le aree naturali protette e i parchi agricoli. Nel complesso oltre 100 mila ettari di verde che corrispondono a quasi 350 metri quadrati a persona! Sono numeri a cui si stenta a credere, avendo davanti agli occhi l’immagine della città a cui siamo abituati, con le strade invase dall’immondizia, il traffico cittadino congestionato, i quartieri dormitorio. Eppure basta pensare a grandi polmoni verdi come Villa Ada, Villa Borghese, Villa Pamphili, o a Castel Fusano, o alle grandi aree naturali protette come Marcigliana, Decima Malafede o l’Appia Antica-Caffarella per farsene un’idea. Numerosi studi hanno anche evidenziato la funzione di “corridoi ecologici” che queste aree verdi possono svolgere, mettendo in collegamento la città con le aree rurali o con i boschi circostanti. Il fatto che questo grande patrimonio verde non venga valorizzato adeguatamente dipende da molteplici fattori. Sicuramente le scelte politiche che hanno caratterizzato tutte le recenti amministrazioni capitoline hanno quasi annullato la capacità di gestione del verde urbano (si veda la condizione in cui oggi versa il Servizio Giardini del Comune di Roma). Ciò comporta che gli interventi siano ormai ridotti alle sole emergenze in occasione di eventi atmosferici più o meno intensi e comunque privi di qualsiasi strategia pianificata. C’è poi da dire che la città si espande e gran parte di ciò che oggi è periferia o estrema periferia fino a pochi decenni fa era ancora area agricola. Il grande business dell’edilizia è largamente prevalente sui valori ambientali. Da ultimo, è evidente come sia mancata finora una visione ecologica delle città e si sia relegato il verde a semplice fattore estetico. Le “foreste urbane” in realtà svolgono ben altre funzioni nell’ambito di quelli che oggi vengono definiti nel loro complesso “servizi ecosistemici”. La capacità degli alberi di abbattere gli inquinanti atmosferici e il particolato, produrre ossigeno, catturare la CO2, ridurre il dilavamento superficiale delle acque meteoriche, mitigare l’effetto “isola di calore”, ecc., assumerà un ruolo decisivo da qui ai prossimi anni, a fronte di cambiamenti climatici sempre più manifesti.

Recentemente è uscita una classifica di Legambiente secondo cui tra le aree metropolitane, Milano è più ecologica di Roma. E’ verosimile? Visti gli errori nell’ultima classifica sulla qualità della vita nelle città, non ci troviamo di fronte ad una forzatura in funzione della campagna Milano unica città globale - Roma città da abbandonare al declino?

In realtà il rapporto di Legambiente prende in esame una serie di parametri per valutare la qualità della vita nelle città italiane. Tra questi, i trasporti pubblici, la sicurezza stradale, la mobilità urbana, il consumo di suolo, la questione abitativa, la gestione dei rifiuti... e, da ultimo, anche il verde urbano. Forse per quanto riguarda Roma alcuni di questi parametri sono giunti talmente a fondo scala da annullare totalmente gli aspetti virtuosi del verde urbano!

Insomma non bastano solo gli spazi verdi o la qualità dell’aria a fare una città verde, il problema sono anche trasporti, gestione dei rifiuti, energia, qualità dell’acqua? Quali sono i parametri decisivi?

Io penso che la sfida che ci attende, anche nelle metropoli, si chiami “resilienza”. I grandi cambiamenti globali, primo tra tutti il cambiamento del clima, avranno effetti massicci anche sulle comunità umane. Prima o poi dovremo capire che occorre rendere meno rigide e più reattive le nostre società, non solo in termini infrastrutturali ma anche in termini di solidarietà e coesione sociale. Dovremo imparare a ritrovare nuovi equilibri e nuovi assetti in un’epoca in cui molti equilibri sistemici intorno a noi diverranno instabili.

Purtroppo nell’immaginario collettivo questi scenari si percepiscono ancora come piuttosto remoti e ciò autorizza i nostri governanti a giocare sui termini e a immaginare la strada della sostenibilità ambientale lastricata di nuove e mirabolanti tecnologie, green economy, smart cities, ecc. Insomma, utilizzare la grande crisi ambientale nella quale l’umanità è già entrata come un volàno per rilanciare un nuovo ciclo economico globale dominato dalla tecnologia avanzata. Ma questo, come stiamo già constatando, rende i sistemi globali più instabili e i popoli più affamati. Quando si parla di città si parla dei luoghi dove nei prossimi decenni si concentrerà la maggior parte del genere umano. Quindi pensare e progettare le città come degli ecosistemi in equilibrio dinamico con il proprio ambiente è quello che le generazioni future dovranno necessariamente imparare a fare.

Tornando alla tua domanda: certo, non bastano i soli spazi verdi per fare di una città una “città resiliente”. Ma se avessimo anche trasporti pubblici efficienti, su rotaia e magari anche gratuiti, come già avviene in alcune città europee, se avessimo il 100% di raccolta differenziata e il 100% di compostaggio della frazione organica dei RSU, se riducessimo l’impermeabilizzazione del suolo urbano, se le città diventassero luoghi di accoglienza e solidarietà sociale, se riducessimo la nostra impronta ecologica e aumentassimo la superficie delle foreste urbane... Certo, oggi fare il gioco dei “se” fa ridere, ma i nostri figli e nipoti dovranno affrontare tutti questi “se” in maniera terribilmente seria!

Secondo te perché Roma non riesce a decollare e farsi valere come “green city” sulla base dell’enorme patrimonio verde che ha a disposizione?

Perché si mobilitano grandi capitali in settori con un ritorno economico rapido e sicuro e Roma – se non vogliamo fare analisi troppo approfondite – è la capitale del terziario, edilizia, turismo e centri commerciali, è fortemente energivora ed ha un forte impatto in termini di consumo di suolo. Investire nella direzione di “metropoli come ecosistema”, invece, richiede una visione di più lungo respiro, richiede la condivisione di gran parte delle cose che abbiamo detto prima. Il grande patrimonio verde della nostra città, privo di una pianificazione e di un sistema di regole che lo indirizzi verso il miglioramento degli standard di qualità ambientale, si trasforma rapidamente da risorsa in problema, da beneficio in costo. Invece si potrebbe fare ben altro...

Quali possibilità di lavoro, sviluppo, coesione sociale potrebbe mettere in campo una green city?

Investire nelle foreste urbane conviene già oggi e converrà sempre di più in futuro, come peraltro indicato nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La nostra associazione ha recentemente condotto uno studio all’interno del Parco Regionale Urbano di Aguzzano in un quadrante della città particolarmente congestionato tra le vie Nomentana e Tiburtina. Studiando i servizi ecosistemici dell’area e applicando appositi modelli di calcolo, abbiamo stimato in circa 175.000 euro il valore dei servizi prodotti ogni anno da questo piccolo parco di soli 60 ettari. Questo vuol dire che la comunità cittadina, se non ci fosse il parco, dovrebbe spendere la stessa cifra per filtrare gli inquinanti atmosferici, produrre ossigeno e sequestrare anidride carbonica nella stessa misura di quello che fanno gratuitamente gli alberi di Aguzzano. O, in alternativa, ignorare tutto ciò e pagare un prezzo ancora più alto in termini di affezioni cardio-respiratorie, tumori e morti premature. Oltre a questi servizi ecosistemici poi ne esistono altri più evidenti, in grado di generare direttamente posti di lavoro e reddito. Si pensi alla progettazione delle aree verdi, alla loro realizzazione e manutenzione, ma anche alla ricerca scientifica e alla didattica ambientale o allo sfruttamento di alcune risorse quali ad esempio il legno o i pinoli. Se poi estendiamo il discorso agli orti urbani, l’utilità in termini di sostegno al reddito familiare, filiera alimentare ultracorta e di qualità e – non ultimo – solidarietà, socialità, coesione e cura del territorio, balza agli occhi!

Una questione da prendere con le molle perché ci sono forti margini di ambiguità. Il “verde come risorsa”. E’ possibile declinarlo in modo che non diventi solo business e appropriazione privata di un bene pubblico? Nel rapporto sul parco urbano di Aguzzano al quale hai collaborato è scritto in premessa che: “I parchi non avranno più al centro dei loro compiti la inderogabile protezione del patrimonio naturale, la conservazione degli equilibri ecologici e la tutela del paesaggio, bensì la valorizzazione e la “messa a reddito” del territorio, anche di quel territorio che fino a ieri ritenevamo al sicuro dagli scempi edilizi, dalle mire degli speculatori, dagli abusi, dalle discariche e dalle trivellazioni alla ricerca di gas o petrolio”. Mi sembra un segnale di allarme bello chiaro. Magari il verde gestito da privati diventa a pagamento, dovremo pagare con un ticket anche l’aria buona da respirare. O no?

Il brano che citi si riferisce a un progetto di modifica peggiorativa della 394 (la Legge Quadro sulle Aree Protette) tentato nella precedente legislatura ma fortunatamente non andato in porto. Tuttavia la tentazione di “mettere a reddito” il patrimonio verde è un vizio antico che i nostri governanti non sembrano intenzionati a mollare. Mi riferisco ad esempio ad un emendamento alla legge sulla semplificazione e lo sviluppo regionale approvato lo scorso settembre dalla Regione Lazio, che ha introdotto pesanti modifiche alla 29/97 (la Legge Regionale sulle Aree Protette). Con questo emendamento viene regalato alla lobby dei cacciatori la possibilità di entrare e sparare nelle aree protette regionali. Ma non solo: introducendo il criterio del “silenzio-assenso” si consente di realizzare Piani di Utilizzazione Ambientale (PUA), cioè agricoltura anche intensiva, edificazione di stalle, fienili, opifici per la trasformazione dei prodotti agricoli e strutture per l’agriturismo, in deroga ai piani di assetto e alla tutela della biodiversità che – in teoria – il parco dovrebbe prioritariamente tutelare. Ecco, è questa progressiva erosione del capitale naturale inteso come bene comune che dobbiamo contrastare, se vogliamo costruire città resilienti.

Fonte