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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/06/2025

La maggioranza degli italiani è contro l’esercito europeo

La maggioranza degli italiani è contraria alla costituzione dell’esercito europeo. Lo dice l’insospettabile giornale La Repubblica, sulla base di un sondaggio condotto da Demos. Alla fine i nodi vengono al pettine, e alla fine anche quella redazione deve mettersi l’anima in pace e riportare la realtà delle opinioni più diffusi nella popolazione.

Certo, a leggere l’articolo con cui sono stati presentati i dati sembra di leggere un lamento propagandistico, tipico di chi non si capacita come sia possibile che la gente comune non voglia alimentare le mire di potenza di un imperialismo europeo, che sa di doversi dotare di un esercito per muovere guerra dove serve. E un nucleo lo ha già approvato.

Ma i numeri rimangono numeri. Nel 2022, quando le sirene dell’allarmismo atlantista sul pericolo russo erano sulla cresta dell’onda, il 57% degli italiani era favorevole alla formazione di un esercito europeo, il 4% era indeciso e gli intervistati rimanenti erano contrari. Oggi, questa proporzione si è ribaltata, e i dubbiosi sono spariti.

Dice Repubblica che solo il 48% degli italiani vuole l’esercito europeo, “poco meno di quanti, al proposito, manifestano dissenso”. Che è un bel giro di parole per evitare di scrivere chiaro e tondo che il restante 52%, ovvero la maggioranza della popolazione, non vuole tale follia bellicista, utile solo a proiettare Bruxelles sui teatri di guerra che vanno moltiplicandosi.

C’è poi un altro dato interessante. Il grado di fiducia verso la UE è sceso al 30%, il valore più basso dal 2016 a oggi, 15 punti percentuali sotto il livello raggiunto a inizio di questo decennio. Ovviamente, la responsabilità viene addossata all’incapacità dei paesi europei di muoversi come un sol corpo in uno scenario internazionale in cui Washington ha squarciato l’illusione dell’unità euroatlantica.

Non viene in mente che parte della sfiducia sia derivata proprio dal fatto che, seppur nell’evidente inconsistenza delle sue posizioni, in molti abbiano visto con preoccupazione la crescente deriva bellicista di Bruxelles e la copertura dei più efferati crimini, come quelli commessi da Israele. La retorica del ‘giardino’ contro la ‘giungla’ si è rivelata un bluff.

Così come, per ciò che riguarda l’entusiasmo per un esercito europeo, una volta che la propaganda iniziale sulle sorti progressive di una UE armata fino ai denti hanno adombrato una reale partecipazione a un conflitto, come ad esempio per le basi USA in Italia in occasione del recente attacco all’Iran, allora le opinioni sull’importanza di indossare un elmetto per ‘esportare democrazia’ sono cambiate.

Infine, è utile sottolineare che il sostegno maggiore all’esercito europeo arriva dai giovani. Ma se si va a vedere come tale sostegno si divide tra le forze politiche emerge un elemento particolare: per lo più si osserva tra coloro che sono vicini ai partiti di centro-sinistra.

Innanzitutto, com’era forse scontato, tra i guerrafondai di +Europa, Azione e Italia Viva. Ma vengono poi i simpatizzanti del PD e di AVS. Il sostegno scende fra i sostenitori dei partiti di governo, e tra la base del 5 stelle. La posizione di Conte, che dice di essere contro il riarmo ma per la razionalizzazione delle spese militari attraverso una difesa europea, comincia a scricchiolare.

Quello che è certo è che, in generale nel paese, si aprono ancora più opportunità per chi vuole rappresentare una reale opposizione alla guerra, e agli strumenti che, per prepararsi ad essa, la UE sta mettendo in campo.

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24/05/2025

Stato maggiore della Difesa: “serve un Iron Dome italiano e un comandante unico europeo”

Il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa, è intervenuto in audizione alla Commissione Difesa della Camera, lo scorso mercoledì. Le sue parole hanno evidenziato due elementi fondamentali del prossimo riarmo in cui si è imbarcata la UE: per l’Italia, si tratta dello sviluppo di un proprio Iron Dome, e per la dimensione continentale è l’istituzione di un comandante unico europeo.

La dotazione di un avanzato scudo missilistico è indicata dal militare come una priorità. Egli ha infatti sottolineato che “esistono dei sistemi di difesa aerea, ma non abbiamo un sistema di copertura totale, sia sulla parte nazionale, ma soprattutto quando andiamo a guardare in maniera più estesa l’area di responsabilità della NATO, con riferimento ai paesi del fianco sud dell’alleanza”.

La minaccia principale è ancora indicata nella Russia, a cui vengono affiancati tutti quei paesi che sono definiti come ‘sistemi autoritari’, in primis Iran e Corea del Nord. Nel confronto con Mosca, il sostegno all’Ucraina viene ribadito come una “nobile missione”, ma viene anche posta l’attenzione sull’esaurimento delle scorte di munizioni negli arsenali occidentali.

Per Portolano, riguardo al nodo dei proiettili, ha detto che “dipende da due fattori: la capacità di spesa che ho per poter acquisire munizionamento, ma essenzialmente è la capacità di produzione di chi poi mi deve garantire questo munizionamento, dunque la capacità di produzione delle aziende”.

Il discorso del generale rimanda, dunque, a un orizzonte della difesa che non si ferma all’Italia, ma che deve essere compreso dentro la difesa collettiva individuata nella NATO, e nel ruolo che l’Italia gioca nel Mediterraneo allargato. Riguardo alla cornice euroatlantica, però, Portolano evidenzia come la fase sia cambiata, e come il riarmo e l’economia di guerra europei assumano un peso nuovo.

Parlando dell’Esercito, egli afferma che di certo le forze italiane sono abituate a quelle che chiama “missioni di peacekeeping” (operazioni di guerra asimmetrica), ma il conflitto in Ucraina ha dimostrato come sia necessario sviluppare nuove capacità di difesa e deterrenza. E che fino a oggi queste erano garantite dagli Stati Uniti, ma non sarà più così.

L’alleanza atlantica rimane un pilastro imprescindibile, ma è necessario un compiuto complesso militare-industriale europeo per far fronte alle esigenze belliche di una UE che vuole assumere maggiore autonomia strategica, e dotarsi di tutti gli strumenti necessari a diventare un attore geostrategico credibile. A partire dai nodi riguardanti un esercito europeo.

“Se vogliamo essere efficaci nell’ambito della difesa europea – ha detto Portolano – in modo complementare rispetto alla Nato, dobbiamo realizzare una struttura di comando e controllo che oggi non esiste”, e per questo bisogna istituire “la figura di un comandante unico europeo che sia il referente a livello politico, sulla base di quella che dovrebbe essere la politica estera, la politica di difesa del continente europeo”.

È questa la proposta che rende tutto più complesso, ovvero la questione di un comando unificato di una realtà che non è ancora nemmeno una confederazione, e in cui è difficile immaginare un referente militare unico tra 27 paesi membri. Tuttavia, da poco la UE ha fatto passi avanti su di un primo nucleo di una forza armata comunitaria.

Non solo il sonno della ragione, ma anche la crisi e la competizione globale generano mostri, e la UE armata ha già superato precedenti tabù: manteniamo l’attenzione alta, perché potrebbe superarne anche su questo lato.

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04/06/2024

Il programma per l’industria europea della difesa in discussione alla Camera

Se le elezioni europee spingono alla diatriba pubblica tra i leghisti e Mattarella sul tema sovranità europea, nelle stanze del Parlamento continua di comune intesa la costruzione della difesa europea. Sulla necessità di far guerra non c’è nessuno che non sia d’accordo.

Già da aprile è arrivato alle Commissioni Difesa e Attività Produttive della Camera il documento per l’approvazione dello European Defence Improvement Programme (EDIP).

Ora è passato anche a quella per i rapporti con l’Unione Europea per la verifica del principio di sussidiarietà, cioè il rispetto dell’azione comunitaria solo se di sua giurisdizione o se considerata più efficace di quella intrapresa a livello inferiori.

Procede spedito, dunque, questo programma presentato solo lo scorso 5 marzo dalla Commissione Europea. L’obiettivo è rafforzare la competitività della base industriale e tecnologica della difesa europea (EDTIB), secondo le prospettive della Strategia industriale europea della difesa (EDIS), oltre a sostenere l’Ucraina.

Si tratta di un ulteriore finanziamento di 1,5 miliardi per il triennio 2025-2027, stanziato nella revisione del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027. Oltre ai soldi, vi sono delle novità negli organi che devono facilitare la crescita dell’integrazione europea sulla difesa comune.

Sono istituiti un consiglio e un pool per la prontezza industriale nel settore della difesa, che dovrà servire a incrementare la disponibilità e accelerare i tempi di consegna dei prodotti fabbricati in UE, con una corsia preferenziale per gli Stati membri, i paesi associati e l’Ucraina.

Per quest’ultima si istituisce anche un programma di cooperazione finalizzato alla ripresa, alla ricostruzione e alla modernizzazione della base industriale e tecnologica di difesa di Kiev.

Questo indirizzo si associa a quello indicato recentemente da Stoltenberg per istituzionalizzare un “impegno finanziario pluriennale per l’Ucraina a pieno regime di circa 40 miliardi di euro” ogni anno. In pratica, la UE vuole assumere a pieno titolo quel ruolo che si è autoassegnata di gamba autonoma della proiezione NATO.

La Commissione UE potrà individuare i progetti di interesse comune, che dovranno coinvolgere almeno quattro stati membri, con la possibilità che la Commissione stessa vi partecipi. A tali progetti saranno destinati fino al 25% delle risorse finanziarie del programma.

Il fondo Fast servirà invece a fornire, sotto forma di debito o di capitale, aiuti alle piccole e medie imprese del settore della difesa, e a ridurne i rischi di investimento. Infine, verrebbe istituita la Structure for European Armament Programme (SEAP).

Questa struttura fornirà ai membri UE – almeno tre – un quadro giuridico per incentivare e agevolare la cooperazione sulla difesa. Chi se ne avvarrà potrà sviluppare e mantenere congiuntamente armi e armamenti e potrà approfittare di vantaggi specifici. La SEAP sarà aperta anche a paesi associati, come la Norvegia, e all’Ucraina.

Al di là del quadro ‘tecnico’ dell’EDIP, va sottolineato come nel documento in discussione alla Commissione che si occupa delle politiche UE, viene ribadita più volte la necessità di azione comune perché “nessuno Stato membro da solo è in grado di fornire” quel che serve per gli obiettivi postisi da Bruxelles.

Per divenire a tutti gli effetti un attore globale autonomo, la difesa europea è necessaria. Le prime sperimentazioni sono missioni come quella Aspides nel Mar Rosso, e si capisce perché dunque questo percorso è foriero di ulteriore destabilizzazione, e bisogna continuare a combatterlo.

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30/03/2024

Quali motivazioni dietro alla recrudescenza militarista della Francia?

di Francesco Dall'Aglio

Qualche considerazione forse oziosa.

L'improvvisa aggressività, soltanto verbale naturalmente, della Francia (che fino a qualche tempo fa continuava a proporsi come una potenziale sponda negoziale e ha inviato in Ucraina materiale militare anche di ottima qualità, come i CAESAR e i missili SCALP-EG, ma non ha partecipato, e non ci sono indizi che lo faccia in futuro, alla raccolta di carri armati lasciando in patria i suoi Leclerc) non può ovviamente essere ascritta a un'improvvisa follia che ha colto Macron, causata magari dalla rabbia per aver perso l'Africa Centrale (un processo partito anni fa, sicuramente grave per la Francia ma che comunque non giustifica il rischio di una guerra nucleare).

I motivi, trattandosi di attori razionali, devono essere diversi, e in effetti lo sono e hanno a che vedere con un problema di politica interno all'UE nel momento in cui l'Unione sembrerebbe intenzionata a costituire un sistema di difesa comune, o quantomeno a stanziare un bel po' di soldi per il riarmo dei paesi membri. Se questo esercito europeo dovesse essere costituito, o quantomeno si andasse in direzione di una maggiore integrazione degli eserciti europei (soprattutto se i timori di un ritiro o di un ridimensionamento dell'impegno statunitense nella NATO fossero giustificati) si potrebbe un problema non semplice: chi lo comanderebbe?

È ovvio che nel quadro politico attuale, con una opposizione nei confronti della Russia che non sembra di immediata risoluzione, l'esercito in questione dovrebbe essere rivolto alla difesa del "fianco est" dell'Unione: ma è possibile ipotizzare che venga diretto dai paesi che finora si sono dimostrati, a parole ma anche con i fatti, i più battaglieri, come la Polonia e i baltici? Ovviamente no. La Polonia ha un cospicuo esercito di terra, e progetta di ampliarlo ulteriormente, anche se i progetti grandiosi di un anno fa sembrerebbero essere stati ridimensionati, e parrebbe essere un candidato serio (la Polonia ovviamente, non certo i baltici). Però non ha una flotta, e quindi non ha capacità di proiezione; e non è una grande potenza, tutt'al più è una potenza regionale, e deve ancora dimostrare capacità di leadership.

La Germania non sa cosa fare di sé stessa, non solo dal punto di vista militare, e non ha nessun interesse a peggiorare ulteriormente i suoi rapporti con la Russia. Spagna e Italia, lasciamo stare – non per incapacità, ma per tradizione politica: né noi né gli spagnoli ci siamo mai messi a capo di coalizioni, il nostro ruolo è sempre stato un altro, anche se ultimamente pare che ce ne siamo dimenticati (ma Tajani e Crosetto pare invece di no). Gli altri non sono in grado e non sono interessati, la Turchia lasciamo stare per ovvi motivi.

Resta la Francia che tra l'altro, e non è un dettaglio trascurabile, con l'uscita della Gran Bretagna dall'UE è rimasta l'unica potenza nucleare dell'Unione, e la cosa ha un peso non indifferente nei rapporti di forza: e questo oltre alla sua capacità di proiezione e alle basi militari al di fuori del continente europeo (ha basi o presenza militare, lo ricordo, in tutti i continenti, anche se ne ha persa qualcuna recentemente. Piccole ma le ha, anche se nessuna utile contro la Russia). E questo la obbliga ad assumersi determinate responsabilità.

Macron non ha nessuna intenzione di mandare soldati a farsi bombardare a Odessa, sta facendo un power grab cercando di superare sul terreno dei proclami l'unico altro candidato possibile, cioè la Polonia (possibile ma poco praticabile, come abbiamo detto) per la guida dell'esercito e per la gestione dei finanziamenti. Dal suo punto di vista (e dal punto di vista di un potenziale esercito europeo) fa benissimo.

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24/01/2024

L’Europa con l’elmetto: nel mar Rosso l'“idea” di un esercito europeo

Il consiglio affari esteri dell’UE ha dato due giorni fa – lunedì 22 gennaio – una prima luce verde preliminare alla formazione di una missione navale europea nel Mar Rosso, denominata Aspides (scudo), il cui lancio definitivo dovrebbe avvenire il 19 febbraio.

L’operazione è una notevole novità per l’Europa: nonostante il carattere “difensivo” – almeno stando alla retorica d’obbligo (tutte le armi possono essere sia “difensive” che “offensive”) – è la prima volta che viene inviata una missione militare UE di simile importanza in un contesto di guerra e, per di più, in velata alternativa all’operazione Prosperity Guardian di USA e Gran Bretagna, già passate all’attacco in Yemen.

Insomma l’UE prova a lanciare un segnale politico, come scritto nel documento presentato da Italia, Francia e Germania al Consiglio Affari Esteri: “Data la gravità della situazione attuale e i nostri interessi geostrategici, è importante che l’Ue dimostri la sua volontà e le sue capacità di agire come attore di sicurezza globale”.

A spingersi oltre è stato Tajani considerando la missione europea per il Mar Rosso “un passo considerevole verso una vera difesa europea”. Per il ministro degli esteri italiano “Non si può pensare a una politica estera europea se non c’è un sistema di difesa a livello europeo”.

E dunque: “Dobbiamo aver un sistema di difesa europeo che sia competitivo con la Nato: dobbiamo porci come obiettivo finale un esercito europeo, uno strumento di peace keeping europeo che possa essere operativo in tempi molto rapidi”.

La costruzione di questa missione navale e le dichiarazioni di Tajani sull’esercito europeo non cadono nel nulla. In questi stessi giorni a Davos il presidente Francese Macron ha auspicato l’emissione di un debito comune europeo per finanziare investimenti strategici europei, tra cui spicca la difesa.

Le parole del presidente Francese hanno fatto eco al commissario europeo Thierry Breton che ha di recente invitato l’UE a costruire un fondo da 100 miliardi di euro per l’industria militare europea. Tutto questo mentre per marzo sarà presentata la “strategia per l’industria della difesa europea”.

Le classi dirigenti continentali si muovono insomma a difesa del loro “giardino”, minacciato non solo (o non tanto) dal crescere degli interessi non occidentali nel mondo, quanto dalle conseguenze delle scelte Usa, per definizione unilaterali.

Ritrovandosi al centro di un anello di conflitti che circonda e si espande intorno ai suoi confini europei – dal Sahel, da cui i francesi stanno vendendo cacciati, ai conflitti in Libia e Sudan, ai conflitti del Medio Oriente, fino all’Ucraina – ritrovandosi nell’impossibilità di costruire consenso nei paesi del “terzo mondo” e nella necessità di prepararsi allo scontro con le “potenze ostili” (la Russia, con cui si è già di fatto in guerra, e in prospettiva la Cina), per l’UE le esigenze della “difesa” comune sembrano non più rimandabili.

Tanto più se pensiamo che gli Stati Uniti si stanno dimostrando dei partner totalmente inaffidabili.

Si stanno avvicinando le elezioni presidenziali statunitensi, ed un’eventuale vittoria di Trump potrebbe portare non solo alla chiusura dei flussi americani di armi e fondi verso l’Ucraina – che già oggi sono bloccati dal congresso nonostante il pressing dell’amministrazione Biden – ma anche ad una politica basata sull’“America first” che lascerebbe più “sola” l’Europa alle prese con dossier aperti dagli USA.

Inoltre, anche al netto del conflitto politico interno alle classi dirigenti statunitensi, le capacità di produzione di armamenti dell’industria a stelle e strisce sono insufficienti per la guerra contro un nemico “simmetrico” nel teatro ucraino ed ulteriormente appesantiti dall’escalation in Medio Oriente e dagli impegni nell’Indopacifico.

Un po’, dunque, la spinta dei settori più “autonomisti” della borghesia Europea, che da anni aspirano alla creazione di un esercito continentale (temporaneamente accantonato con l’esplosione della guerra in Ucraina), un po’ l’inaffidabilità e la difficoltà degli Stati Uniti nel garantire la difesa dell’egemonia euroatlantica nel mondo, ma soprattutto la necessità di ricorrere allo strumento della guerra per difendere gli interessi dell’imperialismo occidentale contro un mondo che si va ribellando: questi sono i fattori che spingono per una accelerazione della costruzione di una difesa europea.

Tempi e modi di questa costruzione non sono definiti, né si può dare per scontato che avverrà effettivamente, viste le spaccature e le forti contraddizioni interne all’UE ed il sostanziale atteggiamento schizofrenico delle classi dirigenti europee, che da un lato aspirano all’autonomia del proprio polo imperialista, dall’altro – soprattutto da dopo la guerra in Ucraina – sono vincolate e “bisognose” dell’ombrello americano.

Tutto dipende da come si evolverà la dialettica tra l'“anima europea” (gli interessi materiali, ovvio...) e quella “americana” del blocco euroatlantico, che vivono la contraddizione di una sostanziale interdipendenza ma allo stesso tempo una forte competizione tra loro – arrivata fino ad atti di guerra ibrida come il sabotaggio del Nord Stream –.

Quel che resta evidente è invece la tendenza alla guerra delle classi dirigenti occidentali, che stanno correndo al riarmo e alla militarizzazione della nostra società, trascinandoci in un conflitto mondiale a pezzi.

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25/05/2022

Esercito europeo. La Ue fa un altro passo avantiEsercito europeo. La Ue fa un altro passo avanti

Lo scorso 18 maggio c’è stata la Dichiarazione congiunta della Commissione europea e dell’Alto Rappresentante dell’Unione per la politica estera e di sicurezza che, sotto silenzio, ha indicato un altro passo avanti nella costruzione dell’Esercito e della Difesa comune europea.

La Dichiarazione congiunta è il prodotto del mandato ricevuto dal vertice informale dei Capi di Stato e di governo di Versailles dell’11 marzo scorso. Una volta che il Consiglio europeo previsto a fine maggio avrà espresso il suo parere sulle raccomandazioni che vi sono contenute, la linea di azione comune risulterà definita e dovrà essere messa in atto.

La ben informata newsletter Affari Internazionali, sottolinea che nei mesi scorsi sono stati definiti altri importanti documenti strettamente collegati che insieme forniscono l’intero quadro delle iniziative da avviare: il Defence Package della Commissione europea il 15 febbraio e lo Strategic Compass del 23 marzo. Sullo sfondo un ulteriore contributo è venuto dall’Agenzia europea di difesa con il suo documento Scoping EU Defence Investment Gaps del 29 aprile.

La Dichiarazione congiunta prevede tre obiettivi per gli investimenti comuni europei della Difesa sintetizzati come TBE:

- Together (programmi di cooperazione nella ricerca e sviluppo tecnologico e nell’acquisizione, anche per contenere i costi);

- Better (quindi focalizzandosi sulle priorità identificate come europee nelle capacità da soddisfare);

- European (quindi un’industria europea più competitiva poiché il rafforzamento della base tecnologica e industriale continentale è diventato essenziale in un quadro geostrategico deteriorato).

Una risposta a queste priorità in ordine sparso da parte dei paesi aderenti alla Ue, comporta maggiori costi, un aumento della disomogeneità fra i mezzi in dotazione alle Forze Armate europee e l’inevitabile ricorso alle acquisizioni dagli Stati Uniti.

Inoltre un’eventuale completa saturazione della domanda si rifletterebbe negativamente sulle prospettive di mercato dei nuovi equipaggiamenti europei che si stanno sviluppando anche grazie all’EDF, il fondo comune per la difesa europea.

Secondo quanto ha ricostruito Affari Internazionali queste sono le proposte in campo contenute nella Dichiarazione Comune per superare l’impasse sulla Difesa europea:

- Costituire una Defence Joint Procurement Task force che punti a coordinare gli acquisti degli Stati membri nel breve termine. In questo modo sarebbe possibile, anche col contributo dei maggiori paesi, offrire più facilmente soluzioni che, caso per caso, concilino esigenze nazionali ed europee.

- Al fine di incentivare gli acquisti congiunti da parte degli Stati membri e in questo modo rafforzare le capacità industriali militari europee, stabilire un nuovo strumento finanziario con una dotazione di 500 milioni per il periodo 2022-24.

- Predisporre un EU framework for Defence Joint Procurement attraverso gli attuali strumenti in ambito EDF e EDA e un nuovo regolamento che istituisca un European Defence Investment Programme (EDIP). Quest’ultimo dovrebbe definire i criteri e le condizioni per costituire un European Defence Capability Consortium (EDCC) fra gli Stati membri interessati ad acquisire equipaggiamenti prodotti attraverso la cooperazione europea e/o gestire il successivo supporto logistico e ammodernamento. Questi consorzi potrebbero ottenere l’esenzione IVA e utilizzare la flessibilità prevista dalla normativa europea sugli acquisti militari, evitando le procedure competitive.

- Preparare un rafforzamento finanziario dell’EDF in occasione della revisione intermedia del Multiannual Financial Framework (MFF).

- Puntare ad un maggiore sostegno dell’industria della difesa e degli acquisti comuni da parte dell’European Investment Bank, andando al di là della recente apertura ai prodotti ad uso duale.

Sullo sfondo resta una rilevante decisione politica a livello di Unione Europea, quella di arrivare all’esclusione delle spese riconosciute come “europee” dal Patto di Stabilità, affermando una volta per tutte il principio che la sicurezza e la difesa europea sono un obiettivo comune per tutti gli Stati membri.

Secondo Affari Internazionali vi sono poi alcune carenze che dovranno essere prima o poi sanate dall’Unione Europea. “In particolare si dovrebbe mettere mano ad un adeguamento della normativa europea dedicata al mercato della difesa: le attività di cooperazione dovrebbero essere esentate sia alla normale competizione sia al normale controllo sui trasferimenti intra-comunitari di prodotti militari. Ancora di più, il finanziamento europeo dei programmi di ricerca e sviluppo in cooperazione dovrebbe poter coprire anche la realizzazione dei prototipi e non fermarsi ai dimostratori tecnologici”.

Tra le decisioni messe in campo per rafforzare il coordinamento europeo, per l’Italia si segnala l’attivazione del Tavolo per la Politica industriale della Difesa previsto dalla Direttiva del Ministro della Difesa dello scorso luglio che può assicurare sia il coordinamento interno alla Difesa sia quello interministeriale.

Sull'argomento è interessante quanto ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti, secondo cui la domanda di difesa in Europa è in crescita e l’Italia deve farsi trovare pronta. Giorgetti ha risposto ai giornalisti al margine di una visita allo stabilimento Fincantieri di Monfalcone.

Rispondendo a una domanda sull’asse Fincantieri-Leonardo per la realizzazione di un polo tutto italiano della difesa ha affermato che: “Sarebbe ingenuo pensare che un polo militare italiano possa essere competitivo da solo, però è chiaro che quando andiamo a discutere di industria della difesa europea dobbiamo presentarci al meglio delle nostre possibilità e giocare le nostre carte. Abbiamo eccellenze, qualità e competenza, dobbiamo sicuramente farlo”, ha detto Giorgetti. “L’evoluzione della domanda di difesa in Europa sarà particolarmente cospicua e accelerata nei prossimi anni e noi dobbiamo essere all’altezza della situazione”.

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23/09/2021

L’Unione Europea smette di essere soft

L’Unione Europea con il documento 2021 Strategic Foresight Report, ha imboccato con decisione la strada di quella che viene definita “autonomia strategica”.

Un progetto pieno di ambizioni con l’obiettivo di costruire un polo capace di competere con Stati Uniti e Cina nel XXI Secolo.

Ma occorre fare i conti con la realtà: le proiezioni indicano che fra trenta anni il Pil della Ue sarà pari solo all’11,3% di quello mondiale (era il 18,3 nel 2019). Insomma non abbastanza per avanzare pretese di grandeur, ma niente affatto distante da quello – in declino – degli Stati Uniti.

Le direttrici di questo progetto riguardano le conseguenze dei mutamenti climatici, la transizione digitale, la riduzione della dipendenza da fattori esterni, la politica militare.

Tutti i paesi aderenti alla Ue vengono dunque sottoposti ad una fortissima ed inedita sollecitazione per adeguare le loro strutture produttive, legislative e decisionali a questa ambizione.

Il primo passo è stato quello di mettere a disposizione una certa quantità di finanziamenti per ristrutturare e adeguare i vari sistemi paese (Recovery Fund etc.).

Il secondo sarà la riforma dei Trattati per superare l’ipoteca immobilizzante dell’unanimità nel prendere le decisioni e sostituirla con le cooperazioni rafforzate (i paesi che convergono su una decisione la adottano senza più subire veti di chi è contrario). Una svolta “decisionista” che riduce ancor più lo spazio di manovra “sovrana” dei singoli paesi, a prescindere dal consenso popolare o meno.

In parallelo andranno avanti con tempi decisamente più rapidi una serie di “modernizzazioni” di sistema e la centralizzazione produttiva e tecnologica intorno ad un numero più ridotto di grandi gruppi industriali e finanziari (i cosiddetti “campioni europei”) in grado di competere con i giganti statunitensi e cinesi.

Entro il 2025 la Ue punta ad avere operativi otto supercomputer per l’utilizzo delle tecnologie quantiche, sviluppare le biotecnologie, ridurre la dipendenza energetica dall’estero portandola dal 60 al 15% entro il 2050, intensificare l’Alleanza Europea per le batterie, rafforzare le catene del valore “interne” alla Ue.

Infine, ma non per importanza, disporre di un proprio apparato militare completo e indipendente, integrabile ma non subordinato alla Nato, o almeno alla “vecchia” Nato a dominanza Usa che abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa.

Dovrebbe essere superfluo sottolineare come questo ambizioso progetto avrà conseguenze sia interne ai paesi della Ue sia all’esterno.

Le centralizzazione tecnologica, produttiva e finanziaria intorno a grandi gruppi “europei” non può che ridisegnare e subordinare la mappa produttiva fin qui esistente nei singoli paesi. Ce lo dimostra l’Alitalia, ma le orecchie stanno fischiando anche a “gioielli di famiglia” come Leonardo, Fincantieri, Eni ed Enel.

Chiusure, ristrutturazioni, licenziamenti e concentrazioni a livello europeo saranno all’ordine del giorno anche in settori che fino ad oggi si sono ritenuti al riparo perché “competitivi” o “remunerativi”.

Se è vero che l’obiettivo della Commissione è di raggiungere l’80% di consumi interni di energia da fonti a basse emissioni carboniche (prevalentemente fonti rinnovabili), riducendo l’utilizzo di combustibili fossili a meno del 10% del totale, anche l’uso delle fonti rinnovabili richiede materie prime diverse da quelle tradizionali (carbone, petrolio, gas) e queste dovranno essere assicurate – con le buone o con le cattive – in nome ovviamente di una transizione ecologica che, se lasciata in mano alla logica capitalistica, non potrà che essere agita dal punto di vista della “remunerazione” e non certo dell’equilibrio ambientale o degli interessi collettivi.

Dunque ci sarà da “andare a prendersi” le materie prime o i semilavorati necessari, e persuadere chi ne dispone che fare affari con la Ue è una proposta che non si può rifiutare a cuor leggero.

Per i semilavorati (dai seminconduttori ai chip) o per i prodotti medicinali si possono internalizzare e/o accorciare le filiere produttive (magari destinando i paesi europei più deboli al ruolo avuto dalla Corea o dalla Cina), ma le materie prime vanno “rapinate” lì dove esistono in natura.

Ed è qui che il soft power europeo cambierà volto – assumendone uno assai più arcigno e neocoloniale – qualora, com’è prevedibile in modo quasi scontato, la competizione sulle materie prime dovesse incarognirsi sui vari teatri di crisi.

A questo serve l’esercito europeo “capace di proiezione internazionale” che è punto centrale e dirimente dell’autonomia strategica.

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16/09/2021

Von der Leyen allunga il passo sulle ambizioni strategiche della UE

Il discorso della presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen segna un rilevante salto di qualità sulle ambizioni dell’Unione Europea nel diventare soggetto di primo piano nella competizione globale, anche sugli aspetti militari.

La Von der Leyen l’ha presa larga partendo dall’emergenza pandemica e dalla questione dei vaccini, dall’economia e dall’emergenza ecologica. “Se rifletto sull’anno passato e sullo Stato dell’Unione vedo una forte anima in tutto quello che facciamo“, ha detto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento UE.

“Nella principale crisi sanitaria mondiale ci siamo uniti per garantire a tutti gli angoli d’Europa di avere dei vaccini salvavita e abbiamo proceduto con Next generation Eu e con il Green deal. Abbiamo dimostrato che quando agiamo insieme agiamo rapidamente“. Sul “rapidamente”, com’è noto, mente in modo pacchiano, ma non è questo il punto principale...

Nella seconda parte del suo discorso è andata subito al bersaglio grosso, la questione della struttura e della proiezione politico/militare della Ue.

“Lavoriamo con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg su una nuova dichiarazione congiunta che sarà presentata prima della fine dell’anno. Dobbiamo investire nella nostra partnership. Ma questa è solo una parte dell’equazione. Dobbiamo fare di più da soli sulla difesa”, ha affermato la presidente della Commissione europea.

In questo passaggio del suo discorso ci sono due messaggi chiave: il primo è diretto agli Usa, lasciando intendere che – dentro la Nato – la Ue non intende più essere semplicemente subalterna alle decisioni statunitensi, ma pretende di decidere su un piano di parità.

Il secondo è che la Ue punta apertamente a diventare indipendente dal punto di vista tecnologico e militare. Piano ambizioso, costoso e certamente non di rapida realizzazione.

Per la Von der Leyen (e per tutto l’establishment europeo, ndr) sono tre i motivi che legittimano tale ambizioni.

In primo luogo, le crisi nel vicinato dell’Ue, “crisi esterne che si possono ripercuotere all’interno”. Secondo, l’evoluzione della minaccia, tra “attacchi ibridi o informatici e la crescente corsa agli armamenti spaziali”.

Sono le tecnologie dirompenti ad aver “livellato” i rapporti di forza, ha spiegato von der Leyen, consentendo anche a piccoli attori non statuali di mettere in pericolo la sicurezza di nazioni apparentemente ben strutturate: “Si possono paralizzare impianti industriali, amministrazioni cittadine e ospedali con un semplice computer portatile”.

La terza ragione per elevare l’ambizione dell’Ue sulla scena internazionale è rappresentata dalla sua capacità di essere “un garante di sicurezza unico nel suo genere”, capace di “combinare aspetti militari e civili, diplomatici e di sviluppo”, sfruttando “la grande esperienza nel costruire e proteggere la pace”.

Rientra nelle categorie di peace-building e institution-building, il campo sul quale l’Unione potrebbe affiancare la Nato e l’Onu. Per queste tre ragioni c’è bisogno di una “Unione europea della Difesa”, ha spiegato von der Leyen. Oltre alle ipotesi sugli strumenti da adottare, la sfida da affrontare è “la mancanza di volontà politica”.

L’Unione europea terrà un summit sulla Difesa, il prossimo anno, durante la presidenza di turno francese, ha annunciato la presidente della Commissione europea. “Con Macron convocheremo un vertice sulla Difesa europea“, confermando che il “cuore” dell’operazione si fonda come sempre sull’asse Berlino-Parigi.

Infine – e qui c’è un altro rilevante salto di qualità – ha evocato la centralizzazione a livello europeo dei servizi di intelligence. “Dobbiamo gettare le basi per un processo decisionale collettivo, sulla base di una ‘conoscenza situazionale’. Se gli Stati membri non condividono le loro informazioni a livello europeo, siamo destinati a fallire. È essenziale quindi migliorare la cooperazione in materia di intelligence”.

Occorre “accorpare le conoscenze da tutti i servizi e da tutte le fonti, per prendere decisioni informate. Per questo motivo l’Ue potrebbe prendere in considerazione la creazione di un proprio Centro comune di conoscenza situazionale“.

Se qualcuno era convinto che l’Ue fosse una eterna “anatra zoppa” dovrà rivedere rapidamente i propri convincimenti. Non è ancora il polo imperialista compiuto di cui parliamo da anni anche sulle pagine del nostro giornale, ma questo processo è arrivato assai più avanti di quanto sia stato sistematicamente sottovalutato.

Vivere e agire politicamente dentro un polo imperialista segna un passaggio di fase anche per le forze di classe e alternative in Europa. Prima lo si comprende meglio è.

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02/06/2020

Francia, Germania, Italia e Spagna spingono per l’Esercito europeo

Soltanto 4 mesi fa, precisamente il 25 gennaio, Eurostop ha tenuto a Napoli un interessante e partecipato convegno dal titolo “Il complesso militare industriale europeo. Crisi della Nato ed ambizioni geopolitiche dell’Unione Europea”.

Durante quella giornata mettemmo al centro della discussione una questione sistematicamente elusa o sottovalutata anche nell’ambito della c.d sinistra radicale: il ruolo e la vera natura dell’Unione Europea, contestando quella narrazione che la rappresenta come luogo di promozione della pace e della pacifica convivenza tra popoli.

In particolare, partendo dall’analisi di una serie di iniziative intraprese in ambito europeo (Pesco, Fondo europeo per la difesa, Iniziativa Europea di intervento) e che hanno registrato un’importante accelerazione negli ultimi anni, evidenziammo una tendenza e una traiettoria, certo contraddittoria e non lineare, volta a trasformare l’UE in una alleanza a carattere militare.

D’altronde, sostenemmo in quella giornata, in un quadro di permanente tendenza alla guerra, una potenza come l’UE che non disponga di un proprio autonomo strumento militare rischia di non essere credibile sullo scacchiere internazionale ed ha quindi necessità di attrezzarsi rapidamente al fine di giocare un ruolo nella competizione con gli USA e gli altri paesi emergenti.

Ebbene, questa tesi frutto di una attenta osservazione rispetto alle spinte impresse negli ultimi anni e dirette a dare slancio alla cooperazione dell’Unione europea in materia di difesa, resta di estrema attualità. Né tale processo sembra aver subito una battuta d’arresto a causa dell’emergenza rappresentata dal Covid-19.

Infatti, solo qualche giorno fa è stata firmata dai Ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna una lettera per l’Europa della difesa nella quale i promotori dell’iniziativa evidenziano l’esigenza di rinforzare le capacità di difesa dell’Unione anche mediante gli strumenti di cooperazione rafforzata permanente (Pesco) al fine di favorire progetti di investimento tra i partner europei e rendere più competitive le industrie della Difesa, ritenute importante leva economica nazionale per il rilancio dei Paesi anche nel post-pandemia.

In particolare, ne dà conto un articolo pubblicato sul sito Affari Internazionali dall’emblematico titolo “Se l’Europa della difesa esce dalla quarantena”, che vi invitiamo a leggere in quanto conferma, da un punto di vista diametralmente opposto rispetto al nostro, la prosecuzione del percorso intrapreso a livello europeo.

P.S.: l’ultima parte dell’articolo relativo alla cooperazione tra l’Europa della difesa e l’Alleanza atlantica va colta nella giusta dimensione e sembra configurarsi, come emerge anche dall’articolo stesso, più che altro come una necessaria ed inevitabile rassicurazione rivolta verso i paesi dell’Europa orientale e settentrionale.

Buona lettura.

*Piattaforma Eurostop

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Se l’Europa della difesa esce dalla quarantena

La lettera per l’Europa della difesa appena firmata dai ministri di Francia, Germania, Italia e Spagna rappresenta un gesto politico importante nell’attuale periodo difficile per l’Ue e la sicurezza europea.

Si tratta di una posizione congiunta che guarda oltre l’emergenza Covid-19, traendone alcune lezioni in termini di maggiore solidarietà e resilienza ma uscendo dall’ottica emergenziale di breve periodo. In altre parole, si torna a occuparsi politicamente, almeno nelle intenzioni, del contesto internazionale teso e instabile, peggiorato dalla pandemia, nel quale l’Ue deve difendere la sicurezza degli europei, tutelarne i valori e promuoverne gli interessi.

Il fatto che sia firmata dai rappresentanti dei quattro principali stati membri dell’Unione in termini di popolazione, Pil e capacità militari – nonché Paesi di appartenenza degli attuali vertici Ue – aggiunge peso politico al documento.

La scommessa sulla Pesco e lo sguardo oltre Manica

La lettera mette a sistema un puzzle articolato di iniziative già avviate e lo rilancia affermando un elevato livello di ambizione. La Permanent Structured Cooperation (Pesco) è definito “il” framework chiave per la cooperazione europea nella difesa, i cui progetti devono portare risultati nei prossimi quattro anni pena la loro chiusura, e devono beneficiare del sostegno economico del European Defence Fund (Edf) quando ne rispettino i criteri.

I quattro ministri spingono anche per l’adozione della proposta della presidenza di turno finlandese sulla partecipazione degli stati terzi alla Pesco, giudicata un compromesso equilibrato. Definire le regole del gioco per i Paesi non Ue è particolarmente importante oggi per tenere agganciato in qualche modo il Regno Unito all’Europa della difesa nella nuova situazione post-Brexit.

Sovranità industriale, tecnologica e digitale

Quanto a politica industriale della difesa, si afferma l’obiettivo come UE di una “sovranità industriale, tecnologica e digitale”, che passa per il controllo da parte dei Paesi europei di determinate tecnologie e capacità produttive, per la riduzione della dipendenza da fornitori extra-UE, un filtro agli investimenti stranieri, il sostegno alla ricerca tecnologica più dirompente.

In altre parole, occorre connettere meglio le politiche economiche con gli interessi di sicurezza. In questo quadro, l’Edf è fondamentale per il sostegno alla ricerca tecnologica nella difesa, e deve quindi avere un bilancio “ambizioso” ed una attuazione rapida.

Più autonomia per le missioni UE

Pesco ed Edf dovrebbero essere i due lati di una stessa medaglia: la costruzione di maggiori e migliori capacità militari europee. Capacità che per essere utilizzate adeguatamente e autonomamente necessitano un rafforzamento della struttura di comando e controllo Ue, comprese maggiori responsabilità dell’Eu military staff su tutto il “continuum operazioni-dottrina-sviluppo capacitivo”.

L’obiettivo è far condurre alle strutture Ue tutte le missioni militari all’estero dell’Unione, attraverso la military planning and conduct capability. Di fatto c’è il mandato politico per la piena realizzazione del quartier generale Ue, da tempo voluto dalla Francia come tassello dell’autonomia strategica dell’Unione e reso possibile dalla Brexit. Si tratta di un elemento non da poco per Paesi come l’Italia che vedono nelle missioni all’estero uno strumento importante nel quadro di un approccio complessivo alla stabilizzazione della regione del Mediterraneo.

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09/01/2020

Gentiloni: “L’Unione Europea deve rafforzare il suo ruolo globale”

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano Repubblica in merito alla recente escalation militare impressa da Trump in Medio Oriente, Paolo Gentiloni, Commissario europeo all’Economia, invita la Ue, al fine di non essere condannata all’ininfluenza e all’impotenza, ad assumere un ruolo da protagonista nella competizione che si è aperta a livello globale.

Naturalmente, nel ragionamento svolto da Gentiloni non vi è alcuna condanna dell’operazione terroristica portata avanti dagli Stati Uniti verso i quali, anzi, viene ribadita la consueta fedeltà, limitandosi soltanto ad esprimere il dubbio che tale operazione lungi “dall’esercitare una deterrenza finisca per sortire l’effetto opposto, cioè un’escalation e il rafforzamento delle posizioni più estreme a Teheran”.

Sarebbe finalmente giunto il momento di riflettere su quella tendenza alla guerra che costituisce il tratto caratteristico e strutturale del capitalismo mondiale e in particolar modo di quello occidentale dopo la caduta dell’Unione Sovietica. E magari prendere atto che l’escalation militare è alimentata dalla crisi sistemica del capitalismo che funge da moltiplicatore della competizione globale in un mondo ove alla fine dell’unipolarismo targato USA, Trump reagisce in maniera disperata e criminale per provare a riaffermare un ruolo nello scacchiere medio orientale.

Ma naturalmente tutto questo non compare nel ragionamento del Commissario europeo all’economia che, invece, è tutto interno alla logica della guerra e della competizione globale e lo dimostrano chiaramente due passaggi dell’intervista.

Nel primo, con riferimento all’affacciarsi nello scacchiere del Mediterraneo e del Medio oriente di nuovi attori (Russia e Turchia), interrogato su cosa dovrebbe fare l’Europa per crescere in politica internazionale risponde testualmente che “Non c’è una formula magica per rafforzare il ruolo globale dell’Unione, in generale serve un mix tra diplomazia europea, uso della nostra immensa forza commerciale, rafforzamento del ruolo internazionale della moneta unica e una politica di difesa comune”.

Successivamente, incalzato dal giornalista su cosa si intenda per difesa comune e se è auspicabile la nascita di un esercito europeo testualmente risponde “Certamente nuovi passi in avanti in questo senso sono necessari, molto è stato fatto ma dobbiamo accelerare”.

Il ragionamento lascia poco spazio a dubbi e sembra allineare anche il nostro paese a quelle spinte provenienti in primis dalla Francia e volte a trasformare l’Unione europea in una alleanza a carattere militare: in un quadro di feroce competizione globale una potenza che non disponga di un proprio autonomo strumento militare non è credibile sullo scacchiere internazionale e ha necessità di attrezzarsi rapidamente al fine di giocare un ruolo nella competizione con gli USA e gli altri paesi emergenti.

Ed infatti i passi in avanti ai quali Gentiloni fa riferimento, non sono mere enunciazioni ma iniziative concrete che stanno imprimendo slancio alla cooperazione dell’Unione europea in materia di difesa producendo una moltiplicazioni di voci di spesa ed organizzazioni da finanziare.

Qui di seguito una breve panoramica:

- la PESCO, Cooperazione strutturata permanente applicata alla sfera della sicurezza e della difesa, al fine di portare avanti progetti di cooperazione a geometria variabile per lo sviluppo di nuovi equipaggiamenti terrestri, aerei, spaziali, cibernetici, nonché per la messa in comune di attività di addestramento, mediche, logistiche o basi militari, ha infatti ricevuto nuova implementazione attraverso l’adozione, proprio nel novembre 2019, da parte del Consiglio europeo di ulteriori 13 progetti (incentrati sulla formazione e sullo sviluppo delle capacità marittime, aree e spaziali) che si aggiungono ai 34 precedentemente approvati;

- il Fondo Europeo per la Difesa, nato nel 2017 su proposta della Commissione europea, che fornisce incentivi finanziari agli Stati membri, anche in ambito PESCO, per promuovere la cooperazione sia nella fase di ricerca che in quella di sviluppo di nuove capacità militari, dovrebbe vedere il suo budget, nel periodo 2021 – 2027, portato a 13 miliardi di euro suddiviso in 4,1 miliardi per la fase di ricerca e 8,9 miliardi di euro per quella di sviluppo delle capacità che andranno a supportare gli sforzi dei singoli Paesi;

- la Coordinated Annual Review of Defence (CARD) un processo che risponde all’esigenza di confrontare a livello europeo i piani di spesa militare al fine di avere un quadro completo di cosa stanno acquisendo le forze armate dei singoli Paesi per meglio individuare opportunità di cooperazione ed eventuali gap da colmare;

- l’Iniziativa Europea di Intervento (IEI) lanciata dalla Francia fuori dal quadro dell’UE, della sua struttura e dei suoi organismi (alla quale hanno aderito la Germania, la Gran Bretagna, interessata a restare un partner politico militare importante nella geopolitica europea, il Belgio, la Danimarca, l’Estonia, l’Olanda, il Portogallo, la Spagna, la Finlandia e da qualche mese anche l’Italia) nata con l’obbiettivo dichiarato accelerare e snellire i processi decisionali e costituire uno strumento di pronto intervento con capacità di gestire le crisi all’estero effettuando interventi militari congiunti bypassando quelle istituzioni che hanno il loro quartiere generale a Bruxelles.

Certamente il quadro che si sta delineando per dotare l’UE di un proprio esercito non è lineare e si sviluppa tra spinte e resistenze. Ma i segnali che provengono da più parti indicano la necessità di osservare molto da vicino e con attenzione l’evoluzione e l’accelerazione che tali processi potrebbero avere.

Ciò anche in considerazione di un quadro politico mutato che, come sottolinea anche l’Istituto Affari Internazionali, pur scettico verso la possibilità di costituire un esercito europeo nel breve – medio periodo, è caratterizzato da un lato “dall’uscita della Gran Bretagna dall’UE, il Paese che più avversava qualsiasi idea di esercito europeo” dall’altro “dall’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, il presidente più critico dell’Europa da decenni a questa parte”.

Il ruolo e la vera natura della costruzione europeista, argomento sistematicamente eluso dal dibattito politico e da quel che resta del movimento contro la guerra, saranno al centro del convegno che il 25 gennaio Eurostop ha organizzato a Napoli dal titolo “Il complesso militare industriale europeo. Crisi della Nato ed ambizioni geopolitiche dell’Unione europea”.

Un’occasione per discutere su come l’Unione europea si sta attrezzando all’interno della competizione globale del XXI secolo, contro quella narrazione mistificante che vorrebbe rappresentare il processo europeo orientato alla pace e a costituire un anticorpo alla guerra. Proprio mentre la stragrande maggioranza dei conflitti si concentrano intorno al nostro continente esasperando quella condizione di permanente instabilità i cui esiti e sviluppi diventano ogni giorno più drammatici ed imprevedibili...

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11/11/2019

Mattarella riunisce il Consiglio Supremo di Difesa. Difficile che diventi una riunione di routine

Per oggi, lunedi11 novembre, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato al Quirinale il Consiglio Supremo di Difesa.

Il Consiglio Supremo di Difesa viene riunito di norma due volte l’anno, tuttavia il Presidente della Repubblica può convocare riunioni tutte le volte che ne ravvisa la necessità, previa intesa con il Presidente del Consiglio dei Ministri. Su richiesta del Presidente della Repubblica possono partecipare altri Ministri, oltre a quelli indicati, altre cariche istituzionali dello Stato e delle Forze Armate, nonché soggetti di particolare competenza in campo scientifico, industriale ed economico. L’ultima riunione del Consiglio si era tenuta martedì 25 giugno.

La legge n. 25/1997 ha però ampliato le competenze del Consiglio attribuendogli l’esame di decisioni fondamentali in materia di sicurezza nazionale e ne ha rafforzato la natura quale mezzo di collegamento tra organi costituzionali nel quale possono essere affrontate e impostate le questioni della sicurezza. Infatti, il Consiglio Supremo di Difesa è la sede nella quale, anche nei momenti di crisi, avviene l’informazione tempestiva e approfondita per il Presidente della Repubblica sulle scelte governative in materia di difesa per consentirgli la più celere ed equilibrata funzione di garanzia del rispetto dei fini, dei mezzi (in particolare dello strumento militare).

L’ordine del giorno della riunione di oggi – si legge nel comunicato diffuso dal Quirinale – prevede la trattazione dei seguenti temi: punto della situazione sulle principali aree di crisi ed evoluzione delle forme di minaccia, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale di matrice jihadista. Impiego dello Strumento Militare nazionale nell’ambito dei diversi Teatri Operativi; stato delle relazioni strategico-militari in ambito europeo e transatlantico e prospettive della posizione nazionale nel quadro delle alleanze e delle iniziative multilaterali cui l’Italia aderisce; processo di riforma e modernizzazione del comparto Difesa, con particolare riguardo ai programmi di investimento. Prospettive evolutive nel settore digitale e sviluppi delle politiche di sicurezza e difesa nel dominio cibernetico”.

Cinque mesi fa, a giugno appunto, l’ordine del giorno del Consiglio Supremo di Difesa era stato relativo ad “aggiornamento sulle principali aree di crisi, sullo stato del terrorismo internazionale e sull’impegno delle Forze Armate nei diversi Teatri Operativi; impatto della minaccia sulla sicurezza nazionale, con particolare riguardo all’area del Mediterraneo; analisi delle iniziative in corso nella Nato e delle prospettive della Politica di Sicurezza e Difesa dell’Unione Europea; implicazioni di carattere strategico-militare”. La riunione sarà l’occasione anche per fare il ”punto della situazione sul processo di riforma e modernizzazione del comparto Difesa, con particolare riferimento ai programmi di investimento e alle iniziative nel settore del personale”.

Sembra quasi impossibile trovare delle significative differenze, se non lessicali, nei due ordini del giorno del Consiglio Supremo di Difesa a distanza di soli cinque mesi dall’ultima riunione. Eppure di cose importanti ne sono avvenute.

A parte i cinque militari delle forze speciali feriti nella zona kurda dell’Iraq (quindi in un teatro di crisi molto critico) e al fatto che l’opinione pubblica ha scoperto che ci sono ancora militari italiani in Iraq, tra i fatti rilevanti c’è sicuramente l’adesione dell’Italia in settembre all’Iniziativa di Intervento Europea voluta dal presidente francese Macron, una sorta di cooperazione rafforzata tra i paesi convergenti su questo progetto, tesa a costruire un esercito europeo vero e proprio, alternativo alla Nato e sganciato dalla Pesco (Politica di Sicurezza e Difesa dell’Unione Europea) ritenuta da Macron troppo farraginosa per essere efficace. Non solo.

Dopo l’intervista di Macron a L’Economist che ha segnato il de profundis della Nato (ritenuta ormai “alla morte cerebrale”, ndr), non sarà semplicissimo tenere ancora una volta i piedi indistintamente in due staffe: Iniziativa d’Intervento Europea e Nato. La prima nasce come progetto alternativo alla seconda e la seconda non gradisce affatto una iniziativa come la prima. L’Italia ha aderito a entrambe.

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30/09/2019

I “ragionieri” della UE contrari all’Esercito Europeo, ma il dado è tratto

Dietro l’accelerazione impressa a settembre dalla Francia all’Iniziativa Europea d’Intervento forse c’è un motivo economico e amministrativo.

Si tratta della decisione del 12 settembre con cui la Corte dei Conti Europea ha bocciato il progetto di un esercito europeo perché “infattibile”. Come noto, nella ridefinizione delle priorità di spesa nel bilancio europeo, l’Ue aveva deciso di investire nella Difesa la bella cifra di 22,5 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027. Quelli messi a bilancio nel periodo tra il 2014 e il 2020 erano solo 2,8 miliardi.

I magistrati contabili della Ue però si sono messi di traverso, e non certo per nobili argomentazioni pacifiste o antimilitariste, ma meramente economiche. Secondo i giudici questo progetto di spesa militare contiene diverse controindicazioni: dall’impossibilità di controllare l’utilizzo delle risorse stanziate con relativo spreco di denaro, alla moltiplicazione delle strutture con inutili sovrapposizioni con la Nato.

Inoltre ci sono differenze strategiche tra gli Stati (vedi la Libia) e differenze tra le capacità difensive dei paesi membri. Infine ma non importanza perché con la Brexit verrà a mancare l’apporto della Gran Bretagna, che da sola sostiene circa un quarto della spesa militare totale dei paesi europei.

Secondo la Corte dei Conti per essere messo nelle condizioni di funzionare, l’Esercito Europeo richiederebbe investimenti per centinaia di miliardi di euro. Nella relazione si legge che: “la cooperazione e le capacità militari attuali degli Stati membri non corrispondono al nuovo livello di ambizione della politica di difesa dell’UE. (…) Le recenti iniziative a livello di UE e il proposto incremento dei finanziamenti comportano rischi per la performance”.

Nelle linee guida della nuova “Politica di sicurezza e di difesa comune (Pesco)”, l’UE ha varato nuove iniziative, miranti a potenziare la cooperazione tra gli Stati membri. Per il periodo 2021-2027 la Commissione ha proposto forti incrementi di spesa: solo per progetti di ricerca e sviluppo in materia di difesa, si passerà da 590 milioni a 13 miliardi di euro, un aumento di 22 volte rispetto all’attuale ciclo settennale.

L’Unione Europea mira alla creazione di capacità militari concrete, che abbiano un chiaro potenziale deterrente nei confronti di possibili minacce e che abbiano la capacità di agire tempestivamente in caso di necessità.

La nuova forza militare europea, secondo il documento strategico della Pesco dovrebbe infatti sovraintendere ad “azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento per la gestione delle crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le operazioni di stabilizzazione al termine dei conflitti”. Dovrebbe inoltre avere la capacità “di dispiegare rapidamente da 50 mila a 60 mila effettivi entro 60 giorni per i compiti più impegnativi, mantenendoli per almeno un anno”.

Ma la Pesco è una politica comune per la Difesa Europea che coinvolge tutti gli stati membri della Ue, mentre l’Iniziativa Europea d’Intervento progettata da Macron – ed a cui l’Italia ha aderito il 21 settembre scorso, subito dopo l’incontro tra Conte e il presidente francese – è di fatto una “Cooperazione Rafforzata”, cioè un meccanismo previsto dai Trattati Europei che consente agli Stati che condividono un progetto di mettersi insieme e realizzarlo. Anche l’Eurozona è stata questo, vi hanno aderito solo i paesi che erano d’accordo.

Tra i motivi per cui, dopo l’annuncio nel 2017, Macron ha deciso di accelerare ci sono proprio le lentezze e gli intralci sulla strada della Pesco, di cui gli ostacoli contabili frapposti dalla Corte europea dei Conti sono solo un esempio.

Oggi il nucleo duro dell’Unione Europa ha necessità di dotarsi di uno strumento politico militare con capacità di proiezione internazionale e d’intervento, lo richiede la competizione globale in corso, in cui il fattore militare ha assunto un peso che pareva secondario, qualche anno fa, rispetto a quello economico e finanziario. In troppi quadranti strategici e su troppe risorse oggi si vanno accumulando tensioni che non sempre sono negoziabili con il soft power, o meglio diventano negoziabili solo se si dispone della deterrenza militare.

In questo l’Unione Europea non è e non sarà più distinguibile dagli Stati Uniti o da altre potenze. Chi ancora si gingilla sulla “diversità europea”, va incontro a delusioni (o complicità), produce danni per sé, per gli altri e per chi dovrebbe essere cosciente che combattere contro il proprio imperialismo non è una opzione, è una necessità.

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27/07/2019

La ristrutturazione dell’industria militare euroatlantica

Pubblichiamo l’introduzione al lavoro realizzato da Stefano Maulicino sulla ristrutturazione dell’industria militare in Europa. La pubblicazione, ampia e documentata, si sviluppa su tre macrocapitoli: I caratteri della ristrutturazione dell’industria militare euroatlantica; Verso un complesso militare-industriale europeo; L’emergere di una politica europea degli armamenti.

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“Gigante economico, nano politico, verme militare”. Così fu definita nel 1991 la costituenda Unione Europea dall’allora Ministro della Difesa belga Mark Eyskens.

Sebbene questo giudizio rimanga sostanzialmente valido, sono in atto importanti cambiamenti nella cooperazione europea nel settore degli armamenti. Il presente lavoro esaminerà il processo di «europeizzazione» dell’industria militare iniziato sul finire degli anni '90. Da allora, infatti, assistiamo ad una dinamica di concentrazione e integrazione internazionale dell’industria militare europea, mediante l’instaurazione di una fitta trama di collaborazioni tra imprese, alleanze strategiche e F&A transnazionali.

Si tratta di un processo di ristrutturazione produttiva graduale e contraddittorio, guidato da una duplice esigenza: da un lato, le imprese militari spingono verso l’integrazione industriale e dei mercati per dotarsi delle dimensioni adeguate a rilanciare la propria competitività e fronteggiare la crescente concorrenza internazionale, sia da parte statunitense sia dei produttori emergenti; dall’altro, i governi nazionali sono spinti a collaborare per minimizzare i costi di acquisizione degli armamenti e potenziare le rispettive capacità militari, in un mondo sempre più competitivo e conflittuale.

Tali esigenze hanno portato primariamente alla formazione – tutt’oggi in fieri – di un «complesso militare-industriale» europeo sempre più integrato e capace di stabilire una propria divisione internazionale del lavoro.

Questo, a sua volta, è stato il punto di partenza per la lenta e faticosa costruzione di una politica degli armamenti dell’Unione Europea (definita «Europa della difesa»), con l’introduzione di importanti elementi di istituzionalizzazione e comunitarizzazione della cooperazione interstatale in questo settore, nel senso di un’espansione dei poteri delle istituzioni sovranazionali in materia, per quanto ancora circoscritti dal livello decisionale intergovernativo che mantiene l’ultima parola.

Infine, la crisi economica strutturale esplosa nel 2008 ha ulteriormente inasprito il quadro della competizione internazionale ed indebolito le capacità militari europee sotto il profilo finanziario, stimolando una rilevante accelerazione nella costruzione dell’«Europa della difesa», culminata nel 2016 con l’adozione dell’European Defence Action Plan, che introduce finanziamenti europei per gli Stati disposti a collaborare nella ricerca e sviluppo di nuovi armamenti, nonché l’esclusione delle spese militari dal Patto di Stabilità.

Un’inversione di tendenza epocale rispetto al passato, che vede la Ue promuovere vere e proprie politiche di «keynesismo militare», considerate vettori di crescita economica. (2)

Il primo capitolo tratterà i caratteri generali della ristrutturazione industriale a partire dalla fine della Guerra Fredda in Europa e Usa. Il secondo analizzerà l’integrazione sul lato dell’offerta e la formazione del «complesso militare-industriale» europeo. Il terzo, infine, si concentrerà sull’integrazione sul lato della domanda e sulle specifiche politiche adottate dagli Stati membri e dalle istituzioni Ue allo scopo di approfondire la collaborazione interstatale e superare la frammentazione dei mercati lungo linee nazionali (verso un European Defence Equipment Market pienamente integrato).

In particolare, si vedrà come la cooperazione interstatale in questo ambito sia stata progressivamente riassorbita nel quadro politico-istituzionale dell’Unione Europea, con i suoi peculiari dispositivi di governance sovranazionale e meccanismi di scomposizione e ricomposizione gerarchica degli interessi nazionali.

L’«europeizzazione» dell’industria militare, infatti, deve essere considerata come una fase avanzata dei processi di concentrazione e centralizzazione transnazionale del capitale, che ridefiniscono costantemente la divisione internazionale del lavoro all’interno della Ue, scomponendo l’unità dei mercati nazionali per poi reintegrarli in un sistema economico compiutamente europeo, nel quale si inasprisce la specializzazione produttiva e, quindi, le gerarchie tra nuovi centri e nuove periferie produttive lungo filiere del valore trasversali alle frontiere nazionali.

Se il carattere di classe di tale processo è evidente nelle pressioni per liquidare i diritti sociali passibili di ridurre l’intensità del lavoro, la sua natura imperialista si manifesta sia nei rapporti col mondo esterno sia nel Mercato Interno, dove la libera circolazione del capitale, in presenza di forti differenziali di produttività, permette di sfruttare i differenti saggi di profitto presenti nell’area, con una redistribuzione del valore prodotto dalla periferia (orientale e balcanica) e dalla semi-periferia (mediterranea) verso il centro (mitteleuropeo e carolingio). (3)

Ciò rende l’Unione Europea qualcosa di più di un processo di specializzazione economica internazionale e qualcosa di meno di un “super-Stato” sovranazionale.

L’Ue rappresenta, semmai, un dispositivo istituzionale di coordinamento politico ed economico necessariamente gerarchico, che assume la forma di un complesso sistema istituzionalizzato di mediazioni politiche e sociali, articolato su molteplici livelli: istituzioni sovranazionali, Stati-nazione, amministrazioni regionali, compagnie transnazionali, piccole e medie imprese e gruppi di pressione europei.

Con questo non si vuole certo negare la presenza di contraddizioni tra i vari capitalismi nazionali o tra questi e le frazioni monopolistiche del capitale europeo. Piuttosto, si intende sostenere che ogni antagonismo tra “interessi nazionali” deve essere risolto nel quadro della “dominanza” del capitale transnazionale europeo; il che significa che ogni altra formazione capitalistica nazionale opera in un rapporto di dipendenza organica dal capitale europeo all’interno dei processi di internazionalizzazione: «Alla base di tali complessi processi, troviamo da una parte gli interessi dell’impresa capitalista, dall’altra, gli sforzi degli Stati-nazione finalizzati alla salvaguardia delle condizioni di riproduzione di questi capitali, in congiunzione con la specifica posizione gerarchica di ciascun paese all’interno dell’Unione europea».(4)

Sebbene l’«Europa della difesa» sia indubbiamente funzionale al consolidamento di un «polo imperialista europeo» autonomo anche in termini militari, va chiarito che la prospettiva attuale non è quella di creare un “esercito europeo” integrato.

Le accelerazioni in corso riguardano la produzione di armamenti da un punto di vista soprattutto di competitività industriale e coincidono solo parzialmente con un più ampio progetto strategico. Lo sviluppo comune di capacità militari (allo scopo di migliorare l’efficienza produttiva e la profittabilità) non ne implica un uso altrettanto comune: restano gli Stati membri a determinare le modalità di utilizzo delle proprie Forze Armate (in un contesto di ampie divergenze di interessi strategici e geopolitici nazionali). (5)

Analogamente, l’«Europa della difesa» non si pone immediatamente in conflitto con la Nato, ma in complementarità, pur rafforzando oggettivamente il potere degli europei in seno all’alleanza. Ciò nonostante, non si può escludere che, in futuro, la gerarchizzazione implicita nei processi di concentrazione europea del capitale militare-industriale non costringa gli Stati anche ad una maggiore convergenza politico-militare.

Il “Documento di riflessione sul futuro della difesa europea” delinea tre possibili scenari futuri, che spaziano da una semplice cooperazione circoscritta ad una Ue concepita come «stratega unitario», in cui le Forze Armate statali sono «disponibili permanentemente per un dispiegamento rapido a nome dell’Unione» e lo sviluppo di capacità militari viene finanziato congiuntamente. La situazione attuale si attesta, per ora, sullo scenario intermedio, basato sullo sviluppo congiunto delle sole «capacità essenziali», intese come “bene comune” di tutti gli Stati membri.

Note:

(1) Non solo, infatti, l’UE si presenta come un attore politico tutt’altro che coerente sulla scena internazionale ma, alla prova dei fatti, anche la capacità di proiezione militare dei suoi Stati membri oltre i propri confini si è dimostrata alquanto deludente, soprattutto se paragonata alla potenza dell’alleato statunitense. L’influenza dell’Ue nel mondo si è manifestata, piuttosto, come imperialismo economico verso i paesi post-comunisti est-europei e nella dimensione del soft power, esercitato dagli Stati o singolarmente – spesso in reciproca competizione – o da aggregazioni a geometria variabile costruite a seconda delle convergenze di interessi di volta in volta definite.

(2) Secondo uno studio promosso dalla stessa Ue, le industrie militari dei Paesi europei prese produrrebbero per ogni euro investito un ritorno di 1,6 euro in termini di occupazione specializzata, ricerca, tecnologia ed esportazioni.

(3) Cfr. Carchedi B. – Carchedi G., “Contradictions of European integration”, in Capital & Class, Vol. 23, Issue 1, 1999, pp. 119-153; Carchedi G., For another Europe: a class analysis of European economic integration, Verso, 2001.

(4) Cfr. Sakellaropoulos S., “On the Class Character of the European Communities/European Union: A Marxist Approach”, in Science & Society, Vol. 81, Issue 2, 2017, pp. 220-247.

(5) Non esiste una dottrina strategica comune, mentre gli Stati agiscono militarmente in ambito Nato piuttosto che mediante le forze multinazionali europee già costituite (finora attivate per interventi specifici e circoscritti).

Fonte

03/06/2019

“Dobbiamo cominciare a pensare a come sarà la guerra futura”

Pubblichiamo di seguito la traduzione di un articolo comparso su Nature dal titolo Europe’s controversial plans to expand defence research, di Elizabeth Gibney, con l’intento di rovesciare il punto di vista della questione che pone Kleyheeg – specialista nel settore difesa del TNO, un ente di ricerca indipendente che si propone di mettere la propria conoscenza e la tecnologia che sviluppa al servizio della difesa e della sicurezza – “Dobbiamo cominciare a pensare a come sarà la guerra futura”.

La tendenza alla costruzione dell’Esercito Europeo e alla conseguente indipendenza militare dell’UE sta nei fatti ed ha percorso strade del tutto originali. Spesso infatti le tecnologie sviluppate in ambito militare trovano applicazione nel civile ma l’Unione Europea – forse perché ancora legata alla NATO – con le tecnologie dual use e nell’ambito del programma quadro Horizon 2020 utilizza le ricerche a scopo civile in ambito militare: ed è così che i droni possono essere usati per le previsioni atmosferiche, per le rilevazioni geografiche come pure per il controllo dei territori e la guerra guerreggiata.

Alta tecnologia che spesso non ha bisogno di “carne da cannone” ma di militari esperti, si veda l’articolo in cui avevamo fatto notare la preoccupazione del governo nel creare una élite militare altamente formata.

E’ interessante inoltre notare come questo processo si rafforzi in virtù delle contraddizioni che esso stesso genera. La Brexit, che sembra indicare la possibilità reale di uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna, imprime una spinta notevole sugli investimenti in campo militare che allo stesso tempo rafforza il polo imperialista europeo.

Ma se alcune contraddizioni si risolvono, se ne aprono altre: quali interessi deve proteggere un eventuale Esercito Europeo? La questione è tutta politica e le divergenze tra gli stati membri sono attualmente l’unico limite allo sviluppo coerente di questo processo. Insomma, diventa necessario delineare una politica estera comune e il Trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania sembra andare proprio in questa direzione.

Queste evoluzioni aprono campi d’intervento politici anche per noi. Le Università, e il mondo della formazione in generale, sono sempre più integrati con il settore militare e costituiscono sia sul fronte della R&S sia su quello dell’educazione, il punto nevralgico su cui si basa la competizione dell’UE con gli altri blocchi economici presenti sul terreno globale.

Questo è – e sarà sempre di più – un vero e proprio campo di battaglia sul quale bisogna posizionarsi, nell’ottica dell’internazionalismo e della ricomposizione di classe insieme agli altri soggetti non più disposti a tollerare di esserne complici, come dimostrano i lavoratori in questi giorni nei porti di Genova, di Marsiglia e di Cagliari.

Noi Restiamo

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I controversi piani europei per espandere la Ricerca nel settore della Difesa

I droni intelligenti e l’intelligenza artificiale fanno parte dei piani di ricerca difensiva dell’Unione Europea, ma molti studiosi si oppongono al programma.

(22 Maggio / Europe’s controversial plans to expand defence research / Elizabeth Gibney / Fonte)

In bilico nel cielo come api, nel febbraio 2018 i droni robotici si sono riversati su un aeroporto del Regno Unito, mentre i loro fratellini a quattro ruote hanno zumato sull’asfalto sottostante. Dotati di sensori di pressione e telecamere, i robot autonomi hanno lavorato insieme per monitorare i bersagli in movimento – una prova di ciò che il sistema potrebbe essere in grado di fare in una zona di guerra.

“Se si è in grado di controllare tutti questi veicoli in modo intelligente, si è in grado di monitorare una particolare posizione in modo persistente oppure usarli per disturbare o confondere il nemico”, dice Vaios Lappas, un ingegnere dell’Università di Patrasso in Grecia e un membro della collaborazione chiamata EuroSWARM. “E’ il primo progetto a presentare tutti gli elementi chiave di uno sciame auto-organizzante di droni”, dice. Ma ha anche un altro primato, in quanto rappresenta la prima volta che l’Unione europea ha investito nella ricerca militare.

EuroSWARM avrà presto compagnia. L’UE sta per aumentare considerevolmente la spesa per la ricerca militare, a seguito del voto del Parlamento europeo nel mese scorso che ha approvato 4,1 miliardi di euro (4,6 miliardi di dollari) per il periodo 2021-27 a tale scopo. La cifra finale sarà fissata nel corso dell’anno, quando gli Stati membri e il parlamento neoeletto si metteranno d’accordo sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE.

L’investimento è destinato ad aumentare la potenza militare dell’Europa incrementando la spesa per la ricerca e lo sviluppo nel settore della Difesa (R&S), rimasta in calo nella maggior parte dei paesi europei dalla fine della Guerra Fredda. Allo stesso tempo, i leader dell’UE si augurano che la ricerca collaborativa riduca la duplicazione degli sforzi che provengono dai paesi che svolgono parallelamente attività di ricerca e sviluppo.

Il fondo aumenterà i finanziamenti per i settori che vanno dalla scienza dei materiali all’intelligenza artificiale e farà dell’UE il quarto maggiore finanziatore per la R&S nel settore della Difesa in Europa, dopo Regno Unito, Francia e Germania (anche se la spesa totale per la ricerca nel settore della Difesa rimarrà una frazione di quella degli Stati Uniti, il maggiore investitore mondiale nella Ricerca e Sviluppo militare). “Penso che l’impatto sarà significativo”, dice James Black, analista senior di RAND Europe, un’organizzazione di ricerca senza scopo di lucro e di consulenza a Cambridge, Regno Unito.


Ma la manovra è controversa. Anche chi è favorevole all’aumento degli investimenti teme che l’UE non abbia ancora chiari gli obiettivi di Difesa e che quindi il finanziamento della ricerca perda il suo obiettivo. E pochi accademici si sono ancora impegnati in questo programma. Infatti, più di 1.000 ricercatori hanno firmato una petizione che contesta il passaggio dell’UE alla ricerca militare e critica la mancanza di trasparenza e di controllo del fondo.

“Questa è la prima volta che l’Europa investe come “unione” nella Difesa, quindi ci sono molte questioni etiche su come le cose dovrebbero evolvere e su come dovrebbero essere fatti gli investimenti”, dice Lappas.

Manovra militare

Nate all’ombra della Seconda Guerra Mondiale, quelle che allora venivano chiamate Comunità europee si fondavano sui principi di promozione della pace nel continente. Ma il blocco (delle Comunità Europee) ha cominciato ad abbracciare la cooperazione militare nel 2014, in seguito alle crescenti tensioni sui confini dell’Unione, tra cui l’incursione della Russia in Ucraina e le rivolte della primavera araba.

Quell’anno, Jean-Claude Juncker è stato eletto alla guida della Commissione Europea, il braccio politico dell’UE, e ha poi abbracciato la Difesa come un’opportunità. Incentivando le attività dell’Unione in questo settore, dice Black, Juncker ha visto un modo per l’UE di affermarsi dopo il voto Brexit del 2016 e l’elezione statunitense di Donald Trump, il quale ha accusato i paesi europei di non “pagare la loro giusta parte” delle spese militari dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO).

Da ciò è emerso un nuovo e crescente ruolo dell’Europa nella Difesa, di cui la Ricerca e Sviluppo (R&S) è solo uno degli aspetti. Nuove iniziative stanno trasformando l’Europa in un attore militare indipendente. Alti esponenti politici europei hanno proposto di formare un esercito dell’UE e di stanziare fondi per sostenere operazioni militari congiunte.

La prima spesa nella ricerca è stata modesta: un progetto pilota di 1,3 milioni di euro a partire dal 2016, che comprendeva il finanziamento di EuroSWARM, seguito da un programma triennale di 90 milioni di euro nel 2017. La decisione del Parlamento europeo del 18 aprile di creare il Fondo Europeo per la Difesa aumenterebbe di oltre dieci volte il finanziamento annuale della ricerca militare, portandolo a circa 500 milioni di euro all’anno, a partire dal 2021.

Inoltre, la spesa annua per lo sviluppo industriale militare e la prototipazione aumenterebbe a circa 1 miliardo di euro all’anno. Nel complesso, essi rappresentano un investimento complessivo di 13 miliardi di euro dal 2021 al 2027, a prezzi correnti. “Indubbiamente, per gli standard del processo decisionale collettivo tra 28 nazioni, tutto sta avvenendo davvero rapidamente”, dice Black.

Finora la fase pilota e il programma triennale iniziale di ricerca si sono concentrati soprattutto sul finanziamento di tecnologie che sono relativamente in ritardo con il loro sviluppo. Un esempio è il progetto da 35 milioni di euro OCEAN2020, che ha sperimentato sistemi per migliorare la sorveglianza in mare integrando droni e sottomarini senza equipaggio in operazioni che coinvolgono diverse Marine.

Lo slittamento dello sviluppo in una fase successiva potrebbe essere il motivo per cui gli accademici universitari hanno finora preso un posto secondario, dice Lappas. Nel 2016 e nel 2017 (gli unici dati finora disponibili), le istituzioni accademiche hanno ricevuto meno del 2% dei 44 milioni di euro stanziati, mentre il 71% è andato alle imprese e il 26% alle organizzazioni di ricerca e tecnologia (RTO) – come l’Organizzazione olandese per la ricerca scientifica applicata (TNO).

Ciò contrasta con i 75 miliardi di euro del Programma di Ricerca europeo Horizon2020; dal 2014 al 2016, gli istituti di istruzione superiore si sono aggiudicati il 39% di questi finanziamenti. Inoltre, la ripartizione della spesa per la ricerca militare dell’UE è finora inferiore ai tassi di finanziamento del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che nel 2016 ha concesso il 7% del suo sostegno alla R&S alle università.

“Lo squilibrio non è probabilmente intenzionale, ma dovuto sia alla mancanza di consapevolezza tra gli accademici che alla continuazione delle collaborazioni di ricerca esistenti”, afferma Lucie Béraud-Sudreau, ricercatrice presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra. “La R&S nel settore della Difesa è un ambiente piuttosto chiuso, con Università spesso all’esterno”, aggiunge Frans Kleyheeg, specialista in Difesa al TNO.

In Europa occidentale, le attività di R&S nel settore della Difesa sono spesso svolte in RTO come l’organizzazione di Kleyheeg e da agenzie governative e società di Difesa, mentre nell’Europa orientale le università dedicate alla Difesa svolgono un ruolo maggiore, afferma.

I progetti futuri potrebbero orientarsi maggiormente verso le scienze fondamentali e le università. La Call for Proposal 2019 (invito a presentare proposte) della Commissione, annunciata a marzo, comprende 11,5 milioni di euro per “tecnologie rivoluzionarie” in campi che vanno dall’intelligenza artificiale alle tecnologie quantistiche – ricerca che fa parte della risposta europea all’Agenzia Statunitense per i Progetti di Ricerca Avanzata della Difesa, che finanzia ricerche ad alto rischio, spesso in una fase iniziale.

In passato, tecnologie innovative come la navigazione satellitare e Internet provenivano spesso dalla ricerca nel campo della Difesa, ma oggi le innovazioni hanno origine sempre più spesso nella R&S civile, dice Kleyheeg. “Sarà una sfida per il futuro portare queste innovazioni nel settore della Difesa”, afferma Kleyheeg.

“Anche se molti ricercatori rimangono all’oscuro del progetto, altri lo stanno evitando”, dice Bram Vranken, un attivista e ricercatore dell’organizzazione belga per la pace Vredesactie di Anversa. La sua è una delle numerose organizzazioni in tutta Europa che hanno formato Researchers for Peace, un gruppo di campagna che ha raccolto più di 1.000 firme contro il fondo. La quota maggiore proviene dalla Germania, dove più di 60 università hanno firmato accordi volontari per non svolgere attività di R&S militare.

La velocità di sviluppo del fondo ha anche preoccupato gli attivisti. Il programma multimiliardario è in fase di definizione prima che la maggior parte dei risultati delle fasi iniziali siano in corso. “Questo è un cambiamento fondamentale in ciò che l’UE come istituzione sta facendo, ed è stato deciso molto rapidamente, senza molto dibattito pubblico”, dice Vranken.

I critici sostengono anche che l’industria della Difesa abbia un controllo eccessivo sul programma, il che potrebbe permettere di far prevalere i propri interessi su quelli dell’UE nella definizione del programma. I rappresentanti delle società di armamenti erano 7 dei 16 membri di un gruppo istituito dalla Commissione nel 2015 per fornire consulenza sull’istituzione del fondo.

Una delle società, la Leonardo s.p.a., ha finito per ricevere la quota maggiore del finanziamento del 2017, con 5,5 milioni di euro. E anche se i Ministeri della Difesa riceveranno relazioni riservate su tutti i risultati della ricerca, come nel caso dei finanziamenti di Horizon2020, le imprese e le istituzioni che svolgono la ricerca manterranno la proprietà intellettuale, il che significa che i paesi potrebbero dover pagare per utilizzarli.

Gli analisti della difesa come J. Black affermano che l’Industria è convenzionalmente coinvolta nella definizione delle priorità, a causa delle qualità insolite del mercato della difesa. I governi hanno stretti rapporti con le aziende produttrici di armi perché sono gli unici acquirenti e spesso queste aziende sono gli unici fornitori.

Ma le preoccupazioni per la trasparenza sono state esacerbate da alcune decisioni, afferma Vranken. La Commissione ha rivelato l’ordine del giorno del gruppo e i verbali delle sue riunioni solo dopo essere stata sollecitata dal Mediatore Europeo. E per motivi di sicurezza, la Commissione afferma che non intende rivelare quali esperti esamineranno le proposal future (proposte di progetto). Un portavoce della Commissione afferma che la sua proposta di un Fondo europeo per la Difesa, così come i programmi precedenti, sono stati “tutti discussi e adottati in piena trasparenza e nel pieno rispetto dei principi democratici dal Parlamento europeo e dal Consiglio”. La Commissione ha inoltre dichiarato che “si baserà sugli insegnamenti tratti dalla fase preparatoria” per l’attuazione del programma.

Per Frédéric Mauro, avvocato e specialista in politica di difesa europea, la sfida maggiore che il Fondo europeo per la difesa si trova ad affrontare è il collegamento con la pianificazione della difesa dell’UE, realizzata attraverso vari organismi e iniziative europee. Il processo di pianificazione è complicato e disfunzionale, afferma. “Se non lo fai bene, non sarai in grado di orientare la ricerca europea in materia di Difesa, e questo è un problema importante”, afferma.

Brexit presenta un’altra sfida. Anche se le norme che disciplinano il Fondo Europeo per la Difesa si baseranno vagamente su quelle di Horizo2020, che consente a Stati non membri e paesi non associati di partecipare a diversi programmi, le regole di partecipazione saranno più severe per le sovvenzioni alla Difesa per garantire che le informazioni sensibili e la proprietà intellettuale rimangano nell’Unione.

Gli esperti concordano sul fatto che il voto sulla Brexit abbia incoraggiato la creazione del fondo, perché il Regno Unito si è da tempo opposto alle politiche di difesa comunitarie dell’UE. Il Regno Unito è uno dei paesi che spendono di più per la R&S militare, ma se lascia l’UE, le regole potrebbero creare barriere che scoraggeranno le imprese britanniche dal partecipare, afferma Béraud-Sudreau.

Un’ultima sfida per l’Europa consisterà nel garantire di essere al passo con i cambiamenti della guerra, afferma Kleyheeg. “Di solito guardiamo indietro alle lezioni apprese dal passato”, dice Kleyheeg. “Dobbiamo cominciare a pensare a come sarà la guerra futura”.

Fonte

21/03/2019

La disgregazione del blocco occidentale


Mentre ascoltiamo gli Alti Lai ipocriti contro l’accordo Italia-Cina lanciati dai nostri partner europei la spaccatura tra Germania e USA appare sempre più netta. Ormai non si tratta di una disputa – pur importantissima – in materia di rapporti commerciali ma di una vera e propria rottura di natura geopolitica, militare e diplomatica.

Le polemiche tra Berlino e Washington si sono infiammate negli ultimi giorni. Elenchiamo i vari terreni di scontro in ordine cronologico:

1) Washington chiede di non costruire le reti 5G con componenti acquistati dalla cinese Huawei per motivi di sicurezza. Berlino risponde che invece utilizzeranno questi strumenti.

2) Washington chiede ai propri alleati europei di accollarsi tutte le spese di mantenimento delle truppe USA in Europa più un 50% di bonus mantenimento da dare agli USA. Silenzio e gelo dai paesi europei.

3) Il Wall Street Journal scrive un articolo dove si riporta che la Germania nella sua programmazione di bilancio non intende ottemperare a quanto promesso a Washington in materia di spese militari ovvero portarle al 2% del Pil. Ciò è considerato un’aperta sfida della Merkel a Trump.

4) L’ambasciatore USA a Berlino a proposito di quanto al punto 3 rilascia dichiarazioni molto forti contro il governo tedesco. Il vice presidente del Parlamento tedesco risponde che l’ambasciatore dovrebbe essere dichiarato “persona non grata”.

Tutte queste polemiche degli ultimi giorni si inseriscono in un quadro già problematico.

a) Germania e Francia lavorano per la costituzione di un esercito europeo.

b) Germania e Francia lavorano (come da Trattato di Aquisgrana) per superare l’ordine post seconda guerra mondiale concedendo a Berlino un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza Onu.

c) Germana e Francia acquisteranno gli “europei” Eurofighter anziché gli americani F35 (secondo gli esperti di cose militari ciò crea problemi di compatibilità tra le aeronautiche di Francia e Germania con le altre della Nato).

Infine Trump ieri dichiara che sosterrà l’entrata del Brasile nella Nato. Un vero e proprio cambio di paradigma dell’Alleanza Atlantica che sposterebbe il suo baricentro dall’Europa.

La politica estera dell’Italia va valutata inserendola all’interno di questo contesto generale. Vedremo se Roma riuscirà nel Caos Globale a ritagliarsi spazi di autonomia per tutelare l’Interesse Nazionale come avvenne nella Prima Repubblica e dunque con una cesura netta rispetto alla Seconda che sarà ricordata come l’epoca della Grande Sudditanza verso Berlino e Bruxelles.

Fonte

Bah mi pare un giudizio troppo netto quello espresso.
Da una parte perchè a fronte dei contenziosi istituzionali, Germania e USA dimostrano anche di avvicendarsi in un'opera, certamente non concertata, di contenimento della penetrazione cinese nella UE.
Si pensi in proposito al fuoco di sbarramento comune rispetto all'intesa Italia-Cina (con il porto di Gioia Tauro che passa dalle mani tedesche a quelle statunitensi).
In secondo battuta il processo di emancipazione militar della Germania oltre ad essere a livello assolutamente embrionale è pure contraddittorio perché:
- manca la struttura industriale per sostenerlo (il caso aerospaziale è abbastanza emblematico in tal senso, con la diarchia franco-tedesca, che probabilmente, nel militare sta accumulando ritardo anche nei confronti di Russia e Cina);
- entra in conflitto con un il principale partner energetico tedesco, cioè la Russia.
I problemi di compatibilità dell'Eurofighter nelle fila NATO è una balla, dal momento che il velico in questione è perfettamente integrato da un decennio abbondante nelle medesime linee, dove per altro convive con il concorrente francese Rafale.

25/02/2019

Il primo aborto dell’esercito europeo

Un nuovo focus su alcuni snodi dell’Unione Europea.

Questa volta si affronta la genesi ed alcune problematiche relative al lungo percorso politico e normativo che si è configurato, nei decenni alle nostre spalle, a proposito della costruzione di una “difesa e/o esercito europeo”.

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Il ministro degli Esteri italiano Carlo Sforza, nel maggio del 1950, propone (mandando un memorandum all’ambasciatore americano Dunn) una prima ipotesi di un esercito europeo integrato. Si tratta di una proposta sempre sul filo dell’ambiguità: poiché con la nascita della Nato si prevedeva un veloce inserimento della Germania nella struttura militare atlantica (a dispetto della diffidenza francese), si poteva procedere all’integrazione militare europea come supporto alla stessa Nato. Un tassello importante del polo imperialista europeo viene presentato (magari sinceramente) come rafforzamento dell’ombrello americano.

Il segretario di Stato Usa Acheson fiuta subito il doppio passo e mostra disinteresse, se non addirittura stizza: l’adesione dei singoli Stati europei alla Nato va più che bene agli interessi americani. Tuttavia un mese dopo le truppe della Corea del Nord di Kim Il-Sung invadono la Corea del Sud. Il surriscaldamento della guerra fredda rimette tutto in ballo: gli Usa avevano bisogno della Germania in quanto Truman temeva un attacco sovietico. La difesa di un eventuale fronte europeo non si poteva attuare senza il concorso di un esercito tedesco. Ma un esercito tedesco autonomo non poteva essere accettato dalla Francia.

C’era bisogno di un rivestimento di “controllo europeo” per mettere in quarantena il riarmo tedesco. Perciò lo spauracchio sovietico sdogana il riarmo tedesco in funzione dell’egemonia Usa. Lo spauracchio tedesco a sua volta sdogana l’esercito integrato europeo in funzione della tendenza revanchista francese rispetto agli Usa. Churchill subito rilancia l’idea dell’esercito europeo unificato.

Acheson la raccoglie a modo suo e propone una forza integrata per la difesa dell’Europa Occidentale (!) teorizzando una strategia di avanzamento (forward strategy) che spostava ad Est la linea di difesa della Nato fino al fiume Elba includendo il territorio della Germania Ovest e dunque rendendo necessario l’utilizzo di truppe tedesche. Sforza plaude alla proposta perché la forza integrata senza tedeschi e senza i rinforzi Usa è una debolezza integrata, mentre il francese Schuman, pur opponendo un netto rifiuto, è costretto ad evocare il mago Monnet perché elabori una controproposta che liberi la Francia dal possibile isolamento.

La controproposta arriva ed è quella del piano Pleven (primo ministro che fa da testa di legno a Monnet) che prevede la costituzione di un esercito europeo composto da contingenti nazionali a livello dell’unità più piccola possibile ovvero sei divisioni dirette da uno stato maggiore internazionale agli ordini del comandante in capo delle forze atlantiche ma il tutto sotto controllo di un Ministro della Difesa europeo (e di un’altra autorità politica da definire).

Tutte le nazioni partecipanti avrebbero dato una divisione all’esercito europeo mantenendo un esercito nazionale. Tutte tranne la Germania, che avrebbe potuto armare solo la divisione offerta all’esercito integrato. Il carattere particolarmente elaborato del piano francese è il frutto di un delicato equilibrio tra le richieste perentorie transalpine e la situazione reale. Infatti la Francia aveva subito cocenti sconfitte in Indocina da parte dell’esercito vietminh di Ho Chi Minh e Giap e dunque Truman, temendo uno Stato vietnamita fantoccio dell’Urss, si era affrettato ad inviare militari ma soprattutto finanziamenti e materiale bellico alla Francia (da 10 milioni di dollari iniziali ai 350 milioni del 1953).

Perciò la dialettica che scandisce la lunga gestazione del polo imperialista europeo passa per l’inferiorità dell’imperialismo francese rispetto all’imperialismo Usa che, non a caso, dopo l’aiuto, succederà ai francesi nel gestire il conflitto in Indocina. Tuttavia, forse Monnet con quella proposta voleva dilazionare il redde rationem per motivi politici interni e al tempo stesso proporre l’esercito di uno Stato inesistente (quello europeo) per fare un altro passo avanti nella costituzione dell’Europa unita.

Non a caso Schuman, nel Febbraio del 1951, dirà (in piena sintonia con il funzionalista Monnet) che l’Europa non si sarebbe fatta di getto, come una città ideale, ma si sarebbe costituita settore per settore, e l’esercito europeo era un tassello di questo processo.

A scuotere lo stallo arriva la nomina di Dwight Eisenhower, il liberatore d’Europa, a comandante in capo della futura forza integrata. Questi si fece convincere da Monnet a non ingaggiare uno scontro con la Francia sulla partecipazione tedesca e perciò pronunciò un discorso nel Luglio 1951 a favore dell’unificazione europea. In realtà gli Usa volevano utilizzare l’integrazione europea delle forze armate per avere un contributo finanziario più cospicuo da parte dell’Europa in questa impresa.

La Germania, da spauracchio francese usato contro l’egemonia Usa, diventa convitato di pietra americano per il controllo di un polo imperialista in gestazione. Cadono per opera dei vietnamiti le piazzeforti di Cao Bang e Lang Son: Eisenhower può accettare le truppe europee perché la tigre francese è una tigre di carta e non può forzare contro l’egemonia Usa.

A questo punto De Gasperi, timoroso che la nascita di questa forza integrata (se non di una vera e propria comunità europea di difesa) subordinasse l’Italia ad un ruolo marginale (rispetto all’asse conflittuale franco-tedesco), privandola anche dell’opportunità di interagire con l’alleato americano per conto proprio, decide di dare all’Italia un ruolo più dinamico in questa complessa trattativa. Egli, ideologicamente più vicino ad un’Europa che non sacrifichi eccessivamente l’autonomia dei singoli Stati, vede con diffidenza una integrazione solo militare che non consenta all’Italia di beneficiare economicamente della cooperazione intra-europea e con gli Usa.

Perciò incarica Altiero Spinelli di preparare un memorandum (presentato da Lombardo e Taviani alla Conferenza di Parigi, che ha già istituito mesi prima la CECA) in cui si cerchi di forzare l’integrazione europea non solo in senso militare, ma anche in senso economico-politico. In questa proposta italiana infatti si parla di un’assemblea parlamentare con membri eletti a suffragio universale.

La forzatura ha effetti in parte centrifughi: il Benelux, cuore siderurgico dell’intreccio conflittuale tra Germania e Francia, si nasconde dietro la scettica Gran Bretagna (la CECA deve bastare alla fame di cooperazione economica italiana). Inizialmente, però, Germania e Francia accolgono con favore la proposta di De Gasperi e anzi fanno collegare il progetto di studiare un’organizzazione federale europea alla costituzione stessa della Comunità europea di difesa (CED).

Sembra un’accelerazione decisiva ma finisce per danneggiare, come tutte le fughe in avanti, il circuito di relazioni esistente. Infatti, quando si arriva al dunque, Adenauer, lamentandosi dell’eccessivo contributo da destinare alla CED, cerca di porre la questione dell’ammissione della Germania alla Nato, causando l’irrigidimento riflesso della Francia. A questo punto gli Usa nel Febbraio 1952 (la guerra di Corea volgeva in un’altalena tra trattative di pace e riprese del conflitto che sarebbe finita nell’estate del 1953 e dunque anche gli Usa erano stanchi) intimarono agli alleati europei di trovare un accordo militare altrimenti avrebbero riarmato la Germania di propria iniziativa.

A Lisbona gli Stati europei, fin lì riottosi, si piegano all’ultimatum dell’imperialismo egemone (che ha bisogno di supporto per finanziare il riscaldamento della guerra fredda) e decidono i contenuti del compromesso che li porterà a Maggio a firmare il trattato istitutivo della CED.

A questo processo si affianca l’accordo di pace che consente alla Germania il recupero della sovranità nazionale (recupero sino ad allora congelato) e la rendeva capace giuridicamente di firmare il trattato della CED. Nell’estate dello stesso anno viene ratificata l’istituzione della CECA e Spaak, presidente del Movimento Federalista europeo (e già Primo ministro socialista del Belgio, oltre che zio dell’omonima attrice) convince De Gasperi a proporre che fosse non l’assemblea ancora costituenda della CED, ma quella già costituita della CECA, a fare da Assemblea Costituente della svolta federale.

De Gasperi trova anche l’accordo con il francese Schuman per questo nuovo tentativo di mettere un cappello compiutamente politico alla Comunità del carbone e dell’acciaio (quasi che i processi politici si potessero sovrapporre immediatamente a quelli della concentrazione del capitale). Nel Febbraio del 1953 venne redatto da una commissione apposita lo statuto della CPE (Comunità politica europea).

Questa si sarebbe occupata direttamente delle relazioni internazionali e della Difesa e avrebbe provveduto al coordinamento delle politiche economiche e finanziarie degli Stati membri. Lo Statuto venne approvato dall’assemblea allargata della CECA e venne inviato alle nazioni partecipanti perché fosse ratificato dai singoli parlamenti nazionali.

Sembrava fatta. Ma, come si è detto, le fughe in avanti vengono spesso raggiunte, come in una gara ciclistica. I governi prima di approvare lo statuto della CPE avrebbero dovuto ratificare il Trattato sulle CED, ma la questione militare che avrebbe dovuto essere il volano del federalismo europeo ne divenne la pietra d’inciampo. In quel frattempo era morto Stalin.

Il giovane Samuelson (premio Nobel per l’economia 1970) due anni prima aveva rimproverato ai sovietici di considerare inevitabile un collasso del capitalismo e nel contempo di muoversi politicamente in modo che i paesi capitalistici facessero spese militari tanto cospicue da rendere impossibile qualsiasi tipo di depressione (qualcuno in casa nostra gridava al “meccanismo unitario della guerra capitalistica”). Nel nostro caso si evidenziava il fatto che l’accelerazione europeista nasceva nella culla della guerra fredda e da questa riceveva il suo propellente.

La morte di Stalin allentò un po’ la tensione. Altiero Spinelli (ormai consegnato al “mondo libero”) intuì che lo stato di grazia stava finendo e disse che l’unificazione federale e l’alleanza con gli Usa erano una necessità della nostra civiltà, più che una difesa contro il comunismo. Fu un’interessante quanto vana operazione retorica: il federalismo europeo viene messo insieme all’alleanza con gli Usa (facendo intuire che nasceva sotto il suo ombrello) e la battaglia di civiltà diventava qualcosa di diverso dalla difesa del comunismo (quando invece ne era l’apparenza ideologica).

Spinelli finge di ignorare la relazione indistruttibile tra l’europeismo e la paura dell’Altro (del dispotismo asiatico e/o della Russia Mater Tenebrarum), relazione che è uno dei fondamenti ideologici del polo imperialista europeo. Ormai però era troppo tardi perché le sue speranze si realizzassero: quell’attimo di sollievo fece risalire a galla tutte le perplessità sul progetto europeo che erano state superate da quello che si rivelò purtroppo essere un salto della quaglia.

Da un lato Eisenhower lasciò l’Europa per diventare Presidente degli Usa e nomina un segretario di Stato (Foster Dulles) poco flessibile rispetto ad Acheson. Dall’altro Francia e Italia, protagoniste della fuga in avanti, si impantanarono a causa anche di problemi interni: il governo de Gasperi (alcuni studiosi di relazioni internazionali pensano che la sua forzatura europeista fosse un modo per alzare la posta e compromettere anche il progetto della CED) si inabissò a causa della legge truffa e questo porterà alla fine del percorso politico del leader democristiano (che morirà l’anno successivo).

In Francia la destra francese e i comunisti convergevano contro la ratifica del trattato: da un lato si protestava contro il riarmo della Germania mentre la Francia disarmava in Indocina, dall’altro l’Urss faceva trapelare una maggiore volontà di distensione. Le minacce di Foster Dulles di favorire ulteriormente la Germania mettono benzina sul fuoco e il radicalsocialista Mendes France diventa capo di governo. Egli mette termine al conflitto indocinese (ratificando una forte battuta d’arresto dell’imperialismo francese) e contestualmente pone condizioni eccessive alla ratifica del trattato CED. La dura replica di Foster Dulles finisce per far precipitare la situazione e la ratifica viene respinta con un espediente procedurale.

Il fallimento della Comunità Europea di Difesa costringerà gli attori in campo ad abbandonare in parte l’approccio eccessivamente intergovernativo, i cui limiti (come l’eccessiva instabilità causata dalla costante possibilità di tornare indietro rispetto alle intenzioni iniziali) si erano evidenziati nel corso di questi eventi.

Tuttavia il punto è che fu la guerra fredda a provocare le accelerazioni federaliste e al tempo stesso il fattore che lacerava la Germania e con una Germania divisa il decollo del polo imperialista europeo era quasi impossibile.

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