Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2026

Sostituzioni prossime

di Roberto Fineschi

(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate)

Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube o chiedono all’intelligenza artificiale di fare dei riassunti e di leggerli.

Addirittura, affinché sia “meno noioso”, si può trasformare la lezione o il powerpoint o qualunque cosa sia, in un podcast dialogato che poi viene letto direttamente dalla macchina.

Se questo fa già preoccupare gente attempata come me, l’abisso è assai più profondo. Siccome la laurea (almeno in certe materie) è diventata un mero mercimonio acquistabile a prezzi ragionevoli online perché i contenuti appresi sono sostanzialmente indifferenti, nelle università fisiche che mantengono la parvenza della didattica, le conseguenze pratiche, soprattutto in triennale, sono:
1) che gli studenti vanno raramente a lezione (o non ci vanno affatto);
2) che si presentano all’esame non avendo studiato niente, o un minimo chissà come, mirando al 18. Se bocciati, dopo due volte in alcuni atenei possono chiedere che venga cambiata la commissione…

L’apparente furberia di queste procedure è appunto solo apparente, perché gli interessati sono già assai meno intelligenti dell’IA e qui sostituibili da essa senza difficoltà.

Veniamo al lato docenti: sempre più colleghi chiedono suggerimento all’IA su come preparare le lezioni, come innovare la didattica, ecc. Chiedono conferma di correzioni, argomentazioni, ecc. L’IA è veramente molto brava nel rispondere, al punto che, non appena riesca ad assumente delle fattezze presentabili in pubblico, li potrà tranquillamente sostituire. Anzi, siccome a lei si chiede costantemente e poi si esegue, nella parte progettuale la sostituzione sta già avvenendo.

Nemmeno questo tuttavia è l’aspetto più inquietante: invece che la sostituzione del discente e del docente, è il processo stesso che è diventato superfluo, non c’è più fattualmente bisogno del discente e del docente, quei processi sono di fatto già meccanizzati ed eseguibili da macchine e anche i compiti che il risultato di quell’apprendimento dovrebbe svolgere li può svolgere la macchina.

Il mondo delle macchine intelligenti è quello in cui non c’è più bisogno di schiavi (se i telai filassero da soli, se le cetre suonassero da sole, ecc.): tutto ciò è ormai realtà.

Ma la realtà è andata in verità ben oltre: non solo la poiesis, anche la praxis ormai è largamente coadiuvata dall’IA, se non sostituita (nella programmazione di guerre, politiche economiche, scelte di investimento, nella scrittura di libri, articoli, ecc.).

Marx diceva che il regno della libertà non è la semplice gestione razionale dei processi di riproduzione necessaria, ma la posizione e realizzazione di scopi liberi da quel vincolo.

L’umanità, grazie allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, è giunta a quella soglia. In verità, è andata oltre, perché Marx lasciava alle macchine la poiesis, immaginando che agli individui liberati restasse la praxis. Invece l’IA si allarga alla praxis.

Pur utilizzando la grande macchina iperintelligente automatizzata non a fini di valorizzazione ma di riproduzione razionale (ovvero superato il capitalismo), sarà l’umanità in grado di gestire questa gigantesca libertà? O scomparirà lasciando il mondo alle cose oramai più intelligenti degli umani? O le contraddizione del capitalismo ci solleveranno dall’immaginare una risposta perché porteranno alla fine della vita sul Pianeta (almeno nelle sue forme intelligenti più avanzate)?

Leopardi diceva che non c’è alcun bisogno di dimostrare che la materia pensa, perché questa è una verità di fatto... Che i processi chimico-fisici che portano alla possibilità del pensiero e della coscienza si possano riprodurre su hardware diversi da quelli del corpo umano è davvero impossibile? E allora, che sia per autodistruzione o superamento, l’umanità è pronta a scomparire?

Il caldo soffocante fa fare brutti pensieri... quindi speriamo in una prossima, rapida diminuzione delle temperature.

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02/05/2026

Il triste epilogo del concertone

Al concertone del Primo Maggio, Delia intona Bella ciao, ma nel passaggio in cui la canzone prende tutto il suo significato, la cantante si è presa il diritto di una revisione storica e il famoso fiore non è più del partigiano ma… dell’“essere umano”, per “essere attuali” e “allargare di più”, ha detto lei!

Dovrebbe sapere che Bella ciao è cantata in tutto il mondo, è un simbolo internazionale di resistenza. Non c’è nulla di più attuale della resistenza partigiana e dell’antifascismo dentro una fase contrassegnata dalla guerra e dallo sdoganamento dell’estrema destra, come ci insegnano i nuovi partigiani che resistono da Cuba alla Palestina.

Non ci possono essere prese in giro o banalizzazioni commerciali su questo tema. L’essere umano è un concetto astratto. Sono esseri umani quelli che bombardano, compiono genocidi, seminano miserie e razzismo, pronti a tutto per difendere i loro privilegi e questo sistema in crisi.

Sono esseri umani quelli che resistono alle barbarie e combattono per un mondo diverso. La differenza è proprio l’essere partigiani, schierarsi dalla parte giusta della storia, con i popoli che resistono. Non dobbiamo far altro che rafforzare questo concetto, non inquinarlo e storpiarlo.

Il triste epilogo del concertone del 1 maggio, promosso dai sindacati confederali, è la logica conseguenza di una sinistra liberale che ha perso la propria funzione di alternativa a questo sistema e riproduce gli stereotipi di una ideologia debole, asservita alla logica dell’individualismo e della rinuncia alla lotta come unico strumento per cambiare il mondo. Costruiamo l’alternativa a partire dal basso. È evidente quanto ce ne sia bisogno.

Ieri si è vista, nelle altre feste alternative e nelle piazze, da Torino a a Roma a Palermo, che qualcosa di nuovo di muove. Studenti e lavoratori uniti hanno la soluzione! Ci vediamo il 7 maggio per lo sciopero della scuola e il 23 maggio per la manifestazione operaia a Roma.

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Stravolgere Bella ciao: quando l’ignoranza diventa spettacolo

Certe operazioni non sono “reinterpretazioni”. Sono svuotamenti.

Quello che è accaduto sul palco del concertone del Primo Maggio, con la versione di Bella ciao cantata da Delia, appartiene esattamente a questa categoria: un gesto che non innova, non amplia, non attualizza – semplicemente cancella.

Cambiare “partigiano” in “essere umano” non è una variazione poetica. È un errore politico e culturale grossolano. Significa non aver capito nulla di quella canzone, della storia che porta dentro, del conflitto che nomina. Bella ciao non è un inno generico all’umanità: è una canzone partigiana, cioè una canzone schierata. Racconta una scelta, una presa di posizione, una rottura. Togliere quella parola significa neutralizzarla, disinnescarla, renderla innocua.

E oggi, in un tempo in cui i rigurgiti fascisti non sono più neanche troppo mascherati, “partigiano” è una parola ancora più necessaria. È una parola che divide, certo. Ma divide tra chi riconosce la storia della Resistenza e chi prova a diluirla in un indistinto moralismo buono per tutte le stagioni. Non c’è nessun “campo da allargare”, nessuna riscrittura da fare: c’è una memoria da rispettare.

Quello che colpisce, però, è anche il contesto. Il concertone del Primo Maggio, promosso da CGIL, CISL e UIL, continua a smarrire il proprio senso politico, trasformandosi in un contenitore sempre più svuotato, dove tutto può essere detto e il contrario di tutto può essere messo in scena. Anche a costo di accettare sponsorizzazioni da aziende legate, direttamente o indirettamente, al genocidio in corso in Palestina – mentre sul palco si canta una versione edulcorata e depoliticizzata di uno dei simboli più forti dell’antifascismo.

È un cortocircuito evidente: da un lato si cancella il conflitto nelle parole, dall’altro lo si legittima nei fatti.

Sul piano artistico, poi, la scelta è ancora più imbarazzante. Alterare Bella ciao in questo modo significa dimostrare una lacuna culturale enorme. Basta pensare a The Partisan di Leonard Cohen, che ha saputo restituire, in un altro contesto e in un’altra lingua, la stessa radicalità senza mai tradirne il senso. Qui invece siamo all’opposto: una banalizzazione che impoverisce tutto, musica compresa.

C’è poi un punto più ampio, che riguarda il clima culturale in cui tutto questo diventa possibile. Se i fascisti diventano “ragazzi di Salò”, se i neofascisti vengono raccontati come “idealisti”, se la storia viene continuamente riscritta e relativizzata, allora non sorprende che qualcuno pensi di poter riscrivere anche Bella ciao. Non è un incidente: è il prodotto di un processo.

Ma proprio per questo non può passare sotto silenzio. Perché le parole contano. E “partigiano” non è una parola qualsiasi. È una scelta di campo. Sostituirla non è inclusione. È rimozione.

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06/09/2025

Dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare

L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese? Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio – figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda ad irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. Ed invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da Pif: E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo – di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

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28/07/2025

Per “Il Mulino” sono “danni collaterali”: ecco i numeri di quel che accade a Gaza

In questi giorni non è passato inosservato, a numerosi accademici e colleghi, l’articolo di Sergio Della Pergola “Dominio e Legittimità, Medioriente e Occidente” del 17 luglio 2025 pubblicato sulla rivista “Il Mulino”.

Nell’articolo, oltre a molteplici argomentazioni storiche e politiche del tutto fuorvianti, poiché totalmente incapaci di riconoscere minimamente un progetto di colonialismo d’insediamento, apartheid, occupazione, pulizia etnica e genocidio, si legge: “Le operazioni militari [di Israele] hanno causato danni collaterali alla popolazione civile, devastanti soprattutto a Gaza”.

Proviamo a esaminare l’entità di questi “danni collaterali”.

Secondo un articolo di Lancet, Gaza ha subìto la più rapida riduzione dell’aspettativa di vita mai registrata in un solo anno. L’aspettativa di vita media alla nascita è diminuita di circa 35 anni nel 2024, passando da 75,5 a soli 40,5 anni.

Se confermato, questo dato non ha precedenti storici recenti, nemmeno durante il genocidio ruandese del 1994. Come si legge in un articolo del BMJ, “mentre le vittime civili sono state significative in tutti i casi studiati, nessuno ha visto il numero di morti civili, in particolare tra i bambini, come a Gaza dallo scorso ottobre”. Secondo una dichiarazione pubblica delle Nazioni Unite, Gaza ha il più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo.

Dall’8 ottobre, il sistema sanitario di Gaza è stato oggetto di attacchi sistematici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra l’ottobre 2023 e il maggio 2025, l’esercito israeliano ha condotto 720 attacchi contro obiettivi sanitari nella Striscia di Gaza. Si tratta di 125 strutture sanitarie, 34 ospedali e 186 ambulanze.

Israele ha causato il più alto numero di morti tra operatori sanitari, personale delle Nazioni Unite e giornalisti in qualsiasi zona di conflitto nella storia recente. Nel 2024, Gaza ha registrato il più alto numero di decessi di personale Onu nella storia delle Nazioni Unite, con 126 membri del personale uccisi e si stima che più di 1.400 operatori sanitari abbiano perso la vita.

Dall’ottobre 2023, almeno 232 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi a Gaza. Un rapporto ha documentato che “sono stati uccisi più giornalisti a Gaza che nella guerra civile statunitense, nelle guerre mondiali, nella guerra di Corea, nella guerra del Vietnam, nelle guerre in Jugoslavia e nella guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre”.

Una lunga e prestigiosa lista di studiosi di genocidio ha affermato che a Gaza è in corso un genocidio.

Le più influenti organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e l’Istituto Lemkin per la prevenzione del genocidio, così come Medici Senza Frontiere, la Rete universitaria per i diritti umani e i relatori speciali delle Nazioni Unite Francesca Albanese, Michael Fakhri e Tlaleng Mofokeng, hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio a Gaza.

Ricapitolando, leggendo l’articolo “Dominio e Legittimità, Medioriente e Occidente” del 17 luglio 2025 pubblicato sulla rivista “Il Mulino”, si dedurrebbe che un genocidio e il peggiore collasso dell’aspettativa di vita alla nascita della storia recente, il più alto numero di bambini uccisi in teatri di guerra, il più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo, sarebbero “danni collaterali”.

Ora forse è più facile comprendere cosa intendeva dire l’Editor Responsabile del gruppo di Psicologia de “Il Mulino”, per “non si adatta alla nostra proposta del nostro catalogo editoriale”, nella lettera di rifiuto a pubblicare la versione italiana del libro “Empatia selettiva: L’Occidente dentro lo sguardo di Gaza”.

Nella pagina web de “Il Mulino” si legge dell’“impegno rigoroso a dare un contributo allo svecchiamento della cultura italiana, larga apertura ad apporti provenienti da una pluralità di ambienti scientifici, culturali e politici diversi... con monografie di ricerca italiane e straniere”. Ma leggendo l’articolo di Della Pergola, emergono soprattutto “i danni collaterali” subiti dalla rivista e dalla casa editrice, in una guerra di idee dove entrambe sembrano aver perso sia la capacità d’indipendenza, che la volontà di riconoscere un genocidio quando ne accade uno di fronte ai nostri occhi.

PS: Si potrebbe forse obiettare che la rivista e la casa editrice, sono due entità diverse con leadership autonome, ma sono ancora più evidenti due aspetti: a) la rivista è pubblicata dalla casa editrice, e b) la rivista e la casa editrice afferiscono alla medesima Associazione “Il Mulino”, la struttura madre.

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