Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/12/2018

La crescita silenziosa di Potere al Popolo: “Se l’Europa è questa, meglio uscirne. La sinistra? Deve seppellirsi”

Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 la lista Potere al Popolo ha ottenuto l’1,13 per cento di voti alla Camera e l’1,06 al Senato, non superando la soglia di sbarramento. Da allora il movimento non si è spento, ma anzi è cresciuto e oggi, nove mesi dopo, i sondaggi lo stimano tra il 2,1 e il 2,5 per cento (qui gli ultimi sondaggi).

In pochi lo avrebbero previsto: non era facile sopravvivere al nuovo bipolarismo M5S-Lega. Eppure, il caso di Potere al Popolo ci suggerisce che qualcosa sta continuando a succedere lì fuori, qualcosa che sarebbe sbagliato ignorare, soprattutto per quello che potrebbe significare dopo.

“È stata una sorpresa anche per noi. Avevamo l’augurio di poter durare nel tempo, ma ammetto che non ce lo aspettavamo. Le elezioni però da sempre erano concepite da noi solo come un passaggio, sapevamo di non voler evaporare via dopo”, osserva Viola Carofalo, la portavoce del movimento. Movimento: è lei stessa a chiamarlo così, e non lo fa per caso. “Partito è una parola che non mi piace”, dice.

Sinistra, invece, che parola è?

“Neanche per la parola sinistra ho una passione”.

Comunismo è una parola che va bene?

“Neanche. Se mi definisco comunista io, non posso comunque dire che tutti in Potere al Popolo lo siano”.

Qual è allora la definizione politica che va bene per Potere al Popolo?

“Equità sociale, siamo per l’equità sociale”.

Ricercatrice all’Orientale di Napoli, due dottorati alle spalle, uno in Filosofia Moderna e Contemporanea e l’altro in Filosofia e Politica, Carofalo sul braccio ha tatuato un verso scritto in greco antico: “Preferirei cento volte combattere che partorire sola”, tratto dalla Medea di Euripide.

Nell’immaginario collettivo siete quelli dei “centri sociali”, quelli della rivolta violenta.

“So che esiste questo pregiudizio e penso che possa ferire ogni tanto, ma non l’ho mai vissuto sulla mia pelle. Faccio politica da sempre: prima nei collettivi, poi nei centri sociali, fino all’ex Opg (ex ospedale psichiatrico) di Napoli”.

Il 20 e 21 ottobre a Roma Potere al Popolo ha tenuto l’assemblea nazionale per l’elezione del coordinamento. Oggi la lista nelle intenzioni di voto degli italiani si trova immediatamente sotto a +Europa, stimata al 2,2 per cento, e a Liberi e Uguali, al 2,3 per cento, entrambi partiti che però, a differenza di PaP, hanno già una loro rappresentanza parlamentare. A questo punto per il movimento la soglia di sbarramento del 3 per cento potrebbe essere un obiettivo sempre più raggiungibile per la prossima chiamata alle urne.

C’è stato un cambiamento di profilo tra l’elettore che vi avvicinava nel pre-elezioni e quello che invece riuscite ad attrarre adesso?

“Più che un cambiamento, c’è stato un allargamento. Il nostro obiettivo era parlare a tutti quelli che non avevano più una casa. Una casa politica, un posto dove poter ritrovare un’identità senza la conseguenza di sentirsi spaesati, senza temi in cui riconoscersi. Ma, se dovessi fare una sintesi, dentro PaP c’è soprattutto gente normale, che non ha per forza un passato da attivista, gente che si è sentita accolta”.

Oltre ad avere con voi gente normale, fate anche iniziative normali? Perché, sempre quella legge dell’immaginario porta a pensarvi come rivoluzionari al fronte, come i ribelli a prescindere. Qual è la vostra agenda giornaliera concreta?

“Portiamo pasti alla gente che fatica a provvedere al proprio cibo, offriamo un servizio di doposcuola e di ambulatorio nei centri che abbiamo creato e, a dispetto di quello che si possa pensare, per fare questo collaboriamo anche con realtà di formazione cattolica come gli scout. Diciamo che da noi viene prima quello che facciamo e poi la spiegazione di chi siamo”.

Nella vostra agenda c’è molta difesa dei diritti civili. Cresce tuttavia nel Paese il clima di xenofobia. Questo è da imputare a scelte politiche, ai leader che le incarnano o c’è qualcosa di più profondo, che ha a che fare con questo periodo e con la nostra umanità?

“Salvini rappresenta il nostro inconscio e ha fatto uscire il peggio di noi. È come se in ognuno di noi prima la maggior parte degli istinti peggiori fosse chiuso a chiave in un recinto, Salvini ha aperto i cancelli di questi recinti e ci ha detto ‘via, liberateli, fateli uscire’.

Vedere in una posizione di potere chi incarna questi istinti li ha legittimati anche dentro di noi, dandogli una dignità, un diritto di esistere. Lui è riuscito a darci in poco tempo la sensazione di una catastrofe imminente, di un palazzo in fiamme da cui scappare”.

Ci sono delle realtà o dei diritti che corrono di più il pericolo di essere sacrificati in nome di questi istinti?

“Da donna posso dire che il decreto Pillon mi mette paura e mi imbarazza. E fa sembrare ipocrita anche la presenza dello Stato in giornate come quella contro la violenza di genere il 25 novembre. Se introduci l’obbligo di mediazione familiare, rallentando così il procedimento di separazione, anche per donne abusate e maltrattate è ovvio che poi non credo più agli spot che dicono ‘lo Stato è con te, denuncia’”.

Tornare indietro sarà impossibile?

Non è detto. Non vogliamo fare l’errore di credere di essere superiori gli altri. Le persone non vanno “istruite” ai valori in cui crediamo. Credere di potere “istruire gli altri” è un errore che hanno fatto gli altri. Noi vogliamo metterci in dialogo, creare un confronto, questo potrà portare un’atmosfera nuova”.

Quando parla di altri, parla degli altri a sinistra? È ipotizzabile una coalizione tra di voi?

“No, la sinistra per quello che ha fatto si deve seppellire”

Le elezioni europee saranno il primo palco dove testare la vostra resistenza politica o la vostra evoluzione. Ma anche l’Europa è un valore che volete mettere in discussione.

“Noi non siamo anti-europeisti tout court , ma se l’Europa dovesse rimanere quella di adesso meglio restarne fuori. L’Europa non è un monolite che non può essere messo in discussione, è per questo motivo che non rifiutiamo a priori l’idea di un referendum”.

Mettere in discussione i valori precostituiti, partire dal basso, portare al potere gente comune. Seppur la base politica di provenienza fosse diversa, questi erano e sono anche i comandamenti del M5S, che da quando è arrivato in cima viene spesso tacciato di essere diventato a tutti gli effetti sistema. Una volta al governo, cedereste anche voi alla tentazione?

“Vista la fine che hanno fatto i 5 stelle bisogna stare attenti, ma sui i miei posso metterci la mano sul fuoco”.

Fonte

03/07/2018

La France Insoumise spiegata alle compagne e ai compagni di Potere al Popolo


La France Insoumise, il giovane movimento francese che ha preso quasi il 20% alle elezioni presidenziali del 2017, è tra le forze della sinistra europea spesso indicate come modello dagli attivisti più in vista di Potere al Popolo, insieme a Podemos e Momentum. Il suo leader, Jean-Luc Mélenchon, è d’altronde stato l’unico dirigente di una certa portata che abbia esplicitamente appoggiato PAP durante la campagna per le politiche, quando è venuto con una delegazione di “insoumis” a visitare l’Ex-OPG “Je Sò Pazzo” di Napoli, dichiarando ai giornalisti di esser venuto per “imparare a fare la rivoluzione”. Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, previste per il maggio 2019, la questione delle alleanze di PAP con altre forze europee e della sua posizione riguardo alla questione dell’Unione Europea (UE) sta diventando sempre più pressante. É dunque necessario fare il punto su cosa sia la France Insoumise e in cosa consiste veramente il suo famoso “Piano B” per l’Europa. Lo è a maggior ragione perché ad aprile PAP ha raccolto l’appello di Lisbona lanciato da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda con l’adozione di un breve manifesto intitolato “E ora il Popolo” che propone di fondare, in vista delle europee, un nuovo movimento politico “internazionale, popolare e democratico” per voltare la schiena al neoliberismo e rompere con l’austerità e il dumping sociale e fiscale imposti dagli attuali trattati.

Origini

Per spiegare l’emergenza e il successo della France Insoumise così come la sua posizione in materia di politica europea, occorre innanzitutto presentare il suo carismatico leader, Jean-Luc Mélenchon. Questi è stato membro del Partito Socialista francese (PS) per trentadue anni. Figlio di una famiglia di pieds-noirs rilocata dal Marocco in Francia nel 1962, entrò al PS nel 1976 – ai tempi del programma comune e dell’alleanza dei socialisti con i comunisti – dopo essersi formato nelle cerchie Lambertiste del Trotskismo francese. Mélenchon, che ammirava l’allora dirigente del PS François Mitterrand, ascese rapidamente nei ranghi del partito per divenire nel 1986 – a trentacinque anni – il più giovane senatore di Francia. Attivo in una corrente minoritaria della sinistra del partito, rimaneva tuttavia leale alla linea della sua direzione: difese la conversione di Mitterrand all’austerità dopo il 1983, votò a favore del trattato di Maastricht nel 1992, prima di diventare ministro nel governo di coabitazione guidato da Lionel Jospin sotto la presidenza di Jacques Chirac.

La svolta a sinistra di Mélenchon fu dall’inizio legata alla questione europea. Nel 2005, si oppose al progetto di Trattato Costituzionale Europeo (TCE) sostenuto con forza dal PS e respinto da una grande maggioranza popolare nel referendum francese. Cominciò allora a denunciare l’orientamento “ultra-liberale” dei trattati e delle politiche economiche europee, così come la loro debolezza sul piano sociale. Guidò una campagna attiva per il “no” in cui, in nome della sua corrente minoritaria e sfidando la dirigenza del suo partito, formò un’alleanza con altre forze di sinistra, ovvero il Partito Comunista Francese (PCF) e la Lega Comunista Rivoluzionaria (l’antenato dell’attuale Nuovo Partito Anticapitalista). Questo esperimento politico portò Mélenchon alla convinzione che una nuova forza di sinistra poteva emergere fuori dal PS, una forza che potesse rompere con la social-liberalizzazione della sinistra europea. Tre anni dopo, l’adozione da parte dei capi di governo europei del Trattato di Lisbona – che riproponeva il contenuto del TCE respinto dai popoli francese e olandese – finiva per convincerlo del tutto del carattere antidemocratico dell’UE.

Nel 2008, decise di rompere con il Partito Socialista per fondare il Partito di Sinistra (PG), ispirato allora alla Die Linke tedesca, per costruire un’alternativa alla socialdemocrazia ormai chiaramente confluita nel social-liberismo. Il PG fondò a sua volta il Fronte di Sinistra (FdG), una coalizione elettorale lanciata insieme al PCF e Sinistra Unitaria (GU). Nel 2012, Mélenchon fu il candidato del Fronte di Sinistra alle elezioni presidenziali e ottenne l’11%, un risultato deludente alla luce della popolarità della sua campagna. Le numerose assemblee popolari emerse in tutta la Francia al momento della campagna si estinsero nei mesi successivi e il Fronte ebbe scarsi risultati nelle successive elezioni prima di dissolversi nel 2016.

La svolta populista

Lo stesso anno, approfittando della spinta favorevole della mobilitazione contro la Loi Travail, Mélenchon (sempre alla testa del PG) lanciò l’idea della France Insoumise (FI). Il nuovo progetto di Mélenchon s’ispirava esplicitamente al modello di Podemos e alle teorie di Ernesto Laclau e di Chantal Mouffe – quest’ultima, infatti, lo sostiene ufficialmente – secondo le quali occorre costruire un populismo radicale progressista. Mélenchon scelse dunque di rompere con l’approccio del partito tradizionale e di distanziarsi dai vecchi simboli della sinistra radicale. La retorica della lotta di classe viene sostituita da riferimenti al “popolo” schiacciato dalla “casta”, “l’oligarchia” e da un sistema politico ed economico corrotto. Contemporaneamente, l’appellativo di “partito” viene abbandonato: “il movimento è al popolo quello che il partito era alla classe”. Il termine stesso di “sinistra” è tralasciato da Mélenchon, considerandolo deteriorato dall’esperienza del PS al potere e reso inattraente per l’opinione pubblica. Questo cambio d’approccio è esplicitato nei libri pubblicati da Mélenchon in quel periodo, quali L’ère du peuple (L’Era del popolo) e Le Choix de l’Insoumission (La scelta della Ribellione).

La campagna elettorale per le presidenziali del 2017, in cui Mélenchon è stato il candidato (auto-proclamato) della France Insoumise, consacrò questo nuovo approccio. Il rebranding era più che evidente. Le bandiere rosse e l’Internationale, che avevano segnato la campagna presidenziale del 2012, vengono sostituite dalle bandiere tricolore e da La Marseillaise nel 2017. “Dégagez!” – “fuori” – diventa allora il leitmotiv del movimento. Queste scelte sono anche state motivate dalla necessità di opporre una vera alternativa alla crescita dell’estrema destra in Francia. Secondo Mouffe, infatti, “l’unico modo di opporsi al populismo di destra è di costruire un populismo di sinistra”. Una delle idee fondamentali sulla quale la France Insoumise ha costruito la sua strategia comunicativa è che non bisogna lasciare all’estrema destra il monopolio delle bandiere, dell’inno, dei concetti di sovranità, di sicurezza e di laicità: sovranità popolare vuol dire potere al popolo, che vuol dire democrazia.

Campagna 2.0

Si può difficilmente negare che la campagna elettorale di Mélenchon sia stata un grande successo, probabilmente la più riuscita dal punto di vista della comunicazione. In effetti, la squadra della campagna insoumise ha scommesso sull’innovazione: l’uso di ologrammi di Mélenchon per moltiplicare la sua presenza durante i raduni elettorali ha ovviamente lanciato un buzz mediatico; la creazione di una piattaforma interattiva e l’utilizzo di una serie di app e reti sociali – come il famoso “Discord Insoumis” ed il forum jeuxvidéo.com frequentati dalla comunità dei videogiocatori – ha permesso di attirare e di attivare un pubblico fino ad allora poco politicizzato, così come la creazione di un videogioco intitolato “Fiscal Kombat”, in cui Mélenchon è il protagonista, e l’illustrazione del programma della France Insoumise in versione fumetto; inoltre, il canale YouTube di Mélenchon è stato il più seguito dei candidati alle presidenziali, raggiungendo ogni settimana tra le 70 000 e le 200 000 viste.

Con la sua “Revue de la semaine”, dove Mélenchon ha preso l’abitudine di esprimersi davanti alla sua webcam su temi d’attualità, è riuscito a costruirsi un’immagine nuova, rassicurante, quella di un prof. di storia simpatico e naturale, del maestro del popolo che spiega ogni questione in un linguaggio semplice ma senza abbassare il livello del dibattito, senza disprezzare il suo pubblico. La sua maniera di esprimersi non lo rende associabile alle sfere elitiste del potere. La direttrice della comunicazione degli insoumis, Sophia Chikirou, si è fatta le ossa nelle campagne di Podemos e di Bernie Sanders. L’idea, ispirata da pratiche già sperimentate per esempio da Pablo Iglesias nel suo programma “La Tuerka”, è di usare reti sociali e “nuovi media” per combattere una battaglia culturale, appropriandosi dei codici popolari e della cultura geek per arrivare a quante più persone possibile e contrastare la mancanza di visibilità di alcuni temi e alcuni attori sociali e politici da parte dei media. Contemporaneamente, Mélenchon – che viene soprannominato le tribun per la sua verve retorica – è stato acclamato come il vincitore dei dibattiti televisivi durante la campagna elettorale.

La campagna della France Insoumise è stata molto incentrata sul suo programma, L’Avenir en Commun (Il Futuro in Commune), uscito già a dicembre 2016 e poi completato da una serie di “livrets thématiques” che approfondivano alcuni aspetti del programma. Tutto mirava a dare credibilità al programma e a dimostrare la sua fattibilità; Mélenchon registrò anche con la sua squadra di campagna un lungo video in cui metteva in cifre in maniera dettagliata l’applicazione del programma. Le misure proposte erano tante: i temi valorizzati con particolare forza durante la campagna erano la transizione verso una “Sesta Repubblica”, la rottura con i trattati europei, l’istaurazione di un modello sociale sostenibile dal punto di vista dell’ecologia, e una maggiore indipendenza della Francia negli affari esteri – in particolare grazie all’uscita dalla NATO, la fine del sostegno al regime americano e alle petro-monarchie del Golfo, e la costruzione di una nuova alleanza alter-mondialista con i paesi BRIC. La Sesta Repubblica intende sostituirsi all’attuale Quinta Repubblica francese che gli insoumis caratterizzano come una “monarchia presidenziale”, denunciando i poteri estesi del Presidente e contestando le prerogative e l’esistenza stessa del Senato. Si propone di chiamare un’Assemblea Costituente per scrivere una nuova costituzione includendo nuovi diritti sociali ed ecologici.

Il programma è stato presentato soprattutto come un vettore di rinnovamento politico. Manuel Bompard, direttore di campagna e braccio destro di Mélenchon, ha espresso la sua volontà di trasformare la cultura della base militante di France Insoumise, non solo mettendo nel ripostiglio le bandiere rosse, ma anche sostituendo l’abitudine di pensarsi come forza oppositrice e di resistenza, con un’immagine più positiva di forza del cambiamento – istituire un nuovo mondo invece che di destituire il vecchio mondo.

Le elezioni

I risultati furono (quasi) all’altezza degli sforzi investiti. Nelle ultime settimane prima dello scrutino, Mélenchon registrava la più alta crescita di sostegno di tutti i candidati (+7 per cento). Ottenne il 19,58% dei voti al primo turno, pari a sette milioni di voti, cioè un risultato impressionante se confrontato al risultato del Front de Gauche nel 2012, anche se non bastò per qualificarsi per il secondo turno – era al quarto posto dietro Emmanuel Macron con La République en Marche (LREM), Marine Le Pen per il Front National (FN) e François Fillon per Les Républicains (LR). I principali elettori della France Insoumise sono stati i giovani (30% dei 18-24 anni), i disoccupati (31%), una parte degli operai, impiegati, quadri, lavoratori del terzo settore, oltre ad alcuni vecchi sostenitori del PS, professori, artisti, funzionari e sindacalisti tendenza CGT. Ci fu anche un sostegno impressionante di giovani dei quartieri popolari – le famose banlieues – di origine immigrata, che spesso non avevano mai votato prima. In quattro delle dieci più grandi città di Francia – Marsiglia, Tolosa, Montpellier, Lille – Mélenchon è arrivato primo. E, soprattutto, Mélenchon schiacciò il candidato del PS, Benoît Hamon, confermando la sua intuizione iniziale. Non solo era riuscito ad imporsi come il voto più pertinente a sinistra, ma Mélenchon aveva anche attirato alcuni ex-votanti della destra e dell’estrema destra.

Poche settimane dopo, però, alle elezioni legislative, la France Insoumise sprofondò, prendendo poco più dell’11% e 17 seggi, cioè non abbastanza per pesare veramente nelle negoziazioni parlamentari. I motivi di questo crollo sono stati vari. Innanzitutto l’attitudine del PCF che, dopo aver appoggiato la candidatura di Mélenchon alle presidenziali, decise di mantenere le sue liste separate alle legislative, prendendo 10 seggi. Inoltre, dopo una campagna fondata sul progetto della Sesta Repubblica, risultò difficile convincere gli elettori, soprattutto quelli che solitamente non si spostavano alle urne, che bisognava comunque cercare di fare opposizione nelle istituzioni corrotte della Quinta Repubblica. France Insoumise è riuscita comunque, a un anno dalle legislative, ad insediarsi nella mente dei francesi quale principale oppositore alla politica di Emmanuel Macron, anche grazie all’implosione del PS, di LR e del FN (ribattezzato di recente Rassemblement National), completamente logorati dalle loro divisioni interne.

Strutturazione del movimento

Inizialmente, la France Insoumise si era costituita sull’appello di aderire al movimento per sostenere la campagna presidenziale di Mélenchon. Chiunque fosse intenzionato ad aderire poteva farlo su una piattaforma online in due click, senza pagare una quota – ci sono oggi intorno ai 500 000 iscritti. La prima fase organizzativa era dedicata alla scrittura del programma – era possibile partecipare mandando contributi online che erano poi valutati, sintetizzati ed integrati al programma redatto, come i livrets thématiques, da “attori” competenti su ogni tema – e alla costituzione di piccoli “gruppi d’appoggio” locali la cui funzione iniziale era di diffondere il programma e di svolgere la campagna di France Insoumise sul posto. In alcuni casi, questi gruppi locali ebbero la possibilità di partecipare alla scelta dei candidati alle legislative, mandando le loro proposte a un “comitato elettorale” nazionale (di cui alcuni partecipanti erano scelti tramite sorteggio tra gli iscritti alla piattaforma) che selezionava poi i candidati finali.

Oggi, a più di due anni dalla sua creazione e dopo due Convenzioni nazionali (a Ottobre 2016 a Lille e a Novembre 2017 a Clermont-Ferrand) durante le quali è stata affrontata la questione della struttura e dell’organizzazione del movimento, la France Insoumise ha confermato la sua forma atipica, diversa rispetto a quella di un partito classico. Si definisce come un “movimento-rete” policentrico, evolutivo, aperto e popolare, inclusivo, umanista, politico-sociale e culturale, orientato all’azione. I più di 5000 “gruppi d’appoggio” sparsi su tutto il territorio, che si erano costituiti durante la campagna presidenziale, sono diventati dei “gruppi d’azione” che costituiscono, in teoria, la spina dorsale della France Insoumise. Secondo la “carta dei gruppi d’azione”, questi detengono una autonomia d’azione nel rispetto del programma dell’Avenir en Commun. Non hanno però quasi nessun potere su questioni importanti come la scelta dei candidati (per esempio per le europee) e non hanno modo di fare proposte politiche o di esercitare qualche forma di controllo sul gruppo parlamentare. Infatti, nelle settimane prima della Convenzione di Clermont-Ferrand, molti dei 700 contributi online sulla questione del modello organizzativo di France Insoumise criticavano alcuni elementi della carta dei gruppi d’azione, come il fatto che siano limitati a quindici persone e non abbiano il diritto di stabilire strutture permanenti e intermediarie tra di loro.

Oltre ai gruppi d’azione, la France Insoumise consiste in una serie di poli vari, ognuno con le sue funzioni specifiche: il gruppo parlamentare diretto da JLM e composto da 17 deputati, lo “spazio delle lotte”, la “squadra operazionale”, lo “spazio politico”, e lo “spazio programmatico”. La squadra operazionale, anche lei orientata all’azione, ha per obiettivo quello di occuparsi dei compiti operativi necessari per svolgere le campagne del movimento. È responsabile di coordinare i gruppi d’azione, di organizzare eventi nazionali, e di creare materiali di comunicazione e campagna. Lo “spazio politico” include i diversi partiti e organizzazioni sostenitori di France Insoumise (come il PG, Ensemble!, Socialistes Insoumis e Communistes Insoumis) e non è definito né come un organo decisionale né come un cartello di organizzazioni, ma come uno spazio di “fraternità, fiducia e mutuale consenso” i cui membri partecipano alle Convenzioni… Lo spazio delle lotte sostiene lotte locali, portate avanti da sindacati ed associazioni, che corrispondono agli obiettivi di trasformazione sociale ed ecologica fissati nel programma di France Insoumise. Infine lo spazio programmatico elabora il contenuto del programma e organizza delle sessioni educative per i militanti. Il movimento non ha portavoce ma “oratori nazionali”, undici nel complesso.

Nessuno dei dirigenti di queste strutture è eletto dai membri del movimento. France Insoumise insiste invece che la logica del voto e della rappresentanza non ha il suo posto nei suoi ranghi. La maggior parte delle posizioni di dirigenza sono occupate da membri della squadra della campagna presidenziale e da rappresentanti dei partiti che sostengono FI. In alcuni casi, il voto e la rappresentanza sono stati sostituiti dal sorteggio. Per esempio, metà dei partecipanti alle Convenzioni sono stati sorteggiati tra i membri registrati sulla piattaforma che avevano espresso la volontà di parteciparvi, così come una parte del “comitato elettorale” – quello che nominerà ora i candidati per le elezioni europee.

Ecole Insoumise e “mutualismo”

Per sostenere le sue strutture, dinamizzare i suoi gruppi d’azione, incoraggiare la mobilitazione sociale e l’empowerment popolare e permettere al più grande numero di persone possibile di attivarsi, la France Insoumise ha anche creato una “Scuola di Formazione Insoumise”. Lanciata a gennaio 2018 per rispondere alle attese che erano emerse durante la Convenzione di Clermont Ferrand, la scuola di formazione – denominata éFI – organizza corsi aperti a tutti e tutorial, ritrasmessi online in accesso libero e gratuito, che mirano a favorire l’educazione popolare e l’azione militante. Con i corsi, ognuno ha la possibilità di istruirsi su una varietà di temi cari agli insoumis: il nucleare, i media, la povertà, la geopolitica, il diritto all’educazione. I tutorial, invece, sono un vero e proprio abbecedario pratico dell’apprendista militante: organizzare una manifestazione, parlare in pubblico, scrivere una canzone di lotta, organizzare una cassa di solidarietà con gli scioperanti, contribuire alla convergenza delle lotte, ecc. Questa mina d’oro è inoltre completata da decine di “fiches pratiques” che spiegano in modo molto accessibile come agire nel proprio quartiere (attacchinare, organizzare un dibattito di strada, etc.), su Facebook e Twitter (partecipare ai dibattiti o agli eventi), contro l’evasione fiscale o contro la povertà. Questi strumenti devono rompere il muro che, secondo Mélenchon e la sua squadra, separa nei partiti tradizionali i militanti dal resto della popolazione, permettendo l’auto-organizzazione.

La strategia di mobilizzazione della France Insoumise include anche approcci che si possono paragonare a quello che nel movimento italiano viene chiamato “mutualismo”. Esistono in primo luogo le “Carovane Insoumises”, lanciate durante la campagna presidenziale e poi proseguite ogni estate, che girano la Francia fermandosi in numerosi città e paesi – e prossimamente anche nelle campagne – con lo scopo di aiutare i cittadini ad accedere ai diritti sociali, sanitari, civici, a cui hanno diritto ma che spesso non ricevono per colpa degli ostacoli burocratici o di una mancata formazione. È inoltre in corso da qualche mese lo sviluppo del “metodo Alinsky” – teorizzato dal sociologo americano Saul Alinsky –, un metodo d’auto-organizzazione che consiste nell’identificare problemi sociali locali nel quartiere ed aiutare la gente ad organizzarsi in comune per risolverli. Infine, la France Insoumise ha cominciato di recente a produrre e mettere a disposizione su l’éFI anche tutorial che spiegano come accedere ai propri diritti, per esempio, come “fare una domanda di alloggio sociale”. Questi strumenti mirano, infine, a superare la difficoltà di mantenere un livello alto di mobilizzazione anche fuori dai periodi elettorali.

La difficile unione della sinistra

A due anni dalla sua creazione, la France Insoumise fa ancora fatica a unire le forze a sinistra del Partito Socialista. Una parte delle difficoltà è certamente legata al suo modello organizzativo. La nuova forma d’organizzazione politica sviluppata dalla France Insoumise pone infatti un certo numero di domande. In questa struttura “policentrica”, chi è che in fin dei conti prende le decisioni? Qual è la legittimità dei dirigenti attuali di France Insoumise? Che potere hanno veramente i militanti? In un saggio del 1970 intitolato “The tyranny of structurelessness”, Jo Freeman rilevava come l’assenza di strutture decisionali formali fosse un modo di mascherare il potere – quando la democrazia invece necessita di una circolazione dei compiti, una distribuzione dell’autorità a un ampio numero di persone, e la responsabilità dei dirigenti davanti alle persone che le hanno elette. Se è vero che la France Insoumise non ha adottato le strutture rigide o gerarchiche dei partiti classici, quello che però ha in comune con la maggior parte di essi è un potere politico concentrato in relativamente poche mani. Quando è stato interrogato sulla verticalità del movimento, Mélenchon ha risposto con una formula ormai diventata famosa: “La France Insoumise non è né verticale né orizzontale, è un movimento gassoso”.

La scelta di questa “gassosità” non è stata fatta a caso. Per Mélenchon e i suoi fedeli, è stato sicuramente un modo per superare la guerra fratricida interna alla sinistra francese – che Mélenchon conosce fin troppo bene, avendo avuto anche negli ultimi anni una serie di scontri con il PCF che ha sempre rifiutato di abbandonare il proprio branding per rafforzare il Fronte di Sinistra o di rompere le sue alleanze al livello locale con il PS. Come PAP, la France Insoumise è un tentativo di superare la frammentazione della sinistra francese e di farlo non accontentandosi semplicemente di aggregare i frammenti, ma cercando di creare un soggetto autonomo con un’identità propria. La scelta del “movimento-rete” mirava anche ad attirare singoli (in particolare i giovani) per i quali il termine “partito” richiama la vecchia tradizione fallita (e odiata) della politica di sinistra. Nei “Principi Politici” adottati a Clermont-Ferrand, la France Insoumise non intende sostituire i partiti ma farli coesistere insieme ai singoli, senza relazione di subordinazione. Evidentemente, per un tempo questa strategia ha pagato, anche se i partiti alleati di Mélenchon non hanno proprio apprezzato la sua auto-proclamazione come candidato alle presidenziali, né il ruolo quasi consultivo che essi hanno dentro France Insoumise. Bisogna vedere, però, cosa succederà quando, prima o poi, le divisioni si paleseranno in assenza di organi legittimati a comporle e a prendere decisioni. Soprattutto, sul lungo termine, questa strategia rischia di schiacciare la base militante del movimento: malgrado tutti gli sforzi fatti per incoraggiare la mobilitazione sociale e l’empowerment popolare, la difficoltà per i militanti di incidere sulle decisioni e la scelta dei candidati rischia di avere seri effetti scoraggianti.

Inoltre, alcune dichiarazioni o non-dichiarazioni mediatiche di Mélenchon e dei leader della France Insoumise hanno creato dissensi nella sinistra comunista e movimentista: quando Mélenchon ha parlato dei lavoratori distaccati all’estero che “rubano il pane” dei francesi, contestato il termine “islamofobia”, condannato le “militanti provocatrici in burkini”, celebrato l’“universalismo” francese sui cinque continenti o insistito sull’importanza per la Francia di sviluppare rapporti con la Russia; quando uno dei deputati più in vista di France Insoumise, François Ruffin, ha rifiutato di esprimere sostegno per la famiglia Traoré, vittima di accanimento giudiziario da quando lotta per ottenere verità e giustizia sulla morte di Adama Traoré, asfissiato dalla polizia durante un arresto nel 2016; quando il candidato della France Insoumise Djordje Kuzmanovic, favorevole ad un alleanza con la Syria contro Daesh e al ristabilimento del servizio militare, gioca la carta patriota – “Français! Macron va faire de la bouillie de notre système social” – nei suoi tweets. Per non parlare dell’ambiguo ritardo nel reagire sula questione dell’Acquarius e l’indignazione provocata negli ambienti anti-razzisti e di movimento dallo scarso supporto che la deputata insoumise nera Danièle Obono ha ricevuto dai suoi colleghi, quando è stata vittima di un linciaggio mediatico-politico per avere difeso una militante anti-razzista e “decoloniale” nera del molto biasimato Partito degli Indigeni della Repubblica (PIR). Anche se Mélenchon ha senza dubbio ragione a denunciare la manipolazione sistematica che i media fanno dei discorsi degli insoumis, non si può del tutto negare che i dirigenti del movimento tendono ad usare una retorica atta ad attrarre elettori astensionisti o dell’estrema destra. Sembra legittimo interrogarsi sui rischi di distanziarsi dai codici della sinistra radicale e della retorica della lotta di classe in un momento in cui la popolazione Francese è sempre meno politicizzata e il senso comune sempre più permeato dai valori dell’estrema destra.

Quest’anno, la primavera di lotta politica e sociale sorta dalle lotte congiunte di lavoratori, studenti e migranti è stata un’occasione per gli insoumis di dimostrare la loro capacità a fondersi in un fronte unito delle lotte. Malgrado una dichiarazione divisiva di Mélenchon che condannava i “casseurs” della manifestazione parigina del Primo Maggio, il 5 e 26 maggio, la France Insoumise è stata una delle forze propulsive delle “maree popolari” – centinai di migliaia di persone – che hanno preso le strade di Parigi e del resto della Francia per protestare contro le politiche del governo Macron, raccogliendo anche l’adesione della CGT e di pezzi di movimento anti-razzisti di cui il comitato “Justice pour Adama”. Ciononostante, lo scorso 3 giugno, la designazione di Ian Brossat come capolista dei comunisti alle europee ha annunciato un riavvicinamento del PCF al partito Génération.s di Hamon e quindi un possibile arretramento nel progetto di unione della sinistra voluta da Mélenchon.

Il “Piano B” per l’Europa

La posizione della France Insoumise in materia europea è abbastanza semplice. L’Unione Europea oggi non c’entra più nulla con la cosiddetta “idea europea”; è diventato poco più di un mercato unico, dove i popoli sono sottomessi ai diktat delle banche e della finanza. Si tratta dunque di proporre un “Piano A” – cioè quello di negoziare nuovi trattati europei basati su una rifondazione democratica, sociale ed ecologica dell’UE. Nel caso in cui queste negoziazioni dovessero fallire – cioè quasi sicuramente – bisogna avere già pronto il “Piano B”. L’idea del Piano B è stata maturata da Mélenchon e dal suo Parti de Gauche dopo la crisi greca e il fallimento del governo di Syriza. La decisione del governo di Tsipras di tradire il voto anti-austerità del popolo greco – che si era espresso prima nelle elezioni poi nel referendum del luglio 2015 – e di accettare la messa sotto tutela dalla Troika è stata una lezione importante per Mélenchon. Senza una strategia d’uscita dai trattati, i governi non hanno nessun potere di trattativa all’interno dell’UE. Mélenchon ne ha dunque dedotto che l’unico modo di portare avanti un programma come quello della France Insoumise è di costruire un rapporto di forza che permetta di rompere con le politiche europee d’austerità, di libero scambio e di distruzione dei servizi pubblici. La Francia – sesta potenza economica del mondo – detiene mezzi di pressione molto superiori a quelli della Grecia per pesare contro la Germania. Inoltre un’alleanza di forze al livello europeo rafforzerebbe le possibilità di rompere la gabbia. In definitiva, la strategia del Piano A/Piano B è una strategia che scommette sulla costruzione di un rapporto di forza: dal momento in cui esiste un fronte unito di paesi pronti a scendere in campo con questa strategia, le due scelte si rafforzando a vicenda.

Le misure immediate preconizzate dalla France Insoumise quando arriverà al governo sono dunque: disobbedire immediatamente (anche prima di iniziare negoziazioni europee) a una serie di regole e direttive inaccettabili quali la regola dei 3% del deficit pubblico, il patto di stabilità e la direttiva sui lavoratori distaccati; rifiutare i trattati di libero scambio quali TAFTA, CETA e TISA sostenuti dalla Commissione Europea; applicare contemporaneamente misure quali il controllo dei capitali alle frontiere, l’adozione di una moratoria sul rimborso del debito pubblico; porre fine alla privatizzazione e alla liberalizzazione dei servizi pubblici. Parallelamente, la France Insoumise intende proporre il suo Piano A ai partner europei – un processo trasparente in cui si metterà fine all’opacità e al segreto delle negoziazioni europee – che comprenderà: una riforma della Banca Centrale Europea (BCE) che porebbe fine alla sua indipendenza e modificherebbe le sue missioni; una regolarizzazione della finanza; la fine dei controlli e delle sanzioni sui budget nazionali; un’armonizzazione sociale e fiscale europea (salario minimo europeo, convergenza della tassazione, lotta contro i paradisi fiscali, fine delle privatizzazioni e liberalizzazioni dei servizi pubblici) e l’adozione di una clausola di non regressione dei diritti sociali; l’avvio di un protezionismo europeo (fine delle politiche di libero cambio con i paesi terzi e autorizzazione di sussidi dello stato ai settori strategici); una riforma della politica agricola comune in un senso ecologico e di ri-localizzazione; l’abbandono del mercato carbone e l’avvio di una vera politica di riduzioni di emissioni di gas a effetto di sera.

Se i partner europei dovessero accettare solo in parte le rivendicazioni francesi, i risultati della negoziazione sarebbero sottomessi al popolo francese via referendum. Il popolo francese deciderà dunque se rimanere nell’UE e nella zona euro o se avviare il Piano B. Se invece i governi europei respingeranno tutte le rivendicazioni del governo insoumis, si passerà direttamente al Piano B. Il Piano B consiste molto esplicitamente nell’uscire dall’UE, lanciare una nuova politica monetaria con requisizione della Banca di Francia per tornare ad una moneta nazionale, proporre ai paesi interessati di sviluppare una moneta comune, avviare il “protezionismo solidale”, e avviare nuove cooperazioni internazionali con i popoli che desiderano cooperare a favore del progresso umano.

Un asse importante della strategia “Piano B” della France Insoumise è dunque quello di sviluppare cooperazioni – invece che competizioni – con altri popoli d’Europa nei settori culturale, scientifico, industriale, ecologico e sociale. Intende farlo proponendo un’alleanza dei paesi d’Europa del Sud per uscire dall’austerità e avviare politiche concertate sul rilancio ecologico e sociale dell’attività economica; rafforzando la partecipazione francese ai programmi più larghi dell’UE (come Erasmus) o che non c’entrano con l’UE (come Airbus); proponendo nuove cooperazioni in materia sociale o ecologiche (per esempio riguardando la transizione energetica). La “Dichiarazione di Lisbona” adottata il 13 aprile da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda – e sottoscritta in seguito da Potere al Popolo – intende creare un movimento politico su queste basi.

La campagna elettorale per le europee si sta già preparando nei ranghi della France Insoumise – la lista dei candidati è stata pubblicata lo scorso 5 giugno. Questa campagna sarà particolarmente importante per la France Insoumise, perché sarà il primo test elettorale del governo Macron e dell’opposizione Insoumise e perché la questione europea è stata determinante nella disfatta di Mélenchon alle presidenziali. Una parte significativa delle classi medio-alte avrebbero probabilmente votato Mélenchon se il suo discorso sull’Europa fosse stato più “pacato”. Il dilemma della France Insoumise sarà dunque di precisare la sua linea europea, convincere della sua credibilità, tentando al tempo stesso – lo ammette Manuel Bompard – di non lasciare all’estrema destra il monopolio del protezionismo, della sovranità popolare e della critica all’UE. La posizione europea della France Insoumise e la retorica anti-tedesca (o anti-Merkel) adottata da Mélenchon contrastano in ogni punto con quelle dell’attuale presidente della Francia Emmanuel Macron, fedele sostenitore del ruolo egemonico dell’asse Francia-Germania e delle politiche d’austerità.

Al livello europeo, molte cose sono cambiate per la sinistra dalle ultime elezioni del Parlamento Europeo, in particolare dopo il fallimento del governo di Tsipras. In seno al gruppo parlamentare Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) e al Partito della Sinistra Europea (SE) – a sinistra dei socialisti europei – coabitano per ora i sostenitori del Piano B e quelli, come Die Linke in Germania e il PCF in Francia, che auspicano un ri-orientamento radicale delle politiche europee ma senza considerare una rottura. La strategia del Piano B è infatti minacciata dalla concorrenza del Movimento “DIEM25” – il “Movimento per la Democrazia in Europa 2025” – lanciato in 2016 da Varoufakis, ex Ministro delle Finanze del governo di Tsipras e che propone una democratizzazione delle istituzioni della UE dall’interno. Il nuovo progetto dell’alleanza di Lisbona potrebbe dunque annunciare la creazione di una nuova forza concorrente a SE. Il Partito di Sinistra di Mélenchon, membro della France Insoumise, aveva chiesto a gennaio l’esclusione di Syriza da SE, sulla base della considerazione che il partito di Tsipras seguiva i diktat della Commissione Europea, ma la richiesta è stata respinta da SE. Di fronte alla crescita dell’estrema destra e all’onnipotenza dell’estremo centro, la prospettiva di un rimpasto della sinistra europea diventa cruciale. In gioco sarà la possibilità, per le forze che appoggeranno “E ora il Popolo”, di raccogliere sostegni sufficienti per costruire quel rapporto di forza necessario per rompere la gabbia dell’UE, che sia con il Piano A o con il Piano B.

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20/06/2018

Il mutualismo, tra storia del movimento operaio e strumento da cui ripartire

Il mutualismo, da intendersi come strumento di solidarietà e condivisione autogestita del benessere fuori dalle forme caritatevoli private e pubbliche, è una costante della storia del movimento operaio – contadino e artigiano.

È stato un fenomeno diffuso nei paesi che hanno, più o meno direttamente, assistito alla Rivoluzione industriale. Per quanto concerne l’Italia, la pratica, che pure ha precedenti nelle formule corporativistiche preunitarie, trova origine teorica e materiale nel Risorgimento, laddove, ottenuta l’Unita nazionale, emergevano anche le problematiche di carattere sociale. Le proposte di organizzazione mutualistica trovano infatti scaturigine nel Risorgimento democratico, in quella, ancora elitaria o comunque assai minoritaria, parte che aveva animato e guidato i moti patriottici, constatando come l’agognata Unità avesse lasciato intatti, nella gran parte del Paese, i vecchi assetti feudali di proprietà terriera estensiva. Un problema di diseguaglianze che toccava, per certi aspetti in modo ancor più preponderante, gli emergenti centri industriali.

La figura di riferimento di questa tendenza non può che essere quella di Giuseppe Mazzini, ricordando che i mazziniani saranno i primi, tra gli elementi progressisti, a finire nelle attenzioni della repressione nel Regno d’Italia, dopo i “clericali” ed i “borbonici”, cioè i reazionari, i nostalgici dei vecchi stati. Mazzini aveva subito certo l’influenza del socialismo utopistico dei primordi (“Capitale e lavoro nelle stesse mani”, un suo motto), rifiutando però l’idea dello Stato socialista, a suo dire negazione del progresso umano, la lotta di classe e l’abolizione delle classi stesse. Del resto, le sue riflessioni teoriche guardavano ad un’Italia nel suo complesso profondamente arretrata, in assenza di una classe operaia strutturata e, perciò, faceva più affidamento sulla piccola borghesia, intellettuale o meno, dell’artigianato e della piccola proprietà, esprimendo, comunque, punti di vista molto destabilizzanti per l’epoca.

Su impulso di questi postulati, nella Seconda metà dell’Ottocento si affermavano un po’ per tutto il Paese, aprendo sedi anche nei centri più piccoli, le associazioni di mutuo soccorso “far gli operai”. Vi si iscrivevano, appunto, operai, contadini ed artigiani.

Il cuore di queste organizzazioni era rappresentato dalla cassa comune, il Banco del mutuo soccorso, nome notoriamente ripreso dalla celebre band di rock progressivo degli anni Settanta del Novecento, con il versamento periodico d’una quota associativa in vista dell’aiuto verso uno o più associati in difficoltà, solitamente per malattia.

Il simbolo del mutuo soccorso è in genere la stretta di mano, segno di accordo e intesa. Si tratta di organizzazioni magari mai estintesi, dal punto di vista strettamente formale, e giunte sino ai giorni nostri, un po’ come per altri istituti associativi quali, ad esempio, le università agrarie. Non di rado proprio le sedi storiche sono state restaurate, e con esse gli affreschi e le insegne esterne, divenendo luoghi anche per conferenze ed attività culturali.

Le finalità del mutuo soccorso non sono di per loro eminentemente politiche, anzi: il padronato e lo Stato vi possono vedere un espediente per smussare, se non smorzare del tutto, la conflittualità sociale e politica. Tuttavia, le sedi del mutualismo diventano indubbiamente anche luoghi di scambio e di confronto tra persone che vivono perlopiù le medesime condizioni sociali e di vita. Da qui, la maturazione della consapevolezza di sé e, di conseguenza, la volontà di emancipazione.

Sono i tempi che, altresì, stanno cambiando: cresce la coscienza di classe nella società e, anche per l’Italia, “nel fosco fin del Secolo morente”, il proletariato, urbano e rurale, si affaccia sulla scena politica. Ecco il Secolo breve.

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25/05/2018

Mutualismo di classe e interazione con il movimento sindacale. Intervista a Guido Lutrario

Proseguendo il dibattito aperto su Contropiano sulla questione mutualismo e conflitto sociale, abbiamo rivolto alcune domande a Guido Lutrario che coordina l’attività della Federazione del Sociale della Usb, una esperienza innovativa sul piano sindacale che si interseca moltissimo sia con le figure sociali sia con le contraddizioni presenti in quel campo di intervento e conflitto sintetizzato, a torto o a ragione, come mutualismo. Il dibattito proseguirà nel prossimo periodo sulle pagine del nostro giornale e, ovviamente nelle assemblee, a partire dalla due giorni di Potere dal Popolo a Napoli.

Si parla spesso di mutualismo come terreno di autorganizzazione. Se è chiaro come il mutualismo nasca con il movimento operaio e contadino nell’Ottocento, appare meno chiaro cosa possa essere il mutualismo oggi, nel XXI Secolo. Cos’è oggi il mutualismo?

Il mutualismo è un concetto ambivalente, può rappresentare una forma di organizzazione sociale utile per chi lotta, vuole affermare diritti e veder soddisfatte rivendicazioni di giustizia sociale oppure costituire una modalità con la quale le classi dominanti scaricano su “soggetti terzi” il contrasto alle condizioni di povertà e di grave disagio sociale ed economico provocate dallo sfruttamento capitalistico. Questa ambivalenza ha attraversato tutta la storia delle esperienze mutualistiche e cooperative, anche se oggi hanno finito per prevalere quelle forme completamente distorte di cooperativismo che hanno perduto qualsiasi nesso con le esperienze originarie. Ultimamente assistiamo poi ad una operazione molto pericolosa di assoggettamento di tutto il mondo del terzo settore e delle cosiddette imprese sociali nella gestione della povertà, soprattutto dal punto di vista del controllo sociale. Le modalità in cui viene gestita l’accoglienza oppure il sistema che è stato introdotto con il REI, il reddito di inclusione, prevedono un utilizzo degli operatori sociali e delle agenzie del terzo settore in funzioni di “tutor”.

In sostanza assistiamo ad uno scambio: da un lato si prevedono finanziamenti crescenti per questi soggetti, dall’altro li si coopta in una politica di controllo, assegnando loro la funzione di “prendere in carico” il soggetto debole e controllarne i comportamenti, consentendo al terzo settore di erogare sanzioni e provvedimenti punitivi finalizzati all’educazione del soggetto. C’è dietro questi provvedimenti una logica razzista nei confronti dei poveri, considerati incapaci di decidere del proprio destino, e quindi da correggere e tenere costantemente sotto tutela. La stessa elaborazione del REI è stata concertata con un fronte di organizzazioni riunito sotto la sigla di Alleanza contro la povertà, alla quale aderiscono dalle Acli alla Caritas, dall’Arci a Cgil, Cisl e Uil che ne hanno accettato pienamente la logica, rivendicando maggiori risorse in una logica di puro accaparramento.

Molto spesso si associa il mutualismo all’autorganizzazione quasi spontanea nei territori. Non pensi invece che il mutualismo possa funzionare ed essere efficace solo se è fortemente organizzato e in qualche modo centralizzato, chessò vedi la distribuzione nei gruppi di acquisto solidali e popolari o l’intervento nelle zone colpite da catastrofi?

C’è un mondo di piccole realtà autorganizzate in Italia che si è andato diffondendo a seguito di diversi fattori. Innanzitutto la crisi di prospettiva delle organizzazioni della sinistra ha liberato energie che hanno abbandonato disegni e speranze di grandi cambiamenti ed hanno preferito dedicarsi all’azione locale, limitata sia nello spazio che nelle finalità. Si tratta di esperienze caratterizzate spesso da un’etica molto radicale ed improntata al “saper fare”, finalizzata a ricostruire legami sociali e senso di comunità. Un altro fattore che influenza questa dinamica è l’aumento della povertà e la crescente necessità di far fronte a bisogni primari che si vive soprattutto nelle grandi periferie del paese. Queste esperienze, per quanto diffuse, sono complessivamente una realtà ancora molto debole, caratterizzata dal bisogno comune di garantirsi la sopravvivenza. Servirebbe un salto di qualità, un progetto di organizzazione comune capace di rappresentare un’idea completamente diversa di mutualismo da quella in voga nel terzo settore, fondata sul sostegno alle lotte per i diritti e contro le disuguaglianze sociali.

In molte discussioni, si mette talvolta in contrasto il mutualismo con il conflitto sociale, nel senso che il primo affievolirebbe il secondo. Come interverresti in questa discussione?

Se guardiamo alle difficoltà che si incontrano nella sindacalizzazione del mondo degli operatori delle cooperative sociali si capisce il senso di chi vede questo mondo come antitetico al conflitto. Tutto il terzo settore ha finito per diventare un ammortizzatore sociale ma anche una modalità efficace di gestione del disagio, al fine di prevenire tensioni sociali. Spesso gli operatori non si organizzano per rivendicare migliori condizioni di salario, rispetto del contratto, ecc. ed interpretano il loro ruolo professionale in modo da conservare e perpetuare il disagio, invece di stimolare l’organizzazione e la lotta dei soggetti in difficoltà. E’ un settore molto ampio che è destinato a crescere come numero di addetti, non solo perché il disagio sociale è destinato ad aumentare ma anche perché il settore della cura è uno dei pochi che ancora per diversi anni sfuggirà all’innovazione tecnologica sostitutiva di manodopera. Attraverso questo mondo abbiamo assistito in questi decenni alla privatizzazione morbida dell’assistenza. Se vogliamo invertire la rotta e rimettere il mutualismo in sintonia con il conflitto sociale dobbiamo contrastare la finanziarizzazione di questo settore, lavorare a dare all’operatore sociale un profilo completamente diverso, favorire una sindacalizzazione vera di questo settore di lavoratori. Da loro potrebbe venire un contributo di competenze e di idee molto importante.

Appunto, proprio per questo, secondo te lo strumento sindacale come può interagire con il mutualismo?

Questo credo che sia il tema centrale della questione: è proprio dalla rottura di ogni nesso tra mondo cooperativistico e mutualistico e mondo sindacale conflittuale che origina la grande deriva del terzo settore. Al centro dell’agire del terzo settore non ci sono più i diritti collettivi, così come non c’è un riconoscimento dei diritti di chi lavora in questo campo. Lo sfruttamento legato ai bassi salari, ad una forte precarietà, in molti casi anche al lavoro nero, ed una crescente dequalificazione vanno di pari passo con un’azione nei confronti di chi vive il disagio, che sia minore, migrante, tossicodipendente, anziano, ecc. che non mira al superamento del problema ma al suo mantenimento nei limiti della tolleranza sociale. Più in generale, il mondo della cooperazione in Italia è ormai indistinguibile da quello della grande impresa e come Usb siamo impegnati da anni a combattere per garantire i diritti minimi del lavoro a chi opera in queste aziende.

Ridare una prospettiva rivoluzionaria alle pratiche di mutualismo è possibile solo dentro una relazione forte con l’organizzazione sindacale di classe e dentro una rottura decisa con il sistema cooperativistico e del terzo settore, attualmente egemone in questo campo nel nostro paese. Costruire questo percorso è una sfida che USB ha già deciso di affrontare dando vita ad un ambito nuovo di organizzazione sindacale che abbiamo chiamato Federazione del Sociale. Non c’è un modello che possiamo perseguire ma dobbiamo inventare e sperimentare forme efficaci di connessione. Al centro c’è comunque la necessità di ricostruire l’organizzazione dei lavoratori al passo con le trasformazioni intervenute negli anni. Le tante pratiche di mutualismo, più in sintonia con il conflitto sociale, che si sono moltiplicate in questi anni ma che restano sparpagliate e sconnesse tra loro, hanno bisogno di un piano e di un progetto generali e il movimento dei lavoratori può rappresentare il loro collante. Un processo che costringa anche i delegati sindacali ad interrogarsi sul loro agire e ad introdurre modalità innovative per favorire il rapporto tra l’agire sindacale e le pratiche di solidarietà e di mutuo-aiuto dal basso.

Infine la questione più “rognosa”. Vorremmo evidenziare la preoccupazione che aleggia su molti compagni. A metà degli anni ’90, la stragrande maggioranza del movimento dei centri sociali si sbragò nell’accettazione dell’allora nascente settore no profit come possibile economia “fuori mercato” capace di produrre servizi e reddito sganciati dal lavoro salariato. I fatti ci dicono che fu un tragico inganno e che il terzo settore – o no profit – è stata una clava contro il welfare universale ed ha spianato la strada alla privatizzazione/esternalizzazione dei servizi. Non c’è il rischio che il mutualismo per l’organizzazione e gestione di servizi popolari di resistenza e sussistenza possa sembrare una capitolazione verso lo smantellamento del welfare?

L’antidoto sta nel rapporto con il movimento sindacale di classe. Questo è completamente mancato al movimento dei centri sociali e fin dai primi anni novanta diverse di queste realtà sono regredite verso forme più compatibili e meno conflittuali. C’è da dire che tra i centri sociali c’è stato e c’è tutt’ora chi cerca di misurarsi con i temi della precarietà e della sindacalizzazione del nuovo lavoro, provando a evolvere i centri autogestiti verso forme di moderne camere del lavoro. Sono tentativi interessanti anche se alcune volte risultano velleitari, che hanno il pregio di proseguire sulla strada della sperimentazione di nuove modalità di organizzazione sociale orientate al conflitto. La differenza spesso la fa la scelta di collegarsi ad un progetto generale, il desiderio di non indebolire le ambizioni, la spinta a non rinchiudersi in ambiti esclusivamente locali. Ma il salto di qualità si può dare solo nella saldatura tra questi esperimenti e le pratiche di mutualismo orientate al sostegno alle lotte e lo sviluppo di un moderno confederalismo sindacale di classe. Se ciò avvenisse ci sarebbe un balzo in avanti anche per tutto il movimento sindacale.

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23/05/2018

“Il mutualismo ci obbliga ad un “pensiero ruvido”. Intervista a Francesco Piobbichi

Se ne parla nelle assemblee, compare in molti documenti politici, in alcuni territori è in sperimentazione da anni. Ma sul mutualismo come strumento dell’autorganizzazione popolare ci sono ancora idee e visioni discordanti. In particolare dentro l’esperienza di Potere al Popolo (che a questo dedica uno dei workshop dell’assemblea nazionale di Napoli), si va aprendo un confronto di merito che configura un dibattito vero sugli strumenti dell’organizzazione e della resistenza di classe, incluso quello sindacale che sta sperimentando la dimensione “sociale” come terza gamba dell’organizzazione dei lavoratori del XXI secolo. Abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Piobbichi che è stato un po’ il “pioniere” dell’ipotesi del mutualismo, contribuendo a costruire negli anni scorsi la Rete di Autorganizzazione Popolare (Rap). Nei prossimi giorni ci saranno altri contributi.

Si parla spesso di mutualismo come terreno di autorganizzazione. Se è chiaro come il mutualismo nasca con il movimento operaio e contadino nell’Ottocento, appare meno chiaro cosa possa essere il mutualismo oggi, nel XXI Secolo. Cos’è oggi il mutualismo?

Un modo per resistere alla solitudine sociale ed alla guerra tra poveri. Uno strumento di difesa per le classi popolari che non hanno più modo, con la politica di difendersi dall’attacco del capitale. Detto altrimenti un meccanismo che ci permette quanto meno di “pareggiare” nel quotidiano invece che continuare a prendere sberle in faccia mentre pensiamo che arrivi dal cielo il salvatore che ci liberi da tutti i mali. Oggi il mutualismo è un processo in divenire determinato dalla crisi e dalla ristrutturazione dello Stato, è chiaro che dobbiamo definirlo, ma questo lo possiamo fare soltanto se riusciamo a costruire lo spazio pubblico in cui riconoscersi, altrimenti rischiamo di parlarci addosso di quanto siamo ganzi mentre nelle strade avanza la barbarie. Il mutualismo è una pratica che impone verifica concreta, ci obbliga ad un “pensiero ruvido” perché non contano le parole che ricami sopra i processi ma se questi servono concretamente per resistere socialmente oppure no.

Molto spesso si associa il mutualismo all’autorganizzazione quasi spontanea nei territori. Non pensi invece che il mutualismo possa funzionare ed essere efficace solo se è fortemente organizzato e in qualche modo centralizzato, chessò vedi la distribuzione nei gruppi di acquisto solidali e popolari o l’intervento nelle zone colpite da catastrofi?

Il mutualismo deve essere un processo organizzativo strutturato, con regole chiare, con processi trasparenti, è un meccanismo fragile che si regge sulla fiducia reciproca. Se non facciamo questo salto di qualità il rischio che vedo è duplice. Da un lato con la riforma del terzo settore la creazione di un mutualismo di mercato, etico, e inserito dentro i processi di finanziarizzazione attraverso le fondazioni ed i progetti europei, dall’altro la dimensione spontanea delle pratiche a km zero, che anche se coraggiose rischiano di essere troppo deboli rispetto alla stagione che ci si prospetta davanti. Il rischio è che nel giro di un paio di anni queste pratichesiano spazzate via dal disciplinamento sociale neoliberista che ad esempio questo governo proverà ad affermare con sgomberi e repressione. Centralizzazione non vuol dire verticalizzazione dei processi sociali, ed organizzazione non vuol dire burocrazia. Senza la capacità di riconoscersi in regole e valori comuni, rimaniamo ad un livello di solidarietà “primitiva”, frammentata, che non è in grado di definire un noi collettivo sul terreno generale, e noi di quello abbiamo bisogno.

In molte discussioni, si mette talvolta in contrasto il mutualismo con il conflitto sociale, nel senso che il primo affievolirebbe il secondo. Come interverresti in questa discussione?

A Piacenza, senza una cassa di resistenza alimentare i facchini e le loro famiglie non avrebbero mangiato durante lo sciopero. Mi pare che non ci sia altro da aggiungere.

Lo strumento sindacale, ad esempio, come può interagire con il mutualismo?

In maniera fondamentale e servirebbe per ridefinire il sindacato stesso, peccato che nessuno, se non Usb, ci stia mettendo la testa. Sembra quasi che il tema del lavoro non debba misurarsi con il territorio, con la generalità dei bisogni dell’individuo, con l’organizzazione della solidarietà popolare. Eppure è stata proprio questa la forza dei primi sindacati ad insediamento multiplo, quella di dare risposte su tutti gli ambiti della vita e legare le forme della difesa economica e della produzione collettiva al conflitto sociale nei luoghi di lavoro. I forni delle cooperative che davano il pane gratis agli operai che scioperavano tanto per intenderci. La capacità di usare il territorio come strumento per l’organizzazione di tutti gli sfruttati, in particolar modo quando i lavoratori erano dispersi è stata la forza di quel modello sindacale. Nel partito operaio italiano le Case del Popolo e le Camere del Lavoro erano legate tra loro, tutti erano parte di questo processo e tutti si riconoscevano in esso, garantiti e non, occupati, artigiani e disoccupati. Quel modello aveva poi una forza che in ambito municipale generava forme di contrattazione sociale che raggiungevano risultati tangibili. Pensate al libro di Valerio Evangelisti dove si racconta di come i braccianti contrattavano il lavoro e la messa in sicurezza degli argini. Una suggestione questa che andrebbe ripresa per quanto riguarda il tema della messa in sicurezza del territorio come grande opera contro la disoccupazione. Il sindacato che verrà o avrà nella sua anima la dimensione del mutuo soccorso come strumento di difesa collettiva oppure diventerà un patronato il cui scopo principale sarà più quello di difendere la sua struttura burocratica invece che le classi popolari. In ambito metropolitano questo è un tema da aprire con una certa urgenza misurandoci con la complessità della nuova composizione di classe che attraversa la città e le sue contraddizioni.

Infine vorremmo evidenziare la preoccupazione che aleggia su molti compagni. A metà degli anni ’90, la stragrande maggioranza del movimento dei centri sociali si sbragò nell’accettazione dell’allora nascente settore no profit come possibile economia “fuori mercato”, capace di produrre servizi e reddito sganciati dal lavoro salariato. I fatti ci dicono che fu un tragico inganno e che il terzo settore – o no profit – è stata una clava contro il welfare universale che ha spianato la strada alla privatizzazione/esternalizzazione dei servizi sociali. Non c’è il rischio che il mutualismo per l’organizzazione e gestione di servizi popolari di resistenza e sussistenza possa sembrare una capitolazione verso lo smantellamento del welfare?

Si certo, è un rischio concreto che deve servirci come monito collettivo, ma al tempo stesso anche un campo di lotta di classe nel quale ricomporre il blocco sociale. Noi a differenza dell’800 ci muoviamo su un terreno inverso, allora le classi popolari non avevano nulla, e si sono inventate il mutuo soccorso come generatore di risposte alla condizione di miseria dei proletari. Poi è arrivato Bismarck, lo STATO sociale, la socialdemocrazia che si modella sulla presa del potere e diventa essa stessa parte dello stato, ed infine il welfare europeo dentro la cornice delle Costituzioni nate dalla resistenza. Noi siamo nella parte discendente di questo capitolo della storia, a noi il welfare ce lo stanno cancellando mentre le prime forme di mutuo soccorso non avevano nulla e se lo costruivano da sole. Questo vuol dire che noi dobbiamo difendere i diritti sociali e la Costituzione con le forme di mutualità e non usarle per privatizzare come accaduto negli anni '90, ma vuol dire anche che noi dobbiamo porci il tema di come difendere le condizioni di tutto il nostro blocco sociale concretamente e con quali istituzioni e strumenti farlo. Dobbiamo in poche parole costruire una piattaforma di lotte e pratiche che difenda i “nostri” su tutti i livelli. Sia sul terreno istituzionale che su quello del mutualismo, il che vuol dire come concretamente possiamo aiutare uno sfrattato, un clandestino, un operaio in cassa integrazione, una piccola partita iva o una persona che non ha i soldi per il dentista. Per questo, se da un lato il terreno del mutuo soccorso deve essere legato dai processi di controllo popolare, ovvero dalla lotta di classe intesa come processo per difendere e rendere trasparenti i servizi pubblici, dall’altro occorre giocarsi la partita sul terreno della costruzione della nostra organizzazione di difesa economica, ovvero una organizzazione strutturata ed efficace di mutuo soccorso popolare fortemente territorializzata. “Se lo stato non lo fa lo facciamo noi, ma se lo facciamo noi perché non lo fa lo stato?” questa secondo me è la retorica che dobbiamo sviluppare, le pratiche di mutuo soccorso devono servire per rafforzare le vertenze non per indebolirle, ma devono servire anche a se stesse per resistere, per costruire il potere popolare. Dobbiamo essere “dinamici” rispetto a questa fase, sapere che anche quando difendiamo lo Stato sociale ci può essere il rischio che su questo terreno di lotta si aprono processi di welfare etnico che usano la cittadinanza come un muro per dividere la classe, o che nelle pratiche di mutualismo ci sia il rischio di processi di mercato o altre derive. L’unico modo per evitare tutto questo è avere principi e valori chiari, e come dicevo prima un metodo organizzativo condiviso. Oggi vedo una nuova generazione di militanti che può giocarsi questa partita, camminiamo al loro fianco e diamogli fiducia. Il mutualismo è l’opposto di quello che abbiamo fatto come sinistra in questi decenni, ci permette di fuggire dal cretinismo parlamentare e di avere una nuova generazione di militanti che si seleziona e si legittima nelle pratiche invece che dandosi coltellate nei congressi di partito, non penso sia una cosa di poco conto.

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13/04/2018

Arretramento storico e paura della politica

di Franco Astengo

Contributo per il Forum: “Come si organizzano i comunisti nel 21° secolo”

Care compagne e cari compagni in occasione del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti sul tema “Come si organizzano i comunisti nel 21° secolo” mi permetto inviarvi, come contributo personale, questo stringato intervento attraverso il quale ho cercato di affrontare alcune questioni di carattere esclusivamente teorico, esulando però dal tema organizzativo.

E’ necessario ricordare, in premessa, che la sinistra d’alternativa all’interno della cui lista (“Potere al Popolo”) si sono schierati i comunisti è risultata elettoralmente ai propri minimi storici e come sia necessario confrontare con grande attenzione il dato elettorale e la capacità di presenza e radicamento sociale.

Nelle varie proposte che da varie parti (ad esempio l’intervento di Guido Liguori pubblicato dal Manifesto il 6 aprile scorso) fin qui sono state avanzate sul tema, come quelle riguardanti il rifiuto di una soggettività politica organizzata e nell’evoluzione verso una non meglio precisata “rete di democrazia di base” (che si presume accolga l’idea della cosiddetta “democrazia diretta” mutuata, è bene ricordarlo, da quella che è stata definita “antipolitica”), si coglie tutta la sostanza dell’arretramento storico che abbiamo patito nel corso degli ultimi 25 anni (Rossanda nella sua intervista pubblicata il 5 aprile sul Manifesto ritorna come punto di partenza allo scioglimento del PCI) e la conseguente “paura della politica” che ne è derivata.

Tutte belle le proposte di mutualità, ambulatori, volontariato vario: ma è necessario riprendere a capire che questa situazione sociale e politica ha bisogno di un’opposizione che mi permetto ancora una volta di definire come “sistemica” e non soltanto di buonistici buoni esempi.

Il riferimento di queste note è stato quindi rivolto esclusivamente al piano più direttamente politico e, sotto quest’aspetto, appare del tutto obbligata l’esigenza di costruire adeguati livelli di quella che appunto ho appena definito come “opposizione sistemica”.

Si tratta di una necessità ineludibile, quella di produrre socialmente e politicamente sia pure in dimensioni numeriche ancora molto limitate proprio un’intransigente (e con questo termine comprendiamo tante questioni inclusa quella istituzionale – elettorale) opposizione.

Emerge, in questa situazione, proprio al fine di rendere almeno visibile, praticabile, condivisibile da più soggetti, la necessità di una prospettiva progettuale dell’opposizione che, però, non potrà che essere elaborata, affinata, messa in campo da una nuova soggettività politica che abbia la capacità di innovare davvero quel che serve della tradizione della sinistra e delle organizzazioni del movimento operaio.

Un soggetto dell’opposizione che risulti insieme autonomo ed egemone rispetto all’articolata (e anche contraddittoria per certi versi) area sociale e politica di riferimento.

Sarebbe necessario, secondo la visione derivante appunto dai più opportuni riferimenti storici, costruire e organizzare un partito politico: perché soltanto un partito politico, per quanto possiamo conoscere e immaginare dal punto di vista dell’organizzazione, può svolgere le funzioni necessitate dall’impostazione di un discorso che non risulti – appunto – di coscienza esterna o di puro riflesso della realtà del movimento.

Qui casca l’asino, o meglio, entra in campo la “paura della politica”.

Pur tuttavia proprio l’analisi della drammatica situazione in cui stiamo vivendo e la necessità d’iniziativa politica che essa richiede ci obbliga, se intendiamo muoverci sul terreno dell’onestà intellettuale, ad affrontare proprio il tema del partito, avanzando in questo senso alcuni elementi di riflessione, posti per ora sul piano più propriamente teorico.

Appare pura illusione pensare che la crisi stessa, assumendo sempre più il carattere di recessione, impoverimento, repressione aperta produca un meccanismo spontaneo anche nella forma di una radicalizzazione e generalizzazione della rivolta (anche su questo punto alcuni passaggi della citata intervista a Rossanda andrebbero ripresi e sviluppati).

Si rileva una sempre più crescente incongruenza tra i bisogni, oggettivamente anticapitalistici, che esprimono strati sociali numerosi e larghi e i “mezzi” disponibili anche soltanto per avanzare (appunto nella forma dell’opposizione) un livello accettabile di rivendicazioni complessive. E’ stato in questo cuneo, tanto per restare al “caso italiano”, che si è infilato – per una parte del suo modo d’essere – il M5S occupando spazi al riguardo dei quali oggi svilupperà alla fine una vera e propria azione di rigetto restituendoli forse al limbo della marginalità.

Questa contraddizione si è verificata perché in effetti, come mai nel passato, tutto quanto socialmente esiste, tutto l’arco delle forze produttive (scienza, tecnica, impianti, consuetudini, istituzioni, modelli di consumo, schemi morali e quant’altro) porta il segno del sistema, è stato creato in modo da funzionare secondo le sue leggi, e dunque – come abbiamo già visto – per ordinarsi ad altre finalità, alla soddisfazione di altri bisogni e, di conseguenza, il soggetto della proposta di alternativa a tutto ciò deve essere ripensato e ricostruito da capo.

In questo senso può valere ancora la citazione leninista circa il maggior bisogno della mediazione della coscienza, del progetto, dell’azione consapevole, organizzata, di lungo periodo, della tensione ideale verso una società che si vuol costruire. In questo senso lo “spontaneismo” si dimostra l’errore più grave e fatale.

Non si può superare lo spontaneismo sul serio dicendo che ci vuole un po’ di organizzazione e che anche la teoria ha la sua importanza; occorre vedere su che cosa può reggere tale organizzazione, su cosa può nascere tale teoria; se, non solo un riflesso di una presunta volontà di lotta, uno strumento di efficienza, una traduzione verbale di ciò che già nel movimento, sia pure in forma ridotta, esiste almeno per questa fase, ma un elemento specifico attivo che nasce da una contraddizione della realtà e la media.

La lotta di massa, fin che esiste una società di classe (ed è questo il dato culturale che dobbiamo reintrodurre nel dibattito e nella concretezza dell’azione politica quotidiana) non può produrre un’evoluzione teorica continua, ma una serie successive di rotture e di sistemi teorici, non può fare a meno di una propria “istituzione”, né controllarla pienamente, ma deve contestarla e ricostruirla. Il processo di costituzione della classe in partito è segnato dalla formazione e dalla distruzione di una serie di partiti e di una serie di sistemi teorici, tanto più che la fase ha svoltato adesso bruscamente e il rapporto tra l’insieme articolato delle classi subalterne e ciò che idealmente e socialmente il capitalismo non è stato in grado di assorbire si ripresenta continuamente trasformato.

Dobbiamo operare con molta lucidità sapendo che per molto tempo non avremo la forza, la caratterizzazione teorica, i legami sociali necessari.

Questo senso del limite ci consentirà anche di affrontare in modo costruttivo i nodi politici non sciolti, impedendoci di ritagliarci uno spazio politico tradizionale.

Su queste basi si può ancora pensare alla necessità di portare avanti un discorso di soggettività politica fondata sulla rappresentanza e sull’espressione dei soggetti portatori di contraddizioni sociali concrete e, di conseguenza, sviluppare l’opposizione ai livelli di sistema e di progettualità radicalmente alternativa com’è necessario (e urgente).

Attorno a questi punti si ritrova la necessità di una presenza dei comunisti che si collochi all’altezza della complessità di contraddizioni che segnano la realtà soprattutto attorno a due punti: il ritorno della possibilità di guerra globale sulla scena della storia e l’allargamento ben oltre la “frattura principale” della condizione di sfruttamento e di coercizione di classe quale caratteristica portante dell’attuale gestione del ciclo capitalistico.

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18/02/2018

Mélenchon: “Se fossi italiano non avrei dubbi: voterei Potere al Popolo!”

Il 15 febbraio, Jean-Luc Mélenchon, leader di La France Insoumise, partito che ha collezionato il 20% dei voti alle ultime elezioni presidenziali in Francia, ha visitato l’ex Opg Je so’ pazzo di Napoli. Mélenchon ha riservato grandissima attenzione alle attività sociali che ogni giorno animano gli spazi dell’ex ospedale psichiatrico. Ha parlato con i migranti dello sportello legale, con gli insegnanti della scuola di italiano e soprattutto con i medici dell’ambulatorio popolare. La France Insoumise sta infatti sperimentando un’esperienza simile a Marsiglia, e Mélenchon si è detto felice di avviare uno scambio di esperienze e competenze con i medici volontari napoletani. Presente all’incontro anche una delegazione di medici volontari dell’ambulatorio marsigliese. “Abbiamo molto da imparare dal vostro ambulatorio e, in generale dalle vostre attività solidali e mutualistiche. Grazie per quello che fate”.


Durante la conferenza stampa, Mélenchon ha dichiarato profondo interesse e deciso sostegno a Potere al Popolo: “Non è importante il risultato che verrà fuori dalle urne, l’importante è avere ragione. E noi tutti sappiamo che dare potere al popolo vuol dire avere ragione, essere dalla parte giusta. Condurre questa battaglia sul piano europeo è l’obiettivo minimo che possiamo darci. Di fronte alla barbarie nella quale la crisi ha preteso di gettarci, abbiamo la necessità di rispondere con un fronte ampio, che unisca tutti coloro che hanno subito in tutta Europa, da ormai un decennio, le politiche di austerity. Il primo passo è ricostruire legami di solidarietà. Ci hanno insegnato, di fronte al bisogno, a ritrarre la mano piuttosto che porgere aiuto. Ci vorrebbero indifferenti, isolati. Il sud dell’Europa, che è l’area nella quale la crisi ha colpito con maggior violenza, deve finalmente rendersi protagonista di questo cambiamento. E l’Italia non può rinunciare a ricoprire un ruolo di primo piano in questo processo. La nascita di Potere al Popolo! segnala che stiamo andando nella direzione giusta”.

Viola Carofalo, capo politico e portavoce nazionale di Potere al Popolo! – “Abbiamo parlato di come sia diventato sempre più difficile accedere anche a servizi essenziali e che dovrebbero essere garantiti. La salute, la scuola, i trasporti. Abbiamo parlato di quanto chi lavora stia vedendo peggiorare di giorno in giorno le proprie condizioni di vita, in molti casi vedendo minacciata la propria stessa esistenza. Il livello del nostro intervento contro questo stato di cose deve porsi necessariamente su tre piani: un piano locale, un piano nazionale e uno europeo. Lavorare su uno solo di questi tre piani renderebbe la nostra azione inefficace. Soltanto se interveniamo su tutti e tre questi livelli possiamo effettivamente cambiare le cose, cambiarle in modo orizzontale, partendo sempre dal basso. Dare voce a chi non ha voce. Questo è il nostro compito. Abbiamo cominciato a farlo a Napoli con l’esperienza dell’ex Opg, abbiamo lanciato la sfida a livello italiano con Potere al Popolo, intendiamo costruire legami di resistenza che attraversino i nostri confini e si leghino alle esperienze simili alla nostra che lottano negli altri Paesi europei”.

Ed ecco come Mélenchon ha raccontato ai francesi il suo incontro con Potere al Popolo a Napoli.


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