Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/05/2020

Quando l’Italia divorziò dalla DC


Del 13 maggio 1974 ho un ricordo stupendo e indelebile. I seggi si erano chiusi alle 14, e nel tardo pomeriggio ci trovammo, eravamo davvero tanti compagni e compagne, nel parco adiacente la Palazzina Liberty occupata dal collettivo La comune di Dario Fo e Franca Rame.

Dario Fo, al microfono, rilanciava i numeri dei voti trasmessi dalla radio, alternandoli a battute satiriche su Fanfani e Almirante. A ogni dato favorevole al NO, erano urla di gioia, salti, abbracci, mentre quando i SI prevalevano in alcune città, erano boati di disapprovazione e di rabbia.

Quando però, verso le 23, fu chiaro che ormai il NO aveva vinto, e largamente, cominciò la grande festa. Un fiume umano imboccò Corso XXII marzo sino a Piazza del Duomo e poi la galleria Vittorio Emanuele, Piazza della Scala... tutto il centro di Milano era zeppo di persone in festa.

I compagni e le compagne erano impazziti di gioia, si abbracciavano, si baciavano, si congratulavano per la vittoria, urlavano sfottò a Fanfani e a Gabrio Lombardi, presidente del Comitato per il SI.

Qualche compagno, a rischio di rompersi le ossa, si arrampicava sui lampioni della luce per staccare gli striscioni democristiani stesi tra i lati delle strade. Nessuno voleva tornare a casa, in quella bella, calda notte di maggio e la festa continuò sino all’alba.

Per la prima volta dalla Liberazione la Democrazia Cristiana era stata sconfitta.

Il 12 e 13 maggio 1974 si tenne il primo referendum abrogativo della storia repubblicana. In discussione era l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, approvata dalla Camera il primo dicembre 1970. L’iter parlamentare della legge fu abbastanza rapido, poiché il deputato socialista Loris Fortuna aveva depositato il progetto di cui era promotore durante la prima seduta della nuova camera dei deputati il 5 giugno 1968.

Tale progetto era firmato da un nutrito gruppo di deputati dei partiti di sinistra, PSI, PCI e PSIUP e fu in seguito unificato con un’analoga proposta di un gruppo di liberali, primo firmatario Antonio Baslini.

La seduta del 5 giugno 1968 vide tra l’altro l’elezione a presidente della camera di Sandro Pertini, la presentazione da parte di Pietro Ingrao della proposta di voto ai diciottenni, e la riproposizione della formazione di una commissione d’inchiesta sull’emigrazione, già avanzata nel 1964, firmata dall’on. Luzzatto e da altri esponenti del PSIUP. L’Italia era ancora un paese con milioni di emigranti.

La relativa rapidità dell’iter parlamentare non significa che la legge non fosse stata contrastata, La sua approvazione avvenne infatti alle cinque del mattino, al termine di una seduta protrattasi 19 ore. Votarono a favore 319 deputati contro 286. Anche al Senato la maggioranza non fu ampia; 319 si e 286 no. L’alta presenza in aula, inoltre, testimonia l’asprezza dello scontro sulla legge a cui si opponevano tenacemente la DC e i neofascisti del MSI.

Prima d’allora, il tema del divorzio era arrivato in Parlamento dodici volte, ma senza successo. Già nel 1902 il governo Zanardelli aveva presentato una proposta di legge che prevedeva il divorzio in caso di sevizie, condanne gravi e adulterio che ottenne solo tredici voti favorevoli su quattrocento.

Dopo il fascismo, il socialista Luigi Renato Sansone propose nel 1954 e poi nel 1958 una sorta di “piccolo divorzio” limitato ad alcuni casi gravi, ma la legge non fu nemmeno discussa. Anche in sede di Costituente, peraltro, non era stato facile far accettare alla DC che nell’art. 29 delle Costituzione il matrimonio non fosse indicato come indissolubile.

La DC, attraverso l’impegno di esponenti cattolici a lei legati, come l’ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, il filosofo Augusto Del Noce, il giurista Gabrio Lombardi, formò un Comitato nazionale per il referendum sul divorzio che, entro il giugno 1971, raccolse ben 1.370.134 firme in calce alla proposta.

Un numero di firme così alto fece credere ai promotori che la vittoria fosse certa. Ma le cose non andarono in quel modo, il 12 e 13 maggio 1974 il 59,26% degli italiani votò NO all’abrogazione del divorzio.

Guardando alla distribuzione regionale dei voti, in tutto il centro-nord tranne che in Veneto e in Trentino prevalse il NO mentre il SI vinse in Molise, Puglia, Basilicata, Campania e Calabria. Molto significativa la vittoria dei NO in Sicilia e in Sardegna, a testimonianza dello sgretolarsi di poteri atavici, soprattutto grazie all’impegno delle donne.

Nell’analisi dei dati regionali, peraltro, va considerata anche l’immigrazione interna, che aveva portato molti giovani lavoratori del sud nelle regioni settentrionali, in cui erano spesso diventati punto di forza delle lotte operaie, nelle quali avevano maturato concezioni avanzate anche su temi come la famiglia,

La vittoria del NO era il segno di un’Italia che cambiava. Il '68 aveva portato con sé una nuova visione dei rapporti familiari, il rifiuto dell’autoritarismo familistico e patriarcale, che andava di pari passo alla contestazione dei rapporti autoritari sui luoghi di lavoro e nella scuola. Era nata anche una nuova visione dei rapporti tra i generi.

Tutto ciò, va ricordato, era associato ai veri e propri drammi vissuti da centinaia di migliaia di coppie “irregolari” che vivevano situazioni di semiclandestinità. Il reato di adulterio, che penalizzava quasi sempre le donne, era stato cancellato solo nel 1968.

La totale riconsiderazione dei rapporti familiari e tra i sessi portata dal divorzio fu anche una leva importante per la messa in discussione dell’arcaico istituto del “delitto d’onore”, cioè la forte riduzione di pena a cui aveva diritto chi uccidesse il coniuge – che poi era in pratica sempre la coniuge – ma anche la sorella o la figlia che avessero disonorato la famiglia allacciando una “illegittima relazione carnale”. Insomma, un diritto di proprietà, con possibilità di decidere vita o morte, sulle donne della famiglia.

L’articolo 587 del Codice penale ereditato dal fascismo, relativo a questo obbrobrio giuridico, fu sempre meno applicato nei tribunali dopo l’approvazione del divorzio, del nuovo diritto di famiglia del 1975 e della legge 194 sull’aborto, sino alla sua cancellazione avvenuta nel 1981.

Una delle motivazioni contro il divorzio, portate in parlamento dalla deputata democristiana Maria Eletta Martini, relatrice di minoranza, fu quella che le donne erano economicamente più fragili e che la possibilità del divorzio le avrebbe messe in grande difficoltà.

Anche questa argomentazione, nella sua verità, fu ribaltata dal movimento delle donne. Non era giusto continuare ad accettare le catene perché si era deboli, piuttosto era necessario cambiare le condizioni e i salari nel mondo del lavoro, verso l’eguaglianza tra uomini e donne.

Il referendum del 12 maggio 1974 scosse profondamente i rapporti tra i sessi, verso la parità in famiglia e sul lavoro, e questo non può essere considerato solo un fatto di diritti civili, bensì di lotta di classe, visto che sin dagli scritti di Marx tale contraddizione ne è considerata uno dei terreni fondamentali

Più in generale credo sia sbagliato ciò che si è letto molte volte, vale a dire che la vittoria nel referendum del 12 maggio 1974 abbia costituito un avanzamento sul piano dei diritti civili, che non trovò altrettanto riscontro sul terreno sociale. Fatto salvo che negli anni settanta questa distinzione non era pertinente, il referendum sul divorzio deve essere inquadrato in un decennio in cui i due piani correvano, come è giusto, paralleli. Quindi, in quella battaglia, si affermarono diritti sociali ed egualmente civili come è per esempio la parità tra uomo e donna in famiglia e sul lavoro.

Gli anni settanta non furono, come molti tendono oggi a narrarli, anni “di piombo” bensì anni di grandi conquiste dei lavoratori e del movimento popolare sull’onda dei forti movimenti studenteschi e in seguito operai del 1968 e 1969, seguiti poi dal movimento del '77. Movimenti che avevano veramente messo alle corde la borghesia italiana, che, stretta dall’alleanza tra movimento operaio e studentesco e dallo schierarsi con loro della piccola borghesia impiegatizia, aveva dovuto arretrare su molte e importanti questioni.

Nel 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori, una legge certamente di mediazione politico-sindacale, non completamente soddisfacente (tanto che PCI e PSIUP si astennero dall’approvarla) ma che sancì comunque una serie di diritti importanti, contenendo per esempio il famoso articolo 18 diventato uno dei grandi punti di battaglia politica degli ultimi venti anni. Inoltre in quella legge fu riconosciuto il diritto all’istruzione per i lavoratori, con l’istituzione delle 150 ore, una conquista che usciva dal semplice terreno della lotta sindacale in fabbrica, per porsi su quello più generale dei diritti sociopolitici.

Inoltre, gli anni settanta furono costellati da molte altre lotte e conquiste, come le battaglie sulla questione della salute in fabbrica, ancora oggi tanto attuali, che trovarono in quel decennio la loro nascita. Il movimento operaio usciva dalla semplice rivendicazione salariale o sull’orario di lavoro per affrontare questioni più generali, come la salute oppure la casa. Si poneva così la questione della gestione e delle regole della società nel suo complesso.

La lotta sui temi della salute trovò un approdo significativo nell’istituzione, nel dicembre del 1978, del Sistema Sanitario Nazionale, in seguito purtroppo regionalizzato, ed entrato in collaborazione con il privato, con le conseguenze di cui oggi ci rendiamo conto. Pochi mesi prima, la cosiddetta “Legge Basaglia” aveva chiuso i manicomi, incubo non solo sanitario, ma anche politico, perché luoghi di repressione di comportamenti non accettati nella società borghese.

Intanto, nel maggio del 1978, era stata approvata anche la legge sull’aborto. Una legge non esente da limiti quale l’obiezione di coscienza concessa ai medici, ma che affermò il principio generale della gravidanza come scelta esclusiva della donna. Un passo avanti decisivo a cui in seguito la DC si oppose con un altro referendum tenuto nel 1981 che la portò alla seconda bruciante sconfitta referendaria.

Il segretario della DC, Fanfani, aveva previsto già durante la campagna referendaria del 1974 i possibili effetti a cascata di una vittoria del NO quando aveva affermato: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!”

Il referendum del 1974 portò con sé anche una definitiva scomposizione del mondo cattolico, di cui la DC perse il monopolio della rappresentanza Se già dal 1968 i fermenti di rottura dei cattolici progressisti con la DC erano evidenti (lo testimonia, per esempio, la costituzione, anche se non fortunata, del Movimento Politico dei Lavoratori di Livio Labor) il referendum sul divorzio ne fu la sanzione.

Infatti, se Comunione e Liberazione fu attivissima per il SI, molti altri cattolici come Pietro Scoppola, Pierre Carniti, Raniero La Valle e Adriana Zarri rifiutarono di sottomettersi alle gerarchie ecclesiastiche. Il caso più eclatante fu quello di don Giovanni Franzoni, abate della Basilica Ostiense, sospeso a divinis per avere preso posizione pubblica a favore del divorzio. A Venezia, il Patriarca Albino Luciani, futuro papa, sciolse la FUCI, associazione degli universitari cattolici, che si era dichiarata a favore del divorzio.

Tutto ciò servì a chiarire che la DC non era più, se mai lo era stata, rappresentante di tutti i cattolici. Una realtà che purtroppo il PCI, come sappiamo, sottovalutava nella sua costante ricerca di mediazione con la DC.

La distorsione della visione gramsciana dei rapporti tra comunisti e cattolici ha caratterizzato il PCI nel dopoguerra sino alla teorizzazione del compromesso storico. Relativamente al tema di cui ci occupiamo, il PCI non aveva compreso nemmeno il valore e l’importanza del movimento del '68 e la sua forza dirompente sull’assetto dei rapporti tradizionali e autoritari nella società e anche all’interno della famiglia.

Il referendum del maggio 1974 deve quindi essere ricordato come una tappa di una lunga serie di lotte che costellarono oltre un decennio di storia italiana cambiandone profondamente molti aspetti politici e sociali e anche come un momento decisivo della crisi dell’egemonia democristiana in Italia.

Fonte

17/09/2018

L’implacabile follia del Pillon

Tutti ipnotizzati dalle cazzate di Salvini sui migranti (mentre si mette d’accordo col Berluska per monopolizzare ancora meglio l’informazione), si rischia di non considerare importanti altri “atti di governo” che puntano apertamente a cambiare in peggio la vita di tutti.

E’ arrivato in Senato una settimana fa un disegno di legge presentato dal leghista neocatecumenale Simone Pillon (il refuso è sempre in agguato...) che punta a riscrivere la legge del 2006 sull’affido condiviso dei figli dopo separazioni e divorzi.

La legge esistente, in effetti, ha mostrato in dodici anni parecchi limiti, ha creato molte situazioni insostenibili (quasi sempre a danno dei padri), e da molti punti di vista si rende necessaria una sua revisione.

Come ogni reazionario autentico, il Pillon coglie l’esigenza di revisione per proporre uno schema che, nei fatti, mira a scoraggiare la richiesta di divorzio da parte delle donne. Non che da un tizio capace di dire “Obbligheremo le donne a partorire. Vorrei il matrimonio indissolubile e abrogherei le unioni civili” ci si potesse aspettare qualcosa di diverso, ma quando si passa dalle chiacchiere tra avvinazzati all’osteria alle proposte di legge... è meglio attrezzarsi alla battaglia.

L’“ispirazione ideologica”, diciamo così, del testo è il principio della “bigenitorialità perfetta”. Che, come tutte le cose perfette, sono belle (e facili) da pensare, impossibili da fare.

Lasciamo la critica dettagliata a una psicologa esperta in separazioni che, con molta pacatezza e grande esperienza, analizza le incongruenze palesi del testo. Evidenziando che, alla fin fine, gli unici a beneficiarne saranno... avvocati specializzati in separazioni, psicologi, mediatori familiari.

Prima di lasciarle la parola, però, è giusto ricordare anche i nomi degli altri parlamentari firmatari del ddl 735: i senatori della Lega Andrea Ostellari, Massimo Candura e Emanuele Pellegrini (tutti maschi, giustamente) e Angela Anna Bruna Piarulli, Grazia D’Angelo, Elvira Lucia Evangelista, Mario Michele Giarrusso e Alessandra Riccardi del Movimento 5 Stelle.

Buona lettura.

***** 

Sul ddl Pillon

Comincia ora la discussione del ddl Pillon, un disegno di legge teso a riformulare le norme della separazione tra coniugi in particolare in presenza di figli. Il disegno di legge prevede alcuni cambiamenti salienti che qui vorrei sintetizzare

– obbligo della mediazione familiare, in presenza degli avvocati di parte per avviare la separazione
– abolizione dell’assegno di mantenimento, con divisione delle spese fatte in base al riscontro delle prove di pagamento
– divisione rigorosa a metà del tempo passato con i figli.
– Un indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà

E nel dettaglio si riscontra:
– cambiamento dell’accordo solo previo accordo della coppia
– nessuna osservazione aggiuntiva o casistica particolare quando i figli in questione dovessero essere molto piccoli, per esempio sotto i tre anni
– nessuna rilevanza rispetto i desideri espressi dai minori
– nessuna possibilità di ricorrere al tribunale di fronte all’inadempienza di un genitore.

Sulla carta, può giustamente sembrare a molti, un notevole passo avanti giuridico. L’attuale diritto di famiglia protegge molto le mogli e le madri, e spesso questa protezione in sede di tribunale diventa l’arma con cui ex partner vengono messi in grave difficoltà economica, in primo luogo, ma anche spesso resi protagonisti di vicende familiari in cui sono loro malgrado, allontanati dai figli. Oggi davvero molti padri, hanno un sincero desiderio di passare più tempo con i propri figli, e un sincero desiderio di sorvegliarne la crescita e sono davvero tante le vicende amare per cui ci sono uomini allontanati dalla famiglia perché le ex compagne fanno in modo che i figli non vogliano incontrarli.

Inoltre, quando le associazioni di padri separati sottolineano l’enorme onere economico a cui vanno incontro, denunciano il vero specie se si pensa alla questione dell’assegnazione della casa, che viene stabilita in base a quale genitore vivrà con il figlio, per cui può accadere che un padre, titolare di una casa di proprietà ne perda completamente la titolarità e si trovi a dover pagare un affitto e anche un assegno con degli alimenti. Per molte persone è davvero oneroso e complicato.

Non è tema di questo post, ma una correzione della legge attualmente in vigore che allevi la situazione del genitore a cui non è assegnata la casa – stabilendo un indennizzo, risarcendolo con delle esenzioni fiscali? sono ipotesi – potrebbe essere una cosa intelligente, così come aiutare questi nuovi padri ad essere tutelati nel loro voler essere più presenti nella vita dei figli – per esempio alzando l’asticella del minimo di cura necessario.

Da psicologa, per me, per esempio: l’attuale giorno a settimana più i due fine settimana al mese sono davvero troppo pochi. Almeno un altro giorno infrasettimanale, sarebbe una cosa auspicabile per il benessere dei bambini. La famiglia cambia, i padri cambiano, ed è giusto che cambi la legge che ne regolamenta la vita quotidiana. Ma sono blande ipotesi – ci sarebbe molto da fermarsi e pensare.

Tuttavia, questo ddl rappresenta la risposta mal strutturata e peggiorativa di una domanda anche lecita, e lascia basiti, al di là del banale conflitto di interessi, considerare il fatto che a proporlo è un professionista – il presidente di un’associazione di mediazione familiare – che dovrebbe avere (si presuppone, evidentemente a torto) qualche rudimento di esperienza materiale in fatto di separazioni.

Lascia basiti perché per gli addetti ai lavori, che siano mediatori, che siano avvocati, che siano psicologi, constatano che per come è scritto questo ddl

1. Incrementa la conflittualità genitoriale, dilatandola e procurando alla coppia una moltiplicazione di occasioni di lite

2. Lede gravemente, davvero gravemente, gli interessi dei bambini.

3. E’ particolarmente delirante nei casi in cui ci sia violenza di genere, per la diffidenza che mostra verso le denunce in questo ambito, e i poveri bambini siano vittime di violenza reale o assistita.

Vediamo i singoli punti.

La conflittualità genitoriale è molto aumentata dalla perdita dell’assegno di mantenimento. L’assegno di mantenimento è magari un accordo difficile da digerire, ma almeno impone alle parti in causa di risolvere la questione una volta per tutte, e poi di riuscire in qualche modo a organizzarsi nelle proprie vite separate. L’idea che le spese debbano essere continuamente riconteggiate e divise al millimetro, mi pare che ridia ai membri della coppia continue occasioni di dissenso, piattaforme simboliche su cui di volta in volta rimettere in campo disagi emotivi. Perché, come capita di constatare nelle liti in tema di eredità, le persone per i soldi si dilaniano, ma non per il luogo comune dell’avidità e che tutti sono brutti e cattivi, ma perché sui soldi simbolicamente si mette in campo una proiezione affettiva, sono i sostituti di primo grado da un punto di vista simbolico dell’amore, della relazione, che piaccia o meno. Sono la moneta vicaria dell’essere con. Ed è semplicemente delirante mettere dei genitori nella posizione di stare a rinegoziare la fine del loro affetto e il loro voler bene ai figli a ogni scontrino fiscale.

Ugualmente, anche partire dalla teoria del figlio diviso a metà per tempi e spazi, ripropone continue situazioni di conflitto, specie considerando l’attuale organizzazione economica e sociale delle coppie. Davvero all’atto pratico i padri italiani riusciranno a reggere tutti, questi ritmi? E quando non riuscissero e delegassero a oltranza o chiedessero al partner di riprendersi la prole è sicuro che questo non creerebbe disagio? E ancora liti?

Questo ddl riguarda gli uomini e le donne, in un momento di vita tra i peggiori e i più dolorosi, un momento di vita che li rende ammalati: ossia in difficoltà, conflittuali, intolleranti, spesso magari non sempre, ma spesso, al peggio di se. La separazione è non di rado una sorta di adolescenza cattiva, dove tutti protestano tutti piangono tutti si trovano in un cambiamento che non avrebbero voluto.

Pensato in questo modo, le parti sono incoraggiate a rimanere in questo stato di aggressione permanente, con mille quotidiane occasioni di risentimento. E’ una separazione cioè, che non sembra pensata da un mediatore familiare. Da uno che deve aiutare le persone a separarsi e a negoziare. Nella realtà materiale della vita quotidiana.

La disattenzione verso i minori è scandalosa e per me criminale. E mi pare che si esprima su più livelli.

Il primo è il mancato assegno per la parte, di solito la madre, che ha i figli a carico e che non dovesse lavorare. Io capisco che i temi delle donne non sono prioritari per gli estensori di questo decreto, ma se siamo in un paese con una bassa occupazione femminile, e che ostacola in vari modi il lavoro delle madri, come si può sperare che la madre separata lavori? La verità è che siccome Pillon è un neocatecumenale reazionario, la posizione mentale è quella di dire: donna hai voluto la bicicletta? (dell’emancipazione? Della separazione) ora pedala, anche se magari la bicicletta, nell’eventuale contingenza, ossia la separazione l’ha voluta il partner, oppure è l’esito dell’aggressione alla coppia da parte del partner per esempio – per un tradimento. In ogni caso, una madre che non ha mai lavorato e che ora dovesse trovare il modo di lavorare – a cinquant’anni? sessanta? – si troverebbe in una grave difficoltà materiale e quindi psicologica, e questa difficoltà psicologica, potrebbe ricadere piuttosto o gravemente sui bambini. E naturalmente sull’ex partner medesimo. Un’evenienza questa, in un paese con un bassissimo tasso di occupazione femminile, tutt’altro che scontata.

Il secondo per me riguarda l’assoluta indifferenza alla qualità della vita dei figli. L’importanza che vivano in un contesto di riferimento, continuativo e rassicurante. Io ho serie perplessità che cambiar casa ogni dieci giorni specie quando per questioni di forza maggiore la casa del partner è molto lontana da quella dove il figlio è cresciuto e ha costruito la sua quotidianità, sia una cosa buona per i bambini. Può forse andar bene se le case degli ex coniugi sono molto vicine, ma soprattutto nelle grandi città mi pare raro che succeda.

Il terzo motivo, è il mancato riferimento all’età del bambino. Se l’idea che un minore sia affidato fifty fifty in generale mi suscita qualche perplessità, ma non faccio fatica a escludere coppie armoniose che riescano a risolvere la cosa per il meglio, se penso al minore di tre anni, un bambino di pochi mesi, un bambino di un anno magari ancora in allattamento, tolto alla madre, mi sale proprio una preoccupazione indigeribile, mi pare che si faccia un torto al minore gravissimo. Un bambino di meno di un anno separato dalla madre ogni due settimane????

Non credo che ci sia molto da dire.

Il quarto motivo, riguarda sia la sottesa idea dell’alienazione parentale e la fantasiosa pretesa di risolverla con un atto giuridico sbrigativo, sia il caso terribilmente grave e terribilmente frequente delle separazioni che seguono a violenza sui minori, e violenza verso la madre a cui si trova ad assistere il minore. Infatti l’idea è quella di dividere il tempo dei genitori a prescindere dai desiderata dei figli contesi, perché si parte dall’assunto che se un figlio non vuole vedere uno dei due partner è sempre comunque manipolato.

Questa cosa è già di per se un’aggressione, un dire al futuro cittadino che è un cretino, uno che si fa maneggiare, in caso di figli adolescenti si tratta di un parere secondo me gravemente collusivo con certe patologie che emergono in quell’età. Un ragazzino di sedici anni dice risolutamente di voler stare con la madre, e lo Stato gli dice che lui non conta niente, che non ha un parere da prendere in considerazione, che crede di avere un’identità ma si sbaglia.

Scusate, sono i semi per un comportamento criminale serviti sul piatto d’argento. Se il minore ha una qualche psicopatologia pregressa, una difficoltà scolastica, una bocciatura alle spalle, un problema di immissione nel mondo degli adulti, obbligato contro la sua volontà ad andare dal padre per gruppi di quindici giorni, è proprio pronto per la deriva sociale.

Questo perché se consideriamo davvero, per esempio, tutte le ricerche che sono state fatte da psicologi rigorosi, e attenti, dovremmo sapere che la PAS come costrutto esiste pure, ma non è una manipolazione che si fonda su una mera suggestione e giochi di potere, ma che si basa sull’orchestra di meccanismi difensivi che si intrecciano a emozioni reali, necessità psichiche profonde, riflessioni e osservazioni che il minore fa sul piano di realtà, e non possono essere criminalmente cancellate con un colpo di spugna.

Se un figlio desidera proteggere la madre dal dolore che è convinto le abbia inferto il padre, avendola per esempio vista piangere numerose volte, sapendo nel frattempo che il padre ha un’altra relazione, non sarà di certo la dichiarazione astratta di un tribunale che la madre ha una depressione cronica (magari pure causa reale del suo malessere) a fargli cambiare idea e a farlo star bene con suo padre. Il bisogno di farsi difensore di sua madre, ha radici profonde, nell’organizzazione edipica che una separazione conflittuale ha impedito di superare, per quel figlio proteggere la madre è di vitale importanza.

E’ solo uno degli esempi, naturalmente, ma non è che se il tribunale dice, dal nulla, dopo una vita di esperienze ed eventi “guarda sei manipolato”, che il minore dice “ok avete ragione ora sto volentieri con papà”. Il minore, per i mille romanzi familiari che qui non possiamo sintetizzare, ha molteplici motivi possibili per ritenere vitale per sé, gravemente vitale, proteggere la madre, o comunque il genitore alienante. E se si crede di farla facile, beh noi psicologi, noi che lavoriamo coi servizi sociali, le case famiglia, insomma, noi ci ingrassiamo, il lavoro aumenta, l’infelicità si moltiplica.

Naturalmente ancora più criminale è la casistica, malamente contemplata dal ddl, delle famiglie abusanti. Il ddl prevede la casistica delle famiglie abusanti, ma in una distorsione ideologica parte dall’assunto che le denunce di abuso siano spesso false, e quindi prima che l’eventuale parte lesa sia riconosciuta come tale dovrà affrontare un complesso iter procedurale in termini di ANNI, nel frattempo però l’affido seguirebbe le linee indicate dal disegno.
Per quanto io sia tra i colleghi che più insistono nella necessità di far avere contatti tra figli abusati, vittime di violenza assistita e genitori abusanti, perché purtroppo quello è il genitore, bisogna che ci si faccia i conti e in qualche modo lo si iscriva nella propria storia, il massimo che si possa sperare in certe vicende terribili, e che il padre sia curato serratamente, la coppia familiare pure, che ci sia volontà da tutte le parti in causa, e che i minori siano guidati in una serie di incontri protetti, circoscritti nello spazio e nel tempo e sorvegliati (il tutto, però, bisogna dire: nella consapevolezza della cronicità grave, e della difficoltà di intervento risolutivo con questo campione di pazienti e assistiti) E IL TUTTO PERO’ SUBITO, NON DOPO GLI ANNI VITALI DELLA CRESCITA ESPONENDO IL MINORE A ULTERIORI ABUSI.

Ritenere con questa allucinante e irresponsabile disinvoltura che un bambino a cui un soggetto psichiatrico ha spento le sigarette addosso, che ha frustato con la cinghia, che abbia rotto il braccio di sua madre davanti a lui, che le abbia ficcato un coltello nelle narici (perché cari di queste cose si parla, è bene che si sappia) e via discorrendo, ed eludendo i casi ben più gravi e frequenti, debba andare a casa sua per due settimane al mese, perché le cicatrici se le deve essere inventate causa pas, veramente fa rabbrividire, fa cascare le braccia.

Il pensiero che poi questo disgraziato, non volendoci andare, debba andare in una casa famiglia… siamo proprio nel campo della follia. Ma è più corretto dire dell’incompetenza, per quel che concerne la psichiatria delle coppie violente.

In conclusione io credo che questa proposta di legge, scritta in maniera abborracciata, e frettolosa, al di la della matrice ideologica che la connota, sia tarata su un umano ideale: forse sui film degli anni cinquanta? Forse sui cartoni animati? Forse sulle favole della buona notte? Perché presuppone un idilliaco e vissero tutti felici e contenti in un momento della vita in cui l’umano cade e spesso rischia di rimanere nel suo funzionamento peggiore e più difficoltoso, quando cioè non è per niente conciliante e idilliaco.

Suppone che certi cambiamenti storici e culturali che ci sono stati siano l’esito di un’ondata ideologica e non lo specchio di un cambiamento nell’esistenza materiale di tutti uomini e donne. Non tiene per niente conto delle condizioni in cui vivono le persone, delle aggressioni del quotidiano, della psicologia delle persone e delle persone durante la separazione, dei diritti dei bambini. Occulta con atarassica serenità i problemi spesso insormontabili che si creano in caso di patologie psichiatriche conclamate e marginalità sociale.

E’ una proposta di legge scellerata che dovrebbe essere rifiutata da tutti, uomini, donne, destra, sinistra, cinque stelle o meno. Di cui forse cinicamente, beneficeremmo solo noi professionisti grazie alla moltiplicazione di perizie, percorsi obbligati mediazioni familiari fatte (secondo il decreto di fronte alla presenza di familiari, questo particolare è un ultima prova dell’incompetenza degli estensori: me li vedo i genitori a parlare del conflitto davanti agli avvocati di parte avversa. Tanta sincerità proprio) .

Tanto dolore, problemi che non si risolvono, disperazione, e dunque tanti professionisti chiamati in causa e remunerati. Una moltiplicazione di perizie di parte, di mediazioni familiari, di interventi riparatori, per una legge che non è fatta per gli uomini, ma per gli angeli. Non mi pare che sia giusto verso le famiglie e gli elettori tradire così tanto i bisogni che hanno manifestato.

Fonte