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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/10/2020

Scontro di civiltà, all’amo di Erdogan abboccano tutti

di Alberto Negri

Con la febbre da Covid anche la politica internazionale è entrata in terapia intensiva. Il grafico della febbre si è impennato con il duello verbale tra Macron ed Erdogan, allargandosi all’Europa e a tutto il mondo arabo-musulmano.

La febbre potrebbe passare con un’aspirina se in gioco non ci fossero poste geopolitiche importanti, come il controllo del Mediterraneo, delle rotte del gas e del petrolio, delle influenze dal Nord Africa al Caucaso e gli stessi equilibri appena stabiliti dagli accordi di Abramo, la finta pace del mondo arabo con Israele voluta da Trump e dagli emiri del Golfo.

Erdogan questa volta non ha mosso truppe o mercenari jihadisti come ha fatto in Siria, in Libia e in Nagorno Karabakh ma ha mobilitato l’argomento preferito dalle destre americane, europee e musulmane: lo scontro di civiltà. E siccome – come cantava 40 anni fa Franco Battiato in Up patriots to arms – abbocchiamo sempre all’amo, questa volta il “reiss” turco, Sultano della Nato con missili russi e ambizioni neo-ottomane, ha fatto pesca grossa: nella sua rete sono caduti gli Emirati, il Pakistan, il Marocco, l’Arabia Saudita, l’Iran.

Tutti più o meno solidali, con sfumature assai diverse, con l’attacco di Erdogan alla Francia di Macron, compreso il boicottaggio delle merci transalpine. Poi se costoro non compreranno più da Parigi i caccia Rafale, le navi da guerra e le bombe è ancora tutto da vedere.

Ma è evidente che all’amo dobbiamo abboccare soprattutto noi, l’opinione pubblica, quella occidentale e musulmana, infilata dentro a uno scontro in cui tutti hanno da perdere tranne i padroni del vapore, che annaspano nella crisi dovuta alla pandemia e in quelle economiche-finanziarie, quindi hanno bisogno come non mai di distrarci con un duello rusticano sull’asse Parigi-Ankara e magari su quello ancora più ampio tra cristiani e musulmani.

L’importante è che tutto resti nell’ambito dei supermercati. Il Qatar ha annunciato di avere rinviato sine die la settimana della cultura francese, in Kuwait una catena governativa boicotterà i prodotti francesi, in Giordania nei negozi sono apparsi cartelli con il divieto di vendere prodotti transalpini. E in Turchia naturalmente Erdogan ha invitato la popolazione a non stappare più champagne. Vedete bene che l’affare si ingrossa in dimensioni che fanno dimenticare mascherine, tamponi e terapie intensive.

La realtà è ben diversa. Nessuno chiuderà con gli acquisti di armi provenienti da Stati Uniti ed Europa, nessuno penserà neppure per un momento di fermare le fabbriche che in Turchia producono gli elicotteri d’assalto dell’Agusta che vendiamo anche al Pakistan. Come neppure l’Arabia Saudita annullerà l’intesa con la Francia per la costruzione di due centrali nucleari per un valore di 12 miliardi di euro.

Ma Erdogan ha ottenuto un risultato, forse ben calcolato: la sua propaganda anti-francese e anti-occidentale ha costretto persino i suoi nemici come emiratini e sauditi a schierarsi con lui nella «difesa» del mondo musulmano.

Ma Erdogan non è un «mostro». È soltanto un abile manipolatore che gli stessi europei e americani hanno contribuito a tenere in sella, additandolo persino come «modello» per il mondo musulmano. Basti pensare alla Siria.

Quando nel novembre 2011 Bashar Assad sembrava travolto dalla sollevazione anti-baathista, il ministro degli Esteri francese Védrine e il suo collega turco Davutoglu si incontrarono a Iskenderum per decidere come spartirsi l’influenza in Siria nel caso di caduta del rais di Damasco, ed eravamo nel pieno della rottura tra Parigi e Ankara perché la Francia aveva definito come un olocausto il massacro degli armeni.

Entrambi fecero allora un calcolo sbagliato: i francesi lasciarono arrivare in Turchia i jihadisti dalla Francia che servirono a Erdogan, come quelli di molte altre molte nazionalità, a combattere il regime siriano, poi salvato da iraniani e russi. I francesi volevano persino bombardare Damasco nel settembre del 2013. O ce lo siamo dimenticato?

Insomma turchi e francesi erano d’accordo, con ogni mezzo, a defenestrare Assad con il sostegno degli Stati Uniti seguendo la politica dello stay behind del segretario di stato Hillary Clinton, mentre gli stessi francesi, con americani e inglesi, avevano già fatto fuori Gheddafi. Poi americani e francesi si sono tirati indietro, la Francia ha avuto in casa gli attentati jihadisti e tutto è cambiato. Ed Erdogan non deve essersi dimenticato neppure del sostegno occidentale e americano ai Fratelli musulmani al Cairo, prima che venissero eliminati nel 2013 dal colpo di stato del generale Al Sisi.

Insomma abbiamo fatto credere a Erdogan di essere un campione del rinnovamento musulmano durante le primavere arabe e ora non ci possiamo lamentare che si creda il nuovo Sultano. Tanto più che gli abbiamo lasciato massacrare i curdi, alleati contro il Califfato, e appaltato il «lavoro sporco» sui profughi sulle rotte dell’Egeo, nei Balcani e ora anche in Libia. Ma all’esca dello «scontro di civiltà», in tempi duri come questi, siamo tutti pronti da abboccare.

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19/06/2017

"Voglio uccidere i musulmani"

Nella testa del conducente-vendicatore, bianco, forse britannico – cattolico, protestante, ebreo o non credente non importa – Finsbury Park si prende la rivincita su Westminter e London Bridge. “Voglio uccidere i musulmani” è l’essenza di un pensiero che se per ora può contare sull’esempio di un ‘lupo solitario occidentale’ magari darà vita a gruppi di fondamentalisti anti islamici che in geopolitica esistono già, organizzati in eserciti, prima che in gruppi paramilitari. Quest’ultimi in periodi vicini e lontani della Storia hanno rappresentato drammatiche realtà, tutte giustificate dall’immediato orizzonte degli eventi, e poi ripensate con parziale ammissione di colpa, anch’essa non sempre scontata. Le sete omicida trasformata in atto dall’ennesimo attentatore londinese, che ha lanciato l’automezzo della follìa su una folla di fedeli uscita da una delle ultime preghiere collettive dell’annuale Ramadan, è qualcosa di già scritto e formulato in soluzione alternativa “per non soccombere” da teorici della politica del razzismo muscolare e da intellettuali che cavalcano il tema con raffinata scrittura. Un plot ricamato attorno all’intreccio del sanguinario Islam jihadista che sgozza e spappola sotto le ruote le esistenze, simili nel tran tran metropolitano, diverse nei princìpi dei sacri libri, degli infedeli. Così i fedelissimi alla ritualità della morte trovano spazio, motivo e missione anche sul fronte opposto.

Vestono in tutto e per tutto l’ideale del crociato, contro cui i miliziani della mezzaluna hanno lanciato una guerra che dev’essere di attacco continuo, fino a schiacciare l’avversario. Il sindaco di una Londra stordita, Sadiq Khan, la premier di una nazione barcollante, Teresa May, pur nella boria dell’Impero che fu, possono rappresentare l’immagine del politico occidentale ubriaco fra eventi che non governa più. Come i colleghi di un Occidente che fra comprensione, mediazione, chiusure, parziali o totali, a inarrestabili flussi migratori, mostra soprattutto l’inefficacia d’un sistema politico-economico che poco integra e tanto scava in diversità sociali, alternando ghetti a scatole cinesi dove la convivenza fa a pugni con le tradizioni che ciascuna etnìa, fede, comunità considera irrinunciabili.

Ovviamente c’è chi lavora per un dialogo, di per sé difficilissimo, ma è una minoranza. Perché tanti dei presunti incontri, rapporti, dialoghi, aperture ruotano esclusivamente attorno al business che oggi unisce, domani può dividere. Mentre la macro storia parla il burocratese diplomatico di facciata, che quando non s’accorda sfocia in contrasto senza soluzione di continuità, le teorie degli untori dello scontro fra civiltà, sui media mainstrem ne siamo assediati, forniscono carburante ai combattenti di un odio che deve diffondersi. E non potrà che proseguire se tutto, come sembra, resta invariato.

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31/05/2017

Mondi e fedi della strage perenne

Giorni addietro, in uno spettrale intervento sui social media anche più cieco del fondamentalismo, qualcuno ha definito l’assassinio dei 29 pellegrini copti benaugurante per l’avvio del Ramadan. Al torbido commentatore islamista facevano eco i crociati dell’informazione nostrana pronti a ribadire che l’unica soluzione è lo scontro, cercando vendette a tuttotondo nei confronti dell’Isis, di jihadisti veri e presunti, quindi imam e ayatollah, fedeli e miscredenti arabi, turchi o persiani, e minoranze etniche, e rifugiati, e migranti: insomma i barbari che minacciano Santa Romana Chiesa. L’affermano apertamente, questi difensori delle nostre radici che non si dichiarano oltranzisti. Parlano in luogo dello stesso pontefice, troppo acquiescente verso i diversi, un genere di gesuita in odore di ribellismo sovversivo. E se giunge l’altra ferale notizia che chi di massacri vive, perché il suo piano non è neppure il Jihad islamista ma la mattanza sanguinaria, ha colpito ancora e nella martoriata Baghdad, e ha maciullato fedeli islamici che di sera, interrompendo il digiuno, mangiavano, chiacchieravano, s’incontravano com’è bello fare nelle calde serate che preannunciano l’estate, i nostri paladini vanno oltre senza smentire le ferree tesi.

L’odio dell’Isis che uccide cristiani e non nelle strade dell’Occidente, segue lo stesso percorso in altri angoli del mondo. Scanna senza tregua infedeli e figli suoi, mira a un potere speculare a quello che dice di combattere: il disegno imperiale tuttora signore e padrone delle genti d’ogni continente. Il sovrano di questo turbinio stragista è ormai nudo, come lo è la logica che dice di mettere in sicurezza il pianeta mentre cinicamente ne ha stabilito la fine per guerre e asfissia. Entrambi questi prìncipi della morte continuano ad aggregare combattenti sul proprio fronte, dove certezze e fanatismo cementano aride esistenze prive di sensazioni e sentimenti. Chi ne lamenta l’insano approccio è bollato come vile o demente e soggiogato al nemico. Chi propone conoscenza e confronto è tacciato di cieca pazzia. Chi ricorda come in tanti casi solo l’incontro apre occhi e menti a qualche prospettiva che preservi la vita e guardi al domani, è ridicolizzato. Non è solo buona volontà, sarebbe ragione. Non è solo razionalità, è umana morale. Insieme dovrebbero rimescolare le carte d’un mondo senza bussola. Se dovesse accadere, se accadrà i fronti si scompiglieranno: Occidente e Oriente, copti e musulmani, sciti e sunniti si ritroveranno insieme per opporsi a quelle parti di sé che tengono bloccata la storia degli uomini, delle fedi, del pensiero. Ne dissanguano il presente, ne bloccano il futuro.

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18/08/2016

Sotto il velo dell’impostura. Di burka, burkini e PornoBurka.

Nel mezzo di una strada moderna della Barcellona alternativa e diversa, cosmopolita, appare senza complessi, senza rimorsi, senza colpa apparente, senza aver chiesto permesso né averne avuto, né più né meno, un burka. Una donna sotto un burka, sarebbe giusto dire, ma il primo termine non importa. Di donne ce ne sono molte, di burka, no. Un burka sopra una donna scomparsa, inghiottita da una griglia azzurra che incornicia di filigrana gli occhi che non si vedono. Non si vede niente, né le mani, coperte da guanti, né le caviglie, coperte da calzini. Niente e, ciononostante, tutto. Si vede il burka. C’è bisogno di vedere qualcosa di più? […] Un burka. Afghanistan, il nome maledetto o benedetto secondo il lato da cui si guarda, il nome che rimette tutti al loro posto, che scopre chi è chi a migliaia di km dal posto dove ciascuno è qualcosa. Peshawar, i campi profughi, la sodomia, i talebani, l’11 settembre e il Kashmir, strappato dai maledetti indigeni. I pashtun, i patti, Musharraf, la bomba atomica, gli Stati Uniti, l’Iran, un islam o l’altro e ancora più in là. E adesso tutto ricomincia, sta qui in forma di burka. Stai con loro o contro di loro, sei dei nostri o stai fuori?

Brigitte Vasallo, PornoBurka.

Correva l’anno 2001 e, dopo l’11 settembre, tirato fuori dalle lande desolate dell’Afghanistan, s’imponeva sulla scena mediatica il burka. Le Torri gemelle, Al Qaeda e Osama Bin Laden in fuga a cavallo di una moto scalcagnata sulle montagne dell’Hindu Kush, i Talebani e le donne avvolte nel burka. Le donne oppresse e assoggettate in Afghanistan, le donne che non possono studiare, le donne che devono essere liberate da un occidente civile e democratico, pericolosamente attaccato dal fondamentalismo islamico. Iniziava così la guerra globale al terrorismo, con i corpi delle donne avvolte nei burka usati come grancassa mediatica per la chiamata globale ad una guerra fondata su ipocrisie e imposture, cui non si è sottratta nemmeno Amnesty International, invocando la Nato ad intervenire militarmente in nome delle donne e delle bambine afghane, per ripristinare i diritti umani a suon di bombe.

A distanza di 15 anni, l’esportazione coatta della democrazia, come era prevedibile, non ha funzionato. L’Afghanistan è ben lungi dall’essere un paese pacificato, le donne continuano ad indossare il burka, nella sostanziale indifferenza delle e degli indignat* di allora e la guerra ha travalicato i confini nei quali ci si illudeva di poterla contenere, tra  un’occupazione militare camuffata da missione di peace keeping e la fascinazione esotica di un viaggio a Kandhar.

Celata sotto il velo dell’ipocrisia e dell’impostura, per dirla con Brigitte Vasallo, la vita continua con tutta la sua merdosità, movimentata di quando in quando da qualche stanca polemica di fine estate sull’opportunità o meno di indossare il burkini alle olimpiadi o in spiaggia. Pseudo-dibattiti che si trascinano noiosamente, quel tanto che basta per dare la parola ai Salvini e agli HalfAno di turno e per riaccendere i riflettori su una Zanardo in cortocircuito, perennemente dedita alla stesura del suo manuale della perfetta dignità muliebre, atto a stabilire – e imporre – i centimetri di carne da coprire/scoprire e nulla più. E intanto tapemos la mierda, nascondiamo sotto il tappeto la polvere prodotta dalle macerie delle guerre che, dopo aver tagliato la testa di coloro che avevano guidato i movimenti decoloniali di liberazione, fingono di voler esportare civiltà e democrazia.

A distanza di 15 anni dall’attacco all’Afghanistan, è l’evoluzione del burka, la sua versione postmoderna, a misurare lo stato di salute del corpo sociale e ad agitare una sorta di pseudo-dibattito che inchioda sul corpo delle donne la domanda fondamentale, limitandone e travisandone il senso e la portata: chi decide cosa? Non sia mai che la fauna vomitata dalle cloache di questo mondo tanto felice si dimentichi per un momento quali sono le regole del gioco che si gioca qui [..] Non sia mai si dimentichi per un istante che stanno in Europa, la grande Europa, e qui ci piacciono la pace, l’ordine e la giustizia.

Il burka, confinato e contenuto in uno spazio geografico ben preciso, tutto sommato non rappresentava una minaccia tangibile, ci riguardava solo nella misura in cui ci permetteva di auto-rappresentarci come la polarità positiva, nella costruzione di uno scontro di civiltà. Ma la comparsa di un burkini su una spiaggia, o alle olimpiadi, è un elemento disturbante, e tanto più pericoloso, perché è il segno tangibile e manifesto di una presenza che è qui e ora e non chiede a noi il permesso di esistere, rifiutando l’Eldorado di una integrazione intesa come assimilazione alle regole del gioco dominante.

E allora, invece di affannarsi tanto nel tentativo di trovare il modo per strappare civilmente il velo dal capo di altre, pretendendo di liberarle, si dovrebbe trovare il coraggio e l’onestà di strappare il velo dell’ipocrisia e dell’impostura biopolitica con cui continuiamo a coprirci le pudenda, sfuggendo a noi stesse. In questi scampoli di fine estate, invece di accalorarsi troppo nel cercare di capire, sui social, come liberare le altre, val forse la pena ripassare la storia recente e magari leggere un buon libro,  PornoBurka di Birigitte Vasallo, per esempio, un libro sulla verità, una sorta di battaglia per avvicinarci a ciò che realmente siamo. Magari provare a porci di fronte allo scandalo dell’altra assoggettata e sottomessa, dell’altro senza volto per effetto del potere, per scoprire la nostra schiavitù e le nostre miserie mascherate da pace, tolleranza, diversità e consumo. (Marina Garcés)

Ah, vero. PornoBurka non  è stato tradotto in italiano.

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17/07/2016

Nizza. Ecco perchè il terrorismo ha vinto

Dopo la strage di Nizza e soprattutto dopo le reazioni alla strage, possiamo, anzi dobbiamo tirare una conclusione orribile ma logica: il terrorismo ha vinto. Dobbiamo dircelo proprio mentre diventa sempre più probabile che il gesto di Mohamed Bouhlel, il francese di origine tunisina che ha ucciso 84 persone sul lungomare della Costa Azzurra investendole con un Tir, in realtà con il terrorismo abbia poco o nulla a che fare e sia invece legato alle vicende personali dell’assassino (padre di tre figli, stava divorziando) e alla sua instabilità psichica. Possiamo anche aggiungere che la dinamica della strage sin dal primo momento ha mostrato di essere ben lontana da quella dei tipici atti terroristici dell’Isis e dei suoi simili: nessun commando, nessun kamikaze, niente kalashnikov e niente esplosivi. E ci dovremo prima o poi domandare come sia successo che un simile mezzo sia potuto entrare in un’area pedonalizzata, nel giorno della festa nazionale francese che era comunque considerata un appuntamento a rischio per l’ordine pubblico, solo perché l’autista-assassino ha detto di dover consegnare gelati.

Conta di più, però, un’altra cosa: che la strage di Nizza abbia subito spinto i giornali a parlare di attacco all’Europa, guerra di religione, strategia di guerra civile in Francia, piani dell’Isis, mostrando quanto fragili siano i nostri nervi e debole la nostra capacità di risposta collettiva. E’ vero, il terrorismo islamista ha colpito in Europa (e in Francia in particolare) un numero sufficiente di volte e con crudeltà bastante a farci vivere con i nervi perennemente tesi. Ma il caso del nizzardo Bouhlel somiglia drammaticamente a quello di Omar Mateen, il cittadino americano di origine afghana che nel giugno scorso ha ucciso 49 persone in un club gay di Orlando (Florida). Anche allora, dopo la più grave strage urbana della storia degli Usa, si scatenarono interpretazioni simili: il Califfato ordina di colpire, attacco all’America e così via. Quando si scoprì che Mateen era a sua volta un gay, ma con la mente disturbata, si smise di colpo di parlare del fatto. Anche a costo di dimenticare un fatto fondamentale se davvero ci fosse interessato il terrorismo: Mateen era stato indagato per sospetta collaborazione con il terrorismo ed era finito sulla “lista nera” dell’Fbi. Nonostante questo, era riuscito a procurarsi un fucile semiautomatico, in pratica un’arma da guerra. Tutto questo ci dice che siamo ancora impantanati in una visione del terrorismo islamico da “scontro di civiltà”. Quelli sono brutti, sporchi e cattivi e leggono il Corano, noi siamo buoni. Per questo sospettiamo che tra i migranti s’infiltrino i terroristi (anche se autorità e investigatori ci dicono che non è vero). Per questo qualunque crimine commesso da persone originarie di Paesi islamici è un atto di terrorismo, anzi: un attacco all’Europa, alla nostra civiltà. Finché non usciremo da questo vicolo cieco, abbiamo poche speranze di riuscire a battere il terrorismo. E infatti i dati ci dicono che dal 2000 a oggi, le vittime per atti di terrorismo sono andate sempre crescendo, fino ad aumentare di nove volte. Dobbiamo togliere al terrorismo islamico lo status privilegiato di fenomeno culturale che la teoria dello scontro di civiltà gli ha stupidamente regalato per riportarlo sulla terra, tra le dinamiche della speculazione politica ed economica cui appartiene. Sappiamo chi lo finanzia, sappiamo quali sono i suoi fini. Questo è il vero campo di battaglia. Convincere un miliardo di musulmani a non leggere più il Corano, ammesso che avesse senso, è un’impresa impossibile. Smetterla di inchinarsi ai Paesi del Golfo Persico che finanziano i miliziani sarebbe molto più semplice e più utile. Altrimenti continueremo a prendere lucciole per lanterne. E a scambiare i dementi assassini per strateghi dello scontro di civiltà.

Fulvio Scaglione - Famiglia Cristina

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03/12/2015

Vacche Magris. Alcune note su guerra, terrorismo, intellettuali

Mi imbatto, sul «Corriere della Sera» del 15 novembre 2015, in un articolo firmato da tal Claudio Magris, da non confondere, immagino, con l'omonimo noto saggista, autore di opere critiche e narrative di sicuro valore, e padre nobile delle nostre patrie lettere – in spasmodica attesa, mi sussurrano informati amici, di un'imminente benedizione planetaria.

L'articolo fa il punto della situazione dopo le stragi terroristiche di Parigi, e ci indica la strada da seguire. Nel leggerlo si prova la vertiginosa sensazione di trovarsi di fronte all'ennesima testimonianza di una parabola triste e inesorabile: quella dell'odierno sedicente “intellettuale” che ha deciso di abdicare completamente a se stesso, alla propria delicata e gravosa funzione sociale, tra l'altro inglobando in modo furbescamente ingenuo il comodo punto di vista del cosiddetto “uomo della strada”. Uomo della strada che a sua volta crede di possedere un proprio personale punto di vista, senza neanche sospettare che le sue idee sono invece in gran parte sapientemente manipolate e indotte dall'incessante propaganda mediatica cui è sottoposto. Il risultato di questa duplice mistificazione è che l'intellettuale, soprattutto se autoproclamatosi “democratico” e “progressista”, si trasforma in cassa di risonanza di frasi fatte e pseudo-concetti cari a chi guida le nostre società. Ecco che allora pigrizia intellettuale, accettazione dell'esistente, tendenza alla banalizzazione – laddove invece ci sarebbe da affinare al massimo gli strumenti di analisi – e semplificazione capziosa vanno a formare la deprimente rosa dei venti di quella che un brillante saggista del primo Ottocento ebbe a definire «ignoranza delle persone colte». E mi riaffiora in mente, come una frustata che attraversa in un istante interi decenni, lo spietato giudizio di Pasolini sulla borghesia italiana come «la più ignorante d'Europa».

Ma torniamo all'articolo dell'omonimo di Magris. L'idolo polemico apparente sembrerebbe il fanatismo islamico dell'Isis, ma a ben guardare c'è dell'altro. Lo si capisce dalla confezione giornalistica del pezzo. Il titolo recita infatti: «Quel complesso di colpa che ispira l'equivoco buonista». Si sa che il titolo è quasi sempre redazionale, ma in questo caso rispecchia comunque molto fedelmente uno dei fili conduttori dell'articolo, nel quale si associa l'inaudita violenza dei terroristi al rapporto sbagliato che l'occidente instaura con gli islamici. Scopriamo così che gli estremi si toccano: gli xenofobi e i buonisti sono infatti, e allo stesso titolo, i veri colpevoli. Lo sguardo acuminato di Magris si concentra, guarda caso, in particolare su quest'ultimi. I buonisti infatti con le loro «timorose cautele e quasi complessi di colpa o ansie di dimostrarsi politicamente ipercorretti» rivelano addirittura «un inconscio pregiudizio razziale». E poco dopo, qualora il concetto non fosse chiaro, si rincara la dose: «Le pudibonde cautele rivelano un represso disprezzo razzista ossia la negazione della pari dignità e responsabilità delle culture camuffata da buonismo». La parola centrale, che occupa il polo negativo dell'argomentazione è «cautele». Ad essa si oppone, virilmente, l'altra parola cruciale dell'articolo: «violenza». Essa campeggia non a caso fin da subito nel sommario. Lo scritto di Magris viene infatti smontato e rimontato, e le considerazioni finali, vengono anticipate e messe graficamente in rilievo. Esse conferiscono il taglio decisivo a tutto ciò che segue. Estrapolato dalla parte conclusiva del pezzo il passo in questione dunque afferma: «La violenza va repressa con la violenza» – ecco l'altra parola-chiave; e poi prosegue «ma anche, e sperabilmente, esorcizzata con l'insegnamento del rispetto reciproco». Tradotta in soldoni, e soprattutto lo sgraziatissimo «e sperabilmente», la frase significa: se possibile insegniamo ai barbari i “nostri valori”. Se non dovessimo riuscirci pazienza, la coscienza è salva: facciamoli fuori e festa finita.

Posto di fronte a tali originali e raffinati argomenti mi viene da chiedermi innanzitutto cosa si intenda esattamente con «pudibonde cautele». Di chi? Verso cosa? In quale contesto? Il sospetto è che sotto sotto per Magris sia cautela inaccettabile quella di chi non condivide i due assi portanti del suo pensiero. Il primo asse ideologico è che l'attuale dramma sia interamente leggibile all'interno dello scontro fra “loro” e “noi”, tra fanatismo islamico e democrazie occidentali; il secondo elemento è la banalizzazione dell'uso della violenza, qui pienamente accettata e propugnata, con la mente e col cuore. E anche con lo stile, aggiungerei. L'Isis per Magris va raso al suolo. E non sarebbe neanche difficile, perché si tratta di un quasi Stato facilmente localizzabile. Ecco un assaggio che ci restituisce la misura e il tono del discorso: «È inutile – anche inutilmente violento – dare uno schiaffo; o si colpisce a fondo, per mettere knock out, oppure ci si astiene». No signori, non è Tom Cruise a parlare, in uno di quei tanti filmetti hollywoodiani di quart'ordine, che ci hanno insegnato a interpretare la realtà in modo manicheo – fanatico? – come divisione netta fra bene e male, e a disprezzare coloro che non accettano questi rozzi schemi, etichettandoli, magari, come “buonisti”; no, è proprio Rambo/Magris che ci parla. Egli sembra credere davvero, è qui sta il problema, che bombardando la Siria si possa estirpare il terrorismo islamico. E poco importerebbe obiettargli che coloro che hanno armato e addestrato l'esercito dell'Isis non possono essere gli stessi che lo disarmeranno e distruggeranno. Anche questa osservazione logica sarebbe facilmente rubricata infatti come “cautela” da mammoletta pacifista. Magris sposa e contribuisce a rafforzare il discorso mainstream per cui ci troviamo di fronte a uno scontro fra religioni, quando qualsiasi persona disposta ancora a ragionare pacatamente capisce bene che questo schema è falso e superficiale, oltre che pericoloso. Esso è il velo di Maya, intriso di veleno, che i potenti agitano davanti agli occhi delle popolazioni per impedire loro di comprendere cosa sta succedendo. E per spingerle a sterminarsi a vicenda.

Raggiungiamo poi un livello del discorso che sarebbe improprio qualificare come riflessione, quando l'autore dell'articolo si lancia in un duplice parallelo storico-culturale, che si potrebbe considerare innocuo se fosse solo strampalato e improbabile, ma che purtroppo risulta anche capzioso e subdolo. Il succo del discorso è che bisogna distinguere fra fanatismo dell'Isis e cultura islamica che, cito, «ha dato capolavori di umanità, di arte, di filosofia, di scienza, di poesia, di mistica che continueremo a leggere con amore e profitto», esattamente come «abbiamo continuato ad ascoltare Beethoven e Wagner e a leggere Goethe e Kant anche quando la melma sanguinosa nazista stava sommergendo il mondo». Qui davvero ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Magris sente il bisogno di “distinguere” cose che non hanno con tutta evidenza nessun tipo di collegamento. Ma proprio nell'atto di separarle finisce per porle comunque surrettiziamente in rapporto. Ma cosa c'entra la filosofia di Averroè con gli assassini dell'Isis? E cosa hanno a che fare Goethe e Beethoven con il nazionalsocialismo di Hitler e Goebbels? Magris, sempre nello stesso articolo, commentando in modo superficiale un banale fatto di cronaca ingigantito ad arte dai media, pomposamente pontifica a proposito di un dirigente scolastico e degli insegnanti di una scuola di Firenze, rei di aver annullato, forse per motivi religiosi, una gita scolastica a una mostra di arte sacra. L'articolista arriva al punto di affermare che i suddetti andrebbero «licenziati in tronco e messi in strada ad aumentare le file dei disoccupati». Ma, volendo pure soprassedere sulla volgarità del linguaggio da capetto ringalluzzito dalla fresca approvazione del Jobs Act, e tornando alle peregrine associazioni prima citate, mi chiedo cosa succederebbe al più scalcinato studente di quinta liceale se in sede d'esame collegasse in qualsivoglia maniera, finanche per negarne i rapporti, che so, lo sterminio perpetrato dagli spagnoli in America col Don Chisciotte di Cervantes, o i misfatti dell'Inquisizione romana con gli affreschi di Michelangelo.

E non mi soffermo sull'altra connessione avanzata dall'articolo fra Isis e nazismo: ennesimo luogo comune, fra i più in voga nei salotti mediatici.

Ritorniamo però al cuore del nostro discorso. Magris, e con lui dobbiamo dirlo tantissimi altri “intellettuali”, impegnato a pasteggiare Beethoven e a sorseggiare Kant, forse non trova il tempo o non sente semplicemente il bisogno di domandarsi, neanche per un attimo, cosa c'è davvero dietro al pestifero paravento dell'Isis, e come mai questo bubbone sia fin qui cresciuto e prosperato senza incontrare significativi ostacoli. Domandiamocelo noi allora. La mia risposta è: non per un “errore”, come si ama ripetere, delle potenze occidentali, ma per un folle calcolo di temibilissime élites. Rischioso calcolo forse, ma preciso, e messo a punto in vista di determinati fini. Ad esempio per giustificare gli interventi militari con cui le stesse potenze si giocano la partita del dominio in Medio Oriente – e non solo in quella regione. Come si fa a non ricordare che il più impellente obiettivo dell'amministrazione Usa, almeno dal 2011 a oggi, è stato quello di abbattere ancora una volta il regime ostile di turno? E che dopo l'Iraq di Saddam Hussein, l'Afghanistan dei Talebani, e la Libia di Gheddafi si era deciso che toccasse alla Siria di Assad? Questo progetto di dominio, sostenuto e alimentato dalle potenze “regionali” dell'Arabia Saudita e della Turchia, ha incontrato l'opposizione di Iran e Russia. Per questi motivi gli Usa e i vari lacché della Nato, e adesso, in reazione a tutto ciò, pure la Russia, intervengono militarmente nell'area. Siamo di fronte a uno spaventoso rovesciamento, per cui non è affatto vero che questi intervengono perché c'è l'Isis, ma semmai al contrario, l'Isis c'è perché loro intervengano. È ridicolo e dannoso invocare pappagallescamente, dal trespolo dorato dei canali televisivi e dei giornali, l'uso catartico della violenza per difendere gli inermi cittadini dell'occidente. Ricordiamocelo. La guerra è sempre servita e sempre servirà a tutelare gli interessi dei potenti e a distruggere le vite di quelli che potenti non sono. Non solo tali élites non ci difendono, ma al contrario ci usano; cinicamente usano le stragi e gli eccidi barbari come quelli di Parigi per giustificare le loro guerre che hanno ben altri obiettivi: controllare immani risorse energetiche, dare nuova forma agli equilibri geopolitici mondiali. Se non si comprende subito come sia proprio il fermo proposito di fare la guerra a creare il terrorismo, e non al contrario lo scatenarsi del terrorismo a costringere i “buoni” occidentali ad imbracciare, “loro malgrado”, le armi, allora ci si condanna davvero a una penosa cecità. Ci si consegna mani e piedi al carnefice, che non è uno stupido e non procede a caso. C'è del metodo nella follia con cui si continua ad aggiungere tasselli di sangue ad un puzzle mortale. È questo puzzle che andrebbe smascherato e scardinato, favorendo in tutti i modi una decisiva presa di coscienza: non solo in generale ogni guerra è sempre esecrabile e odiosa, ma a maggior ragione proprio questa guerra, voluta da gruppi dirigenti mondiali ben individuabili, è da rifiutare, in quanto minaccia letale che già condanna e ancor più condannerà una fetta grandissima dell'umanità a sofferenze indicibili e vergognose. Oggi più che mai il pacifismo non è per nulla astratto; e non è da deridere. Esso è invece assai concreto nella misura in cui, guardando alla «verità effettuale della cosa» piuttosto che «all'immaginazione di essa» chiarisce e denuncia le dinamiche reali degli eventi e addita in un modello di sviluppo semplicemente suicida – quello capitalistico – il quadro complessivo entro cui certi processi distruttivi nascono, si sviluppano e prosperano. Staccare questo quadro orrendo dalla parete della specie umana è compito tanto arduo quanto urgente. Esso passa attraverso la cruna dell'ago della complicazione, del ragionamento collettivo e individuale, dell'esercizio paziente del pensiero critico e della prassi politica. Compiti e doveri questi a cui l'onesto intellettuale di oggi, inteso non come membro di una casta spesso vile e compromessa col potere, ma come uomo di buona volontà che voglia condividere e trasmettere strumenti di analisi e di previsione, non può in nessun modo voltare le spalle.

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21/01/2015

Stanno rompendo le dighe

La “tre giorni di sangue” di Parigi sembra aver innescato come un detonatore processi che incombono sulle prospettive di tutti noi. Da un lato viene utilizzata come evento scatenante che, insieme alla crisi economica, ha valore costituente per la proiezione globale dell'Unione Europea; dall'altro è l'occasione per rompere le dighe del non detto fino ad oggi, per edificare un sistema di pensiero – ideologico nei fatti – a supporto della guerra di civiltà.

Quando leggiamo che, per una professoressa universitaria e animatrice dell'appello delle donne “Se non ora quando”, i morti in Nigeria e quelli di Parigi non pesano allo stesso modo, non riusciamo a sorprenderci; perché quell'impianto ideologico agisce già da tempo nella lettura delle tragedie del mondo contemporaneo.

Più visibile e sperimentato è il doppio standard tra vittime israeliane e palestinesi. Le prime innescano reazioni politiche, ampi servizi giornalistici, prese di posizione, le seconde faticano a diventare notizia e cadono sistematicamente e rapidamente nell'oblio. Il non detto è che gran parte della "comunità democratica" riconosce ad Israele il ruolo di avamposto del modello occidentale in Medio Oriente. Ragion per cui un morto più simile a noi pesa molto di più di tanti, spesso tantissimi, morti "diversi da noi", in Medio Oriente come in Africa o in Asia.

Le ambizioni dell'Islam politico, sia nella sua versione guerriera sia in quella ideologica ed economica, mettono in campo un sistema di idee in competizione con il modello occidentale e indicano all'opinione pubblica la “minaccia” da cui l'occidente deve guardarsi e contro cui armarsi. Anche il filosofo Emanuele Severino, dalle pagine del Corriere della Sera, evoca in qualche modo tale scenario, pur riconoscendo che la minaccia islamista non ha lo stesso peso di quella dell'Urss nella guerra fredda. Ma Severino ripiega questa visione del mondo su quella del “fardello dell'uomo bianco” che ispirò uno degli autori più letti e influenti del pensiero colonialista: Kipling.

L'idea della superiorità del modello occidentale traspare da ogni riga del dibattito pubblico a seguito dei morti di Parigi, ridando vigore ad un eurocentrismo bastonato dall'epoca del sorgere dei movimenti anticolonialisti, ma mai rimosso dal pensiero dominante occidentale.

La guerra di civiltà – elaborata dal neocon statunitense Huntington nella prima metà degli anni Novanta – arruola così pienamente anche le classi dirigenti europee, sia in versione reazionaria sia “progressista”, superando le resistenze che in questi quindici anni avevano visto le èlite europee differenziarsi da quelle statunitensi nella conduzione delle guerre in Afghanistan e Medio Oriente.

L'amara scoperta è che la guerra di civiltà non si è rivelata così asimmetrica e unilaterale come sperato. E' stata raccolta, elaborata e dispiegata anche dal mondo islamico e ritorta contro i suoi ispiratori, fin dentro le loro (che sono poi anche le nostre) metropoli. E il mondo islamico ha dimostrato di non essere affatto esente dalla "contaminazione della tecnica"; al contrario la utilizza con metodi, mezzi e sovrastrutture ideologiche del tutto diverse, che spiazzano l'avversario. Dagli attacchi suicidi che delineano conflitti senza prigionieri fino ai social network, dal prezzo del petrolio a network televisivi modernissimi, dalla religione come fattore identitario assoluto fino all'infiltrazione nelle metropoli occidentali (e tanto nei luoghi della formazione di eccellenza quanto nelle banlieue).

Questo apparato ideologico indica un'ambizione globale da parte di spezzoni della classe dirigente nel mondo islamico, che inserisce un ulteriore protagonista nella competizione globale in corso tra Stati Uniti, Unione Europea e Brics (Russia, Cina, Brasile, India, Sudafrica).

Ed è questa la contraddizione principale da cui – a cascata – derivano gli annunci di tragedia che configurano questa fase storica.

Sullo sfondo si delinea la materialità della guerra. Non più come minaccia terribile ma scongiurata dal power balance della guerra fredda con l'Urss, ma come scenario ammissibile per dare soluzione ad una crisi sistemica del modello capitalista. Una crisi che non indica ancora rivoluzioni tecnologiche ed evoluzioni ideologiche capaci di dare un nuovo senso alla storia dell'umanità.

Avevano raccontato che, con la dissoluzione dell'Urss, la storia era finita e che la supremazia del modello occidentale (libero mercato e democrazia) rappresentava l'unico orizzonte possibile. Un eterno presente che non aveva necessità e possibilità di cambiare. I fatti si sono incaricati di dimostrare che non è affatto vero.

Il dominio del libero mercato ha innescato la fine della seconda globalizzazione neoliberista (la prima era finita con il massacro della prima guerra mondiale) e la fine della stessa democrazia già evocata dalla Commissione Trilaterale nel 1974.

L'idea dello sviluppo infinito sotto i parametri del capitalismo si scontra oggi con fattori micidiali come la finitezza delle risorse, lo sviluppo disuguale, il crollo delle possibilità di valorizzazione duratura dei capitali investiti (la "caduta del saggio di profitto", scriveva l'uomo di Treviri). Si apre dunque una nuova era di feroce competizione per spartirsi una torta diventata più piccola. Ed è una competizione che ha bisogno di un sistema di idee che ne legittimi – fino al cinismo più brutale – gli orrori che comporta.

Se c'è eccedenza di capitali, una loro parte va distrutta. E se nel computo c'è anche il capitale umano, non potrà che seguire la stessa sorte. Del resto, nella logica del capitale, se c'è limitatezza delle risorse disponibili, cala anche la dimensione della sovrappopolazione relativa; se il lavoro necessario viene ridotto dalle macchine si crea un eccesso di popolazione. Che "va ridotto", come la spesa pubblica.

L'eugenetica sociale è già al lavoro. La riduzione degli standard sanitari, insieme alla riduzione della protezione previdenziale per chi è troppo vecchio per restare in produzione, è scritta nero su bianco nelle "prescrizioni" del Fmi o della Troika; le pandemie nei paesi più poveri – Ebola insegna – non sono una tragedia per cui mobilitare le risorse necessarie, la ricerca, ecc. La stessa guerra non è più l'estrema ratio, ma uno strumento maneggiabile sulla base di un algoritmo, soppesando costi e benefici. Che poi il calcolo sia sempre sbagliato, storicamente, non è cosa che loro possano ricordare.

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20/01/2015

La guerra asimmetrica è in marcia: e noi?

Non tutto il male viene per nuocere (almeno in teoria …)

Il raid contro la redazione di «Charlie Hebdo» ha segnato un importante passo in avanti nella guerra asimmetrica con cui le varie fazioni del capitale internazionale si affrontano. È prematuro trarre previsioni che, almeno nell’immediato, saranno sicuramente tragiche per i proletari d’Europa e soprattutto delle aree più disastrate dalla crisi del modo di produzione capitalistico, come il Medio Oriente e buona parte dell’Africa. Tuttavia, pur nei suoi deleteri aspetti, l’episodio presenta un effetto positivo, dal momento che porta allo scoperto il lato oscuro della «sinistra» occidentale. Un lato oscuro che, direttamente o indirettamente, coinvolge buona parte degli strati popolari europei. In particolare il ceto medio ma anche molti proletari, disperatamente nostalgici di un precario benessere che vedono ora minacciato. Non dalla crisi, ma dai nemici della civiltà.

Quale civiltà? Cristiana o laica?

L’Europa, culla del capitalismo, quando nel XV secolo iniziò la rapina del mondo la giustificò in nome della civiltà cristiana, cattolica prima riformata poi, e infine in nome della Civiltà per eccellenza: la Civiltà dei Lumi, germogliata in Francia e imposta al mondo. Non per nulla, in nome di questa Civiltà, sono state indette le manifestazioni che, all’indomani del raid del 7 gennaio, hanno riempito la Francia e alcune città europee.

Se qualche sospetto sussiste sulla natura sanguinaria della missione cristiana nel Nuovo Mondo (ma anche in Africa e in Asia), non altrettanto avviene nei riguardi dell’Illuminismo, considerato alfiere dei valori laici e democratici, in una parola, della civiltà. In realtà, l’Illuminismo fu il punto d’approdo della concezione eurocentrica, maturata nei cristianissimi secoli precedenti. Fu l’Illuminismo a sancire, in nome della Ragione, la superiorità europea, bianca, sugli altri popoli, di colore. Legittimando il loro sfruttamento e la loro oppressione. E in particolare la tratta degli schiavi[1].

Voltaire a parole fustigava i preti, nei fatti fustigava i negri: «I negri sono, per natura, gli schiavi degli altri uomini. Essi vengono dunque acquistati come bestie sulle coste dell’Africa». [Voltaire, Essai sur les mœurs et l’esprit des nations, 1756]. Razzista e anche ipocrita, Voltaire auspicava di lenire la schiavitù, comunque inevitabile per una razza inferiore[2]. In poche parole, i lumi erano destinati alla Patria... gli altri, i popoli extraeuropei, non ne erano degni.

In nome della Croce e della Ragione, innumerevoli massacri sono stati compiuti, prima con la spada poi con l’atomica.

E allora, sosteniamo la jihad?

Di fronte agli orrori della civiltà occidentale, qualcuno ha perso la trebisonda. E in nome di una mal intesa solidarietà con gli oppressi, è finito nelle braccia di altri orrori, senza rendersene conto, mi auguro.

E nella sua ubris ha smarrito la natura di classe della società, occidentale e orientale, cristiana e islamica. E per sostenere la solidarietà agli islamici, nobilita l’estemporaneo appello alla Jihad attribuendole un presunto significato rivoluzionario. È una vecchia ubbia populista, di stampo terzomondista, che vorrebbe proporsi come antimperialismo radicale. Disgraziatamente, questa velleità ha contaminato anche ambienti estranei alla tradizione populista e terzomondista[3], ridestando le mai digerite suggestioni terzinternazionaliste.

Lo spunto è fornito dall’appello alla «guerra santa» (la Jihad), lanciato da Zinov’ev al congresso di Baku (settembre 1920). Già allora questa disgraziata sbandata produsse disastri[4], tuttavia potrebbe trovare una seppur flebile giustificazione nel clima di quei tempi remoti. Non è così oggi. Dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del capitalismo, la Jihad assume le fattezze di una mostruosa ibridazione il cui frutto è Isis.

Per inciso, ricordiamoci bene che solidarizzare con l’islam significa giustificare l’oppressione religiosa, particolarmente odiosa sulle donne.

Il capitalismo genera mostri
Isis è solo l’altra faccia della società capitalistica occidentale. Ne presenta tutte le stimmate, che sono appunto la manifestazione esteriore, «culturale e antropologica», di una medesima struttura economica, fondata sul modo di produzione capitalistico. Non solo. Ne riprende le medesime tendenze verso la finanziarizzazione esasperata che oggi connotano la vita economica capitalistica. Motivo per cui «lo stato islamico non fa parte solo della cultura globale ma anche della finanza globale», avviluppandosi in quel groviglio di interessi, in cui i confini tra Occidente e Oriente diventano molto labili.

Sicuramente, la mistificazione sociale di Isis provoca il detournement dei concetti di lotta di classe e di rivoluzione proletaria, secondo lo schema occidentale, finora invalso. Aspetto direi fondamentale per ristabilire il consenso, ma anche perché il detournement favorisce la natura trasversale, globalizzata, di Isis e spiega l’audience che esso riscuote in Occidente. E non certo tra i proletari, bensì tra quel ceto medio, un tempo orientato a sinistra (il cosiddetto popolo della sinistra), che appunto, sotto i colpi della crisi, ha visto appannarsi i valori fondanti del suo mondo beato, ma soprattutto ha visto dileguarsi il welfare. E al tempo stesso, questo ceto si pasce della realtà immaginifica diffusa dai media (la cultura del video clip), su cui gioca il messaggio di Isis.

Secondo un significativo sondaggio citato dal testo di Nique la police, in Europa, il maggior consenso, il 16%, Isis lo riscuote in Francia, Patria dei Sacri valori borghesi dell’89; a Gaza, il consenso scende al 13%. Con una differenza: mentre in Francia il 62% della popolazione è contrario a Isis, a Gaza è contrario l’85%. Non ci vuole un’analisi particolarmente raffinata per capire che i proletari sono poco sensibili a Isis, anche perché hanno un accesso minore, se non inesistente, ai media mainstream. In poche parole, sono meno rincoglioniti... o meno civilizzati, secondo i punti di vista[5].

Religione significa alienazione

La critica della religione è il presupposto alla critica di questa valle di lacrime.

Karl Marx.

Civilizzazione, appunto. Mantovani, riesumando i valori religiosi, cerca di dargli una dignità «progressista»... Progressista sì, ma nella dinamica del capitale. Le religioni rivelate (impropriamente dette monoteiste), ebraismo, cristianesimo, islamismo, segnano la separazione dell’uomo dal cosmo, il cui rapporto sarebbe stato poi mediato dalla merce[6].

La religione è quindi la manifestazione ideologica che accompagna il processo di alienazione materiale nell’ambito dell’evoluzione sociale del modo di produzione capitalistico. L’Illuminismo fu il suo ultimo approdo, cercando di togliere dalla religione le scorie del passato (la parte «buona», i residui legami col cosmo), mantenendone viva l’essenza alienante (la parte «cattiva»). Compiuta la missione, gli anticlericali son tornati in sagrestia.

In realtà, i Lumi e l’Islam hanno molte più cose in comune di quante sembri. Di oscurantista c’è solo il capitalismo che nessuno dei due mette in discussione, per quante critiche essi gli possano avanzare. E qui casca l’asino dell’antimperialismo radicale proposto da Mantovani & Co.: il gatto si morde la coda, portando acqua al mulino della civiltà capitalista.

Il trait-d’union? Il complottismo...

Il filo che collega questi atteggiamenti apparentemente contrapposti è la concezione poliziesca della storia, la teoria del complotto, di cui ho parlato recentemente.

Il richiamo ai valori dell’Occidente, così come la Jihad, rappresentano i due volti di un impossibile controllo (o regolazione) del capitalismo in crisi che, con la guerra asimmetrica, sta scendendo lungo una china catastrofica. Di fronte alla propria impotenza, le classi dirigenti borghesi occidentali hanno scoperto il terrorismo.

Un male metafisico che nelle fantasie di politicanti e pennivendoli suscita le più disparate ipotesi di complotti. Di fatto, sono solo un escamotage per eludere il problema reale, la crisi del modo di produzione capitalistico, e per esorcizzare l’incubo della borghesia, grande e piccola, la rivoluzione proletaria.

Oggi, l’incubo sta assumendo il volto dei milioni di senza risorse che, dalle periferie del mondo, si riversano nelle Fortezza Europa, con un movimento inarrestabile e soprattutto incontrollabile.

Oggi, è in questo immenso esercito industriale di riserva che si gioca la partita tra gli apprendisti stregoni del capitale: tra chi vuole tenere i senza risorse sotto controllo e chi invece li vuole sobillare. Pur avendo interessi divergenti, i vari apprendisti stregoni agiscono pur sempre nella devastante logica che vede «tutti contro tutti». Gli esiti di questo scontro sono quindi imprevedibili, ma non saranno certo nel senso da loro auspicato.

Dino Erba, Milano, 15 gennaio 2015.

[1] L’ideologia razzista è un fenomeno sconosciuto in passato, si diffuse in Europa in tempi abbastanza recenti, alla fine del XVII secolo. Vedi: Giorgio Borsa, Alle origini del colonialismo europeo, in Aa. Vv. La Storia, La Biblioteca di Repubblica, Roma, 2004, vol. VII, cap. XVIII. Vedi anche: Silvio Serino e Roberto Taddeo, Eurocentrismo, in Aa, Vv, Il mondo alla rovescia, Materiali per un dibattito sull’Eurocentrismo, Red Link, Napoli, 2006.

[2] Nel Trattato di Metafisica (1734), Voltaire ripeteva supinamente la tesi di alcuni scienziati del secolo dei Lumi, secondo i quali la razza «negra» avrebbe avuto origine da amplessi tra uomini e scimmie. Un altro vate dei Lumi, lo scozzese David Hume, affermava «Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco» [Sui caratteri nazionali, volume III, 1740]. Altrettanto, se non peggio, disse poi Hegel. Ma un  secolo dopo.

[3] Un esempio è il testo di Alessandro Mantovani: Charlie Hebdo, dove sono finiti i “rivoluzionari”?, diffuso in questi giorni di gennaio. Bontà sua, avesse almeno parlato di arabi!

[4] Vedi: Loren Goldner, Il «socialismo in un solo Paese» prima di Stalin e le origini dell’«anti-imperialismo reazionario». Il caso della Turchia (1917-1925). In appendice: Dino Erba, Cosa lega William Haywood a Sultan-Galiev? – Dal Comintern all’Nkvd: la parabola della politica estera sovietica, PonSinMor, Gassino (Torino), 2010.

[5] Il brano è tratto da: Dino Erba, C’è qualcosa di nuovo oggi nel mondo, anzi di antico: Isis. A proposito di: Antropologia politica di Isis, 19 settembre 2014, ora in Classi in lotta in un mondo in rovina. Crisi del processo di accumulazione del capitale e disgregazione sociale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014. Vedi anche: http:// www.senzasoste.it/internazionale/crocifissioni-riprese-dallo-smartphone-antropologia-politica-di-isis/.

[6] Karl Marx, Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano, Il Capitale, Libro primo, Sezione I, Capitolo IV.


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11/01/2015

Quando lo sparatore di Montrouge poi sequestratore di Vincennes fu ricevuto da Sarkozy come lavoratore interinale modello

Mentre scorre il sangue per le vie di Parigi, i falchi della etnicizzazione dei conflitti e dello scontro tra civiltà sono gonfi di adrenalina. Negare che quando stia accadendo in Europa, non solo in Francia ma anche in Germania, sia un problema legato all'impoverimento dello società liberali è loro mestiere, compito e piacere.

Quello che è accaduto deve infatti essere usato per legittimare il loro mondo. Non a caso i responsabili del disastro europeo, da Angela Merkel a Rajoy, converranno su Parigi per una grande cerimonia catartica su quanto accaduto. Un rito espiatorio che riesce, sembrando tanto più credibile, quanto più il torto da regolare simbolicamente è aberrante. Peccato che i riti espiatori, come quello prossimo venturo con Merkel e Hollande su quanto accaduto in Francia, confermino la conservazione dei poteri esistenti.

Eppure già nella Francia delle otto guerre di religione, quelle conclusesi con l'editto di Nantes del 1598, era chiara l'origine materiale di questi conflitti. Figuriamoci se nella Francia, e nell'Ue, di oggi non ci sono serie cause materiali allo scatenamento della "guerra santa" da parte di gruppi socialmente collocabili nelle classi subalterne delle periferie. In questo senso è esemplare la biografia dello sparatore di Montrouge, poi sequestratore ucciso a Vincennes, che nel 2009 era stato ricevuto da Nicolas Sarkozy in persona come lavoratore interinale modello. Amedi Coulibaly, così si chiama, fu infatti ricevuto da Sarkozy nell'ambito della conferenza, promossa dall'allora presidente francese, sull'alternanza lavoro-formazione. Ritenuto, assieme ad altri, un caso modello, fu intervistato da Le Parisien dove espresse pure la speranza di "trovare un buon impiego grazie al presidente". Non ci vuole molto a capire che per essere ricevuto da Sarkozy bisognava aver passato un serio scanning da parte dei servizi francesi.

Poi accade che il contratto lavoro-formazione scade e Coulibaly, da lavoratore modello, prende un'altra strada. Dargli un lavoro serio, invece di questi contratti-spettacolo che non servono a nulla, erogargli reddito di cittadinanza, fornirgli quei diritti materiali che sono prospettiva di vita avrebbe aiutato Coulybaly a non prendere la strada del martirio? Oggi bisogna aver il coraggio, e la concretezza, di saper rispondere SI a questa domanda. Lavoro e reddito avrebbero evitato tanto delirio e tanto fanatismo di meno.

Parlare di fanatismo evita di toccare le cause materiali, e quindi gli intessi, in campo. Rimuovere le forti diseguaglianze economiche oggi presenti in Europa, e quindi rimettere in discussione gli interessi materiali esistenti, ha invece il pregio di fare chiarezza sul da farsi.

Infatti l'immagine di un fanatismo sul quale non si può mettere man che non sia armata, e di corpi speciali, fa comodo a molti. Che la vicenda di Coulibaly
insegni molto, specie per evitare gli sciacalli di casa nostra che si sono già gettati per banchettare, anche loro, sui cadaveri di Parigi.

Redazione

Fonte: Le Figaro, con l'articolo de Le Parisien dell'epoca

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09/01/2015

Guerra sporca (di ritorno)

Mai come in questi momenti ci rendiamo conto di quanto “siamo parlati” da un linguaggio medio(cre) che ci sovrasta e parla in noi, contro di noi, schiacciandoci e rendendoci impotenti.

Ai tanti che stanno già saturando i social network con messaggi di cordoglio, pronti ad arruolarsi nella nuova guerra di civiltà contro l'Islam (da destra) o nell'altrettanto insopportabile professione di libertà d'espressione (a sinistra) ci piacerebbe tanto ricordare una banalità, che non c'è libertà che non corrisponda a un potere effettivo di trasformare l'esistente, il resto sono solo chiacchiere. In queste ore, è soprattutto di un ragionamento freddo, distaccato e intelligente che si sente la mancanza.

La cosa più insopportabile sarà assistere a manifestazioni e prese di posizioni in cui gli alfieri dell'ironia caustica e liberal sfileranno fianco a fianco dei lepeninsti e dei sostenitori gauche-chic di Hollande. Brutti compagni di strada. Dove la destra rintuzza le identità perdute e fantasmate, la sinistra brilla per il cinismo post-moderno della distanza e dell'ironia che non impegna, in fondo molto funzionale (ce ne accorgeremo in questi giorni) al rafforzamento dello status quo liberale e capitalistico. I primi lavorano alla creazione di un nemico immaginario, i secondi a un'etica del disimpegno e della sostanziale acquiescenza ai modelli tardo capitalistici della libertà-nel-consumo (soprattutto “culturale”, ça va sans dire).

A scanso di equivoci e per provare a continuare un discorso difficile e scomodo, diciamo: siamo disgustati da quanto è successo! Siamo distanti anni-luce da atti di questo tenore! Non crediamo che esso rappresenti o sia in qualche modo utile alle cause e agli interessi delle popolazioni che hanno pagato e continuano a pagare gli effetti di politiche imperialistiche scellerate. Archiviato il dovuto, pagato il fio - ma ci rendiamo conto di quanto è umiliante e surreale dover fare queste premesse? Dover a priori prender posizione pro civiltà occidentale salvo l'esser messi sul banco degli imputati è già una riprova dell'uniformità del discorso occidentale di cui la satira islamofoba-"libertaria" è parte integrante di omologazione - continuiamo a ragionare...

Negli ultimi 20/25 anni l'Occidente euro-atlantico ha effettuato direttamente o innescato per procura guerre e scontri inter-confessionali e inter-etnici per mantenere il proprio dominio geo-strategico su territori che corrispondono in larga parte a un radicamento maggioritario della fede islamica. Non si tratta di giustificare un massacro che ha senso solo per chi l'ha compiuto e per chi vuole attizzare nuovi scontri di civiltà, ma resta pur sempre imprescindibile e obbligatorio chiedersi quanti morti hanno prodotto questi 30 anni di intromissione euro-americana nel medio-oriente. Intromissioni che, strumentalmente e a seconda del bisogno, hanno utilizzato e favorito o al contrario punito e combattuto un islamismo politico-militante che, anch'esso, non ha smesso di mutare, frammentarsi, riunirsi e ricomporsi secondo le alleanze e gli interessi che erano/sono in gioco.

I servizi segreti e gli stati maggiori di Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia non hanno mai smesso di giocare (ir)responsabilmente con fantocci che da tempo hanno cominciato a loro volta a contro-utilizzare i loro finanziatori e sostenitori a singhiozzo. Pensiamo a quanto successo in Libia, in Mali, Siria e ora con l'Isis alle porte di Kobane, mandante politico di questa strage stupida e inutile. Oggi un po' di quella guerra sporca e dissimulata ci torna in casa, con gli interessi. E come sempre più spesso avviene, non assume le forme chiare e politicamente legittime del mondo d'antan ma la fisionomia delirante e mortifera di un mondo sull'orlo dell’implosione sistemica. La merda che esportiamo altrove ci ripaga della stessa moneta. Paradossalmente il cui prodest di questo gesto fa gli interessi degli apologeti dello scontro di civiltà, non solo i Salvini, le Le Pen e specularmente i seguaci del nuovo Califfato ma anche gli Stati Uniti, che da lontano, ridendo sotto i baffi, potranno compiacersi di essere in qualche modo riusciti a scaricare sull'Europa non solo la crisi ma anche gli effetti più nefasti di quella “guerra al terrorismo” di cui sono stati i principali alfieri.

Per finire, qualche parola ancora sulla satira e la tanto declamata libertà d'espressione. Dal 2001 Charlie Hebdo ha fatto il proprio fondo di commercio su una nevrosi islamofobica il cui asse principale sono barbuti, donne velate e altri nemici immaginari. Per come l’intendiamo noi, il cuore della satira è di dar fastidio a chi comanda. Esprimersi ironicamente in una vignetta non esenta da un giudizio di valore sul messaggio veicolato. Puntare il dito contro gruppi minoritari e discriminati a causa di precise responsabilità storiche non equivale a mettere alla berlina il potere religioso e culturale egemonico nel proprio paese. In Francia la sedicente questione del “nemico interno”, ormai onnipresente in Europa, è modellata intorno e sopra al rimosso coloniale. Per questo non c’è libertà astratta che tenga e Charlie Hebdo, da settimanale dissacrante, è diventato un periodico che faceva inorridire anche alcuni dei suoi vecchi collaboratori. Insomma con tutta l’empatia che si può avere per le vittime nous ne sommes pas Charlie Hebdo, che è diventato un pessimo giornale.

La cartina di tornasole di questo differenziale nella gerarchia dell’esistente è dato dalla facilità con cui si opera la sineddoche tra l’autore di un gesto criminale e il suo gruppo sociale. Per questo quando un musulmano spara è tutto l’Islam ad essere responsabile, quando un nero commette una rapina tutta la razza è presunta colpevole (come dimostra il numero di uccisioni di giovani neri negli USA da parte della polizia). Quando invece un integralista cattolico massacra decine di giovani in nome della difesa dell’Europa giudaico-cristiana (come successo ad Utoya) l’episodio è de-politicizzato e relegato al campo psichiatrico.

L'incasinamento generale non può che produrre questi mostri (da ambo le parti), dobbiamo saperlo. L'unica risposta possibile non omologata è cercarsi e costruire rapporti di forza in gradi di imporre il nostro terreno senza farci trascinare sui quelli viscidi altrui. Rifiutando la chiamata all'arruolamento, a costo di risultare  impopolari oggi, per evitare di produrre ulteriori catastrofi domani.

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Dopo Parigi. Coscienza collettiva e consapevolezza individuale

Era logico e naturale che l’assalto alla redazione di “Charlie Hebdo” da parte di presunti estremisti islamici scatenasse un gran numero di commenti su tutti i mezzi di comunicazione nel mondo.

Un’attenta riflessione su ciò che è accaduto, sulle motivazioni che hanno portato a un fatto di tale gravità porta però all’individuazione di una carenza nelle diverse espressioni di pensiero che abbiamo avuto occasione di leggere e ascoltare.

Una riflessione che deve essere scevra dalle valutazioni, pur importanti e necessarie, sulle implicazioni che un fatto del genere sicuramente avrà nel quadro delle relazioni internazionali e degli stessi equilibri politici in Francia, e fuori: la speculazione politica, infatti, appare essere la conseguenza più diretta di un episodio di tale gravità facendo passare in secondo piano l’analisi sulle ragioni di fondo dell’esplosione di simili comportamenti sia sul piano generale, sia su quello delle motivazioni soggettive che possono spingere in quella direzione.

In questo quadro sembrano essere due i temi più frequentemente affrontati da commentatori e analisti: quello del fanatismo (più o meno religioso) inteso come molla determinante per lo svolgimento di azioni di questo tipo e quello della difesa della libertà, non tanto – nello specifico – di satira ma complessivamente intesa.

Sotto l’aspetto dell’attacco (e della relativa difesa) alla libertà da molte parti si cerca di tracciare un solco, prendendo anche spunto dal fatto che l’attentato si è svolto nella terra dell’illuminismo: puntando di conseguenza a sfiorare (ed anche a inoltrarsi) sul terreno dello “scontro di civiltà”.

Ecco, questo appare essere il punto: da una parte e dall’altra ciò che pare interessare maggiormente e proprio “lo scontro di civiltà”.

L’effetto conclusivo di questo tragico passaggio nella storia del mondo non sarebbe alla fine molto dissimile da quello ottenuto dall’11 Settembre delle Torri Gemelle e che proprio gli esponenti più conservatori della filosofia politica statunitense coniò proprio come “scontro di civiltà”.

Non è possibile però fermarsi a questo punto: sulla soglia dove si trovano, proprio in queste ore, autorevoli pensatori esponenti del progressismo occidentale difensori del concetto astratto di “libertà”.

Non c’è in questa occasione lo spazio per declinare concretamente, nell’attualità, questo concetto di “libertà” ma è comunque il caso di tentare di proporre un diverso livello di analisi e di riflessione.

Nella grande crisi del pensiero e dell’azione politica seguita allo smarrimento del dopo ’89 si è fatta strada una concezione di “fine della storia” che appare essere ancora (e nonostante le smentite e le dure repliche portate proprio dalla stessa storia) l’asse, il punto di discrimine sul quale si muove il confronto culturale e politico sul piano globale.

La storia, dunque, sarebbe finita e il solco tracciato: pro o contro escludendo la possibilità di espressione di una coscienza collettiva che punti a proseguirne il corso e, di conseguenza, causando lo smarrimento della consapevolezza individuale di poter partecipare direttamente a un processo di cambiamento.

Su queste basi, che hanno cristallizzato nell’immaginario collettivo opposte “verità assolute” è cresciuto enormemente il tasso di facilità di manipolazione delle masse, attraverso l’esposizione di opposti fanatismi, facendo smarrire – soprattutto – la consapevolezza della condizione materiale di vita come base per la ribellione sociale.

Il dominio del concetto di “fine della storia” ha portato così a un processo di potente massificazione delle coscienze e di perdita di consapevolezza, causando così in larghi settori delle opinioni pubbliche sentimenti e propensioni di tipo assolutistico e fondamentalista: in Oriente come in Occidente.

Non c’è contrapposizione tra illuminismo e oscurantismo se i concetti che animano i due campi (dato e non concesso che si possano assegnare tali categorie) sono ormai talmente astratti da non consentire più una visione di diversa, alternativa, costruzione sociale da quella data adesso come immutabile: dall’hic et nunc all’eterno.

La sola inversione di rotta possibile in questo punto drammatico della storia universale può realizzarsi ricostruendo un pensiero che, assieme, tenga la necessità di espressione di una coscienza collettiva con al suo interno, per ciascheduno di noi il senso compiuto della consapevolezza individuale: la storia non è finita, c’è spazio e modo per cambiarla non arrendendoci alla reciprocità di astratte e cieche convinzioni assolute.

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08/01/2015

Da tempo Charlie Hebdo non faceva più ridere, oggi fa piangere

Manca un quarto d’ora alla mezzanotte del secolo. Eccoci giunti ad un punto decisivo nella storia dell’espansione dell’islamofobia e del razzismo in Francia e in Europa. La lettura mediatica semplicistica della giornata del 7 gennaio 2015 si riassume nel trasmettere e imprimere nelle teste dei lettori il messaggio di un attacco omicida contro un giornale «di Sinistra» da parte di Mussulmani, portando a destabilizzare e modificare numerose posizioni politiche. La paura, la rabbia, l’incomprensione, il panico morale presso alcuni lasceranno presto ampio spazio all’Odio.

Al di là delle questioni di opportunità militare all’origine della scelta del commando di colpire Charlie Hebdo, quest’attacco risponde alla logica e alla visione politica dei Tak-Taks (Salafisti-takfiri, NdT): radicalizzare lo scontro e mobilitare ampie cerchie della popolazione. La rivista gode tutt’ora di un capitale simbolico importante a sinistra: è ancora considerata da molte persone come antirazzista e simbolo della liberà d’espressione. Non se la sono presa con Minute (settimanale francese di estrema-destra, NdT) o con il Figaro (quotidiano francese di destra, NdT).

I Tak-Taks sanno infatti che se crolla la diga antirazzista a sinistra, tutta l’Europa può sbandare verso una violenza razzista, simbolica e fisica, di cui le persone di fede mussulmana saranno le prime prede. In questo scenario, i guerrieri Tak-Taks, che si professano difensori dell’Islam, confidano sul fatto che le popolazioni mussulmane reagiranno all’oppressione violenta cercando protezione tra le loro braccia. Un poco come i sionisti, sempre pronti a strumentalizzare le ondate antisemite per giustificare l’esistenza dello stato d’Israele come rifugio delle popolazioni ebraiche oppresse, i Tak-Taks hanno bisogno dell’oppressione dell’Islam per conquistare i cuori dei credenti.

Non dobbiamo essere ipocriti. Charlie Hebdo non è un nostro amico politico. Da anni si è accomodato nel campo del pensiero dominante e ha partecipato attivamente allo sviluppo di una islamofobia di sinistra. Eppure nessuno può né deve rallegrarsi della morte dei suoi giornalisti. Nel contesto attuale, niente può giustificare un simile atto. Quest’attacco non deve però far tacere le critiche contro la linea islamofoba della rivista e della stampa in generale. Portare oggi la guerra nella sala di redazione di Charlie Hebdo è come mettere una bomba alla stazione di Bologna. È un gesto di terrore per disorientare.

Su questo gesto, complottismo e islamofobia prospereranno. L’attacco contro Charlie Hebdo permette infatti di prendere in ostaggio milioni di persone di confessione mussulmana in Francia e in Europa. Gli unici vincitori sono i reazionari di ogni risma, islamofobi in primis. Sul fronte opposto, i Tak-Taks che puntano a rinchiudere su se stessa una comunità mussulmana, oggi eterogenea, si fregano le mani. Quest’attacco è mettere un lucchetto per incatenarci tra il martello dei Takfiri e l’incudine neoliberista, imponendo così alle molteplici sensibilità presenti nei quartieri popolari di scegliere tra due uniche opzioni: arruolarsi tra le truppe della Causa nazionale o essere emarginate e criminalizzate.

Le condizioni all’origine di una simile catastrofe erano presenti, le avevamo previste e le temevamo. Il Partito socialista francese ha liquidato negli anni ogni opposizione a sinistra, in particolare quella che si cercava di costruire nei quartieri popolari. Si è contribuito così a lasciare il campo libero alle peggiori espressioni di nichilismo. Perché al di là del loro carattere reazionario, ciò che caratterizza questo tipo di azioni è il contesto in cui si producono, quello di una grave crisi politica, economica e sociale nella quale si trova l’Europa. Il nichilismo di una parte degli abitanti dei quartieri popolari prospera infatti sulla miseria che seminano i governi capitalisti europei.

Quanto successo il 7 gennaio è un’occasione, offerta dai Tak-Taks a coloro che ci opprimono, per rompere il legame di solidarietà e distruggere la comunità di destino tra credenti e non credenti. È la possibilità di condannare a priori chiunque in funzione del suo credo o della sua apparenza fisica.

Le analisi parziali funzionali alla propaganda dei peggiori reazionari, gli appelli all’ordine repubblicano, all’unità nazionale, alla laicità, alla libertà d’espressione, alla democrazia parlamentare come bastione di fronte alla barbarie del nemico interno, ci piovono addosso da ogni parte. In questo contesto, la litania sul «buonismo» di cui la «sinistra» si sarebbe resa colpevole in materia di immigrazione, in particolare per quanto riguarda le persone di fede mussulmana, rischia di spingere numerose persone ragionevoli nel campo dell’odio verso l’altro.

La popolazione che vive in Francia si trova così costretta, nel contesto di una grave crisi economica, tra l’incudine neoliberista, che non offre altra soluzione che quella della riuscita individuale, e il martello reazionario, che mette le classi popolari in competizione tra loro sulla base delle loro origini culturali e biologiche. L’unica risposta possibile è mantenere la linea che ci permetterà di uscire da questa trappola: lottare collettivamente per la giustizia economica e sociale. Bloccati tra l’incudine e il martello, dobbiamo fermare il fabbro. In questi tempi bui dobbiamo ispirarci a ciò che succede altrove nel mondo, come ad esempio nel Kurdistan costretto tra l’imperialismo occidentale e i reazionari del Daesh. Qui come altrove, abbiamo la possibilità di creare le condizioni della nostra liberazione.

Articolo tratto dal Blog : «Quartiers libres»

Trad. Gérard Lambert

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Parigi brucia


Non si spara sui giornalisti, Nemmeno quando lavorano per la televisione serba di Belgrado, nel 1999. Oppure per quelle – laiche, in paesi islamici – irachene o libiche, rispettivamente sotto i regimi di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. E incidentalmente non si spara neanche sulle ambasciate, come avvenne per quella cinese, sempre a Belgrado, ad opera dei cacciabombardieri Usa, francesi, inglesi, italiani. Ci sarebbe sembrato normale ascoltare, anche in quei casi, parole simili. Ma non sono state pronunciate, se non da isolati guardiani delle libertà sbrigativamente apostrofati come ”filo-qualcun-altro”.

Non si spara neanche sulle donne e i bambini, eppure avviene ogni giorno, con record ormai ineguagliati da parte dei democraticissimi Stati Uniti in ogni angolo del mondo; o da parte della democratica e molto occidentale Israele; o con macabra regolarità da parte della Turchia, membro della Nato e alleato silente dell'Isis contro i curdi di sinistra, a Kobane come altrove.

Non si spara su chi fa informazione. Siamo una redazione che assolve a questo dovere civile consapevole del fatto che ogni parola digitata sulle nostre tastiere darà fastidio a qualcuno. In genere più potente. Pensiamo dunque anche che non si arrestano i giornalisti, come avviene sempre nella Turchia membro della Nato proiettata a esportare la “libertà”. Né si promette loro di ridurli sul lastrico per legge, come avviene in Italia, con la legge approvata nelle ore precedenti la strage di Parigi.

Ci piacerebbe che questo “comandamento” fosse ricordato sempre, a prescindere dal passaporto o dalla fede religiosa (quelli jugoslavi, in fondo, erano addirittura cristiani ortodossi...).

Ci piacerebbe – ma proprio non ce la facciamo – poter essere cinici come gli inglesi, fondatori dell'imperialismo moderno e portatori dell'identica supponenza imperiale anche ora che fanno soltanto da spalla per i loro successori statunitensi. Per questo non ci ha stupito che l'unica voce fuori dal coro, ieri, ancora a caldo, con le immagini del colpo di grazia al poliziotto ferito che scorrevano centinaia di volte su tutti gli schermi, sia stata proprio quella dell'ex direttore del più prestigioso e letto giornale economico del pianeta, il Financial Times. Parole durissime, scritte da Tony Barber mentre tutti piangevano oppure ordinavano di farlo, senza porsi domande. Parole che ricordano come fare informazione sia anche un'assunzione di responsabilità, non solo un'espressione di libertà.
"Anche se il magazine [Charlie Hebdo, ndr] si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione" [...] "Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, è solo per dire che sarebbe utile un po' di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocano i musulmani".
Lo imparano presto anche i bambini. La provocazione – o insulto – chiama insulto, induce ad alzare progressivamente i toni e la voce, fin quando questa non si spezza e un gesto, uno schiaffo, cambia il piano su cui si svolge “il confronto dialettico”. Accadde anche tra due maturi professionisti della comunicazione-provocazione, come Vittorio Sgarbi e Roberto D'Agostino.

Facciamo informazione e qui vogliamo condurre un'analisi razionale, perché non ci possiamo accontentare delle pseudo spiegazioni fondate su parole che la impediscono e richiamano all'ordine del “pensiero unico” (“follia”, “terrorismo”, “barbarie”, ecc).

E allora sgombriamo il campo dalla prima sciocchezza: quella avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo non è una strage contro la libertà di espressione. È un attacco alla Francia che bombarda in Medio Oriente come ha fatto su Libia e Mali. È un attacco portato da cittadini francesi convertiti all'islamismo politico radicale, andati a combattere in Siria contro Assad senza che nessuno impedisse loro di farlo. Anzi, si potrebbe sospettare che ci sia stata una certa condiscendenza sul lasciarli andare, proprio mentre Parigi – come Washington, Londra, Berlino, Roma – elargiva finanziamenti e armi per irrobustire una opposizione combattente al regime di Damasco. Un calcolo come tanti, nella speranza che si eliminassero a vicenda, spianando poi la strada alla “pacificazione” portata dall'Occidente. Sappiamo che le cose sono poi cambiate; ora laggiù si bombardano gli ex alleati che “si sono montati la testa”, creando un califfato a cavallo di confini scritti sulla sabbia da Parigi e Londra agli albori del secolo scorso. Un calcolo sbagliato, con combattenti avvelenati ed ormai molto esperti – tre scontri a fuoco senza subire perdite, per ora – pronti a “riportare in casa” la guerra per procura combattuta altrove.

Un attacco mirato, contro chi – ai loro occhi – svolgeva consapevolmente o meno un ruolo in senso molto lato “bellico”. È in fondo la stessa argomentazione sollevata contro chi protestava per i bombardamenti della tv serba o libica: “sono strumenti del regime, non giornalisti liberi”. E sinceramente lasciamo ad altri il compito di decidere se sia più “civile” massacrare gente bombardandola con i droni o sparandogli in un ufficio. Noi, semplicemente non vediamo nessuna differenza, perché la dinamica della guerra le cancella.

Un attacco alla Francia neocoloniale – senza neanche addentrarci nella complessa problematica delle banlieue e dell'integrazione “difficile” – condotta contro un simbolo del disprezzo occidentale verso valori e simboli ritenuti “sacri”. Siamo atei militanti e ci risulta inconcepibile combattere per un dio. Ma sappiamo che così funziona da millenni, anche qui da noi, nella civile Europa, tra tanti opinionisti rabbiosi che richiamano da decenni ai “valori cristiani” e allo “scontro di civiltà” per nascondere il conflitto tra materialissimi interessi contrapposti. Un imperialismo anche “culturale”, per cui gli unici valori sani, le uniche modalità comunicative ammissibili, le sole ritualità comprensibili, sono le nostre.

E invece il mondo del 2015 è popolato da molti altri soggetti, poli, interessi, culture. Il problema, attualissimo, dell'”Islam politico” non può essere ridotto alla macchietta del fanatico religioso che vuole tornare al Medioevo. Al contrario, il tentativo è quello di creare un “polo islamico” capace di competere con l'imperialismo occidentale usando – pur in rapporti di forza del tutto sfavorevoli – gli stessi mezzi, persino mediatici o simbolici. I network di area sono un esempio clamoroso di “introiezione della modernità” all'interno di un contesto culturale differente e con obiettivi autonomi. Un universo complicato, fatto di stati ufficialmente “alleati” degli Stati Uniti e dell'Unione Europea come di confraternite di “mutuo soccorso”, di milizie combattenti come di service audiovideo, di servizi segreti doppiogiochisti (dove si nascondeva Osama Bin Laden?) come di “brigate internazionali”. Un universo che unisce finanzieri e rapper, tecnologi dei media e masse arretrate delle megalopoli, aggregate soltanto – e in modo mai innocente, come per tutte le religioni – dal richiamo integralista.

Un problema che abbiamo affrontato altrove, tenendo presente – come altri – che "il mondo islamico conta più di un quinto della popolazione mondiale, ha un potenziale militare fra i maggiori del mondo, pesa per circa il 9% della finanza mondiale ed ha in pugno la maggior parte delle risorse petrolifere. Ma, essendo frammentato in una trentina di stati, pesa pochissimo nella scena internazionale: non ha un solo membro permanente del Consiglio di Sicurezza o nel G8, conta pochissimo nelle istituzioni finanziarie come nelle alleanze militari ed anche nel G20, ha una presenza del tutto marginale".

Affrontare questa competizione in termini di “scontro di civiltà” è un suicidio per la civiltà. È una semplificazione interessata che cerca di seppellire l'antagonismo tra interessi sociali all'interno del nostro mondo (esattamente come all'interno del mondo “islamico”) incanalando paure, malesseri, frustrazioni e disagi che nascono dal nostro modo di vivere, lavorare, esistere, verso un “nemico esterno”. Come sempre mostruoso, incomprensibile, pazzo, crudelissimo. Che prova a fare qui da noi quel che “noi” (i bombardieri e i militari che i “nostri” governi utilizzano) facciamo in casa loro o dei loro correligionari.

È una trappola in cui non cadiamo e che invitiamo tutti a individuare con chiarezza. È la stessa trappola scattata all'indomani dell'11 settembre, lo stesso dispositivo d'ordine che richiama come indispensabili nuove leggi restrittive, bavaglio alla libertà di stampa, militarizzazione sociale, silenziamento delle opposizioni.

La dinamica politica sottesa allo “scontro di civiltà” è chiaramente riassunta dai Lepen e dai Salvini, fascisti contemporanei che hanno con tranquillità sostituito l'antisemitismo con l'anti-islamismo, lasciando il resto dell'ideologia autoritaria intatto, anzi “modernizzato” con l'omaggio formale alla “libertà” che si intende limitare. Il destino che disegna Michel Houellebecq, insomma, di un “occidente” costretto a scegliere tra Lepen o l'islamizzazione. Ossia tra la concreta obbedienza a una deriva “fascista del terzo millennio” e un impossibile rovesciamento dei parametri fondamentali della modernità.

È una deriva che semina cadaveri anche a sinistra. Il PCF – i comunisti francesi – ha mostrato una volta di più di non saper resistere al richiamo dell'”unità della Republique” contro il nemico esterno, abdicando a qualsiasi autonomia di giudizio e posizionamento.

Un falso scontro, che ne nasconde altri, per molti aspetti più decisivi di quelli che la cronaca ci propina continuamente in primo piano.

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