Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2016

La tappa turca della guerra senza limiti

La sera dell’annuncio del tentativo di colpo di stato in Turchia, quando ancora i contorni della vicenda erano piuttosto incerti, una giornalista di Russia Today, il canale russo all-news in lingua inglese, ha chiesto a una analista militare che veniva intervistata via Skype nel suo studio di Washington: “vedi legami tra quello che è accaduto in Turchia e l’attentato di Nizza?”

La risposta è stata interlocutoria ma la domanda rimane. Naturalmente non c’è alcun complotto globale, frutto di un disegno esoterico, che dispone di attentati oggi e di colpi di stato domani lungo tutta l’Europa. Lo stesso esercito turco, come si è visto nelle ore successive alla dichiarazione di colpo di stato, non è più quella entità compatta che operò tre golpe nel proprio paese tra il 1960 e il 1980. E infatti si è visto: la popolazione scesa in piazza era del partito di Erdogan e, da quello che si è potuto guardare sui media o sui social, l’isolamento sociale dei golpisti è sembrato palese. Quello che è accaduto, e che sta accadendo, non è solo l’effetto della situazione interna turca. Ma, oltre a quello, di un più generale movimento tellurico che riguarda il medio oriente e che, inevitabilmente tocca anche la Turchia.

Commentando la strage di Nizza scrivevamo che il massacro del 14 luglio era effetto di una guerra senza limiti che si dava “nel complesso in un vasto triangolo che ha come vertici la Libia come lo Yemen e il nord della Siria” e aveva come posta in gioco la ridefinizione di “confini, traffici, reti di potere politiche, quotazioni di borsa, controllo del cyberspazio che ha effetto su quelle zone”.

Ora, considerando che la Turchia è interessata, più che all’information warfare, ad una tipologia di controllo del cyberspazio, quella della censura su youtube e twitter, possiamo dire che è palese che la terra di mezzo tra Europa ed Asia sta pienamente in questi processi di ridefinizione. Con le caratteristiche ibride della guerra senza limiti: l’attore statale turco non ha un comando ed una natura coerenti, e si è visto proprio con l’emergere del colpo di stato. Inoltre la Turchia vive la proliferazione di una serie di attori non statali, privati, sovranazionali, ibridi che si adattano benissimo alla categorie della guerra senza limiti: quelle di poter essere armi da guerra oltre la pura dimensione del campo di battaglia. Era poi evidente che con il Medio Oriente in piena, caotica, ridefinizione anche la Turchia avrebbe subito delle metamorfosi. Gli stessi emendamenti di Erdogan alla costituzione turca, che già crearono rumors di colpo di stato nel marzo di quest’anno, fanno parte di questo processo di ridefinizione della Turchia al mondo esterno, lo costituzionalizzano. La Turchia per farsi egemone in Medio Oriente pensa, come fa da tempo, di islamizzarsi. Tenendo un legame con l’occidente che è sempre più di puro calcolo, quando questo è possibile, e sempre meno legato ad un processo di integrazione con l’Europa (dei 33 capitoli di trattativa per l'entrata turca in Ue ne risultato bloccati almeno più della metà, mentre solo due recentemente sono stati riaperti). E, come sappiamo se l’integrazione con l’Europa deve essere la Ue, quindi il disastro liberista, è anche comprensibile come la bilancia politica turca penda verso una maggiore islamizzazione del paese.

Se il Medio Oriente è scosso, e l’Europa vacilla è evidente che la Turchia non poteva non risentirne, anche nei conflitti che riguardano l’assetto interno, proprio perchè paese anello di questi due mondi. Ne è uscito fuori un tentativo di golpe che è parso isolato dalla società, quanto comprensibile nelle frizioni interne all’esercito in una situazione controversa. Altri effetti chiari: una possibile legittimazione di una nuova ondata repressiva per il partito di Erdogan, un crollo della lira turca che avrà conseguenze su altre guerre, quelle finanziarie, visto, ad esempio, che la Turchia è destinazione del 10 per cento dell’export italiano. Già, perchè c’è poi l’altro conflitto che la Turchia sta perdendo: quello legato alla produzione di ricchezza, dovuto al rallentamento dell’economia. E che rende più controverse e difficili da governare le controversie interne, dalla giustizia sociale alla questione curda, come il posizionamento in Europa e in Medio Oriente. Le scosse della guerra senza limiti – che si combatte sul campo, in borsa, con attori formali e informali anche senza coerenza o persino dialogo tra questi soggetti – sono quindi di una intensità che raggiunge la Turchia come Nizza. Con eventi diversi, non paragonabili tra loro. Ma l’origine della crisi – che sta tra la ridefinizione convulsa del Medio Oriente a quelle dei modi di produrre ricchezza – è simile. E simile la durata dei conflitti: senza fine.

Nel frattempo Nizza e la Turchia finiscono, in miriadi di immagini e testimonianze, sui social media. I soggetti che registrano di tutto in questa guerra senza limiti.

Redazione, 16 luglio 2016

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Nizza. Ecco perchè il terrorismo ha vinto

Dopo la strage di Nizza e soprattutto dopo le reazioni alla strage, possiamo, anzi dobbiamo tirare una conclusione orribile ma logica: il terrorismo ha vinto. Dobbiamo dircelo proprio mentre diventa sempre più probabile che il gesto di Mohamed Bouhlel, il francese di origine tunisina che ha ucciso 84 persone sul lungomare della Costa Azzurra investendole con un Tir, in realtà con il terrorismo abbia poco o nulla a che fare e sia invece legato alle vicende personali dell’assassino (padre di tre figli, stava divorziando) e alla sua instabilità psichica. Possiamo anche aggiungere che la dinamica della strage sin dal primo momento ha mostrato di essere ben lontana da quella dei tipici atti terroristici dell’Isis e dei suoi simili: nessun commando, nessun kamikaze, niente kalashnikov e niente esplosivi. E ci dovremo prima o poi domandare come sia successo che un simile mezzo sia potuto entrare in un’area pedonalizzata, nel giorno della festa nazionale francese che era comunque considerata un appuntamento a rischio per l’ordine pubblico, solo perché l’autista-assassino ha detto di dover consegnare gelati.

Conta di più, però, un’altra cosa: che la strage di Nizza abbia subito spinto i giornali a parlare di attacco all’Europa, guerra di religione, strategia di guerra civile in Francia, piani dell’Isis, mostrando quanto fragili siano i nostri nervi e debole la nostra capacità di risposta collettiva. E’ vero, il terrorismo islamista ha colpito in Europa (e in Francia in particolare) un numero sufficiente di volte e con crudeltà bastante a farci vivere con i nervi perennemente tesi. Ma il caso del nizzardo Bouhlel somiglia drammaticamente a quello di Omar Mateen, il cittadino americano di origine afghana che nel giugno scorso ha ucciso 49 persone in un club gay di Orlando (Florida). Anche allora, dopo la più grave strage urbana della storia degli Usa, si scatenarono interpretazioni simili: il Califfato ordina di colpire, attacco all’America e così via. Quando si scoprì che Mateen era a sua volta un gay, ma con la mente disturbata, si smise di colpo di parlare del fatto. Anche a costo di dimenticare un fatto fondamentale se davvero ci fosse interessato il terrorismo: Mateen era stato indagato per sospetta collaborazione con il terrorismo ed era finito sulla “lista nera” dell’Fbi. Nonostante questo, era riuscito a procurarsi un fucile semiautomatico, in pratica un’arma da guerra. Tutto questo ci dice che siamo ancora impantanati in una visione del terrorismo islamico da “scontro di civiltà”. Quelli sono brutti, sporchi e cattivi e leggono il Corano, noi siamo buoni. Per questo sospettiamo che tra i migranti s’infiltrino i terroristi (anche se autorità e investigatori ci dicono che non è vero). Per questo qualunque crimine commesso da persone originarie di Paesi islamici è un atto di terrorismo, anzi: un attacco all’Europa, alla nostra civiltà. Finché non usciremo da questo vicolo cieco, abbiamo poche speranze di riuscire a battere il terrorismo. E infatti i dati ci dicono che dal 2000 a oggi, le vittime per atti di terrorismo sono andate sempre crescendo, fino ad aumentare di nove volte. Dobbiamo togliere al terrorismo islamico lo status privilegiato di fenomeno culturale che la teoria dello scontro di civiltà gli ha stupidamente regalato per riportarlo sulla terra, tra le dinamiche della speculazione politica ed economica cui appartiene. Sappiamo chi lo finanzia, sappiamo quali sono i suoi fini. Questo è il vero campo di battaglia. Convincere un miliardo di musulmani a non leggere più il Corano, ammesso che avesse senso, è un’impresa impossibile. Smetterla di inchinarsi ai Paesi del Golfo Persico che finanziano i miliziani sarebbe molto più semplice e più utile. Altrimenti continueremo a prendere lucciole per lanterne. E a scambiare i dementi assassini per strateghi dello scontro di civiltà.

Fulvio Scaglione - Famiglia Cristina

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16/07/2016

Strage di Nizza. L’Isis rivendica, ma gli scenari non collimano con gli schemi tradizionali

“E’ un terrorista indubbiamente legato all’Islam radicale”, ha detto il premier francese, Manuel Valls. Ma le notizie che trapelano non sembrano confermare lo schema classico e in un certo senso “rassicurante” per individuare il “nemico” da cui difendersi.

Secondo fonti tunisine Bouhlel, l’attentatore di Nizza, sarebbe un tunisino emigrato con il padre estremista islamico. Era depresso per il divorzio. Proprio il padre, intervistato dai media francesi ha affermato che il figlio: “Ha passato dei periodi difficili, l’ho portato da uno psichiatra. Ha fatto dei trattamenti (mostrando documenti del 2004) e il medico ci disse che era affetto da una malattia grave”. Ha aggiunto che il figlio a volte era “instabile, perfino violento”. I contatti tra il 31enne tunisino e il padre si erano rarefatti da quando si era trasferito in Francia.

Noto alla polizia per violenze domestiche e private, Bouhlel era stato in libertà vigilata. I media francesi riferiscono che sarebbe ancora in stato di fermo la moglie (separata dal 2012 da Bohulel) ma che nella casa dell’attentatore non sono state trovate né armi né esplosivi né materiale riconducibile agli jihadisti. l’emittente Europe 1 ha reso noto che la polizia francese ha arrestato 5 persone. I fermi sono stati effettuati, hanno riferito fonti della polizia, tra le persone della “stretta cerchia” di conoscenze dell’attentatore. Sempre secondo i media francesi il killer avrebbe beffato i servizi di sicurezza della Promenade des Anglais fingendosi un fornitore di gelati.

La rivendicazione dell’attentato da parte dell’Isis è giunta attraverso Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato: “L’autore dell’operazione di Nizza in Francia è uno dei soldati dello Stato islamico. Ha condotto questa operazione in risposta agli appelli a colpire la popolazione degli Stati della coalizione che combatte lo Stato islamico”. Tuttavia, secondo fonti citate dal quotidiano Le Figaro, gli inquirenti non hanno per ora trovato alcuna prova concreta che l’attentatore abbia dichiarato la sua adesione o giurato fedeltà all’Isis, come di solito fanno i terroristi prima di morire da martiri.

“Siamo di fronte a persone che sono sensibili ai messaggi di Daesh (l’acronimo arabo di “organizzazione Stato Islamico) che si impegnano in azioni violente senza necessariamente aver partecipato ai combattimenti, senza necessariamente essere addestrati” ha dichiarato il ministro degli interni francese Cazenueve.

Ricostruire la dinamica della strage di Nizza dunque appare tutt’altro che lineare. Gli scenari in bianco e nero, con un nemico definito e definibile – e dunque individuabile e attaccabile sul piano militare – non appartengono più al mondo di una guerra completamente asimmetrica. L’Isis rivendica tutto ciò che ritiene possa accrescere la propria immagine di potenza, anche quando magari non è frutto dei propri miliziani – organizzati in gruppi o lupi solitari che siano. Rivendicazioni postume che non presuppongono pianificazioni o centralizzazione degli attacchi. Una sorta di terrore in franchising che fa circolare un brand adattabile ad ogni situazione e che produce senso di insicurezza e minaccia nei paesi in cui avvengono gli attentati e le stragi. L’indefinibilità del nemico rende più isterici e brutali gli apparati e le misure di sicurezza che vengono adottate dalle potenze occidentali autoproclamatesi “esportatrici di democrazia” – e la Francia è tra queste – tramite i bombardamenti seminati a piene mani in questi anni in Medio Oriente o in Africa. Una storia che restituisce il terrore diffuso spesso su popolazioni inermi, reso ancora più cinico e odioso dal doppio standard con cui vengono pesate le vittime nelle strade delle città europee e quelle nei paesi mediorientali, africani, asiatici. E’ un tunnel dell’orrore di cui diventa difficilissimo individuare la fine.

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Da Nizza ad Ankara





Non abbiamo fatto ancora in tempo a riprenderci dallo shock di Nizza che arriva la notizia di un colpo di Stato ad Ankara: si profila, anche se in modi assai diversi, una destabilizzazione del bacino mediterraneo che non ha precedenti.

Iniziamo da Nizza, dove prende piede l’ipotesi dello squilibrato; cosa che non mi sorprende affatto: la figura dell’attentatore ha ben poco in comune con l’identikit dello jihadista suicida e cominciano ad emergere particolari che avvalorano questa spiegazione: la presenza di armi giocattolo nell’abitacolo, i precedenti di violenza gratuita e di gesti inconsulti, lo stato ossessivo per i suoi problemi finanziari eccetera. Dunque, l’ipotesi del “fuori di testa” che da solo monta questa carneficina ci sta, ma non ci risolve molti problemi, in primo luogo perché l’ipotesi del “matto” non esclude quella dell’attentato jihadista, perché non è affatto scontato che l’uomo non sia stato indotto a fare quel che ha fatto e, anche se mancano precedenti specifici di una sua partecipazione al mondo jihadista, non mancavano contatti anche solo indiretti con esso (ad esempio padre che sia fervente islamista). E, per certi versi, è augurabile che sia andata così e che ci troviamo di fronte ad un attentato politico, pur se compiuto per interposta persona, perché l’ipotesi del “matto solitario” è ancora peggiore e più preoccupante. Immaginiamo che questo strano personaggio fosse completamente solo, senza complici, e che abbia compiuto questa strage perché influenzato dalla propaganda islamista: peggio mi sento, perché questo significa che l’ondata terroristica ormai attira anche il pulviscolo delle sofferenze psichiatriche individuali e le trascina con sé in una scia si sangue aggiuntiva a quella degli attentati veri e propri. Una minaccia a cui sarebbe arduo opporre difesa. Per di più questa storia nizzarda getta una luce molto allarmante sull’incapacità di tutto il comparto di polizia. Questa volta i servizi segreti non c’entrano, perché l’uomo non aveva precedenti di sorta, qui a collassare sono stati i livelli più elementari: i vigili urbani e la polizia stradale incapaci di schermare un tratto di strada chiuso alla circolazione automobilistica. Io vorrei conoscere quell’immenso imbecille di poliziotto che sentendosi dire dall’attentatore che trasportava gelati, ci ha creduto: un tir di quelle dimensioni che trasposta gelati ed a quell’ora della sera, quando la festa si avvia al termine? E, comunque, si lascia passare un veicolo di quelle dimensioni?

D’altra parte, già all’inaugurazione dei campionati europei i sintomi non furono affatto tranquillizzanti e ricordo di aver osservato con amici “se questa è la capacità di controllo di un branco di teppisti ubriachi come gli hooligans, figurati che affidamento danno nella lotta al terrorismo!”. Nizza ci consegna l’immagine di un paese in balia di qualsiasi esplosione di violenza, privo dei più elementari apparati di sicurezza e, per di più, con un Presidente di leggendaria stupidità. Negli Usa, dopo la crisi del 1929, il nome del presidente Harding fu sinonimo di incapacità e, per decenni ancora, quando si voleva offendere un Presidente lo si paragonava a quello, aggiungendo “E chiedo scusa al Presidente Harding”. In Europa abbiamo Hollande per la bisogna.

Nelle stesse ore, un oscuro tentativo di colpo di Stato investiva la Turchia. La situazione è ancora confusa: sembra che il golpe sia rientrato e ci siano stati arresti, non si capisce bene quanta parte delle forze armate vi abbia preso parte, né da che parte stesse la popolazione. Meno che mai si capisce che colore politico avessero i golpisti, anche se fa un certo effetto sentire i leader occidentali, da Obama alla Merkel al solito penoso Hollande sbracciarsi in difesa del “legittimo governo democratico”: legittimo? Democratico? Chi? Erdogan? Ma di che stiamo parlando?

E’ possibile che dietro il golpe ci sia qualche mano straniera (Putin? Chissà!?) ma nel complesso, almeno per ora, l’impressione che si riceve è quella di un colpo di mano affrettato e di scarso seguito (per ora, insisto: per ora) quello che, nella sofisticata nomenclatura ispanica, che cataloga con precisione la tipologia dei colpi di stato militari, sarebbe chiamato un “quartelazo”, cioè un tentativo da taverna di soldataglia di bassissimo profilo. Ma forse potrebbe trattarsi di una cosa diversa che, sempre utilizzando il ricchissimo vocabolario spagnolo in materia (l’esperienza serve pure a qualcosa) si chiama “intentona” cioè non un vero e proprio colpo di stati, ma una sorta di prova generale che suona anche come “avvertimento” al governo. Insomma qualcosa di simile al nostro golpe Borghese. Non sappiamo e vedremo, comunque stiano le cose, “quartelazo” o “intentona” che sia, questo segnala un regime di Erdogan molto meno sicuro e stabile di quel che si pensava e l’ipotesi di un allargamento dell’area di destabilizzazione anche alla Turchia diventa una prospettiva non certa, ma plausibile.

E possiamo immagina le ripercussioni di tutto questo sulla guerra di Siria, sul Califfato, sugli equilibri più generalo del Medio Oriente, sulla valanga di migranti, sull’economia europea eccetera eccetera.

Si avvertono sinistri scricchiolii della situazione tali da far temere un crollo generalizzato del sistema di relazioni nell’area mediterranea e conviene leggere quel che accade e che accadrà alla luce di questa prospettiva.

Qualcuno, decenni fa, avrebbe commentato: Allegria!!!

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Su Nizza occorre il pudore di tacere


“La tragedia di Nizza ha ancora una volta dimostrato il rischio di precipitazioni, che spesso gareggia con la demagogia e il cinismo”.

E’ quanto scrive nel suo editoriale il periodico francese Politis invitando all’urgenza di tacere di fronte alla strage di Nizza. “Molto rapidamente, troppo rapidamente, forse, abbiamo sentito Christian Estrosi rimproverare Francois Hollande che solo giovedì aveva annunciato la fine dello stato d’emergenza”; ed infatti sono prolificati subito i sostenitori dello stato d’emergenza permanente, in Francia come nel nostro paese, dove abbiamo sentito addirittura qualcuno sostenere che l’Europa deve diventare come una “grande Israele”.

Eppure.

Eppure ci sono ancora tante cose che non quadrano con lo scenario di un ennesimo attentato jihadista. Al contrario, ancora una volta, un fatto di sangue coincide con la necessità di un esecutivo – quello di Hollande – di ricorrere a quello stato d’eccezione permanente che sembra essere l’unica soluzione delle classi dominanti di fronte alle conseguenze di una crisi irrisolta e dei conflitti sociali che ne derivano.

Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un tunisino di 31 anni, ma che non figura nella famosa “Fiche S”, la lista stilata dagli apparati di sicurezza francesi sugli elementi in odore di radicalizzazione. Non sembra che avesse dei complici. L’uomo era ritenuto “depresso e instabile” perché si era separato nel 2012 dalla moglie. In marzo l’uomo era stato coinvolto in un litigio con un altro autista. Per questo fatto era stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale.

L’attentato, secondo il procuratore di Nizza, Francois Molins, “anche se non è stato ancora rivendicato, corrisponde esattamente agli appelli di omicidio delle organizzazioni terroristiche islamiche diffusi sulle loro riviste e sui media”. Eppure molti fattori dimostrano il contrario. Innanzitutto non c’è traccia di rivendicazioni dell’Isis o di altri gruppi analoghi. A bordo del camion non è stato rinvenuto alcun materiale di origine jihadista. La pistola calibro 7.65 con cui ha sparato era di sua proprietà e le altre armi trovate a bordo del camion risultano essere imitazioni.

Un aggiornamento pomeridiano di Le Monde cita una fonte della polizia che esorta alla cautela e ricorda un precedente avvenuto a Digione. Nel mese di dicembre 2014, un automobilista ha investito tredici persone al grido di “Allah Akbar”. L’uomo però era stato 157 volte in un ospedale psichiatrico, e le autorità giudiziarie, che aveva inizialmente avviato un procedimento per terrorismo, avevano infine ritenuto che fosse solo il gesto di uno squilibrato.

Il dato che contrasta con questa tesi sarebbe però la premeditazione. Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha noleggiato il camion frigorifero due giorni prima a Saint-Laurent-du-Var, un municipio limitrofo a Nizza. Bouhel è arrivato al posteggio in bicicletta, è salito alla guida del Tir ed è poi arrivato sul lungomare di Nizza giovedì sera intorno alle 22.30, dove ha lanciato il camion sulla Promenade des Anglais sfondando le transenne della zona pedonalizzata per la Festa della Repubblica. Lì è salito sul marciapiede del lungomare e ha cominciato a investire i pedoni che stavano guardando lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Ma nulla conferma che abbia prenotato il camion solo per realizzare la strage.

Insomma si potrebbe scoprire che Mohammed Boulhel era solo un uomo fuori di testa, come i molti che negli Usa sparano all’impazzata dentro college o centri commerciali seminando decine di vittime. E’ sicuramente terrore, ma non è terrorismo né un progetto fondato sul terrore. Se questa tesi si rivelerà veritiera, i queruli commentatori che in Italia o Francia alimentano l’isteria, il razzismo e lo stato d’eccezione permanente dovrebbero avere il pudore di tacere – come chiede giustamente Poilitis.

Per paradosso, dovrebbero fare altrettanto anche se si scoprisse che Boulhel era un jihadista aderente a una delle tanti reti terroristiche attive in questo periodo. Queste reti sono state alimentate, finanziate, coadiuvate per anni anche da potenze come la Francia. Lo sono state in Bosnia e nel Kosovo, in Cecenia e in Iraq, in Siria e in Libia, fino a quando il “nemico del mio nemico” è diventato qualcosa di molto diverso da un amico che faceva il lavoro sporco per conto terzi.

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15/07/2016

Nizza, le carni straziate di Promenade des Anglais

Era la via, anzi la passeggiata, d’un welfare ante litteram. Sette chilometri di strada, dal porto verso ovest, a costeggiare il golfo naturale d’una città solare, comunque mediterranea. Una passeggiata fatta costruire per dar lavoro e far mangiare la gente del posto senz’occupazione costretta a mendicare. Un reverendo inglese, soldi britannici, così nacque Promenade des Anglais, diventata simbolo di villeggiatura in un mondo che già trent’anni dopo la Rivoluzione borghese pensava molto alla bella vita e poco al popolo. Se ne serviva offrendogli poco più che elemosine. Ieri la guerra delle civiltà è piombata su due dei sette chilometri di quel percorso a cento all’ora. Bianca e spettrale come in un film di Spielberg. A guidare quel camion sulla folla raccolta a Nizza per la pirotecnìa finale della festa più laica che l’Europa crociata riesce a produrre, c’era un tunisino che era anche francese. Trentun’anni, pochissimi per aver visto il colonialismo veterano, ma abbastanza per sapere tutto sul colonialismo di ritorno di cui il Maghreb è cosparso. Ma, probabilmente, la sua storia è un’altra. Sta nella battaglia avviata due anni or sono dalla nuova sigla del Jihad mondiale, quella dell’Isis, che ripercorre e rivaleggia con altri network della guerra santa islamista, ciò che resta di Qaeda.

E se fino a poche settimane fa il Daesh si dava obiettivi diversificati, costruendo il proprio Stato sui rottami esistenti o voluti di altre nazioni, per compensare la controffensiva che subisce in quelle terre lancia i suoi camion assassini, i kamikaze esplosivi, gli assalti dei cecchini e dei bombaroli di strada nel cuore dell’Europa considerata nemica. In realtà li lancia anche altrove, nel vicino e lontano Oriente. Ma lo shock che subiamo è assoluto come la nostra autoreferenzialità e naturalmente restiamo colpiti più da Parigi e Bruxelles che da Lahore e finanche da Istanbul. Ogni comunità che si raccoglie attorno alle proprie carni straziate e piange i suoi morti, pensa e prova a difendersi da una guerra imposta, per giunta in casa. Ma sembra che una simile guerra potrà durare a lungo se non costruiscono anticorpi fra chi vuole uccidere nel nome dell’Islam e chi vuol tornare a un passato esclusivamente revanscista. Sono ancora pochi a interrogarsi sul perché la società multietnica delle splendenti metropoli laiche della vecchia Europa non funziona. Eppure le nuove periferie parigine non sono più le Belleville di Pennac e neppure le Ménilmontant colorate. Sono le banlieue oltre la Defence.

Allo stesso modo le Tunisi, le Algeri, le Casablanca, vantate come pacificazione con un colonialismo che fu, hanno risposto agli interessi clanisti, dai Bourghiba a Ben Ali, agli smarrimenti dei Ben Bella finiti nei camalentismi di Bouteflika, nelle imperiture monarchie in affari con le tante Veolia nordafricane. E’ solo una parte del discorso, che non salva né giustifica il piano distruttivo dell’Islam armato, lanciato contro ogni occidentale visto come aggressore. Poiché è anche l’altro Islam che dovrebbe e deve combattere il suo nemico interiore. Però da noi c’è chi sostiene che quest’Islam non esiste, né può esistere, c’è chi vuole il fondamentalismo per scontrarsi con esso e non solo tramite le belle lettere di Houellebecq. Ma opponendo ai kalashikov jihadisti le armi delle sue industrie di guerra, incentivando un Far west che non sa controllare. Proprio come negli States, proprio come all’aeroporto di Bruxelles. Così c’è chi già, in una società agonizzante in assedio, propone la sua via d’uscita: se non è possibile l’integrazione (finora intesa come accettazione a senso unico anziché condivisione fra culture), ben venga l’apartheid. E porta come esempio da seguire il più problematico fra gli Stati del mondo: Israele. Se si vuol continuare a non capire e morire anzitempo, scegliamo pure il modello dello Stato-soldato. E Amen.

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Strage di Nizza: ci risiamo, ma allora, che fare?

Il copione è il solito delle stragi islamiste con le opportune varianti del caso: il solito Kamikaze che fa strage inneggiando ad Allah (questa volta con la variante del Tir in mezzo alla folla) e che poi, immancabilmente, se non si fa esplodere con una carica di tritolo, viene ucciso dalla polizia e mai che si riesca a catturarne uno vivo per capirci qualcosa. Altra variante del caso, la scelta del giorno: la festa nazionale francese.

E cominciamo da questo dato: è l’ennesimo episodio che colpisce la Francia in meno di due anni (potremmo anche comprendere nel conto il caso del Belgio che, in fondo, è un satellite della Francia). Come spiegare questo accanimento?

Si tratta solo della maggiore presenza di immigrati islamici? Sicuramente la Francia con i suoi 7 milioni circa rappresenta una delle massime concentrazioni di popolazione islamica del continente, il che rappresenta un ambiente favorevole per il terrorista che voglia mimetizzarsi e, per di più, favorisce l’innesco di una guerra civile fra autoctoni ed immigrati che è precisamente l’effetto che gli jihadisti stanno cercando. E quindi, ci sta che quello sia uno dei punti più vulnerabili del continente. Ma, a ben vedere ci sarebbero anche la Germania, l’Inghilterra e l’Italia che hanno concentrazioni numericamente equivalenti o quasi e non si registra una recrudescenza paragonabile.

Dunque, anche se questo fattore influisce, non è quello principale nella spiegazione. Si potrebbe pensare, allora, che questo abbia a che fare con le peggiori condizioni di accoglienza che, da un lato esasperano la popolazione islamica fornendo materiale umano pronto all’azione anche suicida e, nello stesso tempo, la isolano rispetto a quella dei francesi originari determinando un più difficile progetto di integrazione. Questo è già un elemento più credibile, perché in effetti in Francia le condizioni di accoglienza sono peggiori che altrove, ma anche questa non sembra una spiegazione esaustiva: in Belgio le condizioni non sono affatto negative e la strage c’è stata ugualmente, anche se si tratta di un caso particolare. Poi c’è da dire che diversi attentatori non erano immigrati ma erano giunti dal medio oriente proprio in vista dell’azione e, comunque, il fenomeno resta troppo circoscritto ad alcune decine (forse centinaia di persone) e, dopo il 2005, non sfocia in rivolte popolari, per cui il nesso fra la pretesa causa e l’effetto appare un po’ debole.

Il particolare dei terroristi venuti da fuori suggerisce l’idea di una strategia della centrale dell’Isis che vuol colpire la Francia forse per la sua crescente esposizione nei conflitti di area (Libia, Mali, operazioni aeree in Siria,ecc.). Questa è una spiegazione decisamente più plausibile, anche per l’incredibile raffica di fesserie che Hollande sta facendo, ma in questo caso si pone un problema in più: l’attentatore è un militante organico dell’Isis, legato ad una catena di comando, o un lupo solitario del tipo di quelli che fecero le stragi di Londra e di Atocha? Nel caso si tratti di un elemento organico non ci sarebbe nessuna novità da spiegare: è la prosecuzione del piano antifrancese dell’Isis e sarebbe solo la conferma dell’inefficienza dei servizi francesi che non riescono a neutralizzare la rete califfale nel loro paese.

Ma se si tratta di una riedizione della saga dei lupi solitari, il discorso cambia, perché questo (anche in connessione all’episodio di Orlando) segnala un passaggio dell’Isis dalla strategia delle cellule isolate che “assorbe” la precedente esperienza alquaedista nelle sue forme d’azione, una riprova del carattere “inclusivo” ed “anfibio” di questo che è un avversario molto più pericoloso della banda di Bin Ladin. E questo ripropone il problema del “perché in Francia?”. La scelta della data non sembra causale ed ha una forte valenza simbolica. Anche la scelta del mezzo lascia pensare. Pochi giorni fa era partito un messaggio web del Califfato che invitava ad usare ogni mezzo contro gli occidentali e faceva esplicita menzione di stragi fra la folla con un’auto lanciata a tutta velocità. Una coincidenza inquietante, anche perché, se cominciamo con la tecnica mediorientale delle autobombe, qui il clima si fa molto pesante. E quella di Nizza potrebbe essere solo l’inaugurazione di un ciclo cruentissimo.
Ancora una volta, misuriamo l’impotenza del contrasto antiterroristico sperimentato dai servizi occidentali: semplicemente non funziona.

Se queste teste di legno anziché oscurare i siti islamisti provassero a studiarli e a capire i messaggi che passano da quel canale, le evoluzioni culturali e linguistiche del fenomeno, lo spettro organizzativo che sottintendono, le forme d’azione che preparano saremmo già un bel passo avanti.

Ma, soprattutto, dobbiamo capire che per battere il terrorismo i mezzi militari e polizieschi sono necessari, ma sono del tutto insufficienti. Ripeto per l’ennesima volta che il terrorismo non finisce quando è arrestato o ucciso l’ultimo terrorista, ma quando il suo orizzonte politico collassa: quando il fine per cui ci si batte appare non più raggiungibile ed ogni sforzo inutile. Ma questo richiede che il contrasto, prima ancora che militare o poliziesco, sia di ordine politico e psicologico e questo ora manca del tutto.

A novembre scorso, la Società di psicanalisi critica organizzò un seminario sul terrorismo suicida le cui relazioni introduttive vennero tenute dal professor De Masi e dal sottoscritto, ne seguì un dibattito molto interessante e ricco di suggerimenti che sarebbe interessante riprendere, spero che la società ne curi in breve la pubblicazione degli atti, nonostante i molti impegni del suo Presidente e la limitatezza dei mezzi a sua disposizione. Magari sarà l’occasione per riprenderne a parlare.

Per ora constatiamo che sia sconfortante l’assenza anche minima di contrasto psicologico al terrorismo islamista e quanto impotente sia la risposta che ne segue.

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