Dopo il G8 di Genova erano le polizie italiane ad essere considerate le più violente d’Europa occidentale.
Ma da allora un po’ tutte le polizie hanno adottato modalità, tecniche e mezzi sempre più violente.
Non affronto qui una comparazione con gli altri casi limitandomi ad osservare che da quanto si sa dei casi tedesco, spagnolo, italiano e inglese si può constatare che in alcuno di essi (almeno sinora) sono stati adottati il flashball, le granate di désencerclement (dispersione), le griglie per spezzare i cortei e le “esfiltrazioni” da parte di tanti agenti in civile spalleggiati da quelli in divisa, più l’evidente incitamento a “dare una lezione (come fu per il G8 di Genova).
Forse incide anche il fatto che è in Francia che sono cominciate per prima le esercitazioni di low intensity conflict allo scopo di formare e addestrare (a Saint-Astier) un corpo poliziesco-militare (eurogendfor) adatto ai conflitti urbani del XXI secolo[1] (le “guerre a bassa intensità” che alcuni prevedono anche rispetto allo “spettro” che angoscia i dominanti che prospettano la tanatopolitica[2]).
La deriva verso pratiche violente da parte della polizia francese comincia con Sarkozy. Ciò appare evidente grazie ai diversi contributi al libro diretto da Laurent Mucchielli, La frénésie sécuritaire, in particolare di Christian Mouhanna, Serge Slama e Mathieu Rigouste, che è anche autore di La domination policière, une violence industrielle, in cui mostra la genealogia coloniale dei BAC (le famigerate brigate che nelle banlieues massacrano i giovani).
Ma è soprattutto con Valls e dopo con Collomb-Castaner-Macron che si sviluppa la deriva «muscolosa» della polizia francese versione XXI secolo.
In particolare, il primo episodio flagrante di tale escalation violenta fu il 1° Maggio 2016. C’ero e ho visto, all’altezza del metro Ledru Rollin, la polizia penetrare violentemente la manifestazione per spezzare il corteo con delle griglie di più di 4 metri d’altezza e della larghezza della strada, lanciando anche granate di désencerclement (dispersione), lacrimogeni e manganellate anche a donne anziane.
Un’azione che da tempo era inimmaginabile durante una manifestazione del 1° maggio e che ha scioccato ancor più il 1° Maggio 2019 con l’attacco diretto contro la stessa testa del corteo della CGT.
Dopo i primi actes dei gilets gialli (le manifestazioni di ogni sabato da novembre del 2018) s’è vista anche l’escalation della virulenza poliziesca, l’abuso dei queste nuove armi, notoriamente il flashball provocando centinaia di feriti anche gravi, la bastonatura sistematica anche di manifestanti assolutamente pacifici, di giornalisti, e l’azione di sbirri in civile sino al quasi assassinio di una giovane a Marsiglia (peraltro neanche coinvolta in “scontri” e in una stradina secondaria dopo la manifestazione).
Secondo qualche commentatore la polizia francese non sarebbe ancora assai formata/allenata alla gestione delle manifestazioni e perciò farebbe un uso «maldestro» dei mezzi di cui è da poco dotata e per i quali non sarebbe ancora abbastanza addestrata.
Sempre secondo queste opinioni l’azione poliziesca rivelerebbe l’improvvisazione e la confusione difronte a una mobilitazione inedita quale quella dei gilets gialli che spesso si mescolano coi black bloc o adottano modalità d’azione di questa componente di tante manifestazioni (sin da Seattle e anche prima).
Peraltro, si fa notare anche che la dotazione dei flashball così come delle pistole taser è stata adottata per evitare il ricorso alle armi da fuoco, cioè per evitare morti.
È vero sinora, ma al prezzo di un numero ormai impressionante di feriti gravi.
I pochi esperti francesi di polizia che hanno spesso espresso le loro valutazioni a tale proposito (in particolare in Médiapart, Le Monde, Libératione altrove) non sembrano aver dato spiegazioni convincenti (in particolare Jobard e De Maillard).
In un articolo che propone più punti di vista sulle violenze poliziesche si evoca anche lo stesso Difensore dei diritti Jacques Toubon, che nel suo rapporto del 10/1/2018, aveva “preconizzato” il divieto dei flashball (LBD40) durante la gestione dell’ordine, dice: “Annulliamo il rischio di pericolosità di queste armi sospendendone l’uso … prevenire piuttosto che curare (i feriti)”.
È noto che la «polizia delle polizie (l’IGPN), dall’inizio del movimento dei gilets gialli ha ricevuto centinaia di segnalazioni di atti molto violenti e di feriti gravi da parte della polizia.
Ma i risultati di tali inchieste non promettono nulla che possa frenare la deriva in corso. E anche le inchieste giudiziarie non promettono nulla di pacificante viste le condanne ingiuste o chiaramente reazionarie dei manifestanti classificati come violenti.
L’abbiamo già ricordato: le modalità dell’azione poliziesca un po’ dappertutto nei paesi cosiddetti democratici mostrano una ibridazione delle pratiche poliziesche e militari; per esempio, l’uso del flashball come arma con un calibro da guerra che però è considerata «non letale».
Siamo nella congiuntura dell’inflazione degli ossimori («guerre umanitarie», «azione proattiva» che giustificherebbe il ricorso all’azione muscolosa per prevenire o anche per «garantire la libertà di manifestare»).
Secondo alcuni la polizia sarebbe stata costretta al ricorso alla violenza perché i manifestanti di oggi sarebbero più violenti: la sociologa Isabelle Sommier (in Libération) cita la cifra che solo 5% dei manifestanti erano violenti negli anni 80-90 (nella mania di dare cifre qualsiasi elucubrazione cifrata passa per fonte affidabile...).
Ricordiamo solo che negli anni Settanta e anche dopo si sono avuti in Italia e in altri paesi cosiddetti democratici manifestazioni ancora più violente di oggi (con manifestanti che arrivavano a sottrarre armi da fuoco ad agenti di polizia … e non erano gruppi armati).
Questo lo ricorda anche Christian Mouhanna (intervistato qui).
Da notare anche che l’indurimento dell’azione poliziesca corrisponde alla preoccupazione del potere di mostrare che difende i quartieri dei ricchi che de tanto tempo si credevano “santuarizzati” e inviolabili da parte del «popolino pericoloso». Ma s’è visto che il risultato di tale azione non ha per nulla protetto le boutique dei ricchi.
Tuttavia Castaner-Macron hanno insistito a ripetere e aizzare lo stesso dispiegamento enorme di forze, mezzi e la stessa pratica, fallimentare rispetto a ciò che sarebbe lo scopo dell’azione repressiva.
In realtà, come é stato sottolineato da tanti, il movimento dei gilets gialli e ancor di più i black bloc hanno evidentemente messo in scacco la modalità tradizionale dell’azione repressiva della polizia perché non sono strutturati, non hanno leader che vanno a negoziare con la polizia, né la modalità delle manifestazioni con corteo inquadrato ecc.
Ma qualche esperto di polizia insiste interrogandosi sulla legittimità o l’illegittimità della violenza poliziesca pensando che sia dovuta alla mancanza di negoziazione tra manifestanti e polizia dovuta anche all’attitudine negativa del governo.
Ma uno degli obiettivi principali che il governo pretendeva raggiungere, come dice Mouhanna, era di utilizzar il disordine poliziesco e le bastonate allo scopo dissuasivo : vedete cosa succede a chi va a manifestare?
E’ pericoloso. Allora i manifestanti hanno capito che il governo non intende ascoltarli e usa strumentalmente la (repressione della) polizia per non negoziare.
Contrariamente all’illusione che la dottrina di mantenimento dell’ordine detta di “de-escalation” (che mira a cercare di minimizzare le violenze collaterali, inutili o pericolose e quindi cerca il dialogo permanente con la folla” – come ricordano gli esperti di polizia e proteste, Fillieule et Jobard), Castaner-Macron hanno puntato sul dispiegamento di un abnorme numero di agenti peraltro per 2/3 neanche addestrati alla gestione dell’ordine di piazza, nella quale anche quelli addestrati hanno agito maldestramente (dal punto di vista del ‘professionismo’ repressivo).
Al di là delle specificità e particolarità del contesto francese, come si può dedurre dai diversi reportage e dossier da mesi pubblicati da Médiapart.fr, appare evidente che il problema non è che la gestione Castaner-Macron e della polizia non siano dotati di un sapere e di mezzi appropriati per la gestione dell’ordine.
Il fatto politico è che questo governo ha scelto il «MURO», la negazione di ogni negoziazione e concessione, il che è evidente nell’ultimo discorso con cui Macron pretendeva chiudere la storia dei gilets gialli e la commedia del suo preteso ascolto della gente (non ha assolutamente voluto concedere l’istituzione di una tassa sui “grandi fortune”, cioè sui ricchi né a scalare, ma ha sollecitato donazioni milionarie per ricostruire Notre Dame).
Ciò era ben prevedibile non solo perché questo governo crede di tenere senza rischio il «coltello dalla parte del manico» con la maggioranza assoluta di cui dispone in Parlamento e il sostegno di tutti i grandi e piccoli dominanti. La scelta del governo è propria alla logica liberista che usa e abusa della forza dello Stato al servizio delle lobby pronte a far tutto per sostenerlo. Una logica che esclude precisamente la negoziazione e che vuole erodere e anche far sparire i sindacati e le opposizioni (come lo mostra materialmente l’attacco alla testa del corteo della CGT, ed è stupefacente che i dirigenti di tale sindacato non si rendano conto che questo è il liberismo).
La questione non è che si è difronte a une deriva autoritaria o che si va verso uno “Stato di polizia” o d’eccezione.
Autoritarismo e pseudo-democrazia, eccezione e gestione pacifica dei conflitti che i dominanti provocano, coesistono sempre.
Basta chiedere ai giovani delle banlieues o alla gente della Zad (come ai NOTAV) e alle altre vittime delle grandi opere e di tutti i mali e innanzitutto di una mortalità dovuta agli inquinamenti e che quando reagiscono sono massacrati o trattati come dei terroristi, cioè nemici dello Stato.
Siamo nel contesto che già in passato si chiamava «fascismo democratico», ma che passa senza bisogno di colpo di Stato o d’involuzione con parate poliziesche-militari. E ciò ancore di più oggi perché è consustanziale alla ascesa dello pseudo sovranismo-populista.
Le popolazioni dei paesi detti democratici saranno costrette a scegliere tra i Macron e altre pseudo-democratici o i Trump, i Le Pen, i Salvini, cioè fra due facce della stessa medaglia.
Come mostra l’Histoire populaire de la France di Gérard Noiriel, così come tutta la storia dell’umanità, si susseguono sempre congiunture di sconfitte delle lotte e resistenze dei lavoratori e in generale dei dominati, e qualche loro vittoria, ma effimere. Tuttavia, l’istinto stesso di sopravvivenza e la violenza del potere non possono che spingere alla rivolta e alla resistenza.
La tendenza dei dominanti ad approfittare dell’asimmetria di potere a loro favore e rifiutare ogni negoziazione e concessione ai dominati non potrà che spingere a rivolte sempre più dure ed è probabile che la modalità black bloc sarà generalizzata in tutte le rivolte.
E, purtroppo, non ci si dovrà meravigliare se in futuro si vedrà risorgere anche il ricorso alle armi da fuoco da parte delle polizie e anche da parte dei manifestanti.
(*) Tratto da Osservatorio Repressione.
ps: questo testo è stato pubblicato prima in francese qui il 4 maggio 2019 poco prima dell’appello Nous Accusons (che condivido totalmente).
Note:
[1] Si veda il documento a cura di “Nonostante Milano” qui, Low Intensity Conflict (LIC) è la definizione di “uno spazio ambiguo tra la pace e la guerra”.
[2] http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2018
Le tangenti di Sarkò per nascondere la verità sulla guerra del 2011
Nicolas Sarkozy è stato incriminato per aver preso 50 milioni di euro da Moammar Gheddafi con cui avrebbe finanziato la sua campagna elettorale del 2007. Su di lui sta avanzando, da più parti, il sospetto che la guerra del 2011 contro il regime di Tripoli sia stata un modo per cancellare le prove di quella corruzione. Ma è una bufala gigantesca. Certo, la cosa può avere influito, in una certa misura, soprattutto nel modo brutale e definitivo con cui ad un certo punto, quelli che manovravano i “ribelli”, decisero di eliminare Gheddafi. Ma le ragioni di quella guerra furono ben altre.
Innanzitutto va ricordato che l’aggressione alla Libia fu voluta anche da USA, Gran Bretagna, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. In prima fila c’era Barack Obama che sosteneva le primavere arabe con il fine esplicito di rimpiazzare i regimi laici esistenti con governi islamici “amici” e rimettere le mani sulle risorse energetiche dell’area.
Ma fu il Qatar a muovere le fila della rivolta di Bengasi da cui prese le mosse la “guerra civile”, mentre le petromonarchie temevano che si instaurassero dei regimi laici in seguito alle primavere arabe. Le spinte erano, dunque, diverse e contrastanti.
Così Londra e Parigi trovarono una sponda perfetta negli Emirati del Golfo che, peraltro, esercitavano (ed esercitano ancora) a loro volta un’influenza enorme sia nei confronti della Francia che della Gran Bretagna, paesi in cui hanno effettuato massicci investimenti nel corso degli ultimi decenni.
La verità è che sia Sarkozy sia il premier britannico David Cameron colsero al volo l’occasione di chiudere i conti con l’eredità post-coloniale dell’Italia ed i suoi cospicui interessi sia energetici sia economici in Libia (commesse etc. etc.). Una situazione che si era mostrata alla luce del sole con il Trattato di Amicizia italo-libico del 2009, voluto e firmato da Berlusconi e Gheddafi (la scena del baciamano tra le file di “amazzoni” libiche fu preso come un affronto inaccettabile dalle cancellerie occidentali) e che non era certamente andato giù sia ai Francesi sia ai Britannici.
A quel punto Sarkozy cercò e trovò una sponda in Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, peraltro anche grandi investitori in armamenti prodotti made in France. E quando il figlio di Gheddafi, Saif, disse di non capire la ragione dell’improvvisa ostilità francese aggiungendo ironicamente che sarebbe stato pronto a riconsiderare l’acquisto di caccia francesi Rafale a cui erano stati preferiti i Sukhoi russi, aveva colto nel segno intuendo perfettamente dove stava andando a parare la situazione.
Insomma, le tangenti di Gheddafi a Sarkozy, nel quadro appena descritto, appaiono solo come un dettaglio nella volontà di Sarkozy di ottenere l’uccisione di Gheddafi, in cui pare, tuttavia, siano stati coinvolti davvero i servizi segreti francesi (DGSE). Certo, se Gheddafi fosse stato catturato vivo avrebbe potuto svelare non pochi retroscena imbarazzanti per i suoi nemici occidentali ed arabi. Ma la guerra alla Libia ebbe una matrice complessa e fu determinata da un progetto ben più ampio delle beghe personali di Sarkò. E poi va ricordato che l’ostilità palese di Parigi nei confronti degli interessi italiani in Libia non nacque con Sarkozy e non è venuta, di certo, meno con suoi successori.
Potremmo dire che Sarkozy, a suo modo, interpretò una linea di pretesa egemonia nell’area che aveva solide tradizioni e che ha trovò poi anche in Francois Hollande ed Emmanuel Macròn dei perfetti continuatori. Basti pensare al sostegno fornito al generale Khalifa Haftar o, più recentemente, alle milizie affiancate da consiglieri militari francesi che hanno avversato i gruppi armati di Sabratha con i quali l’Italia aveva trattato per interrompere i flussi migratori dopo l’accordo italo-libico voluto da Gentiloni e Minniti del febbraio 2017.
Per completare il quadro va ricordato che furono gli Stati Uniti ad assestare il colpo finale alle truppe di Gheddafi sebbene Obama non avesse avuto il via libera del Congresso per condurre una guerra su vasta scala. Fu così che il presidente statunitense lasciò che le operazioni militari venissero svolte dagli alleati europei che impiegarono ben sette mesi prima di avere ragione delle deboli forze di Gheddafi.
E l’Italia? L’Italia cedette alle pressioni dirette di Washington e partecipò all’aggressione “costretta” dall’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea ma anche per impedire che i raid aerei francesi distruggessero gli impianti dell’ENI. Di certo non basteranno le tangenti di Gheddafi a Sarkò a mascherare la totale inconsistenza politica del governo italiano che si schierò a favore della guerra seguendo la direzione “atlantista“ indicata da Napolitano, che mise così una pietra tombale su decenni di tradizione e vocazione mediterranea della politica estera italiana.
Eppure all’Italia sarebbe bastato non concedere le basi italiane senza le quali tutta l’operazione non sarebbe stata tecnicamente possibile. Barak Obama, senza il permesso del Congresso USA, sarebbe stato nell’impossibilità di condurre operazioni militari di lunga durata per le quali necessitava di almeno tre o quattro portaerei. Londra non aveva portaerei e Parigi, avendone una sola, avrebbe pagato costi altissimi per una flotta di rifornitori in volo. Peraltro avere accettato di entrare nel conflitto volle dire per l’Italia tradire un trattato già firmato con una grave perdita di reputazione ed influenza sui paesi dell’Africa del Nord tutti pubblicamente ostili all’intervento contro Gheddafi.
Cui prodest? Non certo all’Italia stessa. Spostare tutta le colpe su Sarkozy, nel tentativo capzioso e fuorviante di trasformare tutta la vicenda in un affaire di corruzione tra lui e Gheddafi, è un’operazione maldestra che mira a rimuovere dalla memoria collettiva il quadro di interessi in gioco che hanno determinato quella vile aggressione ma anche ad occultare le enormi responsabilità dell’Italia nella guerra del 2011 contro la Libia. Un tentativo che, non a caso, sta trovando una sponda attivissima tra i commentatori dei media mainstream del nostro paese.
In conclusione, non si può non convenire con quanto scritto da Giorgio Cremaschi su Contropiano del 22 marzo 2018:
Innanzitutto va ricordato che l’aggressione alla Libia fu voluta anche da USA, Gran Bretagna, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. In prima fila c’era Barack Obama che sosteneva le primavere arabe con il fine esplicito di rimpiazzare i regimi laici esistenti con governi islamici “amici” e rimettere le mani sulle risorse energetiche dell’area.
Ma fu il Qatar a muovere le fila della rivolta di Bengasi da cui prese le mosse la “guerra civile”, mentre le petromonarchie temevano che si instaurassero dei regimi laici in seguito alle primavere arabe. Le spinte erano, dunque, diverse e contrastanti.
Così Londra e Parigi trovarono una sponda perfetta negli Emirati del Golfo che, peraltro, esercitavano (ed esercitano ancora) a loro volta un’influenza enorme sia nei confronti della Francia che della Gran Bretagna, paesi in cui hanno effettuato massicci investimenti nel corso degli ultimi decenni.
La verità è che sia Sarkozy sia il premier britannico David Cameron colsero al volo l’occasione di chiudere i conti con l’eredità post-coloniale dell’Italia ed i suoi cospicui interessi sia energetici sia economici in Libia (commesse etc. etc.). Una situazione che si era mostrata alla luce del sole con il Trattato di Amicizia italo-libico del 2009, voluto e firmato da Berlusconi e Gheddafi (la scena del baciamano tra le file di “amazzoni” libiche fu preso come un affronto inaccettabile dalle cancellerie occidentali) e che non era certamente andato giù sia ai Francesi sia ai Britannici.
A quel punto Sarkozy cercò e trovò una sponda in Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, peraltro anche grandi investitori in armamenti prodotti made in France. E quando il figlio di Gheddafi, Saif, disse di non capire la ragione dell’improvvisa ostilità francese aggiungendo ironicamente che sarebbe stato pronto a riconsiderare l’acquisto di caccia francesi Rafale a cui erano stati preferiti i Sukhoi russi, aveva colto nel segno intuendo perfettamente dove stava andando a parare la situazione.
Insomma, le tangenti di Gheddafi a Sarkozy, nel quadro appena descritto, appaiono solo come un dettaglio nella volontà di Sarkozy di ottenere l’uccisione di Gheddafi, in cui pare, tuttavia, siano stati coinvolti davvero i servizi segreti francesi (DGSE). Certo, se Gheddafi fosse stato catturato vivo avrebbe potuto svelare non pochi retroscena imbarazzanti per i suoi nemici occidentali ed arabi. Ma la guerra alla Libia ebbe una matrice complessa e fu determinata da un progetto ben più ampio delle beghe personali di Sarkò. E poi va ricordato che l’ostilità palese di Parigi nei confronti degli interessi italiani in Libia non nacque con Sarkozy e non è venuta, di certo, meno con suoi successori.
Potremmo dire che Sarkozy, a suo modo, interpretò una linea di pretesa egemonia nell’area che aveva solide tradizioni e che ha trovò poi anche in Francois Hollande ed Emmanuel Macròn dei perfetti continuatori. Basti pensare al sostegno fornito al generale Khalifa Haftar o, più recentemente, alle milizie affiancate da consiglieri militari francesi che hanno avversato i gruppi armati di Sabratha con i quali l’Italia aveva trattato per interrompere i flussi migratori dopo l’accordo italo-libico voluto da Gentiloni e Minniti del febbraio 2017.
Per completare il quadro va ricordato che furono gli Stati Uniti ad assestare il colpo finale alle truppe di Gheddafi sebbene Obama non avesse avuto il via libera del Congresso per condurre una guerra su vasta scala. Fu così che il presidente statunitense lasciò che le operazioni militari venissero svolte dagli alleati europei che impiegarono ben sette mesi prima di avere ragione delle deboli forze di Gheddafi.
E l’Italia? L’Italia cedette alle pressioni dirette di Washington e partecipò all’aggressione “costretta” dall’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea ma anche per impedire che i raid aerei francesi distruggessero gli impianti dell’ENI. Di certo non basteranno le tangenti di Gheddafi a Sarkò a mascherare la totale inconsistenza politica del governo italiano che si schierò a favore della guerra seguendo la direzione “atlantista“ indicata da Napolitano, che mise così una pietra tombale su decenni di tradizione e vocazione mediterranea della politica estera italiana.
Eppure all’Italia sarebbe bastato non concedere le basi italiane senza le quali tutta l’operazione non sarebbe stata tecnicamente possibile. Barak Obama, senza il permesso del Congresso USA, sarebbe stato nell’impossibilità di condurre operazioni militari di lunga durata per le quali necessitava di almeno tre o quattro portaerei. Londra non aveva portaerei e Parigi, avendone una sola, avrebbe pagato costi altissimi per una flotta di rifornitori in volo. Peraltro avere accettato di entrare nel conflitto volle dire per l’Italia tradire un trattato già firmato con una grave perdita di reputazione ed influenza sui paesi dell’Africa del Nord tutti pubblicamente ostili all’intervento contro Gheddafi.
Cui prodest? Non certo all’Italia stessa. Spostare tutta le colpe su Sarkozy, nel tentativo capzioso e fuorviante di trasformare tutta la vicenda in un affaire di corruzione tra lui e Gheddafi, è un’operazione maldestra che mira a rimuovere dalla memoria collettiva il quadro di interessi in gioco che hanno determinato quella vile aggressione ma anche ad occultare le enormi responsabilità dell’Italia nella guerra del 2011 contro la Libia. Un tentativo che, non a caso, sta trovando una sponda attivissima tra i commentatori dei media mainstream del nostro paese.
In conclusione, non si può non convenire con quanto scritto da Giorgio Cremaschi su Contropiano del 22 marzo 2018:
“Napolitano sulla vicenda libica scatenò quell’interventismo prepotente che poi usò a dismisura nelle crisi economiche e politiche successive. Il presidente della Repubblica cominciò subito a pretendere che l’Italia scendesse in guerra. Alla fine convinse il capo del governo Berlusconi, che era recalcitrante, e ottenne, ma era scontato, la piena adesione del PD. Così l’Italia entrò nella sporca guerra, e il ministro della difesa La Russa offrì basi e aerei per l’impresa. Naturalmente tutta la grande stampa salì a bordo dei bombardieri, con la sua solita retorica da guerrafondai umanitari. Ora che la Libia non è più uno Stato, ora che motovedette non si sa di chi minacciano di uccidere chi salva i migranti in mare, ora che il governo italiano paga i tagliagole perché fermino quei migranti nel deserto, i colpevoli della sporca guerra di Libia dovrebbero essere chiamati a risponderne. Giorgio Napolitano per primo dovrebbe andare sotto inchiesta, anche se a differenza di Sarkozy non rischierebbe nulla, vista l’immunità. E con lui dovrebbero essere messi sotto accusa Berlusconi e tutti coloro che, più o meno convinti, hanno coinvolto l’Italia nell’intervento militare in Libia. Gran parte della classe dirigente colpevole di quella sporca guerra è stata punita dall’ultimo voto. È positivo ma non basta. Bisogna che si faccia piena luce su quella vicenda le cui conseguenze ancora paghiamo. Il parlamento faccia una commissione d’inchiesta e non lasci nulla di impunito, almeno politicamente. E i colpevoli, a partire da Napolitano, di aver trascinato il paese in una azione militare totalmente illegale, paghino per ciò che hanno fatto.”Fonte
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23/03/2018
Libia - "Odissey dawn", la guerra con cui Sarkozy gettò la Libia nell'abisso
di Michele Giorgio
“Odissey Dawn”, la guerra voluta più di chiunque altro da Nicolas Sarkozy, cominciò il 19 marzo del 2011, al termine del vertice a Parigi della “Coalizione internazionale” – Onu, Ue, Usa e Paesi arabi –, con una pioggia di missili da crociera Tomahawk lanciati su una ventina di obiettivi in Libia. L’Italia mise a disposizione ben sette basi militari.
I primi missili contro le forze governative però decise di lanciarli Sarkozy. La caduta di Gheddafi serviva a coprire i finanziamenti libici che il presidente francese aveva ricevuto per la sua campagna elettorale quattro anni prima? L’interrogativo è legittimo dopo il fermo di Sarkozy ordinato dalla magistratura francese che indaga sulle dichiarazioni di un faccendiere che dice di aver portato cinque milioni di euro da Tripoli a Parigi tra fine 2006-inizio 2007 per consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente.
Sarkozy trascinò in guerra prima gli Stati Uniti e l’Inghilterra, poi anche l’Italia, con il consenso pieno del capo dello stato con l’elmetto Giorgio Napolitano e del Pd, e anche di Silvio Berlusconi che in seguito diede il via libera ai bombardamenti aerei italiani. Il desiderio di guerra del presidente francese era smisurato. Su suo ordine i jet francesi già qualche ora prima del lancio dei Tomahawk, avevano fatto strage di carri armati libici facendo esplodere la gioia dei ribelli libici che seguivano l’attacco in diretta su Al Jazeera, tv del Qatar, paese che avrebbe giocato un ruolo centrale nell’attacco volto a rovesciare Moammar Ghaddafi e che già operava dietro le quinte per fomentare la “rivolta” anche in Siria.
Il 19 marzo poco dopo mezzogiorno, cinque aerei francesi decollarono dalla base di Saint-Dizier per una missione su tutto il territorio libico. Due Rafale, due Mirage e un aereo radar Awacs «hanno impedito», spiegò lo stesso Sarkozy, «attacchi aerei delle forze di Gheddafi contro Bengasi». I jet francesi in realtà fecero strage non di aerei ma di carri armati e di centinaia di soldati libici. «Finalmente la Francia ha dato una speranza al popolo libico», urlò felice il portavoce del Consiglio di transizione nazionale formato dagli insorti.
Quel giorno da Bengasi, la “capitale” della cosiddetta “Rivoluzione del 17 febbraio”, giungevano notizie drammatiche di bombardamenti contro molti quartieri della città e perfino contro un ospedale. Testimoni parlavano di decine di morti e di migliaia di civili terrorizzati in fuga con ogni mezzo verso il confine col l’Egitto. Il leader degli insorti Mustafa Abdul Jalil invocò l’immediato aiuto di Sarkozy che scalpitava per attaccare. «È in corso un bombardamento su tutti i distretti di Bengasi. Oggi ci sarà una catastrofe se la comunità internazionale non attuerà le risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu», disse Abdul Jalil dando il via libera al presidente francese. Il bombardamento a tappeto, devastante, era una invenzione del capo degli insorti. I giornalisti che poi entrarono a Bengasi si resero conto che «gli attacchi del regime» in realtà avevano provocato pochi danni materiali alla città.
Tutto era cominciato proprio a Bengasi un mese prima, apparentemente sulla scia delle rivolte in Tunisia ed Egitto e delle proteste di massa che infiammavano Yemen e Bahrein. Il 16 febbraio decine di persone erano rimaste ferite e due uccise durante una manifestazione contro l’arresto di un attivista per i diritti umani. Il giorno dopo venne proclamata una “Giornata della collera”, alla quale parteciparono in maggior parte i famigliari di centinaia di detenuti uccisi nella repressione di una rivolta nel carcere Abu Slim di Tripoli che chiedevano la liberazione dell’avvocato legale che li rappresentava.
A questi si aggiunsero altri dimostranti. Gli slogan erano soprattutto contro la corruzione dilagante. Le forze di sicurezza reagirono con brutalità. I morti, almeno sette quel giorno, si moltiplicarono nei giorni successivi e gli scontri si allargarono a Derna, Tobruk e a tutto il territorio orientale creando una Libia 2 fino al valico di frontiera di Sallum con l’Egitto. Il 27 febbraio Bengasi e le città della “rivoluzione del 17 febbraio” diedero vita al “Consiglio Nazionale Libico” che, tra i suoi primi pronunciamenti, assicurò la validità dei contratti petroliferi con l’Occidente. Poche ore dopo il premier francese Francois Fillon ordina a due aerei di decollare per Bengasi per portare “aiuti umanitari” alla popolazione. Sarkozy aveva già deciso per la guerra e la fine di Gheddafi.
Fonte
“Odissey Dawn”, la guerra voluta più di chiunque altro da Nicolas Sarkozy, cominciò il 19 marzo del 2011, al termine del vertice a Parigi della “Coalizione internazionale” – Onu, Ue, Usa e Paesi arabi –, con una pioggia di missili da crociera Tomahawk lanciati su una ventina di obiettivi in Libia. L’Italia mise a disposizione ben sette basi militari.
I primi missili contro le forze governative però decise di lanciarli Sarkozy. La caduta di Gheddafi serviva a coprire i finanziamenti libici che il presidente francese aveva ricevuto per la sua campagna elettorale quattro anni prima? L’interrogativo è legittimo dopo il fermo di Sarkozy ordinato dalla magistratura francese che indaga sulle dichiarazioni di un faccendiere che dice di aver portato cinque milioni di euro da Tripoli a Parigi tra fine 2006-inizio 2007 per consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente.
Sarkozy trascinò in guerra prima gli Stati Uniti e l’Inghilterra, poi anche l’Italia, con il consenso pieno del capo dello stato con l’elmetto Giorgio Napolitano e del Pd, e anche di Silvio Berlusconi che in seguito diede il via libera ai bombardamenti aerei italiani. Il desiderio di guerra del presidente francese era smisurato. Su suo ordine i jet francesi già qualche ora prima del lancio dei Tomahawk, avevano fatto strage di carri armati libici facendo esplodere la gioia dei ribelli libici che seguivano l’attacco in diretta su Al Jazeera, tv del Qatar, paese che avrebbe giocato un ruolo centrale nell’attacco volto a rovesciare Moammar Ghaddafi e che già operava dietro le quinte per fomentare la “rivolta” anche in Siria.
Il 19 marzo poco dopo mezzogiorno, cinque aerei francesi decollarono dalla base di Saint-Dizier per una missione su tutto il territorio libico. Due Rafale, due Mirage e un aereo radar Awacs «hanno impedito», spiegò lo stesso Sarkozy, «attacchi aerei delle forze di Gheddafi contro Bengasi». I jet francesi in realtà fecero strage non di aerei ma di carri armati e di centinaia di soldati libici. «Finalmente la Francia ha dato una speranza al popolo libico», urlò felice il portavoce del Consiglio di transizione nazionale formato dagli insorti.
Quel giorno da Bengasi, la “capitale” della cosiddetta “Rivoluzione del 17 febbraio”, giungevano notizie drammatiche di bombardamenti contro molti quartieri della città e perfino contro un ospedale. Testimoni parlavano di decine di morti e di migliaia di civili terrorizzati in fuga con ogni mezzo verso il confine col l’Egitto. Il leader degli insorti Mustafa Abdul Jalil invocò l’immediato aiuto di Sarkozy che scalpitava per attaccare. «È in corso un bombardamento su tutti i distretti di Bengasi. Oggi ci sarà una catastrofe se la comunità internazionale non attuerà le risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu», disse Abdul Jalil dando il via libera al presidente francese. Il bombardamento a tappeto, devastante, era una invenzione del capo degli insorti. I giornalisti che poi entrarono a Bengasi si resero conto che «gli attacchi del regime» in realtà avevano provocato pochi danni materiali alla città.
Tutto era cominciato proprio a Bengasi un mese prima, apparentemente sulla scia delle rivolte in Tunisia ed Egitto e delle proteste di massa che infiammavano Yemen e Bahrein. Il 16 febbraio decine di persone erano rimaste ferite e due uccise durante una manifestazione contro l’arresto di un attivista per i diritti umani. Il giorno dopo venne proclamata una “Giornata della collera”, alla quale parteciparono in maggior parte i famigliari di centinaia di detenuti uccisi nella repressione di una rivolta nel carcere Abu Slim di Tripoli che chiedevano la liberazione dell’avvocato legale che li rappresentava.
A questi si aggiunsero altri dimostranti. Gli slogan erano soprattutto contro la corruzione dilagante. Le forze di sicurezza reagirono con brutalità. I morti, almeno sette quel giorno, si moltiplicarono nei giorni successivi e gli scontri si allargarono a Derna, Tobruk e a tutto il territorio orientale creando una Libia 2 fino al valico di frontiera di Sallum con l’Egitto. Il 27 febbraio Bengasi e le città della “rivoluzione del 17 febbraio” diedero vita al “Consiglio Nazionale Libico” che, tra i suoi primi pronunciamenti, assicurò la validità dei contratti petroliferi con l’Occidente. Poche ore dopo il premier francese Francois Fillon ordina a due aerei di decollare per Bengasi per portare “aiuti umanitari” alla popolazione. Sarkozy aveva già deciso per la guerra e la fine di Gheddafi.
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Sarkozy incriminato per corruzione. E due!
Ieri, 22 marzo, Nicolas Sarkozy è stato incriminato per corruzione passiva, finanziamento illegale della campagna elettorale del 2007 e occultamento di distrazione di fondi pubblici libici. Uno dei giudici incaricati dell’istruttoria lo aveva già rinviato a giudizio nell’affaire Bygmalion, che riguarda la sua campagna elettorale del 2012.
Ma Sarkozy ha molte altre pendenze con la giustizia francese. Il 1° luglio 2014 lui e il suo avvocato sono stati incriminati per «corruzione attiva», «abuso d’ufficio» e «occultamento di violazione del segreto professionale» grazie all’intercettazione di conversazioni su una linea telefonica che Sarkozy, allora presidente della Repubblica, aveva intestato a «Paul Bismuth».
Sarkozy è sospettato di aver tentato di ottenere da Gilbert Azibert, giudice della Corte di Cassazione, notizie coperte da segreto che lo riguardavano, promettendo, in cambio, di favorire il trasferimento a Monaco dell’alto magistrato. Per questo i giudici hanno chiesto, nell’ottobre 2017, che l’ex capo dello Stato sia giudicato da un tribunale. Inoltre, l’arbitrato grazie al quale Bernard Tapie ha ottenuto dallo Stato, nel 2008, un indennizzo di 404 milioni di euro per il danno subito con la vendita di Adidas nel 1993 è stato dichiarato nullo. Tapie dovrà rimborsare la somma. I giudici non escludono lo zampino di Sarkozy in quell’arbitrato.
Sarkozy è stato ascoltato come testimone, nel febbraio 2014, dai giudici che indagano sulle tangenti versate per la vendita d’armi al Pakistan e all’Arabia Saudita nel 1995, parte delle quali – le cosiddette retro-commissioni – avevano finanziato la campagna presidenziale di Edourd Balladur, di cui Sarkozy, già ministro del Bilancio nel suo governo, era portavoce. La giustizia francese si interessa anche al contratto di 2 miliardi di euro fra il Kazakistan e l’impresa Eurocopter per la vendita di 45 elicotteri, oggetto di « retro-commissioni », che consistono nel gonfiare la fattura per versare al mediatore una commissione più grossa, parte della quale torna segretamente al venditore. Sarkozy, all’epoca presidente della Repubblica, ha partecipato alla trattativa e l’inchiesta è in corso per determinare se sia corresponsabile di corruzione.
Sei persone della cerchia di Sarkozy, quando era all’Eliseo, sono state incriminate, insieme al sondaggista Ipsos, per attribuzione irregolare di commesse di sondaggi del valore di 9,4 milioni di euro. Finora Sarkozy è stato protetto dall’immunità presidenziale. L’ex presidente è stato accusato anche di aver approfittato dello stato di debolezza di Liliane Bettencourt, erede del gruppo L’Oréal. Interrogato, incriminato per circonvenzione d’incapace, abuso d’ufficio e ricettazione, è stato prosciolto, dato che i giudici non hanno potuto raccogliere prove sufficienti a suo carico.
Nel novembre scorso, infine, si è conclusa un’altra inchiesta sui viaggi di Sarkozy in jet privato fra il 2012 e il 2013, fatturati alla società Lov Group del suo amico Stéphane Courbit. L’ex presidente non è stato incriminato.
Fonte
Ennesimo tassello che manda a benedire la vulgata tutta provincialista per cui sono la nostra classe dirigente fa schifo.
Ma Sarkozy ha molte altre pendenze con la giustizia francese. Il 1° luglio 2014 lui e il suo avvocato sono stati incriminati per «corruzione attiva», «abuso d’ufficio» e «occultamento di violazione del segreto professionale» grazie all’intercettazione di conversazioni su una linea telefonica che Sarkozy, allora presidente della Repubblica, aveva intestato a «Paul Bismuth».
Sarkozy è sospettato di aver tentato di ottenere da Gilbert Azibert, giudice della Corte di Cassazione, notizie coperte da segreto che lo riguardavano, promettendo, in cambio, di favorire il trasferimento a Monaco dell’alto magistrato. Per questo i giudici hanno chiesto, nell’ottobre 2017, che l’ex capo dello Stato sia giudicato da un tribunale. Inoltre, l’arbitrato grazie al quale Bernard Tapie ha ottenuto dallo Stato, nel 2008, un indennizzo di 404 milioni di euro per il danno subito con la vendita di Adidas nel 1993 è stato dichiarato nullo. Tapie dovrà rimborsare la somma. I giudici non escludono lo zampino di Sarkozy in quell’arbitrato.
Sarkozy è stato ascoltato come testimone, nel febbraio 2014, dai giudici che indagano sulle tangenti versate per la vendita d’armi al Pakistan e all’Arabia Saudita nel 1995, parte delle quali – le cosiddette retro-commissioni – avevano finanziato la campagna presidenziale di Edourd Balladur, di cui Sarkozy, già ministro del Bilancio nel suo governo, era portavoce. La giustizia francese si interessa anche al contratto di 2 miliardi di euro fra il Kazakistan e l’impresa Eurocopter per la vendita di 45 elicotteri, oggetto di « retro-commissioni », che consistono nel gonfiare la fattura per versare al mediatore una commissione più grossa, parte della quale torna segretamente al venditore. Sarkozy, all’epoca presidente della Repubblica, ha partecipato alla trattativa e l’inchiesta è in corso per determinare se sia corresponsabile di corruzione.
Sei persone della cerchia di Sarkozy, quando era all’Eliseo, sono state incriminate, insieme al sondaggista Ipsos, per attribuzione irregolare di commesse di sondaggi del valore di 9,4 milioni di euro. Finora Sarkozy è stato protetto dall’immunità presidenziale. L’ex presidente è stato accusato anche di aver approfittato dello stato di debolezza di Liliane Bettencourt, erede del gruppo L’Oréal. Interrogato, incriminato per circonvenzione d’incapace, abuso d’ufficio e ricettazione, è stato prosciolto, dato che i giudici non hanno potuto raccogliere prove sufficienti a suo carico.
Nel novembre scorso, infine, si è conclusa un’altra inchiesta sui viaggi di Sarkozy in jet privato fra il 2012 e il 2013, fatturati alla società Lov Group del suo amico Stéphane Courbit. L’ex presidente non è stato incriminato.
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Ennesimo tassello che manda a benedire la vulgata tutta provincialista per cui sono la nostra classe dirigente fa schifo.
22/03/2018
Napolitano, Berlusconi e tutta la classe dirigente andrebbero processati per la guerra di Libia
L’arresto di Sarkozy, che tra l’altro ci mostra il carattere feudale della immunità da noi riservata agli ex presidenti della Repubblica, ha riscoperto il verminaio della guerra di Libia del 2011. Secondo gli inquirenti, nel 2007 Sarkozy avrebbe ricevuto ben 50 milioni di euro per la sua campagna elettorale. Eletto presidente anche grazie a quei soldi, egli avrebbe poi scatenato la guerra di Libia per torbidi motivi, tra i quali non si può fare a meno di considerare anche quello di mettere a tacere un creditore scomodo. E Gheddafi fu puntualmente giustiziato.
Il 19 marzo del 2011 i jet francesi iniziavano i bombardamenti in Libia, senza alcun mandato formale dell’ONU, che si era limitata a condannare il governo libico. Ben presto Sarkozy riuscì a coinvolgere nella sua sporca guerra tutta la NATO e a tal fine fu decisivo il presidente italiano Giorgio Napolitano.
Giorgio Napolitano è stato il peggior presidente della Repubblica e anche l’unico ad essere rieletto. Il che significa che egli ben rappresenta un’intera classe politica di destra e “sinistra”, responsabile dei disastri del paese.
Napolitano sulla vicenda libica scatenò quell’interventismo prepotente che poi usò a dismisura nelle crisi economiche e politiche successive. Il presidente della Repubblica cominciò subito a pretendere che l’Italia scendesse in guerra. Alla fine convinse il capo del governo Berlusconi, che era recalcitrante, e ottenne, ma era scontato, la piena adesione del PD. Così l’Italia entrò nella sporca guerra, e il ministro della difesa La Russa offrì basi e aerei per l’impresa. Naturalmente tutta la grande stampa salì a bordo dei bombardieri, con la sua solita retorica da guerrafondai umanitari.
Ora che la Libia non è più uno Stato, ora che motovedette non si sa di chi minacciano di uccidere chi salva i migranti in mare, ora che il governo italiano paga i tagliagole perché fermino quei migranti nel deserto, i colpevoli della sporca guerra di Libia dovrebbero essere chiamati a risponderne.
Giorgio Napolitano per primo dovrebbe andare sotto inchiesta, anche se a differenza di Sarkozy non rischierebbe nulla, vista l’immunità. E con lui dovrebbero essere messi sotto accusa Berlusconi e tutti coloro che, più o meno convinti, hanno coinvolto l’Italia nell’intervento militare in Libia.
Gran parte della classe dirigente colpevole di quella sporca guerra è stata punita dall’ultimo voto. È positivo ma non basta. Bisogna che si faccia piena luce su quella vicenda le cui conseguenze ancora paghiamo. Il parlamento faccia una commissione d’inchiesta e non lasci nulla di impunito, almeno politicamente.
E i colpevoli, a partire da Napolitano, di aver trascinato il paese in una azione militare totalmente illegale, paghino per ciò che hanno fatto.
Fonte
Il 19 marzo del 2011 i jet francesi iniziavano i bombardamenti in Libia, senza alcun mandato formale dell’ONU, che si era limitata a condannare il governo libico. Ben presto Sarkozy riuscì a coinvolgere nella sua sporca guerra tutta la NATO e a tal fine fu decisivo il presidente italiano Giorgio Napolitano.
Giorgio Napolitano è stato il peggior presidente della Repubblica e anche l’unico ad essere rieletto. Il che significa che egli ben rappresenta un’intera classe politica di destra e “sinistra”, responsabile dei disastri del paese.
Napolitano sulla vicenda libica scatenò quell’interventismo prepotente che poi usò a dismisura nelle crisi economiche e politiche successive. Il presidente della Repubblica cominciò subito a pretendere che l’Italia scendesse in guerra. Alla fine convinse il capo del governo Berlusconi, che era recalcitrante, e ottenne, ma era scontato, la piena adesione del PD. Così l’Italia entrò nella sporca guerra, e il ministro della difesa La Russa offrì basi e aerei per l’impresa. Naturalmente tutta la grande stampa salì a bordo dei bombardieri, con la sua solita retorica da guerrafondai umanitari.
Ora che la Libia non è più uno Stato, ora che motovedette non si sa di chi minacciano di uccidere chi salva i migranti in mare, ora che il governo italiano paga i tagliagole perché fermino quei migranti nel deserto, i colpevoli della sporca guerra di Libia dovrebbero essere chiamati a risponderne.
Giorgio Napolitano per primo dovrebbe andare sotto inchiesta, anche se a differenza di Sarkozy non rischierebbe nulla, vista l’immunità. E con lui dovrebbero essere messi sotto accusa Berlusconi e tutti coloro che, più o meno convinti, hanno coinvolto l’Italia nell’intervento militare in Libia.
Gran parte della classe dirigente colpevole di quella sporca guerra è stata punita dall’ultimo voto. È positivo ma non basta. Bisogna che si faccia piena luce su quella vicenda le cui conseguenze ancora paghiamo. Il parlamento faccia una commissione d’inchiesta e non lasci nulla di impunito, almeno politicamente.
E i colpevoli, a partire da Napolitano, di aver trascinato il paese in una azione militare totalmente illegale, paghino per ciò che hanno fatto.
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21/03/2018
Il sistema Sarkozy
Da stamane, 20 marzo, l’ex presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy viene interrogato dai poliziotti dell’Ufficio centrale per la lotta contro la corruzione e le infrazioni finanziarie e fiscali, nel quadro di un’informazione giudiziaria aperta nell’aprile 2013 riguardo al finanziamento della sua campagna presidenziale, nel 2007, da parte di Muhammar Gheddafi. I tre giudici incaricati dell’inchiesta hanno accumulato centinaia di documenti e testimonianze in proposito.
La storia dei rapporti fra Sarkozy e la Libia comincia nell’ottobre 2005, quando l’allora ministro dell’Interno nel governo Villepin effettua una visita a Tripoli. Gheddafi lo riceve nella sua tenda. Due degli intimi di Sarkozy, Claude Guéant e Brice Hortefeux, stabiliscono strette relazioni con i servizi segreti libici. Sarkozy è eletto, il 6 maggio 2007. Nel dicembre 2007 Gheddafi monta la sua tenda nei giardini dell’hôtel Marigny, a Parigi, ricevuto in visita ufficiale da Sarkozy.
Nel febbraio 2011 il governo libico reprime un’insurrezione a Bengasi. Sarkozy è il primo capo di Stato a riconoscere il Consiglio Nazionale di Transizione libico e a reclamare un intervento armato, nel quadro di una coalizione internazionale, per sostenerlo. Su Euronews, Saif, uno dei figli di Gheddafi, dichiara che «bisogna che Sarkozy restituisca il denaro accettato dalla Libia per finanziare la sua campagna elettorale». L’ONU autorizza i bombardamenti della Francia sulla Libia. La guerra dura sette mesi. Gheddafi e un altro dei suoi figli sono uccisi in circostanza mai chiarite.
Dopo la guerra Bechir Saleh, capo di gabinetto di Gheddafi, arrestato, fuggito in Tunisia, viene aiutato dall’ambasciatore di Francia a Tunisi a raggiungere Parigi, quindi il Niger e, infine, il Sudafrica. Fra i due turni delle presidenziali del 2012 il sito di informazione Mediapart pubblica un documento ufficiale libico del 2006 relativo ad un accordo che dispone il finanziamento della campagna del 2007 di Sarkozy con 50 milioni di euro. Per la magistratura, il documento sembra autentico.
La procura di Parigi apre un’inchiesta. Nel corso degli anni vengono fuori nomi e testimonianze di una serie di strani personaggi, che sembrano comporre il «sistema Sarkozy». Questi signori viaggiano da un aeroporto all’altro muniti di borse piene di soldi. Sono Ziad Takieddine, intermediario commerciale , Alexandre Djouhri, uomo d’affari, Bechir Saleh, intermediario nella vendita di armi, Claude Guéant, segretario generale dell’Eliseo, Brice Hortefeux, ministro delle Collettività territoriali, Moussa Koussa, capo dei Servizi segreti libici, Abdallah Senoussi, Capo del Servizio di informazioni militari libici, Choukru Ghanem, ex capo del governo libico e ministro del petrolio, Bagdhadi Mahmoudi, ex primo ministro libico, Abdallah Senoussi, capo dei Servizi segreti libici, Khaled Bugshan, uomo d’affari saudita e l’avvocato d’affari malese Siva Rajendram.
Fra tutti costoro esiste un circuito finanziario complesso, al quale gli investigatori si interessano da ormai cinque anni, che potrebbe essere stato utilizzato anche per altre transazioni. Sarkozy, finora, ha respinto sdegnosamente ogni addebito. Il suo fermo può durare 48 ore, fino a giovedì mattina, quando potrebbe essere presentato ai giudici per essere indagato o essere rimesso in libertà. Un’esperienza originale per il «primo poliziotto di Francia», titolo che spetta a quanti, come lui, sono stati ministri dell’Interno.
Fonte
La storia dei rapporti fra Sarkozy e la Libia comincia nell’ottobre 2005, quando l’allora ministro dell’Interno nel governo Villepin effettua una visita a Tripoli. Gheddafi lo riceve nella sua tenda. Due degli intimi di Sarkozy, Claude Guéant e Brice Hortefeux, stabiliscono strette relazioni con i servizi segreti libici. Sarkozy è eletto, il 6 maggio 2007. Nel dicembre 2007 Gheddafi monta la sua tenda nei giardini dell’hôtel Marigny, a Parigi, ricevuto in visita ufficiale da Sarkozy.
Nel febbraio 2011 il governo libico reprime un’insurrezione a Bengasi. Sarkozy è il primo capo di Stato a riconoscere il Consiglio Nazionale di Transizione libico e a reclamare un intervento armato, nel quadro di una coalizione internazionale, per sostenerlo. Su Euronews, Saif, uno dei figli di Gheddafi, dichiara che «bisogna che Sarkozy restituisca il denaro accettato dalla Libia per finanziare la sua campagna elettorale». L’ONU autorizza i bombardamenti della Francia sulla Libia. La guerra dura sette mesi. Gheddafi e un altro dei suoi figli sono uccisi in circostanza mai chiarite.
Dopo la guerra Bechir Saleh, capo di gabinetto di Gheddafi, arrestato, fuggito in Tunisia, viene aiutato dall’ambasciatore di Francia a Tunisi a raggiungere Parigi, quindi il Niger e, infine, il Sudafrica. Fra i due turni delle presidenziali del 2012 il sito di informazione Mediapart pubblica un documento ufficiale libico del 2006 relativo ad un accordo che dispone il finanziamento della campagna del 2007 di Sarkozy con 50 milioni di euro. Per la magistratura, il documento sembra autentico.
La procura di Parigi apre un’inchiesta. Nel corso degli anni vengono fuori nomi e testimonianze di una serie di strani personaggi, che sembrano comporre il «sistema Sarkozy». Questi signori viaggiano da un aeroporto all’altro muniti di borse piene di soldi. Sono Ziad Takieddine, intermediario commerciale , Alexandre Djouhri, uomo d’affari, Bechir Saleh, intermediario nella vendita di armi, Claude Guéant, segretario generale dell’Eliseo, Brice Hortefeux, ministro delle Collettività territoriali, Moussa Koussa, capo dei Servizi segreti libici, Abdallah Senoussi, Capo del Servizio di informazioni militari libici, Choukru Ghanem, ex capo del governo libico e ministro del petrolio, Bagdhadi Mahmoudi, ex primo ministro libico, Abdallah Senoussi, capo dei Servizi segreti libici, Khaled Bugshan, uomo d’affari saudita e l’avvocato d’affari malese Siva Rajendram.
Fra tutti costoro esiste un circuito finanziario complesso, al quale gli investigatori si interessano da ormai cinque anni, che potrebbe essere stato utilizzato anche per altre transazioni. Sarkozy, finora, ha respinto sdegnosamente ogni addebito. Il suo fermo può durare 48 ore, fino a giovedì mattina, quando potrebbe essere presentato ai giudici per essere indagato o essere rimesso in libertà. Un’esperienza originale per il «primo poliziotto di Francia», titolo che spetta a quanti, come lui, sono stati ministri dell’Interno.
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09/10/2017
Macron come Sarkozy?
Parigi. Giovane, sorridente e ben educato l’uno, vecchio politicante l’altro, Macron e Sarkozy sembrano, a prima vista, molto diversi. Ma forse non è proprio così. Del resto, qualche giorno dopo l’elezione di Macron, Sarkozy confida agli intimi: “Macron? Sono io in meglio”. Se Sarkozy se la prende con la “feccia”, Macron se la prende coi “fannulloni”. Se Sarkozy urla un «levati dai piedi, povero coglione» a un cittadino che rifiuta di stringergli la mano, Macron accusa dei lavoratori in lotta per difendere il loro posto di lavoro di «fare casino».
Entrambi accolgono nel loro governo personalità del campo avversario: Sarkozy quattro ministri “di sinistra”, Macron vari esponenti della destra. Sarkozy, prima di Macron, è definito «presidente dei ricchi». Amico dei Bouygues, degli Arnault, dei Bolloré, dei Lagardère il primo, socio della Banca Rothschild e soprannominato il «Mozart della finanza» il secondo. Sarkozy, come Macron, ce l’ha con i «corpi intermedi», leggi sindacati, partiti, giornalisti.
Sarkozy è un fautore dell’identità nazionale, contro «i francesi di sangue misto», un laico contro l’Islam che vanta «le radici cristiane» della Francia, un discendente dei «Galli» che invita gli allievi musulmani a prendere una «doppia porzione di patate fritte» alla mensa nei giorni in cui viene servito del maiale. Quanto a Macron, sottolinea che «non c’è una cultura francese, ma una cultura della Francia» ma si corregge prontamente, promettendo di «combattere il rischio che la Francia diventi multiculturale».
Mentre Sarkozy è amico dei padroni dei media, da TF1 a Les Echos e Le Parisien, da Canal + a Europe 1, Journal du Dimanche, Paris Match. Macron dichiara:«i giornalisti non m’interessano, sono i francesi che m’interessano». L’unico canale di comunicazione che sembra interessarlo è Facebook. Macron scommette sul tramonto del mondo politico tradizionale, Sarkozy crede nella sua attualità. Anzi no. Dopo lo scandalo Bygmalion, l’ex presidente sogna una «nuova e vasta unione che superi i fossati tradizionali, che non corrispondono più, oggi, alla minima realtà». Un macronista ante litteram insomma...
Fonte
22/11/2016
Francia, la fine di Sarkozy
di Michele Paris
Il risultato del primo turno delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza francese del partito gollista “I Repubblicani” (LR o Les Républicaines) si è concluso con la vittoria a sorpresa dell’ex primo ministro, François Fillon, davanti al favorito della vigilia, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé. Dal ballottaggio di domenica prossima resterà fuori l’ex presidente, Nicolas Sarkozy, giunto tristemente terzo a conferma della persistente ostilità nei suoi confronti anche tra gli elettori di centro-destra dopo i cinque anni trascorsi al palazzo dell’Eliseo.
Fillon, primo ministro proprio durante la presidenza Sarkozy tra il 2007 e il 2012, ha messo a segno un risultato difficilmente pronosticabile, visto che solo alcune settimane fa era accreditato di un consenso attorno al 10% tra i potenziali votanti nelle primarie. Il 44,1% raccolto domenica lo proietta così verso una probabile “nomination” del principale partito di centro-destra francese e, alla luce della profonda impopolarità dei Socialisti al governo e, in particolare, del presidente François Hollande, in posizione di vantaggio nelle elezioni della prossima primavera.
Juppé, da parte sua, si è fermato al 28,6%, mentre Sarkozy al 20,6%. Trascurabili sono state invece le percentuali degli altri contendenti, tra cui la 43enne deputata dell’LR, Nathalie Kosciusko-Morizet (2,6%), e l’ex ministro e attualmente deputato, Bruno Le Maire (2,4%). A favorire Fillon in vista del secondo turno delle primarie è anche l’appoggio già incassato di Sarkozy e Le Maire.
Sul voto di domenica, il primo di questo genere per il partito neo-gollista, ha inciso con ogni probabilità l’altissima affluenza. A scegliere il candidato dell’LR sono stati oltre 4 milioni di francesi. Per dare l’idea dell’importanza di questo dato basti ricordare che nelle primarie del Partito Socialista del 2011 i partecipanti, stimolati anche dall’impopolarità di Sarkozy, furono poco meno di 2,7 milioni.
La valanga di votanti del fine settimana è dovuta probabilmente sia al desiderio degli elettori di mandare un messaggio a Hollande e alla sua disastrosa presidenza sia all’interesse suscitato da una sfida che, nonostante sia interna all’LR, designerà quasi certamente lo sfidante della leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, nel ballottaggio per l’Eliseo. Quest’ultima, proprio grazie al discredito dei Socialisti, sembra essere favorita per l’accesso al secondo turno nelle prossime presidenziali.
Proprio questa prospettiva potrebbe avere convinto molti a scegliere domenica il candidato che appariva maggiormente in grado di battere Marine Le Pen. I problemi di Juppé sono da collegare alla sua immagine di politico che incarna l’establishment francese. In uno scenario segnato dal populismo e dall’ostilità nei confronti delle élite, ciò potrebbe giocare a favore dei neo-fascisti e della loro retorica anti-sistema.
Sarkozy, a sua volta, aveva fatto ricorso a toni molto simili a quelli del Fronte Nazionale in molti ambiti, così che, allo stesso modo, una campagna elettorale all’insegna della corsa verso l’estrema destra si sarebbe potuta trasformare in un boomerang, col rischio di portare la Le Pen all’Eliseo. In questo quadro, Fillon è apparso allora come il candidato potenzialmente più rassicurante o, quanto meno, così è stato spesso dipinto anche da una stampa che aveva evidenziato le sue prestazioni convincenti nei dibattiti televisivi tenuti prima del voto.
Per
alcuni giornali francesi, un altro fattore può avere contribuito al
recupero di Fillon e al successo di domenica. Secondo un’analisi
pubblicata ad esempio dal quotidiano Libération, l’ex premier
non solo è riuscito a intercettare i voti degli imprenditori “grazie al
suo programma thatcheriano”, ma anche della destra cattolica d’oltralpe,
ovvero una fetta di elettorato significativa nel centro-destra.
Fillon ha spesso insistito in campagna elettorale sulla necessità di “rimettere la famiglia al centro delle politiche pubbliche”, prendendo le distanze dalla battaglia per quello che egli stesso ha definito “un laicismo d’altri tempi”, talvolta condotta soprattutto dall’ex presidente Sarkozy. In questo senso vanno intese proposte come lo stop alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e la limitazione della procreazione assistita alle sole coppie eterosessuali.
Per quanto riguarda le proposte dei candidati alla presidenza dell’LR in ambito economico, le differenze non appaiono rilevanti, poiché tutti sono orientati verso politiche sostanzialmente neo-liberiste e Fillon ancor più dei rivali interni al partito.
Il favorito per la “nomination” gollista aveva ad esempio contestato l’approccio ritenuto a suo dire troppo prudente di Juppé in merito al taglio del pubblico impiego. Su questo punto, Fillon propone infatti il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici nei prossimi cinque anni, mentre uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia è la riduzione del carico fiscale per i redditi più alti.
Il suo programma di governo prevede quello che il quotidiano Le Monde ha definito uno “shock liberista” dell’economia, basato su un taglio della spesa pubblica da ben 110 miliardi di euro. Fillon propone inoltre l’innalzamento a 65 anni dell’età per accedere alla pensione e l’abolizione della settimana da 35 ore lavorative. A suo dire, la piena occupazione sarebbe poi raggiungibile con misure come la liberalizzazione dei negoziati sui contratti di lavoro a favore della contrattazione a livello aziendale, come peraltro già previsto dalla “riforma” dell’attuale governo Socialista.
In generale, Fillon appartiene alla fazione della destra francese più apertamente liberista e thatcheriana, laddove Juppé rappresenterebbe le tradizionali forze politiche conservatrici che continuano a vedere positivamente un certo intervento dello stato nell’economia.
Sia Juppé che Fillon si sono comunque distinti per misure reazionarie e anti-sociali alla guida di governi ugualmente impopolari. Nel 1995, a pochi mesi dall’ingresso di Jacques Chirac all’Eliseo, il primo dovette fronteggiare un’ondata di scioperi contro la sua proposta di “riforma” del sistema pensionistico pubblico, mentre il vincitore del primo turno delle primarie dell’LR è stato l’esecutore delle politiche di rigore promosse durante la presidenza Sarkozy.
In linea di massima, chiunque esca vincitore dal ballottaggio di domenica prossima e dal voto per il nuovo presidente da qui a pochi mesi, è estremamente probabile che le politiche di austerity e di confronto sociale dell’amministrazione Hollande saranno proseguite, col rischio concreto di rafforzare ancor più l’estrema destra dell’FN.
Non solo, le stesse iniziative da quasi stato di polizia messe in atto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di Nizza dal presidente Hollande e dal premier Socialista Manuel Valls, a cominciare da uno stato di emergenza più volte esteso e appoggiato dal centro-destra, verranno inevitabilmente intensificate, visto anche il più che probabile aumento delle tensioni sociali.
Per
quanto riguarda le previsioni in vista del voto di domenica, infine,
sono pochi i sondaggi di opinione commissionati su una sfida tra Fillon e
Juppé, a causa principalmente della vittoria inattesa dell’ex primo
ministro di Sarkozy. I rilevamenti esistenti, citati dalla stampa
francese, danno comunque Fillon in vantaggio mediamente con un dato
attorno al 55-56%.
Dopo le primarie dell’LR, a gennaio sarà il Partito Socialista a chiedere ai propri elettori di scegliere il candidato alla presidenza. Nel partito di governo la situazione appare ancora piuttosto incerta, con il presidente Hollande, i cui indici di gradimento sono tra i più infimi nella storia della repubblica, ancora indeciso se prendere parte o meno a una competizione che presenta concrete possibilità di risolversi in una clamorosa bocciatura da parte dei suoi stessi elettori.
Fonte
Il risultato del primo turno delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza francese del partito gollista “I Repubblicani” (LR o Les Républicaines) si è concluso con la vittoria a sorpresa dell’ex primo ministro, François Fillon, davanti al favorito della vigilia, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé. Dal ballottaggio di domenica prossima resterà fuori l’ex presidente, Nicolas Sarkozy, giunto tristemente terzo a conferma della persistente ostilità nei suoi confronti anche tra gli elettori di centro-destra dopo i cinque anni trascorsi al palazzo dell’Eliseo.
Fillon, primo ministro proprio durante la presidenza Sarkozy tra il 2007 e il 2012, ha messo a segno un risultato difficilmente pronosticabile, visto che solo alcune settimane fa era accreditato di un consenso attorno al 10% tra i potenziali votanti nelle primarie. Il 44,1% raccolto domenica lo proietta così verso una probabile “nomination” del principale partito di centro-destra francese e, alla luce della profonda impopolarità dei Socialisti al governo e, in particolare, del presidente François Hollande, in posizione di vantaggio nelle elezioni della prossima primavera.
Juppé, da parte sua, si è fermato al 28,6%, mentre Sarkozy al 20,6%. Trascurabili sono state invece le percentuali degli altri contendenti, tra cui la 43enne deputata dell’LR, Nathalie Kosciusko-Morizet (2,6%), e l’ex ministro e attualmente deputato, Bruno Le Maire (2,4%). A favorire Fillon in vista del secondo turno delle primarie è anche l’appoggio già incassato di Sarkozy e Le Maire.
Sul voto di domenica, il primo di questo genere per il partito neo-gollista, ha inciso con ogni probabilità l’altissima affluenza. A scegliere il candidato dell’LR sono stati oltre 4 milioni di francesi. Per dare l’idea dell’importanza di questo dato basti ricordare che nelle primarie del Partito Socialista del 2011 i partecipanti, stimolati anche dall’impopolarità di Sarkozy, furono poco meno di 2,7 milioni.
La valanga di votanti del fine settimana è dovuta probabilmente sia al desiderio degli elettori di mandare un messaggio a Hollande e alla sua disastrosa presidenza sia all’interesse suscitato da una sfida che, nonostante sia interna all’LR, designerà quasi certamente lo sfidante della leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, nel ballottaggio per l’Eliseo. Quest’ultima, proprio grazie al discredito dei Socialisti, sembra essere favorita per l’accesso al secondo turno nelle prossime presidenziali.
Proprio questa prospettiva potrebbe avere convinto molti a scegliere domenica il candidato che appariva maggiormente in grado di battere Marine Le Pen. I problemi di Juppé sono da collegare alla sua immagine di politico che incarna l’establishment francese. In uno scenario segnato dal populismo e dall’ostilità nei confronti delle élite, ciò potrebbe giocare a favore dei neo-fascisti e della loro retorica anti-sistema.
Sarkozy, a sua volta, aveva fatto ricorso a toni molto simili a quelli del Fronte Nazionale in molti ambiti, così che, allo stesso modo, una campagna elettorale all’insegna della corsa verso l’estrema destra si sarebbe potuta trasformare in un boomerang, col rischio di portare la Le Pen all’Eliseo. In questo quadro, Fillon è apparso allora come il candidato potenzialmente più rassicurante o, quanto meno, così è stato spesso dipinto anche da una stampa che aveva evidenziato le sue prestazioni convincenti nei dibattiti televisivi tenuti prima del voto.
Fillon ha spesso insistito in campagna elettorale sulla necessità di “rimettere la famiglia al centro delle politiche pubbliche”, prendendo le distanze dalla battaglia per quello che egli stesso ha definito “un laicismo d’altri tempi”, talvolta condotta soprattutto dall’ex presidente Sarkozy. In questo senso vanno intese proposte come lo stop alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e la limitazione della procreazione assistita alle sole coppie eterosessuali.
Per quanto riguarda le proposte dei candidati alla presidenza dell’LR in ambito economico, le differenze non appaiono rilevanti, poiché tutti sono orientati verso politiche sostanzialmente neo-liberiste e Fillon ancor più dei rivali interni al partito.
Il favorito per la “nomination” gollista aveva ad esempio contestato l’approccio ritenuto a suo dire troppo prudente di Juppé in merito al taglio del pubblico impiego. Su questo punto, Fillon propone infatti il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici nei prossimi cinque anni, mentre uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia è la riduzione del carico fiscale per i redditi più alti.
Il suo programma di governo prevede quello che il quotidiano Le Monde ha definito uno “shock liberista” dell’economia, basato su un taglio della spesa pubblica da ben 110 miliardi di euro. Fillon propone inoltre l’innalzamento a 65 anni dell’età per accedere alla pensione e l’abolizione della settimana da 35 ore lavorative. A suo dire, la piena occupazione sarebbe poi raggiungibile con misure come la liberalizzazione dei negoziati sui contratti di lavoro a favore della contrattazione a livello aziendale, come peraltro già previsto dalla “riforma” dell’attuale governo Socialista.
In generale, Fillon appartiene alla fazione della destra francese più apertamente liberista e thatcheriana, laddove Juppé rappresenterebbe le tradizionali forze politiche conservatrici che continuano a vedere positivamente un certo intervento dello stato nell’economia.
Sia Juppé che Fillon si sono comunque distinti per misure reazionarie e anti-sociali alla guida di governi ugualmente impopolari. Nel 1995, a pochi mesi dall’ingresso di Jacques Chirac all’Eliseo, il primo dovette fronteggiare un’ondata di scioperi contro la sua proposta di “riforma” del sistema pensionistico pubblico, mentre il vincitore del primo turno delle primarie dell’LR è stato l’esecutore delle politiche di rigore promosse durante la presidenza Sarkozy.
In linea di massima, chiunque esca vincitore dal ballottaggio di domenica prossima e dal voto per il nuovo presidente da qui a pochi mesi, è estremamente probabile che le politiche di austerity e di confronto sociale dell’amministrazione Hollande saranno proseguite, col rischio concreto di rafforzare ancor più l’estrema destra dell’FN.
Non solo, le stesse iniziative da quasi stato di polizia messe in atto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di Nizza dal presidente Hollande e dal premier Socialista Manuel Valls, a cominciare da uno stato di emergenza più volte esteso e appoggiato dal centro-destra, verranno inevitabilmente intensificate, visto anche il più che probabile aumento delle tensioni sociali.
Dopo le primarie dell’LR, a gennaio sarà il Partito Socialista a chiedere ai propri elettori di scegliere il candidato alla presidenza. Nel partito di governo la situazione appare ancora piuttosto incerta, con il presidente Hollande, i cui indici di gradimento sono tra i più infimi nella storia della repubblica, ancora indeciso se prendere parte o meno a una competizione che presenta concrete possibilità di risolversi in una clamorosa bocciatura da parte dei suoi stessi elettori.
Fonte
15/03/2016
Le comode verità di Obama
di Michele Paris
Il continuo deteriorarsi della situazione in Libia sta facendo emergere insolite recriminazioni e scambi di accuse tra i governi occidentali che hanno pianificato e partecipato alla distruzione del paese nord-africano dopo il rovesciamento pilotato del regime di Gheddafi nel 2011. Ad intervenire sulla questione è stato recentemente lo stesso presidente americano, Barack Obama, che in un’intervista rilasciata al mensile The Atlantic ha respinto ogni responsabilità per il disastro causato in Libia, attribuendone invece l’intera colpa ai suoi colleghi europei, rei di non avere rivolto sufficiente attenzione alla crisi sulle sponde del Mediterraneo.
L’intervista è stata ampiamente riportata soprattutto dalla stampa britannica visti i riferimenti al presunto atteggiamento del primo ministro, David Cameron, accusato da Obama di essersi lasciato distrarre da altre questioni dopo la campagna di bombardamenti NATO sulla Libia.
Se la posizione di presidente degli Stati Uniti comporta per colui che la ricopre una sostanziosa dose di doppiezza e ipocrisia, quella mostrata da Obama nell’intervista sulla Libia è apparsa comunque fuori dall’ordinario. La responsabilità per avere ridotto deliberatamente il paese più stabile, socialmente avanzato e ricco dell’interno continente africano in un inferno settario, dove regnano la violenza, il caos e l’anarchia, è da assegnare infatti principalmente proprio all’amministrazione Obama e ai suoi piani strategici difficilmente definibili se non criminali.
Ciò non toglie, ovviamente, che i governi di Londra e Parigi abbiano assistito e manovrato essi stessi senza scrupoli per mettere in atto un piano che prevedeva fin dall’inizio il cambio di regime a Tripoli, possibilmente eliminando fisicamente il sempre più scomodo leader libico, con cui peraltro avevano fatto affari nel recente passato.
Tuttavia, la pianificazione della “rivolta”, così come la manipolazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, che nel marzo del 2011 diede il via libera alle operazioni militari, e queste ultime, patrocinate dalla NATO, hanno visto nel ruolo di protagonisti assoluti proprio gli Stati Uniti di Obama, rendendo la sua amministrazione responsabile di quanto accaduto in seguito.
Obama ha ammesso genericamente che, riguardo alla gestione USA della crisi libica, vi è “spazio per qualche critica”, ma essa va riferita esclusivamente al fatto che egli ha avuto fin troppa fiducia negli europei per la gestione del dopo-guerra. La direzione dell’attacco di Obama ai suoi alleati va letta anche come una sorta di invito ad adoperarsi in maniera concreta per far fronte al dilagare del caos nel paese nord-africano e, soprattutto, contribuisce ad alimentare il mito di un approccio troppo cauto delle potenze europee come causa della crisi in atto.
Nel ripercorrere le tappe obbligate del manuale del cambio di regime forzato tramite intervento militare “umanitario”, Obama ha poi assicurato che Washington aveva “messo in atto il piano nel migliore dei modi” in Libia, ottenendo il necessario mandato dell’ONU e mettendo assieme una coalizione internazionale disposta a seguire le indicazioni di Washington.
L’intervento militare NATO, al costo di 1 miliardo di dollari (definito “molto economico” da Obama se confrontato con altre avvenute belliche USA) per il presidente “ha evitato l’uccisione di civili su larga scala” e quella che sarebbe stata “quasi sicuramente una prolungata e sanguinosa guerra civile”.
Nonostante
la falsificazione che ne fa Obama, l’esecuzione del piano fu tutt’altro
che perfetta, dal momento che l’intervento NATO fece decine di
migliaia di morti per prevenire una strage di civili che nessuna prova
concreta ha mai dimostrato fosse sul punto di essere messa in atto dal
regime. Secondo il presidente americano, però, la situazione della Libia
appare oggi disastrosa per ragioni che non hanno a che fare con questa
impresa criminale, bensì con il mancato impegno dei propri alleati per
stabilizzare la situazione.
Da parte britannica, la risposta alle accuse di Obama è sembrata essere quella molto prudente di un sottoposto con il proprio padrone. Un portavoce del governo di Londra ha servilmente affermato che la Gran Bretagna “condivide il giudizio del presidente USA circa le sfide che pone la Libia” e confida nello sforzo con i partner internazionali per sostenere un processo che porti a un governo stabile in questo paese.
L’atteggiamento di Londra è rimasto fin troppo misurato nonostante Obama abbia ricordato un ulteriore motivo di critica al governo Cameron. L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura rivelato come la “relazione speciale” tra i due paesi è stata a rischio dopo che il governo Conservatore si era mostrato poco disponibile ad aumentare tempestivamente le spese militari fino al 2% del PIL, come richiesto da Washington a tutti i membri NATO per far fronte alle necessità dell’imperialismo USA.
Durante il summit dei G-7 nel giugno 2015, Obama aveva chiesto a Cameron di mantenere gli impegni in questo senso, apostrofandolo con parole non troppo garbate. L’invito aveva comunque ottenuto gli effetti sperati, visto che il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, responsabile di devastanti tagli alla spesa sociale in questi anni, un mese dopo avrebbe incluso l’aumento delle spese militari nella sua nuova proposta di bilancio.
Il rammarico per il sostanziale fallimento o le complicazioni in cui si risolvono le politiche basate sul rovesciamento di regimi sgraditi attraverso interventi militari diretti o la creazione a tavolino di movimenti di protesta o “rivoluzionari”, ha spinto Obama nella medesima intervista a The Atlantic ad assegnare allo stesso Cameron parte della responsabilità anche per la mancata aggressione contro la Siria nell’agosto del 2013.
In quell’occasione, gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e in Medio Oriente erano riusciti a fabbricare un casus belli per rimuovere Assad con la forza, ovvero orchestrando un attacco con armi chimiche in Siria, condotto con ogni probabilità dai “ribelli” armati, e attribuendone la responsabilità al regime di Damasco.
L’episodio doveva rappresentare lo scavalcamento da parte di Assad di una “linea rossa” fissata proprio da Obama e che avrebbe giustificato una nuova operazione militare contro un regime nemico. I piani di Washington andarono però in frantumi principalmente a causa della fortissima ostilità popolare, negli USA e non solo, per un’altra guerra di aggressione in Medio Oriente.
Obama sostiene che uno dei fattori decisivi nella clamorosa marcia indietro che dovettero fare gli Stati Uniti, quando i piani militari erano già pronti, fu l’incapacità di Cameron di assicurarsi una maggioranza in Parlamento a favore dell’intervento militare. In realtà anche negli Stati Uniti il Congresso non fu in grado di garantire all’amministrazione Obama un voto per dare il via libera alla guerra in Siria, avviata comunque in seguito con il pretesto di combattere lo Stato Islamico (ISIS).
In merito nuovamente alla Libia, non solo gli Stati Uniti furono assieme alla Francia e alla Gran Bretagna i primi responsabili della guerra di aggressione, fondamentalmente per ragioni legate al controllo delle risorse energetiche del paese e per neutralizzare gli sforzi di unificazione pan-africana di Gheddafi in chiave anti-imperialista, ma su di loro pesa principalmente anche la colpa per il disastro che ne è seguito.
Per cominciare, gli Stati Uniti, così come i loro alleati, non disponevano di un piano efficace per stabilizzare il paese – e di riflesso l’intero Nordafrica – pur sapendo, o dovendo sapere, quale era il groviglio tribale dal potenziale esplosivo che caratterizzava la realtà libica.
In
maniera ancora più grave, infine, gli Stati Uniti hanno utilizzato la
Libia come un vero e proprio incubatore e fonte di approvvigionamento
del fondamentalismo jihadista in Siria con l’identico scopo di
rovesciare un regime la cui unica colpa è quella di intralciare le mire
egemoniche americane.
Queste decisioni si sono talvolta trasformate in un boomerang, come aveva dimostrato l’assalto alla rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti a Bengasi l’11 settembre 2012, operato da un gruppo di guerriglieri che, con ogni probabilità, aveva lavorato per Washington contro Gheddafi; durante l'attacco venne ucciso l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre cittadini americani del servizio di sicurezza.
Il livello di sconsideratezza di simili politiche, peraltro ben radicate nelle pratiche più o meno clandestine di Washington per fare i conti con i propri rivali, hanno finito per aggravare ancora di più la situazione in Libia, dove oggi, oltre allo scontro tra due governi contrapposti, in cui confluiscono una miriade di clan e fazioni, sono presenti migliaia di militanti dell’ISIS.
Se, dunque, personaggi come Cameron o, forse ancor più, l’ex presidente francese Sarkozy, meriterebbero senza dubbio un posto sul banco degli imputati in un ipotetico processo per crimini di guerra in Libia, è altrettanto indiscutibile che il ruolo di primo piano spetterebbe di gran lunga proprio a quell’Obama che cerca oggi di scaricare le responsabilità del disastro sui propri alleati.
Fonte
Il continuo deteriorarsi della situazione in Libia sta facendo emergere insolite recriminazioni e scambi di accuse tra i governi occidentali che hanno pianificato e partecipato alla distruzione del paese nord-africano dopo il rovesciamento pilotato del regime di Gheddafi nel 2011. Ad intervenire sulla questione è stato recentemente lo stesso presidente americano, Barack Obama, che in un’intervista rilasciata al mensile The Atlantic ha respinto ogni responsabilità per il disastro causato in Libia, attribuendone invece l’intera colpa ai suoi colleghi europei, rei di non avere rivolto sufficiente attenzione alla crisi sulle sponde del Mediterraneo.
L’intervista è stata ampiamente riportata soprattutto dalla stampa britannica visti i riferimenti al presunto atteggiamento del primo ministro, David Cameron, accusato da Obama di essersi lasciato distrarre da altre questioni dopo la campagna di bombardamenti NATO sulla Libia.
Se la posizione di presidente degli Stati Uniti comporta per colui che la ricopre una sostanziosa dose di doppiezza e ipocrisia, quella mostrata da Obama nell’intervista sulla Libia è apparsa comunque fuori dall’ordinario. La responsabilità per avere ridotto deliberatamente il paese più stabile, socialmente avanzato e ricco dell’interno continente africano in un inferno settario, dove regnano la violenza, il caos e l’anarchia, è da assegnare infatti principalmente proprio all’amministrazione Obama e ai suoi piani strategici difficilmente definibili se non criminali.
Ciò non toglie, ovviamente, che i governi di Londra e Parigi abbiano assistito e manovrato essi stessi senza scrupoli per mettere in atto un piano che prevedeva fin dall’inizio il cambio di regime a Tripoli, possibilmente eliminando fisicamente il sempre più scomodo leader libico, con cui peraltro avevano fatto affari nel recente passato.
Tuttavia, la pianificazione della “rivolta”, così come la manipolazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, che nel marzo del 2011 diede il via libera alle operazioni militari, e queste ultime, patrocinate dalla NATO, hanno visto nel ruolo di protagonisti assoluti proprio gli Stati Uniti di Obama, rendendo la sua amministrazione responsabile di quanto accaduto in seguito.
Obama ha ammesso genericamente che, riguardo alla gestione USA della crisi libica, vi è “spazio per qualche critica”, ma essa va riferita esclusivamente al fatto che egli ha avuto fin troppa fiducia negli europei per la gestione del dopo-guerra. La direzione dell’attacco di Obama ai suoi alleati va letta anche come una sorta di invito ad adoperarsi in maniera concreta per far fronte al dilagare del caos nel paese nord-africano e, soprattutto, contribuisce ad alimentare il mito di un approccio troppo cauto delle potenze europee come causa della crisi in atto.
Nel ripercorrere le tappe obbligate del manuale del cambio di regime forzato tramite intervento militare “umanitario”, Obama ha poi assicurato che Washington aveva “messo in atto il piano nel migliore dei modi” in Libia, ottenendo il necessario mandato dell’ONU e mettendo assieme una coalizione internazionale disposta a seguire le indicazioni di Washington.
L’intervento militare NATO, al costo di 1 miliardo di dollari (definito “molto economico” da Obama se confrontato con altre avvenute belliche USA) per il presidente “ha evitato l’uccisione di civili su larga scala” e quella che sarebbe stata “quasi sicuramente una prolungata e sanguinosa guerra civile”.
Da parte britannica, la risposta alle accuse di Obama è sembrata essere quella molto prudente di un sottoposto con il proprio padrone. Un portavoce del governo di Londra ha servilmente affermato che la Gran Bretagna “condivide il giudizio del presidente USA circa le sfide che pone la Libia” e confida nello sforzo con i partner internazionali per sostenere un processo che porti a un governo stabile in questo paese.
L’atteggiamento di Londra è rimasto fin troppo misurato nonostante Obama abbia ricordato un ulteriore motivo di critica al governo Cameron. L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura rivelato come la “relazione speciale” tra i due paesi è stata a rischio dopo che il governo Conservatore si era mostrato poco disponibile ad aumentare tempestivamente le spese militari fino al 2% del PIL, come richiesto da Washington a tutti i membri NATO per far fronte alle necessità dell’imperialismo USA.
Durante il summit dei G-7 nel giugno 2015, Obama aveva chiesto a Cameron di mantenere gli impegni in questo senso, apostrofandolo con parole non troppo garbate. L’invito aveva comunque ottenuto gli effetti sperati, visto che il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, responsabile di devastanti tagli alla spesa sociale in questi anni, un mese dopo avrebbe incluso l’aumento delle spese militari nella sua nuova proposta di bilancio.
Il rammarico per il sostanziale fallimento o le complicazioni in cui si risolvono le politiche basate sul rovesciamento di regimi sgraditi attraverso interventi militari diretti o la creazione a tavolino di movimenti di protesta o “rivoluzionari”, ha spinto Obama nella medesima intervista a The Atlantic ad assegnare allo stesso Cameron parte della responsabilità anche per la mancata aggressione contro la Siria nell’agosto del 2013.
In quell’occasione, gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e in Medio Oriente erano riusciti a fabbricare un casus belli per rimuovere Assad con la forza, ovvero orchestrando un attacco con armi chimiche in Siria, condotto con ogni probabilità dai “ribelli” armati, e attribuendone la responsabilità al regime di Damasco.
L’episodio doveva rappresentare lo scavalcamento da parte di Assad di una “linea rossa” fissata proprio da Obama e che avrebbe giustificato una nuova operazione militare contro un regime nemico. I piani di Washington andarono però in frantumi principalmente a causa della fortissima ostilità popolare, negli USA e non solo, per un’altra guerra di aggressione in Medio Oriente.
Obama sostiene che uno dei fattori decisivi nella clamorosa marcia indietro che dovettero fare gli Stati Uniti, quando i piani militari erano già pronti, fu l’incapacità di Cameron di assicurarsi una maggioranza in Parlamento a favore dell’intervento militare. In realtà anche negli Stati Uniti il Congresso non fu in grado di garantire all’amministrazione Obama un voto per dare il via libera alla guerra in Siria, avviata comunque in seguito con il pretesto di combattere lo Stato Islamico (ISIS).
In merito nuovamente alla Libia, non solo gli Stati Uniti furono assieme alla Francia e alla Gran Bretagna i primi responsabili della guerra di aggressione, fondamentalmente per ragioni legate al controllo delle risorse energetiche del paese e per neutralizzare gli sforzi di unificazione pan-africana di Gheddafi in chiave anti-imperialista, ma su di loro pesa principalmente anche la colpa per il disastro che ne è seguito.
Per cominciare, gli Stati Uniti, così come i loro alleati, non disponevano di un piano efficace per stabilizzare il paese – e di riflesso l’intero Nordafrica – pur sapendo, o dovendo sapere, quale era il groviglio tribale dal potenziale esplosivo che caratterizzava la realtà libica.
Queste decisioni si sono talvolta trasformate in un boomerang, come aveva dimostrato l’assalto alla rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti a Bengasi l’11 settembre 2012, operato da un gruppo di guerriglieri che, con ogni probabilità, aveva lavorato per Washington contro Gheddafi; durante l'attacco venne ucciso l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre cittadini americani del servizio di sicurezza.
Il livello di sconsideratezza di simili politiche, peraltro ben radicate nelle pratiche più o meno clandestine di Washington per fare i conti con i propri rivali, hanno finito per aggravare ancora di più la situazione in Libia, dove oggi, oltre allo scontro tra due governi contrapposti, in cui confluiscono una miriade di clan e fazioni, sono presenti migliaia di militanti dell’ISIS.
Se, dunque, personaggi come Cameron o, forse ancor più, l’ex presidente francese Sarkozy, meriterebbero senza dubbio un posto sul banco degli imputati in un ipotetico processo per crimini di guerra in Libia, è altrettanto indiscutibile che il ruolo di primo piano spetterebbe di gran lunga proprio a quell’Obama che cerca oggi di scaricare le responsabilità del disastro sui propri alleati.
Fonte
11/03/2016
Obama contro tutti: "Libia nel caos per colpa di europei e Clinton"
Chiara Cruciati – il Manifesto
«La Libia è nel caos». Il presidente Usa Barack Obama segue le orme dei predecessori e a 5 anni dalla campagna Nato contro la Libia critica quell’operazione.
Ma non se ne assume del tutto la responsabilità: la scarica sui suoi consiglieri, sull’Europa e sul Golfo. In un’intervista alla rivista The Atlantic, Obama si è tolto tutti i sassolini che aveva nella scarpa. Interventi a gamba tesa su tutti: ha lamentato la mancanza di sostegno da parte degli alleati europei e delle petromonarchie del Golfo, le divisioni tribali del paese, gli errori commessi dai suoi stessi consiglieri. Come Hillary Clinton, l’allora Segretario di Stato, il cui piano di intervento «non ha funzionato». L’affondo del presidente arriva nei giorni caldi delle primarie democratiche e fa tremare la campagna elettorale della Clinton.
«Quando guardo indietro e mi chiedo cosa è andato storto, mi critico perché ho creduto che gli europei, per la vicinanza alla Libia, si occupassero del follow-up». In particolare, Obama punta il dito sul premier britannico Cameron e sul presidente francese Sarkozy che hanno permesso che la Libia si trasformasse da entità statale a problema ingestibile. Si è «distratto», dice con ironia Obama del primo ministro di Londra, contribuendo così ad «uno spettacolo di merda». La Francia, invece, si vantava di «tutti gli aerei abbattuti, seppur fossimo stati noi a distruggere le difese aeree». E se gli europei sono «opportunisti» perché fanno pressioni sugli Usa per poi tirarsi indietro, i sauditi infiammano conflitti in tutta la regione e per questo hanno perso il sostegno acritico di Washington.
Al contrario gli Stati Uniti, secondo il presidente, hanno portato avanti l’operazione come previsto. Solo che non ha funzionato: «Abbiamo avuto il mandato Onu, abbiamo creato una coalizione, l’operazione ci è costata un miliardo di dollari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala. Nonostante ciò la Libia è nel caos». Solo su un punto Obama si dice soddisfatto: non aver lanciato, nel settembre 2013, l’operazione contro la Damasco di Assad. «Sapevo che premere il pulsante di pausa avrebbe avuto il suo costo politico, ma mi sono svicolato dalle pressioni e ho pensato in modo autonomo».
Più o meno: all’epoca a obbligare Washington a tirare il freno fu l’intervento diplomatico della Russia. Il mea culpa con il senno di poi è una caratteristica di molti leader. C’è chi si scusa per l’Iraq, c’è chi dice che l’interventismo internazionale ha creato l’humus per la nascita di al Qaeda prima e l’Isis poi. Eppure la strategia resta la stessa: l’Obama che critica quell’operazione è lo stesso che ha sul tavolo il piano del Pentagono per un nuovo intervento in Libia. È il capo dell’amministrazione che fa pressioni sull’Italia per avere Sigonella e che accetta la spartizione decisa dagli europei di un paese già frammentato. Ed è colui che fu a capo della coalizione anti-Gheddafi, senza che esistesse una reale alternativa politica al colonnello.
Difficile quindi che le critiche dell’inquilino della Casa Bianca modifichino gli attuali progetti bellici. Ufficialmente, ripetono le cancellerie occidentali, si interverrà solo per fermare lo Stato Islamico, arroccato a Sirte e Derna, ma capace di infiltrarsi lungo tutta la costa. 5-6mila uomini che approfittano del caos libico per ampliarsi: se queste fossero effettivamente le forze militari islamiste, non sembrerebbero una minaccia insormontabile. Il problema è un altro: in Libia non c’è un governo legittimo da sostenere contro il nemico islamista, ma una galassia di autorità diverse che frammentano il paese.
Un intervento esterno, con o senza richiesta di un eventuale esecutivo di unità, non avrebbe un effetto stabilizzatore ma amplierebbe questi settarismi. In tale contesto lo Stato Islamico è consapevole di aver raggiunto l’obiettivo: l’arrivo continuo di nuovi adepti – che diminuiscono in Siria ma aumentano in Libia –garantisce l’allargamento di una struttura che ha come scopo la destabilizzazione della Libia. Lo ha detto chiaramente il nuovo “emiro” dell’Isis nel paese, Abdul Qadr al-Najdi, alla rivista di Daesh al-Naba: l’organizzazione «diventa più forte, giorno per giorno» tanto da fare dello Stato nordafricano «l’avanguardia del califfato», ha detto prima di minacciare Roma di una prossima conquista e i paesi vicini (in primis la Tunisia) di future operazioni.
Intanto proprio a Tunisi ieri si apriva l’ennesimo tavolo Onu per ridare vitalità al morente dialogo nazionale. Gli incontri saranno gestiti dall’inviato per la Libia Kobler, nell’obiettivo di superare lo stallo dovuto al parlamento di Tobruk. Da settimane il governo ufficialmente riconosciuto dall’Occidente si rifiuta di votare la proposta di esecutivo unitario promossa dal premier designato al-Sarraj. La giustificazione ufficiale è la continua mancanza del quorum, ma l’assenza dei parlamentari è da imputare al diktat del capo dell’esercito, Khalifa Haftar, che punta – su spinta del suo stretto alleato, l’Egitto – a ricoprire una carica di prim’ordine. Una carica che gli permetta di controllare il futuro del paese.
Fonte
«La Libia è nel caos». Il presidente Usa Barack Obama segue le orme dei predecessori e a 5 anni dalla campagna Nato contro la Libia critica quell’operazione.
Ma non se ne assume del tutto la responsabilità: la scarica sui suoi consiglieri, sull’Europa e sul Golfo. In un’intervista alla rivista The Atlantic, Obama si è tolto tutti i sassolini che aveva nella scarpa. Interventi a gamba tesa su tutti: ha lamentato la mancanza di sostegno da parte degli alleati europei e delle petromonarchie del Golfo, le divisioni tribali del paese, gli errori commessi dai suoi stessi consiglieri. Come Hillary Clinton, l’allora Segretario di Stato, il cui piano di intervento «non ha funzionato». L’affondo del presidente arriva nei giorni caldi delle primarie democratiche e fa tremare la campagna elettorale della Clinton.
«Quando guardo indietro e mi chiedo cosa è andato storto, mi critico perché ho creduto che gli europei, per la vicinanza alla Libia, si occupassero del follow-up». In particolare, Obama punta il dito sul premier britannico Cameron e sul presidente francese Sarkozy che hanno permesso che la Libia si trasformasse da entità statale a problema ingestibile. Si è «distratto», dice con ironia Obama del primo ministro di Londra, contribuendo così ad «uno spettacolo di merda». La Francia, invece, si vantava di «tutti gli aerei abbattuti, seppur fossimo stati noi a distruggere le difese aeree». E se gli europei sono «opportunisti» perché fanno pressioni sugli Usa per poi tirarsi indietro, i sauditi infiammano conflitti in tutta la regione e per questo hanno perso il sostegno acritico di Washington.
Al contrario gli Stati Uniti, secondo il presidente, hanno portato avanti l’operazione come previsto. Solo che non ha funzionato: «Abbiamo avuto il mandato Onu, abbiamo creato una coalizione, l’operazione ci è costata un miliardo di dollari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala. Nonostante ciò la Libia è nel caos». Solo su un punto Obama si dice soddisfatto: non aver lanciato, nel settembre 2013, l’operazione contro la Damasco di Assad. «Sapevo che premere il pulsante di pausa avrebbe avuto il suo costo politico, ma mi sono svicolato dalle pressioni e ho pensato in modo autonomo».
Più o meno: all’epoca a obbligare Washington a tirare il freno fu l’intervento diplomatico della Russia. Il mea culpa con il senno di poi è una caratteristica di molti leader. C’è chi si scusa per l’Iraq, c’è chi dice che l’interventismo internazionale ha creato l’humus per la nascita di al Qaeda prima e l’Isis poi. Eppure la strategia resta la stessa: l’Obama che critica quell’operazione è lo stesso che ha sul tavolo il piano del Pentagono per un nuovo intervento in Libia. È il capo dell’amministrazione che fa pressioni sull’Italia per avere Sigonella e che accetta la spartizione decisa dagli europei di un paese già frammentato. Ed è colui che fu a capo della coalizione anti-Gheddafi, senza che esistesse una reale alternativa politica al colonnello.
Difficile quindi che le critiche dell’inquilino della Casa Bianca modifichino gli attuali progetti bellici. Ufficialmente, ripetono le cancellerie occidentali, si interverrà solo per fermare lo Stato Islamico, arroccato a Sirte e Derna, ma capace di infiltrarsi lungo tutta la costa. 5-6mila uomini che approfittano del caos libico per ampliarsi: se queste fossero effettivamente le forze militari islamiste, non sembrerebbero una minaccia insormontabile. Il problema è un altro: in Libia non c’è un governo legittimo da sostenere contro il nemico islamista, ma una galassia di autorità diverse che frammentano il paese.
Un intervento esterno, con o senza richiesta di un eventuale esecutivo di unità, non avrebbe un effetto stabilizzatore ma amplierebbe questi settarismi. In tale contesto lo Stato Islamico è consapevole di aver raggiunto l’obiettivo: l’arrivo continuo di nuovi adepti – che diminuiscono in Siria ma aumentano in Libia –garantisce l’allargamento di una struttura che ha come scopo la destabilizzazione della Libia. Lo ha detto chiaramente il nuovo “emiro” dell’Isis nel paese, Abdul Qadr al-Najdi, alla rivista di Daesh al-Naba: l’organizzazione «diventa più forte, giorno per giorno» tanto da fare dello Stato nordafricano «l’avanguardia del califfato», ha detto prima di minacciare Roma di una prossima conquista e i paesi vicini (in primis la Tunisia) di future operazioni.
Intanto proprio a Tunisi ieri si apriva l’ennesimo tavolo Onu per ridare vitalità al morente dialogo nazionale. Gli incontri saranno gestiti dall’inviato per la Libia Kobler, nell’obiettivo di superare lo stallo dovuto al parlamento di Tobruk. Da settimane il governo ufficialmente riconosciuto dall’Occidente si rifiuta di votare la proposta di esecutivo unitario promossa dal premier designato al-Sarraj. La giustificazione ufficiale è la continua mancanza del quorum, ma l’assenza dei parlamentari è da imputare al diktat del capo dell’esercito, Khalifa Haftar, che punta – su spinta del suo stretto alleato, l’Egitto – a ricoprire una carica di prim’ordine. Una carica che gli permetta di controllare il futuro del paese.
Fonte
20/12/2015
Francia: dalla resistenza alla desistenza?
Il 13 dicembre la Francia è tornata nuovamente alle urne dopo che, solo una settimana prima, l’affermazione del Front National aveva provocato un piccolo terremoto politico.
Ora, se ci dovessimo fermare alle bandierine colorate, giustapposte sulla carta regionale dell’Hexagone dopo il secondo turno, verrebbe quasi da commentare “tanto rumore per nulla”: su sette regioni garrisce la bandierina blu dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e su cinque quella rosa, sbiaditissima, dei socialisti di François Hollande.
Delle bandierine nere del FN nemmeno l’ombra. Infatti a Marine Le Pen, uscita trionfante dal voto del 6 dicembre, primo partito in sei regioni su dodici, non è andata nemmeno una regione. La realtà, ovviamente, è molto più complessa di qualsiasi infografica e ci racconta ben altro. Non per caso queste elezioni, che occorre ricordarlo erano delle amministrative, hanno avuto una copertura senza precedenti da parte del sistema mediatico europeo.
Le elité continentali sembrerebbero dunque aver preso piena coscienza, anche più di molti osservatori di sinistra, delle proporzioni dell’incendio che si è acceso in uno dei paesi cardine dell’Unione Europea, in cui una forza politica reazionaria e di massa, dichiaratamente antieuropeista, arriverà a poter ambire concretamente alla guida politica con le prossime elezioni presidenziali. La boutade del premier socialista, Manuel Valls, che ha paventato il rischio di una “guerra civile” in caso di affermazione del Front National, è stato per certi versi il termometro della drammatizzazione in corso, oltre che un richiamo alla disciplina repubblicana per la sinistra francese.
Lo scorso 6 dicembre il partito guidato dalla le Pen aveva ottenuto complessivamente il 27,7% dei consensi (6.052.733 voti), davanti al centrodestra guidato dall’ex presidente Sarkozy (26,6%) e al Parti Socialiste di Hollande (23,2%). Il Front National era arrivato largamente in testa in tre regioni: nel Nord-Pas-de-Calais, dove si presentava Marine Le Pen (40,6%); con la stessa percentuale nella Provenza-Costa Azzurra, dove era candidata la ventiseienne Marion Le Pen; e nella Alsazia-Lorena, dove il capolista Florian Philippot aveva raggiunto il 36,1%. Era inoltre in testa in altre 3 regioni, fra cui la Normandia. Il dato più significativo è però la crescita costante dell’estrema destra che ormai si conferma ad ogni appuntamento elettorale: 11,4% alle regionali del 2010; 17,9% alle presidenziali del 2012; 24,9% alle europee del 2014, 25,2% alle provinciali di inizio anno. Un’affermazione che geograficamente sembra concentrarsi soprattutto nei bastioni un tempo rossi della gauche e del PCF, segno pericoloso di una penetrazione sempre più forte dei discorsi reazionari tra i salariati francesi. Soprattutto quelli di pelle bianca.
A rafforzare ancor di più quest’aurea antisistema dei lepenisti ha contribuito ancora una volta l’atteggiamento “frontista” di molta sinistra, più o meno moderata, che ha dimostrato di non aver ben compreso le radici del successo del FN. Subito dopo la “scossa” del primo turno è partito infatti l’appello alla disciplina repubblicana da parte dei dirigenti socialisti che hanno invitato i propri candidati a rinunciare alla competizione, laddove erano arrivati terzi, per favorire indirettamente il candidato di centro-destra. Una desistenza che si è concretizzata nel ritiro delle liste nel Nord-Pas-de-Calais e in Provenza-Costa Azzurra, e che, almeno apparentemente, sembrerebbe aver raggiunto il proprio scopo.
Come ricordavamo sopra l’estrema destra ha fallito l’obiettivo di conquistare almeno una regione, ma ha triplicato il numero dei consiglieri regionali (da 118 a 358), rafforzando il proprio processo di radicamento territoriale. L’altro dato significativo è rappresentato dai 4 milioni di francesi che sono passati dall’astensione (che era stata intorno al 50%) al voto, un dato superiore all’8,5%, e che è stato persino maggiore di quello delle presidenziali del 2002, quando a sorpresa Jean-Marie Le Pen aveva superato il socialista Lionel Jospin ed era arrivato al ballottaggio con Jaques Chirac. E se il Front National è riuscito ad ottenere quasi 800mila voti in più, oltre 3 milioni sono andati a socialisti e repubblicani. Il centro-destra è così passato da meno di 6 milioni di voti del primo turno a più di 10 del secondo, dal 26 al 40%. Grazie anche al voto desistente di elettori socialisti e di sinistra che, se hanno arginato l’ascesa del FN nell’immediato, gli hanno però regalato un potente argomento di propaganda per il futuro, accreditandolo ancor di più come l’unico partito anti-establishment della Quinta Repubblica.
Ora l’attenzione si sposta sulle presidenziali e sulle legislative del 2017, mentre tutti i sondaggi danno come concretamente possibile l’approdo di Marine Le Pen al ballottaggio. Le elezioni regionali ci dicono che il 70% dei francesi è pronta a votare contro di lei, ma due anni di crisi e di guerra possono cambiare molte cose, è il dibattito pubblico della République, precipitata in uno stato d’eccezione permanente dopo gli attacchi del 13 novembre, è li a dimostrarlo.
Alcuni commentari sostengono preoccupati che se la Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo l’integrazione europea si concluderebbe, probabilmente per sempre. E’ indubbio che sia anche questa la ragione che oggi spinge moltissimi francesi, soprattutto lavoratori, a votarla. Aver lasciato questo spazio politico alla destra reazionaria è un errore imperdonabile e una lezione da imparare per tutta la sinistra di classe europea. Altrimenti non ci sarà desistenza che tenga.
Fonte
Ora, se ci dovessimo fermare alle bandierine colorate, giustapposte sulla carta regionale dell’Hexagone dopo il secondo turno, verrebbe quasi da commentare “tanto rumore per nulla”: su sette regioni garrisce la bandierina blu dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e su cinque quella rosa, sbiaditissima, dei socialisti di François Hollande.
Delle bandierine nere del FN nemmeno l’ombra. Infatti a Marine Le Pen, uscita trionfante dal voto del 6 dicembre, primo partito in sei regioni su dodici, non è andata nemmeno una regione. La realtà, ovviamente, è molto più complessa di qualsiasi infografica e ci racconta ben altro. Non per caso queste elezioni, che occorre ricordarlo erano delle amministrative, hanno avuto una copertura senza precedenti da parte del sistema mediatico europeo.
Le elité continentali sembrerebbero dunque aver preso piena coscienza, anche più di molti osservatori di sinistra, delle proporzioni dell’incendio che si è acceso in uno dei paesi cardine dell’Unione Europea, in cui una forza politica reazionaria e di massa, dichiaratamente antieuropeista, arriverà a poter ambire concretamente alla guida politica con le prossime elezioni presidenziali. La boutade del premier socialista, Manuel Valls, che ha paventato il rischio di una “guerra civile” in caso di affermazione del Front National, è stato per certi versi il termometro della drammatizzazione in corso, oltre che un richiamo alla disciplina repubblicana per la sinistra francese.
Lo scorso 6 dicembre il partito guidato dalla le Pen aveva ottenuto complessivamente il 27,7% dei consensi (6.052.733 voti), davanti al centrodestra guidato dall’ex presidente Sarkozy (26,6%) e al Parti Socialiste di Hollande (23,2%). Il Front National era arrivato largamente in testa in tre regioni: nel Nord-Pas-de-Calais, dove si presentava Marine Le Pen (40,6%); con la stessa percentuale nella Provenza-Costa Azzurra, dove era candidata la ventiseienne Marion Le Pen; e nella Alsazia-Lorena, dove il capolista Florian Philippot aveva raggiunto il 36,1%. Era inoltre in testa in altre 3 regioni, fra cui la Normandia. Il dato più significativo è però la crescita costante dell’estrema destra che ormai si conferma ad ogni appuntamento elettorale: 11,4% alle regionali del 2010; 17,9% alle presidenziali del 2012; 24,9% alle europee del 2014, 25,2% alle provinciali di inizio anno. Un’affermazione che geograficamente sembra concentrarsi soprattutto nei bastioni un tempo rossi della gauche e del PCF, segno pericoloso di una penetrazione sempre più forte dei discorsi reazionari tra i salariati francesi. Soprattutto quelli di pelle bianca.
A rafforzare ancor di più quest’aurea antisistema dei lepenisti ha contribuito ancora una volta l’atteggiamento “frontista” di molta sinistra, più o meno moderata, che ha dimostrato di non aver ben compreso le radici del successo del FN. Subito dopo la “scossa” del primo turno è partito infatti l’appello alla disciplina repubblicana da parte dei dirigenti socialisti che hanno invitato i propri candidati a rinunciare alla competizione, laddove erano arrivati terzi, per favorire indirettamente il candidato di centro-destra. Una desistenza che si è concretizzata nel ritiro delle liste nel Nord-Pas-de-Calais e in Provenza-Costa Azzurra, e che, almeno apparentemente, sembrerebbe aver raggiunto il proprio scopo.
Come ricordavamo sopra l’estrema destra ha fallito l’obiettivo di conquistare almeno una regione, ma ha triplicato il numero dei consiglieri regionali (da 118 a 358), rafforzando il proprio processo di radicamento territoriale. L’altro dato significativo è rappresentato dai 4 milioni di francesi che sono passati dall’astensione (che era stata intorno al 50%) al voto, un dato superiore all’8,5%, e che è stato persino maggiore di quello delle presidenziali del 2002, quando a sorpresa Jean-Marie Le Pen aveva superato il socialista Lionel Jospin ed era arrivato al ballottaggio con Jaques Chirac. E se il Front National è riuscito ad ottenere quasi 800mila voti in più, oltre 3 milioni sono andati a socialisti e repubblicani. Il centro-destra è così passato da meno di 6 milioni di voti del primo turno a più di 10 del secondo, dal 26 al 40%. Grazie anche al voto desistente di elettori socialisti e di sinistra che, se hanno arginato l’ascesa del FN nell’immediato, gli hanno però regalato un potente argomento di propaganda per il futuro, accreditandolo ancor di più come l’unico partito anti-establishment della Quinta Repubblica.
Ora l’attenzione si sposta sulle presidenziali e sulle legislative del 2017, mentre tutti i sondaggi danno come concretamente possibile l’approdo di Marine Le Pen al ballottaggio. Le elezioni regionali ci dicono che il 70% dei francesi è pronta a votare contro di lei, ma due anni di crisi e di guerra possono cambiare molte cose, è il dibattito pubblico della République, precipitata in uno stato d’eccezione permanente dopo gli attacchi del 13 novembre, è li a dimostrarlo.
Alcuni commentari sostengono preoccupati che se la Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo l’integrazione europea si concluderebbe, probabilmente per sempre. E’ indubbio che sia anche questa la ragione che oggi spinge moltissimi francesi, soprattutto lavoratori, a votarla. Aver lasciato questo spazio politico alla destra reazionaria è un errore imperdonabile e una lezione da imparare per tutta la sinistra di classe europea. Altrimenti non ci sarà desistenza che tenga.
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15/12/2015
La sconfitta del Fn
C’è una notizia buona ed una cattiva. Quella buona è che ha perso la Le Pen, quella cattiva è che hanno vinto gli altri. Certo: è un paradosso, ma è la situazione reale ad esserlo: siamo stretti fra un presente insopportabile ed un’alternativa peggiore.
Il punto non è che il Fn sia fascista: lo è sui generis, per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine, ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il Fn abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni). Questa definizione si adatta meglio ad Alba dorata o Jobbik.
Dunque, quello della caratterizzazione fascista non è l’argomento di maggior peso. Quello che conta di più sono altri aspetti: il più frusto e gretto nazionalismo, la critica superficiale dei poteri finanziari, che lascia intatto l’assetto capitalistico della società, il richiamo ad una tradizione più immaginaria che reale, dietro cui si nasconde una anti-modernità reazionaria, la becera xenofobia, il populismo greve che si contrappone ad ogni dimensione culturale, la richiesta ottusa della pena di morte e via di questo passo. Dunque, non è certo una cattiva notizia che il Fn abbia perso. La cattiva notizia è che vincano quelli di sempre, le forze di sistema.
Certo i socialisti ne escono massacrati con la certificazione della loro irrilevanza politica, anche se il loro capo resta all’Eliseo (che autorità può avere un Presidente il cui partito scende sotto il 20%?), ma risorge la stella di Sarkozy. Sai che acquisto!
Come è accaduto all’Ukip, a Podemos ed al M5s (cose diversissime fra loro, ovviamente, ma accomunate dalla collocazione antisistema), il Fn è stato fermato quando sembrava stesse per spiccare il grande balzo. Personalmente penso che Ukip, Afd e Fn siano alternative peggiori all’esistente, mentre Podemos e M5s, al contrario, siano preferibili ad esso, ma lasciamo perdere questo aspetto e cerchiamo di capire perché questo accada. Sin qui l’unica forza “antisistema” a vincere è stata Syriza ma non a caso: è quella che discende più direttamente da organizzazioni della sinistra tradizionale (sinistra Pasok, comunisti dell’interno e formazioni simili), più simile alla Linke (di cui condivide l’appartenenza al Sinistra Europea) che a Podemos e, dunque, la meno nuova ed antisistema fra le forze affacciatesi con la crisi e, infatti, nelle scelte di governo si è dimostrata molto allineata alle indicazioni (o diktat) del sistema di potere europeo.
Vice versa, le forze più nuove e dichiaratamente antisistema, non riescono a sfondare, pur ottenendo risultati vistosi, che talvolta raggiungono la maggioranza relativa. E’ probabile che confluiscano diverse ragioni. Quella più evidente è che il blocco delle famiglie politiche tradizionali (socialdemocratici, democristiani, liberali e verdi) si compatta contro i “barbari” e, pure ammaccato, per ora regge. In Italia questo ha funzionato meno, perché nei ballottaggi, il polo tradizionale escluso ha preferito il M5s all’avversario di sempre, ma si è trattato di elezioni amministrative e non è detto che funzioni anche nelle politiche: dunque una eccezione relativa e tutta da confermare. Peraltro anche il M5s ha sperimentato l’effetto “blocco” nelle europee del 2014 e, comunque è ancora sotto il 30%, pertanto per nulla sicuro di arrivare neppure al ballottaggio.
In questo comportamento dell’elettorato è evidente la paura del ”salto nel buio”: ad esempio, l’uscita dall’euro è vista come una avventura pericolosissima che mette a rischio risparmi e redditi da lavoro e la risposta delle forze antisistema (a parte Podemos che non mette in discussione l’Euro o l’appartenenza alla Ue) non è apparsa tranquillizzante, perché non è stata prospettata alcuna credibile exit strategy che, quantomeno, attutisca l’eventuale urto. Più in generale, queste forze sono apparse credibili più come espressione della protesta sociale che come possibile forza di governo: proposte troppo semplicistiche e al limite del miracolismo, personale politico non adeguato al ruolo, apparato organizzativo insufficiente.
Bisogna ammettere che non si tratta solo dell’effetto delle campagne dei media: in effetti queste forze mancano (almeno per ora) della cultura politica e del personale necessari ad esercitare un ruolo di governo, per cui, anche “ad un solo miglio dalla vittoria”, non ce la fanno a dare lo scatto finale. Ad esempio è da notare che nessuna di queste forze articoli un minimo di discorso credibile di politica estera.
Il punto è che queste forze, in ragione del loro accentuato populismo, confondono la sacrosanta avversione al ceto politico ed alla “politica politicienne” con il rifiuto della politica in quanto tale e questo si traduce spesso in atteggiamenti infantili del tipo “noi contro tutti”. I partiti antisistema rifiutano ogni alleanza come dimostrazione della loro “diversità”, una forma di integralismo im-politico più ancora che anti-politico. Ma un blocco elettorale vincente non è una sommatoria di voti di anonimi cittadini, ma l’aggregazione di un blocco sociale, che spesso chiede una articolazione di diverse forze politiche in grado di coprire uno spettro di interessi abbastanza stratificato. Neppure la Dc, partito “prendi tutto” per eccellenza, ce la faceva da sola a coprire tutto il campo di interessi che gli garantisse la maggioranza ed i partiti laici (con il loro 10-12% avevano appunto la funzione di coprire i fianchi della coalizione).
E’ un punto su cui occorrerà tornare, per ora lo segnaliamo insieme ad una certa insensibilità sociale del partiti populisti. Può sembrare un paradosso che i partiti che si ergono contro il sistema, in nome degli interessi del popolo, poi non capiscano la dialettica delle forze sociali. Ma è appunto il loro essere populisti che li porta a concepire il popolo come una unità omogenea, priva di interessi differenziati e non attraversata da una dialettica interna. Questo immaginario – del tutto infondato – poi ha anche la conseguenza di rendere estranei i populisti (altro paradosso conseguente al primo) al conflitto sociale. Ma su questo torneremo, dato che il punto merita ben più di uno specifico articolo.
Insomma, occorre capire che la protesta è giusta ma non basta e che per il salto dalla protesta alla proposta occorre munirsi di una cultura politica di riferimento, superare le rozzezze attuali e darsi una struttura organizzativa adeguata: la tastiera di un computer non è sufficiente ad assicurare tutto questo.
Fonte
Il punto non è che il Fn sia fascista: lo è sui generis, per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine, ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il Fn abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni). Questa definizione si adatta meglio ad Alba dorata o Jobbik.
Dunque, quello della caratterizzazione fascista non è l’argomento di maggior peso. Quello che conta di più sono altri aspetti: il più frusto e gretto nazionalismo, la critica superficiale dei poteri finanziari, che lascia intatto l’assetto capitalistico della società, il richiamo ad una tradizione più immaginaria che reale, dietro cui si nasconde una anti-modernità reazionaria, la becera xenofobia, il populismo greve che si contrappone ad ogni dimensione culturale, la richiesta ottusa della pena di morte e via di questo passo. Dunque, non è certo una cattiva notizia che il Fn abbia perso. La cattiva notizia è che vincano quelli di sempre, le forze di sistema.
Certo i socialisti ne escono massacrati con la certificazione della loro irrilevanza politica, anche se il loro capo resta all’Eliseo (che autorità può avere un Presidente il cui partito scende sotto il 20%?), ma risorge la stella di Sarkozy. Sai che acquisto!
Come è accaduto all’Ukip, a Podemos ed al M5s (cose diversissime fra loro, ovviamente, ma accomunate dalla collocazione antisistema), il Fn è stato fermato quando sembrava stesse per spiccare il grande balzo. Personalmente penso che Ukip, Afd e Fn siano alternative peggiori all’esistente, mentre Podemos e M5s, al contrario, siano preferibili ad esso, ma lasciamo perdere questo aspetto e cerchiamo di capire perché questo accada. Sin qui l’unica forza “antisistema” a vincere è stata Syriza ma non a caso: è quella che discende più direttamente da organizzazioni della sinistra tradizionale (sinistra Pasok, comunisti dell’interno e formazioni simili), più simile alla Linke (di cui condivide l’appartenenza al Sinistra Europea) che a Podemos e, dunque, la meno nuova ed antisistema fra le forze affacciatesi con la crisi e, infatti, nelle scelte di governo si è dimostrata molto allineata alle indicazioni (o diktat) del sistema di potere europeo.
Vice versa, le forze più nuove e dichiaratamente antisistema, non riescono a sfondare, pur ottenendo risultati vistosi, che talvolta raggiungono la maggioranza relativa. E’ probabile che confluiscano diverse ragioni. Quella più evidente è che il blocco delle famiglie politiche tradizionali (socialdemocratici, democristiani, liberali e verdi) si compatta contro i “barbari” e, pure ammaccato, per ora regge. In Italia questo ha funzionato meno, perché nei ballottaggi, il polo tradizionale escluso ha preferito il M5s all’avversario di sempre, ma si è trattato di elezioni amministrative e non è detto che funzioni anche nelle politiche: dunque una eccezione relativa e tutta da confermare. Peraltro anche il M5s ha sperimentato l’effetto “blocco” nelle europee del 2014 e, comunque è ancora sotto il 30%, pertanto per nulla sicuro di arrivare neppure al ballottaggio.
In questo comportamento dell’elettorato è evidente la paura del ”salto nel buio”: ad esempio, l’uscita dall’euro è vista come una avventura pericolosissima che mette a rischio risparmi e redditi da lavoro e la risposta delle forze antisistema (a parte Podemos che non mette in discussione l’Euro o l’appartenenza alla Ue) non è apparsa tranquillizzante, perché non è stata prospettata alcuna credibile exit strategy che, quantomeno, attutisca l’eventuale urto. Più in generale, queste forze sono apparse credibili più come espressione della protesta sociale che come possibile forza di governo: proposte troppo semplicistiche e al limite del miracolismo, personale politico non adeguato al ruolo, apparato organizzativo insufficiente.
Bisogna ammettere che non si tratta solo dell’effetto delle campagne dei media: in effetti queste forze mancano (almeno per ora) della cultura politica e del personale necessari ad esercitare un ruolo di governo, per cui, anche “ad un solo miglio dalla vittoria”, non ce la fanno a dare lo scatto finale. Ad esempio è da notare che nessuna di queste forze articoli un minimo di discorso credibile di politica estera.
Il punto è che queste forze, in ragione del loro accentuato populismo, confondono la sacrosanta avversione al ceto politico ed alla “politica politicienne” con il rifiuto della politica in quanto tale e questo si traduce spesso in atteggiamenti infantili del tipo “noi contro tutti”. I partiti antisistema rifiutano ogni alleanza come dimostrazione della loro “diversità”, una forma di integralismo im-politico più ancora che anti-politico. Ma un blocco elettorale vincente non è una sommatoria di voti di anonimi cittadini, ma l’aggregazione di un blocco sociale, che spesso chiede una articolazione di diverse forze politiche in grado di coprire uno spettro di interessi abbastanza stratificato. Neppure la Dc, partito “prendi tutto” per eccellenza, ce la faceva da sola a coprire tutto il campo di interessi che gli garantisse la maggioranza ed i partiti laici (con il loro 10-12% avevano appunto la funzione di coprire i fianchi della coalizione).
E’ un punto su cui occorrerà tornare, per ora lo segnaliamo insieme ad una certa insensibilità sociale del partiti populisti. Può sembrare un paradosso che i partiti che si ergono contro il sistema, in nome degli interessi del popolo, poi non capiscano la dialettica delle forze sociali. Ma è appunto il loro essere populisti che li porta a concepire il popolo come una unità omogenea, priva di interessi differenziati e non attraversata da una dialettica interna. Questo immaginario – del tutto infondato – poi ha anche la conseguenza di rendere estranei i populisti (altro paradosso conseguente al primo) al conflitto sociale. Ma su questo torneremo, dato che il punto merita ben più di uno specifico articolo.
Insomma, occorre capire che la protesta è giusta ma non basta e che per il salto dalla protesta alla proposta occorre munirsi di una cultura politica di riferimento, superare le rozzezze attuali e darsi una struttura organizzativa adeguata: la tastiera di un computer non è sufficiente ad assicurare tutto questo.
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14/12/2015
Francia. Il 'fronte repubblicano' regge, l'affluenza ferma il Front National
Alla fine il Front National delle due Le Pen non l’ha spuntata in nessuna delle regioni francesi in cui ieri si è andati al ballottaggio. L’aumento significativo dell’affluenza alle urne rispetto al primo turno – circa dieci punti percentuali in più, il 59 contro il 50% – ha sbarrato la strada all’estrema destra, anche in quelle regioni dove il FN era arrivato in testa una settimana fa destando l'allarme dei partiti dell'establishment ma anche delle organizzazioni e degli intellettuali antifascisti di tutta Europa.
Nonostante le ambiguità della destra gaullista, con Sarkozy che aveva rifiutato di far ritirare i propri candidati arrivati terzi per far convergere i suoi voti sui rappresentanti socialisti per impedire l'elezione di quelli del FN, la maggioranza degli elettori ha di nuovo deciso di seguire la pratica del ‘Fronte Repubblicano’ impedendo così alla destra xenofoba di conquistare lo storico risultato anche in una sola regione.
Certo, il Front National ha di nuovo aumentato i suoi consensi in termini assoluti, ottenendo sei milioni e seicentomila voti (ducecentomila in più rispetto al primo turno), ed affermandosi ormai compiutamente come una delle tre forze principali del panorama politico d’oltralpe, spesso al primo posto. Il partito di estrema destra considerato capofila degli euroscettici e xenofobi di tutto il continente continua la sua progressione, arrivando al 30% e solo un sistema elettorale truffaldino basato su due turni elettorali ha privato della rappresentanza l'estrema destra francese.
E se anche la mobilitazione dell’elettorato ‘repubblicano’ e in qualche modo antifascista ha evitato la vittoria dei lepenisti, i dirigenti della formazione xenofoba e nazionalista hanno già cominciato a sfruttare la situazione per denunciare quello che definiscono “il complotto” dell’intero sistema politico, francese e continentale, contro “l’unico partito che difende i diritti dei francesi” contro l’invasione di immigrati e le pretese dell’Unione Europea. La campagna elettorale per le elezioni legislative e per quelle presidenziali è di fatto già cominciata. Marine Le Pen ha accusato ieri "la diffamazione ordinata da palazzi dorati" ed ha affermato: "Quanti hanno votato per il Fn hanno resistito alle intimidazioni, agli infantilismi e alle manipolazioni». "Ci sono vittorie che sono una vergogna per i vincitori" ha fatto notare la ventiseienne Marion Maréchal-Le Pen, nipote del fondatore del Front National – nel frattempo espulso dal partito per legittimare l'ascesa al potere mancata d'un soffio – e astro nascente della formazione guidata da Marine Le Pen e da Florian Philippot.
Il secondo turno ha consegnato sette regioni alla destra ‘moderata’ di Sarkozy e cinque ai socialisti di Hollande – che così ha evitato quella disfatta che sembrava sicura visti i risultati del primo turno – mentre in Corsica si è registrata la storica vittoria della coalizione indipendentista.
Les Republicains (così si chiamava l'alleanza di centrodestra) hanno strappato la prestigiosa regione parigina, l'Ile-de-France (da ben 17 anni in mani socialiste), ed hanno vinto in Normandia, Nord-Pas-de-Calais-Picardia, Provenza-Alpi Costa azzurra, Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, Alvernia-Rodano-Alpi e nella Loira. I socialisti, che prima controllavano ben 12 regioni mantengono Bretagna, Aquitania-Limousin Poitou-Charentes, Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei, Borgogna Francia-Contea, Centro Valle della Loira.
Nulla da segnalare a sinistra, dove le varie formazioni – il Front de Gauche reduce dal voto favorevole a tre mesi di stato d'emergenza e gli ecologisti – si sono di nuovo limitate a fare da stampella di un centrosinistra che, sotto la guida di Manuel Valls, assume contorni sempre più liberisti, autoritari e guerrafondai.
Fonte
Nonostante le ambiguità della destra gaullista, con Sarkozy che aveva rifiutato di far ritirare i propri candidati arrivati terzi per far convergere i suoi voti sui rappresentanti socialisti per impedire l'elezione di quelli del FN, la maggioranza degli elettori ha di nuovo deciso di seguire la pratica del ‘Fronte Repubblicano’ impedendo così alla destra xenofoba di conquistare lo storico risultato anche in una sola regione.
Certo, il Front National ha di nuovo aumentato i suoi consensi in termini assoluti, ottenendo sei milioni e seicentomila voti (ducecentomila in più rispetto al primo turno), ed affermandosi ormai compiutamente come una delle tre forze principali del panorama politico d’oltralpe, spesso al primo posto. Il partito di estrema destra considerato capofila degli euroscettici e xenofobi di tutto il continente continua la sua progressione, arrivando al 30% e solo un sistema elettorale truffaldino basato su due turni elettorali ha privato della rappresentanza l'estrema destra francese.
E se anche la mobilitazione dell’elettorato ‘repubblicano’ e in qualche modo antifascista ha evitato la vittoria dei lepenisti, i dirigenti della formazione xenofoba e nazionalista hanno già cominciato a sfruttare la situazione per denunciare quello che definiscono “il complotto” dell’intero sistema politico, francese e continentale, contro “l’unico partito che difende i diritti dei francesi” contro l’invasione di immigrati e le pretese dell’Unione Europea. La campagna elettorale per le elezioni legislative e per quelle presidenziali è di fatto già cominciata. Marine Le Pen ha accusato ieri "la diffamazione ordinata da palazzi dorati" ed ha affermato: "Quanti hanno votato per il Fn hanno resistito alle intimidazioni, agli infantilismi e alle manipolazioni». "Ci sono vittorie che sono una vergogna per i vincitori" ha fatto notare la ventiseienne Marion Maréchal-Le Pen, nipote del fondatore del Front National – nel frattempo espulso dal partito per legittimare l'ascesa al potere mancata d'un soffio – e astro nascente della formazione guidata da Marine Le Pen e da Florian Philippot.
Il secondo turno ha consegnato sette regioni alla destra ‘moderata’ di Sarkozy e cinque ai socialisti di Hollande – che così ha evitato quella disfatta che sembrava sicura visti i risultati del primo turno – mentre in Corsica si è registrata la storica vittoria della coalizione indipendentista.
Les Republicains (così si chiamava l'alleanza di centrodestra) hanno strappato la prestigiosa regione parigina, l'Ile-de-France (da ben 17 anni in mani socialiste), ed hanno vinto in Normandia, Nord-Pas-de-Calais-Picardia, Provenza-Alpi Costa azzurra, Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, Alvernia-Rodano-Alpi e nella Loira. I socialisti, che prima controllavano ben 12 regioni mantengono Bretagna, Aquitania-Limousin Poitou-Charentes, Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei, Borgogna Francia-Contea, Centro Valle della Loira.
Nulla da segnalare a sinistra, dove le varie formazioni – il Front de Gauche reduce dal voto favorevole a tre mesi di stato d'emergenza e gli ecologisti – si sono di nuovo limitate a fare da stampella di un centrosinistra che, sotto la guida di Manuel Valls, assume contorni sempre più liberisti, autoritari e guerrafondai.
Fonte
09/12/2015
La notte della Republique
Da anni si parla della Francia come il vero malato d'Europa. Si metteva in luce la crisi del suo modello sociale davanti a una crisi cui l'Unione Europea aveva risposto in modo totalmente diverso dalle abitudini specificamente francesi: austerità, taglio della spesa e divieto di investimenti pubblici.
I governi transalpini – sia quello di Sarkozy che a maggior ragione quello dell'evanescente Hollande – si erano adeguati malvolentieri ma rapidamente, accontentandosi di contrattare per la Francia eccezioni non concesse ad altri paesi, come il sistematico sforamento del deficit al di sopra del 3% delle regole di Maastricht o la difesa arcigna dei “campioni industriali nazionali”.
Ma mese dopo mese si era fatta comunque strada la logica per cui bisognava aumentare la competitività riducendo salari e prestazioni del welfare. Una tragedia annunciata, per l'ultimo stato “socialista” europeo.
Diciamo “socialista” nel senso bastardo che questo termine ha assunto nel dibattito contemporaneo, ovvero un sistema economico-sociale con al centro lo Stato, i suoi investimenti, le sue regole e il suo controllo sociale (nel bene e nel male, ovviamente). Appena appena keynesiano, insomma, attento a inclusione e integrazione, alla coesione. Uno Stato capace di progettare lo sviluppo del paese, orientando il sistema bancario e quello delle imprese per raggiungere obiettivi politico-sociali decisi dalla “politica”. Termine che a sua volta è sentito in Francia molto diversamente che qui da noi, perché “i politici” d'Oltralpe sono frutto – tutti, di qualsiasi schieramento – di una formazione univoca presso l'Ena (l'istituto di alti studi in scienze dell'amministrazione), non avventurieri presi per caso da un talk show o da un telequiz. Gente con qualche competenza vera, insomma, corruttibile come chiunque altro, ma capace di dimissioni se presa con le mani nella marmellata.
Questo Stato è entrato in crisi irreversibile con il progressivo trasferimento di sovranità all'Unione Europea. La progettazione è stata rapidamente smantellata, perché sono le imprese multinazionali e il sistema finanziario a dettare le nuove regole; gli Stati debbono semplicemente predisporre i rispettivi territori a presentare le migliori condizioni di investimento. Il welfare, per quanto più robusto che da noi, ha seguito la stessa strada. L'occupazione è diventata precaria e “intermittente” (il termine è nato in Francia non a caso), il salario un sacchetto sempre meno pieno. Le periferie sono diventate anche per i francesi-francesi delle banlieue vuote di futuro e prospettive, sovraccariche di disagio, isolamento, risentimento.
Un quadro sociale devastato dove anche nei quartieri tradizionalmente operai e di sinistra – come la regione Nord-Pas-de-Calais-Picardie che ha fatto atto di sottomissione a Marine Le Pen, ieri – ha cominciato a farsi strada un senso comune pauperistico e reazionario: “se c'è di meno, che quel poco sia prima per i francesi”.
Su questa landa desolata di speranze è infine arrivata la guerra asimmetrica globale, resa illeggibile e incomprensibile dall'uso pervasivo del termine “terrorismo”, la notte in cui tutte le vacche sono nere e prosperano gli incubi. Guerra a cui i cretini “di sinistra” hanno reagito esattamente come la destra, senza averne la stessa credibilità sull'identico terreno. Persino i geniali pensatori che guidano il sedicente Front de gauche si sono intruppati al canto della Marsigliese, senza più farsi né porre domande. Quelle banali e semplici: da dove viene questa guerra, perché è esplosa, chi è il nemico, in cosa dovrebbe consistere “la vittoria”, ecc.
La Republique ammaina la bandiera della libertà dopo aver già seppellito quelle dell'uguaglianza e della fraternità. Lo si era intuito con la dichiarazione dello stato di emergenza, proclamato sostanzialmente all'infinito (quando mai potrà finire se “il nemico” può reclutare all'interno della metropoli?). Il massimo della libertà concepibile è quella limitata alla birretta nel bistrot, al concerto trasgressivo, ai comportamenti sessuali e alla satira contro il nemico.
Per il resto zitti e fidatevi di chi comanda. Che non a caso ora potrà anche essere in continuità diretta con il fascismo, appena appena “ripulito” e tirato a lucido, persino materno e in abiti femminili.
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I governi transalpini – sia quello di Sarkozy che a maggior ragione quello dell'evanescente Hollande – si erano adeguati malvolentieri ma rapidamente, accontentandosi di contrattare per la Francia eccezioni non concesse ad altri paesi, come il sistematico sforamento del deficit al di sopra del 3% delle regole di Maastricht o la difesa arcigna dei “campioni industriali nazionali”.
Ma mese dopo mese si era fatta comunque strada la logica per cui bisognava aumentare la competitività riducendo salari e prestazioni del welfare. Una tragedia annunciata, per l'ultimo stato “socialista” europeo.
Diciamo “socialista” nel senso bastardo che questo termine ha assunto nel dibattito contemporaneo, ovvero un sistema economico-sociale con al centro lo Stato, i suoi investimenti, le sue regole e il suo controllo sociale (nel bene e nel male, ovviamente). Appena appena keynesiano, insomma, attento a inclusione e integrazione, alla coesione. Uno Stato capace di progettare lo sviluppo del paese, orientando il sistema bancario e quello delle imprese per raggiungere obiettivi politico-sociali decisi dalla “politica”. Termine che a sua volta è sentito in Francia molto diversamente che qui da noi, perché “i politici” d'Oltralpe sono frutto – tutti, di qualsiasi schieramento – di una formazione univoca presso l'Ena (l'istituto di alti studi in scienze dell'amministrazione), non avventurieri presi per caso da un talk show o da un telequiz. Gente con qualche competenza vera, insomma, corruttibile come chiunque altro, ma capace di dimissioni se presa con le mani nella marmellata.
Questo Stato è entrato in crisi irreversibile con il progressivo trasferimento di sovranità all'Unione Europea. La progettazione è stata rapidamente smantellata, perché sono le imprese multinazionali e il sistema finanziario a dettare le nuove regole; gli Stati debbono semplicemente predisporre i rispettivi territori a presentare le migliori condizioni di investimento. Il welfare, per quanto più robusto che da noi, ha seguito la stessa strada. L'occupazione è diventata precaria e “intermittente” (il termine è nato in Francia non a caso), il salario un sacchetto sempre meno pieno. Le periferie sono diventate anche per i francesi-francesi delle banlieue vuote di futuro e prospettive, sovraccariche di disagio, isolamento, risentimento.
Un quadro sociale devastato dove anche nei quartieri tradizionalmente operai e di sinistra – come la regione Nord-Pas-de-Calais-Picardie che ha fatto atto di sottomissione a Marine Le Pen, ieri – ha cominciato a farsi strada un senso comune pauperistico e reazionario: “se c'è di meno, che quel poco sia prima per i francesi”.
Su questa landa desolata di speranze è infine arrivata la guerra asimmetrica globale, resa illeggibile e incomprensibile dall'uso pervasivo del termine “terrorismo”, la notte in cui tutte le vacche sono nere e prosperano gli incubi. Guerra a cui i cretini “di sinistra” hanno reagito esattamente come la destra, senza averne la stessa credibilità sull'identico terreno. Persino i geniali pensatori che guidano il sedicente Front de gauche si sono intruppati al canto della Marsigliese, senza più farsi né porre domande. Quelle banali e semplici: da dove viene questa guerra, perché è esplosa, chi è il nemico, in cosa dovrebbe consistere “la vittoria”, ecc.
La Republique ammaina la bandiera della libertà dopo aver già seppellito quelle dell'uguaglianza e della fraternità. Lo si era intuito con la dichiarazione dello stato di emergenza, proclamato sostanzialmente all'infinito (quando mai potrà finire se “il nemico” può reclutare all'interno della metropoli?). Il massimo della libertà concepibile è quella limitata alla birretta nel bistrot, al concerto trasgressivo, ai comportamenti sessuali e alla satira contro il nemico.
Per il resto zitti e fidatevi di chi comanda. Che non a caso ora potrà anche essere in continuità diretta con il fascismo, appena appena “ripulito” e tirato a lucido, persino materno e in abiti femminili.
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30/03/2015
Francia: la destra sbanca, Le Pen cresce ma non sfonda
Non c’è stato l’atteso dilagare dell’estrema destra nella versione ripulita di Marine Le Pen. Anche se al primo turno delle elezioni cantonali il Front National aveva ottenuto qualche consigliere raggiungendo la quota del 25% – un buon risultato per delle elezioni amministrative generalmente sfavorevoli alle opposizioni e in particolare all’estrema destra, anche se non il ‘primo posto’ che il FN voleva ottenere – i ballottaggi alla fine hanno vista una sconfitta sistematica di quasi tutti i candidati del partito guidato dalla figlia di Jean Marie Le Pen. Nonostante il leader dei gollisti Nicolas Sarkozy avesse evitato di chiedere ai suoi elettori di votare per i candidati socialisti o di centrosinistra per sbarrare la strada ai rappresentanti dell’estrema destra, generalmente l’elettorato di centrodestra ha aderito al tradizionale “fronte repubblicano” (anche se ieri un elettore su due non è andato ai seggi).
Rovinando così in parte la festa alla leader del Front National le cui aspirazioni escono parzialmente ridimensionate da un voto in cui sperava di affermare lo sdoganamento definitivo della sua proposta politica nazionalista, populista e xenofoba. Pur avendo portato i suoi consiglieri nelle province da 2 a circa 100 (su 4000 totali), la battagliera leader d’oltralpe non è riuscita neanche a conquistare il dipartimento di Vaucluse, risultato sul quale aveva investito esplicitamente. Certo, non si può dire che quella del Front National sia una sconfitta, vista la progressione elettorale e di autorevolezza che l’estrema destra ha vissuto anche nell’ultima tornata elettorale, però certo i sogni di gloria del suo quartier generale sono stati parzialmente ridimensionati seppure all’interno di un sistema politico francese che da bipolare è diventato tripolare. Ancora una volta la sfida tra le due destre l'ha vinta di nuovo la versione 'moderata' della droite che nello sforzo di sottrarre consensi al FN o di non perdere ulteriori voti potenzialmente in fuga ha comunque radicalizzato il suo messaggio nazionalista e xenofobo, di fatto sdoganando la propaganda dei suoi competitori. Occorre anche dire che a contenere il previsto boom del FN è stato soprattutto un sistema elettorale che, di tipo maggioritario a due turni, continua a forzare non poco le scelte degli elettori che altrimenti si orienterebbero verso altri lidi. Al di là degli eletti il cui numero non è certo esaltante, l'estrema destra francese è di fatto il secondo partito del paese ed è cresciuta anche in alcuni dipartimenti che storicamente erano bastioni della sinistra, togliendo ancora ai comunisti voti operai e popolari attratti dalle parole d'ordine (strumentalmente) critiche contro l'Unione Europea e la gestione di una crisi economica che in certi settori sociali e in certi territori si è fatta sentire pesantemente.
Dal punto di vista dei risultati, il vero vincitore delle elezioni di ieri è stato un redivivo Nicolas Sarkozy, che ha segnato un risultato non da poco in vista delle primarie per la corsa alle presidenziali del 2017. La vittoria dell’Ump e dei suoi alleati centristi – Udi e Modem – è inequivocabile: la destra ha quasi raddoppiato i suoi eletti e ha conquistato ben 67 dei 101 dipartimenti francesi. Al primo turno, con il 29,4%, il centrodestra aveva collezionato un buon risultato ma non del tutto esaltante, mentre ieri il trionfo nel secondo turno ha stracciato i candidati del partito socialista e delle altre forze di centrosinistra che hanno perso circa metà dei cantoni che controllavano, vincendo in 34. Entusiastico e scontato il commento del vincitore dopo la diffusione dei primi risultati. "Con il loro voto i francesi hanno bocciato in massa la politica di Hollande e del suo governo. E' una sconfessione totale e senza appello. Mai una maggioranza aveva perso tanti dipartimenti. Mai un potere in carica aveva suscitato tanta sfiducia. E mai, nella Quinta repubblica, la destra aveva raggiunto un risultato del genere" ha tuonato Sarkozy che vede aprirsi la strada verso il ritorno all’Eliseo. Da parte sua Manuel Valls, il capo del governo socialista, aveva annunciato alla vigilia del voto che il risultato delle elezioni amministrative non avrebbe avuto conseguenze sull’esecutivo.
Fonte
Rovinando così in parte la festa alla leader del Front National le cui aspirazioni escono parzialmente ridimensionate da un voto in cui sperava di affermare lo sdoganamento definitivo della sua proposta politica nazionalista, populista e xenofoba. Pur avendo portato i suoi consiglieri nelle province da 2 a circa 100 (su 4000 totali), la battagliera leader d’oltralpe non è riuscita neanche a conquistare il dipartimento di Vaucluse, risultato sul quale aveva investito esplicitamente. Certo, non si può dire che quella del Front National sia una sconfitta, vista la progressione elettorale e di autorevolezza che l’estrema destra ha vissuto anche nell’ultima tornata elettorale, però certo i sogni di gloria del suo quartier generale sono stati parzialmente ridimensionati seppure all’interno di un sistema politico francese che da bipolare è diventato tripolare. Ancora una volta la sfida tra le due destre l'ha vinta di nuovo la versione 'moderata' della droite che nello sforzo di sottrarre consensi al FN o di non perdere ulteriori voti potenzialmente in fuga ha comunque radicalizzato il suo messaggio nazionalista e xenofobo, di fatto sdoganando la propaganda dei suoi competitori. Occorre anche dire che a contenere il previsto boom del FN è stato soprattutto un sistema elettorale che, di tipo maggioritario a due turni, continua a forzare non poco le scelte degli elettori che altrimenti si orienterebbero verso altri lidi. Al di là degli eletti il cui numero non è certo esaltante, l'estrema destra francese è di fatto il secondo partito del paese ed è cresciuta anche in alcuni dipartimenti che storicamente erano bastioni della sinistra, togliendo ancora ai comunisti voti operai e popolari attratti dalle parole d'ordine (strumentalmente) critiche contro l'Unione Europea e la gestione di una crisi economica che in certi settori sociali e in certi territori si è fatta sentire pesantemente.
Dal punto di vista dei risultati, il vero vincitore delle elezioni di ieri è stato un redivivo Nicolas Sarkozy, che ha segnato un risultato non da poco in vista delle primarie per la corsa alle presidenziali del 2017. La vittoria dell’Ump e dei suoi alleati centristi – Udi e Modem – è inequivocabile: la destra ha quasi raddoppiato i suoi eletti e ha conquistato ben 67 dei 101 dipartimenti francesi. Al primo turno, con il 29,4%, il centrodestra aveva collezionato un buon risultato ma non del tutto esaltante, mentre ieri il trionfo nel secondo turno ha stracciato i candidati del partito socialista e delle altre forze di centrosinistra che hanno perso circa metà dei cantoni che controllavano, vincendo in 34. Entusiastico e scontato il commento del vincitore dopo la diffusione dei primi risultati. "Con il loro voto i francesi hanno bocciato in massa la politica di Hollande e del suo governo. E' una sconfessione totale e senza appello. Mai una maggioranza aveva perso tanti dipartimenti. Mai un potere in carica aveva suscitato tanta sfiducia. E mai, nella Quinta repubblica, la destra aveva raggiunto un risultato del genere" ha tuonato Sarkozy che vede aprirsi la strada verso il ritorno all’Eliseo. Da parte sua Manuel Valls, il capo del governo socialista, aveva annunciato alla vigilia del voto che il risultato delle elezioni amministrative non avrebbe avuto conseguenze sull’esecutivo.
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11/01/2015
Quando lo sparatore di Montrouge poi sequestratore di Vincennes fu ricevuto da Sarkozy come lavoratore interinale modello
Mentre scorre il sangue per le vie di Parigi, i falchi della etnicizzazione dei conflitti e dello scontro tra civiltà sono gonfi di adrenalina. Negare che quando stia accadendo in Europa, non solo in Francia ma anche in Germania, sia un problema legato all'impoverimento dello società liberali è loro mestiere, compito e piacere.
Quello che è accaduto deve infatti essere usato per legittimare il loro mondo. Non a caso i responsabili del disastro europeo, da Angela Merkel a Rajoy, converranno su Parigi per una grande cerimonia catartica su quanto accaduto. Un rito espiatorio che riesce, sembrando tanto più credibile, quanto più il torto da regolare simbolicamente è aberrante. Peccato che i riti espiatori, come quello prossimo venturo con Merkel e Hollande su quanto accaduto in Francia, confermino la conservazione dei poteri esistenti.
Eppure già nella Francia delle otto guerre di religione, quelle conclusesi con l'editto di Nantes del 1598, era chiara l'origine materiale di questi conflitti. Figuriamoci se nella Francia, e nell'Ue, di oggi non ci sono serie cause materiali allo scatenamento della "guerra santa" da parte di gruppi socialmente collocabili nelle classi subalterne delle periferie. In questo senso è esemplare la biografia dello sparatore di Montrouge, poi sequestratore ucciso a Vincennes, che nel 2009 era stato ricevuto da Nicolas Sarkozy in persona come lavoratore interinale modello. Amedi Coulibaly, così si chiama, fu infatti ricevuto da Sarkozy nell'ambito della conferenza, promossa dall'allora presidente francese, sull'alternanza lavoro-formazione. Ritenuto, assieme ad altri, un caso modello, fu intervistato da Le Parisien dove espresse pure la speranza di "trovare un buon impiego grazie al presidente". Non ci vuole molto a capire che per essere ricevuto da Sarkozy bisognava aver passato un serio scanning da parte dei servizi francesi.
Poi accade che il contratto lavoro-formazione scade e Coulibaly, da lavoratore modello, prende un'altra strada. Dargli un lavoro serio, invece di questi contratti-spettacolo che non servono a nulla, erogargli reddito di cittadinanza, fornirgli quei diritti materiali che sono prospettiva di vita avrebbe aiutato Coulybaly a non prendere la strada del martirio? Oggi bisogna aver il coraggio, e la concretezza, di saper rispondere SI a questa domanda. Lavoro e reddito avrebbero evitato tanto delirio e tanto fanatismo di meno.
Parlare di fanatismo evita di toccare le cause materiali, e quindi gli intessi, in campo. Rimuovere le forti diseguaglianze economiche oggi presenti in Europa, e quindi rimettere in discussione gli interessi materiali esistenti, ha invece il pregio di fare chiarezza sul da farsi.
Infatti l'immagine di un fanatismo sul quale non si può mettere man che non sia armata, e di corpi speciali, fa comodo a molti. Che la vicenda di Coulibaly
insegni molto, specie per evitare gli sciacalli di casa nostra che si sono già gettati per banchettare, anche loro, sui cadaveri di Parigi.
Redazione
Fonte: Le Figaro, con l'articolo de Le Parisien dell'epoca
Fonte
Quello che è accaduto deve infatti essere usato per legittimare il loro mondo. Non a caso i responsabili del disastro europeo, da Angela Merkel a Rajoy, converranno su Parigi per una grande cerimonia catartica su quanto accaduto. Un rito espiatorio che riesce, sembrando tanto più credibile, quanto più il torto da regolare simbolicamente è aberrante. Peccato che i riti espiatori, come quello prossimo venturo con Merkel e Hollande su quanto accaduto in Francia, confermino la conservazione dei poteri esistenti.
Eppure già nella Francia delle otto guerre di religione, quelle conclusesi con l'editto di Nantes del 1598, era chiara l'origine materiale di questi conflitti. Figuriamoci se nella Francia, e nell'Ue, di oggi non ci sono serie cause materiali allo scatenamento della "guerra santa" da parte di gruppi socialmente collocabili nelle classi subalterne delle periferie. In questo senso è esemplare la biografia dello sparatore di Montrouge, poi sequestratore ucciso a Vincennes, che nel 2009 era stato ricevuto da Nicolas Sarkozy in persona come lavoratore interinale modello. Amedi Coulibaly, così si chiama, fu infatti ricevuto da Sarkozy nell'ambito della conferenza, promossa dall'allora presidente francese, sull'alternanza lavoro-formazione. Ritenuto, assieme ad altri, un caso modello, fu intervistato da Le Parisien dove espresse pure la speranza di "trovare un buon impiego grazie al presidente". Non ci vuole molto a capire che per essere ricevuto da Sarkozy bisognava aver passato un serio scanning da parte dei servizi francesi.
Poi accade che il contratto lavoro-formazione scade e Coulibaly, da lavoratore modello, prende un'altra strada. Dargli un lavoro serio, invece di questi contratti-spettacolo che non servono a nulla, erogargli reddito di cittadinanza, fornirgli quei diritti materiali che sono prospettiva di vita avrebbe aiutato Coulybaly a non prendere la strada del martirio? Oggi bisogna aver il coraggio, e la concretezza, di saper rispondere SI a questa domanda. Lavoro e reddito avrebbero evitato tanto delirio e tanto fanatismo di meno.
Parlare di fanatismo evita di toccare le cause materiali, e quindi gli intessi, in campo. Rimuovere le forti diseguaglianze economiche oggi presenti in Europa, e quindi rimettere in discussione gli interessi materiali esistenti, ha invece il pregio di fare chiarezza sul da farsi.
Infatti l'immagine di un fanatismo sul quale non si può mettere man che non sia armata, e di corpi speciali, fa comodo a molti. Che la vicenda di Coulibaly
insegni molto, specie per evitare gli sciacalli di casa nostra che si sono già gettati per banchettare, anche loro, sui cadaveri di Parigi.
Redazione
Fonte: Le Figaro, con l'articolo de Le Parisien dell'epoca
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21/05/2014
Libia: «Khalifa Haftar prova a diventare il nuovo raìs»
Scontri tra milizie, attacchi al Congresso, omicidi eccellenti. La Libia è un campo di battaglia, in cui emerge il ruolo del settantunenne generale Khalifa Haftar: che già a febbraio aveva annunciato in internet di voler agire contro il governo di transizione. Ne abbiamo parlato con lo storico e giornalista Angelo Del Boca, profondo conoscitore dell’area e del paese.
A tre anni dall’uccisione di Muhammar Gheddafi, le sue parole tornano come una profezia: senza di me, il caos aveva detto.
Sì, Gheddafi poteva avere tanti difetti, ma conosceva bene il suo paese, diviso in molteplici fazioni difficili da governare e per cui è quasi impossibile ottenere un equilibrio. Era anche un uomo con molte qualità, che ho conosciuto personalmente. Nel ’96 ho parlato con lui per due ore e un quarto. Alla fine, uscendo dalla tenda, mi ha detto in inglese che mi ringraziava per i miei libri: «scrivendo del suo paese, lei ha scritto del mio», ha detto. Di certo non meritava di finire in quel modo, umiliato e linciato il 20 ottobre del 2011. Come si ricorderà, la Nato e 17 paesi avevano mosso guerra alla Libia per quasi un anno, provocando 36 miliardi di danni. Gheddafi si era arroccato a Sirte, la nuova capitale, insieme alla famiglia e ai suoi, ma ha dovuto abbandonarla per mancanza di cibo e armi. E allora ha commesso un errore fatale, usando il Gps satellitare: che è stato intercettato dalla base di Sigonella e sono partiti i droni. E poi i Mirage francesi. Gheddafi allora era sopravvissuto, ma venne trovato e ucciso barbaramente. E sono in molti a pensare che a volerlo fosse stato in particolare l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, che aveva ricevuto molto denaro libico per la sua campagna elettorale e non voleva imbarazzi. E adesso c’è il caos. Presidenti del consiglio che scappano in Europa e poi tornano, i Fratelli musulmani, gli attentati…
E ora il generale Haftar, legato alla Cia, che si propone come carta vincente.
Di fronte al caos assoluto, Khalifa Haftar è un personaggio capace di produrre qualcosa di nuovo e potremmo trovarci di fronte a una svolta. Per ironia della storia, può assumere il ruolo di successore di Gheddafi. Ha combattuto al suo fianco fino all’avventura (sbagliata) intrapresa dal Colonnello con la guerra al Ciad, tra il 1978 e l’87. Haftar fu prigioniero dell’esercito ciadiano e in carcere cambiò idea. Venne liberato dagli Stati Uniti, si allenò da loro insieme a un centinaio di uomini per anni, foraggiato e costruito come personaggio anti-Gheddafi. E poi a un certo punto Gheddafi cambia idea, accetta di consegnare quella che pomposamente era definita la bomba atomica (una pagliacciata). Ricordo le cinque tonnellate di armi in partenza per gli Stati Uniti. Non era più il «cane pazzo» come lo aveva definito Ronald Reagan, ma un alleato fedele dell’Occidente, baluardo contro il fondamentalismo islamico. Il ruolo di Haftar venne così ridimensionato. Il generale rimase vent’anni negli Usa. Ma quando Gheddafi è ridiventato il cattivo, per Sarkozy e gli altri, è tornato in auge. Nel 2011, è rientrato a Bengasi e ha comandato le forze di terra del Consiglio nazionale di transizione. E ora sta ottenendo appoggi importanti da parte delle milizie di Zintan, che hanno combattuto Gheddafi ma non sono islamiste, e si oppongono a quelle di Misurata, alleate ai jihadisti. E si vede anche l’aviazione, controllata dai governativi. Nel vuoto di potere esistente, Haftar è il successore di Gheddafi contro l’avanzata islamista.
E qual è il ruolo dei sostenitori di Gheddafi?
Circa 600.000 si sono spostati in Tunisia, quasi un milione in Egitto. La popolazione libica è di 5–6 milioni, si tratta dunque di cifre considerevoli. Sono scappati con le armi e ora tornano. Haftar è appoggiato anche dall’Egitto, spaventato dall’idea di avere un paese ancora più instabile e nelle mani dell’aborrita Fratellanza musulmana. Haftar ha organizzato il suo ritorno, ha costruito alleanze, nel futuro ci potrebbero essere sorprese.
E c’è lo scenario statunitense. L’attacco al consolato di Bengasi in cui è rimasto ucciso l’ambasciatore Chris Stevens è un tallone di Achille per le ambizioni della segretaria di Stato Usa Hillary Clinton.
Senz’altro. La crescente somalizzazione della Libia ha anche portato alla caduta della produzione petrolifera. Da 1.800.000 barili si è scesi drasticamente a 200.000, il che colpisce direttamente l’Italia. E di recente le milizie hanno tentato anche di vendere il petrolio per conto loro. Una svolta nel paese potrebbe avere grossi effetti nell’area, e anche sull’Algeria, un paese in mano ai soldati.
Intervista a cura di Geraldina Colotti per Il Manifesto
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