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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/03/2017

Francia. Fillon a un passo dal ritiro, trema la Ue

La notizia mette in ambasce soprattutto la tecnostruttura di Bruxelles. Improvvisamente, stamattina, il candidato della destra gollista alle presidenziali, Francois Fillon, ha annullato all'ultimo minuto e all'insaputa del suo entourage la visita programmata al salone dell'agricoltura di Parigi. Lo stesso Fillon ha annunciato una conferenza stampa. Tra i suoi collaboratori circolano addirittura voci di ritiro dalla campagna. Viene invece smentito il fermo della moglie, protagonista del caso che sta stroncando la carriere del più credibile avversario di Marine Le Pen.

François e Penelope Fillon hanno però entrambi ricevuto una convocazione dai giudici rispettivamente per il 15 e 18 marzo. Quindi l’inchiesta non si è fermata, anzi a questo punto sembra costringere il campione dei gollisti a un fragoroso e devastante ritiro. Lo stesso Fillon sarebbe in queste ore chiuso in riunione con gli altri big del suo partito; non certo per decidere le tappe del tour elettorale o le parole d’ordine della campagna. Alcuni giornali, tra cui Le Figarò, parla esplicitamente di un “piano B” che prevederebbe la sostituzione in corsa del candidato, recuperando il secondo classificato nelle primarie della destra, Alain Juppé. Fillon per il momento ribadisce la sua intenzione di non ritirarsi, ma con il passare delle ore si va accentuando la pressione del partito per una decisione diversa. L’accusa, per i criteri francesi, è grave: avrebbe procurato un impiego fittizio alla moglie e ai figli, quali assistenti parlamentari, pagandoli con soldi pubblici.

Va sottolineato che in Francia, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere in Italia, un politico sospettato di reati o interesse personale in atti amministrativi è bruciato per sempre. Nel 2005, Hervé Gaymard, il ministro dell’Economia nel governo Sarkozy, fu costretto a dimettersi per aver affittato (non possedeva un appartamento a Parigi) un appartamento di 600 metri quadrati, considerato “troppo lussuoso e grande” per la sua famiglia, comprensiva di 9 figli...

Sconvolgente, sempre per i criteri etici della politica francese (dove certo non mancano i corrotti, ma quando vengono presi saltano in due minuti), la resistenza opposta da Fillon: «Non cederò, non mi arrenderò, non mi ritirerò. Perché al di là della mia persona viene sfidata la democrazia. Non si tratta di me e della presunzione di innocenza, ma di voi», ha detto rivolgendosi ai cittadini francesi. «Sarò all’appuntamento della democrazia», definendo questa indagine un «assassinio politico». Una sortita "berlusconiana" che in bocca a un possibile presidente della Republique era impensabile fino a qualche anno fa.

L’accusa rivolta a Fillon, per due volte primo ministro, è molto più grave. Al punto che Patrick Stefanini, direttore della campagna elettorale di Fillon, avrebbe presentato le sue dimissioni al candidato. Segno che considera la partita persa e indifendibile il candidato.

Naturalmente il ritiro, con questa motivazione alle spalle, produrrà sconquassi nell’elettorato della destra "republicana", fornendo argomenti d’acciaio alla campagna di Marine Le Pen e degli altri candidati (il centrista Macron e il “socialista” Hamon). Ma a beneficiarne, come esponente “anti-sistema” dovrebbe essere soprattutto la prima.

Con il sistema elettorale francese, che prevede il ballottaggio al secondo turno, sembra comunque difficile che la destra fascista di Le Pen possa vincere contro qualsiasi candidato emerga dagli schieramenti in campo. Far convergere i voti contro i lepenisti è infatti considerato un dovere civico elementare. Certo, però, una Le Pen con percentuali altissime indebolirebbe di molto il pilastro francese del duopolio che regge l’Unione Europea.

Per questo, e in vista di ulteriori “strette” sulla cessione di sovranità dagli Stati alla Ue, la rovinosa caduta di Fillon, è vista con timore sia a Bruxelles che a Berlino, oltre che ai piani alti delle multinazionali europee.

Fonte

29/11/2016

Francia, la destra sceglie Fillon

di Michele Paris

La prevedibile vittoria dell’ex primo ministro francese, François Fillon, nel secondo turno delle primarie per le presidenziali del partito neo-gollista, Les Republicaines (LR), apre molto probabilmente la strada a una sfida per l’Eliseo tra due candidati schierati in maniera chiara alla destra dello scacchiere politico d’oltralpe. L’opinione diffusa, in Francia e altrove, è infatti che Fillon e la leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, si sfideranno la prossima primavera nel ballottaggio che deciderà il successore alla guida del paese dell’ormai screditato presidente del Partito Socialista (PS), François Hollande.

Giunto a sorpresa al primo posto nel primo turno delle primarie del centro-destra una settimana fa, Fillon ha conquistato domenica più del 66% dei voti espressi, imponendosi in quasi tutti i dipartimenti e territori d’oltremare della repubblica. Il suo rivale, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé, si è fermato al 33,5% e ha sopravanzato Fillon solo nel suo dipartimento – la Gironda – e in quello centrale della Corrèze, nonché in tre territori d’oltremare (Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Guyana).

L’affluenza a quelle che erano primarie aperte è stata superiore di circa il 4% rispetto al primo turno, quando già si era registrato un numero record di 4,2 milioni di votanti. A influire sulla partecipazione alle primarie dell’LR è stata probabilmente l’ostilità nei confronti del presidente in carica, il discredito di Juppé, identificato come il più emblematico rappresentate di un establishment corrotto ed elitario, e la percezione – decisamente ingannevole – di essere in presenza di un candidato di rottura in grado di attuare politiche più popolari di quelle adottate da governi e presidenti succedutisi negli ultimi anni.

Scorrendo anche solo superficialmente il suo programma e giudicando dalle prese di posizione pubbliche in queste settimane, la candidatura e la possibile vittoria di Fillon nelle presidenziali determinerebbero una nuova importante spinta verso destra degli equilibri politici in Francia, con più di un punto di contatto con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti.

L’orientamento nazionalista di Fillon, assieme a proposte come il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici e il taglio della spesa dello stato per oltre 100 miliardi di euro non lasciano molti dubbi su chi sarà a sostenere il peso del promesso “rilancio” dell’economia transalpina.

In campagna elettorale, Fillon ha inoltre corteggiato la destra cattolica francese, avanzando l’ipotesi di limitare l’accesso all’aborto e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. I toni catastrofici contro il “fondamentalismo” islamista lasciano poi intendere da un lato un’ulteriore escalation militare in Medio Oriente e, dall’altro, la volontà di alimentare le divisioni tra la popolazione, attraverso la criminalizzazione degli immigrati di origine araba, in preparazione di nuove misure anti-sociali.

In fin dei conti, il successo imprevisto di Fillon nelle primarie del suo partito è il risultato di una strategia che è consistita fondamentalmente nel proporre una variante ancora più di destra delle iniziative avanzate da Juppé. Strategia vincente, almeno per il momento, vista la promozione e lo sdoganamento delle forze reazionarie in atto in Francia come altrove, soprattutto in assenza di un’alternativa percorribile a sinistra dopo il disastro degli oltre quattro anni di governo Socialista.

Che le politiche neo-liberiste promesse da Fillon, acceso ammiratore di Margaret Thatcher, non suscitino l’entusiasmo dei francesi, nonostante l’apparente popolarità evidenziata dalle primarie, è confermata da alcuni sondaggi. Il quotidiano Libération ha ricordato ad esempio domenica un’indagine che aveva rivelato come tra il 60% e il 70% degli interpellati si fosse detto contrario ad alcune misure previste dal programma di Fillon, come i licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’eliminazione della tassa sui grandi patrimoni (ISF), l’innalzamento dell’età di accesso alla pensione a 65 anni e l’aumento dell’IVA per compensare la riduzione del carico fiscale delle aziende.

D’altra parte, Hollande e i primi ministri Socialisti nominati a partire dal 2012 hanno scelto senza riserve la via dell’austerity e della distruzione delle protezioni sociali e dei diritti del lavoro per far fronte alla crisi del capitalismo francese. Misure che hanno fatto esplodere lo scontro sociale, evidente nelle proteste oceaniche della scorsa estate contro la cosiddetta “loi travail”, a cui si è risposto con l’implementazione di uno stato di emergenza di fatto permanente, sia pure giustificato dagli attentati terroristici di Parigi e Nizza.

Le politiche di Hollande, oltre che ad aver messo a rischio l’unità del PS, hanno fatto precipitare i livelli di gradimento suoi e del suo partito, condannando la “sinistra” francese alla marginalità e, forse ancora peggio, a muoversi ancor più verso destra nell’illusione di evitare una batosta elettorale che si annuncia clamorosa.

La “nomination” del centro-destra francese assegnata a Fillon e, ancor più, il suo eventuale ingresso all’Eliseo, prospettano anche un’accelerazione delle divisioni e delle rivalità in Europa e in Occidente. In questo senso, la possibile elezione di Fillon si inserirebbe in un quadro già segnato dal successo di forze centrifughe come la “Brexit” e la presidenza Trump negli USA, per non parlare di un successo del NO nell’imminente referendum costituzionale in Italia.

Fillon sembra infatti intenzionato a normalizzare le relazioni con la Russia, mentre non nasconde l’ambizione di fare della Francia la potenza dominante nel continente, gettando così le basi, almeno in prospettiva futura, per un peggioramento dei rapporti con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania.

Sui giornali francesi si sta discutendo infine delle possibilità di vittoria di Fillon in un eventuale testa a testa con Marine Le Pen nel secondo turno delle presidenziali, dando ragionevolmente per scontato che il candidato Socialista, chiunque esso sia, non riesca ad accedere al ballottaggio.

Alcuni all’interno dell’FN hanno già espresso preoccupazione per la candidatura di Fillon, più difficilmente attaccabile rispetto a un Juppé – disposto a qualsiasi compromesso con la “sinistra” – o a un Sarkozy, gravato dal bilancio dei suoi cinque anni all’Eliseo. Come ha spiegato lunedì un’analisi del voto sempre di Libération, Fillon ha forti credenziali di destra che “riducono lo spazio di manovra del Fronte”, essendo l’ex premier un “cattolico conservatore” che rivendica a pieno la “sovranità” francese e, allo stesso modo dell’estrema destra, si dice favorevole al riavvicinamento alla Russia di Putin.

Con Fillon alla guida del centro-destra nelle presidenziali, tuttavia, il dibattito in Francia nei prossimi mesi si sposterà sempre più a destra e, com’è puntualmente avvenuto negli ultimi anni, ciò finirà per favorire proprio il Fronte Nazionale. Già l’implementazione di politiche da stato di polizia e contro gli immigrati del governo Socialista hanno legittimato le posizioni più autoritarie dell’FN, contribuendo a dare a quest’ultimo una facciata di credibilità.

A ciò vanno poi aggiunti gli sforzi del Fronte per ripulire la propria immagine, evitando l’ostentazione delle posizioni e dei simboli più provocatori, ma anche arruolando personalità con storie politiche apparentemente lontane dall’estrema destra.

Se, inoltre, la candidatura di Fillon potrebbe privare la Le Pen e i suoi di alcune armi per attaccarlo, è altrettanto vero che le politiche economiche ultra-liberiste del leader dell’LR, di fronte al sostanziale vuoto a sinistra, apriranno altri spazi di manovra per permettere alla destra populista, razzista e xenofoba di proporsi come unica forza che si batte per la giustizia sociale e i diritti dei francesi comuni.

Per queste ragioni, come già qualcuno paventa in Francia e non solo, l’eventuale sfida per l’Eliseo tra Fillon e Le Pen potrebbe avere connotati almeno in parte diversi dal ballottaggio del 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, rendendo più difficile l’aggregazione delle forze “democratiche e repubblicane” attorno al candidato gollista e trasformando forse il voto in un confronto più equilibrato del previsto.

Fonte

22/11/2016

Francia, la fine di Sarkozy

di Michele Paris

Il risultato del primo turno delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza francese del partito gollista “I Repubblicani” (LR o Les Républicaines) si è concluso con la vittoria a sorpresa dell’ex primo ministro, François Fillon, davanti al favorito della vigilia, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé. Dal ballottaggio di domenica prossima resterà fuori l’ex presidente, Nicolas Sarkozy, giunto tristemente terzo a conferma della persistente ostilità nei suoi confronti anche tra gli elettori di centro-destra dopo i cinque anni trascorsi al palazzo dell’Eliseo.

Fillon, primo ministro proprio durante la presidenza Sarkozy tra il 2007 e il 2012, ha messo a segno un risultato difficilmente pronosticabile, visto che solo alcune settimane fa era accreditato di un consenso attorno al 10% tra i potenziali votanti nelle primarie. Il 44,1% raccolto domenica lo proietta così verso una probabile “nomination” del principale partito di centro-destra francese e, alla luce della profonda impopolarità dei Socialisti al governo e, in particolare, del presidente François Hollande, in posizione di vantaggio nelle elezioni della prossima primavera.

Juppé, da parte sua, si è fermato al 28,6%, mentre Sarkozy al 20,6%. Trascurabili sono state invece le percentuali degli altri contendenti, tra cui la 43enne deputata dell’LR, Nathalie Kosciusko-Morizet (2,6%), e l’ex ministro e attualmente deputato, Bruno Le Maire (2,4%). A favorire Fillon in vista del secondo turno delle primarie è anche l’appoggio già incassato di Sarkozy e Le Maire.

Sul voto di domenica, il primo di questo genere per il partito neo-gollista, ha inciso con ogni probabilità l’altissima affluenza. A scegliere il candidato dell’LR sono stati oltre 4 milioni di francesi. Per dare l’idea dell’importanza di questo dato basti ricordare che nelle primarie del Partito Socialista del 2011 i partecipanti, stimolati anche dall’impopolarità di Sarkozy, furono poco meno di 2,7 milioni.

La valanga di votanti del fine settimana è dovuta probabilmente sia al desiderio degli elettori di mandare un messaggio a Hollande e alla sua disastrosa presidenza sia all’interesse suscitato da una sfida che, nonostante sia interna all’LR, designerà quasi certamente lo sfidante della leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, nel ballottaggio per l’Eliseo. Quest’ultima, proprio grazie al discredito dei Socialisti, sembra essere favorita per l’accesso al secondo turno nelle prossime presidenziali.

Proprio questa prospettiva potrebbe avere convinto molti a scegliere domenica il candidato che appariva maggiormente in grado di battere Marine Le Pen. I problemi di Juppé sono da collegare alla sua immagine di politico che incarna l’establishment francese. In uno scenario segnato dal populismo e dall’ostilità nei confronti delle élite, ciò potrebbe giocare a favore dei neo-fascisti e della loro retorica anti-sistema.

Sarkozy, a sua volta, aveva fatto ricorso a toni molto simili a quelli del Fronte Nazionale in molti ambiti, così che, allo stesso modo, una campagna elettorale all’insegna della corsa verso l’estrema destra si sarebbe potuta trasformare in un boomerang, col rischio di portare la Le Pen all’Eliseo. In questo quadro, Fillon è apparso allora come il candidato potenzialmente più rassicurante o, quanto meno, così è stato spesso dipinto anche da una stampa che aveva evidenziato le sue prestazioni convincenti nei dibattiti televisivi tenuti prima del voto.

Per alcuni giornali francesi, un altro fattore può avere contribuito al recupero di Fillon e al successo di domenica. Secondo un’analisi pubblicata ad esempio dal quotidiano Libération, l’ex premier non solo è riuscito a intercettare i voti degli imprenditori “grazie al suo programma thatcheriano”, ma anche della destra cattolica d’oltralpe, ovvero una fetta di elettorato significativa nel centro-destra.

Fillon ha spesso insistito in campagna elettorale sulla necessità di “rimettere la famiglia al centro delle politiche pubbliche”, prendendo le distanze dalla battaglia per quello che egli stesso ha definito “un laicismo d’altri tempi”, talvolta condotta soprattutto dall’ex presidente Sarkozy. In questo senso vanno intese proposte come lo stop alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e la limitazione della procreazione assistita alle sole coppie eterosessuali.

Per quanto riguarda le proposte dei candidati alla presidenza dell’LR in ambito economico, le differenze non appaiono rilevanti, poiché tutti sono orientati verso politiche sostanzialmente neo-liberiste e Fillon ancor più dei rivali interni al partito.

Il favorito per la “nomination” gollista aveva ad esempio contestato l’approccio ritenuto a suo dire troppo prudente di Juppé in merito al taglio del pubblico impiego. Su questo punto, Fillon propone infatti il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici nei prossimi cinque anni, mentre uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia è la riduzione del carico fiscale per i redditi più alti.

Il suo programma di governo prevede quello che il quotidiano Le Monde ha definito uno “shock liberista” dell’economia, basato su un taglio della spesa pubblica da ben 110 miliardi di euro. Fillon propone inoltre l’innalzamento a 65 anni dell’età per accedere alla pensione e l’abolizione della settimana da 35 ore lavorative. A suo dire, la piena occupazione sarebbe poi raggiungibile con misure come la liberalizzazione dei negoziati sui contratti di lavoro a favore della contrattazione a livello aziendale, come peraltro già previsto dalla “riforma” dell’attuale governo Socialista.

In generale, Fillon appartiene alla fazione della destra francese più apertamente liberista e thatcheriana, laddove Juppé rappresenterebbe le tradizionali forze politiche conservatrici che continuano a vedere positivamente un certo intervento dello stato nell’economia.

Sia Juppé che Fillon si sono comunque distinti per misure reazionarie e anti-sociali alla guida di governi ugualmente impopolari. Nel 1995, a pochi mesi dall’ingresso di Jacques Chirac all’Eliseo, il primo dovette fronteggiare un’ondata di scioperi contro la sua proposta di “riforma” del sistema pensionistico pubblico, mentre il vincitore del primo turno delle primarie dell’LR è stato l’esecutore delle politiche di rigore promosse durante la presidenza Sarkozy.

In linea di massima, chiunque esca vincitore dal ballottaggio di domenica prossima e dal voto per il nuovo presidente da qui a pochi mesi, è estremamente probabile che le politiche di austerity e di confronto sociale dell’amministrazione Hollande saranno proseguite, col rischio concreto di rafforzare ancor più l’estrema destra dell’FN.

Non solo, le stesse iniziative da quasi stato di polizia messe in atto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di Nizza dal presidente Hollande e dal premier Socialista Manuel Valls, a cominciare da uno stato di emergenza più volte esteso e appoggiato dal centro-destra, verranno inevitabilmente intensificate, visto anche il più che probabile aumento delle tensioni sociali.

Per quanto riguarda le previsioni in vista del voto di domenica, infine, sono pochi i sondaggi di opinione commissionati su una sfida tra Fillon e Juppé, a causa principalmente della vittoria inattesa dell’ex primo ministro di Sarkozy. I rilevamenti esistenti, citati dalla stampa francese, danno comunque Fillon in vantaggio mediamente con un dato attorno al 55-56%.

Dopo le primarie dell’LR, a gennaio sarà il Partito Socialista a chiedere ai propri elettori di scegliere il candidato alla presidenza. Nel partito di governo la situazione appare ancora piuttosto incerta, con il presidente Hollande, i cui indici di gradimento sono tra i più infimi nella storia della repubblica, ancora indeciso se prendere parte o meno a una competizione che presenta concrete possibilità di risolversi in una clamorosa bocciatura da parte dei suoi stessi elettori.

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20/12/2015

Francia: dalla resistenza alla desistenza?

Il 13 dicembre la Francia è tornata nuovamente alle urne dopo che, solo una settimana prima, l’affermazione del Front National aveva provocato un piccolo terremoto politico.

Ora, se ci dovessimo fermare alle bandierine colorate, giustapposte sulla carta regionale dell’Hexagone dopo il secondo turno, verrebbe quasi da commentare “tanto rumore per nulla”: su sette regioni garrisce la bandierina blu dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e su cinque quella rosa, sbiaditissima, dei socialisti di François Hollande.

Delle bandierine nere del FN nemmeno l’ombra. Infatti a Marine Le Pen, uscita trionfante dal voto del 6 dicembre, primo partito in sei regioni su dodici, non è andata nemmeno una regione. La realtà, ovviamente, è molto più complessa di qualsiasi infografica e ci racconta ben altro. Non per caso queste elezioni, che occorre ricordarlo erano delle amministrative, hanno avuto una copertura senza precedenti da parte del sistema mediatico europeo.

Le elité continentali sembrerebbero dunque aver preso piena coscienza, anche più di molti osservatori di sinistra, delle proporzioni dell’incendio che si è acceso in uno dei paesi cardine dell’Unione Europea, in cui una forza politica reazionaria e di massa, dichiaratamente antieuropeista, arriverà a poter ambire concretamente alla guida politica con le prossime elezioni presidenziali. La boutade del premier socialista, Manuel Valls, che ha paventato il rischio di una “guerra civile” in caso di affermazione del Front National, è stato per certi versi il termometro della drammatizzazione in corso, oltre che un richiamo alla disciplina repubblicana per la sinistra francese.

Lo scorso 6 dicembre il partito guidato dalla le Pen aveva ottenuto complessivamente il 27,7% dei consensi (6.052.733 voti), davanti al centrodestra guidato dall’ex presidente Sarkozy (26,6%) e al Parti Socialiste di Hollande (23,2%). Il Front National era arrivato largamente in testa in tre regioni: nel Nord-Pas-de-Calais, dove si presentava Marine Le Pen (40,6%); con la stessa percentuale nella Provenza-Costa Azzurra, dove era candidata la ventiseienne Marion Le Pen; e nella Alsazia-Lorena, dove il capolista Florian Philippot aveva raggiunto il 36,1%. Era inoltre in testa in altre 3 regioni, fra cui la Normandia. Il dato più significativo è però la crescita costante dell’estrema destra che ormai si conferma ad ogni appuntamento elettorale: 11,4% alle regionali del 2010; 17,9% alle presidenziali del 2012; 24,9% alle europee del 2014, 25,2% alle provinciali di inizio anno. Un’affermazione che geograficamente sembra concentrarsi soprattutto nei bastioni un tempo rossi della gauche e del PCF, segno pericoloso di una penetrazione sempre più forte dei discorsi reazionari tra i salariati francesi. Soprattutto quelli di pelle bianca.

A rafforzare ancor di più quest’aurea antisistema dei lepenisti ha contribuito ancora una volta l’atteggiamento “frontista” di molta sinistra, più o meno moderata, che ha dimostrato di non aver ben compreso le radici del successo del FN. Subito dopo la “scossa” del primo turno è partito infatti l’appello alla disciplina repubblicana da parte dei dirigenti socialisti che hanno invitato i propri candidati a rinunciare alla competizione, laddove erano arrivati terzi, per favorire indirettamente il candidato di centro-destra. Una desistenza che si è concretizzata nel ritiro delle liste nel Nord-Pas-de-Calais e in Provenza-Costa Azzurra, e che, almeno apparentemente, sembrerebbe aver raggiunto il proprio scopo.

Come ricordavamo sopra l’estrema destra ha fallito l’obiettivo di conquistare almeno una regione, ma ha triplicato il numero dei consiglieri regionali (da 118 a 358), rafforzando il proprio processo di radicamento territoriale. L’altro dato significativo è rappresentato dai 4 milioni di francesi che sono passati dall’astensione (che era stata intorno al 50%) al voto, un dato superiore all’8,5%, e che è stato persino maggiore di quello delle presidenziali del 2002, quando a sorpresa Jean-Marie Le Pen aveva superato il socialista Lionel Jospin ed era arrivato al ballottaggio con Jaques Chirac. E se il Front National è riuscito ad ottenere quasi 800mila voti in più, oltre 3 milioni sono andati a socialisti e repubblicani. Il centro-destra è così passato da meno di 6 milioni di voti del primo turno a più di 10 del secondo, dal 26 al 40%. Grazie anche al voto desistente di elettori socialisti e di sinistra che, se hanno arginato l’ascesa del FN nell’immediato, gli hanno però regalato un potente argomento di propaganda per il futuro, accreditandolo ancor di più come l’unico partito anti-establishment della Quinta Repubblica.

Ora l’attenzione si sposta sulle presidenziali e sulle legislative del 2017, mentre tutti i sondaggi danno come concretamente possibile l’approdo di Marine Le Pen al ballottaggio. Le elezioni regionali ci dicono che il 70% dei francesi è pronta a votare contro di lei, ma due anni di crisi e di guerra possono cambiare molte cose, è il dibattito pubblico della République, precipitata in uno stato d’eccezione permanente dopo gli attacchi del 13 novembre, è li a dimostrarlo.

Alcuni commentari sostengono preoccupati che se la Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo l’integrazione europea si concluderebbe, probabilmente per sempre. E’ indubbio che sia anche questa la ragione che oggi spinge moltissimi francesi, soprattutto lavoratori, a votarla. Aver lasciato questo spazio politico alla destra reazionaria è un errore imperdonabile e una lezione da imparare per tutta la sinistra di classe europea. Altrimenti non ci sarà desistenza che tenga.

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15/12/2015

La sconfitta del Fn

C’è una notizia buona ed una cattiva. Quella buona è che ha perso la Le Pen, quella cattiva è che hanno vinto gli altri. Certo: è un paradosso, ma è la situazione reale ad esserlo: siamo stretti fra un presente insopportabile ed un’alternativa peggiore.

Il punto non è che il Fn sia fascista: lo è sui generis, per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine, ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il Fn abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni). Questa definizione si adatta meglio ad Alba dorata o Jobbik.

Dunque, quello della caratterizzazione fascista non è l’argomento di maggior peso. Quello che conta di più sono altri aspetti: il più frusto e gretto nazionalismo, la critica superficiale dei poteri finanziari, che lascia intatto l’assetto capitalistico della società, il richiamo ad una tradizione più immaginaria che reale, dietro cui si nasconde una anti-modernità reazionaria, la becera xenofobia, il populismo greve che si contrappone ad ogni dimensione culturale, la richiesta ottusa della pena di morte e via di questo passo. Dunque, non è certo una cattiva notizia che il Fn abbia perso. La cattiva notizia è che vincano quelli di sempre, le forze di sistema.

Certo i socialisti ne escono massacrati con la certificazione della loro irrilevanza politica, anche se il loro capo resta all’Eliseo (che autorità può avere un Presidente il cui partito scende sotto il 20%?), ma risorge la stella di Sarkozy. Sai che acquisto!

Come è accaduto all’Ukip, a Podemos ed al M5s (cose diversissime fra loro, ovviamente, ma accomunate dalla collocazione antisistema), il Fn è stato fermato quando sembrava stesse per spiccare il grande balzo. Personalmente penso che Ukip, Afd e Fn siano alternative peggiori all’esistente, mentre Podemos e M5s, al contrario, siano preferibili ad esso, ma lasciamo perdere questo aspetto e cerchiamo di capire perché questo accada. Sin qui l’unica forza “antisistema” a vincere è stata Syriza ma non a caso: è quella che discende più direttamente da organizzazioni della sinistra tradizionale (sinistra Pasok, comunisti dell’interno e formazioni simili), più simile alla Linke (di cui condivide l’appartenenza al Sinistra Europea) che a Podemos e, dunque, la meno nuova ed antisistema fra le forze affacciatesi con la crisi e, infatti, nelle scelte di governo si è dimostrata molto allineata alle indicazioni (o diktat) del sistema di potere europeo.

Vice versa, le forze più nuove e dichiaratamente antisistema, non riescono a sfondare, pur ottenendo risultati vistosi, che talvolta raggiungono la maggioranza relativa. E’ probabile che confluiscano diverse ragioni. Quella più evidente è che il blocco delle famiglie politiche tradizionali (socialdemocratici, democristiani, liberali e verdi) si compatta contro i “barbari” e, pure ammaccato, per ora regge. In Italia questo ha funzionato meno, perché nei ballottaggi, il polo tradizionale escluso ha preferito il M5s all’avversario di sempre, ma si è trattato di elezioni amministrative e non è detto che funzioni anche nelle politiche: dunque una eccezione relativa e tutta da confermare. Peraltro anche il M5s ha sperimentato l’effetto “blocco” nelle europee del 2014 e, comunque è ancora sotto il 30%, pertanto per nulla sicuro di arrivare neppure al ballottaggio.

In questo comportamento dell’elettorato è evidente la paura del ”salto nel buio”: ad esempio, l’uscita dall’euro è vista come una avventura pericolosissima che mette a rischio risparmi e redditi da lavoro e la risposta delle forze antisistema (a parte Podemos che non mette in discussione l’Euro o l’appartenenza alla Ue) non è apparsa tranquillizzante, perché non è stata prospettata alcuna credibile exit strategy che, quantomeno, attutisca l’eventuale urto. Più in generale, queste forze sono apparse credibili più come espressione della protesta sociale che come possibile forza di governo: proposte troppo semplicistiche e al limite del miracolismo, personale politico non adeguato al ruolo, apparato organizzativo insufficiente.

Bisogna ammettere che non si tratta solo dell’effetto delle campagne dei media: in effetti queste forze mancano (almeno per ora) della cultura politica e del personale necessari ad esercitare un ruolo di governo, per cui, anche “ad un solo miglio dalla vittoria”, non ce la fanno a dare lo scatto finale. Ad esempio è da notare che nessuna di queste forze articoli un minimo di discorso credibile di politica estera.

Il punto è che queste forze, in ragione del loro accentuato populismo, confondono la sacrosanta avversione al ceto politico ed alla “politica politicienne” con il rifiuto della politica in quanto tale e questo si traduce spesso in atteggiamenti infantili del tipo “noi contro tutti”. I partiti antisistema rifiutano ogni alleanza come dimostrazione della loro “diversità”, una forma di integralismo im-politico più ancora che anti-politico. Ma un blocco elettorale vincente non è una sommatoria di voti di anonimi cittadini, ma l’aggregazione di un blocco sociale, che spesso chiede una articolazione di diverse forze politiche in grado di coprire uno spettro di interessi abbastanza stratificato. Neppure la Dc, partito “prendi tutto” per eccellenza, ce la faceva da sola a coprire tutto il campo di interessi che gli garantisse la maggioranza ed i partiti laici (con il loro 10-12% avevano appunto la funzione di coprire i fianchi della coalizione).

E’ un punto su cui occorrerà tornare, per ora lo segnaliamo insieme ad una certa insensibilità sociale del partiti populisti. Può sembrare un paradosso che i partiti che si ergono contro il sistema, in nome degli interessi del popolo, poi non capiscano la dialettica delle forze sociali. Ma è appunto il loro essere populisti che li porta a concepire il popolo come una unità omogenea, priva di interessi differenziati e non attraversata da una dialettica interna. Questo immaginario – del tutto infondato – poi ha anche la conseguenza di rendere estranei i populisti (altro paradosso conseguente al primo) al conflitto sociale. Ma su questo torneremo, dato che il punto merita ben più di uno specifico articolo.

Insomma, occorre capire che la protesta è giusta ma non basta e che per il salto dalla protesta alla proposta occorre munirsi di una cultura politica di riferimento, superare le rozzezze attuali e darsi una struttura organizzativa adeguata: la tastiera di un computer non è sufficiente ad assicurare tutto questo.

Fonte

14/12/2015

Francia. Il 'fronte repubblicano' regge, l'affluenza ferma il Front National

Alla fine il Front National delle due Le Pen non l’ha spuntata in nessuna delle regioni francesi in cui ieri si è andati al ballottaggio. L’aumento significativo dell’affluenza alle urne rispetto al primo turno – circa dieci punti percentuali in più, il 59 contro il 50% – ha sbarrato la strada all’estrema destra, anche in quelle regioni dove il FN era arrivato in testa una settimana fa destando l'allarme dei partiti dell'establishment ma anche delle organizzazioni e degli intellettuali antifascisti di tutta Europa.

Nonostante le ambiguità della destra gaullista, con Sarkozy che aveva rifiutato di far ritirare i propri candidati arrivati terzi per far convergere i suoi voti sui rappresentanti socialisti per impedire l'elezione di quelli del FN, la maggioranza degli elettori ha di nuovo deciso di seguire la pratica del ‘Fronte Repubblicano’ impedendo così alla destra xenofoba di conquistare lo storico risultato anche in una sola regione.

Certo, il Front National ha di nuovo aumentato i suoi consensi in termini assoluti, ottenendo sei milioni e seicentomila voti (ducecentomila in più rispetto al primo turno), ed affermandosi ormai compiutamente come una delle tre forze principali del panorama politico d’oltralpe, spesso al primo posto. Il partito di estrema destra considerato capofila degli euroscettici e xenofobi di tutto il continente continua la sua progressione, arrivando al 30% e solo un sistema elettorale truffaldino basato su due turni elettorali ha privato della rappresentanza l'estrema destra francese.

E se anche la mobilitazione dell’elettorato ‘repubblicano’ e in qualche modo antifascista ha evitato la vittoria dei lepenisti, i dirigenti della formazione xenofoba e nazionalista hanno già cominciato a sfruttare la situazione per denunciare quello che definiscono “il complotto” dell’intero sistema politico, francese e continentale, contro “l’unico partito che difende i diritti dei francesi” contro l’invasione di immigrati e le pretese dell’Unione Europea. La campagna elettorale per le elezioni legislative e per quelle presidenziali è di fatto già cominciata. Marine Le Pen ha accusato ieri "la diffamazione ordinata da palazzi dorati" ed ha affermato: "Quanti hanno votato per il Fn hanno resistito alle intimidazioni, agli infantilismi e alle manipolazioni». "Ci sono vittorie che sono una vergogna per i vincitori" ha fatto notare la ventiseienne Marion Maréchal-Le Pen, nipote del fondatore del Front National – nel frattempo espulso dal partito per legittimare l'ascesa al potere mancata d'un soffio – e astro nascente della formazione guidata da Marine Le Pen e da Florian Philippot.

Il secondo turno ha consegnato sette regioni alla destra ‘moderata’ di Sarkozy e cinque ai socialisti di Hollande – che così ha evitato quella disfatta che sembrava sicura visti i risultati del primo turno – mentre in Corsica si è registrata la storica vittoria della coalizione indipendentista.

Les Republicains (così si chiamava l'alleanza di centrodestra) hanno strappato la prestigiosa regione parigina, l'Ile-de-France (da ben 17 anni in mani socialiste), ed hanno vinto in Normandia, Nord-Pas-de-Calais-Picardia, Provenza-Alpi Costa azzurra, Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, Alvernia-Rodano-Alpi e nella Loira. I socialisti, che prima controllavano ben 12 regioni mantengono Bretagna, Aquitania-Limousin Poitou-Charentes, Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei, Borgogna Francia-Contea, Centro Valle della Loira.

Nulla da segnalare a sinistra, dove le varie formazioni – il Front de Gauche reduce dal voto favorevole a tre mesi di stato d'emergenza e gli ecologisti – si sono di nuovo limitate a fare da stampella di un centrosinistra che, sotto la guida di Manuel Valls, assume contorni sempre più liberisti, autoritari e guerrafondai.

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