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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/04/2017

La Francia alla scelta tra due “populismi” davvero opposti

A una settimana dalle elezioni francesi i media padronali italiani si sono accorti che Jean-Luc Mélenchon – ex troskista, ex socialista, alla guida di un composito movimento di sinistra – “rischia” di andare al ballottaggio contro la “fascista ripulita” Marine Le Pen. Se ciò accadesse avremmo uno scontro – elettorale, certo, ma non per questo meno significativo sul piano simbolico – tra le due opzioni più radicalmente opposte del panorama politico transalpino, entrambe fin qui tenute lontanissime dalla gestione del potere (i “comunisti” perché ridotti nel tempo ai minimi termini, i fascisti per un’efficace conventio ad excludendum da parte di tutto l’arco costituzionale; per capirci, non sono mai stati davvero “sdoganati” da qualcuno).

Tutto quello che c’è di convergente al centro (gollisti di Francois Fillon, “socialisti” di Benoit Hamon e “centristi di Emmanuel Macron) verrebbe spazzato via, decretando la fine del sistema politico francese e mettendo seriamente in crisi l’assetto dell’Unione Europea.

Tra i cinque candidati principali, infatti, sono pochi i temi davvero distintivi su cui conducono la loro campagna elettorale. E il rapporto con l’Unione Europea è quello assolutamente principale, insieme alla “questione migranti”. Non appena i sondaggi ufficiali hanno segnalato il possibile sorpasso di Mélenchon sugli altri è partito il solito fuoco di sbarramento fatto di accuse scontate (“populismo”, “antieuropeismo”, “l’altra faccia di Le Pen”, ecc) e evocazione di scenari economici catastrofici (“sale lo spread”, “i capitali potrebbero fuggire”, ecc) altrettanto scontati e ormai inefficaci. Non hanno infatti impedito né la vittoria dell’Oxi nel referendum greco, né la Brexit e neanche l’elezione dell’ormai “rivalutato” Trump.

Vediamo allora cosa propongono i cinque, in modo da valutare le reali differenze, ovviamente sapendo benissimo che tra quel che si promette in campagna elettorale e quel che si farà c’è di mezzo un oceano.

In materia di difesa e spesa militare, centristi e fascisti la pensano allo stesso modo: aumentare la spesa fino a raggiungere il 2% del Pil (come chiede Trump a tutti i membri della Nato). Tutti e quattro vogliono restare nell’alleanza militare con gli Usa, distinguendosi soltanto tra chi vuol lasciare nelle mani degli yankee ogni decisione strategica (Fillon) e chi si oppone a nuovi ingressi (Hamon). Tutti e quattro vogliono un maggiore protagonismo francese sui teatri di guerra più vicini, chi proponendo di aumentare gli effettivi dell’esercito e della marina (Le Pen, Fillon, Macron), che ripristinando una forma limitata di leva obbligatoria (Hamon, un mese di servizio e addestramento). Mélenchon propone di “ridare la difesa in mano alla nazione”, di conseguenza prevede la nazionalizzazione delle industrie pesanti e la leva obbligatoria; non ha mai accennato all’uscita dalla Nato, ma calca la mano sul “sentimento nazionale” (come faceva ai suoi tempi De Gaulle).

Ma è sull’Unione Europea che si registra la differenza più chiara. Fillon è fautore di un’integrazione più forte, con una governance anche politica oltre che economica e militare (esercito europeo forte, con un comando condiviso, e un maggiore controllo di agenzie europee sui confini dell’Unione; insomma, quel che stanno già facendo). Unico limite: basta nuovi ingressi, specie della Turchia e di altri paesi dell’Est.

Marine Le Pen è stata finora indicata come il massimo dell’euro-scetticismo in Francia, ma ha una posizione decisamente morbida: propone un ritiro "temporaneo" dai trattati europei e nel frattempo l’organizzazione di un referendum sull’Euro. Ma non vuole affatto uscire dalla moneta unica. Al massimo, vedrebbe di buon occhio una “doppia moneta”, una interna e l’euro per le operazioni fuori dai confini.

Hamon e Macron sono “europeisti” tutti d’un pezzo, al pari di Fillon, con Hamon che propone una “riforma” dei trattati in senso più socialdemocratico, nonché una maggiore attenzione ai temi ambientali.

Mélenchon condiziona invece la permanenza della Francia all’interno della Ue a una “riforma radicale” dell’intera politica economica seguita finora sotto la direzione Schaeuble-Dijsselbloem-Moscovici-Draghi, reintroducendo dazi doganali e muovendosi in modo molto più indipendente rispetto ai partner. Nel caso non fosse possibile rinegoziare i trattati in questa direzione (e siamo certi che non lo sarebbe), proporrebbe un referendum per uscire dall’euro e dai relativi trattati istitutivi.

Coerentemente con queste posizioni, anche in materia di politica estera le differenze sono profonde, almeno tra i quattro di centro-destra e Mélenchon. Le Pen, infatti, ha un’impostazione nazionalista classica, di “difesa degli interessi francesi”, rinforzando il legame dominante sulle ex colonie di Parigi; per il resto, pragmatismo e mani libere. Fillon si distingue per l’intenzione di recuperare rapporti tranquilli con la Russia, Hamon idem (con in più il riconoscimento della Palestna come stato indipendente); Macron neanche quello. Mélenchon invece vorrebbe disconoscere il Fondo Monetario Internazionale, la NATO e la Banca Mondiale, rilanciando la figura delle Nazioni Unite (con nuovo statuto e organismi). E’ favorevole ad un accordo con la Russia per quanto riguarda Siria e Ucraina. E’ a favore soprattutto di una cooperazione termondista allo sviluppo, puntando su temi ambientali e di sviluppo sostenibile. Naturalmente è per il riconoscimento dello Stato Palestinese e per la difesa del Diritto Internazionale in tutti gli scenari (Israele inclusa, dunque).

E arriviamo alle diverse linee politiche per gestire l’immigrazione. Fillon è per il sistema delle “quote europee”, introducendo un fantasioso “calcolo” tra le possibilità francesi di ospitare e la “capacità” dei migranti di integrarsi. Introdurrebbe il reato di “immigrazione clandestina”, sul modello infame dell’Italia; ridurrebbe l’accesso alla cittadinanza e alle forme di sostegno al reddito, a partire dall’esclusione assoluta dell’accesso al sistema sanitario nazionale (trasformando i medici in poliziotti e delatori). Le Pen, naturalmente, cerca di superarlo a destra, immaginando l’abolizione dello ius soli (chi nasce in Francia è cittadino francese di diritto), un tetto di 10.000 ingressi annui, negazione della cittadinanza per effetto del matrimonio ed anche dei “ricongiungimenti familiari”.

Hamon è più liberale e si accontenterebbe di programmi da fissare con i paesi africani per limitare le partenze verso l’Europa, sviluppando capacità produttive in loco. Macron, quando era ministro, ha scritto le leggi sull’immigrazione attualmente in vigore e dunque non indica grandi cambiamenti.

Mélenchon invece annuncia la smilitarizzazione degli interventi in materia di migrazione e accetta un maggiore flusso di migranti verso la Francia. Propone di mantenere tutte le attuali misure per l’immigrazione (accesso al welfare e alla sanità), facilitando la richiesta di asilo. Perchè considera che, se affrontata con politiche forti di integrazione e benessere sociale, l’immigrazione sia un aiuto per lo sviluppo della Francia e non “un problema”.

Come si vede, l’Unione Europea è il baricentro di ogni discussione politica e la destra para-fascista fa solo finta di metterla in discussione. La “sinistra radicale” di Mélenchon non critica Bruxelles fino al punto da chiedere la rottura della Ue, ma spinge con decisione in una direzione che potrebbe anche diventare apertamente conflittuale.

Ma per distinguere con chiarezza il “populismo di sinistra” da ogni rossobrunismo parafascista il tema dei migranti è quello che funziona immediatamente da cartina tornasole. Perché quando si parla di persone in carne e ossa, e non solo di frasi scritte nell’aria, le prese di posizione diventano davvero radicali e senza ambiguità.

Fonte

02/03/2017

Cosa c’entrano le elezioni francesi con l’Italia?

Fra poco più di due mesi la Francia sceglierà il Presidente, ma questo avrà effetti che non si limiteranno alla Francia e riguarderanno anche i precari equilibri italiani.

La prima conseguenza sarà di carattere generale e riguarderà l’Europa: se a vincere sarà la Le Pen, non c’è dubbio che salterà tutto in aria, Euro, Ue e compagnia cantante (dico subito che, nonostante la mia ostilità a questa Europa, non auspico affatto questo risultato perché una fascista, per quanto annacquata, all’Eliseo non è cosa che poi non comporti altre conseguenza assai meno desiderabili). Ma se dovessero vincere Fillon o Macron (e credo sia più probabile il secondo) questo non risolverà la crisi della Ue, ma, al massimo, gli darà un po’ di fiato per qualche tempo, soprattutto se la Le Pen dovesse superare il 45%.

Peccato che Melenchon e Hamon non abbiano trovato un accordo che avrebbe portato un candidato della sinistra al ballottaggio e che si sarebbe rivelato un candidato più insidioso per la Le Pen, perché raccoglierebbe voti anche nelle sue fila, cosa molto più difficile ad un tecnocrate di centro, comunque si chiami. Del resto, le elezioni tedesche potrebbero riaprire tutta la partita, ma ne parleremo a parte.

Ma veniamo all’Italia e vediamo gli effetti dei sue scenari in vista delle prossime politiche.

Vittoria della Le Pen: ovviamente il maggior beneficiario sarebbe Salvini, che potrebbe aspirare alla leadership della destra e ad un risultato con almeno il 2 davanti per il suo partito, soprattutto se Toti ed i suoi amici dovessero staccarsi da Fi. Simmetricamente, calerebbe, sino a tramontare del tutto, la stella del Cavaliere che dovrebbe rassegnarsi alla marginalità o ad accettare la leadership di Salvini. Scenario da incubo per il Pd che dovrebbe fronteggiare una marea anti euro e non avrebbe neppure un possibile alleato di governo (Fi), costretto a schiacciarsi contro la sua sinistra e cercare qualche intesa con il M5s. Se il segretario fosse ancora Renzi, il suo declino accelererebbe e la crisi del Pd si approfondirebbe con rischio di nuove scissioni.

Scenario non bello neanche per il M5s che scoprirebbe che la Lega non è un possibile alleato, ma un temibile concorrente che inizierebbe a insidiare il suo elettorato.

Per il Mdp potrebbero aprirsi spazi nel caso di crisi del Pd, ma potrebbero ridursi se questo portasse ad una nuova segreteria più di “sinistra” del Pd che potrebbe portare al rientro di almeno una parte del partito appena nato. Sinistra Italiana, in questo caso, potrebbe giovarsi del rapido declino di Mdp, ma molto dipenderebbe dal suo dinamismo politico.

Morale generale: fine della legislatura già dal giorno dei risultati e nove elezioni entro sei mesi.

Vediamo, invece lo scenario che vede la Le Pen sconfitta. Ovviamente, il maggiore danneggiato sarebbe Salvini che forse pagherebbe il prezzo di una scissione di Bossi e vedrebbe archiviato il suo sogno di diventare il leader di tutta la destra. Per converso, questo segnerebbe il rilancio del Cavaliere che potrebbe tornare ad essere il punto di attrazione della destra e non solo per i leghisti e FdI, ma anche per la residua area di centro (Alfano, Casini, Verdini e frattaglie varie, da Tosi a Marchini a Fitto e ai resti dell’ex area Giannino ecc.) e questo potrebbe riportare Fi oltre il 20 e l’area di centro destra verso un pericoloso 34-35%.

Per il Pd sarebbe una (amarissima) mezza vittoria, perché gli darebbe l’alleato con cui fare un governo di “unione nazionale” o giù di lì, ma potrebbe farlo diventare terzo schiacciato fra la nuova destra ed il M5s: brutto affare che riproporrebbe la crisi interna. Il M5s potrebbe uscirne bene, evitando la concorrenza della Lega (che però, in uno scenario del genere, difficilmente potrebbe appoggiare dall’esterno un governo Di Maio, ammesso che i voti possano bastare), ma, se (come sembra probabile) non dovesse raggiungere il 40%, si troverebbe a fare i conti con la delusione della sua base (ma di questo parleremo a parte).

Per Mdp la situazione potrebbe farsi difficile qualora i suoi voti fossero determinanti per un governo Pd-Fi. Sinistra Italiana dovrebbe giocare di conserva infilandosi nelle contraddizioni altrui.

Morale: probabile governo Fi-Pd e durata un po’ più lunga della legislatura, diciamo 2 anni.

Ci sono poi altre due conseguenze extra politiche: sino al ballottaggio francese resterebbe in bilico la scelta della nuova City: se vincesse la Le Pen il discorso di Parigi sarebbe chiuso, e l’alternativa secca sarebbe Milano-Francoforte. Se la Le Pen perdesse, Parigi surclasserebbe Francoforte e diventerebbe una rivale molto forte di Milano.

Secondo effetto extra politico è quello che riguarda la campagna acquisti in Italia di Bollorè e soci: una sconfitta della Le Pen rafforzerebbe quella campagna perché schiererebbe alle spalle di Vivendi un governo amico e vice versa nel caso di vittoria della Le Pen.

Riparliamone a metà maggio.

01/03/2017

Francia. Fillon a un passo dal ritiro, trema la Ue

La notizia mette in ambasce soprattutto la tecnostruttura di Bruxelles. Improvvisamente, stamattina, il candidato della destra gollista alle presidenziali, Francois Fillon, ha annullato all'ultimo minuto e all'insaputa del suo entourage la visita programmata al salone dell'agricoltura di Parigi. Lo stesso Fillon ha annunciato una conferenza stampa. Tra i suoi collaboratori circolano addirittura voci di ritiro dalla campagna. Viene invece smentito il fermo della moglie, protagonista del caso che sta stroncando la carriere del più credibile avversario di Marine Le Pen.

François e Penelope Fillon hanno però entrambi ricevuto una convocazione dai giudici rispettivamente per il 15 e 18 marzo. Quindi l’inchiesta non si è fermata, anzi a questo punto sembra costringere il campione dei gollisti a un fragoroso e devastante ritiro. Lo stesso Fillon sarebbe in queste ore chiuso in riunione con gli altri big del suo partito; non certo per decidere le tappe del tour elettorale o le parole d’ordine della campagna. Alcuni giornali, tra cui Le Figarò, parla esplicitamente di un “piano B” che prevederebbe la sostituzione in corsa del candidato, recuperando il secondo classificato nelle primarie della destra, Alain Juppé. Fillon per il momento ribadisce la sua intenzione di non ritirarsi, ma con il passare delle ore si va accentuando la pressione del partito per una decisione diversa. L’accusa, per i criteri francesi, è grave: avrebbe procurato un impiego fittizio alla moglie e ai figli, quali assistenti parlamentari, pagandoli con soldi pubblici.

Va sottolineato che in Francia, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere in Italia, un politico sospettato di reati o interesse personale in atti amministrativi è bruciato per sempre. Nel 2005, Hervé Gaymard, il ministro dell’Economia nel governo Sarkozy, fu costretto a dimettersi per aver affittato (non possedeva un appartamento a Parigi) un appartamento di 600 metri quadrati, considerato “troppo lussuoso e grande” per la sua famiglia, comprensiva di 9 figli...

Sconvolgente, sempre per i criteri etici della politica francese (dove certo non mancano i corrotti, ma quando vengono presi saltano in due minuti), la resistenza opposta da Fillon: «Non cederò, non mi arrenderò, non mi ritirerò. Perché al di là della mia persona viene sfidata la democrazia. Non si tratta di me e della presunzione di innocenza, ma di voi», ha detto rivolgendosi ai cittadini francesi. «Sarò all’appuntamento della democrazia», definendo questa indagine un «assassinio politico». Una sortita "berlusconiana" che in bocca a un possibile presidente della Republique era impensabile fino a qualche anno fa.

L’accusa rivolta a Fillon, per due volte primo ministro, è molto più grave. Al punto che Patrick Stefanini, direttore della campagna elettorale di Fillon, avrebbe presentato le sue dimissioni al candidato. Segno che considera la partita persa e indifendibile il candidato.

Naturalmente il ritiro, con questa motivazione alle spalle, produrrà sconquassi nell’elettorato della destra "republicana", fornendo argomenti d’acciaio alla campagna di Marine Le Pen e degli altri candidati (il centrista Macron e il “socialista” Hamon). Ma a beneficiarne, come esponente “anti-sistema” dovrebbe essere soprattutto la prima.

Con il sistema elettorale francese, che prevede il ballottaggio al secondo turno, sembra comunque difficile che la destra fascista di Le Pen possa vincere contro qualsiasi candidato emerga dagli schieramenti in campo. Far convergere i voti contro i lepenisti è infatti considerato un dovere civico elementare. Certo, però, una Le Pen con percentuali altissime indebolirebbe di molto il pilastro francese del duopolio che regge l’Unione Europea.

Per questo, e in vista di ulteriori “strette” sulla cessione di sovranità dagli Stati alla Ue, la rovinosa caduta di Fillon, è vista con timore sia a Bruxelles che a Berlino, oltre che ai piani alti delle multinazionali europee.

Fonte

03/02/2017

Francia, Hamon spacca il PS

di Michele Paris

La definitiva vittoria di Benoît Hamon nel secondo turno delle primarie presidenziali, tenute nella giornata di domenica in Francia, rischia di spaccare un Partito Socialista (PS) già nel pieno di una gravissima crisi provocata dalle politiche di destra perseguite da François Hollande e dai governi che si sono succeduti a Parigi negli ultimi cinque anni.

Il successo dell’ex ministro dell’Educazione è stato ancora più netto di quanto prevedevano i sondaggi. Il 59% dei consensi ottenuti, contro il 41% dell’ex primo ministro Manuel Valls, ha confermato l’esistenza di un fortissimo malcontento popolare nei confronti dei vertici socialisti. Malcontento che si è materializzato anche con una bassa partecipazione al voto, fermatasi come al primo turno a circa due milioni, cioè la metà rispetto alle primarie della destra gollista (Les Républicaines) organizzate nel mese di novembre.

Lo schiaffo a Valls rappresenta così un’autentica umiliazione per il suo partito e, in particolare, per l’ala destra del PS che ha sostenuto Hollande e i suoi governi nell’attacco ai diritti democratici e dei lavoratori. Hamon, da parte sua, ha evidentemente beneficiato di questa situazione, proponendo una campagna basata su misure come l’istituzione di un reddito minimo universale e l’abrogazione delle odiate “riforme” del lavoro implementate da Hollande e Valls.

Alla chiusura delle urne, Hamon, ha celebrato la possibile rinascita della sinistra francese dopo gli anni di Hollande, con il quale aveva rotto proprio sulle politiche economiche dei suoi governi. Il 49enne deputato del dipartimento di Yvelines ha inoltre fatto appello ai candidati alla presidenza del Partito di Sinistra (PG), Jean-Luc Mélenchon, e dei Verdi (EELV), Yannick Jadot, per costruire quella che ha definito “una maggioranza governativa sociale, economica e democratica”.

La proposta politica di Hamon è però illusoria e destinata al fallimento. In primo luogo, quali che siano gli sviluppi delle prossime settimane, il candidato all’Eliseo del Partito Socialista finirà per incassare una pesante batosta nel primo turno delle presidenziali di aprile. Inoltre, qualsiasi iniziativa che implichi un aumento della spesa sociale è fortemente avversata da una larghissima maggioranza della classe politica francese, compresa quella rappresentata dal Partito Socialista.

La coalizione di “sinistra” che Hamon ipotizza con i Verdi e il “Parti de Gauche” è stata poi in sostanza alla base anche del successo di misura di Hollande su Nicolas Sarkozy nel 2012, quando l’allora candidato socialista prometteva anch’egli una rottura con le politiche liberiste del presidente in carica. La strategia del male minore e delle pressioni da “sinistra” non ha portato a nessun risultato positivo, ma ha in qualche modo avallato la deriva liberista del PS sotto la guida di Hollande e di fatto disarmato l’opposizione pure presente nel paese.

Anche nell’eventualità di un miracolo che portasse Hamon all’Eliseo, è più che probabile che quest’ultimo finirebbe per operare una voltafaccia simile a quello di Hollande o, quanto meno, si troverebbe a fare i conti con un PS e con un parlamento decisamente ostili.

Il programma di Hamon, oltretutto, presenta a ben vedere aspetti tutt’altro che progressisti. Ad esempio, l’istituzione di un reddito minimo garantito s’inserisce in una visione disfattista della situazione economica francese, nella quale sembra accettare come dato irreversibile il declino e la deindustrializzazione, così che l’unica prospettiva che resterebbe per milioni di persone non sarebbe altro che povertà e disoccupazione permanenti.

In campagna elettorale, Hamon ha anche sostanzialmente appoggiato le politiche reazionarie di Hollande sul fronte estero e della sicurezza nazionale. In altre parole, mentre in ambito sociale il candidato del PS dovrebbe percorrere una strada teoricamente progressista, senza apparenti contraddizioni sotto la sua guida verrebbero confermate sia la compressione dei diritti democratici in nome della lotta al terrorismo sia le sanzioni contro la Russia e le operazioni militari in vari paesi per la promozione degli interessi della classe dirigente d’oltralpe.

Uno degli aspetti più significativi della vittoria nelle primarie di Hamon, come già anticipato, è ad ogni modo il riflesso che essa avrà sulle dinamiche interne al Partito Socialista. Già dopo i risultati del primo turno, che lasciavano intravedere la disfatta di Valls, molti leader socialisti avevano iniziato a mobilitarsi per rendere chiara la loro netta opposizione all’adozione da parte del partito anche solo di una retorica vagamente di “sinistra”. Questa tendenza ha visto un’inevitabile accelerazione una volta ufficializzati i risultati del ballottaggio di domenica.

Lo stato di degrado del PS francese è tale infatti da avere spinto numerosi deputati, ex ministri e amministratori locali a dichiarare la loro intenzione di sostenere nelle presidenziali della prossima primavera il candidato “indipendente” e “pro-business” Emmanuel Macron, ovviamente senza nessuno scrupolo per l’opinione espressa nelle primarie dagli elettori del partito.

Il 39enne banchiere e ministro dell’Economia dal 2014 al 2016 nel governo Valls qualche mese fa aveva lasciato il Partito Socialista per lanciare un proprio movimento – “En Marche !” – e la sua candidatura all’Eliseo, precisamente nella speranza di raccogliere consensi al centro strappandoli a un PS sempre più screditato dalla presidenza Hollande.

Nella realtà, attorno alla candidatura di Macron si è compattata quella parte dei grandi interessi economici francesi che, pur non tollerando un allentamento delle politiche anti-sociali e di austerity perseguite da Sarkozy e Hollande, vede con timore il crescere del sentimento anti-europeista e populista.

Dando ormai per certo il rovescio elettorale del PS sia nelle presidenziali sia nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale a giugno, questa sezione della classe dirigente transalpina scommette su Macron per impedire lo sfondamento del Fronte Nazionale (FN) e l’approdo all’Eliseo di un candidato di centro-destra – François Fillon – che ha già mostrato possibili tendenze filo-russe e (relativamente) anti-americane.

Molti giornali e siti di informazione in Francia e non solo hanno proclamato lunedì proprio Macron il vero vincitore della consultazione interna a un PS che sembra diretto sempre più verso una possibile spaccatura nel prossimo futuro.

Ancora a favore di Macron è da registrare infine un’altra vicenda che sta scuotendo il panorama politico francese. Con un tempismo perfetto, la settimana scorsa il candidato favorito alla presidenza del principale partito di centro destra è stato coinvolto in una vicenda che minaccia seri guai legali e, verosimilmente, la fine della sua corsa all’Eliseo.

Il settimanale satirico Le Canard Enchaîné aveva cioè rivelato che la moglie di nazionalità britannica di Fillon aveva incassato compensi pari ad almeno 600 mila euro per impieghi di assistente parlamentare che non avrebbe invece mai svolto.

Tra gli incarichi per cui Penelope Fillon aveva ricevuto denaro pubblico c’era quello di assistente di Marc Joulaud, il deputato del dipartimento di Sarthe, nella regione Paesi della Loira, che aveva occupato il seggio del marito dopo che quest’ultimo era diventato ministro. I giornalisti di Le Canard Enchaîné hanno intervistato un altro assistente di Joulaud, il quale ha affermato di non ricordare di avere mai lavorato con la signora Fillon.

La nomina di famigliari di politici per svolgere incarichi parlamentari più o meno reali è pratica piuttosto comune in Francia come altrove. Il caso che riguarda Fillon, particolarmente delicato viste le ambizioni presidenziali e la promozione di un’immagine di politico non corrotto a differenza anche dei colleghi del suo stesso partito, è tuttavia sospetto.

Come già ricordato in precedenza, Fillon prospetta una serie di cambiamenti degli orientamenti strategici di Parigi in caso di elezione a presidente. Cambiamenti che sono visti con sospetto da molti nell’establishment francese. Forse non a caso, l’emergere della vicenda dei pagamenti alla moglie è coincisa con una sua visita in Germania e il rilascio di interviste nelle quali metteva tra l’altro in discussione la linea dura dell’Europa nei confronti della Russia.

Allo stesso modo, Fillon criticava gli interventi occidentali in scenari di crisi come Siria e Ucraina, mentre auspicava la formazione di una sorta di asse con Berlino per contrastare l’agenda nazionalista della nuova amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti.

L’affondamento della candidatura di Fillon potrebbe essere perciò un obiettivo dei poteri che operano dietro le quinte della politica francese, assieme alla promozione di Emmanuel Macron. Il rischio concreto, tuttavia, è che simili manovre finiscano per gettare ancor più nel discredito la classe politica d’oltralpe, favorendo ulteriormente l’ascesa dell’estrema destra del “Front National”.

Fonte

29/11/2016

Francia, la destra sceglie Fillon

di Michele Paris

La prevedibile vittoria dell’ex primo ministro francese, François Fillon, nel secondo turno delle primarie per le presidenziali del partito neo-gollista, Les Republicaines (LR), apre molto probabilmente la strada a una sfida per l’Eliseo tra due candidati schierati in maniera chiara alla destra dello scacchiere politico d’oltralpe. L’opinione diffusa, in Francia e altrove, è infatti che Fillon e la leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, si sfideranno la prossima primavera nel ballottaggio che deciderà il successore alla guida del paese dell’ormai screditato presidente del Partito Socialista (PS), François Hollande.

Giunto a sorpresa al primo posto nel primo turno delle primarie del centro-destra una settimana fa, Fillon ha conquistato domenica più del 66% dei voti espressi, imponendosi in quasi tutti i dipartimenti e territori d’oltremare della repubblica. Il suo rivale, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé, si è fermato al 33,5% e ha sopravanzato Fillon solo nel suo dipartimento – la Gironda – e in quello centrale della Corrèze, nonché in tre territori d’oltremare (Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Guyana).

L’affluenza a quelle che erano primarie aperte è stata superiore di circa il 4% rispetto al primo turno, quando già si era registrato un numero record di 4,2 milioni di votanti. A influire sulla partecipazione alle primarie dell’LR è stata probabilmente l’ostilità nei confronti del presidente in carica, il discredito di Juppé, identificato come il più emblematico rappresentate di un establishment corrotto ed elitario, e la percezione – decisamente ingannevole – di essere in presenza di un candidato di rottura in grado di attuare politiche più popolari di quelle adottate da governi e presidenti succedutisi negli ultimi anni.

Scorrendo anche solo superficialmente il suo programma e giudicando dalle prese di posizione pubbliche in queste settimane, la candidatura e la possibile vittoria di Fillon nelle presidenziali determinerebbero una nuova importante spinta verso destra degli equilibri politici in Francia, con più di un punto di contatto con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti.

L’orientamento nazionalista di Fillon, assieme a proposte come il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici e il taglio della spesa dello stato per oltre 100 miliardi di euro non lasciano molti dubbi su chi sarà a sostenere il peso del promesso “rilancio” dell’economia transalpina.

In campagna elettorale, Fillon ha inoltre corteggiato la destra cattolica francese, avanzando l’ipotesi di limitare l’accesso all’aborto e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. I toni catastrofici contro il “fondamentalismo” islamista lasciano poi intendere da un lato un’ulteriore escalation militare in Medio Oriente e, dall’altro, la volontà di alimentare le divisioni tra la popolazione, attraverso la criminalizzazione degli immigrati di origine araba, in preparazione di nuove misure anti-sociali.

In fin dei conti, il successo imprevisto di Fillon nelle primarie del suo partito è il risultato di una strategia che è consistita fondamentalmente nel proporre una variante ancora più di destra delle iniziative avanzate da Juppé. Strategia vincente, almeno per il momento, vista la promozione e lo sdoganamento delle forze reazionarie in atto in Francia come altrove, soprattutto in assenza di un’alternativa percorribile a sinistra dopo il disastro degli oltre quattro anni di governo Socialista.

Che le politiche neo-liberiste promesse da Fillon, acceso ammiratore di Margaret Thatcher, non suscitino l’entusiasmo dei francesi, nonostante l’apparente popolarità evidenziata dalle primarie, è confermata da alcuni sondaggi. Il quotidiano Libération ha ricordato ad esempio domenica un’indagine che aveva rivelato come tra il 60% e il 70% degli interpellati si fosse detto contrario ad alcune misure previste dal programma di Fillon, come i licenziamenti di massa nel settore pubblico, l’eliminazione della tassa sui grandi patrimoni (ISF), l’innalzamento dell’età di accesso alla pensione a 65 anni e l’aumento dell’IVA per compensare la riduzione del carico fiscale delle aziende.

D’altra parte, Hollande e i primi ministri Socialisti nominati a partire dal 2012 hanno scelto senza riserve la via dell’austerity e della distruzione delle protezioni sociali e dei diritti del lavoro per far fronte alla crisi del capitalismo francese. Misure che hanno fatto esplodere lo scontro sociale, evidente nelle proteste oceaniche della scorsa estate contro la cosiddetta “loi travail”, a cui si è risposto con l’implementazione di uno stato di emergenza di fatto permanente, sia pure giustificato dagli attentati terroristici di Parigi e Nizza.

Le politiche di Hollande, oltre che ad aver messo a rischio l’unità del PS, hanno fatto precipitare i livelli di gradimento suoi e del suo partito, condannando la “sinistra” francese alla marginalità e, forse ancora peggio, a muoversi ancor più verso destra nell’illusione di evitare una batosta elettorale che si annuncia clamorosa.

La “nomination” del centro-destra francese assegnata a Fillon e, ancor più, il suo eventuale ingresso all’Eliseo, prospettano anche un’accelerazione delle divisioni e delle rivalità in Europa e in Occidente. In questo senso, la possibile elezione di Fillon si inserirebbe in un quadro già segnato dal successo di forze centrifughe come la “Brexit” e la presidenza Trump negli USA, per non parlare di un successo del NO nell’imminente referendum costituzionale in Italia.

Fillon sembra infatti intenzionato a normalizzare le relazioni con la Russia, mentre non nasconde l’ambizione di fare della Francia la potenza dominante nel continente, gettando così le basi, almeno in prospettiva futura, per un peggioramento dei rapporti con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania.

Sui giornali francesi si sta discutendo infine delle possibilità di vittoria di Fillon in un eventuale testa a testa con Marine Le Pen nel secondo turno delle presidenziali, dando ragionevolmente per scontato che il candidato Socialista, chiunque esso sia, non riesca ad accedere al ballottaggio.

Alcuni all’interno dell’FN hanno già espresso preoccupazione per la candidatura di Fillon, più difficilmente attaccabile rispetto a un Juppé – disposto a qualsiasi compromesso con la “sinistra” – o a un Sarkozy, gravato dal bilancio dei suoi cinque anni all’Eliseo. Come ha spiegato lunedì un’analisi del voto sempre di Libération, Fillon ha forti credenziali di destra che “riducono lo spazio di manovra del Fronte”, essendo l’ex premier un “cattolico conservatore” che rivendica a pieno la “sovranità” francese e, allo stesso modo dell’estrema destra, si dice favorevole al riavvicinamento alla Russia di Putin.

Con Fillon alla guida del centro-destra nelle presidenziali, tuttavia, il dibattito in Francia nei prossimi mesi si sposterà sempre più a destra e, com’è puntualmente avvenuto negli ultimi anni, ciò finirà per favorire proprio il Fronte Nazionale. Già l’implementazione di politiche da stato di polizia e contro gli immigrati del governo Socialista hanno legittimato le posizioni più autoritarie dell’FN, contribuendo a dare a quest’ultimo una facciata di credibilità.

A ciò vanno poi aggiunti gli sforzi del Fronte per ripulire la propria immagine, evitando l’ostentazione delle posizioni e dei simboli più provocatori, ma anche arruolando personalità con storie politiche apparentemente lontane dall’estrema destra.

Se, inoltre, la candidatura di Fillon potrebbe privare la Le Pen e i suoi di alcune armi per attaccarlo, è altrettanto vero che le politiche economiche ultra-liberiste del leader dell’LR, di fronte al sostanziale vuoto a sinistra, apriranno altri spazi di manovra per permettere alla destra populista, razzista e xenofoba di proporsi come unica forza che si batte per la giustizia sociale e i diritti dei francesi comuni.

Per queste ragioni, come già qualcuno paventa in Francia e non solo, l’eventuale sfida per l’Eliseo tra Fillon e Le Pen potrebbe avere connotati almeno in parte diversi dal ballottaggio del 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, rendendo più difficile l’aggregazione delle forze “democratiche e repubblicane” attorno al candidato gollista e trasformando forse il voto in un confronto più equilibrato del previsto.

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22/11/2016

Francia, la fine di Sarkozy

di Michele Paris

Il risultato del primo turno delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza francese del partito gollista “I Repubblicani” (LR o Les Républicaines) si è concluso con la vittoria a sorpresa dell’ex primo ministro, François Fillon, davanti al favorito della vigilia, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé. Dal ballottaggio di domenica prossima resterà fuori l’ex presidente, Nicolas Sarkozy, giunto tristemente terzo a conferma della persistente ostilità nei suoi confronti anche tra gli elettori di centro-destra dopo i cinque anni trascorsi al palazzo dell’Eliseo.

Fillon, primo ministro proprio durante la presidenza Sarkozy tra il 2007 e il 2012, ha messo a segno un risultato difficilmente pronosticabile, visto che solo alcune settimane fa era accreditato di un consenso attorno al 10% tra i potenziali votanti nelle primarie. Il 44,1% raccolto domenica lo proietta così verso una probabile “nomination” del principale partito di centro-destra francese e, alla luce della profonda impopolarità dei Socialisti al governo e, in particolare, del presidente François Hollande, in posizione di vantaggio nelle elezioni della prossima primavera.

Juppé, da parte sua, si è fermato al 28,6%, mentre Sarkozy al 20,6%. Trascurabili sono state invece le percentuali degli altri contendenti, tra cui la 43enne deputata dell’LR, Nathalie Kosciusko-Morizet (2,6%), e l’ex ministro e attualmente deputato, Bruno Le Maire (2,4%). A favorire Fillon in vista del secondo turno delle primarie è anche l’appoggio già incassato di Sarkozy e Le Maire.

Sul voto di domenica, il primo di questo genere per il partito neo-gollista, ha inciso con ogni probabilità l’altissima affluenza. A scegliere il candidato dell’LR sono stati oltre 4 milioni di francesi. Per dare l’idea dell’importanza di questo dato basti ricordare che nelle primarie del Partito Socialista del 2011 i partecipanti, stimolati anche dall’impopolarità di Sarkozy, furono poco meno di 2,7 milioni.

La valanga di votanti del fine settimana è dovuta probabilmente sia al desiderio degli elettori di mandare un messaggio a Hollande e alla sua disastrosa presidenza sia all’interesse suscitato da una sfida che, nonostante sia interna all’LR, designerà quasi certamente lo sfidante della leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, nel ballottaggio per l’Eliseo. Quest’ultima, proprio grazie al discredito dei Socialisti, sembra essere favorita per l’accesso al secondo turno nelle prossime presidenziali.

Proprio questa prospettiva potrebbe avere convinto molti a scegliere domenica il candidato che appariva maggiormente in grado di battere Marine Le Pen. I problemi di Juppé sono da collegare alla sua immagine di politico che incarna l’establishment francese. In uno scenario segnato dal populismo e dall’ostilità nei confronti delle élite, ciò potrebbe giocare a favore dei neo-fascisti e della loro retorica anti-sistema.

Sarkozy, a sua volta, aveva fatto ricorso a toni molto simili a quelli del Fronte Nazionale in molti ambiti, così che, allo stesso modo, una campagna elettorale all’insegna della corsa verso l’estrema destra si sarebbe potuta trasformare in un boomerang, col rischio di portare la Le Pen all’Eliseo. In questo quadro, Fillon è apparso allora come il candidato potenzialmente più rassicurante o, quanto meno, così è stato spesso dipinto anche da una stampa che aveva evidenziato le sue prestazioni convincenti nei dibattiti televisivi tenuti prima del voto.

Per alcuni giornali francesi, un altro fattore può avere contribuito al recupero di Fillon e al successo di domenica. Secondo un’analisi pubblicata ad esempio dal quotidiano Libération, l’ex premier non solo è riuscito a intercettare i voti degli imprenditori “grazie al suo programma thatcheriano”, ma anche della destra cattolica d’oltralpe, ovvero una fetta di elettorato significativa nel centro-destra.

Fillon ha spesso insistito in campagna elettorale sulla necessità di “rimettere la famiglia al centro delle politiche pubbliche”, prendendo le distanze dalla battaglia per quello che egli stesso ha definito “un laicismo d’altri tempi”, talvolta condotta soprattutto dall’ex presidente Sarkozy. In questo senso vanno intese proposte come lo stop alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e la limitazione della procreazione assistita alle sole coppie eterosessuali.

Per quanto riguarda le proposte dei candidati alla presidenza dell’LR in ambito economico, le differenze non appaiono rilevanti, poiché tutti sono orientati verso politiche sostanzialmente neo-liberiste e Fillon ancor più dei rivali interni al partito.

Il favorito per la “nomination” gollista aveva ad esempio contestato l’approccio ritenuto a suo dire troppo prudente di Juppé in merito al taglio del pubblico impiego. Su questo punto, Fillon propone infatti il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici nei prossimi cinque anni, mentre uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia è la riduzione del carico fiscale per i redditi più alti.

Il suo programma di governo prevede quello che il quotidiano Le Monde ha definito uno “shock liberista” dell’economia, basato su un taglio della spesa pubblica da ben 110 miliardi di euro. Fillon propone inoltre l’innalzamento a 65 anni dell’età per accedere alla pensione e l’abolizione della settimana da 35 ore lavorative. A suo dire, la piena occupazione sarebbe poi raggiungibile con misure come la liberalizzazione dei negoziati sui contratti di lavoro a favore della contrattazione a livello aziendale, come peraltro già previsto dalla “riforma” dell’attuale governo Socialista.

In generale, Fillon appartiene alla fazione della destra francese più apertamente liberista e thatcheriana, laddove Juppé rappresenterebbe le tradizionali forze politiche conservatrici che continuano a vedere positivamente un certo intervento dello stato nell’economia.

Sia Juppé che Fillon si sono comunque distinti per misure reazionarie e anti-sociali alla guida di governi ugualmente impopolari. Nel 1995, a pochi mesi dall’ingresso di Jacques Chirac all’Eliseo, il primo dovette fronteggiare un’ondata di scioperi contro la sua proposta di “riforma” del sistema pensionistico pubblico, mentre il vincitore del primo turno delle primarie dell’LR è stato l’esecutore delle politiche di rigore promosse durante la presidenza Sarkozy.

In linea di massima, chiunque esca vincitore dal ballottaggio di domenica prossima e dal voto per il nuovo presidente da qui a pochi mesi, è estremamente probabile che le politiche di austerity e di confronto sociale dell’amministrazione Hollande saranno proseguite, col rischio concreto di rafforzare ancor più l’estrema destra dell’FN.

Non solo, le stesse iniziative da quasi stato di polizia messe in atto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di Nizza dal presidente Hollande e dal premier Socialista Manuel Valls, a cominciare da uno stato di emergenza più volte esteso e appoggiato dal centro-destra, verranno inevitabilmente intensificate, visto anche il più che probabile aumento delle tensioni sociali.

Per quanto riguarda le previsioni in vista del voto di domenica, infine, sono pochi i sondaggi di opinione commissionati su una sfida tra Fillon e Juppé, a causa principalmente della vittoria inattesa dell’ex primo ministro di Sarkozy. I rilevamenti esistenti, citati dalla stampa francese, danno comunque Fillon in vantaggio mediamente con un dato attorno al 55-56%.

Dopo le primarie dell’LR, a gennaio sarà il Partito Socialista a chiedere ai propri elettori di scegliere il candidato alla presidenza. Nel partito di governo la situazione appare ancora piuttosto incerta, con il presidente Hollande, i cui indici di gradimento sono tra i più infimi nella storia della repubblica, ancora indeciso se prendere parte o meno a una competizione che presenta concrete possibilità di risolversi in una clamorosa bocciatura da parte dei suoi stessi elettori.

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