Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Coscienza collettiva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Coscienza collettiva. Mostra tutti i post

09/08/2018

Il degrado nelle nostre coscienze


Come cambia anche la nostra gente... Nel pubblicare questa testimonianza di Marisa D’Alfonso chiediamo ai nostri lettori di fare un piccolo sforzo di astrazione: laddove leggete “pugliesi” potete tranquillamente sostituire con il nome degli abitanti della vostra regione.

E’ inevitabile infatti che per cogliere le dinamiche reali sia necessario immergersi in un luogo particolare, dove però si ritrovano facilmente i tratti caratteristici di una mutazione antropologica, “culturale” nel senso più ampio e massivo, che riguarda tutto il nostro paese. Gli aspetti più inquietanti di questa mutazione, insomma, non sono un “peccato” regionale, ma li ritroviamo nei comportamenti e nel generale “chiudere entrambi gli occhi”, sotto casa di ognuno di noi.

Certo, chi abita “in centro”, certe cose le nota meno...

*****

Fino a un paio d’anni fa mi recavo in Puglia per lavoro almeno una o due volte a settimana.
Andavo sul Gargano e nella Daunia, a San Severo, a Lucera, Foggia Cerignola fino a Corato e Trani.

Il mio ex datore di lavoro per risparmiare sulle spese mi chiedeva di evitare il più possibile le autostrade, e così ebbi modo di conoscere tutte le campagne dei dintorni, sia percorrendo la statale 16, sia deviando ogni tanto tra le strade comunali e provinciali della “splendida” Puglia.

Ma non appena rallentavi entravi in un altro mondo.

Ogni cento-duecento metri sul ciglio delle strade ragazze di tutte le età e tutte le etnie, svestite, costrette a offrirsi, giorno e notte, estate e inverno, e se ti avvicinavi per chiedere della loro sorte ti mandavano via terrorizzate mentre si facevano caricare da camionisti di passaggio o da anziani clienti;

Casolari fatiscenti privi di infissi, squallidi e devastati, che denotavano la presenza di qualcuno che li abitava perché c’erano panni stesi ad asciugare e biciclette parcheggiate.

Le campagne che lambivo in auto, specialmente quando mi perdevo, erano popolate ovunque da ragazzi, spesso di colore, chini sui campi di pomodori, e al mercato di San Severo incontravo anche tanti polacchi col sacchettino della spesa con due o tre povere cose.

Prima di raggiungere San Giovanni Rotondo speravo che lì in un “santo” luogo il fenomeno si sarebbe attenuato, o almeno dalle parti dell’aeroporto militare, invece lo spettacolo che si offriva ai miei occhi era ancora più palese e manifesto: ovunque campi coltivati da extracomunitari e ragazze che si offrivano ad ogni angolo, mentre le macchine della polizia sfrecciavano indifferenti.

Ebbene cari pugliesi non ditemi che non ne sapevate nulla, o che avete fatto il possibile per evitarlo, perché nulla è stato fatto, schiavi nei campi oppure ragazze in vendita nella più totale indifferenza davanti ai vostri occhi ogni fottuto giorno.

Forse sono colpevole quanto voi, perché la mia denuncia è stata blanda, perché non ho insistito con i miei ex compagni di partito, perché ho ripreso l’autostrada pur di non vedere più quello spettacolo nauseante.

E voi, voi che ci vivete e che avete fatto crescere i vostri figli in mezzo a questo orrendo spettacolo, voi che li avete abituati a considerare tutto ciò come ineluttabile o normale siete davvero senza scampo.

(“Se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”)

Fonte

23/01/2017

L’epoca delle folle analfabete


Il tema dell'analfabetismo funzionale sta diventando centrale nell'analisi delle mutazioni antropologiche degli ultimi venti anni, a far data insomma dall'esplosione dell'uso di massa di device elettronici e di una subcultura fondata sull'immagine (o addirittura sull'icona o l'emoticon).

Anche su Contropiano ce ne siamo occupati spesso (qui, qui ed anche qui, per esempio). E dunque ci sembra che questo articolo tratto da il manifesto sia largamente condivisibile. Tranne che nelle conclusioni politiche, davvero demoralizzanti.

E' chiaro che la costruzione di una "coscienza antagonista", nel quadro descritto, sia terribilmente più difficile ora di quanto non fosse – una data a caso – negli anni '70. Ma questa difficoltà appare insormontabile solo se si ritiene che l'unica via per la conquista della consapevolezza passi attraverso il testo scritto (ovviamente non può passare per la cruna dell'immagine che "dovrebbe parlare da sé").

E' un'esperienza che si fa comunemente nel conflitto sociale, soprattutto sindacale, di ogni giorno. La "gente" – lavoratori sotto ogni tipologia contrattuale – a prescindere dall'età e dall'utilizzo di strumenti di informazione "di rete", fa una fatica mostruosa a uscire dalla passività e disporsi alla mobilitazione. Specchio, spiegherebbero alcuni sindacalisti di base di lunga esperienza. "Si rivolgono a noi solo quando stanno per essere licenziati o già lo sono stati". Un esempio? i lavoratori di Almaviva, in particolare della sede di Roma, che fino al licenziamento – peraltro ampiamente preannunciato anche dai media nazionali – disertavano qualsiasi iniziativa indetta a propria difesa (come i sit in sotto il ministero dello sviluppo economico, nei giorni in cui era convocato "il tavolo" che li riguardava). Dopo il licenziamento, tutti in strada...

Uscire da questa condizione – impotenza sociale, ignoranza indotta, confusione di lunga durata, ecc. – è un processo che si può fare solo nella realtà del conflitto. Di qualsiasi genere. Prendi coscienza solo quando "sbatti" contro qualcosa, sia che tu stia guardando uno schermo di smartphone, sia che ti aggiri come uno zombie tra gli scaffali di un ipermarket.

Difficile? Non più di quanto lo sia stato per gli analfabeti veri che venivano arruolati a forza nelle fabbriche e nelle miniere dell'800, provenienti da campagne lontane e montagne abbrutenti. Non c'è da disperarsi, solo da prendere atto della "mutazione antropologica". E pedalare. Ma tanto...

*****

PAOLO ERCOLANI – da ilmanifesto.info

Più di sette persone su dieci leggeranno questo articolo senza intenderlo.

Distingueranno le lettere e le parole, certo, approssimativamente coglieranno la sintassi e fors’anche l’analisi logica, ma senza intenderne il senso portante, senza saperne memorizzare il succo e senza essere in grado di riportare i passaggi fondamentali.

Se a questo aggiungiamo la patologia per antonomasia dei «nativi digitali», ossia l’incapacità a mantenere desta l’attenzione (e quindi accesi i filtri cognitivi) su testi che superino le dieci righe, quantomeno senza l’interruzione di un video, una foto, o magari una notifica da qualche chat o social network, direi che abbiamo chiara davanti agli occhi la patologia che affligge l’uomo della nostra epoca.

Senza contare il numero elevatissimo di coloro che neppure si sognano di voler leggere un libro o un articolo.

Mutazione antropologica

E’ l’Istat, per quanto concerne l’Italia, a fornirci il dato secondo cui il 70% degli italiani soffre di «analfabetismo funzionale», ma sarebbe fallace pensare che per gli altri paesi industrializzati le cose stiano tanto diversamente.

Rimuovere questa vera e propria «mutazione antropologica», per prendere a presto la nota espressione di Pasolini, ignorando quello che di fatto si presenta come passaggio dall’«homo sapiens» all’«homo videns» (dall’uomo che intende la realtà a uno che si limita a guardarla attraverso il filtro di uno schermo piatto), significa precludersi la possibilità di comprendere appieno la dinamica del tempo presente.

A tutto questo aggiungiamo pure che da una cittadinanza esposta all’analfabetismo funzionale, nonché alla mutazione cognitiva, comportamentale ed emotiva prodotta dalle nuove tecnologie digitali, nessuno di noi è in grado di chiamarsi fuori del tutto. Neanche quei tre che non rientrano fra gli analfabeti funzionali.

Nessuno o quasi di noi, soprattutto, alle condizioni suddette è in grado di attingere a strumenti (leggi: informazioni, vere e proprie armi di distrazione della massa) utili alla formazione di una vera conoscenza, con cui difendersi dalle due grandi mistificazioni della nostra epoca: da una parte il capitalismo finanziario, che si serve perlopiù delle notizie pilotate dal mainstream mediatico per far digerire i propri dogmi a un pubblico indifferente e passivo; dall’altra parte il cosiddetto populismo, che utilizza la Rete per diffondere quelle che spesso si rivelano pseudo-notizie, iperboliche ed emotivamente orientate, presso un pubblico mediamente afflitto da un attivismo direttamente proporzionale alla sua ignoranza.

Lo specchio fedele del nostro tempo

Del resto, nell’epoca dell’informazione proprio quest’ultima si rivela lo specchio più fedele per comprendere il tempo presente.

Tempo (e informazione) che oscilla fra due macrodimensioni: la prima è quella delle «bufale» e della nevrosi emotiva della Rete, terreno su cui ogni politico improvvisato e dai toni violenti, e in genere ogni intellettuale e opinionista (o pseudo-tale) in cerca di una visibilità tanto «popolare» quanto sterile, è in grado di ottenere consensi facili a fronte del nulla ideale e programmatico.

La seconda è quella delle notizie pilotate e patinate proprie delle grandi televisioni e giornali, all’interno della quale tutto rientra e deve tenersi per un pubblico mediamente lobotomizzato e inerte, passivamente appiattito su un ordine esistente (quello del capitalismo finanziario) ritenuto insostituibile, immodificabile e perfino intoccabile.

Tale situazione, insieme all’analfabetismo funzionale nonché al tracollo programmato delle istituzioni deputate all’educazione e alla conoscenza (Scuola e Università in primis), ci fornisce la misura del quadro lugubre da cui difficilmente potremo uscire.

L’attacco sferrato dal sistema tecno-finanziario all’ultimo e più radicale bastione in difesa dell’umano (il pensiero e la conoscenza), attacco peraltro riuscito visti i dati summenzionati, rende impossibile qualunque visione e progetto alternativi fin dall’origine.

L’ultimo bastione dell’umano

Anche in presenza di grandi idee, grandi visioni e progetti rivoluzionari concreti (che peraltro non si scorgono all’orizzonte), infatti, finalizzati a modificare un mondo il cui la tecno-finanza sfrutta l’essere umano a suon di disuguaglianza e tutela dei pochi poteri forti e privilegiati, la stragrande maggioranza delle persone non avrebbe la capacità, la voglia e gli strumenti per intenderli ed eventualmente farli propri.

Qualunque azione rivoluzionaria, insegnava il buon Marx, passa per il momento fondamentale della «consapevolizzazione» (della propria condizione, delle contraddizioni oggettive e degli strumenti organizzativi volti a costruire un superamento): ma nessuna consapevolizzazione da parte delle grandi masse è mai neppure pensabile se queste sono afflitte da analfabetismo cognitivo, funzionale e comportamentale, se sette persone su dieci (quindi anche molti politici, giornalisti, anche molti intellettuali e docenti, vista la scarsa selezione fondata su tutto tranne che sul merito e sulle capacità) vedono ma non intendono.

Nessuna consapevolizzazione è pensabile per una grande massa che oscilla fra una cultura politica genuflessa al capitalismo finanziario dominante (malgrado tutti i disastri che essa sta producendo da almeno un trentennio), e un comprensibile «populismo» legittimato dai disastri della casta, che per di più contempla dentro alle sue fila razzisti, xenofobi, demagoghi, dilettanti e incompetenti dell’ultima ora, tutti accomunati dalla rabbia popolare da cavalcare e da una Rete che ormai ha legittimato qualunque «sfogatoio», possibilmente sguaiato e violento.

Circondati

Da questo punto di vista, solo da questo (ma è essenziale) non c’è alcuna differenza tra Obama e Trump (malgrado la retorica del politicamente corretto), così come rischia di non esserci fra Grillo, Salvini e colui che spunterà dalle beghe del centrosinistra come del centrodestra per provare a contenere la marea «populista».

A quei relativamente pochi, ancora in possesso di occhi per vedere e cervello per intendere, insomma, non rimane che la sgradevole e sconsolante sensazione di essere circondati.

Da una casta ripiegata su se stessa e sui suoi privilegi da una parte, e da incompetenti iracondi e privi di progetti seri dall’altra.

Così circondati, anche quei pochi resistenti sono destinati a una repentina e inesorabile estinzione.

I risultati rischiano di essere sconvolgenti e imprevedibili.

Fin dal 20 gennaio prossimo, quando un signore inquietante siederà su quella che ancora è la poltrona più influente del governo mondiale.

Fonte

09/01/2015

Dopo Parigi. Coscienza collettiva e consapevolezza individuale

Era logico e naturale che l’assalto alla redazione di “Charlie Hebdo” da parte di presunti estremisti islamici scatenasse un gran numero di commenti su tutti i mezzi di comunicazione nel mondo.

Un’attenta riflessione su ciò che è accaduto, sulle motivazioni che hanno portato a un fatto di tale gravità porta però all’individuazione di una carenza nelle diverse espressioni di pensiero che abbiamo avuto occasione di leggere e ascoltare.

Una riflessione che deve essere scevra dalle valutazioni, pur importanti e necessarie, sulle implicazioni che un fatto del genere sicuramente avrà nel quadro delle relazioni internazionali e degli stessi equilibri politici in Francia, e fuori: la speculazione politica, infatti, appare essere la conseguenza più diretta di un episodio di tale gravità facendo passare in secondo piano l’analisi sulle ragioni di fondo dell’esplosione di simili comportamenti sia sul piano generale, sia su quello delle motivazioni soggettive che possono spingere in quella direzione.

In questo quadro sembrano essere due i temi più frequentemente affrontati da commentatori e analisti: quello del fanatismo (più o meno religioso) inteso come molla determinante per lo svolgimento di azioni di questo tipo e quello della difesa della libertà, non tanto – nello specifico – di satira ma complessivamente intesa.

Sotto l’aspetto dell’attacco (e della relativa difesa) alla libertà da molte parti si cerca di tracciare un solco, prendendo anche spunto dal fatto che l’attentato si è svolto nella terra dell’illuminismo: puntando di conseguenza a sfiorare (ed anche a inoltrarsi) sul terreno dello “scontro di civiltà”.

Ecco, questo appare essere il punto: da una parte e dall’altra ciò che pare interessare maggiormente e proprio “lo scontro di civiltà”.

L’effetto conclusivo di questo tragico passaggio nella storia del mondo non sarebbe alla fine molto dissimile da quello ottenuto dall’11 Settembre delle Torri Gemelle e che proprio gli esponenti più conservatori della filosofia politica statunitense coniò proprio come “scontro di civiltà”.

Non è possibile però fermarsi a questo punto: sulla soglia dove si trovano, proprio in queste ore, autorevoli pensatori esponenti del progressismo occidentale difensori del concetto astratto di “libertà”.

Non c’è in questa occasione lo spazio per declinare concretamente, nell’attualità, questo concetto di “libertà” ma è comunque il caso di tentare di proporre un diverso livello di analisi e di riflessione.

Nella grande crisi del pensiero e dell’azione politica seguita allo smarrimento del dopo ’89 si è fatta strada una concezione di “fine della storia” che appare essere ancora (e nonostante le smentite e le dure repliche portate proprio dalla stessa storia) l’asse, il punto di discrimine sul quale si muove il confronto culturale e politico sul piano globale.

La storia, dunque, sarebbe finita e il solco tracciato: pro o contro escludendo la possibilità di espressione di una coscienza collettiva che punti a proseguirne il corso e, di conseguenza, causando lo smarrimento della consapevolezza individuale di poter partecipare direttamente a un processo di cambiamento.

Su queste basi, che hanno cristallizzato nell’immaginario collettivo opposte “verità assolute” è cresciuto enormemente il tasso di facilità di manipolazione delle masse, attraverso l’esposizione di opposti fanatismi, facendo smarrire – soprattutto – la consapevolezza della condizione materiale di vita come base per la ribellione sociale.

Il dominio del concetto di “fine della storia” ha portato così a un processo di potente massificazione delle coscienze e di perdita di consapevolezza, causando così in larghi settori delle opinioni pubbliche sentimenti e propensioni di tipo assolutistico e fondamentalista: in Oriente come in Occidente.

Non c’è contrapposizione tra illuminismo e oscurantismo se i concetti che animano i due campi (dato e non concesso che si possano assegnare tali categorie) sono ormai talmente astratti da non consentire più una visione di diversa, alternativa, costruzione sociale da quella data adesso come immutabile: dall’hic et nunc all’eterno.

La sola inversione di rotta possibile in questo punto drammatico della storia universale può realizzarsi ricostruendo un pensiero che, assieme, tenga la necessità di espressione di una coscienza collettiva con al suo interno, per ciascheduno di noi il senso compiuto della consapevolezza individuale: la storia non è finita, c’è spazio e modo per cambiarla non arrendendoci alla reciprocità di astratte e cieche convinzioni assolute.

Fonte