Nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una Giulietta al tritolo nel 1963).
Ancora ragazzo, Peppino ruppe con il padre, che lo cacciava via di casa, e avviava un’attività politico-culturale antimafiosa.
Nel 1965 fondava il giornale “L’Idea socialista”. Dal 1968 in poi partecipava, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Condurrà le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1975 costituiva il gruppo “Musica e cultura”, che svolgerà attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1976 fondava “Radio Aut”, radio autofinanziata, con cui denuncerà quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto.
Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candidava nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Verrà assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.
Gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlarono di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la “scoperta” di una lettera scritta molti mesi prima, addirittura di suicidio.
Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato, veniva individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizzava, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2.000 persone provenienti da tutto il Paese.
Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emetteva una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosceva la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Il Centro Impastato pubblicava nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume “La mafia in casa mia“, e il dossier “Notissimi ignoti“, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla “Pizza Connection”.
Felicia rivelerà un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi ha detto a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me“.
Morirà nel settembre del 1977 in un incidente stradale. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invierà una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 lo stesso Tribunale deciderà l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presentava un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venisse interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.
Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentavano un esposto in cui chiedevano di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei Carabinieri subito dopo il delitto.
Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta veniva formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 veniva emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
Il 10 marzo 1999 si svolgeva l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti veniva stralciata.
I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiederanno di costituirsi parte civile e la loro richiesta verrà accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinunciava alla udienza preliminare chiedendo il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiedeva il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza.
Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, verranno respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si era costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 veniva approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconoscendo Vito Palazzolo colpevole, lo condanna a 30 anni di reclusione.
L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti veniva condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2021
43 anni fa a Cinisi la mafia assassinava il comunista Peppino Impastato
La famiglia di Peppino Impastato era una famiglia mafiosa: il padre Luigi e lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con un’autobomba nel 1963.
Ma il giovane comunista Peppino, in rottura con il padre, nel 1965 fondava il giornale “L’Idea Socialista” e aderiva al Psiup.
Nel 1968 è con i contadini nelle lotte contro gli espropri per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi. Nel 1975 costituiva il gruppo “Musica e cultura”, che svolgerà attività culturali: cineforum, musica, teatro, dibattiti.
Il 1976 è l’anno della nascita di “Radio Aut”, una radio autofinanziata, con cui Peppino denunciava quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto.
Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candidava nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Condannato a morte dalla mafia, venne assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.
Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlarono di “atto terroristico” in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, addirittura, di suicidio.
Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che hanno rotto pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, venne individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate è stata riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese.
Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume “La mafia in casa mia”, e il dossier ”Notissimi ignoti”, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla “Pizza Connection”.
La madre rivelava un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”, morirà nel settembre del 1977 in un incidente stradale.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo inviava una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decise l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presentava un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venisse interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.
Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedevano di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indicava in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta veniva formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 veniva emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
Il 10 marzo 1999 si svolgeva l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti veniva stralciata, mentre i familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedevano di costituirsi parte civile e la loro richiesta venne stata accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinunciava alla udienza preliminare chiedendo il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiedeva che si procedesse con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza.
Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, venivano respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 la Commissione parlamentare antimafia costituiva un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 veniva approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconosceva Vito Palazzolo colpevole condannandolo a 30 anni di reclusione.
L’11 aprile 2002, finalmente, Gaetano Badalamenti veniva condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Due anni dopo la condanna degli assassini di Peppino, moriva mamma Felicia. Aveva lottato, senza tregua, per la verità. Per rendere giustizia a quel figlio ammazzato dalla mafia. Per denunciare il depistaggio messo in atto da parte di chi rappresentava lo Stato.
“CCA!”, per Peppino
“CCA!”
Cca vogghiu ristari...
unni lu mari spacca li scogghi
unni la lava abbrucia lu ferru
unni l’erva rumpi la pici
unni lu Cristu è ancora ‘ncruci.
Cca vogghiu ristari...
comu a Cristu, ‘ncruci,
ma cca!
(Orazio Vasta, 9 maggio 1995).
Fonte
15/12/2020
Il revisionismo storico a spese di Peppino Impastato
Da tempo è in atto un processo di revisione che non si ferma più all’operato storico ma tende a scendere più in profondità, riscrivendo finanche il pensiero di quei personaggi che sono entrati di diritto – per i loro meriti e le loro azioni – nella memoria collettiva, ma che hanno avuto il “torto” di farlo da una prospettiva differente, di rottura rispetto ai canoni tradizionali.
Personaggi che il pensiero dominante oggi vorrebbe svuotare della loro componente ideale, della loro matrice e connotazione politica.
Gli strumenti utilizzati in tal senso sono tanti: il cinema, la televisione, i giornali, il web. Nel recente passato, l’esempio più eclatante è stato forse quello di Nelson Mandela, ridotto talvolta dalla narrazione “mainstream” al ruolo di sterile icona pacifista, cancellandone il ruolo di combattente e la sua militanza nel Partito comunista sudafricano.
Anche la figura di Peppino Impastato, per quello che ha significato la sua azione politica e la sua antimafia sociale, è stato spesso oggetto di forzature ideologiche.
Peppino però indiscutibilmente, come ci ricorda la scritta apposta sulla sua lapide è stato un “rivoluzionario e militante comunista assassinato dalla mafia democristiana”.
Sembrerebbe banale ribadire il concetto, ma in realtà non lo è.
Da tempo la sua figura viene tirata politicamente per la giacchetta, sopratutto da una certa “sinistra”, ridotta spesso a generiche istanze “pacifiste”; questo nonostante il campo politico di appartenenza fosse chiaro, netto, inequivocabile.
Non è certo un’esagerazione ribadire ciò se anche Salvo Vitale, scrittore, poeta e insegnante, amico in gioventù con Peppino, con cui ha condiviso tante battaglie politiche, si è sentito in dovere di precisarlo in un post sul suo profilo Facebook.
“Questa è la frase di Peppino, che ho trovato scritta in una sua agendina – e che ho pubblicato nella breve silloge delle sue poesie ‘Amore non ne avremo’. La foto sottostante rappresenta un chiaro esempio di rimozione e di manipolazione. È stata rimossa la parola ‘comunismo’, giudicata, chissà perché, non opportuna, e sostituita con la parola ‘pace’, ritenuta più potabile. Il tutto aggiungendo la firma di Peppino”
Nella nuova fase revisionista ormai evidentemente si stravolgono pure le citazioni autografe, però a tutto c’è un limite.
La citazione originale, e bene ha fatto Vitale a ricordarlo, è la seguente:
“Il comunismo
non è oggetto di libera scelta intellettuale,
né vocazione artistica:
è una necessità materiale e psicologica”
Peppino Impastato
Per chi volesse consultare la fonte, può trovarla (oltre che nella raccolta di Vitale) nel libro Lunga è la notte. Poesie, scritti e documenti (di) Giuseppe Impastato, a cura di Umberto Santino, Centro siciliano di documentazione di Peppino Impastato*.
La frase è appunto tratta dagli appunti di Peppino riportati nella sua agendina tascabile e datata 1972.
* (Si ringrazia Elio Teresi, dell’Associazione Radio Aut, che ha pazientemente provveduto a ricercare il testo e a scannerizzare e inviarci le pagine di interesse)
Fonte
Personaggi che il pensiero dominante oggi vorrebbe svuotare della loro componente ideale, della loro matrice e connotazione politica.
Gli strumenti utilizzati in tal senso sono tanti: il cinema, la televisione, i giornali, il web. Nel recente passato, l’esempio più eclatante è stato forse quello di Nelson Mandela, ridotto talvolta dalla narrazione “mainstream” al ruolo di sterile icona pacifista, cancellandone il ruolo di combattente e la sua militanza nel Partito comunista sudafricano.
Anche la figura di Peppino Impastato, per quello che ha significato la sua azione politica e la sua antimafia sociale, è stato spesso oggetto di forzature ideologiche.
Peppino però indiscutibilmente, come ci ricorda la scritta apposta sulla sua lapide è stato un “rivoluzionario e militante comunista assassinato dalla mafia democristiana”.
Sembrerebbe banale ribadire il concetto, ma in realtà non lo è.
Da tempo la sua figura viene tirata politicamente per la giacchetta, sopratutto da una certa “sinistra”, ridotta spesso a generiche istanze “pacifiste”; questo nonostante il campo politico di appartenenza fosse chiaro, netto, inequivocabile.
Non è certo un’esagerazione ribadire ciò se anche Salvo Vitale, scrittore, poeta e insegnante, amico in gioventù con Peppino, con cui ha condiviso tante battaglie politiche, si è sentito in dovere di precisarlo in un post sul suo profilo Facebook.
“Questa è la frase di Peppino, che ho trovato scritta in una sua agendina – e che ho pubblicato nella breve silloge delle sue poesie ‘Amore non ne avremo’. La foto sottostante rappresenta un chiaro esempio di rimozione e di manipolazione. È stata rimossa la parola ‘comunismo’, giudicata, chissà perché, non opportuna, e sostituita con la parola ‘pace’, ritenuta più potabile. Il tutto aggiungendo la firma di Peppino”
Nella nuova fase revisionista ormai evidentemente si stravolgono pure le citazioni autografe, però a tutto c’è un limite.
La citazione originale, e bene ha fatto Vitale a ricordarlo, è la seguente:
“Il comunismo
non è oggetto di libera scelta intellettuale,
né vocazione artistica:
è una necessità materiale e psicologica”
Peppino Impastato
Per chi volesse consultare la fonte, può trovarla (oltre che nella raccolta di Vitale) nel libro Lunga è la notte. Poesie, scritti e documenti (di) Giuseppe Impastato, a cura di Umberto Santino, Centro siciliano di documentazione di Peppino Impastato*.
La frase è appunto tratta dagli appunti di Peppino riportati nella sua agendina tascabile e datata 1972.
* (Si ringrazia Elio Teresi, dell’Associazione Radio Aut, che ha pazientemente provveduto a ricercare il testo e a scannerizzare e inviarci le pagine di interesse)
Fonte
23/05/2020
Peppino Impastato, e i bugiardi senza gloria
Ieri sera Rai Uno ha mandato in onda un film sulla storia di Felicia Impastato, madre di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978.
Il film racconta la battaglia di Felicia contro la mafia, la magistratura, i carabinieri, lo Stato, che per anni tentarono in tutti i modi di coprire il mandante e gli assassini del figlio: il capo mafioso Badalamenti che abitava a 100 passi dalla sua casa e i suoi uomini.
Nel gennaio 2013 Roberto Saviano perdeva la querela che aveva promosso contro due miei articoli che smentivano i suoi legami con Felicia Impastato. Fu la prima sconfitta in tribunale di Saviano a cui ne seguirono molte altre.
Non era vero che Saviano avesse ricevuto da Felicia, nel corso di una telefonata, una sorta di testimone morale che in qualche modo l’avrebbe legato idealmente alle battaglie di Peppino contro la Mafia.
Felicia non aveva telefono e Saviano non ci aveva mai parlato, si era inventato ogni cosa.
All’epoca ero in semilibertà e la querela penale promossa da Saviano mirava a farmi rinchiudere in carcere. L’eroe di carta, il professionista del vittimismo non sopportava che qualcuno lo criticasse, mettesse a nudo la sua mitomania, soprattutto rendesse pubbliche le sue enormi bugie.
Per correre ai ripari tempo dopo tirò fuori una nuova storia: «Una ragazza – scrisse Saviano – aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono».
Da quel giorno, sono ormai passati sette anni, non abbiamo mai saputo il nome di quella ragazza: se era di Cinisi o venisse da fuori? In che luogo aveva incontrato Felicia, per strada o a casa? Se c’erano dei testimoni?
Insomma, ci siamo chiesti se esistesse davvero. Abbiamo domandato a Saviano perché la fanciulla non si fosse mai fatta avanti togliendolo d’imbarazzo e perché lui non ne avesse mai parlato in precedenza, quando scrisse per la prima volta della telefonata, l’8 dicembre 2004?
Oppure quando ripubblicò quel testo in una raccolta uscita su Einaudi nel giugno 2009?
E perché l’ha omesso nella querela del 12 gennaio 2011?
E poi l’ha dimenticato nella opposizione alla richiesta di archiviazione del pm del 24 settembre 2012?
E ancora non l’ha menzionata quando si è presentato in aula davanti al gip il 15 gennaio 2013?
E come mai l’ha taciuto quando il gip ha archiviato la sua querela dandogli torto il 21 gennaio 2013?
Già perché?
Il pregresso
Bugiardi senza gloria
L’inautenticità della testimonianza morale proposta da Saviano nei suoi testi trova una ulteriore conferma nella inconsistenza della rettifica da lui fornita sulle circostanze in cui si sarebbe svolta la presunta telefonata che avrebbe ricevuto da Felicia Impastato, madre di Peppino. Una correzione introdotta a nove anni di distanza dopo le smentite dei familiari e una querela persa. Saviano ammette di aver artefatto il racconto e chiama in causa una ragazza, una sua amica, che avrebbe fatto da intermediaria, senza aggiungere altro. Non dice il nome, non precisa le circostanze. Se vuole essere creduto deve fare qualche sforzo di memoria in più.
«È inutile – diceva don Abbondio – se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare». A leggere certe stizzite pagine di Roberto Saviano (qui) viene subito da pensare che nulla è cambiato da quel dì che Manzoni scrisse i Promessi sposi.
Fin dai banchi del liceo ci illudemmo di un’Italia che potesse diventare finalmente leopardiana. E invece con quel suo voler essere don Rodrigo con i più vulnerabili e restare un don Abbondio che si aggira con la scorta dei Bravi davanti ai potenti, Saviano è lì a ricordarci che l’Italia ancora oggi appartiene ai conformisti, mentre quella dei chierici è fatta di allineati, di arruolati, di «pagliette», come li definiva Gramsci con la sua analisi profetica: figure che hanno fatto delle loro competenze intellettuali un «accessorio “poliziesco”, la cui funzione è quella di presentare il malumore sociale del Meridione come una questione di mera competenza della “sfera di polizia” giudiziaria».
9 maggio 2013, il giorno nero di Saviano e la rivincita di Peppino Impastato
Dopo la sonora disfatta giudiziaria subita dalla sua querela contro due miei articoli, di cui uno sul suo scontro con i familiari di Peppino Impastato (qui), Saviano seppur con la coda fra le gambe pensava di essersela comunque cavata grazie alla blindatura costruita attorno alla notizia, censurata da tutti i grandi media e reti televisive.
Scrivo censurata perché la notizia non era affatto ignota alle redazioni delle maggiori testate le quali decisero tutte, con pochissime eccezioni (Liberazione online, Il Corriere del mezzogiorno, Filippo Facci su Libero, Radio radicale), di non darne contezza e non commentarla davanti ai loro lettori.
Tra «Saviano e il brigatista», anche se una decisione di giustizia dava ragione a quest’ultimo, le redazioni decisero di non raccontare il torto di Saviano. Si doveva stare con lui comunque, anche con le sue bugie, la sua antipatia, la sua arroganza, la sua inautenticità, perché Saviano è il sistema, l’ordine costituito, la norma dominante, non ci si può mettere contro di lui. Come diceva Pascal, «Non riuscendo a fare della ragione una forza, fecero della forza la loro ragione».
Si comprende allora l’illivorita reazione dello scrittore di scorta davanti all’inaspettato successo, dilagato all’improvviso nella rete dopo quattro mesi di silenzio, della bruciante notizia della sua sconfitta.
La serenità con cui oggi racconta di averla accolta in gennaio poggiava sull’accerchiamento di quella scomoda informazione, sul silenzio cimiteriale che su di essa sarebbe dovuto cadere grazie alla complicità del sistema mediatico, al conformismo omertoso dell’ambiente, all’enorme influenza del potente gruppo editoriale che gli sta alle spalle, capace di decretare ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è accaduto e ciò che non si deve raccontare.
Non è bastato, come un fiume carsico la notizia inabissata ha scavato un suo cammino, ha trovato la crepa, si è insinuata fino a riemergere in superficie come una sorgente d’acqua, rimbalzando sul web nel giorno dell’anniversario della morte di Peppino Impastato (qui, qui e qui).
A quel punto non potendo più ignorarla Saviano è dovuto correre ai ripari. Costretto a dire qualcosa, ha scelto la sua bacheca facebook per tornare sull’episodio (leggi qui) della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.
Una telefonata per entrare nel Pantheon
Perché l’esistenza di questa telefonata rivestiva per Saviano una così grande importanza, tanto da averne fatto la causa di una querela, nonostante nell’articolo messo sotto accusa, che si occupava delle diffida contro Einaudi promossa dai familiari di Impastato (leggi qui), il brano occupasse uno spazio del tutto accessorio, una breve citazione virgolettata di una dichiarazione di Umberto Santino del Centro Impastato, che lo stesso in quei giorni dell’ottobre 2010 aveva ripetuto in altre interviste (qui) mai attaccate da Saviano?
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione ben precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato».
La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità e l’autenticità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario si sarebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, Saviano si sarebbe trovato fuori dal pantheon nel quale si è era infilato d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe dovuto legittimare rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino.
Alla ricerca del diversivo, una querela fondata sulla colpa d’autore
Sarebbe interessante capire perché pur sentendosi diffamato Saviano abbia accuratamente evitato di querelare e dunque di affrontare a viso aperto le fonti di quelle affermazioni da lui ritenute false e calunniose, ovvero Umberto Santino, che subito dopo ne ha scritto anche in un libro, Don Vito a Gomorra, editori riuniti 2011, e soprattutto Giovanni Impastato e sua moglie Felicia Vitale, figlio e nuora di Felicia Bartolotta-Impastato.
Nel testo della querela presentata da Saviano si stigmatizzano invece le «usurate formule ideologiche utilizzate da Persichetti», nelle quali – prosegue l’esposto – «sembra di sentire l’eco di un giornalismo aggressivo, figlio di un’epoca fortunatamente chiusasi, ma i cui strascichi ancora avvelenano il presente.
L’epoca nella quale molti – “nemici di classe” – trovarono la morte, per mano di coloro i quali (qualcuno li definirebbe “vittime della storia”) ritennero la via della violenza maestra del cambiamento della società. E così, dalle colonne di “Liberazione” Persichetti aggredisce Saviano…», con quella volontà di «vomitare il proprio odio ossessivo ed ossessionato» nei suoi confronti.
Attaccando me, Saviano ha pensato di colpire l’anello debole, il punto ritenuto più vulnerabile, ricorrendo ad un suggestivo parallelo tra la mia storia politica e la successiva odissea giudiziaria, risalenti a 26 anni fa, e il lavoro giornalistico attuale: in modo particolare lì dove – lasciava intendere nella querela – tuttora permarrebbe il dato comune di una pratica di «aggressione» e ricorso alla «violenza» che avrebbe dato corpo ad una sorta di “terrorismo cartaceo”.
L’uso del diversivo tipologico è stato impiegato per svilire e criminalizzare l’esercizio della libertà di critica e la serietà metodologica del mio lavoro. La mia condanna, con relativa revoca della semilibertà, avrebbe inevitabilmente gettato nel discredito i familiari di Impastato e il Centro diretto da Umberto Santino. Quel che si dice un perfetto colpo di sponda nel gioco del biliardo. Solo che Saviano ha steccato la palla, e come Fantozzi ha sgarrato il tappeto verde.
La querela è piena di chicche che la dicono lunga sul fragile retroterra culturale del personaggio, ad esempio quando mostra di non conoscere l’opera di Foucault (leggi qui), il che spiega molto della sua concezione della devianza.
Un racconto inautentico
Nel ribadire che la telefonata c’è veramente stata, Saviano introduce una novità stranamente taciuta per ben nove anni: l’esistenza di una misteriosa (e miracolosa a questo punto) intermediaria che non faceva parte della famiglia Impastato.
«Una ragazza – scrive Saviano – aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono, all’epoca sconosciutissimo scrittore».
Quasi impaurito da questa sua tardiva rivelazione dai contorni talmente incerti da apparire un fragile escamotage congegnato per non perdere la faccia, Saviano mette subito le mani avanti e precisa:
«Non avevo ancora scritto Gomorra e mandavo come gesto di omaggio gli articoli che scrivevo. Non è detto che ci si ricordi di un ragazzo che scrive di camorra e che nessuno conosce. Appunto, erano anni precedenti al 2004 e Gomorra esce solo nel 2006».
Cosa vuole dire Saviano, che l’anonima fanciulla in questione chiamata a testimonianza della telefonata potrebbe oggi non ricordarsi più dell’episodio?
Saviano, grande frequentatore di materiali giudiziari, iniziato alle fonti investigative, ferquentatore di procure d’ogni risma e luogo, intimo degli apparati di polizia di punta specializzati nelle indagini antimafia, come egli stesso ha riconosciuto recentemente con un gesto d’inattesa trasparenza (leggi qui), sa bene che non può limitarsi a riferire circostanze così generiche e per giunta contraddittorie.
Questa misteriosa fanciulla era di Cinisi o veniva da fuori? E se veniva da fuori che ci faceva a Cinisi? Ha un’identità, un lavoro, una storia, insomma esiste davvero oppure nel frattempo gli è successo qualcosa, ci auguriamo proprio di no!
Non vorremmo fosse andata all’estero, in una di quelle lande sperdute dove per una di quelle malaugurate sventure della sorte sia divenuta irrintracciabile, o ancora, avesse incontrato la vocazione per rinchiudersi in un convento di clausura rifuggendo nella contemplazione i clamori del mondo. Per il bene della verità non prendiamo nemmeno in considerazione l’ipotesi che nel frattempo la ragazza abbia potuto sposare un casalese in odor di camorrìa.
Saviano non lo dice, resta vago. In che luogo questa ragazza avrebbe incontrato la signora Felicia, per strada o in casa sua? Ci sono dei testimoni? E perché questa giovane non si è mai fatta avanti di sua sponte? E perché Saviano ha atteso tanto prima di tirarla fuori?
Non lo ha fatto quando scrisse per la prima volta della telefonata (8 dicembre 2004). Non ci ha pensato quando ripubblicò quel testo in una raccolta (giugno 2009). Lo ha omesso nella querela contro di me (12 gennaio 2011). Lo ha dimenticato nella opposizione alla richiesta di archiviazione del pm (24 settembre 2012). Non l’ha menzionata quando si è presentato in aula davanti al gip (15 gennaio 2013). L’ha taciuto quando il gip ha archiviato la sua querela dandogli torto (21 gennaio 2013). Se ne ricorda d’improvviso solo oggi. Perché?
Nel racconto apparso su Nazione Indiana l’8 dicembre del 2004 (qui), poi ripreso in una raccolta di scritti dal titolo La bellezza e l’inferno, uscito come Gomorra presso Mondadori, l’ammiraglia delle case editrici belusconiane, Saviano aveva raccontato in tutt’altro modo le circostanze della telefonata:
«Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Roberto? Sono la signora Impastato!
”A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.»
Oggi Saviano cambia versione, la telefonata non gli arriva più direttamente, come lasciava intendere nel 2009, quando accennava ad una sorta di nesso tra l’invio dei suoi articoli a Felicia e la reazione che questi avrebbero suscitato nell’anziana donna che così l’avrebbe cercato al telefono. Le cose andarono diversamente, dice oggi. Gli articoli li aveva letti la ragazza che poi porge il telefono a Felicia.
Saviano spiega che era sua abitudine inviare in omaggio i suoi articoli ma stavolta non cita più i destinatari, che restano ignoti mentre Felicia scompare. Siamo di fronte ad un passo indietro, ad una rettifica che però aggiunge ancora più dubbi di quanti ve ne fossero in precedenza.
Saviano sa bene che non può lasciare questa storia a metà pensando di cavarsela con una capriola sbilenca. A questo punto o dice tutta la verità per intero, circostanziando in modo esaustivo, credibile e soprattutto verificabile quanto avvenne attorno a quella presunta telefonata, oppure se non è in grado non ha che da chiedere scusa a Giovanni Impastato, Felicia Vitale, Umberto Santino e alla memoria di Felicia Bartolotta.
In caso contrario sarà per tutti più che legittimo pensare quel che la fata Turchina disse un giorno a Pinocchio: «Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo».
Quale che sia la verità sulla reale esistenza della intermediaria, Saviano ha già ammesso di aver artefatto l’episodio della telefonata modificandolo in modo da collocarsi al centro degli avvenimenti, lasciando intendere che fosse lui ad avere un rapporto diretto con Felicia e non la ragazza che ha cancellato dal racconto. Una centralità falsa che rende la testimonianza morale della sua narrazione del tutto inautentica.
Di questo passo, caro Saviano, non vorremmo che un giorno ti ritrovassi come quel personaggio di Dashiell Hammett che «davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato».
Fonte
Il film racconta la battaglia di Felicia contro la mafia, la magistratura, i carabinieri, lo Stato, che per anni tentarono in tutti i modi di coprire il mandante e gli assassini del figlio: il capo mafioso Badalamenti che abitava a 100 passi dalla sua casa e i suoi uomini.
Nel gennaio 2013 Roberto Saviano perdeva la querela che aveva promosso contro due miei articoli che smentivano i suoi legami con Felicia Impastato. Fu la prima sconfitta in tribunale di Saviano a cui ne seguirono molte altre.
Non era vero che Saviano avesse ricevuto da Felicia, nel corso di una telefonata, una sorta di testimone morale che in qualche modo l’avrebbe legato idealmente alle battaglie di Peppino contro la Mafia.
Felicia non aveva telefono e Saviano non ci aveva mai parlato, si era inventato ogni cosa.
All’epoca ero in semilibertà e la querela penale promossa da Saviano mirava a farmi rinchiudere in carcere. L’eroe di carta, il professionista del vittimismo non sopportava che qualcuno lo criticasse, mettesse a nudo la sua mitomania, soprattutto rendesse pubbliche le sue enormi bugie.
Per correre ai ripari tempo dopo tirò fuori una nuova storia: «Una ragazza – scrisse Saviano – aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono».
Da quel giorno, sono ormai passati sette anni, non abbiamo mai saputo il nome di quella ragazza: se era di Cinisi o venisse da fuori? In che luogo aveva incontrato Felicia, per strada o a casa? Se c’erano dei testimoni?
Insomma, ci siamo chiesti se esistesse davvero. Abbiamo domandato a Saviano perché la fanciulla non si fosse mai fatta avanti togliendolo d’imbarazzo e perché lui non ne avesse mai parlato in precedenza, quando scrisse per la prima volta della telefonata, l’8 dicembre 2004?
Oppure quando ripubblicò quel testo in una raccolta uscita su Einaudi nel giugno 2009?
E perché l’ha omesso nella querela del 12 gennaio 2011?
E poi l’ha dimenticato nella opposizione alla richiesta di archiviazione del pm del 24 settembre 2012?
E ancora non l’ha menzionata quando si è presentato in aula davanti al gip il 15 gennaio 2013?
E come mai l’ha taciuto quando il gip ha archiviato la sua querela dandogli torto il 21 gennaio 2013?
Già perché?
*****
Il pregresso
Bugiardi senza gloria
L’inautenticità della testimonianza morale proposta da Saviano nei suoi testi trova una ulteriore conferma nella inconsistenza della rettifica da lui fornita sulle circostanze in cui si sarebbe svolta la presunta telefonata che avrebbe ricevuto da Felicia Impastato, madre di Peppino. Una correzione introdotta a nove anni di distanza dopo le smentite dei familiari e una querela persa. Saviano ammette di aver artefatto il racconto e chiama in causa una ragazza, una sua amica, che avrebbe fatto da intermediaria, senza aggiungere altro. Non dice il nome, non precisa le circostanze. Se vuole essere creduto deve fare qualche sforzo di memoria in più.
“E così davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato”
Dashiell Hammett
«È inutile – diceva don Abbondio – se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare». A leggere certe stizzite pagine di Roberto Saviano (qui) viene subito da pensare che nulla è cambiato da quel dì che Manzoni scrisse i Promessi sposi.
Fin dai banchi del liceo ci illudemmo di un’Italia che potesse diventare finalmente leopardiana. E invece con quel suo voler essere don Rodrigo con i più vulnerabili e restare un don Abbondio che si aggira con la scorta dei Bravi davanti ai potenti, Saviano è lì a ricordarci che l’Italia ancora oggi appartiene ai conformisti, mentre quella dei chierici è fatta di allineati, di arruolati, di «pagliette», come li definiva Gramsci con la sua analisi profetica: figure che hanno fatto delle loro competenze intellettuali un «accessorio “poliziesco”, la cui funzione è quella di presentare il malumore sociale del Meridione come una questione di mera competenza della “sfera di polizia” giudiziaria».
9 maggio 2013, il giorno nero di Saviano e la rivincita di Peppino Impastato
Dopo la sonora disfatta giudiziaria subita dalla sua querela contro due miei articoli, di cui uno sul suo scontro con i familiari di Peppino Impastato (qui), Saviano seppur con la coda fra le gambe pensava di essersela comunque cavata grazie alla blindatura costruita attorno alla notizia, censurata da tutti i grandi media e reti televisive.
Scrivo censurata perché la notizia non era affatto ignota alle redazioni delle maggiori testate le quali decisero tutte, con pochissime eccezioni (Liberazione online, Il Corriere del mezzogiorno, Filippo Facci su Libero, Radio radicale), di non darne contezza e non commentarla davanti ai loro lettori.
Tra «Saviano e il brigatista», anche se una decisione di giustizia dava ragione a quest’ultimo, le redazioni decisero di non raccontare il torto di Saviano. Si doveva stare con lui comunque, anche con le sue bugie, la sua antipatia, la sua arroganza, la sua inautenticità, perché Saviano è il sistema, l’ordine costituito, la norma dominante, non ci si può mettere contro di lui. Come diceva Pascal, «Non riuscendo a fare della ragione una forza, fecero della forza la loro ragione».
Si comprende allora l’illivorita reazione dello scrittore di scorta davanti all’inaspettato successo, dilagato all’improvviso nella rete dopo quattro mesi di silenzio, della bruciante notizia della sua sconfitta.
La serenità con cui oggi racconta di averla accolta in gennaio poggiava sull’accerchiamento di quella scomoda informazione, sul silenzio cimiteriale che su di essa sarebbe dovuto cadere grazie alla complicità del sistema mediatico, al conformismo omertoso dell’ambiente, all’enorme influenza del potente gruppo editoriale che gli sta alle spalle, capace di decretare ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è accaduto e ciò che non si deve raccontare.
Non è bastato, come un fiume carsico la notizia inabissata ha scavato un suo cammino, ha trovato la crepa, si è insinuata fino a riemergere in superficie come una sorgente d’acqua, rimbalzando sul web nel giorno dell’anniversario della morte di Peppino Impastato (qui, qui e qui).
A quel punto non potendo più ignorarla Saviano è dovuto correre ai ripari. Costretto a dire qualcosa, ha scelto la sua bacheca facebook per tornare sull’episodio (leggi qui) della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.
Una telefonata per entrare nel Pantheon
Perché l’esistenza di questa telefonata rivestiva per Saviano una così grande importanza, tanto da averne fatto la causa di una querela, nonostante nell’articolo messo sotto accusa, che si occupava delle diffida contro Einaudi promossa dai familiari di Impastato (leggi qui), il brano occupasse uno spazio del tutto accessorio, una breve citazione virgolettata di una dichiarazione di Umberto Santino del Centro Impastato, che lo stesso in quei giorni dell’ottobre 2010 aveva ripetuto in altre interviste (qui) mai attaccate da Saviano?
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione ben precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato».
La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità e l’autenticità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario si sarebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, Saviano si sarebbe trovato fuori dal pantheon nel quale si è era infilato d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe dovuto legittimare rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino.
Alla ricerca del diversivo, una querela fondata sulla colpa d’autore
Sarebbe interessante capire perché pur sentendosi diffamato Saviano abbia accuratamente evitato di querelare e dunque di affrontare a viso aperto le fonti di quelle affermazioni da lui ritenute false e calunniose, ovvero Umberto Santino, che subito dopo ne ha scritto anche in un libro, Don Vito a Gomorra, editori riuniti 2011, e soprattutto Giovanni Impastato e sua moglie Felicia Vitale, figlio e nuora di Felicia Bartolotta-Impastato.
Nel testo della querela presentata da Saviano si stigmatizzano invece le «usurate formule ideologiche utilizzate da Persichetti», nelle quali – prosegue l’esposto – «sembra di sentire l’eco di un giornalismo aggressivo, figlio di un’epoca fortunatamente chiusasi, ma i cui strascichi ancora avvelenano il presente.
L’epoca nella quale molti – “nemici di classe” – trovarono la morte, per mano di coloro i quali (qualcuno li definirebbe “vittime della storia”) ritennero la via della violenza maestra del cambiamento della società. E così, dalle colonne di “Liberazione” Persichetti aggredisce Saviano…», con quella volontà di «vomitare il proprio odio ossessivo ed ossessionato» nei suoi confronti.
Attaccando me, Saviano ha pensato di colpire l’anello debole, il punto ritenuto più vulnerabile, ricorrendo ad un suggestivo parallelo tra la mia storia politica e la successiva odissea giudiziaria, risalenti a 26 anni fa, e il lavoro giornalistico attuale: in modo particolare lì dove – lasciava intendere nella querela – tuttora permarrebbe il dato comune di una pratica di «aggressione» e ricorso alla «violenza» che avrebbe dato corpo ad una sorta di “terrorismo cartaceo”.
L’uso del diversivo tipologico è stato impiegato per svilire e criminalizzare l’esercizio della libertà di critica e la serietà metodologica del mio lavoro. La mia condanna, con relativa revoca della semilibertà, avrebbe inevitabilmente gettato nel discredito i familiari di Impastato e il Centro diretto da Umberto Santino. Quel che si dice un perfetto colpo di sponda nel gioco del biliardo. Solo che Saviano ha steccato la palla, e come Fantozzi ha sgarrato il tappeto verde.
La querela è piena di chicche che la dicono lunga sul fragile retroterra culturale del personaggio, ad esempio quando mostra di non conoscere l’opera di Foucault (leggi qui), il che spiega molto della sua concezione della devianza.
Un racconto inautentico
Nel ribadire che la telefonata c’è veramente stata, Saviano introduce una novità stranamente taciuta per ben nove anni: l’esistenza di una misteriosa (e miracolosa a questo punto) intermediaria che non faceva parte della famiglia Impastato.
«Una ragazza – scrive Saviano – aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono, all’epoca sconosciutissimo scrittore».
Quasi impaurito da questa sua tardiva rivelazione dai contorni talmente incerti da apparire un fragile escamotage congegnato per non perdere la faccia, Saviano mette subito le mani avanti e precisa:
«Non avevo ancora scritto Gomorra e mandavo come gesto di omaggio gli articoli che scrivevo. Non è detto che ci si ricordi di un ragazzo che scrive di camorra e che nessuno conosce. Appunto, erano anni precedenti al 2004 e Gomorra esce solo nel 2006».
Cosa vuole dire Saviano, che l’anonima fanciulla in questione chiamata a testimonianza della telefonata potrebbe oggi non ricordarsi più dell’episodio?
Saviano, grande frequentatore di materiali giudiziari, iniziato alle fonti investigative, ferquentatore di procure d’ogni risma e luogo, intimo degli apparati di polizia di punta specializzati nelle indagini antimafia, come egli stesso ha riconosciuto recentemente con un gesto d’inattesa trasparenza (leggi qui), sa bene che non può limitarsi a riferire circostanze così generiche e per giunta contraddittorie.
Questa misteriosa fanciulla era di Cinisi o veniva da fuori? E se veniva da fuori che ci faceva a Cinisi? Ha un’identità, un lavoro, una storia, insomma esiste davvero oppure nel frattempo gli è successo qualcosa, ci auguriamo proprio di no!
Non vorremmo fosse andata all’estero, in una di quelle lande sperdute dove per una di quelle malaugurate sventure della sorte sia divenuta irrintracciabile, o ancora, avesse incontrato la vocazione per rinchiudersi in un convento di clausura rifuggendo nella contemplazione i clamori del mondo. Per il bene della verità non prendiamo nemmeno in considerazione l’ipotesi che nel frattempo la ragazza abbia potuto sposare un casalese in odor di camorrìa.
Saviano non lo dice, resta vago. In che luogo questa ragazza avrebbe incontrato la signora Felicia, per strada o in casa sua? Ci sono dei testimoni? E perché questa giovane non si è mai fatta avanti di sua sponte? E perché Saviano ha atteso tanto prima di tirarla fuori?
Non lo ha fatto quando scrisse per la prima volta della telefonata (8 dicembre 2004). Non ci ha pensato quando ripubblicò quel testo in una raccolta (giugno 2009). Lo ha omesso nella querela contro di me (12 gennaio 2011). Lo ha dimenticato nella opposizione alla richiesta di archiviazione del pm (24 settembre 2012). Non l’ha menzionata quando si è presentato in aula davanti al gip (15 gennaio 2013). L’ha taciuto quando il gip ha archiviato la sua querela dandogli torto (21 gennaio 2013). Se ne ricorda d’improvviso solo oggi. Perché?
Nel racconto apparso su Nazione Indiana l’8 dicembre del 2004 (qui), poi ripreso in una raccolta di scritti dal titolo La bellezza e l’inferno, uscito come Gomorra presso Mondadori, l’ammiraglia delle case editrici belusconiane, Saviano aveva raccontato in tutt’altro modo le circostanze della telefonata:
«Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Roberto? Sono la signora Impastato!
”A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.»
Oggi Saviano cambia versione, la telefonata non gli arriva più direttamente, come lasciava intendere nel 2009, quando accennava ad una sorta di nesso tra l’invio dei suoi articoli a Felicia e la reazione che questi avrebbero suscitato nell’anziana donna che così l’avrebbe cercato al telefono. Le cose andarono diversamente, dice oggi. Gli articoli li aveva letti la ragazza che poi porge il telefono a Felicia.
Saviano spiega che era sua abitudine inviare in omaggio i suoi articoli ma stavolta non cita più i destinatari, che restano ignoti mentre Felicia scompare. Siamo di fronte ad un passo indietro, ad una rettifica che però aggiunge ancora più dubbi di quanti ve ne fossero in precedenza.
Saviano sa bene che non può lasciare questa storia a metà pensando di cavarsela con una capriola sbilenca. A questo punto o dice tutta la verità per intero, circostanziando in modo esaustivo, credibile e soprattutto verificabile quanto avvenne attorno a quella presunta telefonata, oppure se non è in grado non ha che da chiedere scusa a Giovanni Impastato, Felicia Vitale, Umberto Santino e alla memoria di Felicia Bartolotta.
In caso contrario sarà per tutti più che legittimo pensare quel che la fata Turchina disse un giorno a Pinocchio: «Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo».
Quale che sia la verità sulla reale esistenza della intermediaria, Saviano ha già ammesso di aver artefatto l’episodio della telefonata modificandolo in modo da collocarsi al centro degli avvenimenti, lasciando intendere che fosse lui ad avere un rapporto diretto con Felicia e non la ragazza che ha cancellato dal racconto. Una centralità falsa che rende la testimonianza morale della sua narrazione del tutto inautentica.
Di questo passo, caro Saviano, non vorremmo che un giorno ti ritrovassi come quel personaggio di Dashiell Hammett che «davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato».
Fonte
10/05/2020
Sardine ignoranti
Erano orgogliose di essere classe medio-alta, piene di laureati e competenti in questo e quello.
Poverine, mancavano gli storici, tra loro. Però si sforzano di “conservare la memoria”, come scrivono in questo post da tso immediato.
“In un’epoca in cui l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo paese vale sempre la pena di ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia”.
Hashtag a parte, difficilmente chi ha scritto questa stronzata passerebbe l’esame di Storia Contemporanea 1 (primo anno...).
Però bisogna capirle... sono nate nella buona borghesia bolognese “progressista”, nell’entourage di Romano Prodi e Alberto Clò, democristiani storici di primo livello...
Sono state alimentate a buone maniere e cazzate storiche... come pretendere che sappiano qualcosa della vita reale di questo Paese? (La maiuscola qualche volta ci vorrebbe...).
Allora proviamo a ricordar loro qualcosa, noi.
Peppino Impastato era un compagno di Democrazia Proletaria, tanto più serio ed eroico perché figlio di un “uomo d’onore”. Fu ammazzato perché irrideva, dalla sua radio, “don” Tano Badalamenti, boss mafioso e padrino padrone della politica locale, incentrata sulla Democrazia Cristiana.
Aldo Moro, invece, era il Presidente della stessa Democrazia Cristiana, cinque volte Presidente del Consiglio e diverse volte segretario di quel partito.
A voler essere precisi, in fatto di memoria storica, erano mafiosi e democristiani in parecchi.
Per esempio.
Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.
Salvo Lima, parlamentare, eliminato nel 1992 da Cosa Nostra per non essere riuscito a impedire che passassero le leggi antimafia dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino.
I fratelli Salvo, Ignazio e Antonino, della cosca di Salemi, esattori delle tasse per conto dello Stato, della mafia e della Dc.
Una familiarità antica, risalente ai tempi dello sbarco degli americani in Sicilia, quando i Lucky Luciano, “don Calò” Vizzini (organizzatore dell’attacco armato al comizio del comunista Li Causi) e Genco Russo divenuti i garanti per i nuovi e vecchi padroni, furono tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia.
Non che Moro lo ignorasse: “Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, fu chiesto ad Aldo Moro il motivo per cui Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Moro rispose che non vi erano elementi certi a carico di Russo e che non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali.”
E democristiano di alto livello era Giovanni Gioia, più volte parlamentare e ministro, “padrino” politico proprio di Ciancimino e dei fratelli Salvo, nonché proprietario dei fondi di Ciaculli su cui pascolava la “famiglia” Greco.
Potremmo andare avanti per migliaia di nomi e pagine, perché Mafia e Democrazia Cristiana – in alcune regioni del Paese (la maiuscola qualche volta ci vuole...) – erano spesso la stessa cosa. E una buona fetta di parlamentari e senatori Dc erano “uomini d’onore” o loro referenti diretti.
Alcuni studi storici, più precisi, hanno calcolato che tra il 40 e il 75% degli eletti in Sicilia con la Democrazia Cristiana – dal 1950 al 1992 (con lo scoppio di Tangentopoli, la DC si scioglie...) erano arrivati lì con i voti della Mafia.
Di quel partito era stato segretario e presidente Aldo Moro, col naso ben turato.
Speriamo di aiutare le Sardine a scoprire la memoria, insomma...
Fonte
Poverine, mancavano gli storici, tra loro. Però si sforzano di “conservare la memoria”, come scrivono in questo post da tso immediato.
“In un’epoca in cui l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo paese vale sempre la pena di ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia”.
Hashtag a parte, difficilmente chi ha scritto questa stronzata passerebbe l’esame di Storia Contemporanea 1 (primo anno...).
Però bisogna capirle... sono nate nella buona borghesia bolognese “progressista”, nell’entourage di Romano Prodi e Alberto Clò, democristiani storici di primo livello...
Sono state alimentate a buone maniere e cazzate storiche... come pretendere che sappiano qualcosa della vita reale di questo Paese? (La maiuscola qualche volta ci vorrebbe...).
Allora proviamo a ricordar loro qualcosa, noi.
Peppino Impastato era un compagno di Democrazia Proletaria, tanto più serio ed eroico perché figlio di un “uomo d’onore”. Fu ammazzato perché irrideva, dalla sua radio, “don” Tano Badalamenti, boss mafioso e padrino padrone della politica locale, incentrata sulla Democrazia Cristiana.
Aldo Moro, invece, era il Presidente della stessa Democrazia Cristiana, cinque volte Presidente del Consiglio e diverse volte segretario di quel partito.
A voler essere precisi, in fatto di memoria storica, erano mafiosi e democristiani in parecchi.
Per esempio.
Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.
Salvo Lima, parlamentare, eliminato nel 1992 da Cosa Nostra per non essere riuscito a impedire che passassero le leggi antimafia dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino.
I fratelli Salvo, Ignazio e Antonino, della cosca di Salemi, esattori delle tasse per conto dello Stato, della mafia e della Dc.
Una familiarità antica, risalente ai tempi dello sbarco degli americani in Sicilia, quando i Lucky Luciano, “don Calò” Vizzini (organizzatore dell’attacco armato al comizio del comunista Li Causi) e Genco Russo divenuti i garanti per i nuovi e vecchi padroni, furono tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia.
Non che Moro lo ignorasse: “Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, fu chiesto ad Aldo Moro il motivo per cui Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Moro rispose che non vi erano elementi certi a carico di Russo e che non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali.”
E democristiano di alto livello era Giovanni Gioia, più volte parlamentare e ministro, “padrino” politico proprio di Ciancimino e dei fratelli Salvo, nonché proprietario dei fondi di Ciaculli su cui pascolava la “famiglia” Greco.
Potremmo andare avanti per migliaia di nomi e pagine, perché Mafia e Democrazia Cristiana – in alcune regioni del Paese (la maiuscola qualche volta ci vuole...) – erano spesso la stessa cosa. E una buona fetta di parlamentari e senatori Dc erano “uomini d’onore” o loro referenti diretti.
Alcuni studi storici, più precisi, hanno calcolato che tra il 40 e il 75% degli eletti in Sicilia con la Democrazia Cristiana – dal 1950 al 1992 (con lo scoppio di Tangentopoli, la DC si scioglie...) erano arrivati lì con i voti della Mafia.
Di quel partito era stato segretario e presidente Aldo Moro, col naso ben turato.
Speriamo di aiutare le Sardine a scoprire la memoria, insomma...
Fonte
13/05/2019
Lettera-risposta di Giovanni Impastato a Piera Aiello (M5S)
Cara Piera,
come tu sai ogni anno ti ho invitata al 9 Maggio e tu sei sempre stata benvenuta a Cinisi e al nostro corteo. Conosco bene la tua storia, qualcosa ci accomuna, una ferita che mai si potrà rimarginare. Come più volte ho ribadito, ho un grande rispetto per te e per il tuo coraggio, molto meno per le posizioni che ha assunto il movimento di cui tu fai parte, che ritengo responsabile di aver consegnato l’Italia a fascisti e razzisti come Salvini ed altri.
Visto che si trattava di un corteo antimafia e nello stesso tempo antifascista e antirazzista, in coerenza con le idee di Peppino, la presenza di questi dirigenti del movimento 5 stelle non era gradita, così come non erano gradite le riprese delle telecamere al cimitero in periodo di campagna elettorale per le elezioni europee. Lo abbiamo considerato strumentale e di cattivo gusto.
Ti ho invitata con affetto quando eravamo a Rosarno e lo rifarei. Ma quando abbiamo notato le telecamere e la presenza di altri parlamentari del movimento 5 stelle non potevamo non reagire.
Non ti considero affatto il “mio nemico” e non sono io ad averti resa il capro espiatorio di partiti, come tu alludi, visto che né io né Casa Memoria siamo legati a nessun partito a differenza tua che invece sei una parlamentare di un partito che ha fatto tante promesse non mantenendole, ha tenuto in vita quella casta che doveva essere cancellata, ha preso in giro molti italiani che hanno creduto nel cambiamento. Il movimento 5 stelle ha fatto un contratto con la Lega che da sempre ha alimentato odio e razzismo, solo per rimanere al potere, facendo finta di litigare soltanto perché preoccupati dai sondaggi elettorali.
Non ho fatto gioire i mafiosi, semmai ho fatto gioire gli antirazzisti, gli antifascisti e tutti quelli che tengono a cuore la Costituzione e la Democrazia di questo paese, ed i tanti scout, studenti, preti, attivisti, con cui ci ritroviamo da sempre e che si impegnano ogni giorno per la libertà, la solidarietà e la giustizia sociale. Chi compiace i mafiosi sono quelli che all’interno delle istituzioni hanno messo personaggi legati al mondo della mafia, della corruzione e degli affari sporchi.
Il mio gesto è stato un gesto forte perché ritengo che siamo in un momento in cui la nostra democrazia è in pericolo, non possiamo fare sconti a nessuno, dobbiamo essere molto chiari e puntuali, fare una scelta netta e dire da che parte stiamo.”
Fonte
come tu sai ogni anno ti ho invitata al 9 Maggio e tu sei sempre stata benvenuta a Cinisi e al nostro corteo. Conosco bene la tua storia, qualcosa ci accomuna, una ferita che mai si potrà rimarginare. Come più volte ho ribadito, ho un grande rispetto per te e per il tuo coraggio, molto meno per le posizioni che ha assunto il movimento di cui tu fai parte, che ritengo responsabile di aver consegnato l’Italia a fascisti e razzisti come Salvini ed altri.
Visto che si trattava di un corteo antimafia e nello stesso tempo antifascista e antirazzista, in coerenza con le idee di Peppino, la presenza di questi dirigenti del movimento 5 stelle non era gradita, così come non erano gradite le riprese delle telecamere al cimitero in periodo di campagna elettorale per le elezioni europee. Lo abbiamo considerato strumentale e di cattivo gusto.
Ti ho invitata con affetto quando eravamo a Rosarno e lo rifarei. Ma quando abbiamo notato le telecamere e la presenza di altri parlamentari del movimento 5 stelle non potevamo non reagire.
Non ti considero affatto il “mio nemico” e non sono io ad averti resa il capro espiatorio di partiti, come tu alludi, visto che né io né Casa Memoria siamo legati a nessun partito a differenza tua che invece sei una parlamentare di un partito che ha fatto tante promesse non mantenendole, ha tenuto in vita quella casta che doveva essere cancellata, ha preso in giro molti italiani che hanno creduto nel cambiamento. Il movimento 5 stelle ha fatto un contratto con la Lega che da sempre ha alimentato odio e razzismo, solo per rimanere al potere, facendo finta di litigare soltanto perché preoccupati dai sondaggi elettorali.
Non ho fatto gioire i mafiosi, semmai ho fatto gioire gli antirazzisti, gli antifascisti e tutti quelli che tengono a cuore la Costituzione e la Democrazia di questo paese, ed i tanti scout, studenti, preti, attivisti, con cui ci ritroviamo da sempre e che si impegnano ogni giorno per la libertà, la solidarietà e la giustizia sociale. Chi compiace i mafiosi sono quelli che all’interno delle istituzioni hanno messo personaggi legati al mondo della mafia, della corruzione e degli affari sporchi.
Il mio gesto è stato un gesto forte perché ritengo che siamo in un momento in cui la nostra democrazia è in pericolo, non possiamo fare sconti a nessuno, dobbiamo essere molto chiari e puntuali, fare una scelta netta e dire da che parte stiamo.”
Fonte
13/05/2018
Ricordare chi era davvero Peppino Impastato per ricordare anche cosa erano davvero la DC ed il PCI
Il 9 maggio 1978 veniva ucciso Peppino Impastato. Mai, però, avrei immaginato che potessero arrivassero ad accostare Peppino ed Aldo Moro come ho visto fare, proprio ieri, in TV. Si, perché per quelli della mia generazione erano due figure lontane anni luce l’uno dall’altro e lì per lì ho pensato che, più passa il tempo, più il gioco pare farsi semplice per i falsificatori di quel periodo storico.
Mentre in nome di Aldo Moro, in quei giorni di un maggio di quarant’anni fa si scatenava un inferno in tutto il paese che portava in galera, senza processo, migliaia di compagni e si completava l’offensiva reazionaria che, a suon di stragi e di leggi speciali, poneva fine al più grande e longevo movimento di classe di tutto l’occidente, il brutale assassinio di Peppino veniva derubricato, da parte Carabinieri e Magistratura, a “suicidio di un terrorista”.
Come sappiamo, il corpo ormai esangue di Peppino fu adagiato sui binari della ferrovia e fatto saltare per aria con una carica di tritolo dagli sgherri mafiosi.
Il #PartitoComunistaItaliano aveva deriso, ignorato ed avversato da vivo Peppino, i suoi compagni e l’attività di Radio Aut nel contesto di una feroce attività di criminalizzazione di tutto ciò che si muoveva alla sua sinistra, portata avanti di concerto con la polizia politica ed avvalendosi dell’azione organica di ampi settori della magistratura. Mentre accusava gran parte del movimento di non schierarsi con lo Stato e di fiancheggiare così, “oggettivamente”, il “terrorismo”, il #PCI non si faceva scrupoli ad offrire il proprio appoggio “esterno” al governo di Giulio Andreotti, potentissimo capocorrente dello stesso partito di Aldo Moro – la #DemocraziaCristiana – che in Sicilia aveva come suoi esponenti di punta Don Vito Ciancimino, Salvo Lima ed i famigerati cugini Ignazio e Nino Salvo.
Erigere Peppino Impastato – da morto – ad “eroe della legalità”, così come ha fatto il PCI e come continuano a fare i suoi eredi (ma non solo), è una delle più grandi mistificazioni sulla storia di quel partito che, tuttavia, trova ancora larghissimo spazio nella vulgata “antimafiosa” corrente. In quel tempo, in Italia si stava consumando un aspro, lungo e durissimo conflitto sociale e Peppino, da partigiano, era schierato da una parte, mentre Aldo Moro, fino al giorno del suo rapimento, era stato saldamente alla guida della parte opposta.
Negare questa verità storica non può che avere un fine: occultare quel conflitto per nascondere la possibilità stessa del conflitto nella storia, sulla pelle di Peppino.
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Mentre in nome di Aldo Moro, in quei giorni di un maggio di quarant’anni fa si scatenava un inferno in tutto il paese che portava in galera, senza processo, migliaia di compagni e si completava l’offensiva reazionaria che, a suon di stragi e di leggi speciali, poneva fine al più grande e longevo movimento di classe di tutto l’occidente, il brutale assassinio di Peppino veniva derubricato, da parte Carabinieri e Magistratura, a “suicidio di un terrorista”.
Come sappiamo, il corpo ormai esangue di Peppino fu adagiato sui binari della ferrovia e fatto saltare per aria con una carica di tritolo dagli sgherri mafiosi.
Il #PartitoComunistaItaliano aveva deriso, ignorato ed avversato da vivo Peppino, i suoi compagni e l’attività di Radio Aut nel contesto di una feroce attività di criminalizzazione di tutto ciò che si muoveva alla sua sinistra, portata avanti di concerto con la polizia politica ed avvalendosi dell’azione organica di ampi settori della magistratura. Mentre accusava gran parte del movimento di non schierarsi con lo Stato e di fiancheggiare così, “oggettivamente”, il “terrorismo”, il #PCI non si faceva scrupoli ad offrire il proprio appoggio “esterno” al governo di Giulio Andreotti, potentissimo capocorrente dello stesso partito di Aldo Moro – la #DemocraziaCristiana – che in Sicilia aveva come suoi esponenti di punta Don Vito Ciancimino, Salvo Lima ed i famigerati cugini Ignazio e Nino Salvo.
Erigere Peppino Impastato – da morto – ad “eroe della legalità”, così come ha fatto il PCI e come continuano a fare i suoi eredi (ma non solo), è una delle più grandi mistificazioni sulla storia di quel partito che, tuttavia, trova ancora larghissimo spazio nella vulgata “antimafiosa” corrente. In quel tempo, in Italia si stava consumando un aspro, lungo e durissimo conflitto sociale e Peppino, da partigiano, era schierato da una parte, mentre Aldo Moro, fino al giorno del suo rapimento, era stato saldamente alla guida della parte opposta.
Negare questa verità storica non può che avere un fine: occultare quel conflitto per nascondere la possibilità stessa del conflitto nella storia, sulla pelle di Peppino.
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09/05/2018
Quaranta anni senza Peppino, quaranta anni sempre con Peppino
Vogliamo, oggi, innanzitutto ricordare mamma Felicia, a cui abbiamo voluto molto bene e che ci ha insegnato valori fondamentali con il suo esempio. Nel quarantesimo anniversario possiamo dire con convinzione: “con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo”.
Sono due anni ricchi di anniversari. Il 16 gennaio del 2017 abbiamo ricordato, a 90 anni dalla nascita, Pio La Torre. Il primo maggio del 2017 abbiamo ricordato settant’anni dalla strage di Portella della Ginestra , primo atto dello stragismo italiano. E sono, lo diciamo con immenso piacere, 40 anni di attività del Centro di documentazione Giuseppe Impastato. Mai dimenticheremo l’opera coraggiosa e straordinaria di Anna Puglisi, Umberto Santino e gli altri compagni. Non dimentichiamo i passi avanti che abbiamo insieme fatto.
Per la Commissione Antimafia, nel 1976, la mafia era ancora “una comune forma di delinquenza organizzata”. E non dimentichiamo che la prima legge antimafia fu varata nel settembre del 1982. Portava le firme di Virginio Rognoni e Pio La Torre. Santino scrive giustamente che gli studi del Centro furono la base per comprendere il “paradigma della complessità”: la mafia come organizzazione e sistema di rapporti, intreccio tra criminalità, accumulazione, potere, codice culturale e consenso sociale.
Con Peppino Impastato nacque l’antimafia sociale. Vi è, nella sua iniziativa, in maniera profetica, alla luce degli accadimenti scabrosi degli ultimi anni, un rigetto dell’antimafia istituzionale, che spesso si limita alla retorica delle fasce tricolori dei sindaci e, a volte, è perfino copertura di un sistema confindustriale di relazioni mafiose. Inoltre, spesso, l’antimafia è un dato emotivo collegato ai grandi delitti. Si parla di legalità in termini retorici e devianti, dimenticando l’illegalità interna ai settori dello Stato.
Non dimentichiamo nemmeno che, su impulso della splendida famiglia di Peppino, dei compagni di Radio Aut, del Centro, Rifondazione Comunista, ben 22 anni dopo l’uccisione di Peppino, è riuscita, con una indagine serrata e scientifica, a far approvare dal Parlamento (unico caso nelle vicende dello stragismo italiano) una relazione che sanciva definitivamente che Peppino non fu un terrorista saltato sulla bomba che stava collocando sui binari, né un suicida ma un compagno che lottava le mafie con una intelligenza tale che per le mafie era divenuto un ingombro, per cui lo uccisero. Apparati dello Stato “depistarono” il raggiungimento della verità che poteva, per l’evidenza delle prove, essere raggiunta subito. Ma gli apparati dello Stato erano (e in parte sono) subalterni ai processi di accumulazioni di capitali delle mafie. Del traffico internazionale di stupefacenti Badalamenti, il boia di Peppino, fu snodo, tramite, fruitore. Egli ebbe, questo è il punto, tanto denaro, tanto potere, tante relazioni politiche ed amministrative.
Il “depistaggio”, come lo abbiamo chiamato per usare il termine che fu adottato dal grande magistrato Caponnetto, non fu, da parte dello Stato, negligenza o inerzia, ma scelta consapevole. Peppino sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un “sistema di relazioni” tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti. Una specie di “pacifica convivenza” per un tranquillo controllo del territorio. In questo contesto, il “depistaggio” aveva preso forma, quasi con naturalezza, a Cinisi, in una notte di maggio del 1978. Fu una sorta di grammatica eversiva contro la Costituzione, contro lo Stato di diritto, paradigma della connessione tra mafie, politica, economia, controllo del territorio.
Per questo non ci stancheremo mai di ricordare Peppino. Non come un’icona da venerare, ma per la attualità della sua antimafia sociale. Peppino fu un precursore. Anche per le metafore, il sarcasmo, l’uso corrosivo della satira come critica del potere. Le sue trasmissioni su Radio Aut sono esemplari ancora oggi.
Peppino, come ci ricorda spesso Santino, “è stato un militante della Nuova Sinistra, un organizzatore di lotte studentesche e contadine, da Lotta Continua alla candidatura con Democrazia Proletaria, in polemica aspra con il PCI del compromesso storico”. Peppino fu, in definitiva, un precursore, quando iniziava la globalizzazione liberista, del movimento altermondialista, lottando a mani nude contro le mafie internazionali. Per un altro mondo possibile. E se Peppino è divenuto per tanti ragazzi e ragazze di oggi, punto di riferimento per un mondo migliore da costruire, lo si deve anche all’infaticabile lavoro compiuto nella “Casa Memoria, Peppino e Felicia Impastato” che Giovanni Impastato, insieme a tanti altri e altre compagni, hanno mantenuto come spazio aperto.
Arrivano ancora oggi da ogni parte d’Italia e anche d’Europa a visitare questo che invece di divenire museo è spazio sociale, sfogliano i giornali d’epoca, guardano i manifesti e discutono dei problemi e delle speranze passate e presenti. Luogo di dibattito politico che nella propria indipendenza in cui tante compagne e compagni hanno affrontato le nuove forme dello sfruttamento, il razzismo, le violenze dello Stato e di quella complice criminalità che non ha mai smesso di colpire. Un centro propulsore di esperienza e di lotta che va sostenuto e preservato, in cui oggi 9 maggio ci ritroveremo in tanti per manifestare oggi come allora da che parte stare. Ma che deve restare sempre più luogo di memoria vivente e continua, di elaborazione di prospettiva politica e di alternatività sociale al neo liberismo. Giovanni Impastato ha scelto durante l’ultima campagna elettorale di essere al nostro fianco con Potere al Popolo. Una scelta che ci carica di responsabilità e che ci ricorda come il legame fra quella lontana notte a Cinisi e questo presente tanto duro da affrontare non si sia mai interrotto. Un presente ed un futuro da cambiare insieme.
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22/04/2018
Stato-mafia. Il Generale Subranni e l’omicidio di Peppino Impastato
Tra i condannati “eccellenti” per la trattativa Stato-mafia ci sono diversi personaggi che meritano un’attenzione meno distratta di quella riservatagli dai media di regime. I quali, va sottolineato, si concentrano sempre sugli aspetti “politicistici” delle vicende giudiziarie (chi ci guadagna e chi ci perde, tra i nomi di spicco della “politica”), mentre evitano con grande cura di mettere sotto i riflettori i vertici dello Stato reale – gli apparati che restano al di là del contino fluire dei ministri, quello che oggi si ama definire deep state.
A uscire svergognata dalla sentenza, infatti, è l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo speciale, unico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipendente funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.
Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.
Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.
L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chiamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.
Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.
Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto... la mafia.
Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.
L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.
Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi qui.
Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).
Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.
Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.
http://www.centroimpastato.com/il-processo-impastato/
In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.
Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.
Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.
Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.
Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?
Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.
Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.
A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
125/2000 Palermo 19/12/2000
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A uscire svergognata dalla sentenza, infatti, è l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo speciale, unico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipendente funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.
Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.
Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.
L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chiamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.
Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.
Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto... la mafia.
Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.
L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.
Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi qui.
Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).
Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.
Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.
http://www.centroimpastato.com/il-processo-impastato/
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Su un’intervista al generale Subranni sul delitto Impastato
In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.
Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.
Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.
Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.
Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?
Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.
Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.
A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
125/2000 Palermo 19/12/2000
Fonte
18/05/2013
Impastato-Saviano, la truffa continua
Perché Roberto Saviano insiste nel non ammettere che s'è inventato una
telefonata? Perché il ruolo che gli è stato conferito -
papa-imprenditore dell'antimafia statuale - non sopporta alcuna messa in
dubbio.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato, risponde a Roberto Saviano che in un intervento postato sulla sua bacheca di facebook (che potete leggere qui) è tornato sull’episodio della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla signora Felicia Bartolotta-Impastato, madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato».
La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario verrebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, si troverebbe scacciato dal pantheon al quale si è (o è stato) iscritto d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe legittimato rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino Impastato.
Soprattutto, la figura di Peppino continuerebbe a rappresentare un'idea di "società non mafiosa", dotata di ideali e programmi sociali radicalmente diversi dal monolite liberista di cui è testimonial Saviano. Nulla di positivo deve restar fuori dall'ideologia poliziottesca con cui Saviano è stato chiamato a descrivere il mondo. "O si sta con lui, o si è con la mafia". Schema rigido, un po' fesso, che non può reggere la prova del reale. Ma ci provano.
Lo si è compreso bene fin dal momento della presentazione - pronubo Fabio Fazio, come al solito - in cui lo stesso Saviano accreditava un'intenzione addirittura "marxista" all'interno del suo ultimo lavoro; quello in cui i ringraziamenti alle polizie mondiali occupano un'intera pagina. Hai visto mai che ne dimenticava qualcuna e poi quella gli chiudeva qualche archivio...
Capite allora che se alla fine diventa legittimo dubitare dell’esistenza di quella telefonata, Robertino si ritova davvero nella merda. Di quella grossa.
*****
Scrive Umbero Santino del Centro Impastato a proposito delle ultime esternazioni di Saviano mi limito ad alcune precisazioni:
1. Saviano ribadisce che il film “I cento passi” “aveva giocato un ruolo essenziale, perché l’Autorità giudiziaria desse una risposta definitiva su un caso che ormai ciascuno sentiva vicino. Un film aveva avuto il merito di creare un’urgenza sociale. Un’urgenza giudiziaria”.
Abbiamo già detto che il processo a Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999, quello a Gaetano Badalamenti nel gennaio del 2000, il film è andato nelle sale cinematografiche nel settembre del 2000. La Commissione parlamentare antimafia ha costituito il Comitato per indagare sul depistaggio delle indagini per il delitto Impastato nell’ottobre del 1998. Abbiamo pubblicato la relazione nel volume Peppino Impastato, anatomia di un depistaggio, di cui nel 2012 è uscita una nuova edizione. Il film non ha avuto, né poteva avere, nessuna influenza sulla vicenda giudiziaria. Dell’impegno dei familiari, dei compagni di Peppino e del Centro Impastato per la riapertura dell’inchiesta, ben prima del film, aveva parlato il giornalista Francesco Lalicata, durante l’incontro dell’agosto 2009 presso la pizzeria di Giovanni Impastato.
2. Il Centro avrebbe “intimato” a Fazio di ospitare Giovanni Impastato nelle sue trasmissioni, e avrebbe voluto “estorcere… favori di promozione televisiva”. Ci siamo limitati a chiedere la partecipazione di Giovanni per parlare dell’impegno dei familiari, dei compagni di militanza e del Centro per salvare la memoria di Peppino Impastato e per ottenere giustizia. Non aspiravamo, né aspiriamo, a nessuna “promozione televisiva”. Ci basta sapere che abbiamo svolto il nostro lavoro con pieno impegno, anche quando siamo stati isolati da tanti che credevano che Peppino fosse un terrorista e un suicida.
3. Sulla telefonata di Felicia, madre di Peppino, Giovanni e la moglie Felicia hanno dichiarato che quella telefonata non c’è stata. Le loro dichiarazioni hanno avuto un peso decisivo nell’archiviazione della querela. Ora Saviano parla di una ragazza che aveva letto i suoi articoli “e ne aveva parlato alla signora Felicia, incontrandola a Cinisi” e “le aveva passato me al telefono”. Una versione che compare solo ora e che, in ogni caso, è ben diversa da quanto affermato nel libro La bellezza e l’inferno, alla pagina 124: “Un pomeriggio, in pieno agosto, mi arrivò una telefonata…”. Abbiamo parlato della telefonata solo dopo la pubblicazione del libro, poiché prima non ne avevamo notizia.
4. Sui commenti sulla nostra iniziativa mi limito a osservare che squallido è non riconoscere di aver detto cose inesatte e non vere, e non chiedere di ristabilire la verità«.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
Fonte
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato, risponde a Roberto Saviano che in un intervento postato sulla sua bacheca di facebook (che potete leggere qui) è tornato sull’episodio della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla signora Felicia Bartolotta-Impastato, madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato».
La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario verrebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, si troverebbe scacciato dal pantheon al quale si è (o è stato) iscritto d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe legittimato rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino Impastato.
Soprattutto, la figura di Peppino continuerebbe a rappresentare un'idea di "società non mafiosa", dotata di ideali e programmi sociali radicalmente diversi dal monolite liberista di cui è testimonial Saviano. Nulla di positivo deve restar fuori dall'ideologia poliziottesca con cui Saviano è stato chiamato a descrivere il mondo. "O si sta con lui, o si è con la mafia". Schema rigido, un po' fesso, che non può reggere la prova del reale. Ma ci provano.
Lo si è compreso bene fin dal momento della presentazione - pronubo Fabio Fazio, come al solito - in cui lo stesso Saviano accreditava un'intenzione addirittura "marxista" all'interno del suo ultimo lavoro; quello in cui i ringraziamenti alle polizie mondiali occupano un'intera pagina. Hai visto mai che ne dimenticava qualcuna e poi quella gli chiudeva qualche archivio...
Capite allora che se alla fine diventa legittimo dubitare dell’esistenza di quella telefonata, Robertino si ritova davvero nella merda. Di quella grossa.
*****
Scrive Umbero Santino del Centro Impastato a proposito delle ultime esternazioni di Saviano mi limito ad alcune precisazioni:
1. Saviano ribadisce che il film “I cento passi” “aveva giocato un ruolo essenziale, perché l’Autorità giudiziaria desse una risposta definitiva su un caso che ormai ciascuno sentiva vicino. Un film aveva avuto il merito di creare un’urgenza sociale. Un’urgenza giudiziaria”.
Abbiamo già detto che il processo a Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999, quello a Gaetano Badalamenti nel gennaio del 2000, il film è andato nelle sale cinematografiche nel settembre del 2000. La Commissione parlamentare antimafia ha costituito il Comitato per indagare sul depistaggio delle indagini per il delitto Impastato nell’ottobre del 1998. Abbiamo pubblicato la relazione nel volume Peppino Impastato, anatomia di un depistaggio, di cui nel 2012 è uscita una nuova edizione. Il film non ha avuto, né poteva avere, nessuna influenza sulla vicenda giudiziaria. Dell’impegno dei familiari, dei compagni di Peppino e del Centro Impastato per la riapertura dell’inchiesta, ben prima del film, aveva parlato il giornalista Francesco Lalicata, durante l’incontro dell’agosto 2009 presso la pizzeria di Giovanni Impastato.
2. Il Centro avrebbe “intimato” a Fazio di ospitare Giovanni Impastato nelle sue trasmissioni, e avrebbe voluto “estorcere… favori di promozione televisiva”. Ci siamo limitati a chiedere la partecipazione di Giovanni per parlare dell’impegno dei familiari, dei compagni di militanza e del Centro per salvare la memoria di Peppino Impastato e per ottenere giustizia. Non aspiravamo, né aspiriamo, a nessuna “promozione televisiva”. Ci basta sapere che abbiamo svolto il nostro lavoro con pieno impegno, anche quando siamo stati isolati da tanti che credevano che Peppino fosse un terrorista e un suicida.
3. Sulla telefonata di Felicia, madre di Peppino, Giovanni e la moglie Felicia hanno dichiarato che quella telefonata non c’è stata. Le loro dichiarazioni hanno avuto un peso decisivo nell’archiviazione della querela. Ora Saviano parla di una ragazza che aveva letto i suoi articoli “e ne aveva parlato alla signora Felicia, incontrandola a Cinisi” e “le aveva passato me al telefono”. Una versione che compare solo ora e che, in ogni caso, è ben diversa da quanto affermato nel libro La bellezza e l’inferno, alla pagina 124: “Un pomeriggio, in pieno agosto, mi arrivò una telefonata…”. Abbiamo parlato della telefonata solo dopo la pubblicazione del libro, poiché prima non ne avevamo notizia.
4. Sui commenti sulla nostra iniziativa mi limito a osservare che squallido è non riconoscere di aver detto cose inesatte e non vere, e non chiedere di ristabilire la verità«.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
Fonte
14/05/2013
Saviano perde la causa con Persichetti. Il diritto di critica vince sul moralismo
Qualche volta la ragione
vince anche in tribunale. E Saviano ha perso la causa con Paolo
Persichetti, autore di un articolo su Liberazione che proprio non era
piaciuto all'"Autore anticamorra": infatti diceva la verità.
Una verità certamente sgradita a chi della "verità del potere" ha fatto un mestiere molto redditizio. Cosa diceva quell'articolo? Quasi nulla, se non che a Saviano (quante volte, figliolo?) capita di inventarsi fatti, aneddoti, episodi purché siano utili a ingigantire la propria "credibilità missionaria". Ma un crociato delle polizie del mondo beccato a raccontare balle non ci fa mai una buona figura...
Ma Saviano non agisce così (solo) per vanagloria personale. Il suo ruolo è abbastanza evidente ormai: la sua "narrazione" deve inglobare tutto il positivo possibile (come la battaglia antimafia di Peppino Impastato, appunto, condotta però in tutt'altro modo e su tutt'altre basi ideali e politiche) in un unico impasto di legittimazione assoluta dell'ordine esistente. Un vero e proprio ideologo del potere per cui tutto ciò che resta fuori, se non proprio "il male", è comunque "complicità con il male".
Uno spaventare il pubblico per farlo accorrere tra le braccia dell'"autorità"...
******
Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Robberto? Sono la signora Impastato!”
A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua.
Quello che riportiamo sopra è un passo di un articolo, successivamente pubblicato nel libro La bellezza e l’inferno, scritto da Roberto Saviano in occasione della morte della mamma di Peppino Impastato, Felicia. Tuttavia la telefonata, di cui Saviano riporta la conversazione, per Felicia Vitale, moglie di Giovanni, fratello di Peppino, e nuora di Felicia Impastato, non è mai avvenuta.
Proprio ieri, in occasione dell’anniversario della morte del militante di Democrazia proletaria, il sito baruda.net ha pubblicato una dichiarazione, datata 14 novembre 2012, depositata agli atti del procedimento penale scaturito dalla querela di Saviano contro Paolo Persichetti, nel quale si legge:
Questa dichiarazione va contestualizzata in una vicenda singolare.
Paolo Persichetti, giornalista ed ex br, scrisse due articoli su Liberazione, pubblicati tre anni fa, che non furono graditi all’autore di Gomorra.
Dagli articoli di Persichetti emergono due fatti di rilevanza giornalistica.
Il primo è inerente alla notizia della diffida inviata all’editore Einaudi da parte di Umberto Santino, Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”. In essa si lamentavano gravi inesattezze storiche e superficialità presenti nel volume di Saviano, La parola contro la camorra, riguardanti la ricostruzione della vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio di Impastato avvenuto su ordine del boss Tano Badalamenti. In alcuni passaggi del libro, infatti, si avvalora l’idea che il merito di aver fatto cadere il muro dell’omertà sulla tragica vicenda di Peppino debba essere interamente attribuito al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, omettendo così il ruolo giocato dai familiari e dal Centro Impastato.
Il secondo fatto di rilievo, riportato da Persichetti, è stato il parere di Santino proprio sulla vicenda della telefonata, che, dopo delle verifiche, ha dichiarato non essere mai avvenuta.
Saviano ha giudicato gli articoli usciti su Liberazione diffamatori, e non ha nemmeno gradito i commenti del giornalista alla sua performance nella trasmissione Vieni Via Con Me. Per questo ha scelto di querelare Persichetti il 12 gennaio 2011.
Dopo la richiesta di archiviazione, il 15 gennaio 2013, lo scrittore napoletano ha deciso di presentarsi in tribunale e di rilasciare una dichiarazione spontanea nella quale descrive gli articoli di Persichetti come:
Ma queste parole non sono bastate affinché la vicenda avesse un buon esito per Saviano. Il Gip, Barbara Càllari gli ha dato torto, stabilendo nell’ordinanza che:
a)”La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata“.
b) Sulla vicenda della telefonata “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti“.
c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con me “non trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica“.
Ci abbiamo tenuto a presentare questa vicenda perché non ha avuto la giusta rilevanza nel circuito dell’informazione, mentre gli articoli e perfino i tweet e gli aggiornamenti su Facebook di Saviano ne hanno quotidianamente.
Non vogliamo, infine, proporre una riflessione sul “savianesimo” connesso a logiche mediatiche e spettacolari. Piuttosto ci teniamo a rimarcare un aspetto legato anche alla vicenda della querela a Persichetti.
Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuvere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto.
Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo.
Fonte
Una verità certamente sgradita a chi della "verità del potere" ha fatto un mestiere molto redditizio. Cosa diceva quell'articolo? Quasi nulla, se non che a Saviano (quante volte, figliolo?) capita di inventarsi fatti, aneddoti, episodi purché siano utili a ingigantire la propria "credibilità missionaria". Ma un crociato delle polizie del mondo beccato a raccontare balle non ci fa mai una buona figura...
Ma Saviano non agisce così (solo) per vanagloria personale. Il suo ruolo è abbastanza evidente ormai: la sua "narrazione" deve inglobare tutto il positivo possibile (come la battaglia antimafia di Peppino Impastato, appunto, condotta però in tutt'altro modo e su tutt'altre basi ideali e politiche) in un unico impasto di legittimazione assoluta dell'ordine esistente. Un vero e proprio ideologo del potere per cui tutto ciò che resta fuori, se non proprio "il male", è comunque "complicità con il male".
Uno spaventare il pubblico per farlo accorrere tra le braccia dell'"autorità"...
******
Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Robberto? Sono la signora Impastato!”
A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua.
Quello che riportiamo sopra è un passo di un articolo, successivamente pubblicato nel libro La bellezza e l’inferno, scritto da Roberto Saviano in occasione della morte della mamma di Peppino Impastato, Felicia. Tuttavia la telefonata, di cui Saviano riporta la conversazione, per Felicia Vitale, moglie di Giovanni, fratello di Peppino, e nuora di Felicia Impastato, non è mai avvenuta.
Proprio ieri, in occasione dell’anniversario della morte del militante di Democrazia proletaria, il sito baruda.net ha pubblicato una dichiarazione, datata 14 novembre 2012, depositata agli atti del procedimento penale scaturito dalla querela di Saviano contro Paolo Persichetti, nel quale si legge:
La
madre di Peppino non aveva il telefono e faceva le telefonate tramite
me. Non mi risulta che abbia telefonato a Roberto Saviano. Faccio notare
che mia suocera è morta nel 2004 e il libro Gomorra è uscito nel 2006.
Questa dichiarazione va contestualizzata in una vicenda singolare.
Paolo Persichetti, giornalista ed ex br, scrisse due articoli su Liberazione, pubblicati tre anni fa, che non furono graditi all’autore di Gomorra.
Dagli articoli di Persichetti emergono due fatti di rilevanza giornalistica.
Il primo è inerente alla notizia della diffida inviata all’editore Einaudi da parte di Umberto Santino, Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”. In essa si lamentavano gravi inesattezze storiche e superficialità presenti nel volume di Saviano, La parola contro la camorra, riguardanti la ricostruzione della vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio di Impastato avvenuto su ordine del boss Tano Badalamenti. In alcuni passaggi del libro, infatti, si avvalora l’idea che il merito di aver fatto cadere il muro dell’omertà sulla tragica vicenda di Peppino debba essere interamente attribuito al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, omettendo così il ruolo giocato dai familiari e dal Centro Impastato.
Il secondo fatto di rilievo, riportato da Persichetti, è stato il parere di Santino proprio sulla vicenda della telefonata, che, dopo delle verifiche, ha dichiarato non essere mai avvenuta.
Saviano ha giudicato gli articoli usciti su Liberazione diffamatori, e non ha nemmeno gradito i commenti del giornalista alla sua performance nella trasmissione Vieni Via Con Me. Per questo ha scelto di querelare Persichetti il 12 gennaio 2011.
Dopo la richiesta di archiviazione, il 15 gennaio 2013, lo scrittore napoletano ha deciso di presentarsi in tribunale e di rilasciare una dichiarazione spontanea nella quale descrive gli articoli di Persichetti come:
un attacco teso a svilire il mio stesso impegno sociale e civile
Ma queste parole non sono bastate affinché la vicenda avesse un buon esito per Saviano. Il Gip, Barbara Càllari gli ha dato torto, stabilendo nell’ordinanza che:
a)”La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata“.
b) Sulla vicenda della telefonata “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti“.
c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con me “non trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica“.
Ci abbiamo tenuto a presentare questa vicenda perché non ha avuto la giusta rilevanza nel circuito dell’informazione, mentre gli articoli e perfino i tweet e gli aggiornamenti su Facebook di Saviano ne hanno quotidianamente.
Non vogliamo, infine, proporre una riflessione sul “savianesimo” connesso a logiche mediatiche e spettacolari. Piuttosto ci teniamo a rimarcare un aspetto legato anche alla vicenda della querela a Persichetti.
Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuvere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto.
Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo.
Fonte
10/05/2013
9 maggio. L'uccisione di Peppino Impastato, 35 anni fa
I nostri anniversari sono inevitabilmente un po' diversi da quelli
ufficiali. Qui ricordiamo una figura di militante in terre - e famiglie -
davvero difficili.
"35 anni fa veniva ammazzato dalla mafia, a Cinisi, Peppino
Impastato, un giovane grande uomo che aveva fatto della lotta senza
quartiere contro le mafie la sua ragione di vita. Non si era
limitato a generiche invettive, ma aveva trasformato il suo microfono,
quello di Radio Aut, in un megafono dal quale ripetere, ogni giorno,
quasi ossessivamente quei nomi e quei fatti che dovevano restare oscuri
ed oscurati, politicamente e mediaticamente".
E' da sottolineare come la mafia abbia cercato di camuffare il suo omicidio come "un incidente sul lavoro" di un "terrorista". Tentativo che non avrebbe avuto senso, senza la complicità dei vertici locali dei carabinieri,
*****
Giuseppe Impastato: l'attività, il delitto, l'inchiesta e il depistaggio, le condanne dei mandanti
Giuseppe Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino "L'Idea socialista" e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo "Musica e cultura", che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1977 fonda "Radio Aut", radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era "Onda pazza", trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.
Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Impastato.
Forze dell'ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima. In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scrive: "Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore". La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l'attentatore era un suicida.
I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell'attentatore, vengono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dica che l'esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave.
Sui muri di Cinisi un manifesto dice che si tratta di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: "Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia".
Al funerale partecipano circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini.
L'11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Impastato, assieme ad altri presenta un esposto alla Procura in cui si sostiene che Peppino è stato assassinato. La mattina dello stesso giorno si svolge un'assemblea alla Facoltà di Architettura dell'Università di Palermo, con l'intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smonta la tesi dell'attentato e del suicidio.
Nel pomeriggio dell'11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto.
In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito. Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini.
Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell'omicidio.
Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.
Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese.
Nel maggio del 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza Connection. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: "Prima di uccidere Peppino devono uccidere me". Muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale che potrebbe essere stato un omicidio camuffato. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.
Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l'archiviazione del "caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei "corleonesi". Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto.
Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell'udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino. Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, è stata assegnata all'Associazione Casa Memoria "Felicia e Peppino Impastato" e all'Associazione "Peppino Impastato". Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio. Nell'aprile del 2012 esce una nuova edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio.
Bibliografia su Giuseppe Impastato
Felicia Bartolotta Impastato, con Anna Puglisi e Umberto Santino, La mafia in casa mia, La Luna, Palermo 1986, 2000, 2003.
Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, 2002, 2008.
Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il depistaggio. Atti relativi all'omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998.
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006, Editori Riuniti University Press, Roma 2012.
Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, a cura di Umberto Santino, Centro Impastato, Palermo 2002-2008.
Anna Puglisi - Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato, Palermo 2005, 2007.
Umberto Santino (a cura di), Chi ha ucciso Peppino Impastato. Le sentenze di condanna dei mandanti del delitto, Centro Impastato, Palermo 2008.
Centro Impastato, Mostra fotografica Peppino Impastato. Ricordare per continuare. Cartella catalogo, Palermo 2006.
Guido Orlando e Salvo Vitale (a cura di), Onda pazza + DVD, Stampa Alternativa, Viterbo 2008.
Peppino Impastato e i suoi compagni, Radio Aut. Materiali di un'esperienza di controinformazione, Edizioni Alegre, Roma 2008.
Onda pazza 2 su Terrasini + CD, Stampa Alternativa, Viterbo 2010.
Giovanni Impastato con Franco Vassia, Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato, prefazione di Umberto Santino, Stampa Alternativa, Viterbo 2009.
CD Amore non ne avremo. 26 canzoni per Peppino Impastato, Centro Impastato, il manifesto, Roma 2008.
la biografia, dal Centro Peppino Impastato
Fonte
E' da sottolineare come la mafia abbia cercato di camuffare il suo omicidio come "un incidente sul lavoro" di un "terrorista". Tentativo che non avrebbe avuto senso, senza la complicità dei vertici locali dei carabinieri,
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Giuseppe Impastato: l'attività, il delitto, l'inchiesta e il depistaggio, le condanne dei mandanti
Giuseppe Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino "L'Idea socialista" e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo "Musica e cultura", che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1977 fonda "Radio Aut", radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era "Onda pazza", trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.
Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Impastato.
Forze dell'ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima. In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scrive: "Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore". La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l'attentatore era un suicida.
I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell'attentatore, vengono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dica che l'esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave.
Sui muri di Cinisi un manifesto dice che si tratta di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: "Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia".
Al funerale partecipano circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini.
L'11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Impastato, assieme ad altri presenta un esposto alla Procura in cui si sostiene che Peppino è stato assassinato. La mattina dello stesso giorno si svolge un'assemblea alla Facoltà di Architettura dell'Università di Palermo, con l'intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smonta la tesi dell'attentato e del suicidio.
Nel pomeriggio dell'11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto.
In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito. Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini.
Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell'omicidio.
Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.
Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese.
Nel maggio del 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza Connection. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: "Prima di uccidere Peppino devono uccidere me". Muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale che potrebbe essere stato un omicidio camuffato. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.
Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l'archiviazione del "caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei "corleonesi". Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto.
Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell'udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino. Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, è stata assegnata all'Associazione Casa Memoria "Felicia e Peppino Impastato" e all'Associazione "Peppino Impastato". Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio. Nell'aprile del 2012 esce una nuova edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio.
Bibliografia su Giuseppe Impastato
Felicia Bartolotta Impastato, con Anna Puglisi e Umberto Santino, La mafia in casa mia, La Luna, Palermo 1986, 2000, 2003.
Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, 2002, 2008.
Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il depistaggio. Atti relativi all'omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998.
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006, Editori Riuniti University Press, Roma 2012.
Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, a cura di Umberto Santino, Centro Impastato, Palermo 2002-2008.
Anna Puglisi - Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato, Palermo 2005, 2007.
Umberto Santino (a cura di), Chi ha ucciso Peppino Impastato. Le sentenze di condanna dei mandanti del delitto, Centro Impastato, Palermo 2008.
Centro Impastato, Mostra fotografica Peppino Impastato. Ricordare per continuare. Cartella catalogo, Palermo 2006.
Guido Orlando e Salvo Vitale (a cura di), Onda pazza + DVD, Stampa Alternativa, Viterbo 2008.
Peppino Impastato e i suoi compagni, Radio Aut. Materiali di un'esperienza di controinformazione, Edizioni Alegre, Roma 2008.
Onda pazza 2 su Terrasini + CD, Stampa Alternativa, Viterbo 2010.
Giovanni Impastato con Franco Vassia, Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato, prefazione di Umberto Santino, Stampa Alternativa, Viterbo 2009.
CD Amore non ne avremo. 26 canzoni per Peppino Impastato, Centro Impastato, il manifesto, Roma 2008.
la biografia, dal Centro Peppino Impastato
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