Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/04/2018

Stato-mafia. Il Generale Subranni e l’omicidio di Peppino Impastato

Tra i condannati “eccellenti” per la trattativa Stato-mafia ci sono diversi personaggi che meritano un’attenzione meno distratta di quella riservatagli dai media di regime. I quali, va sottolineato, si concentrano sempre sugli aspetti “politicistici” delle vicende giudiziarie (chi ci guadagna e chi ci perde, tra i nomi di spicco della “politica”), mentre evitano con grande cura di mettere sotto i riflettori i vertici dello Stato reale – gli apparati che restano al di là del contino fluire dei ministri, quello che oggi si ama definire deep state.

A uscire svergognata dalla sentenza, infatti, è l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo speciale, unico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipendente funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.

Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.

Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.

L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chiamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.

Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.

Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto... la mafia.

Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.

L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.

Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi qui.

Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).

Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.

Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.

http://www.centroimpastato.com/il-processo-impastato/

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Su un’intervista al generale Subranni sul delitto Impastato

In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.

Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.

Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.

Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.

Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?

Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.

Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.

A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

125/2000 Palermo 19/12/2000

Fonte

07/11/2014

Trattativa Stato-mafia. La prima fase, quella delle bombe (quarta puntata)


Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, una parte delle famiglie di Cosa Nostra decide di rompere gli indugi. Nel 1992 i suoi interlocutori politici di sempre si stanno disgregando, le garanzie dentro la magistratura si affievoliscono e la struttura del businness viene “sollecitata” dai nuovi processi che avvengono nell’economia del paese, dell’Europa e del mondo. Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.

In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992. Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi - Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza - che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi. Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.

Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?” dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia. Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l'artificiere dell'attentato di Capaci è un esperro di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi "saliti al Nord".

E’ dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone. Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993). Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa. Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era "un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.

La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.

Il processo in corso a Palermo, sta affrontando sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.

Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra.  Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”.  Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all'apertura del processo d'appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Scarpinato ha chiesto la riapertura dell'istruzione dibattimentale e l'acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache». Tra i nuovi episodi contestati dall'accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell'acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all'obbligo di lealtà» nei confronti dell'autorità giudiziaria. Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».

Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba. C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario». C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.

Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.

Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali. Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi  pubblici”.  E’ una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente. (fine quarta parte)

Sulla trattativa Stato-mafia, vedi le puntate precedenti:

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Fonte

26/09/2014


Stiamo vivendo in un paese devastato, in cui "la fermezza" vale come repressione solo dei più deboli o degli oppositori politici. Come dimostrano i casi di Nunzio, Luca, Paolo, "i quattro" della Val Susa, ecc. E' questo il primo pensiero che dovrebbe venire in testa ai fautori - un tantinello ottusi - della "legalità" come unico criterio di valutazione della decisione e partecipazione politica. Almeno quando si trovano davanti a una notizia di questo tipo:
Sono state trovate “nuove prove” a carico del generale Mario Mori, presentate dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato all'apertura del processo d'appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel ‘95. Scarpinato ha chiesto la riapertura dell'istruzione dibattimentale e l'acquisizione di numerosi documenti, compresi alcuni atti "classificati" dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su diversi episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative poco chiare.
Tra le circostanze contestate dall'accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì l'arresto a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per "finalità occulte", e per "disattendere doveri istituzionali” in qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, venendo meno "all'obbligo di lealtà" nei confronti dell'autorità giudiziaria. Nel corso del processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro, Mauro Obinu, sono stati assolti "perché il fatto non costituisce reato".
Naturalmente non entriamo nel merito degli atti di un processo complicatissimo, di cui ignoriamo molto (come tutti quelli che credono di farsene un'idea "tifando" per una o l'altra parte).

Constatiamo che sul banco degli imputati c'è un generale dei carabinieri ritenuto dal suo comando "uomo degno di fiducia" e del mantenimento di un comando importante per molti anni. Uno di quei personaggi al quale i cultori della "legalità" affiderebbero ad occhi chiusi le chiavi della politica e delle istituzioni.

Non ci metteremo qui a disquisire sulla differenza tra "legalità" e "giustizia", che impegna da qualche millennio le migliori menti del genere umano. Ci limiteremo a ricordare che "legalità" è un concetto che designa semplicemente "la legge che esiste in questo momento", che magari è la più infame del pianeta (do you remember le leggi razziali? erano leggi regolarmente votate da un Parlamento a disposizione di un governo, come quello in vigore grazie al "porcellum" e ancor più se verrà approvato l'"Italicum"). Una realtà labile, in perenne trasformazione, cui si è vincolati "per legge" ma che è mutabile in ogni momento. Non un totem, non "le tavole della legge".

Soprattutto, ci limitiamo ad osservare che i "custodi della legge" - magistrati, polizie, carabinieri, ecc. - sono uomini come gli altri. Ambiziosi, o solo avidi; quindi corruttibili, comprabili, come tutti gli altri. Non esiste "garanzia" che affidando a un gendarme il potere di decidere cosa si può fare e cosa no si faccia una scelta saggia, "equa", uguale per tutti. Lo si vede negli Stati Uniti tutti i giorni, a Ferguson come a Los Angeles. E in Italia, ogni giorno.

Non c'è modo di delegare la giustizia. Quando lo si fa, si diventa schiavi.

Fonte