Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/11/2025

Cile - Presidenziali, scenario grigio

Oggi, 16 novembre, si vota in Cile. Il voto è obbligatorio dal 2021 (non per i residenti all’estero) e perciò in questa tornata elettorale per la prima volta saranno chiamati a votare tutti gli aventi diritto. Questo elemento di novità fa credere a qualche analista politico che ci potrebbe essere qualche sorpresa nei risultati.

Oltre alle presidenziali ci saranno anche le elezioni parlamentari di Senato e Camera. Sembra che in Cile non ci sia un grande entusiasmo e dibattito di strada su queste elezioni nella popolazione non militante in qualche partito.

I candidati presidenziali sono otto – inizialmente erano addirittura oltre 100 – a dare la misura di quanto enorme sia la sfiducia della popolazione nell’attuale ventaglio di rappresentanza politica disponibile e ufficializzata a destra e “sinistra”.

Mentre i partiti al governo hanno realizzato delle loro primarie per esprimere un candidato unico, le destre non lo hanno fatto e si presentano con propri candidati separatamente. Probabilmente nel ballottaggio del 14 dicembre convergeranno sul candidato che, presumibilmente, si troverà a fronteggiare Jeannette Jara, candidata governativa.

Eduardo Artés, Franco Parisi, Marco Enríquez-Ominami, Johannes Kaiser, José Antonio Kast, Evelyn Matthei, Harold Mayne-Nicholls e Jeannette Jara sono i nomi degli otto candidati.

Leggendo questi nomi, c’è ben poco da appassionarsi e tifare con convinzione per qualcuno.

Eduardo Artés. Escludiamolo purtroppo fin da subito perché, in quanto candidato realmente alternativo al sistema politico e neoliberista vigente in Cile dall’11 settembre 1973, non ha alcuna possibilità di elezione, pur avendo raccolto le firme necessarie per la presentazione della candidatura. È il segretario generale del “Partido Comunista Chileno de Acción Proletaria” da lui fondato. Di famiglia contadina di origine italiana, ex militante spartachista del PCR, ha una lunga traiettoria militante rivoluzionaria che richiederebbe un capitolo a parte, ben al di là delle elezioni di cui stiamo parlando.

Le altre figure sono tutte comunque (con qualche differenza) in continuità con il sistema socioeconomico neoliberista che dall’esperimento cileno si è diffuso in tutto il globo dagli anni ‘70/’80. Una breve presentazione per ciascuno di loro:

Franco Parisi. Si era già presentato alle precedenti presidenziali del 2013 e del 2021, è del sedicente “Partito della Gente” e vive in Alabama (USA). Niente altro da aggiungere.

Marco Enríquez-Ominami. Si presenta come indipendente, ma ha ben poco ha in comune con il suo padre biologico Miguel Enríquez, fondatore del MIR cileno, e molto di più con il padre adottivo che è stato, tra l’altro, coordinatore assistente del programma economico della Concertación, caratterizzatasi da subito per la continuità e, soprattutto, l’implementazione al rialzo, del sistema neoliberista inaugurato da Pinochet.

Johannes Kaiser. Prima militante della UDI (Union Democratica Independiente) e poi del Partito Repubblicano, entrambi di estrema destra. Fonda nel 2024 il “Partito Nazionale Libertario”. Si era anche lui già presentato alle presidenziali del 2021. Come si evince anche dal nome che ha dato al suo nuovo partito, è piuttosto vicino sia ideologicamente che personalmente al presidente argentino Milei. Personaggio decisamente di estrema destra per le politiche sul porto d'armi, l’immigrazione, esplicitamente disposto ad appoggiare un nuovo golpe in caso di vittoria delle sinistre, fautore della libertà ai militari torturatori del regime di Pinochet, mette persino in discussione il voto alle donne. 

José Antonio Kast. Fondatore di Acción Republicana che poi fa diventare “Partido Repubblicano” (di estrema destra, ultraconservatore, pinochetista). Rivendica vicinanza a Guzman, ideologo del regime di Pinochet. Più vicino a Bolsonaro che a Milei. Ammiratore di Giorgia Meloni (che l’ha ricevuto a settembre), specie sulle politiche migratorie e di sicurezza. Figlio di un membro del Partito nazista. La sua famiglia ha partecipato attivamente nella dittatura di Pinochet. Dal 2021 i sondaggi per lui sono migliorati. Gli evangelici lo appoggiano. È legato alle Forze Armate. Ha forti capacità di mobilitare e polarizzare. È stato l’alternativa al ballottaggio nell’ultima elezione presidenziale, in cui ha vinto Boric.

Evelyn Matthei. Suo padre era nella Junta Militar di Pinochet. Sostenitrice del pinochettismo e dell’inevitabilità delle stragi di quel periodo, in cui, sempre a suo dire, ci sarebbe stata una “guerra civile” e non una dittatura sanguinaria. È stata nella UDI e poi nel Partido Repubblicano, entrambi di estrema destra. Con la coalizione di questi due partiti si è presentata al ballottaggio nel 2013, venendo sconfitta da Michel Bachelet. In queste elezioni si gioca la carta di “persona con esperienza di governo”, sia nazionale (ex ministra del lavoro e della previdenza sociale nel governo di Piñera) che locale (ex sindaco di Providencia). Si presenta con la coalizione di destra “Chile Vamos”.

Harold Mayne-Nicholls. Giornalista sportivo. Ex calciatore ed ex dirigente calcistico. Nel 2011 ha creato la Fondazione Ganamos Todos, dedicata alla promozione dello sport e dell’attività fisica. Nelle dichiarazioni di campagna elettorale, chiede i voti di quelli che sono incerti tra gli estremi e si presenta come un “cittadino comune” che non ha bisogno di guardaspalle. Un po’ limitato come programma politico... 

E veniamo ora a colei che sembrerebbe la favorita del primo turno, ma non del secondo, che inevitabilmente ci sarà.

Jeannette Jara. Candidata ufficiale della coalizione dell’attuale governo. Membro del Partito Comunista (che è nel governo Boric) col quale ha un rapporto piuttosto ambiguo/conflittuale. Definisce però Cuba e Venezuela delle “dittature”. Come ministro del lavoro nell’attuale governo ha promosso la legge sulle 40 ore, che ha aspetti sia positivi che discutibili.

Essere la candidata ufficiale del governo le comporta molti aspetti negativi. Boric, infatti, è stato una delusione enorme per tutti quelli che l’hanno votato pensando che sarebbe stato il novello Allende. Boric non ha adempito a nessuna delle promesse elettorali, tipo libertà ai prigionieri dell'“estallido social” dell’ottobre 2029, eliminazione delle AFP (pensioni private), non ratifica del TPP11, ha stabilizzato la militarizzazione dell’Araucania invece di trovare soluzione alle rivendicazioni Mapuche (sarà interessante vedere come e se voterà la popolazione Mapuche), solo per citarne qualcuna. 

Per di più, a imbarazzare maggiormente la sua candidata, Boric non ha agito con la dovuta fermezza in un recente scandalo di un suo ministro.

Per questo Jara si è presentata in queste elezioni come critica dell’attuale governo di Boric cercando di prendere le distanze sia da lui che dal partito Comunista, che pure le aveva dato il via libera come candidata silurando Daniel Jadue (che comunque è stato poi escluso dalla partecipazione alle elezioni per sentenza del giudice; lunga e squallida storia di lawfare che merita altro spazio) e assicurandosi i voti della Democrazia Cristiana.

In conclusione, volendo fare un pronostico, lo scenario che si presenta attualmente come il più probabile è che il 16 novembre, salvo grandi sorprese dovute all’ingresso dei nuovi votanti “obbligati”, Jeannette Jara avrà la maggioranza relativa, ma insufficiente per una vittoria al primo turno. Ci sarà perciò il ballottaggio il 14 dicembre nel quale con grande probabilità Jara si confronterà con Kast o Kaiser. E allora sicuramente si ripeterà l’eterno dilemma, che conosciamo molto bene anche alla nostra latitudine: votare il meno peggio.

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21/08/2024

Milei elogia il modello cileno

L’8 agosto, il presidente dell’Argentina, l’esponente dell’ultradestra Javier Milei, nel corso della propria visita in Cile ha elogiato il modello economico che da decenni viene attuato nel nostro Paese.

In questo senso ha dichiarato che “per noi (Argentina) il Cile è stato un chiaro esempio di quello che si deve fare per sostenere lo sviluppo economico nel tempo. Sia per la sua sana relazione tra il pubblico e il privato che per la sua politica economica innegoziabile che è proseguita nonostante i cambiamenti di segno politico (nel Paese)” (El Mercurio; 9-8-2024). Ed ha aggiunto che “questi valori permettono al Cile di annullare il ritardo e avviarsi verso un modello di prosperità. Anche noi (Argentina) abbiamo finalmente cambiato e anche noi crediamo in questi valori” (Ibid.).

Per quanto possa essere clamoroso che questo sincero elogio venga dal presidente più all’estrema destra nel mondo in materia economica a memoria d’uomo, non dovrebbe esserlo così tanto se ricordiamo le numerose apologie che abbiamo ascoltato, da qualche tempo, da parte di rilevanti economisti, imprenditori e politici di destra – nazionali e internazionali – rispetto a quel modello. E specialmente quelle relative ai 20 anni ininterrotti di governi (1990-2010) della nominale alleanza di centro-sinistra (la Concertación de Partidos por la Democracia) che ha svolto un ruolo cruciale nella legittimazione, nel consolidamento e nell’approfondimento di questo modello imposto dalla dittatura di Pinochet. E, ancor di più, quanto realizzato dal “socialista” Ricardo Lagos dopo il suo governo tra il 2000 e il 2006.

Così abbiamo il collega di Milton Friedman nella Scuola di Economia dell’Università di Chicago, Arnold Harberger, il quale dichiarò nel 2007 di essere “stato in Colombia l’estate scorsa per partecipare a una conferenza, e chi ha parlato immediatamente prima di me è stato l’ex presidente Ricardo Lagos. Il suo discorso lo poteva aver fatto un professore di economia del grande periodo dell’Università di Chicago. Lui è economista e ha spiegato le cose con le nostre stesse parole. Il fatto che partiti politici di sinistra abbiano finalmente abbracciato le lezioni della buona scienza economica è una benedizione per il mondo” (El País, España; 14-3-2007).

E in seguito in una visita in Cile nel 2010 – alla fine del primo governo di Michelle Bachelet – disse: “Credo che ci sia stata una grande evoluzione di politica economica in Cile durante il periodo del governo militare, e una volta creata la squadra di Patricio Aylwin con Alejandro Foxley e altri, loro hanno seguito la stessa rotta dei governi precedenti, e questo che io sappia è proseguito fino ad oggi” (El Mercurio; 19-12-2010).

A sua volta, alla fine del governo di Lagos, il presidente della confederazione dei grandi imprenditori cileni, Hernán Somerville, ha dichiarato che “tutti i miei imprenditori lo amano (Lagos), sia nell’APEC (il Forum di Cooperazione Asia-Pacifico) che qui (in Cile) perché veramente hanno per lui una grandissima ammirazione per il suo livello intellettuale superiore e perché si vede largamente avvantaggiato dal fatto che il Paese venga percepito da tutti come un modello” (La Segunda; 14-10-2005). Inoltre l’importante economista e imprenditore César Barros ha definito Lagos il giorno della sua assunzione della carica come “il miglior Presidente di destra di tutti i tempi” (La Tercera; 11-3-2006). A sua volta, il dirigente della ultraconservatrice Unión Demócrata Independiente (UDI), Herman Chadwick, ha dichiarato che “il Presidente Lagos ci ha restituito l’orgoglio di essere cileni” (El Mercurio; 21-3-2006). E il noto imprenditore pinochetista Ricardo Claro ha dichiarato nel 2008 che “Lagos è l’unico politico in Cile con una visione internazionale, ed è molto aggiornato. Non trovo nessun altro nella destra o nella DC” (El Mercurio; 12-10-2008).

Inoltre, in termini più generali il politico pinochetista Hermógenes Pérez de Arce ha detto che “la destra ha visto come il modello di sviluppo economico-sociale che mettono in pratica i successivi governi concertazionisti somiglia molto di più a quello che da sempre ha promosso rispetto a quelli propri e originari della sinistra (socialismo marxista-leninista) e della DC (socialismo comunitario)” (El Mercurio; 19-3-2006). E ancora più eloquente è stato lo scienziato politico della conservatrice Renovación Nacional (RN) Oscar Godoy, che alla domanda se osservasse un disorientamento nella destra per “la capacità che ha avuto la Concertación di appropriarsi del modello economico”, rispose: “Sì. E credo che questo dovrebbe essere un motivo di grande allegria, perché è la soddisfazione che produce in un credente la conversione dell’altro. Per questo ho tanti amici nella Concertación; ai miei tempi eravamo antagonisti e vederli ora pensare come liberali, impegnati in un progetto di sviluppo di una costruzione economica liberale, mi dà molta soddisfazione” (La Nación; 16-4-2006).

Queste apologie sono proseguite nel tempo. Espressione di ciò sono – tra le altre – le parole dell’allora capogruppo dei senatori della UDI nel 2019, Ena von Baer, la quale ha assicurato che “Chile Vamos (il nome che aveva acquisito all’epoca l’alleanza dei partiti di destra) è l’erede della Concertación, perché siamo orgogliosi del Paese che la Concertación ha costruito insieme a noi” (La Tercera; 20-4-2019). Dichiarazioni che per l’allora deputato e presidente di RN, Mario Desbordes, costituivano “un’analisi molto veritiera” (Ibid.).

E oggi il governo di Gabriel Boric, nonostante le sue prese di posizione in campagna elettorale contro il modello neoliberista, è diventato un virtuale sesto governo della Concertación, consegnando i suoi ministeri chiave (a partire da quello dell’Impresa) a note figure storiche di questo blocco. E utilizzando le proprie prerogative presidenziali, Boric ha continuato a integrare il Cile in modo solitario e subordinato nella globalizzazione neoliberista. In questo senso ha proceduto a completare l’entrata del Chile nel TPP11, nonostante che Boric e il Frente Amplio (la sua coalizione) fossero, quando erano all’opposizione, completamente contrari. Inoltre ha continuato a promuovere il progetto di trattato solitario del Paese con l’Unione Europea, nonostante che in questo preciso momento anche il Mercosur stia negoziando un trattato con la UE! E l’anno passato si è espresso contro i tentativi di Lula di rimettere in piedi l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) che si è disintegrata alcuni anni fa. E sicuramente quest’ultima cosa Milei la sa...

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10/07/2024

Cile - Il governo di Boric attacca i movimenti popolari

Alle 6 della mattina di sabato 6 luglio, i Carabineros militarizzati della polizia hanno fatto irruzione in massa nella mensa popolare “Luisa Toledo” e nella stazione radio dentro il quartiere popolare di Villa Francia nel Municipio Estación Central di Santiago del Cile. Truppe con armi da combattimento militare procedevano nell’incursione come se la sala da pranzo fosse un campo di battaglia. L’aggressione subita dalla comunità, senza giustificazione né ordine del tribunale, è stata ordinata dal Ministero degli Interni dell’amministrazione Boric.

Villa Francia, nata nel 1960 dal lavoro di circa 1500 famiglie che precedentemente vivevano nelle “poblaciones callampa”, le baraccopoli create dal governo del Presidente Carlos Ibáñez del Campo, è stata migliorata durante il governo di Salvador Allende ed è diventata uno storico bastione icona della resistenza popolare alla dittatura di Pinochet. Ha una consistente e agguerrita storia di barricate e autogestione. Lì ha vissuto e operato il famoso prete operaio Mariano Puga, morto nel 2020 accompagnato e compianto da tutta la popolazione. Questo quartiere ha mantenuto la sua combattività e capacità di resistenza anche contro la transizione neoliberista che si è impadronita del Cile dalla Concertacion ad oggi.

Quella strana democrazia, che si è sviluppata in una forma molto protetta e ristretta, ha trovato in Villa Francia un antagonismo con una capacità di costruzione positiva che neanche la repressione violenta di Pinochet era riuscita a piegare. Al suo interno sono state create strutture di base popolari solidali come la mensa popolare per i non abbienti, locali di gioco per i bambini, centri culturali, luoghi di riunione per i cittadini, una radio popolare che fornisce le notizie non falsate dai media ufficiali, un sistema di avvocati di supporto nelle materie giudiziarie, terreni coltivati a orto, piantumazione di alberi nativi, ecc.

Questa sua combattività e capacità di resistenza l’ha resa oggetto di politiche repressive da parte dei vari governi da Pinochet in poi. La repressione di questa “poblacion” è stata costantemente denunciata dall’emblematica leader rivoluzionaria Luisa Toledo (morta nel 2021) insieme al suo compagno Manuel Vergara, genitori dei combattenti sociali del MIR, Rafael, Eduardo e Pablo Vergara Toledo, tutti e tre assassinati durante la dittatura. E proprio questo 6 luglio la comunità stava preparando un evento culturale per commemorare un altro anniversario dalla loro morte.

Le incursioni militarizzate di sabato non si sono limitate a Villa Francia, ma hanno colpito cinque comuni della regione metropolitana: Santiago, Estación Central, La Granja, Macul e Maipú. Le procedure sono state eseguite “nell’ambito di casi riguardanti attacchi con ordigni esplosivi e la legge sulle armi”. Nuove leggi del governo “femminista” e “progressista” del Presidente Boric, che conta la presenza del Partito Comunista al suo interno, o almeno di una parte di quel Partito che si è accomodata sulle poltrone, mentre un’altra parte, alla luce della realtà dei fatti concreti portati avanti da questo governo, ne sta cominciando a prendere le distanze.

L’ultimo rapporto della polizia indica che durante la giornata sono state arrestate 13 persone. Tuttavia, l’avvocato del Difensore civico popolare, María Rivera, ha precisato che “nell'udienza di controllo della detenzione delle incursioni a Villa Francia, siamo riusciti a far decretare illegale la detenzione di coloro che erano a Radio Villa Francia”, cioè 9 di questi 13 si mostrano come evidenti casi di montaggi polizieschi.

Queste azioni repressive rientrano nella cosiddetta “repressione dovuta al sospetto”, tipica degli Stati autoritari e delle “democrazie” neoliberiste rappresentanti dei poteri forti più che della popolazione. Un po’ come il “terrorismo della parola” del Disegno di Legge n.1660 di recente conio in Italia. In Cile, come anche alle nostre latitudini, tutto è mirato alla repressione del dissenso.

In Cile l’estrema destra segnala e il governo esegue... (In Italia il governo fa tutte e due le parti...) sperando di prevenire così una nuova esplosione sociale (come quella dell’ottobre del 2019) che potrebbe derivare questa volta dall’aumento delle bollette elettriche, dal calo reale dei salari, dall’intensificarsi delle disuguaglianze sociali e dal peggioramento della vita della stragrande maggioranza della popolazione.

Ma la formula della repressione violenta e di massa nei quartieri popolari “ribelli” non è l’unica modalità messa in atto dal governo Boric per non disturbare il manovratore (grandi capitali nazionali e multinazionali, latifondi e imprese forestali), si serve anche della modalità più raffinata e moderna, ma non meno distruttiva, del lawfare per screditare e, soprattutto carcerare (come Lula e Dilma…) e mettere quindi fuori gioco i personaggi scomodi che con ruoli anche istituzionali creano situazioni non apprezzate e potenzialmente distruttive per i padroni delle ferriere, che tirano i fili dentro e fuori del governo.

Daniel Jadue, il sindaco del Municipio di Recoleta, ad esempio è stato recentemente imprigionato con false accuse di corruzione e interesse privato. Non potevano fare diversamente per togliersi dai piedi un comunista che stava distruggendo gli ultraprofitti delle multinazionali farmaceutiche creando le Farmacie Popolari e facendo azioni concrete per risolvere i problemi dell’abitare nel suo Municipio, oltre ad altre cose molto apprezzate dalla popolazione, e molto meno dai grandi capitali.

Inutile ricordare che anche la lotta delle Organizzazioni Mapuche contro il furto delle loro terre è stato ed è costantemente oggetto della repressione militare e giudiziaria. Ne abbiamo parlato tante volte da questo giornale.

Qui di seguito alcuni link utili per inquadrare queste vicende:

https://www.resumenlatinoamericano.org/2024/07/06/chile-el-frente-amplio-infiltrados-del-progresismo-globalista-para-desarticular-el-movimiento-popular/

https://liberacion.cl/2024/07/07/chile-gobierno-de-boric-allana-violentamente-comunas-populares-y-ejecuta-detenciones-ilegales-un-nuevo-montaje/

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17/04/2023

Cile - I sindacati rifiutano la flessibilità imposta dalla «Legge 40 ore»

“Noi organizzazioni firmanti la presente dichiarazione sosteniamo il nostro rifiuto alle misure di flessibilità del lavoro contenute nel disegno di legge che sarà votato questo martedì nella seduta plenaria della Camera dei Deputati.”

Sotto il titolo di riduzione della giornata lavorativa a “40 ore”, il progetto nasconde gravi battute d’arresto che ledono gravemente i diritti dei lavoratori, in particolare la loro certezza sulla giornata lavorativa e il controllo del loro tempo libero.

Le 40 ore non saranno più nella settimana, ma piuttosto una media in un ciclo di 4 settimane, dando così al datore di lavoro la scelta dei turni di lavoro e il preavviso di una sola settimana nonché la possibilità che in determinate settimane si debbano lavorare fino a 52 ore (a parte la pausa pranzo), al fine di risparmiare il pagamento degli straordinari, incorporando come unico requisito l’accettazione da parte di sindacati senza alcun requisito di forza o rappresentanza.

Si tratta di misure di flessibilità senza precedenti che non erano contenute nel progetto originale né sono correlate con le idee fondanti del progetto. Né facevano parte del programma di governo proposto alla cittadinanza e sono più gravi di quelle promosse dagli ultimi 5 governi.

Il progetto è carente anche perché non viene eliminata l’esclusione della giornata lavorativa di cui al secondo comma dell’articolo 22 e come soluzione si prospetta un ricorso amministrativo e un successivo processo in tribunale.

Né viene ridotta la giornata lavorativa ai lavoratori a tempo parziale (poiché questa resta fissata a 30 ore), cosicché decine di migliaia di lavoratori rimarranno senza diritto ad un’effettiva riduzione dell’orario di lavoro, con il commercio e la vendita al dettaglio ad essere i più colpiti.

Inoltre, entrerà in pieno vigore solo tra cinque anni (2028) e interi settori produttivi non subiranno alcuna riduzione fino a quella data.

È anche incoerente, perché le “giornate lavorative eccezionali” sono mantenute in pratica in medie di 42 ore (non vengono abbassate a 40), promuovendo così il fatto che i giorni di riposo concessi in compensazione ai lavoratori siano barattati con denaro.

Si fraziona fino a 4 ore la pausa pranzo (non retribuita) per i lavoratori di alberghi e circoli, il che comporterà l’anticipo dell’orario di ingresso o il posticipo dell’orario di uscita dal lavoro, e questo nella pratica aumenta le ore a disposizione del datore di lavoro.

Sosteniamo la rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, è necessario per il benessere e il miglioramento della produttività del lavoro, ma questo non può zittire le critiche quando avvertiamo che sotto l’apparenza di una bandiera si finisce per tutelare delle formule di precarizzazione del lavoro.

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12/04/2023

Cile - Approvata la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore

Il Congresso cileno ha approvato ieri un disegno di legge per ridurre gradualmente la settimana lavorativa da 45 ore a 40 ore. Si tratta di una vittoria legislativa molto importante per il presidente socialista Gabriel Boric che si è insediato lo scorso anno promettendo un programma ambizioso di riforme sociali ed economiche.

Questo successo, che contribuisce a intaccare il sistema economico cileno fondato sul liberismo, giunge dopo alcune battute d’arresto, come la bocciatura della nuova costituzione progressista e di un disegno di riforma fiscale.

La nuova legge prevede un’ora in meno alla settimana di lavoro all’anno fino a quando la settimana lavorativa non raggiungerà le 40 ore, portando il Cile in linea con la maggior parte dei paesi industrializzati. Al Congresso ha avuto un sostegno schiacciante, con 127 voti a favore e solo 14 contrari. Al Senato invece il provvedimento era stato approvato all’unanimità tre settimane fa; ora la nuova legge dovrebbe essere promulgata dal presidente entro il Primo Maggio. «Sebbene alcuni pensassero che fosse impossibile avanzare verso una migliore qualità della vita per i lavoratori nel Paese, si può fare. Ci sono voluti sei lunghi anni», ha detto la ministra del Lavoro di Santiago, Jeannette Jara, riferendosi al fatto che la proposta venne lanciata per la prima volta dai deputati del Partito Comunista nel 2017.

Diverse aziende in Cile hanno già annunciato che adotteranno il disegno di legge, incluso il gigante statale del rame Codelco, che all’inizio di quest’anno aveva già annunciato di voler ridurre la settimana lavorativa a 40 ore entro il 2026. Imprese più piccole invece hanno criticato la nuova legge, affermando di non avere risorse sufficienti per assumere più lavoratori e sostituire le ore di lavoro perse. La ministra del lavoro ha spiegato ai giornalisti che l’attuazione graduale è stata progettata per affrontare proprio questo problema ma, ha poi sottolineato, “la cosa principale è che dobbiamo fare progressi nei diritti dei lavoratori”.

La società di design Organic Style, che ha introdotto volontariamente la settimana di 40 ore durante la pandemia, ha affermato che il cambiamento si è rivelato positivo. “È un’ottima iniziativa che ha cambiato le nostre vite”, ha dichiarato la proprietaria Danitza Becerra.

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06/03/2023

Cile - “Il TPP svuota il portafoglio statale a vantaggio degli investitori internazionali”

Intervista con la giornalista e attivista sociale Lucía Sepúlveda, portavoce di Cile Migliore senza Trattati di Libero Commercio

Il 21 febbraio 2023 è entrato in vigore il cosiddetto Trattato Integrale e Progressivo di Associazione Transpacifico, o TPP-11 (secondo la sua sigla in inglese), dopo un processo iniziato nel marzo 2018 quando l’amministrazione di Michelle Bachelet ha firmato l’accordo.

L’attuale governo di Gabriel Boric ha depositato il documento di ratifica alla fine del 2022 e ha appena concluso l’iter amministrativo. Così, il Cile è diventato la decima economia a diventare membro a pieno titolo di questo trattato, di cui sono firmatari anche Australia, Brunei Darussalam, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

La giornalista e attivista sociale Lucía Sepúlveda è portavoce di Cile Migliore senza Trattati di Libero Commercio, membro della Rete di Azione contro i Pesticidi-Cile e del Movimento per l’Acqua e i Territori (MAT). Sepúlveda è da anni una parte fondamentale dell’ambientalismo coerente nel paese.

Qual è la differenza tra gli innumerevoli trattati di libero scambio (TLC) che i governi cileni hanno firmato con altri paesi e il TPP?

Il TPP è un trattato di nuova generazione. In un contesto planetario di crisi multidimensionale, i grandi investitori transnazionali stanno dando fondo a tutte le risorse a loro disposizione per garantire le loro aspettative di profitto. In altre parole, il grande capitale ha bisogno di inserire negli accordi commerciali clausole che prima non esistevano e che garantiscano a tutti i costi i rendimenti previsti sui propri investimenti.

Un’altra differenza è che questo trattato è firmato da un presidente cileno che si vanta di guidare un governo che difende l’ambiente e che aveva anche espresso la sua contrarietà alla firma di questo accordo».

Quali sono le principali conseguenze per le maggioranze sociali in Cile?

L’erario avrà meno risorse. I mega-progetti minerari, forestali e agroalimentari che ritengono che una qualsiasi delle norme del trattato sia stata trasgredita, intenteranno azioni legali contro lo Stato. A questo proposito, di solito accade che le grandi aziende con i loro avvocati di lusso vincano le cause”.

Quale giustizia se ne occupa?

Il Tribunale ICSID (International Center for Settlement of Investment Disputes), dipendente dalla Banca Mondiale, è il foro destinato alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nella maggior parte dei trattati internazionali relativi agli investimenti.

Ciò significa che ogni volta che il governo decide di attuare un provvedimento a favore degli interessi della popolazione, i grandi investitori legati al TPP, come Monsanto-Bayer, le AFP, ecc., possono presentare denunce internazionali. Gli investitori hanno tutti i diritti e le libertà di fare e disfare, mentre lo Stato ha tutto il contrario.

Questo significherà un duro colpo per l’erario nazionale, per i bilanci pubblici e gli investimenti sociali”.

E le classi lavoratrici cilene?

Ogni cambiamento che il governo promuove in termini di previdenza sociale, lavoro, sanità, istruzione, alloggio, ecc., può essere interpretato dagli investitori come un esproprio, e pertanto lo Stato deve pagare loro un indennizzo in denaro. Anche una vittoria salariale dei lavoratori di un’azienda associata al TPP è intesa dagli investitori multinazionali come una questione di violazione dell’accordo.

Le conquiste delle donne negli ultimi anni, come le ferie pagate, il postnatale, le discriminazioni sul lavoro, possono essere semplicemente misconosciute dagli investitori.

Con il TPP si dissanguerà il portafoglio statale relativamente a qualsiasi politica pubblica del governo”.

E nella dimensione ecologica?

In questo senso, la cosa più importante è l’acqua. Tutti gli investitori che vogliono incrementare le loro esportazioni lo faranno a nostre spese. Ad esempio, producendo più avocado per il mercato estero o esportando carne in Giappone. Infatti, nella VI Regione del Paese c’è già un disastro di grandi proporzioni dovuto agli allevamenti di maiali e cereali.

Le persone non possono più vivere a causa delle terribili condizioni in cui si lavora lì. L’aumento degli allevamenti di suini moltiplica le “zone di sacrificio”: le persone e la natura vengono sacrificate. Ogni maiale nel comune di Melipilla consuma l’acqua che le persone non possono più consumare per se stesse.

L’acqua lascia il paese con tutti i prodotti agricoli per l’esportazione.

E i farmaci?

Con il TPP il governo dovrà spendere di più per acquistare medicinali importati per la sanità pubblica, chiamati biologici, perché la durata dei brevetti è estesa da 5 a 8 anni per quei farmaci destinati a combattere le malattie rare, quelli che non sono coperti dal sistema AUGE ** o da qualsiasi entità. Per questi casi, i bioequivalenti o i generici non si applicano.

Perché firmare un nuovo trattato commerciale come il TPP, se il Cile ha già trattati di libero commercio con mezzo mondo?

Perché i trattati precedenti, alcuni anche in scadenza, sono accordi bilaterali. La cosa centrale del TPP è che riafferma il modello estrattivista. Non c’è interesse ad aggiungere valore alle esportazioni dei beni comuni, né ad importare conoscenze scientifico-tecnologiche.

Questo compromette la sovranità nazionale sul litio e altri minerali. In altre parole, si perde la possibilità di una nuova industrializzazione, il rafforzamento delle PMI, la sovranità alimentare. Per quanto riguarda un processo di industrializzazione, con il trattato le sue possibilità svaniscono perché per gli investitori vige la Costituzione del 1980 [ndt: quella di Pinochet]: lo Stato sussidiario.

Ci vogliono solo per offrire dolci squisiti sulla tavola del Nord Globale, mentre le nostre tavole non hanno i cibi elementari per un’alimentazione sana.

Il TPP pone forti restrizioni all’agricoltura a causa dell’imposizione di sementi transgeniche, prodotti tossici, pesticidi che uccidono; esattamente l’opposto di ciò di cui il mondo ha bisogno di fronte alla crisi ecologica in corso.

Perché gli Stati Uniti non sono nel TPP?

Perché esiste già un accordo di libero scambio di nuova generazione tra Cile e Stati Uniti che è pienamente in vigore. Il sistema di risoluzione delle controversie è considerato ed è applicato già ora.

E cosa fare?

Più che lamentarci, penso che sia necessario diffondere pedagogicamente gli abusi, i soprusi e le violazioni dei nostri diritti che il TPP comporta, al fine di contribuire alla consapevolezza delle comunità e delle loro prossime lotte”.

Note

AUGE: Regime di Garanzie Esplicite in Salute (GES) per 85 problemi di Salute stabiliti per legge, che devono essere date a tutti i cileni, sia di Fonasa che di Isapres. Fonasa è un organismo pubblico che copre delle prestazioni fisse limitate. Prevede più livelli a seconda di quanto si paga. Le Isapres invece sono assicurazioni sanitarie private che danno accesso a tutti i tipi di prestazioni sanitarie, a seconda del contratto scelto.

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06/12/2022

Cile - Il recente sciopero dei camionisti

Che i camionisti abbiano avuto un ruolo (e un finanziamento) importante nella strategia della CIA per creare le condizioni che preludono al golpe di Pinochet, è cosa risaputa. Meno noto è il ruolo che hanno svolto negli anni successivi e, soprattutto, chi sono realmente coloro che tirano le fila e traggono profitto dagli scioperi nei trasporti che si sono susseguiti nel tempo con i vari governi.

È utile ripercorrere un po’ la storia di queste mobilitazioni, prima di proporre un articolo che spiega in dettaglio non solo questi aspetti, ma anche come – ahimè – la “sinistra” abbia perso la capacità di mobilitazione che sarebbe legittimo aspettarsi, allineandosi alle richieste reazionarie tout court di repressione pura e semplice, come fanno le destre.

Bisogna premettere che il regime dittatoriale di Pinochet ha condizionato enormemente le infrastrutture del Cile. Si è verificato, infatti, il completo smantellamento delle linee ferroviarie a favore delle autostrade, che ovviamente diventano così indispensabili per qualsiasi spostamento di merci da una parte all’altra del lunghissimo Paese.

Le imprese trasportatrici diventano quindi programmaticamente una classe privilegiata, visto che si erano già create ottime referenze nella gestione del golpe. Hanno cominciato anche ad accumulare privilegi economici e fiscali molto consistenti nel 1984, quando la dittatura ha deciso che loro, come pure i minatori e gli agricoltori, potevano dichiarare al fisco una “rendita presunta”, pagando così mediamente la metà di quanto realmente dovuto.

Nel 1988, Pinochet, ormai quasi agli sgoccioli del suo “mandato”, concesse loro un altro privilegio: un ribasso del gasolio alla metà del prezzo, mentre quello della benzina rimaneva lo stesso.

Nel 1990, il primo governo democratico a presidenza del democristiano Aylwin provò a togliere la dichiarazione di “rendita presunta”, ma dovette fare marcia indietro. E diede il suo evidente tributo ai trasportatori aumentando successivamente soltanto il prezzo della benzina senza toccare quello del gasolio.

Nel 2001, fu il “socialista” Lagos a pagare pegno, aumentando anche lui la benzina senza toccare il gasolio. Solo per il loro potere di pressione, i trasportatori pagavano un quarto di quanto pagavano gli altri e, per di più, il fisco restituiva loro il 25% delle imposte specifiche pagate.

Nel 2008 un blocco nazionale di quattro giorni paralizzò il paese (totalmente dipendente dal trasporto su ruote) in tutti i settori, dalle esportazioni agli ospedali e agli alimentari. Il governo Bachelet cedette e decise che, transitoriamente, il fisco avrebbe restituito ai trasportatori l’80% delle imposte specifiche.

Ma quando l’accordo si avvicina alla scadenza, ecco di nuovo che la pressione della categoria ha la meglio. E così nel 2014, in sede di discussione di riforma tributaria, e nel 2020, nel contesto di un aumento delle imposte, i trasportatori ottengono ulteriori benefici.

Anche in questo 2022, il governo Boric ha rapidamente ceduto, accettando inizialmente di fissare il prezzo del gasolio per tre mesi, malgrado gli aumenti stellari a livello mondiale sui costi dell’energia. Ma per alcuni dirigenti delle imprese trasportatrici questo non bastava: hanno mantenuto i blocchi stradali per otto giorni esigendo addirittura il ribasso del 30% del prezzo del combustibile. Un costo equivalente al bilancio annuale della sanità primaria in Cile.

I problemi creati dagli scioperi dei trasportatori sono talmente pesanti per il Cile che lo scorso 1° giugno, il presidente Gabriel Boric ha dichiarato che è “[...] un desiderio trasversale e storico del nostro Paese poter contare su un’ampia rete di treni [...]”.

Ha anche preannunciato l’obiettivo di portare 150 milioni di passeggeri sulle ferrovie nel 2026. Nel frattempo si ripromette di “lavorare seriamente per il treno che unirà Valparaiso e Santiago”.

Quest’opera, pur nel suo limitatissimo chilometraggio, è giudicata piuttosto discutibile per gli eccessivi costi economici e ambientali rispetto ai benefici, di cui fruirebbe solo il porto di Valparaiso lasciando fuori da qualsiasi utilità l’intera Regione, e, ovviamente, il resto del Paese. Ma questa è un’altra storia...

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La vera trappola dello sciopero dei camionisti

Colui che ha veramente guidato i negoziati, nel bel mezzo dello sciopero dei camionisti, è stato Juan Sutil della Confederazione della Produzione e del Commercio (CPC).

Il governo non ha mostrato alcuna iniziativa. Ha semplicemente seguito i dettami dell’organizzazione padronale: ha seguito il suo consiglio di applicare la Legge di Sicurezza Interna dello Stato e poi ha siglato un accordo tripartito tra le corporazioni dei camionisti “descolgados”*, il governo e la CPC.

In tutto questo pasticcio, una cosa è chiara: la sinistra è caduta nella trappola. Si è unita al coro delle grandi imprese che chiedevano una chiara dimostrazione dell’autorità statale.

Lo sciopero dei camionisti si è concluso dopo otto giorni. Il conflitto corporativo è diventato la principale crisi politica delle ultime settimane. È stata sfidata l’autorità del governo, che ha finito per svolgere il ruolo di burattino della Corporazione della Produzione e del Commercio (CPC).

Le principali decisioni strategiche durante il conflitto non sono state prese dal governo di Gabriel Boric, ma dalle associazioni imprenditoriali.

Per lo stesso motivo, lontano dalle caricature della destra e del “progressismo”, questo sciopero ha delle particolarità che vanno decifrate per comprendere meglio la situazione politica e sociale che stiamo attraversando.

Per quanto riguarda le fasce di classe coinvolte, va notato che la mobilitazione non è stata effettuata dalle grandi corporazioni padronali. I proprietari di grandi flotte di camion sono raggruppati nella Confederazione Nazionale del Trasporto di Carichi (CNTC), diretta da Sergio Pérez. C’è anche la Confederazione Nazionale dei Proprietari di Camion (CNDC) di Juan Araya; da ricordare lo sciopero che questa corporazione condusse nel 1972 durante la Unidad Popular.

Coloro che hanno assunto il ruolo di protagonisti nelle strade sono stati i piccoli e medi imprenditori del trasporto, raggruppati nell’Associazione dei Proprietari di Camion (Asoducam) Biobío, il gruppo Fuerza del Norte, l’Associazione Corporativa dei Proprietari di Camion (Agreducam) Alto Hospicio, la Federazione dei Camionisti Centro Sud e Utramag. Si tratta di proprietari di flotte più piccole, che non sono quelli che vincono le licitazioni dirette con le grandi industrie.

Al di là delle divisioni e dei contrasti tra corporazioni, la verità è che i grandi autotrasportatori hanno approfittato delle mobilitazioni di coloro che hanno classificato come “descolgados” per raggiungere un accordo migliore con il governo.

In effetti, la CNTC e la Federazione dei Proprietari di Camion della Regione di Valparaíso (FedeQuinta) sono riusciti domenica a siglare un accordo con il governo, che ha ceduto alle principali richieste padronali.

Le corporazioni minori hanno continuato a mobilitarsi e hanno smesso lo sciopero solo quando la conduzione diretta dei negoziati è stata assunta da Juan Sutil, della CPC. Come ha indicato Sutil, “lavoreremo insieme per rafforzare le corporazioni dei trasporti minori, in modo che loro possano avere migliori condizioni abilitanti per poter partecipare anche alle gare e far sì che queste siano meglio accessibili per tutti“.

La grande borghesia, espressa sia dalla CPC che dalla Società Nazionale dell’Agricoltura (SNA) aveva tolto il terreno sotto i piedi allo sciopero delle corporazioni dei “descolgados”. Ha chiesto l’applicazione della Legge di Sicurezza Interna dello Stato e minacciato di non rispettare i pagamenti ai camionisti mobilitati.

Due fattori fondamentali li hanno spinti alla distensione e ad assumersi l’incarico di fare arbitraggio: il rischio nella raccolta della frutta in questo periodo dell’anno e l’enorme debolezza in cui sarebbe incorso il governo, se non controllava la situazione.

Quest’ultima cosa è rilevante, poiché oltre alla costellazione di forze di classe in campo (piccola borghesia e medi imprenditori, grande borghesia, governo come guida dello Stato), la mobilitazione aveva un correlato politico. Le corporazioni mobilitate sono state sostenute dal Partido Republicano e dal Partido de la Gente. Lo stesso Franco Parisi** si vantava di parlare quotidianamente con uno dei leader camionisti.

I camionisti in mobilitazione avevano varie richieste. L’obiettivo centrale era rafforzare i meccanismi che consentissero loro di competere sul mercato e mantenere i loro profitti, sia attraverso il congelamento del prezzo del gasolio, sia attraverso agevolazioni fiscali. Esigevano anche un maggiore dispiegamento della polizia sulle autostrade, con argomentazioni che rafforzano l’agenda reazionaria.

Attraverso queste richieste hanno cercato di fare politica nel resto della popolazione, suscitando simpatia nei settori malcontenti a causa della crisi e del governo.

L’unica richiesta che va a favore degli autisti (e non solo dei loro padroni, i proprietari dei camion) è la costruzione di nuove aree di sosta. Effettivamente, devono sopportare lunghe ore di lavoro senza riposo e senza poter vedere le proprie famiglie, con contratti precari e stipendi che spesso dipendono dal numero di trasporti effettuati.

I vantaggi per i proprietari di autocarri non significheranno condizioni migliori per gli autisti. Tuttavia, i lavoratori non erano un fattore indipendente in questo movimento. Al contrario, fungevano da massa di manovra degli imprenditori. Che i conducenti abbiano delle loro proprie organizzazioni e richieste è un problema strategico. Dire che gli autisti sono golpisti e di destra per il solo fatto di lavorare sopra un camion è fare un grande favore ai padroni dei camion.

Da quando essere “di sinistra” significa pretendere l’applicazione di leggi repressive?

Nel quadro di una crisi organica, dove i settori sociali si separano dalle loro tradizionali rappresentanze politiche ed emergono nuovi fenomeni politici, la grande borghesia è impegnata a ricostruire un nuovo “centro borghese” con un asse nel centrodestra “responsabile”. Perché ciò sia possibile hanno bisogno che il governo ricomponga l’autorità dello Stato con maggiori misure bonapartiste.

L’esigenza di applicare la Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato non può essere compresa al di fuori di questo concetto. È essenziale dare un segnale d’ordine e legittimare così questa legge repressiva contro ogni mobilitazione. Bisognava approfittare del fatto che tutto il progressismo gridava nella stessa direzione.

L’editoriale de La Tercera lo spiega chiaramente: “le trattative portate avanti dal governo per disattivare lo sciopero dei camionisti non lasciano molto spazio ai festeggiamenti, perché sebbene si fosse raggiunto l’obiettivo di porre fine a una mobilitazione che stava iniziando a provocare gravi disagi nella catena logistica così come in diversi ambiti produttivi, ha lasciato al tempo stesso una serie di precedenti molto complessi, in particolare quello per cui le misure di pressione – anche al di là della legge – sono viste come un efficace veicolo per ottenere dall’autorità la concessione di vantaggi particolari”.

La sinistra è caduta nella trappola. Si è unita al coro della grande borghesia che reclamava pugno di ferro. Questo è il vero “ricatto” che era in gioco.

Jorge Sharp*** ha officiato come uno dei principali portavoce, da sinistra, di coloro che chiedevano l’applicazione dalle leggi repressive. I rappresentanti dei gruppi imprenditoriali, i loro editorialisti e politici non avevano doppie interpretazioni al riguardo: applicare la Legge agli autotrasportatori è fondamentale per poi applicarla a chiunque contesti l’autorità dello Stato e il controllo delle autostrade.

Ciò non toglie, ovviamente, che l’applicazione della Legge di Sicurezza Interna dello Stato agli autotrasportatori sia più una mossa mediatica che reale, perché chiaramente la repressione nei loro confronti non ha paragoni con quella che subiscono i lavoratori, gli studenti, gli abitanti delle borgate e i Mapuche che si mobilitano e fanno blocchi stradali.

Da quando essere “di sinistra” è piangere affinché il governo applichi la Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato?

Storicamente, i proprietari di camion sono stati golpisti. Sì. Dietro lo sciopero delle corporazioni più piccole era evidente la mano del Partido Republicano e del Partido de la Gente. Anche. Ma se parliamo di golpismo, facciamo un po’ di memoria.

Durante lo sciopero padronale del 1972 si aprirono due grandi strade per fronteggiare la crisi: quella dell’autorganizzazione della classe operaia e del popolo che aveva nei cordoni industriali la sua espressione più avanzata (erano sorti proprio per fronteggiare lo sciopero dei camionisti); e quella promossa dal governo di Allende che militarizzò il Paese, decretò lo stato di emergenza e integrò i militari nel gabinetto (cosa che insieme alla Legge sul Controllo delle Armi legittimerebbe le incursioni ai cordoni industriali e la repressione dell’avanguardia operaia precedente al colpo di stato dell’11 settembre).

Sappiamo già dove ha portato questo ultimo percorso.

Naturalmente, oggi il contesto è molto diverso. Ma l’analogia serva alla riflessione. Chiedere allo Stato di contrastare le mobilitazioni padronali con misure repressive o bonapartiste è un boomerang che poi colpirà tutte e tutti coloro che si mobiliteranno per le loro legittime rivendicazioni.

E, come sappiamo, lo Stato colpisce mille volte più forte se il bersaglio sono gli sfruttati e gli oppressi. Il compito di contrastare la destra può essere assunto solo dalle organizzazioni popolari e dalla classe lavoratrice.

Il problema dello sciopero è che le corporazioni dei camionisti hanno mostrato molta più disposizione a lottare di quanto abbiano mostrato i grandi sindacati. Se questi avessero a malapena il 10% della volontà di lotta che hanno mostrato le corporazioni padronali, allora la conquista di un programma operaio di emergenza di fronte alla crisi e all’inflazione non sarebbe uno slogan di pochi.

I camionisti hanno paralizzato le autostrade. Grazie a questo hanno ottenuto quanto richiesto, con un costo potenziale per il Tesoro nell’ordine di 2.300 milioni di dollari (l’equivalente di 40 ospedali di media complessità).

I camionisti non solo hanno applicato metodi di azione diretta, ma hanno anche cercato di fare politica (egemonia) su settori di lavoratori e del popolo scontenti del governo e dei costi della crisi.

Azione diretta ed egemonia.

Perché i sindacati non fanno lo stesso, ma facendo richieste al governo e ai grandi padroni a beneficio non di pochi, ma della classe lavoratrice nel suo insieme?

Oggi il Tavolo del Settore Pubblico sta negoziando con il governo e si sta mobilitando. Ma i suoi dirigenti sono ben lungi dall’eguagliare la disposizione alla lotta che hanno i camionisti, e sono anche molto lontani dall’eguagliare le mobilitazioni storiche di cui si è reso protagonista il settore pubblico in anni precedenti.

Al contrario, continuano a fare mobilitazioni che non infastidiscano e che non mettano davvero a disagio il governo. Il fatto è che i loro dirigenti provengono dagli stessi partiti di governo.

Se non ne prendono atto e non passano all’azione, non possono lamentarsi che la destra avanzi.

Note

* “descolgados”: n.d.t. ”sganciati”, cioè usciti dalla Confederazione.

** Franco Parisi: n.d.t.: Ingegnere commerciale candidato alla presidenza del Cile con il Partido de la Gente. Ha fatto campagna elettorale dagli Stati Uniti e, senza mettere piede in Cile, ha ottenuto, con il 12,8% dei voti, il terzo posto dopo Kast 27,91% e Boric 25,83%, che sono poi andati al ballottaggio.

*** Jorge Sharp: n.d.t.: dal 2016 Sindaco di Valparaiso. Militante con Boric prima nel Movimiento Autonomista e poi nella Convergencia Social, che abbandona dopo il famigerato “Accordo per la Pace” firmato da Boric il 15 novembre del 2019.

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24/10/2022

Cile - A tre anni dalla Rivolta Sociale la repressione continua

A tre anni dall’inizio della rivolta sociale, questo 18 ottobre 2022, in Plaza Dignidad a Santiago del Cile, pietra miliare che determina la rottura abissale tra la città impoverita e la città apparentemente soddisfatta, l’amministrazione de La Moneda, alla stessa maniera del governo precedente, ha mostrato un massiccio dispiegamento dei corpi delle forze speciali dei carabineros e dei loro blindati di ultima generazione.

Fedele alla vocazione storica dello Stato autoritario, conservatore e razzista del Cile, l’amministrazione Boric, come annunciato dal suo presidente sulla rete nazionale dei mass media, ha portato nelle strade del Paese 25.000 agenti di polizia.

Non si conosce il numero schierato dei poliziotti in borghese e dei sottoproletari che già in altre occasioni hanno operato nell’ambito di manifestazioni sociali con il consenso e stretti legami con gli agenti in divisa (esternalizzazione della violenza parastatale?), anche utilizzando armi con munizioni reali, come nella zona della Stazione Centrale di Santiago lo scorso 1 maggio, dove la giornalista Francisca Sandoval è stata uccisa nel bel mezzo delle proteste popolari.

Senza che ci fosse alcuna provocazione, l’artiglieria poliziesca ha tenuto costantemente sotto il gas dei lacrimogeni i dintorni di Plaza Dignidad, e ha disperso le persone sparando dai carri lancia acqua dei violenti getti diretti sui corpi dei manifestanti che pure si trovavano sui marciapiedi.

A questo proposito, attraverso un audio, Carmen Soria, figlia del diplomatico Carmelo Soria assassinato dalla dittatura nel 1976, ha sottolineato che: «Io sono in Plaza Dignidad e voi (il governo) siete una vergogna. State facendo reprimere dalla polizia con spray al peperoncino, idranti e carri lancia acqua. Sono uguali (al governo di) Piñera. Sono dei “progressisti” che leccano gli stivali della Concertación. E il discorso di Boric è quello di un pericoloso demagogo. Mi dispiace profondamente di aver votato per voi. Tengono la Plaza Dignidad sotto assedio, non permettono nemmeno di manifestare».

Da parte sua, lo storico e accademico dell’Università del Cile, Sergio Grez, ha assicurato che «abbiamo assistito in diverse città, come Santiago, Concepción, Valparaíso e altre, a scene molto simili a quelle che abbiamo vissuto tre anni fa durante il governo di Piñera.

La stessa strategia di impossessarsi, ad esempio, di Plaza Dignidad, con un numero sproporzionato di poliziotti, con la stessa brutalità e intransigenza poliziesca»
, e ha aggiunto che, «se a qualcuno mancavano gli elementi per convincersi finalmente della continuità delle politiche neoliberali e repressive, oltre alla subordinazione dell’attuale governo alle grandi potenze transnazionali e al grande capitale, ne hanno oggi una prova in più.

Le speranze popolari sono state profondamente deluse e ciò che accadrà nel prossimo futuro non è affatto incoraggiante. Questo quadro repressivo, questo modo sfacciato di coprire le brutalità della polizia, con il pretesto che si tratta di un organismo al servizio dei cittadini destinato a combattere la criminalità e la violenza, fanno presagire tempi molto bui e cupi per la maggior parte dei cittadini»
.

Alla chiusura di questa nota, non ci sono ancora informazioni confermate sul numero di persone ferite e detenute dai Carabineros a Santiago e nelle principali città del Paese dove si sono svolte mobilitazioni per i bisogni sociali che ampi settori della popolazione risentono duramente, al di là delle bozze di costituzione e dei programmi governativi non realizzati. Sì, infatti, è noto l’arresto della comunicatrice e corrispondente di un prestigioso media straniero, Carola Trejo, arbitrarietà ampiamente denunciata dai social.

Se un governo è il suo programma, questo governo è già finito. Le riforme in cui si è impegnato in materia fiscale, previdenziale e del lavoro, sanità, alloggio e istruzione, progettate e concordate con i grandi gruppi economici e con il sindacato dei datori di lavoro raggruppati nella Confederazione della Produzione e del Commercio (CPC), attraverso il Ministro del Tesoro e ex capo della Banca Centrale per un decennio, Mario Marcel, non hanno più nulla a che fare con i cambiamenti originari, mentre i loro lati più progressisti sono stati sacrificati sull’altare del banale argomento di non scoraggiare gli investimenti.

Al contrario, in un tentativo, vano e iperideologizzato, di provare ad apprezzare il peso nei confronti del dollaro, la Banca Centrale ha bruciato 25 miliardi di dollari di riserve fiscali sul mercato dei cambi, senza successo: un dollaro continua a rimanere intorno ai mille pesos cileni.

Allo stesso modo, i tassi di politica monetaria sono stati dogmaticamente innalzati all’11,25 per cento, con il presunto obiettivo di ridurre l’inflazione galoppante che entro la fine del 2022 è stimata intorno al 15 per cento, rendendo più onerosi i crediti produttivi e precipitando con più ferocia una crisi multifattoriale e recessione aperta che le classi lavoratrici e il popolo stanno pagando con la caduta dei salari, il peggioramento delle loro condizioni di lavoro e la distruzione sistematica di ciò che resta della sindacalizzazione con potere contrattuale nel Paese.

Proprio come le procedure coercitive per affrontare il diritto di manifestare, che includono la militarizzazione moltiplicata dei territori ancestrali mapuche e l’uso dei tribunali come mezzo complementare per reprimere la dissidenza, così col capitalismo neoliberista e la sua crisi, prevista per il Cile come quella con le peggiori conseguenze del continente secondo il FMI, si sta intensificando di minuto in minuto anche il malcontento sociale, economico e politico.

Il governo di Boric, autoproclamato progressista, ma senza un proprio progetto di sviluppo o forze sociali a sostenerlo, ha perso presto il consenso sociale e si sta dedicando ad amministrare il bastone, visto che già gli mancano le risorse per le carote.

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14/10/2022

Cile - Boric cerca di portare Biden nel Paese

Il 24 febbraio 1812, l’allora presidente degli Stati Uniti, James Madison, decise di inviare un agente speciale in Sud America per osservare i processi di emancipazione nella regione. Per questo nominò Joel Roberts Poinsett, che iniziò il suo viaggio proprio dal Cile, dove finì per far parte della guerra per l’indipendenza.

Sebbene l’incarico ricevuto da Madison non fosse quello di farsi coinvolgere negli sforzi nazionali per la liberazione dalla Spagna, con l’obiettivo di evitare di intralciare ulteriormente le tese relazioni nordamericane con l’impero iberico, Poinsett fu un attivo collaboratore del Generale José Miguel Carrera, rendendo in tal modo concreta la prima connessione tra i due paesi.

Un decennio dopo, a seguito del trionfo dei patrioti, il nuovo capo di Stato, James Monroe, riconobbe le nuove repubbliche americane, a cominciare dal Cile. Quindi, chiese al Congresso fondi per designare, il 17 gennaio 1823, Herman Allen come primo ministro plenipotenziario degli Stati Uniti a Santiago, ufficializzando così le relazioni.

Nel 2023 si commemoreranno i 200 anni da quella pietra miliare, e i governi di Gabriel Boric e Joe Biden stanno già lavorando per celebrare un legame che, nonostante episodi complessi, come l’intervento statunitense nel Colpo di Stato del 1973, ha avuto “grandi successi”, come l’accordo di libero scambio che compie 20 anni il prossimo giugno.

A tal proposito, dopo la visita nel nostro Paese del Segretario di Stato americano Antony Blinken, questa settimana, la ministra degli Esteri, Antonia Urrejola, ha evidenziato il colloquio che ha avuto con il suo omologo nordamericano, con il quale ha parlato “dell’opportunità che rappresenta la prossima commemorazione dei 200 anni di relazioni diplomatiche”.

In tal senso, la ministra ha sottolineato “come questa istanza servirà a fare un bilancio dei nostri legami, imparare dalle lezioni del passato, alcune molto dure, e anche progettare il futuro di un proficuo rapporto bilaterale“. [Tale affermazione] è stata avallata dall’autorità Nordamericana.

“Abbiamo una relazione che è stata fondamentalmente unita da interessi e valori condivisi, e il prossimo anno, infatti, celebreremo 200 anni di relazioni“, ha affermato Blinken, oltre a sottolineare l’interesse degli Stati Uniti ad aumentare i propri investimenti in Cile, dove è il secondo partner commerciale dopo la Cina.

In questo contesto, sono già in corso alcune iniziative e idee proposte per festeggiare i legami cileno-statunitensi. Secondo quanto riferito da fonti governative a Emol, i piani prevedono una possibile visita di “alte autorità” della Casa Bianca, riferendosi allo stesso Biden o alla vicepresidente Kamala Harris.

Infatti, l’ambasciatore cileno a Washington, Juan Gabriel Valdés, ha già avuto colloqui con la Casa Bianca per invitare il Presidente a Santiago. Da La Moneda assicurano che “c’è la buona disposizione a pensare una cosa del genere“, anche se avvertono che un’eventuale conferma dipende da numerosi fattori.

Uno di questi è la preoccupazione di Biden per la guerra in Ucraina e il fronte interno, dal momento che ha uno scarso consenso tra i cittadini a causa degli effetti dell’inflazione sull’economia statunitense. E questo avrebbe un impatto sul successo dei Democratici nelle elezioni legislative del novembre 2022 e, soprattutto, sulle loro opzioni di rielezione.

Attività culturali ed economiche

“Non va dato per scontato, perché ha a che fare con molte cose“, affermano dall’Esecutivo, pur sottolineando che una possibile visita di “alte autorità statunitensi a Santiago” non è esclusa. “Senza dubbio sarebbe una cosa grandiosa, vedremo se sarà possibile. È un’aspirazione che abbiamo e vedremo come si farà“, indicano.

Almeno per quanto riguarda la tempistica, c’è spazio, dal momento che fonti diplomatiche hanno dichiarato a questo giornale che un anno di margine “è un tempo sufficiente” per considerare la possibilità di un evento di questa portata, considerando l’ampio dispiegamento di sicurezza che comporta la visita di un leader statunitense.

Più avanzati sono i colloqui per organizzare eventi congiunti per celebrare la ricorrenza. A tal fine, le ambasciate di entrambi i Paesi stanno già programmando una serie di attività di carattere culturale e commerciale, nell’ottica di rafforzare ulteriormente le relazioni tra Washington e Santiago.

Da parte statunitense, la rappresentante di quel Paese in Cile, Bernadette Meehan, arrivata nel nostro Paese solo poche settimane fa, presentando le sue credenziali a Boric venerdì 30 settembre, sta appena inserendosi nel suo lavoro e, persone vicine a quella delegazione, per quanto riguarda la programmazione, dicono che ”è in preparazione“.

Intanto il Cile, tramite l’Ambasciatore Valdés, sta programmando una settimana dedicata al nostro Paese in diverse città americane, con eventi nei sei consolati generali del nostro Paese sul suolo nordamericano, che si trovano a Chicago, Houston, Los Angeles, Miami, New York e San Francisco.

“Abbiamo già un programma provvisorio a Washington“, assicurano, oltre a sottolineare che l’idea è quella di organizzare di tutto, dalle mostre d’arte ai dibattiti sulla storia del Cile e degli Stati Uniti, guidati da storici di entrambi i paesi. «Saranno principalmente attività culturali e incontri sull’economia e gli investimenti», spiegano.

Parimenti, la prossima settimana si terrà presso il Ministero degli Affari Esteri il primo incontro di coordinamento per esaminare i dettagli delle attività, anche se durante la visita di Blinken in Cile si è detto che sarebbero proprio le ambasciate ad avere il compito di coordinare e realizzare gli eventi.

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09/09/2022

Cile: il rimpasto di Boric, il fantasma della Concertacíon e la nuova ondata di proteste

Come avevamo previsto il presidente del Cile Gabriel Boric ha reagito al trionfo del Rechazo con un rapido rimpasto di governo, a meno di 48 ore dalla debacle del plebiscito costituzionale. Il giovanissimo leader cileno ha annunciato la mossa ieri parlando alla nazione, in quello che ha definito essere “uno dei momenti più difficili” della propria carriera politica, sottolineando che si tratta di “cambiamenti necessari”.

Le modifiche all’esecutivo riguardano 6 dicasteri di importanza politica e strategica: Segreteria Generale della Presidenza (SEGPRES), Interni, Sviluppo, Salute, Scienza ed Energia. Viene rafforzato il peso politico del PS con l’ingresso della socialista Ana Uriarte al posto del braccio destro di Boric, Giorgio Jackson, come ministro della SEGPRES.

Questa sostituzione è l’emblema di una svolta moderata del governo, che vede un’accentuazione della Concertacíon all’interno della compagine esecutiva a scapito della missione per cui Boric era stato eletto: la rottura con la vecchia politica, ovvero con i partiti della Nueva Mayoria (PS e DC) che hanno portato avanti assieme alle destre le riforme neoliberiste nei 30 anni di democrazia liberale.

Altrettanto simbolico è il licenziamento di Izchia Siches, la trentaseienne pasionaria ministra degli Interni, femminista, ex militante della Gioventù Comunista e dirigente studentesca, che nei sei mesi di governo aveva scatenato polemiche per la sua riluttanza ad imporre lo stato di eccezione nei territori Mapuche.

È stata sostituita con un volto noto della Concertacíon Carolina Tohá. Figlia José Tohá, vicepresidente e ministro di Salvador Allende, anche lui ucciso dai militari durante la dittatura, Carolina è stata deputata e (per un breve periodo) ministra della SEGPRES durante il primo governo di Michelle Bachelet, poi sindaco del comune di Santiago. Politicamente è vicina all’ex presidente socialista Ricardo Lagos, fautore della prima ed unica riforma costituzionale alla Carta di Pinochet e delle più radicali trasformazioni neoliberali del Cile.

Gli altri nomi in entrata nell’esecutivo sono:

- Giorgio Jackson al ministero dello Sviluppo al posto di Jeanette Vega;

- Ximena Aguilera alla Salute al posto di Begoña Yarza;

- Silvia Diaz alla Scienza al posto di Flavio Salazar;

- Diego Pardow all’Energia al posto di Claudio Huepe.

Altre due note rilevanti:

- il rimpasto è “rosa”, nel governo entra una donna in più;

- Boric tenta un riequilibrio delle forze con la nomina di Pardow, anche lui proveniente dal partito Convergenza sociale, coordinatore della sua campagna elettorale e quindi consigliere presidenziale.

Questo esecutivo rigenerato non solo dovrà riavviare un nuovo processo costituente, meno progressista e meno partecipativo di quello bocciato. Avrà lo scomodo compito di affrontare il dissenso, ovvero contenere le mobilitazioni di quello stesso movimento che lo ha portato al potere e che è di nuovo sceso in strada dopo il fallimento della promessa di un nuovo Cile, più equo, più inclusivo, più solidale, più giusto.

L’ondata di proteste è esplosa anche prima del previsto, tanto da far iniziare in ritardo il discorso del presidente alla nazione. Gli studenti hanno tentato di bloccare l’Alameda, il lungo viale alberato che attraversa Santiago fino alle Ande, su cui si affaccia La Moneda.

Chiedevano la liberazione dei prigionieri politici, tra cui tanti manifestanti detenuti durante l’estallido social, hanno trovato i lacrimogeni e gli idranti dei carabineros. È finita con sei detenuti, tra cui tre minorenni. Si trattava infatti di studenti delle superiori, che da mesi chiedono a Boric di mantenere le promesse sull’istruzione pubblica e gratuita, ma finora mai con questa intensità.

La protesta è continuata, nonostante gli scontri con la polizia, con un corteo verso Plaza Dignidad. Gli studenti hanno denunciato una vera e propria caccia ai manifestanti da parte delle forze dell’ordine, l’utilizzo di sostanze chimiche ustionanti nel liquido degli idranti, ma promettono: “con o senza costituzione continua la lotta del popolo dei lavoratori, organizzazione e l’insurrezione”.

Lo slogan fornisce una risposta decisiva a chiunque si stia chiedendo se le mobilitazioni di sinistra continueranno nonostante la sinistra al governo. Bisognerà passare alla domanda successiva: riuscirà Boric a trovare una risposta democratica o replicherà la repressione di Piñera? Restiamo in osservazione.

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