Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/02/2014

Ingroia vuole i soldi dai suoi ex alleati


Ognuno deve fare il mestiere per cui è portato. E se uno ha scelto di fare il magistrato, sarebbe ottimo che non si avventurasse in professioni troppo complicate per la sua mentalità.

Perché diciamo questa banalità? Perché l’ex pubblico ministero palermitano, Antonio Ingroia, ora avvocato, ha citato in giudizio i suoi vecchi alleati. L'ex leader di Rivoluzione civile ha presentato la sua richiesta al Tribunale civile di Roma, citando in causa Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Federazione dei Verdi (non l'Italia dei Valori).

La ragione della richiesta sarebbe nelle spese sostenute nel corso della disastrosa campagna elettorale del 2013, al termine della quale la "coalizione" raccolse addirittura... il 2,2% alla Camera. La somma richiesta è una mazzata sulla testa di organizzazioni ormai al collasso: 896mila euro.

Sembra che tutti i "concorrenti" alla saga elettorale avessero sottoscritto un accordo secondo cui doveva esser costituito un fondo di 2,2 milioni di euro per fare fronte alle spese. L’Idv doveva versare 1 milione di euro, Rifondazione 600 mila, i Comunisti italiani 500mila e i Verdi 100mila.

Pare però che solo l’Idv di Antonio Di Pietro abbia saldato i debiti con Ingroia. Rifondazione sarebbe sotto di 300 mila euro, mentre i Comunisti italianinon hanno praticamente versato nulla (4mila su mezzo milione). E i Verdi? Sembra che abbiano pagato il dovuto. E allora perché?

Se serviva un'altra ragione per evitare di partecipare a "cartelloni elettorali" così contraddittori, beh, ce ne avete data una clamorosamente efficace...

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Che rabbinate madonna.

14/03/2013

Un passo nel vuoto

Nel paese da operetta non c'è proprio più da ridere. Non è la prima volta che la maionese del potere impazzisce, ma è la prima volta che il movimento operaio è del tutto fuori gioco mentre il gioco diventa pericoloso.

La “marcia” dei parlamentari berlusconiani all'interno del Palazzo di Giustizia a Milano ha molto, nelle intenzioni, della squadraccia fascista. E che sia stata diretta contro i magistrati anziché contro le Camere del Lavoro dice parecchio sulla situazione attuale.
L'aspetto “ridicolo” è palese: in quanto parlamentari non erano “caricabili” dalle forze di sicurezza, quindi non rischiavano personalmente nulla (al contrario delle presenze solidali ai processi contro i movimenti). Quello eversivo anche: che una parte rilevante del potere legislativo metta in atto un'intimidazione fisica del potere giudiziario, presentandosi in massa sulla porta dell'aula, è qualcosa di più di un “eccesso”. Che lo faccia intonando l'inno nazionale è la misura della liquefazione di un linguaggio comune, che proprio quell'inno – nelle intenzioni della retorica istituzionale – dovrebbe riassumere al più alto livello. Un prova da guerra civile, extraistituzionale, raccattando alla bell'e meglio simboli e pavesi.

La crisi macina anche la classe  dirigente e il ceto politico, vecchio e nuovo. Abbiamo davanti soltanto leader in grave difficoltà. Facciamo due conti.
Berlusconi è ridotto a recitare la parte del carcerando che cerca di sfuggire al triste destino rifugiandosi tra le braccia di medici dal certificato facile. Già solo il tira-e-molla coi medici fiscali è una diminutivo feroce, dalla premiership al malore salvifico. Arrivi o no una richiesta d'arresto da parte di una delle tante Procure che lo stanno azzannando, ora che non ha più “legittimi impedimenti”, è in ogni caso un “impresentabile” in Europa e nel mondo. Fuori dai giochi importanti. Può esplodere in qualsiasi modo, e la “marcia” dei suoi seguaci è solo un avvertimento. Da quest'area vengono pericoli veri, visti i poteri che si sono visti rappresentati fin qui all'interno del Pdl. L'incendio della Città della Scienza di Napoli, probabilmente realizzato anche per “criticare dall'interno” l'arrendevolezza al senso comune “legalitario” (che ha portato all'esclusione dalle liste di Nicola Cosentino), sembra anche qui soltanto un primo “segnale”.
Monti è stato seppellito dal voto popolare. Resta utilizzabile ancora in molti ruoli, ma la sua leadership non esiste più e non è resuscitabile, se non in situazioni così drammatiche – sul piano economico – da non essere davvero auspicabili.
Bersani è già sostituito da Renzi. L'ipotesi di creare un equilibrio parlamentare che possa durare cinque anni non viene nemmeno quotata dai bookmakers. Quando si tornerà alle urne sarà il contafavole fiorentino a giocare da front runner. Bersani si agita ancora per un po' sulla scena, perché è suo dovere farlo, ma deve cominciare a pensare a cosa farà da pensionato.
Ingroia è rimasto solo, dopo un disastro elettorale memorabile. Mollato da De Magistris e Di Pietro, quindi da buona parte degli apparati dello Stato (l'antimafia, sostanzialmente), non ha trovato di meglio da dire che “andiamo avanti ma senza i partiti”, intesi come Rifondazione e Pdci, o ciò che ne resta. Quindi proprio da solo, ripetiamo.
Persino Grillo è un neo-leader con i problemi di quelli vecchi. Alla prima riunione dei suoi neo-parlamentari è già costretto – insieme a Casaleggio – a minacciare il proprio ritiro se la maggioranza dei gruppi dovesse cedere alle sirene che chiamano dagli scogli della “fiducia”.
Napolitano, infine, è in marcia verso la panchina se non altro per limiti di età (senza però dimenticare gli sbreghi da lui apportati alla “Costituzione materiale”, dall'alto del Colle).

Un vuoto di credibilità, figure, immaginario, soluzioni, istituzioni. Ma non un'assenza di poteri dalle idee chiare. Il principale resta quello della Troika (Bce, Ue, Fmi), ovvero la pressione internazionale per mantenere l'Italia nell'alveo delle decisioni già prese. Ma appare disperatamente privo di un “terminale” locale decente. L'ipotizzato asse Pd-Sel-Monti non è in grado di far nulla, per ora. E soluzioni di ricambio non ce ne sono.
Gli altri poteri sono ancora più immondi, collosi e collusi. Pronti a far degenerare in scontro militar-terroristico la partita per chi e come (con quali compromessi) deve comandare.

Il vuoto non dura mai a lungo. I nuovi assetti, le nuove configurazioni, saranno disegnati da chi avrà più forza e strumenti. Le forze che hanno fin qui rappresentato aspetti del movimento operaio in vario modo, devono provare a conquistare e riempire uno spazio, fatto di mobilitazione e consensi di massa intorno alle priorità sociali e all'emergenza democratica. Prima che la saracinesca cali e il vuoto venga riempito da liquami inquietanti.


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12/03/2013

Di Pietro riparte con l’Idv e molla Ingroia. “Congresso a giugno, via il mio nome”

Antonio Di Pietro ci riprova. Nonostante la sconfitta elettorale con Rivoluzione civile, l’ex pm non abbandona la politica, ma anzi rilancia il progetto dell’Italia dei valori annunciando di considerare definitivamente chiusa l’esperienza con Antonio Ingroia che, proprio per oggi aveva annunciato la decisione sul suo ritorno in magistratura. Di Pietro chiede nuovamente l’alleanza con il centrosinistra abbandonato durante l’esperienza del governo tecnico di Mario Monti e convoca il congresso straordinario dell’Idv per togliere il suo nome dal simbolo del partito ed eleggere un nuovo segretario dopo le dimissioni “irrevocabili” da lui presentate il 26 febbraio scorso, al termine di una giornata elettorale che aveva visto fermarsi Rivoluzione civile al 2,2% dei voti alla Camera e all’1,8% al Senato.

Nella sua prima apparizione alla Camera dopo le elezioni politiche, Di Pietro ha annunciato: “Ho detto al mio amico Ingroia, che abbraccio, che l’esperienza di Rivoluzione civile non è ripetibile, noi la dichiariamo conclusa e riprendiamo il cammino”.  Al tempo stesso viene “proposto al centrosinistra un cammino comune, un percorso politico a partire dalle prossime amministrative di maggio, che si terranno in 800 comuni”. Sarà una “alleanza di coalizione a partire dal Comune di Roma, con l’obiettivo di arrivare insieme alla prossima tornata elettorale” nazionale, ha proseguito Di Pietro.

“Anche al nostro interno ci deve essere un segno di discontinuità – ha proseguito – un segno netto e profondo come un congresso straordinario“. Questo si terrà “dal 28 al 30 giugno attraverso un preventivo tesseramento, che avrà luogo fino al 25 maggio”. Soprattutto bisogna passare “attraverso il superamento della personalizzazione del partito”. Ragione per cui “il mio nome verrà rimosso dal simbolo dell’Italia dei valori, mentre resterà il gabbiano“. Dal congresso verrà fuori il nome di un “segretario politico”, mentre lo stesso Di Pietro, che si presenterà come presidente dimissionario, fa sapere che non intende concorrere alla carica di vertice, “pur restando il mio impegno”.

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Nelle intenzioni questo sarebbe dovuto essere il prodotto migliore partorito dalla rivoluzione civile nata dal post Tangentopoli 20 anni fa, c'è di che mettersi le mani nei capelli.

04/03/2013

Rivoluzione Civile: facciamo i conti

Mi dispiace molto per Antonio Ingroia, di cui ho stima, anche se non capisco quale medico gli abbia ordinato di mettersi alla testa di un esperimento così sconclusionato, rischiando un’ immagine costruita in decine di anni di lavoro. Mi spiace per ottime persone come Maurizio Torrealta o Ilaria Cucchi, che si sono fatte infinocchiare e sono andate a fare la copertura ad una operazione trasformistica come questa. Mi spiace soprattutto per le migliaia di compagni di base di Rifondazione Comunista (unica base realmente esistente di questo accrocco di sigle), che credono ancora in una battaglia contro il capitalismo e che si battono a mani nude nei loro posti di lavoro e nei loro circoli territoriali. Solo per rispetto di queste persone, ho evitato di dire in campagna elettorale quello che penso di Rivoluzione Civile: mi sarei sentito come uno che spara alle spalle di compagni ed amici. Ma ora la campagna è finita e possiamo fare i conti con calma.

Questa è stata una delle più indecenti operazioni opportunistiche cui abbia mai assistito: un’accozzaglia di politicanti da strapazzo (Ferrero in primo luogo, poi Di Pietro, poi Diliberto con il relativo seguito di Grassi, Zipponi, Mascia, Palermi, ecc ecc.) era alla disperata ricerca di una conferma parlamentare, ma sapeva di non avere alcuna speranza di farcela presentandosi con le proprie facce in prima fila. Allora hanno cercato di camuffarsi all’interno di qualcosa che sembrasse nuovo, all’ombra di un nome rispettabile e con una pattuglia di testimonial per bene, tanto poi, con il meccanismo delle liste preconfezionate, al riparo dal temutissimo voto di preferenza, riesce lo stesso di sistermarcisi.

Beninteso: prima si fanno fuori quelli di Alba, la parte vera di Cambiare si può ecc. (tutti pericolosi concorrenti: qui i posti, bene che vada, saranno solo una ventina…). Ingroia, che di suo dovrebbe fare il magistrato, perché la politica non è mestiere suo, si fa imbrogliare ed il Gatto la Volpe e la Faina, fanno le liste come più gli piace, mettendo insieme una porcheria mai vista: a Milano le primarie hanno scelto Agnoletto? “E chi se ne frega?! Levalo e mettici Di Pietro”. Poi un po’ di ex dell’Idv compresi 5 ex democristiani e un ex missino, più un paio di inquisiti, un sostenitore del condono edilizio e qualche valente uomo d’affari. Ci si mette anche Ingroia a rendere il pastone del tutto impresentabile e ci aggiunge Giardullo, il “sindacalista poliziotto” che si è opposto all’istituzione del reato di tortura ed al segno di riconoscimento personale per gli agenti della Celere.

Al posto della Cucchi, più che andarci in lista insieme, gli avrei cavato gli occhi.

L’esperimento è last minute, con un simbolo ed una sigla nuova che, come insegnano le precedenti esperienze di Nuova Sinistra Unita e della Sinistra Arcobaleno, di solito falliscono sempre. “Pazienza, questo passa il convento. Se va, va altrimenti pace”.

E il programma? “Programma? Quale programma? Qui l’unico programma è svoltare la pagnotta”. D’altra parte un accrocco del genere, con ex democristiani e fascisti, con sbirri ed imputati, messo su in fretta e furia, che linea politica poteva trovare? Giusto tre fregnacce in croce con l’esilarante trovata di sostituire l’Imu con il recupero dei capitali di Mafia (e, se non è chiaro perché si tratti di una cazzata col botto, ditemelo che vi spiego il perché).

Ingroia si è lamentato di essere stato “oscurato” dai mass media, ma dovrebbe ringraziare Iddio, perché se avesse avuto più spazio in Tv e sui giornali si sarebbe visto in pieno che Rc non aveva nulla da dire. Perché, diciamolo chiaro, non solo i promotori di Rc non si sono preoccupati di elaborare una proposta politica anche minima, ma non hanno neppure fatto finta di avercela. E, soprattutto, era evidente che, in caso di successo, ognuno sarebbe andato per la sua strada alla ricerca di posizionamenti più confortevoli.

Ma, insomma, signori, veramente credevate che il 4% degli italiani avrebbe abboccato ad un imbroglio così scoperto e malfatto? Questo fallimento viene da 5 anni di ozi di Capua, durante i quali Rifondazione e i Comunisti Italiani hanno macinato decine di milioni di euro per mantenere un’armata di parassiti-funzionari, il cui lavoro era ciondolare per le rispettive sedi e fare qualche telefonata in attesa dell’ora del pranzo. Non si è visto un grammo di iniziativa politica, i circoli sono stati abbandonati a sé stessi, non c’è stato un minimo di analisi della crisi ed una conseguente proposta per quanto elementare. In compenso fiumi di soldi sono stati spesi per un giornale illeggibile al cui confronto “Novella 2000” è il “New York Times”. Ora si lamentano di Grillo, ma Grillo è uno che da 7 anni sta lavorando come un rullo compressore: chi impediva a Rifondazione o alla Federazione della Sinistra di fare un blog come si deve come strumento di penetrazione? Avete mai visto il blog di Rifondazione? No? Andate a vederlo e ditemi se non sembra una via di mezzo fra il bollettino parrocchiale di Sant’Antonio e il “Courier de Pyongyang”, organo del Partito del Lavoro della Nord Corea, con tanto di culto del Segretario del Partito.

Ferrero si è dimostrato un totale zero politico, Diliberto si è prodotto in una andata e ritorno verso e dal Pd da lasciare tutti senza fiato, Salvi è solo andato. Quanto a Di Pietro le critiche sono altre – a parte quelle di ordine sintattico grammaticale che lo accomunano a Ferrero – e sono storie di figli, di appartamenti e di finanziamenti di partito. Meglio stendere un velo pietoso.

Ora è arrivato il conto: una batosta meritatissima che, speriamo, ci tolga definitivamente dai piedi Ferrero, Grassi, Diliberto, Di Pietro, Mascia, Palermi ecc. Che spariscano e, nel caso interrogati, rispondano solo per dire “Mi vergogno di esistere”.

Io, però, me la prendo con i militanti di base, soprattutto di Rifondazione, che nel 2008, anziché occupare la sede nazionale e ruzzolare dalle scale tutti i dirigenti a portata di mano (e, possibilmente, dopo avergli gonfiato la faccia a schiaffoni) hanno accettato di rieleggere tutti al massimo vertice (salvo poi dividersi). Quando un gruppo dirigente incassa una sconfitta di quelle proporzioni e la base non insorge con la massima violenza possibile, vuol dire che quel partito è morto. E infatti..

Ma adesso cosa possono fare i militanti di Rifondazione che ancora ci sono e che proprio pochi non sono? In primo luogo cacciare dal partito tutti i dirigenti per indegnità politica: quando un dirigente si rende conto di non farcela e non sente il dovere di farsi da parte, ma resta, per tentare sino all’ultimo di rimediare un posto in Parlamento e risolvere i suoi personalissimi problemi di reddito, vuol dire che è una persona molto più disonesta del peggiore tangentista. E, come tale, va espulsa per indegnità politica. Solo dopo aver fatto questo doveroso atto di pulizia, credo che si possa prendere in considerazione una confluenza in Sel (che è quello che, più male che bene, resta ancora in piedi della sinistra) per dar vita ad un minimo di aggregazione da cui ripartire.

In margine ad una polemica di questi giorni: il candidato cancelliere della socialdemocrazia tedesca Steinbrueck ha detto che le elezioni italiane hanno fatto vincere due clown. Può darsi, quello che è sicuro è che i socialdemocratici tedeschi hanno scelto come proprio candidato un cretino. Fossi in loro ci ripenserei: si comincia così e si finisce come la sinistra italiana.

Aldo Giannuli

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28/02/2013

Rivoluzione Civile: un suicidio in 8 mosse

Rivoluzione Civile ha fatto flop, in maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in 8 punti principali. Vediamoli.

1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni (visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.

2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare, anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol strategico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.

3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile è il movimento che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale. Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.

4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della legislatura. Invece nulla, tabula rasa.

5 - Nome debole
Rivoluzione Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.

6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto è quello della scissione cossuttiana voluta perché i "comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso (incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.

7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza? Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece no, candidano l'addormentato.

8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale, organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo, altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti), contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?

redazione

26 febbraio 2013

17/02/2013

Le ipoteche e le certezze della scadenza elettorale

"Serve una proposta politica di rottura". Un documento della Rete dei Comunisti sulla prossima scadenza elettorale.
Anche in questa campagna elettorale, come avviene ormai dagli ultimi venti anni, si assiste all’offuscamento della ragione, della capacità di analisi o di distinzione tra i processi reali e quelli virtuali. Si riafferma insomma quel teatrino della politica dal quale sembra difficile prendere le distanze, tenendo conto che si svolge solo su onnipresenti programmi televisivi fatti a fotocopia, teatrini dove ognuno recita la sua parte fino alla nausea.

Nell’attuale scadenza elettorale quella che si sta perdendo è la consapevolezza che, qualunque sia il risultato elettorale, le politiche del nostro paese sono state già scritte dagli apparati di Bruxelles, cioè dalla BCE e dall’Unione Europea. Ormai siamo dentro la prospettiva degli “Stati Uniti d’Europa” - che in nome della competizione globale rilanciano una contraddittoria interlocuzione con gli Stati Uniti d’America - nei quali la democrazia rappresentativa da noi vissuta fino ad oggi, è diventata un fenomeno virtuale e dove alla quantità di luoghi comuni e promesse evocati, corrisponde il vuoto totale della capacità di decisione popolare sulle priorità del paese.

Le valutazioni sulle forze oggi in campo nella competizione elettorale non possono quindi prescindere dal contesto generale affermatosi nel corso degli ultimi decenni.

1. In questa tornata il PD è il partito che ha dimostrato di avere maggiore capacità progettuale e tenuta dell’organizzazione politica. Lo si può verificare dietro gli eventi dei mesi passati: dalle primarie per il leader fino a quelle sui candidati di lista, dalla cultura e pratica del partito di massa che ha caratterizzato il PCI e la DC nel nostro paese e che il PD ha saputo coniugare con la sua prospettiva politica. Si conferma inoltre il carattere nazionale del partito, in quanto il PD è rimasto l’unico partito ad avere una base su tutto il territorio a differenza delle altre forze che si caratterizzano per i loro punti di forza locali. Nonostante la capacità strategica dimostrata da Bersani e dal gruppo dirigente del PD, incluso Renzi, i limiti contro cui cozza frontalmente il progetto del PD sono quelli del carattere della società italiana.

Su questo aspetto, la Rete dei Comunisti fin dagli anni ’90, ha apertamente polemizzato con la sinistra più o meno antagonista, contrastando l’analisi su Berlusconi “fascista” e invitando piuttosto a guardare la base sociale di quella espressione politica più che la sua rappresentazione. Questa base è la parte della società uscita sconfitta dalla svolta imposta dal Trattato di Maastricht, da Tangentopoli ed anche dalla scomparsa del PCI. Si tratta di un vasto pezzo di società che, rimasto ormai senza prospettive materiali e senza riferimenti culturali, ha guardato e guarda ormai solo alla concretezza immediata. E' questa, in sintesi, quella pancia del paese che ha risposto e risponde sistematicamente alla sirena di Berlusconi, anche dopo aver sperimentato prima le parentesi dei governi di centro sinistra.

2. A questa condizione di disgregazione e di assenza di riferimenti, oggi si aggiungono gli effetti della crisi che sta producendo disperazione nei cosiddetti ceti medi, dipendenti e subordinati, e che amplia quella pancia - già “maggioritaria” nel paese - alla quale anche la promessa di non pagamento dell’IMU è sufficiente affinché si orienti elettoralmente. E’ qui che pesca il recupero nei sondaggi del player Berlusconi, il quale difficilmente potrà essere contrastato efficacemente indicando la prospettiva di ulteriori sacrifici in nome dell'Unione Europea, magari più equi, come promettono Monti e Bersani, ma sempre ed ovviamente senza toccare rendite finanziarie e patrimoni. Ciò non significa che il Popolo delle Libertà abbia di nuovo in tasca la vittoria, in quanto la rinnovata alleanza, con la Lega, esce comunque da una sconfitta politica, economica e giudiziaria e perché nella stessa “pancia profonda” del paese oggi pescano anche altre forze. Una parte viene attirata da Monti assai più che dai centristi, un’altra piccola parte dalla lista di Giannino e dalla destra, ma una parte più consistente e delusa andrà a votare il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo mossa da rabbia e rifiuto della politica.

3. Probabilmente il quadro che uscirà dalle elezioni sarà quello già pronosticato di un governo Bersani-Monti, cioè di un fedele esecutore delle direttive europee e della “integrazione/digestione” dell’attuale assetto economico e sociale nelle compatibilità dell’Unione Europea. Le attuali fibrillazioni nelle relazioni tra centristi e centrosinistri sono motivate dalle dinamiche della campagna elettorale, ma dopo il rito del voto, Vendola non potrà che prendere atto della situazione e adeguarsi di conseguenza. In Vendola, tra l'altro, non si intravedono nemmeno i residui del vecchio bertinottismo che al tempo di Prodi fece correre un brivido lungo la schiena di tutto il paese. Sarà con questa condizione che si dovrà fare i conti nella prossima legislatura dove la lotta di classe dall’alto troverà ben pochi freni e dove, al contrario, la necessità di ricomposizione delle forze politiche e sociali realmente indipendenti sul piano degli interessi di classe troverà sempre più motivazioni nella realtà. Sul lato dell'opposizione, la presenza dei grillini in parlamento sarà indubbiamente consistente come mostrano i sondaggi, ma appare assai meno garantita la tenuta politica unitaria di quella formazione dopo le elezioni.

4. Infine riteniamo necessario esprimere un giudizio sui caratteri della lista “Rivoluzione Civile” che nei sondaggi sembra possa raggiungere il 4% dei voti alla Camera ma non superare il quorum al Senato. L'elemento decisivo non sono tanto le forme che oggi ha assunto questa lista dove convivono storie politicamente e socialmente molto diverse se non addirittura in contrasto. Più importante è esprimere un giudizio sulla natura della operazione fatta con Rivoluzione Civile e con l'ingresso di Ingroia in politica.

In primo luogo va detto che questa lista è in netta discontinuità con quei tentativi avviati nei mesi scorsi quali ALBA o “Cambiare Si Può”, anzi ha determinato la disgregazione di quelle ipotesi che si rifacevano in modo più diretto alla cultura di sinistra del nostro paese.

In secondo luogo, quando si mettono assieme e diventano centrali personaggi quali Ingroia, De Magistris e soprattutto Di Pietro, quello che viene in mente è che esiste una parte degli apparati dello Stato (non solo la magistratura perché Di Pietro forse indica anche qualcosa di più) che nel conflitto interno a quegli apparati ha deciso di usare anche lo strumento politico-elettorale. Di questo si trova qualche traccia anche nella stesura delle liste che sotto l'ambiguo ombrello di “società civile” annovera anche soggetti piuttosto anomali.

Il dato che si è imposto, ha scompaginato i precedenti tentativi di ricomposizione e oggi caratterizza quasi a livello totale la personalizzazione (ancora un altro guru) della lista. Non sono irrilevanti, in tal senso, le reazioni a cui abbiamo assistito con la candidatura di Pietro Grasso nel PD, la polemica con la Boccassini, e l’antefatto dello scontro con Napolitano sulla trattativa Stato-mafia. Sono tutti indicatori del conflitto interno agli apparati dello Stato che lo rendono plastico, evidente sotto ai nostri occhi.

Il punto politico che però va colto, determinante per l'oggi e il domani, non è tanto quello della prevalenza dei magistrati in lista ma quello della indipendenza politica. Con l’appello alla tattica si può giustificare tutto, e si giustifica, anche la scomparsa di ogni riferimento formale alla sinistra, ai comunisti ed alla lotta di classe nella formazione di una lista elettorale, ma quello che diviene incomprensibile è come si fa ad affermare che una tale lista sia indipendente dal centro sinistra.

Le continue avance fatte da Ingroia e da Di Pietro al PD sono in realtà l’espressione politica esplicita della natura della stessa lista e della sua contraddizione. Se quella che infatti si manifesta è una contraddizione interna agli apparati statali, l’indipendenza elettorale della lista è di fatto la copertura ad una indipendenza politica sostanzialmente impossibile. Non si può, infatti, pensare che una prospettiva di rottura reale a sinistra possa venire da una dialettica interna alle istituzioni, per quanto questa possa essere o apparire dura e conflittuale.

E’ chiara a tutti la forza delle attuali istituzioni dalle cui intime contraddizioni è decisamente improbabile che possano nascere alternative strategiche, magari a partire dalla questione democratica. In Italia, infatti, l’egemonia delle classi dominanti e dei suoi apparati, nonostante la crisi, rimane ancora incontrastata anche nel “senso comune” del paese. Una volta passata la scadenza elettorale e le sue divaricazioni congiunturali, le “fazioni” oggi in lotta possono di nuovo arrivare ad un punto di sintesi sulle questioni giudiziarie, vero centro della contraddizione in atto.

E’ questo gioco ambiguo e contraddittorio tra indipendenza formale e sostanziale che non ci convince. Privilegiare di nuovo una tattica, forse potrà portare al PRC e al PDCI qualche deputato in parlamento, ma porterà certamente ad una nuova sconfitta e a una nuova delusione chi – in questa società e dentro la crisi in atto - si sente ancora comunista e di sinistra, conducendoli dentro un “errore” che questa volta può divenire “tombale”, forse ancor più di quello del 2008 con la lista Arcobaleno.

5. Siamo convinti che nel corso concreto della crisi il dato strategico del rilancio di una proposta politica di rottura e di cambiamento del quadro politico, economico e sociale del paese ritrovi spazio oggettivo e riteniamo che questo debba tornare ad essere prevalente per la sinistra di classe, ragione per cui ogni scelta tattica non può che partire da questa prospettiva.

Occorre dunque non nascondere ma rendere visibile la funzione dei comunisti, rafforzare il conflitto politico e sociale senza coprirlo sotto il tappeto del giustizialismo di sinistra, dichiararsi ed agire esplicitamente contro il pagamento del debito “sovrano”, per le nazionalizzazioni di banche e imprese strategiche e per la rottura della Unione Europea nella prospettiva di un nuovo internazionalismo. Sono questi gli elementi rispetto ai quali la clandestinità politica della sinistra di classe non può che portare ulteriori danni.

La prospettiva che la Rete dei Comunisti ha inteso perseguire in questi anni e in quelli che ci aspettano al varco, è stata e rimane diversa e alternativa alle opzioni che ci vengono riproposte anche in questa campagna elettorale.

15 febbraio 2013

La segreteria nazionale della Rete dei Comunisti

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22/01/2013

Piero Ricca su Rivoluzione Civile

Ho guardato le liste, studiato un po' l'operazione e devo dire che "Rivoluzione civile" non mi convince. La stima per il magistrato Ingroia è fuori discussione, come pure il fatto che molti punti del suo manifesto sono condivisibili.

Quel che mi lascia perplesso sono i seguenti elementi.

1 Il leaderismo. Si punta tutto sul nome di Ingroia, messo a caratteri cubitali nel simbolo, candidato in tutte le circoscrizioni, specchietto per le allodole, come Berlusconi.

2 L'ambiguità magistratura-politica. Quando sei così esposto per le indagini che hai condotto, da ultima quella su Stato e Mafia, dovresti riflettere un po' di più prima di andartene in Guatemala e poi entrare in politica, dopo settimane di traccheggiamenti e senza prima prendere la decisione, non obbligatoria ma in questo caso opportuna, di dimetterti dalla magistratura. Altrimenti contribuisci ad alimentare la critica, non sempre in malafede, di politicizzazione della giustizia. E rendi ancora più difficile la vita ai colleghi magistrati che lasci in prima linea a Palermo.

3 Il maquillage. Dietro il nome di Ingroia e la facciata riverniciata di arancione, ci sono tre o quattro piccoli partiti destinati all'estinzione parlamentare: Idv, Pdci, Rifondazione Comunista, Verdi. Se l'operazione 4 per cento va in porto, questi piccoli partiti già di fatto estinti piazzeranno alla Camera i loro dirigenti, candidati tutti in pole position. Più che di rivoluzione civile si tratta di riciclaggio politico.

4 L'unione artificiale fra diversi. Quanto ci metteranno questi signori a dividersi? Il tempo di poche sedute parlamentari, prevedo. Troppo diversi, troppi galletti di inconcilibile estrazione in un medesimo pollaio. Comunisti di varia scuola con ex fascisti, garantisti terzomonidsti con manettari e sbirri. Suvvia.

5 Il rapporto con il Pd. Se decidi di entrare in campo, come dici, contro il Montismo e per una piattaforma di laicità e riforma radicale, non puoi continuare a proporti al Pd, che ha la sua storia, ben nota, i provvedimenti di Monti li ha tutti votati in parlamento e non ha mai fatto mistero di volersi alleare con il centro dopo le elezioni. Ancora sperano di essere alternativi a Monti nelle grazie di Bersani e soci? Si può proporre la rivoluzione civile insieme a coloro che hanno contribuito a portarci così in basso?

6 Il criterio di selezione dei candidati. Chi ha deciso la posizione in lista dei candidati? Il ruolo delle assemblee locali, a quanto risulta, non è stato tenuto in alcun conto, per esempio a Milano. La mobilitazione dal basso, sbandierata a parole, non c'è stata. Si sono battute altre strade: oltre alla lottizzazione partitica, il marketing. Vedi la candidatura in posizione sicura del giornalista Ruotolo o del pentito del grillismo Favia, fatta apposta per portar via voti al M5S.

7 C'è poi un'altra cosa che preliminarmente giudico negativa. L'ispiratore dell'operazione è stato Lugi De Magistris, che pure non è in lista ma ha anch'egli piazzato qualche suo uomo in pole per la Camera. Anziché programmare rivoluzioni nazionali, sarebbe meglio che si dedicasse ai seri problemi della città di cui è sindaco. Come metodo, vale per tutti. Chi è stato eletto a una carica, prima di dedicarsi ad altro, dovrebbe prima onorare il proprio mandato.
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