Antonio Di Pietro ci riprova. Nonostante la sconfitta elettorale con Rivoluzione civile, l’ex pm non abbandona la politica, ma anzi rilancia il progetto dell’Italia dei valori annunciando di considerare definitivamente chiusa l’esperienza con Antonio Ingroia che, proprio per oggi aveva annunciato la decisione sul suo ritorno in magistratura. Di Pietro chiede
nuovamente l’alleanza con il centrosinistra abbandonato durante
l’esperienza del governo tecnico di Mario Monti e convoca il congresso straordinario dell’Idv per togliere il suo nome dal simbolo del partito ed eleggere un nuovo segretario dopo le dimissioni “irrevocabili”
da lui presentate il 26 febbraio scorso, al termine di una giornata
elettorale che aveva visto fermarsi Rivoluzione civile al 2,2% dei voti
alla Camera e all’1,8% al Senato.
Nella sua prima apparizione
alla Camera dopo le elezioni politiche, Di Pietro ha annunciato: “Ho
detto al mio amico Ingroia, che abbraccio, che l’esperienza di
Rivoluzione civile non è ripetibile, noi la dichiariamo conclusa e
riprendiamo il cammino”. Al tempo stesso viene “proposto al
centrosinistra un cammino comune, un percorso politico a partire dalle prossime amministrative di maggio, che si terranno in 800 comuni”. Sarà una “alleanza di coalizione
a partire dal Comune di Roma, con l’obiettivo di arrivare insieme alla
prossima tornata elettorale” nazionale, ha proseguito Di Pietro.
“Anche al nostro interno ci deve essere un segno di discontinuità – ha proseguito – un segno netto e profondo come un congresso straordinario“.
Questo si terrà “dal 28 al 30 giugno attraverso un preventivo
tesseramento, che avrà luogo fino al 25 maggio”. Soprattutto bisogna
passare “attraverso il superamento della personalizzazione del partito”. Ragione per cui “il mio nome verrà rimosso dal simbolo dell’Italia dei valori, mentre resterà il gabbiano“. Dal congresso verrà fuori il nome di un “segretario politico”,
mentre lo stesso Di Pietro, che si presenterà come presidente
dimissionario, fa sapere che non intende concorrere alla carica di
vertice, “pur restando il mio impegno”.
Fonte
Nelle intenzioni questo sarebbe dovuto essere il prodotto migliore partorito dalla rivoluzione civile nata dal post Tangentopoli 20 anni fa, c'è di che mettersi le mani nei capelli.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/03/2013
04/03/2013
Rivoluzione Civile: facciamo i conti
Mi dispiace molto per Antonio Ingroia, di cui ho stima, anche se non capisco quale medico gli abbia ordinato di mettersi alla testa di un esperimento così sconclusionato, rischiando un’ immagine costruita in decine di anni di lavoro. Mi spiace per ottime persone come Maurizio Torrealta o Ilaria Cucchi, che si sono fatte infinocchiare e sono andate a fare la copertura ad una operazione trasformistica come questa. Mi spiace soprattutto per le migliaia di compagni di base di Rifondazione Comunista (unica base realmente esistente di questo accrocco di sigle), che credono ancora in una battaglia contro il capitalismo e che si battono a mani nude nei loro posti di lavoro e nei loro circoli territoriali. Solo per rispetto di queste persone, ho evitato di dire in campagna elettorale quello che penso di Rivoluzione Civile: mi sarei sentito come uno che spara alle spalle di compagni ed amici. Ma ora la campagna è finita e possiamo fare i conti con calma.
Questa è stata una delle più indecenti operazioni opportunistiche cui abbia mai assistito: un’accozzaglia di politicanti da strapazzo (Ferrero in primo luogo, poi Di Pietro, poi Diliberto con il relativo seguito di Grassi, Zipponi, Mascia, Palermi, ecc ecc.) era alla disperata ricerca di una conferma parlamentare, ma sapeva di non avere alcuna speranza di farcela presentandosi con le proprie facce in prima fila. Allora hanno cercato di camuffarsi all’interno di qualcosa che sembrasse nuovo, all’ombra di un nome rispettabile e con una pattuglia di testimonial per bene, tanto poi, con il meccanismo delle liste preconfezionate, al riparo dal temutissimo voto di preferenza, riesce lo stesso di sistermarcisi.
Beninteso: prima si fanno fuori quelli di Alba, la parte vera di Cambiare si può ecc. (tutti pericolosi concorrenti: qui i posti, bene che vada, saranno solo una ventina…). Ingroia, che di suo dovrebbe fare il magistrato, perché la politica non è mestiere suo, si fa imbrogliare ed il Gatto la Volpe e la Faina, fanno le liste come più gli piace, mettendo insieme una porcheria mai vista: a Milano le primarie hanno scelto Agnoletto? “E chi se ne frega?! Levalo e mettici Di Pietro”. Poi un po’ di ex dell’Idv compresi 5 ex democristiani e un ex missino, più un paio di inquisiti, un sostenitore del condono edilizio e qualche valente uomo d’affari. Ci si mette anche Ingroia a rendere il pastone del tutto impresentabile e ci aggiunge Giardullo, il “sindacalista poliziotto” che si è opposto all’istituzione del reato di tortura ed al segno di riconoscimento personale per gli agenti della Celere.
Al posto della Cucchi, più che andarci in lista insieme, gli avrei cavato gli occhi.
L’esperimento è last minute, con un simbolo ed una sigla nuova che, come insegnano le precedenti esperienze di Nuova Sinistra Unita e della Sinistra Arcobaleno, di solito falliscono sempre. “Pazienza, questo passa il convento. Se va, va altrimenti pace”.
E il programma? “Programma? Quale programma? Qui l’unico programma è svoltare la pagnotta”. D’altra parte un accrocco del genere, con ex democristiani e fascisti, con sbirri ed imputati, messo su in fretta e furia, che linea politica poteva trovare? Giusto tre fregnacce in croce con l’esilarante trovata di sostituire l’Imu con il recupero dei capitali di Mafia (e, se non è chiaro perché si tratti di una cazzata col botto, ditemelo che vi spiego il perché).
Ingroia si è lamentato di essere stato “oscurato” dai mass media, ma dovrebbe ringraziare Iddio, perché se avesse avuto più spazio in Tv e sui giornali si sarebbe visto in pieno che Rc non aveva nulla da dire. Perché, diciamolo chiaro, non solo i promotori di Rc non si sono preoccupati di elaborare una proposta politica anche minima, ma non hanno neppure fatto finta di avercela. E, soprattutto, era evidente che, in caso di successo, ognuno sarebbe andato per la sua strada alla ricerca di posizionamenti più confortevoli.
Ma, insomma, signori, veramente credevate che il 4% degli italiani avrebbe abboccato ad un imbroglio così scoperto e malfatto? Questo fallimento viene da 5 anni di ozi di Capua, durante i quali Rifondazione e i Comunisti Italiani hanno macinato decine di milioni di euro per mantenere un’armata di parassiti-funzionari, il cui lavoro era ciondolare per le rispettive sedi e fare qualche telefonata in attesa dell’ora del pranzo. Non si è visto un grammo di iniziativa politica, i circoli sono stati abbandonati a sé stessi, non c’è stato un minimo di analisi della crisi ed una conseguente proposta per quanto elementare. In compenso fiumi di soldi sono stati spesi per un giornale illeggibile al cui confronto “Novella 2000” è il “New York Times”. Ora si lamentano di Grillo, ma Grillo è uno che da 7 anni sta lavorando come un rullo compressore: chi impediva a Rifondazione o alla Federazione della Sinistra di fare un blog come si deve come strumento di penetrazione? Avete mai visto il blog di Rifondazione? No? Andate a vederlo e ditemi se non sembra una via di mezzo fra il bollettino parrocchiale di Sant’Antonio e il “Courier de Pyongyang”, organo del Partito del Lavoro della Nord Corea, con tanto di culto del Segretario del Partito.
Ferrero si è dimostrato un totale zero politico, Diliberto si è prodotto in una andata e ritorno verso e dal Pd da lasciare tutti senza fiato, Salvi è solo andato. Quanto a Di Pietro le critiche sono altre – a parte quelle di ordine sintattico grammaticale che lo accomunano a Ferrero – e sono storie di figli, di appartamenti e di finanziamenti di partito. Meglio stendere un velo pietoso.
Ora è arrivato il conto: una batosta meritatissima che, speriamo, ci tolga definitivamente dai piedi Ferrero, Grassi, Diliberto, Di Pietro, Mascia, Palermi ecc. Che spariscano e, nel caso interrogati, rispondano solo per dire “Mi vergogno di esistere”.
Io, però, me la prendo con i militanti di base, soprattutto di Rifondazione, che nel 2008, anziché occupare la sede nazionale e ruzzolare dalle scale tutti i dirigenti a portata di mano (e, possibilmente, dopo avergli gonfiato la faccia a schiaffoni) hanno accettato di rieleggere tutti al massimo vertice (salvo poi dividersi). Quando un gruppo dirigente incassa una sconfitta di quelle proporzioni e la base non insorge con la massima violenza possibile, vuol dire che quel partito è morto. E infatti..
Ma adesso cosa possono fare i militanti di Rifondazione che ancora ci sono e che proprio pochi non sono? In primo luogo cacciare dal partito tutti i dirigenti per indegnità politica: quando un dirigente si rende conto di non farcela e non sente il dovere di farsi da parte, ma resta, per tentare sino all’ultimo di rimediare un posto in Parlamento e risolvere i suoi personalissimi problemi di reddito, vuol dire che è una persona molto più disonesta del peggiore tangentista. E, come tale, va espulsa per indegnità politica. Solo dopo aver fatto questo doveroso atto di pulizia, credo che si possa prendere in considerazione una confluenza in Sel (che è quello che, più male che bene, resta ancora in piedi della sinistra) per dar vita ad un minimo di aggregazione da cui ripartire.
In margine ad una polemica di questi giorni: il candidato cancelliere della socialdemocrazia tedesca Steinbrueck ha detto che le elezioni italiane hanno fatto vincere due clown. Può darsi, quello che è sicuro è che i socialdemocratici tedeschi hanno scelto come proprio candidato un cretino. Fossi in loro ci ripenserei: si comincia così e si finisce come la sinistra italiana.
Aldo Giannuli
Fonte
Questa è stata una delle più indecenti operazioni opportunistiche cui abbia mai assistito: un’accozzaglia di politicanti da strapazzo (Ferrero in primo luogo, poi Di Pietro, poi Diliberto con il relativo seguito di Grassi, Zipponi, Mascia, Palermi, ecc ecc.) era alla disperata ricerca di una conferma parlamentare, ma sapeva di non avere alcuna speranza di farcela presentandosi con le proprie facce in prima fila. Allora hanno cercato di camuffarsi all’interno di qualcosa che sembrasse nuovo, all’ombra di un nome rispettabile e con una pattuglia di testimonial per bene, tanto poi, con il meccanismo delle liste preconfezionate, al riparo dal temutissimo voto di preferenza, riesce lo stesso di sistermarcisi.
Beninteso: prima si fanno fuori quelli di Alba, la parte vera di Cambiare si può ecc. (tutti pericolosi concorrenti: qui i posti, bene che vada, saranno solo una ventina…). Ingroia, che di suo dovrebbe fare il magistrato, perché la politica non è mestiere suo, si fa imbrogliare ed il Gatto la Volpe e la Faina, fanno le liste come più gli piace, mettendo insieme una porcheria mai vista: a Milano le primarie hanno scelto Agnoletto? “E chi se ne frega?! Levalo e mettici Di Pietro”. Poi un po’ di ex dell’Idv compresi 5 ex democristiani e un ex missino, più un paio di inquisiti, un sostenitore del condono edilizio e qualche valente uomo d’affari. Ci si mette anche Ingroia a rendere il pastone del tutto impresentabile e ci aggiunge Giardullo, il “sindacalista poliziotto” che si è opposto all’istituzione del reato di tortura ed al segno di riconoscimento personale per gli agenti della Celere.
Al posto della Cucchi, più che andarci in lista insieme, gli avrei cavato gli occhi.
L’esperimento è last minute, con un simbolo ed una sigla nuova che, come insegnano le precedenti esperienze di Nuova Sinistra Unita e della Sinistra Arcobaleno, di solito falliscono sempre. “Pazienza, questo passa il convento. Se va, va altrimenti pace”.
E il programma? “Programma? Quale programma? Qui l’unico programma è svoltare la pagnotta”. D’altra parte un accrocco del genere, con ex democristiani e fascisti, con sbirri ed imputati, messo su in fretta e furia, che linea politica poteva trovare? Giusto tre fregnacce in croce con l’esilarante trovata di sostituire l’Imu con il recupero dei capitali di Mafia (e, se non è chiaro perché si tratti di una cazzata col botto, ditemelo che vi spiego il perché).
Ingroia si è lamentato di essere stato “oscurato” dai mass media, ma dovrebbe ringraziare Iddio, perché se avesse avuto più spazio in Tv e sui giornali si sarebbe visto in pieno che Rc non aveva nulla da dire. Perché, diciamolo chiaro, non solo i promotori di Rc non si sono preoccupati di elaborare una proposta politica anche minima, ma non hanno neppure fatto finta di avercela. E, soprattutto, era evidente che, in caso di successo, ognuno sarebbe andato per la sua strada alla ricerca di posizionamenti più confortevoli.
Ma, insomma, signori, veramente credevate che il 4% degli italiani avrebbe abboccato ad un imbroglio così scoperto e malfatto? Questo fallimento viene da 5 anni di ozi di Capua, durante i quali Rifondazione e i Comunisti Italiani hanno macinato decine di milioni di euro per mantenere un’armata di parassiti-funzionari, il cui lavoro era ciondolare per le rispettive sedi e fare qualche telefonata in attesa dell’ora del pranzo. Non si è visto un grammo di iniziativa politica, i circoli sono stati abbandonati a sé stessi, non c’è stato un minimo di analisi della crisi ed una conseguente proposta per quanto elementare. In compenso fiumi di soldi sono stati spesi per un giornale illeggibile al cui confronto “Novella 2000” è il “New York Times”. Ora si lamentano di Grillo, ma Grillo è uno che da 7 anni sta lavorando come un rullo compressore: chi impediva a Rifondazione o alla Federazione della Sinistra di fare un blog come si deve come strumento di penetrazione? Avete mai visto il blog di Rifondazione? No? Andate a vederlo e ditemi se non sembra una via di mezzo fra il bollettino parrocchiale di Sant’Antonio e il “Courier de Pyongyang”, organo del Partito del Lavoro della Nord Corea, con tanto di culto del Segretario del Partito.
Ferrero si è dimostrato un totale zero politico, Diliberto si è prodotto in una andata e ritorno verso e dal Pd da lasciare tutti senza fiato, Salvi è solo andato. Quanto a Di Pietro le critiche sono altre – a parte quelle di ordine sintattico grammaticale che lo accomunano a Ferrero – e sono storie di figli, di appartamenti e di finanziamenti di partito. Meglio stendere un velo pietoso.
Ora è arrivato il conto: una batosta meritatissima che, speriamo, ci tolga definitivamente dai piedi Ferrero, Grassi, Diliberto, Di Pietro, Mascia, Palermi ecc. Che spariscano e, nel caso interrogati, rispondano solo per dire “Mi vergogno di esistere”.
Io, però, me la prendo con i militanti di base, soprattutto di Rifondazione, che nel 2008, anziché occupare la sede nazionale e ruzzolare dalle scale tutti i dirigenti a portata di mano (e, possibilmente, dopo avergli gonfiato la faccia a schiaffoni) hanno accettato di rieleggere tutti al massimo vertice (salvo poi dividersi). Quando un gruppo dirigente incassa una sconfitta di quelle proporzioni e la base non insorge con la massima violenza possibile, vuol dire che quel partito è morto. E infatti..
Ma adesso cosa possono fare i militanti di Rifondazione che ancora ci sono e che proprio pochi non sono? In primo luogo cacciare dal partito tutti i dirigenti per indegnità politica: quando un dirigente si rende conto di non farcela e non sente il dovere di farsi da parte, ma resta, per tentare sino all’ultimo di rimediare un posto in Parlamento e risolvere i suoi personalissimi problemi di reddito, vuol dire che è una persona molto più disonesta del peggiore tangentista. E, come tale, va espulsa per indegnità politica. Solo dopo aver fatto questo doveroso atto di pulizia, credo che si possa prendere in considerazione una confluenza in Sel (che è quello che, più male che bene, resta ancora in piedi della sinistra) per dar vita ad un minimo di aggregazione da cui ripartire.
In margine ad una polemica di questi giorni: il candidato cancelliere della socialdemocrazia tedesca Steinbrueck ha detto che le elezioni italiane hanno fatto vincere due clown. Può darsi, quello che è sicuro è che i socialdemocratici tedeschi hanno scelto come proprio candidato un cretino. Fossi in loro ci ripenserei: si comincia così e si finisce come la sinistra italiana.
Aldo Giannuli
Fonte
08/01/2013
Ingroia fa fuggire gli elettori o li attira?
Diciamolo chiaro: se l’operazione Ingroia aveva una razionalità politica basata sull’impatto televisivo del personaggio, qualcosa non sta funzionando. I sondaggi, ci riferiamo all’ultimo di Ipr-Marketing e di Tecnè (che cura le rilevazioni per Sky), riportano un inizio gennaio piuttosto difficile per il magistrato in aspettativa. Si passa da una media complessiva dei partiti che oggi appoggiano Rivoluzione Civile, rilevata in autunno tra il 9 e il 10 per cento ad una, con la sola Lista Ingroia, che nei primi giorni di gennaio oscilla tra il 2,4 e il 3,5 per cento. Al di sotto della soglia di sbarramento elettorale come la sinistra arcobaleno del 2008. E se è vero che le rilevazioni di settembre-ottobre non tenevano conto del successivo tracollo Idv, dovuto alla caduta di credibilità del brand Di Pietro, è altrettanto vero che Ingroia era stato chiamato proprio per rigenerare l’immagine dei diversi partiti che lo appoggiano.
E qui qualche considerazione sull’operazione Ingroia già la si può fare: al netto di una lista che appare soprattutto una scialuppa di salvataggio per quattro partiti, siamo di fronte ad un’operazione debole nella collocazione elettorale e nel linguaggio. E se il primo brutto errore poteva essere tatticamente rimediabile, l’equilibrio tra partiti e movimenti interessa poco al grosso dell’elettorato (quello che porta milioni di voti), gli altri due sembrano essere più gravi.
Infatti una collocazione elettorale a sinistra del Pd, che non solo prenda nettamente distanza dal partito democratico, ma che non si dichiari naturalmente alternativa al centrosinistra non ha forza d’attrazione elettorale. Perché lascia spazio alle dinamiche di “voto utile”, e alle correlate mitologie del condizionamento a sinistra del Pd, senza proporre qualcosa di nuovo e concreto. Perché non ha una capacità magnetica propria, un modo che rende indistinguibili dagli altri partiti. Fa anche riflettere quanto abbia fallito, in queste poche settimane, il linguaggio unificante scelto da Ingroia. Quello dell’epica della lotta alla mafia, dell’agenda di Borsellino e delle stragi del ’92-’93. Qui qualcuno non deve aver capito bene la differenza tra temi, comunque importanti, che alzano la tiratura del Fatto Quotidiano o l’audience di Servizio Pubblico e la costruzione di un linguaggio unificante che attira, a sinistra, milioni di elettori. Si è davvero confusa l’informazione e la narrazione mediale della politica con i processi di comunicazione che attivano un elettorato.
E cosa dire della continua dissociazione da Ingroia? Movimenti per l’acqua pubblica, quelli che hanno portato a vincere un referendum nazionale, No tav, teatri autogestiti. Si tratta dell’ossatura dei movimenti di questi ultimi anni non di soggetti residuali. Perdere contatto da questi soggetti porta a perdere un radicamento reale in ciò che di nuovo si muove in politica. Come se non bastasse, la lista Rivoluzione civile non mostra un chiaro programma economico. Di fronte alla più grossa crisi economica dal dopoguerra, che impone di combattere con nettezza teorie e pratiche di un modello di sviluppo in esaurimento, si tratta forse del deficit più grave. Non a caso, per adesso, avvertito dall’elettorato: non bastano le petizioni di principio (sul fiscal compact o sulle energie alternative) qui c’è la necessità di trasmettere la praticabilità di un modello di sviluppo inclusivo e realistico. Con la consapevolezza, che Syriza ha comunque avuto, che questo significa entrare in rotta di collisione con l’eurozona. E quindi con una porzione significativa dei partiti e del mainstream mediale.
Questo per mantenersi aperti su una ipotesi d'evoluzione della lista Ingroia sull’ineludibile, senza il quale non sei un soggetto politico, nodo dell’economia. Ingroia infatti sostiene che la vera emergenza economica è quella criminale e che, una volta sanata questa, è possibile ridurre il debito.
Una concessione quest’ultima, quella del debito come causa dei mali economici e non come sintomo, più marcata a Monti e Bersani di qualsiasi altro genere di apertura. L’esplodere del debito pubblico, non sanabile nemmeno togliendo i soldi a Cosa Nostra, infatti, non è che il sintomo della presenza dell’Italia in un’area valutaria ottimale, l’euro, che porta i paesi centrali a vampirizzare quelli periferici. Vampirizzazione che i paesi sudamericani degli anni ’80 e ’90 hanno conosciuto benissimo. Paradossalmente se Ingroia togliesse i soldi alla mafia finirebbe così per farli circolare a disposizione dei paesi capitalisticamente più forti dell’eurozona nel giro di pochissimi anni. Più che una soluzione economica il programma Ingroia sembra quindi una boutade. Nella convinzione che il richiamo alla moralità e alla legalità di per sé faccia funzionare un modello economico-finanziario, quello neoliberista dell’eurozona, che è di fronte ad una crisi epocale. Ingroia si mostra quindi l’ennesimo prodotto di un minimalismo politico, vecchio di trent’anni e che a sinistra ha trovato adesioni, che pensa che su pochi qualificati punti si possa far ripartire un paese.
E’ evidente che con il 41 per cento degli elettori che, stando ai sondaggi, non ha ancora preso posizione i margini di recupero per Ingroia ci sono. Ma il punto vero non sta nel numero di parlamentari da portare a Montecitorio o, con minore probabilità, al senato. La questione è tutta nel progetto politico, in uno dei periodi più duri della storia di questo paese, che nel migliore dei casi al momento appare del tutto acerbo.
Fonte
E qui qualche considerazione sull’operazione Ingroia già la si può fare: al netto di una lista che appare soprattutto una scialuppa di salvataggio per quattro partiti, siamo di fronte ad un’operazione debole nella collocazione elettorale e nel linguaggio. E se il primo brutto errore poteva essere tatticamente rimediabile, l’equilibrio tra partiti e movimenti interessa poco al grosso dell’elettorato (quello che porta milioni di voti), gli altri due sembrano essere più gravi.
Infatti una collocazione elettorale a sinistra del Pd, che non solo prenda nettamente distanza dal partito democratico, ma che non si dichiari naturalmente alternativa al centrosinistra non ha forza d’attrazione elettorale. Perché lascia spazio alle dinamiche di “voto utile”, e alle correlate mitologie del condizionamento a sinistra del Pd, senza proporre qualcosa di nuovo e concreto. Perché non ha una capacità magnetica propria, un modo che rende indistinguibili dagli altri partiti. Fa anche riflettere quanto abbia fallito, in queste poche settimane, il linguaggio unificante scelto da Ingroia. Quello dell’epica della lotta alla mafia, dell’agenda di Borsellino e delle stragi del ’92-’93. Qui qualcuno non deve aver capito bene la differenza tra temi, comunque importanti, che alzano la tiratura del Fatto Quotidiano o l’audience di Servizio Pubblico e la costruzione di un linguaggio unificante che attira, a sinistra, milioni di elettori. Si è davvero confusa l’informazione e la narrazione mediale della politica con i processi di comunicazione che attivano un elettorato.
E cosa dire della continua dissociazione da Ingroia? Movimenti per l’acqua pubblica, quelli che hanno portato a vincere un referendum nazionale, No tav, teatri autogestiti. Si tratta dell’ossatura dei movimenti di questi ultimi anni non di soggetti residuali. Perdere contatto da questi soggetti porta a perdere un radicamento reale in ciò che di nuovo si muove in politica. Come se non bastasse, la lista Rivoluzione civile non mostra un chiaro programma economico. Di fronte alla più grossa crisi economica dal dopoguerra, che impone di combattere con nettezza teorie e pratiche di un modello di sviluppo in esaurimento, si tratta forse del deficit più grave. Non a caso, per adesso, avvertito dall’elettorato: non bastano le petizioni di principio (sul fiscal compact o sulle energie alternative) qui c’è la necessità di trasmettere la praticabilità di un modello di sviluppo inclusivo e realistico. Con la consapevolezza, che Syriza ha comunque avuto, che questo significa entrare in rotta di collisione con l’eurozona. E quindi con una porzione significativa dei partiti e del mainstream mediale.
Questo per mantenersi aperti su una ipotesi d'evoluzione della lista Ingroia sull’ineludibile, senza il quale non sei un soggetto politico, nodo dell’economia. Ingroia infatti sostiene che la vera emergenza economica è quella criminale e che, una volta sanata questa, è possibile ridurre il debito.
Una concessione quest’ultima, quella del debito come causa dei mali economici e non come sintomo, più marcata a Monti e Bersani di qualsiasi altro genere di apertura. L’esplodere del debito pubblico, non sanabile nemmeno togliendo i soldi a Cosa Nostra, infatti, non è che il sintomo della presenza dell’Italia in un’area valutaria ottimale, l’euro, che porta i paesi centrali a vampirizzare quelli periferici. Vampirizzazione che i paesi sudamericani degli anni ’80 e ’90 hanno conosciuto benissimo. Paradossalmente se Ingroia togliesse i soldi alla mafia finirebbe così per farli circolare a disposizione dei paesi capitalisticamente più forti dell’eurozona nel giro di pochissimi anni. Più che una soluzione economica il programma Ingroia sembra quindi una boutade. Nella convinzione che il richiamo alla moralità e alla legalità di per sé faccia funzionare un modello economico-finanziario, quello neoliberista dell’eurozona, che è di fronte ad una crisi epocale. Ingroia si mostra quindi l’ennesimo prodotto di un minimalismo politico, vecchio di trent’anni e che a sinistra ha trovato adesioni, che pensa che su pochi qualificati punti si possa far ripartire un paese.
E’ evidente che con il 41 per cento degli elettori che, stando ai sondaggi, non ha ancora preso posizione i margini di recupero per Ingroia ci sono. Ma il punto vero non sta nel numero di parlamentari da portare a Montecitorio o, con minore probabilità, al senato. La questione è tutta nel progetto politico, in uno dei periodi più duri della storia di questo paese, che nel migliore dei casi al momento appare del tutto acerbo.
Fonte
15/12/2012
L'F-35 spareggia il bilancio
Una schiacciante maggioranza bipartisan (salvo l'IDV), modificando l'art. 81 della Costituzione, ha fatto dell'Italia una repubblica fondata sul pareggio di bilancio, in cui la sovranità appartiene al mercato. Lo Stato, recita il nuovo testo, assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi del ciclo economico. C'è però un problema: come si fa ad assicurare l'equilibrio se si decide una spesa senza sapere a quanto ammonta? La domanda va girata agli onorevoli che hanno approvato la modifica della Costituzione, perché sono gli stessi che hanno approvato l'acquisto dei caccia statunitensi F-35. Senza sapere quanto sarebbero venuti a costare.
Hanno prima creduto (o fatto finta di credere) agli imbonitori della Lockheed che parlavano di 65 milioni di dollari per aereo. Ma c'era il trucco: era il prezzo dell'aereo «nudo», senza neppure il motore. Hanno poi creduto (o fatto finta di credere), gli onorevoli, al ministro della difesa Di Paola, il maggiore sostenitore dell'F-35: in parlamento ha raccontato che ogni caccia costerà un'ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa. E quando il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l'acquisto degli F-35 da 131 a 90, gli onorevoli hanno gioito per il risparmio così ottenuto. Anch'esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia. Qualche paese però (non certo l'Italia) si è mosso per fare luce sul mistero. In Canada una società di servizi professionali è stata incaricata di stimare i costi di una flotta di 65 F-35.
Per l'acquisto è prevista una cifra di 9 miliardi di dollari (137 milioni ad aereo), cui si aggiunge una spesa operativa di oltre un miliardo di dollari annui. Particolare ignorato dai nostri onorevoli: i caccia vengono acquistati non per esporli come modellini, ma per farli volare. Sulla falsariga della stima fatta in Canada si può dedurre che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d'arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella dell'anno scorso contro la Libia. Il velo di mistero comincia quindi a squarciarsi. Tanto che, in Italia, lo stesso Segretario generale della difesa ammette che il costo dei primi F-35 sarà più del doppio rispetto agli 80 milioni annunciati. Per di più l'Italia acquisterà, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni, ma si tratta sempre dell'aereo «nudo» che, una volta dotato di motore, avionica e armi, costerà almeno il doppio. Dati più precisi, ma non completi. Come ammette lo stesso segretario della difesa, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari.
Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco, la cui cifra continuerà a lievitare. Non c'è però da preoccuparsi: il pareggio di bilancio, ormai nella Costituzione, sarà assicurato coprendo la spesa per gli F-35 con le entrate, derivanti da nuove tasse e altri tagli alla spesa pubblica.
di Manlio Dinucci
tratto da Il Manifesto del 11/12/2012
Fonte
Nello scenario politico degli ultimi 20 anni, gli unici a conservare un briciolo di decenza sono stati quelli dell'IDV, bisogna rendergliene merito nonostante l'indegno tracollo che sta subendo il partito di Di Pietro.
Detto questo, gli F-35 sono una sola economica, tecnica e militare che fa impallidire l'F-104 (guarda caso anche quest'ultimo prodotto da Lockheed). Avessimo meno prezzolati tra la classe dirigente, dopo decenni di sprechi vergognosi nell'ambito delle forze armate (in particolare nel settore aeronautico) ci saremmo fatti andare bene gli Eurofighter (che oggettivamente vanno benissimo) e l'avremmo chiusa li per i prossimi 30 anni!
Hanno prima creduto (o fatto finta di credere) agli imbonitori della Lockheed che parlavano di 65 milioni di dollari per aereo. Ma c'era il trucco: era il prezzo dell'aereo «nudo», senza neppure il motore. Hanno poi creduto (o fatto finta di credere), gli onorevoli, al ministro della difesa Di Paola, il maggiore sostenitore dell'F-35: in parlamento ha raccontato che ogni caccia costerà un'ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa. E quando il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l'acquisto degli F-35 da 131 a 90, gli onorevoli hanno gioito per il risparmio così ottenuto. Anch'esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia. Qualche paese però (non certo l'Italia) si è mosso per fare luce sul mistero. In Canada una società di servizi professionali è stata incaricata di stimare i costi di una flotta di 65 F-35.
Per l'acquisto è prevista una cifra di 9 miliardi di dollari (137 milioni ad aereo), cui si aggiunge una spesa operativa di oltre un miliardo di dollari annui. Particolare ignorato dai nostri onorevoli: i caccia vengono acquistati non per esporli come modellini, ma per farli volare. Sulla falsariga della stima fatta in Canada si può dedurre che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d'arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella dell'anno scorso contro la Libia. Il velo di mistero comincia quindi a squarciarsi. Tanto che, in Italia, lo stesso Segretario generale della difesa ammette che il costo dei primi F-35 sarà più del doppio rispetto agli 80 milioni annunciati. Per di più l'Italia acquisterà, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni, ma si tratta sempre dell'aereo «nudo» che, una volta dotato di motore, avionica e armi, costerà almeno il doppio. Dati più precisi, ma non completi. Come ammette lo stesso segretario della difesa, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari.
Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco, la cui cifra continuerà a lievitare. Non c'è però da preoccuparsi: il pareggio di bilancio, ormai nella Costituzione, sarà assicurato coprendo la spesa per gli F-35 con le entrate, derivanti da nuove tasse e altri tagli alla spesa pubblica.
di Manlio Dinucci
tratto da Il Manifesto del 11/12/2012
Fonte
Nello scenario politico degli ultimi 20 anni, gli unici a conservare un briciolo di decenza sono stati quelli dell'IDV, bisogna rendergliene merito nonostante l'indegno tracollo che sta subendo il partito di Di Pietro.
Detto questo, gli F-35 sono una sola economica, tecnica e militare che fa impallidire l'F-104 (guarda caso anche quest'ultimo prodotto da Lockheed). Avessimo meno prezzolati tra la classe dirigente, dopo decenni di sprechi vergognosi nell'ambito delle forze armate (in particolare nel settore aeronautico) ci saremmo fatti andare bene gli Eurofighter (che oggettivamente vanno benissimo) e l'avremmo chiusa li per i prossimi 30 anni!
02/11/2012
Antonio Di Pietro presidente della Repubblica
Antonio Di Pietro ha commesso degli errori, ha inserito nel suo partito
persone impresentabili come De Gregorio e Scilipoti, ha evitato, per
scelte forse tattiche, prese di posizioni nette sulla
Tav e sul G8, ma lui soltanto in Parlamento ha combattuto il
berlusconismo. Lo ha fatto con armi spuntate, con una truppa
abborracciata tenuta insieme unicamente dalla sua testardaggine e
caparbietà. E' sempre stato un isolato, mal sopportato
dai pdmenoellini e odiato da tutti gli altri. Ha confuso talvolta la
politica con la realpolitik e cercato un compromesso impossibile con
partiti corrotti e in via di estinzione. Si è fidato troppo di persone a
lui vicine, di signor nessuno che ne hanno sfruttato la popolarità
assecondando in modo acritico ogni sua richiesta. Ha allevato, forse
consapevolmente, piranha e squali che pensava di tenere a bada e che ora
mostrano le loro fauci. Però, in questi lunghi anni di inciucio tra il
Pdl e il Pdmenoelle, senza di lui, in Parlamento si sarebbe spenta anche
l'unica flebile luce rimasta accesa. La Camera non
sarebbe stata differente dall'aula sorda e grigia evocata da Benito
Mussolini o dall'attuale obitorio della democrazia di Rigor Montis. Il
suo "Caro presidente che non c'è" rivolto allo psiconano e gli
attacchi ai servi del berlusconismo sono gli unici lampi di luce che
meritano di essere ricordati nel peggior Parlamento dell'Unità d'Italia,
un luogo immondo popolato da pregiudicati e piduisti, da nemici
dichiarati della democrazia. Può essere che Tonino abbia lanciato dei
referendum pro domo sua, ma se abbiamo potuto votare
contro il nucleare di Casini, Bossi, Fini e Berlusconi lo dobbiamo a lui
che ha raccolto e validato le firme necessarie. Solo per questo
dovremmo dirgli grazie. Il Lodo Alfano, che anche un bambino avrebbe
dichiarato incostituzionale, ma non il presidente della Repubblica, fu
criticato e osteggiato in solitudine da Di Pietro nel silenzio dei
Bersani, dei D'Alema e con il plauso dei Cicchitto e dei Gasparri.
L'uomo ha un caratteraccio, non ascolta nessuno, ma è onesto.
Quando ha dovuto affrontare il giudizio di un tribunale lo ha fatto
senza esitazioni e ne è sempre uscito prosciolto. Quanti in Parlamento
possono dire altrettanto? Chi può scagliare la prima pietra? Nessuno.
Nel 2013 Napolitano decadrà, per ora è l'unica buona notizia certa. Il
mio auspicio è che il prossimo presidente della Repubblica sia Antonio Di Pietro, l'unico che ha tenuto la schiena dritta in un Parlamento di pigmei. Chapeau!
Fonte
Dati i recenti trascorsi dei due, non avrei scommesso una lira su un'attestazione pubblica di stima e fiducia di Grillo nei confronti Di Pietro. Non mi stupisce più di tanto, invece, che anche lo stesso Di Pietro sia finito nel tritacarne che da un anno a questa parte ha fatto poltiglia di tutta la classe politica, fatta eccezione, guarda caso, per quelli che hanno sostenuto Monti alla bersagliera fin dal primo secondo, ovvero UDC e in misura minore PD. Sono loro i predestinati a sopravvivere alla seconda repubblica, il resto è già storia.
Fonte
Dati i recenti trascorsi dei due, non avrei scommesso una lira su un'attestazione pubblica di stima e fiducia di Grillo nei confronti Di Pietro. Non mi stupisce più di tanto, invece, che anche lo stesso Di Pietro sia finito nel tritacarne che da un anno a questa parte ha fatto poltiglia di tutta la classe politica, fatta eccezione, guarda caso, per quelli che hanno sostenuto Monti alla bersagliera fin dal primo secondo, ovvero UDC e in misura minore PD. Sono loro i predestinati a sopravvivere alla seconda repubblica, il resto è già storia.
14/02/2012
F-35, oggi la decisione del governo Monti
Questa mattina il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di
Paola, illustra in Consiglio dei ministri i provvedimenti di risparmio
riguardanti il suo dicastero. Gli occhi di tutti sono puntati
sull’acquisto di centotrentuno cacciabombardieri F-35 ‘Joint Strike
Fighter’, per il quale ci si aspetta una “rimodulazione”.
Circolano
voci di una riduzione a cento velivoli, che, a spanne, dovrebbe
comportare un risparmio di almeno 3 miliardi di euro sui 15 totali del
programma. E online ha chiesto ieri a Fabrizio Ravoni,
portavoce di Di Paola, se tali numeri sull’entità del taglio fossero
rispondenti al vero. “I numeri riguardanti i programma F-35 li dirà il
ministro della Difesa in Consiglio dei ministri”. Un’implicita conferma
che qualche taglio, comunque, ci sarà.
Non si tratterà, in ogni caso, di una rinuncia totale al programma come chiedono due mozioni parlamentari, una dell’Idv e una di Udc e Pd, che verranno discusse e votate stasera alla Camera, secondo una calendarizzazione (decisa dai capigruppo) così tardiva da apparire quasi opportunistica. La mozione dell’Idv “Di Stanislao, Di Pietro” è del 7 dicembre scorso. Quella Udc-Pd “Pezzotta, Sarubbi” risale addirittura a un anno e mezzo fa: 8 luglio 2010.
La mozione dei dipietristi “impegna il governo ad assumere iniziative volte a bloccare, in via definitiva, il programma per la produzione e l’acquisto dei 131 cacciabombardieri joint strike fighter e a valutare la reale possibilità di utilizzare tali risorse per il rilancio dell’economia e il sostegno all’occupazione giovanile; ad assumere iniziative volte a cancellare i finanziamenti previsti per il 2012 per la produzione dei 4 sommergibili Fremm, dei cacciabombardieri F35, delle due fregate «Orizzonte» con un risparmio previsto intorno ai 783 milioni di euro; a bloccare in via definitiva il progetto della mini naja «Vivi le Forze armate» con un risparmio immediato da destinare alle politiche sociali, con particolare riferimento alle famiglie e ai minori che vivono in condizioni di povertà”.
La mozione di Udc e Pd “impegna i governo a sospendere la partecipazione al programma di realizzazione dell’aereo Joint Strike Fighter non sottoscrivendo alcun contratto di acquisto di questi stessi velivoli”, osservando che “dal punto di vista puramente strategico è difficile comprendere quali siano le motivazioni per l’acquisto di un cacciabombardiere di quarta generazione: le nostre attuali missioni militari all’estero hanno una caratteristica prevalentemente di peacekeeping, dove fondamentale deve essere la figura umana mentre risulta totalmente inutile, oltre che contraria al nostro dettato costituzionale, la presenza di cacciabombardieri. La possibile giustificazione della deterrenza ai fini difensivi non regge in quanto occorre ricordare che stiamo già acquistando il caccia Eurofighter Efa più adatto a compiti da intercettore e di difesa da attacchi aerei”.
Al di là dell’encomiabile passaggio sull’incostituzionalità dell’uso di cacciabombardieri in missioni di pace – che dovrebbe valere a maggior ragione quando si parla di armare di bombe gli aerei schierati in Afghanistan – e della confusione tra sommergibili e fregate Fremm, leggendo le argomentazioni e i toni decisi con cui queste forze politiche chiedono la rinuncia a questo “inutile” spesa militare, viene da chiedersi: ma perché non hanno alzato la voce prima? Perché hanno aspettato proprio la sera dopo la decisione del governo, a giochi ormai chiusi?
Fonte.
Politici infami, non c'è d'aggiungere altro.
Non si tratterà, in ogni caso, di una rinuncia totale al programma come chiedono due mozioni parlamentari, una dell’Idv e una di Udc e Pd, che verranno discusse e votate stasera alla Camera, secondo una calendarizzazione (decisa dai capigruppo) così tardiva da apparire quasi opportunistica. La mozione dell’Idv “Di Stanislao, Di Pietro” è del 7 dicembre scorso. Quella Udc-Pd “Pezzotta, Sarubbi” risale addirittura a un anno e mezzo fa: 8 luglio 2010.
La mozione dei dipietristi “impegna il governo ad assumere iniziative volte a bloccare, in via definitiva, il programma per la produzione e l’acquisto dei 131 cacciabombardieri joint strike fighter e a valutare la reale possibilità di utilizzare tali risorse per il rilancio dell’economia e il sostegno all’occupazione giovanile; ad assumere iniziative volte a cancellare i finanziamenti previsti per il 2012 per la produzione dei 4 sommergibili Fremm, dei cacciabombardieri F35, delle due fregate «Orizzonte» con un risparmio previsto intorno ai 783 milioni di euro; a bloccare in via definitiva il progetto della mini naja «Vivi le Forze armate» con un risparmio immediato da destinare alle politiche sociali, con particolare riferimento alle famiglie e ai minori che vivono in condizioni di povertà”.
La mozione di Udc e Pd “impegna i governo a sospendere la partecipazione al programma di realizzazione dell’aereo Joint Strike Fighter non sottoscrivendo alcun contratto di acquisto di questi stessi velivoli”, osservando che “dal punto di vista puramente strategico è difficile comprendere quali siano le motivazioni per l’acquisto di un cacciabombardiere di quarta generazione: le nostre attuali missioni militari all’estero hanno una caratteristica prevalentemente di peacekeeping, dove fondamentale deve essere la figura umana mentre risulta totalmente inutile, oltre che contraria al nostro dettato costituzionale, la presenza di cacciabombardieri. La possibile giustificazione della deterrenza ai fini difensivi non regge in quanto occorre ricordare che stiamo già acquistando il caccia Eurofighter Efa più adatto a compiti da intercettore e di difesa da attacchi aerei”.
Al di là dell’encomiabile passaggio sull’incostituzionalità dell’uso di cacciabombardieri in missioni di pace – che dovrebbe valere a maggior ragione quando si parla di armare di bombe gli aerei schierati in Afghanistan – e della confusione tra sommergibili e fregate Fremm, leggendo le argomentazioni e i toni decisi con cui queste forze politiche chiedono la rinuncia a questo “inutile” spesa militare, viene da chiedersi: ma perché non hanno alzato la voce prima? Perché hanno aspettato proprio la sera dopo la decisione del governo, a giochi ormai chiusi?
Fonte.
Politici infami, non c'è d'aggiungere altro.
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