Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2025

Caso Baud, l’UE cancella anche lo Stato di diritto

Sottolineiamo spesso lo scarto enorme tra i “valori dichiarati” dal neoliberismo occidentale e la realtà delle su azioni pratiche. Il “doppio standard” seguito in tutte le vicende internazionali, e ora anche interne, fa collezionare ormai una infinità di casi.

Quello delle sanzioni “europee” erogate contro un colonnello svizzero – giuridicamente fuori dall’Unione Europea, ma certo non appartenente ad un paese “nemico” come gli oligarchi o i generali russi – è però più una prova della rottura totale della UE con i fondamentali di uno “Stato di diritto”. Quindi anche con la pretesa di essere una struttura “democratica”. In generale il varo di “sanzioni” è una iniziativa illegittima secondo il diritto internazionale.

L’unico soggetto che potrebbe erogarle è infatti l’Onu, un organismo “super partes” che tiene insieme tutti gli Stati del Pianeta. L’abitudine degli ultimi decenni, da parte euro-atlantica, è stata ovviamente molto diversa, imponendo l’arbitrio basato sull’uso della forza e “condito” con formulazioni da legulei a digiuno di giurisprudenza.

Ma è chiaro che ormai la foia guerrafondaia è tale da far perdere il senno a dei minus habens come gli attuali “vertici” europei. Abituati – insieme agli Usa – a decidere atti unilaterali contro persone e popoli considerati “inferiori”, procedono con la stessa supponenza anche al proprio interno, “rottamando” in un attimo il quadro “narrativo” e giuridico che dicono di voler imporre come “giusto”.

Lasciamo su questo volentieri la parola a chi se ne è occupato da un punto di vista rigorosamente democratico.

*****

di Francesco Sylos Labini

Nelle democrazie costituzionali, come l’Italia, vige un principio fondamentale: nessuno può essere punito o privato dei propri diritti senza una decisione di un giudice, pronunciata in seguito a un giusto processo. Questo è garantito dagli articoli 24 e 25 della Costituzione italiana, nonché dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Fin da piccoli ci è stato insegnato che la democrazia liberale si fonda sulla separazione dei poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – sulla tutela delle minoranze contro l’arbitrio della maggioranza, sul pluralismo politico e sul pieno rispetto delle libertà individuali e collettive, a partire da quella di espressione.

Una democrazia costituzionale non può esistere senza Stato di diritto, cioè senza il principio per cui tutti, cittadini e istituzioni, sono soggetti alla legge che dev’essere chiara, accessibile, prevedibile e applicata in modo imparziale da un potere giudiziario indipendente. Per questo motivo, lo Stato di diritto dovrebbe costituire un pilastro essenziale dell’Unione Europea, fondamento del suo funzionamento democratico e garanzia concreta dei valori di giustizia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani.

La vicenda delle sanzioni contro Jacques Baud, ex colonnello dei servizi segreti svizzeri, evidenzia con chiarezza il cedimento dell’architettura dello Stato di diritto in ambito europeo. La Commissione europea lo ha inserito in una lista di sanzioni individuali senza alcuna accusa formale, senza processo, senza possibilità di difesa. Una decisione in aperta violazione dei principi fondamentali che dovrebbe garantire ogni ordinamento democratico.

Il motivo è di aver espresso opinioni critiche sulla Nato e sulla guerra in Ucraina, citando – tra l’altro – una dichiarazione del 2019 di un funzionario ucraino. In sostanza, è accusato di “propaganda filorussa”.

Leggendo i suoi libri non solo ho trovato un’analisi informata e rigorosa dei conflitti in corso, ma ho anche compreso il senso più profondo del lavoro di intelligence: un’attenta analisi delle fonti, dei fatti, e delle loro conseguenze strategiche. Le lezioni sono semplici ma essenziali: per risolvere un conflitto occorre comprenderne le cause profonde, e trovare una strada in cui le ragioni di entrambe le parti vengano riconosciute e affrontate. Esattamente ciò che si è cercato in ogni modo di evitare nel conflitto russo-ucraino.

Nel caso Baud non c’è stata alcuna accusa legale di violazione di una legge specifica, nessun giudice, nessun processo, nessun diritto alla difesa, nessuna trasparenza. Ventisette ministri europei, o loro delegati, hanno votato a porte chiuse a Bruxelles per annientare la vita di una persona colpevole solo di aver espresso opinioni sgradite.

Baud risiede attualmente a Bruxelles, ma non può rientrare in Svizzera, non ha accesso ai propri conti bancari, non può acquistare cibo o medicine, né ricevere assistenza da terzi: anche se l’accesso ai beni di prima necessità sarebbe un diritto umano fondamentale in questo caso è negato.

Una simile punizione non esiste in nessun ordinamento democratico: si tratta di un atto politico arbitrario, privo di ogni garanzia, che ha cancellato da un giorno all’altro ogni possibilità di sostentamento per una persona. Stabilire se un cittadino ha commesso un reato e comminare una pena è responsabilità esclusiva del potere giudiziario, che deve agire in modo indipendente e secondo la legge. Non dell’esecutivo. E tanto meno sulla base delle sue opinioni personali dato che nessuna legge vigente sembra essere stata violata.

Persino Mussolini, pur nel pieno del suo autoritarismo, si preoccupò di istituire “tribunali speciali” per dare almeno una parvenza di legalità alle sue repressioni. Oggi l’UE nemmeno finge: le sanzioni vengono comminate per via esecutiva, senza alcun controllo giudiziario.

Il caso Baud rappresenta dunque un pericoloso spartiacque. Non solo per il trattamento riservato a un singolo individuo, ma per ciò che implica sul piano dei principi. Segna un cambio radicale nell’approccio dell’UE verso il dissenso e la libertà di espressione, e soprattutto sancisce la dissoluzione dello Stato di diritto, uno dei pilastri su cui si fondava il progetto europeo.

E quando la separazione dei poteri viene meno, e l’esecutivo si arroga il diritto di punire individui senza processo, non siamo più di fronte a una democrazia liberale, ma stiamo scivolando verso un regime autoritario centralizzato. Un sistema in cui sopravvivono solo elementi formali di democrazia, ma in cui manca il reale pluralismo politico, le libertà civili sono compresse, e il potere si concentra nelle mani di un’élite non direttamente legittimata dal voto.

In un simile contesto, la paura delle idee non è solo un cattivo segnale: è l’indicatore più chiaro della fine del confronto democratico.

Fonte

22/11/2025

In Italia le “minacce alla democrazia” non esistebbero. Il Parlamento europeo si defila

Le istituzioni europee, come prevedibile, vanno sempre più a destra. A confermarlo è la notizia che a fine anno la prevista missione del Parlamento europeo sul monitoraggio dello stato di diritto in Italia non si farà.

La proposta era stata avanzata dalla commissione Libertà Civili (Libe) del parlamento di Strasburgo, ma non era una missione “ad hoc” sull’Italia come “osservata speciale”. Infatti, periodicamente vengono organizzate missioni analoghe negli altri Stati membri dell’Unione Europea.

La commissione Libe è nata nel 2018 a seguito degli omicidi di alcuni giornalisti a Malta e in Slovacchia, e poi ha allargato il suo spettro nel 2019, con l’obiettivo di effettuare analisi, audizioni, missioni e proporre iniziative al Parlamento europeo. Il gruppo di lavoro ha programmato audizioni e missioni in Stati membri della Ue come Italia, Ungheria, Grecia, Bulgaria e Spagna al fine di verificare il rispetto dello stato di diritto.

Ma quando si è trattato dell’Italia, la conferenza dei capigruppo ha visto coalizzarsi una maggioranza di destra composta da popolari, conservatori ed estrema destra, facendo scomparire la missione dal calendario dei lavori. Lo stop è avvenuto con un repentino cambiamento di posizione del Ppe, che in commissione aveva detto inizialmente sì alla missione, ma poi ha cambiato idea. Non è la prima volta che Popolari, liberali di destra e destra neofascista europee condividono le stesse scelte politiche.

In materia di immigrazione già a ottobre 2024 si era infatti rivelata una maggioranza fra i Popolari europei guidati dal bavarese della CSU Manfred Weber, e i tre gruppi della destra nel Parlamento europeo: i “Patrioti per l’Europa”, diretti dal giovane lepenista francese Jordan Bardella ed a cui appartiene la Lega; i Conservatori e Riformisti capitanati dal meloniano Nicola Procaccini e dal polacco Joachim Brudzinski e il nuovo gruppo delle “Nazioni sovrane in Europa” guidato dal tedesco dell’AFD René Aust e dal polacco Stanisław Tyszka.

La visita, già inserita preliminarmente nel calendario dei lavori dai coordinatori della commissione Libe, avrebbe dovuto tenersi entro la fine dell’anno e si inseriva nel solco del caso Paragon, mirando a “verificare la situazione italiana in materia di giustizia, libertà di stampa, uso degli spyware e diritti delle famiglie arcobaleno”.

L’iniziativa avrebbe quindi dovuto fare seguito all’audizione convocata sullo stesso tema lo scorso maggio dalla presidente del Gruppo di Lavoro sullo Stato di diritto e la Democrazia, la liberale belga Sophie Wilmès, che invitò a Bruxelles, senza però ottenere risposta, anche i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio.

Ma già in quella occasione ci furono polemiche perché il gruppo europeo di Fratelli d’Italia contestò la Wilmès, chiedendo di includere anche gli esperti richiesti dalla delegazione di FdI tra cui figurava il giornalista Tommaso Cerno (direttore de Il Tempo, storico giornale della destra).

L’affossamento della missione in Italia nella conferenza dei capigruppo ha visto un ruolo decisivo dei Popolari europei riproponendo quella maggioranza tra Ppe e destre già vista ormai diverse volte ormai al Parlamento di Strasburgo.

Molti ricordano come lo stesso Ppe in sede di commissione Libertà Civili si fosse fatto promotore di diverse iniziative sul monitoraggio dello stato di diritto, compresa quella in Italia.

Significativo quanto dichiarato da Nicola Procaccini, capogruppo di Ecr (I Conservatori Europei a cui fa riferimento Fratelli d’Italia a Strasburgo) che ha sottolineato come “ormai le maggioranze siano cambiate a Bruxelles, impedendo alle sinistre queste strumentalizzazioni politiche”.

Non sappiamo se in base ai parametri sulle “guerre ibride” indicati dal ministro Crosetto nel suo rapporto presentato al Quirinale qualche giorno fa, possiamo ancora permetterci di criticare l’Unione Europea senza passare per “agenti del nemico”.

Ma è indubbio che il clima che si respira in tutte le istituzioni europee ormai da anni, vede quasi naturalmente affermarsi la convergenza tra conservatori, liberali e fascisti. Solo gli illusionisti potevano negare che gli Stati Uniti d’Europa “o sarebbero stati reazionari o non sarebbero esistiti”. Una profezia che ormai ha un secolo ma che rimane di straordinaria attualità.

Fonte

06/07/2022

Giustizia o vendetta? La partita sulla pelle degli esuli

La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi ha reso note le motivazioni della sentenza con cui ha deciso di negare l’estradizione richiesta dall’Italia per i dieci esuli italiani, fuggiti dal nostro paese circa 40 anni fa e inseguiti da decine di mandati di cattura per reati legati agli anni della lotta armata.

Erano stati arrestati nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”, nell’aprile 2021. Nel solco di quella subcultura, l’attuale ministro della giustizia francese ha imposto alla Procura Generale di ricorrere in Cassazione. Si vedrà con quali tempi ed esiti.

Lasciamo da parte le facili petizioni di principio utilizzate nella peggiore propaganda politica, sciorinata anche dal ministro Dupond-Moretti (quanta ironia semina la Storia…), e analizziamo gli argomenti sollevati dalla corte francese. Perché illustrano con enorme chiarezza la differenza tra uno Stato di diritto (borghese, certo) e uno “Stato penale” ma che meriterebbe epiteti assai meno educati.

Non potrebbe essere altrimenti visto che gli argomenti con cui media, governo e partiti che lo sostengono hanno “difeso” la richiesta di estradizione, non sono molto diversi dalle chiacchiere da ubriachi in un’osteria leghista intorno a mezzanotte.

Giudizio effettivamente un po’ forte, ma pienamente in linea con le ragioni proposte dai giudici francesi.

I quali ricordano che le sentenze di condanna in Italia sono state emesse quando gli imputati erano “latitanti e contumaci”, condizione non prevista da quasi nessun codice di procedura penale europeo (borghese, certo).

Questo era un argomento giuridico centrale ai tempi della “dottrina Mitterand” che, banalmente, prendeva atto della differenza abissale tra leggi francesi (niente affatto tenere con l’opposizione sociale e politica, come ben sanno ancora oggi i gilet jaunes) e “leggi di emergenza antiterrorismo” varate in Italia dai governi Dc-Pci (poi anche da Pri, Psi, ecc).

La Francia, già allora, faceva notare ai governi italiani che non poteva far parte della cultura e della pratica giuridica liberale (borghese, certo) il fatto che degli imputati venissero “condannati al termine di una procedura alla quale non erano presenti”.

Come si vede, la magistratura francese non aveva e non ha nulla da obiettare contro il fatto che i combattenti rivoluzionari vengano processati e nel caso condannati (lo hanno fatto anche laggiù, con i militanti di Action Directe), ma seguendo appunto una procedura penale da “Stato di diritto”. Ovvero con gli imputati in aula e difesi da una avvocato di fiducia.

E non da un avvocato d’ufficio scelto dal Tribunale stesso in un elenco dei legali disponibili (non c’è ovviamente nulla di male nel rendersi disponibili a difendere quasi gratuitamente qualsiasi imputato, anzi, ma certo si può avanzare qualche dubbio circa la fiducia e la conoscenza dei problemi che dovrebbe per forza correre tra “cliente” e “difensore”).

Una furiosa approssimazione processuale da cui non si è mai usciti, tanto che i giudici francesi – ancora oggi – sono costretti a far presente che “le autorità italiane non sono state in grado di indicare” se gli imputati “fossero stati assistiti da un avvocato scelto effettivamente” dagli stessi interessati.

Se poi si guarda alla pratica concreta dei tribunali speciali italiani degli anni Ottanta, è facile constatare una consuetudine al “processo di massa”, in cui un gran numero di imputati venivano considerati come una sola cosa, difesi da avvocati “in prestito”, soltanto per coprire una necessità “pro forma”...

Si sa, inoltre, che le condanne furono emanate “all’ingrosso”, senza troppe analisi dei profili individuali e delle responsabilità specifiche, usando come “livella” l’istituto – unico, in Europa – del “concorso morale”.

Traduciamo per i non addetti ai lavori o i più giovani: qualunque imputato, in quei processi, poteva essere condannato per qualsiasi reato commesso dall’organizzazione di cui faceva parte (e spesso anche quando non ne faceva effettivamente parte), anche se non era stato materialmente presente alla commissione del reato. Bastava appunto ipotizzare che esistesse un “concorso morale” derivante dal “vincolo associativo”.

Che vuol dire, in pratica? Che, per esempio, un “omicidio” o un ferimento realizzato da quattro o cinque combattenti riuniti in “nucleo operativo” poteva essere addebitato – con relativa condanna – anche ad altri venti o trenta imputati che nel momento del reato stavano a centinaia di chilometri di distanza. Con buona pace della “responsabilità individuale” prevista da ogni codice liberale.

Questo caos processuale non sarebbe stato magari di ostacolo all’estradizione se lo Stato italiano fosse stato in grado almeno di garantire un nuovo “processo equo” agli esuli, una volta riportati in Italia. Sappiamo com’è andata, ad esempio, con Cesare Battisti...

Ma naturalmente “nessuna versione dell’articolo 175 del codice penale italiano (che organizza il diritto al ricorso contro il processo in contumacia) dà al condannato in assenza la facoltà incondizionata di esercitare un ricorso e di essere nuovamente giudicato”.

Neanche questa argomentazione è però determinante.

Quella costituzionalmente decisiva – anche con riferimento alla Costituzione italiana – prende invece in considerazione l’articolo 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Per i giudici francesi, infatti, “la passività delle autorità italiane, durata 30 anni prima di riformulare una richiesta di estradizione, ha contribuito alla costruzione di una vita privata e familiare sul suolo francese”. Durante la quale quelle persone (e altre nel frattempo andate “in prescrizione”) “non hanno commesso più atti illegali”.

A parte la sottile ironia – “vi siete svegliati ora, dopo 30 anni?” – i giudici francesi ricordano alle autorità italiane la funzione che ogni codice liberale (borghese, certo, ma in questo sistema viviamo tutti, Draghi compreso) attribuisce alla pena. Ossia alla privazione della libertà.

Come recita la formula Costituzionale italiana, all’art. 27, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Persone che da 40 anni vivono legalmente in un paese di democrazia liberale senza commettere “reati” sono di fatto da considerare “rieducate” o “recuperate” (qualsiasi cosa vogliano dire queste parole). Dunque, quale scopo avrebbe il rinchiuderle – a ormai 70 anni, in media – in un carcere?

Sicuramente non alla “rieducazione”. Al massimo al farli vedere mentre muoiono tra le sbarre, per la gioia di qualche talk show parafascista.

Vendetta, insomma, non altro. Nessuna “giustizia”, nessun “fine superiore”. Solo una medaglietta da incollare sul petto di qualche governante incapace di fare o pensare altro per apparire “socialmente utile”.

I giudici francesi, infine, non si occupano del “dolore dei familiari delle vittime” per il buon motivo che – in uno Stato di diritto (borghese, certo) – è in prima persona lo Stato a farsi carico degli interessi delle vittime predisponendo un processo, l’eventuale condanna e l’esecuzione della pena.

Dunque è in qualche modo scontato che le vittime siano rappresentate dalle istituzioni repubblicane e non siano invece queste ultime a “nascondersi” dietro il dolore dei cittadini danneggiati da un qualsiasi reato. Altrimenti saremmo ancor alla legge del taglione, dove è la vittima a stabilire la pena e il risarcimento (“occhio per occhio, dente per dente”). La quale vittima, anche per il furto di un’autoradio, a caldo, potrebbe pretendere la condanna a morte...

Facciamo anche noi, nel nostro piccolo, modestamente notare che “il dolore dei familiari delle vittime” è sempre ugualmente non riparabile. Sia nei casi di guerra civile, sia negli incidenti sul lavoro; sia nella “malasanità” (causa tagli di bilancio), sia per le centinaia di uccisi “per errore” dalle forze dell’ordine, ecc.

La differenza la fa “la politica”, ossia chi guida lo Stato. Che decide, facendo leggi, quali “familiari delle vittime” hanno diritto a vedersi riconosciuto il diritto al “massimo della pena” per i decenni a venire oppure niente, oppure ancora un contentino formale.

Inquadrata così, diventa evidente che l’“implacabilità” dei governanti italioti nei confronti degli esuli della lotta armata degli anni ‘70 è una volgare esibizione di forza vendicativa verso chi ha osato sfidare, in altre epoche, il potere (borghese, non per caso).

Mentre “il dolore delle vittime”, in tutti gli altri casi – dagli omicidi sul lavoro a quelli per i disastri ambientali – conta meno di nulla, agli occhi dei “migliori”.

Inquadrata così, la partita che si gioca sulla pelle degli esuli a Parigi riguarda tutti noi. Perché il tipo di Stato con cui dobbiamo fare i conti, nel quotidiano conflitto politico e sociale, dice di essere “di diritto”, ma in realtà si comporta come altra cosa...

Fonte

15/04/2020

Virus e algoritmi. Impariamo da un’esperienza dolorosa

Il Governo sta valutando se seguire il modello coreano che, tramite un’app, traccia gli spostamenti di chiunque per prevenire l’ulteriore diffondersi del virus. Chi deciderà la tracciatura e come verrà imposta? Quali dati verranno raccolti e come verranno gestiti? Verranno tracciati tutti o solo gli infetti? Alcune riflessioni in punta di diritto.

di Giovanna De Minico*

In questi giorni il Governo si sta chiedendo se seguire e come il modello coreano che traccia gli spostamenti di chiunque per prevenire l’ulteriore diffondersi del virus. Chiariamo che col termine “prevenire” si vogliono indicare quegli atti che anticipano con prognosi ex ante il verificarsi di un evento futuro, ma incerto nell’accadere. Nel nostro caso il rischio è la diffusione del virus e la sua velocità di propagazione da individuo a individuo. A differenza delle prognosi ex ante che si fanno rispetto al terrorismo, l’epidemia si caratterizza per la certezza dell’an, mentre l’incertezza riguarda solo il tempo della propagazione e la sua ampiezza.

Questa precisazione era necessaria per capire meglio il perimetro entro il quale il legislatore dell’emergenza si deve muovere quando valuta, misura e compensa i due beni a confronto, libertà fondamentali e sanità pubblica, equivalenti costituzionalmente anche in termini di certezza tra costi e benefici. Diversamente accade col terrorismo, dove al danno sicuro alle libertà corrisponderà un vantaggio probabile alla sicurezza, ignorandosi se accadrà il prossimo attacco.

Al momento questo bilanciamento è stato fatto comprimendo le nostre libertà: non usciamo, non lavoriamo, non ci incontriamo. Nell’elenco dei beni sacrificati la privacy non figurava ancora, era stata mantenuta indenne.

Da noi si vorrà diffondere nei nostri telefonini intelligenti un’app, la quale dovrà raccogliere in un unico pool i dati che ci riguardano. E questa sarà la prima fase. Poi i dati di ciascuna confluiranno in un server centrale: il secondo step. E infine un algoritmo li interrogherà, li intreccerà e secondo una logica, a noi oscura, vi dedurrà valutazioni funzionali alla prevenzione. Si pensi a un provvedimento di quarantena vigilata ordinato nei confronti di una lunga catena di persone con cui un individuo, poi risultato infetto, era entrato in contatto.

Quali sono i problemi per un giurista?

Di metodo e di fine.

Metodo

Il primo riguarda come e chi deciderà la tracciatura. Il dato positivo è lineare: l’art. 9 del Regolamento UE 2016/679 (da ora GDPR) vieta il trattamento dei dati sensibili, ma nel porre il divieto contempla tra le vie di fuga (art. 9, par.2, lett.i) le esigenze di pubblica utilità, tipizzate, anche se non in via esclusiva, nella salute pubblica. Queste possono giustificare che il divieto si rovesci nella facoltà di tracciare, proprio come l’eccezione deroga alla regola generale. Spetterà agli Stati membri dell’Unione decidere se attivare o meno questo ius singulare.

In questa valutazione il decisore non è solo, ma neppure integralmente supportato dalla tecnica. Quest’ultima potrà confortarlo sulla metodologia più appropriata, la meno invasiva possibile, ma la decisione se ricorrervi o farne a meno rimarrà affidata alla scelta dell’Autore politico. Questi in ultima istanza dovrà rendere il conto di ciò che ha fatto o non fatto a chi lo ha eletto. Quindi, il tentativo già battuto da Macron, che in più occasioni sembra voler proteggere le sue decisioni come ineluttabili conseguenze di quanto sentenziato dal Comité di saggi istituito ad hoc, non è un esempio da seguire. In democrazia chi decide, deve rendere il conto in ultima istanza al corpo elettorale e quindi non si può nascondere sotto l’ombrello protettivo dell’indispensabilità tecnica.

Con ciò vogliamo dire è che niente è inevitabile, come l’emergenza non è una fonte di per sé legittimante il diritto eccezionale, perché è necessario passare per le fonti ordinem dell’ordinamento, così la valutazione tecnica sarà solo il sostengo ragionevole alla politica, superabile se questa lo voglia.

Chiarito il ruolo giocato dalla tecnica nel rule-making, una particolare attenzione merita il “come” il legislatore imporrà questa tracciatura.

Se il Governo dovesse porsi l’alternativa tra decreto-legge e dpcm, come ha fatto finora (D.L. 6/2020, art. 3), riterrei che si stia giocando una chance che in punto di diritto non ha mai avuto. La Costituzione ha già risolto il dualismo ex ante nel momento in cui ha presidiato le libertà con la garanzia della riserva di legge. E anche a voler intendere come relativa la riserva a difesa della nostra privacy, essa comunque significa che il legislatore deve parlare per primo e quindi già dettare una disciplina sufficientemente prescrittiva. Solo in seconda battuta potrà intervenire l’atto normativo secondario del governo, il regolamento. Qui il decreto-legge – ad esempio il D.L. 19/2020 che al momento è l’ultimo di questa lunga serie – se è pur vero che non ha disposto una girata in bianco al Presidente del consiglio, è però innegabile che abbai fatto meno di quanto avrebbe dovuto fare per soddisfare quella assorbente attribuzione di competenza consegnata nella riserva. L’art. 2 dell’ultimo decreto-legge enumera le misure restrittive delle libertà, ma lascia alla valutazione politica del Presidente del consiglio la scelta di quale rendere concretamente operante, senza neanche vincolare il suo libero apprezzamento politico ai parametri della necessità, qui degradata ad adeguatezza, e della precauzionalità, qui diluita nella proporzionalità.

Se si continuasse su questo pentagramma, la privacy sarebbe retrocessa dinanzi alla sicurezza non per volontà di legge, e neppure di un decreto-legge, più che legittimo vista l’urgenza del provvedere, ma in forza di un atto formalmente amministrativo del Presidente del consiglio. La degradazione della fonte, e con essa l’amministrativizzazione delle libertà, non è una querelle per i soli addetti ai lavori, toccando fin nelle ossa tutti noi cittadini. Infatti, le prerogative in difesa delle libertà, intangibili dal potere costituito in tempo di emergenza sono state alleggerite fino a evaporare: e allora il dpcm è stato proposto come una risorsa fungibile al decreto-legge. Questa disinvolta sostituzione tra fonti rovescia in un colpo solo troppe regole del nostro stato di diritto: il dpcm ha un’efficacia definitiva, contro la temporaneità e provvisorietà del decreto-legge; il primo si risolve nella volontà incontestabilmente monocratica, contro la subordinazione del decreto-legge alla parola ultima del Parlamento; è esente dall’esame di legittimità preventivo, anche se sommario, del Capo dello Stato, cui non sfugge invece il decreto-legge e, infine, è sindacabile dai giudici comuni, contro il riesame della Corte costituzionale sulla coppia decreto/legge di conversione.

In sintesi, stante l’urgenza la tracciatura potrà essere disposta con decreto-legge, e non con la tecnica combinata di un decreto che si limita ad annunciarla e di un dpcm che in concreto la dispone.

Quest’ordine vincolante di interventi è peraltro imposto anche dal diritto comunitario: il GDPR che, se nell’art. 9 apre a tracciature in casi eccezionali, facendo saltare il divieto generalizzato, al tempo stesso impone che a farlo sia la legge, cioè l’atto espressivo massimo della sovranità popolare, non dunque un atto, quale il dpcm, preposto a continuare, non già ad avviare ex novo il disegno politico.

La questione sulla fonte legittimata a parlare non ha nulla a che vedere con un giudizio di merito sulle regole poste, facile a esprimersi a fatto compiuto, ma difficile quando i rimedi vengono disegnati in anticipo rispetto all’evento temuto nel tentativo di valutare secondo proporzionalità, necessarietà e precauzionalità quanto probabilmente accadrà. E in questa riffa di critiche al Governo, la più irragionevole è quella di chi ha ritenuto inutile, se non pericoloso per i sentimenti, lo stare tutti agli “arresti domiciliari” perché sarebbero le prescrizioni del Governo a trasformare ogni individuo in un potenziale autore, non certo il virus, nobilitato da questo pensiero all’ennesima fake news in coerenza col tempo di Internet. La conseguenza di questa tesi negatrice dei fatti è l’illegittimità dello stato d’emergenziale dichiarato non per proteggerci, ma come scusa per affermare poteri eccezionali e conservarli a emergenza esaurita. Riteniamo che questo rischio, sempre insito quando si apre una stagione emergenziale, non vada contrastato negando la realtà, cioè con l’equazione il virus = bugia, ma con il rispetto delle garanzie dello stato di diritto, la cui osservanza si impone ai nostri governanti soprattutto in tempo di emergenza. Ed è proprio intorno a queste garanzie – ordine delle fonti del diritto, riserva di legge, intangibilità del nocciolo duro dei diritti – che proviamo a ragionare in questo scritto.

E ora le questioni di fine

Esse sono poste nel GDPR che ripete, come il ritornello di una canzone estiva, che i dati vanno trattati nei limiti dello stretto necessario. Dunque, se la compressione del diritto è altrimenti evitabile, questa sarà la sola via da percorrere.

Tale leit motiv si combina bene con le misure precauzionali disseminate nel GDPR, tendenti a prevenire l’inutile sacrificio prima che sia troppo tardi, anche ricorrendo a tecniche di disegno che assicurano in anticipo la compatibilità del mezzo con un’inedita fisionomia della privacy.

E allora tornando alla nostra app, essa andrà strutturata in modo da raccogliere i nostri dati di geolocalizzazione, ad esempio, dove siamo stati e per quanto tempo? Oppure, sarà sufficiente il solo dato del nostro avvicinamento sociale, cioè se abbiamo rispettato la distanza di sicurezza nell’incontrare una persona per strada? In altre parole, l’app raccoglierà anche i dati superflui ai fini della prevenzione o solo quelli strettamente necessari per risalire a ritroso la catena dei contatti? La risposta non è nella tecnica che potrà orientare la macchina indifferentemente verso destra o sinistra, bensì nella volontà del legislatore, il solo legittimato a scegliere la sua direzione.

La call lanciata dal governo, che ci invitava a presentare progetti di app, non si è posta né la domanda relativa alla tipologia di dati, né quella sui soggetti da tracciare. Tutti noi o solo gli infetti? La soluzione omnibus appare funzionalmente più adatta perché la misura per prevenire il possibile contagio deve poter includere tutti, in quanto potenziali portatori del virus. Una cernita però si potrà, anzi si dovrà, fare in un momento successivo, quando le autorità competenti avranno accesso a dati. In questa fase saranno trasmessi loro solo i dati delle persone che hanno contratto il virus. Esito questo, suggerito dal principio, secondo il quale le liberà possono essere legittimamente compresse nella misura strettamente necessaria al conseguimento di uno specifico scopo, ragione ricorrente nei case law del giudice europeo in materia di prevenzione al terrorismo (C.G. 8 aprile 2014, Digital Rights Ireland c. Ireland).

Ancora nelle questioni attinenti al fine rientra l’interrogativo se l’esito dell’algoritmo si risolverà in una decisione esclusivamente automatizzata o si limiterà a essere una parte di un processo volitivo umano che assume l’algoritmo, ma al tempo stesso lo supera.

Ebbene, il GDPR, un po’ come per la tracciatura, pone un divieto: no automatizzazioni assolute, ma poi al rigo successivo, art. 22, par.2, lett.b., rompe il tessuto della drastica proibizione e apre ai provvedimenti meccanici, sempre che il legislatore lo voglia. A noi preoccupa proprio l’ipotesi che il decisore politico possa decidere di far coincidere l’esito dell’algoritmo con una misura limitativa ad applicazione automatica. Escludiamo che questa sia la via da seguire perché l’algoritmo potrebbe aver commesso errori, che invece la volontà dell’uomo è in grado di correggere. Si pensi a una localizzazione che porti a individuare una persona che ha visitato uno stabile, dove solo al 1 piano c’è un individuo infetto, non anche nelle abitazioni dislocate ai piani superiori. Se la conseguenza è trattare l’intero palazzo come interamente infetto, il rimedio peccherebbe per difetto. Pertanto, la misura a operatività automatica potrebbe essere la quarantena vigilata per tutti, e quindi in assenza di pericolo per la salute pubblica si spazzerebbero via in un colpo solo più diritti di più individui.

Un’ultima questione di fine, inteso ora come prospettiva ultima di questa policy precauzionale: quale sorte avrà la pesca a strascico dei nostri dati?

La voce europea risponderebbe che i dati devono essere cancellati, perché la privacy fa un passo indietro solo dinanzi alla sicurezza, cessato il pericolo tutto dovrà torna nella condizione in cui era prima, secondo quanto affermato dalla Corte di Giustizia prima ricordata.

Bene. Ma allora il server dove confluiscono i dati nostri, deve essere di proprietà del nostro Stato. Qui si chiedono due attributi: pubblicità e nazionalità. Diversamente, in caso di suo affidamento alla mano privata niente ci assicurerebbe che questa tracciatura non fosse utilizzata come merce di scambio contro denaro in una trattativa con i Google di turno, avidi di dati per alimentari i loro affari data driven. Se così fosse, avremmo rinunciato alle nostre libertà per assecondare i piani lucrativi dei Giganti della rete.

Quali suggerimenti positivi dal virus

Il primo positivo è la dimostrazione che le soluzioni tecniche non sono mai neutre, perché se procurano vantaggi a tutti o privilegi a pochi, dipende esclusivamente da come la mano pubblica le abbia orientate.

Il secondo positivo è nella spinta verso una generale solidarietà che ha bisogno dell’apporto di ciascuno di noi: sperimentare la solidarietà nel rinunciare quotidianamente a esercitare le nostre libertà per il tempo necessario.

Il terzo positivo si compie con l’apporto dei soggetti pubblici.

I nostri governanti darebbero prova di solidarietà nel conservare intatti alle generazioni future i diritti fondamentali, esposti a minacce più insidiose nella stagione dell’emergenza che non in tempi ordinari.

I governanti dell’Unione sono dinanzi a una sfida decisiva: fare esperienza di un sentire politico comune concependo l’Italia, la Spagna, la Francia e gli altri Paesi come frammenti di uno stesso corpo politico, il quale per continuare a esistere deve funzionare come un unico armonico, responsabile e identitario. Diversamente, qualche sua parte potrebbe cedere al canto ammaliatore e amaro delle Sirene d’oriente.

* Prof. diritto costituzionale Università Federico II Napoli e Direttrice Centro Europeo di Ricerca Ermes: www.ermes.unina.it

L’articolo, anche se in una versione lievemente diversa, è già apparso qui. Alcune delle questioni qui solo accennate, tra cui, la Law of fear, le valutazioni precauzionali, il bilanciamento tra beni di rilevanza costituzionale in tempo di emergenza, sono state da me affrontate in: G. De Minico, Costituzione. Emergenza e Terrorismo, Jovene, 2016, e a quelle riflessioni mi sia consentito rinviare.

(3 aprile 2020)

Fonte

06/04/2020

Virus finale

Qualche appunto su una lettura comunque stimolante, quanto meno a livello culturale entro l'attuale cornice di "crisi sistemica".

1) Purtroppo, fin dalle prime righe fa capolino la tesi ormai logora che lo stato di diritto – liberale – sia la miglior forma statuale possibile. Tutte le altre finiscono senza colpo ferire nel calderone dello "autoritarismo" cui si da una spallata vaneggiando nuovamente di una Europa unita e socialdemocratica.

2) Nel merito della UE si persevera a non voler trarre il dado della sua natura (altro che richiamo ai "padri") e irriformabilità. Lo scoglio intellettuale, da questo punto di vista, appare ancora insuperabile.

3) Mi pare si faccia un po' di confusione tra conoscenza e competenza mischiando le due cose.

4) Si evidenzia un certo fraintendimento del motore propulsivo della storia che non è la forma stato, ma il modo di riproduzione sociale che ha plasmato, contraddittoriamente certo, la forma stato sulle proprie necessità.

*****

di Mario Boffo

Le grandi evoluzioni della Storia sono state spesso conseguenza di catastrofi: guerre, cataclismi, epidemie. Più correttamente, sono state tributarie delle catastrofi quelle evoluzioni che dovevano passare per la modifica o la rottura di preesistenti equilibri consolidati. Questo non vuol dire che le catastrofi intervengano a demolire situazioni socialmente, economicamente o internazionalmente armoniche ed equilibrate. Vuol dire invece che, calando come tremende tempeste su alberi già fragili e mal coltivati, contribuiscono a devastare la foresta, o almeno a darvi il colpo di grazia. Verso la fine della belle époque erano già evidenti i segni di sofferenza sociale dei paesi europei, mentre le “magnifiche sorti e progressive” decantate dalla filosofia e dall’economia positivista dei tempi facevano segnare il passo; la Grande Guerra spazzò quell’era di effimero progresso, facendone emergere le contraddizioni e le diverse risposte dei popoli: il comunismo in Russia, gli autoritarismi fascisti in Europa. La Seconda Guerra mondiale segnò per le nazioni europee (anche per quelle che formalmente furono tra i vincitori del conflitto) il declassamento da potenze internazionali a membri di alleanze da altri guidate, e per altri versi permise la sconfitta del fascismo e l’affermazione della democrazia, almeno in Europa Occidentale. La caduta dell’Unione Sovietica, infine, facendo crollare l’impalcatura bilaterale che aveva sostenuto i diversi concetti di libertà, di idee, di economia, anche mantenendo sui due fronti l’esempio o la minaccia di una almeno potenziale alternativa, provocò l’abbandono di ogni idea socialista nella visione del mondo e nell’azione dei popoli e dei governanti, la pretesa “fine della Storia”, il trionfo di un liberismo esasperato, predatorio e senza freni che ha conquistato il mondo con la globalizzazione e lo sta devastando facendosi follemente catastrofe di se stesso. In epoche più antiche, le grandi epidemie, come per esempio la peste nera che infuriò in Europa nel XIV secolo, furono senz’altro foriere di grandi mutazioni sociali ed economiche.

Naturalmente è presto per capire se anche l’attuale pandemia dovuta al Covid-19 produrrà mutamenti di rilievo storico nella società umana, o almeno nel mondo occidentale. È presto, e non dobbiamo certo augurarcelo. Non possiamo nemmeno essere sicuri che “nulla sarà come prima”, secondo un auspicio o un timore che circola fra i molti commenti. Forse semplicemente l’epidemia finirà entro pochi mesi, prima di aver potuto attaccare a fondo gli equilibri e le teorie che oggi governano il mondo. Essa però sta già mettendo a durissima prova non solo la tenuta dei sistemi istituzionali, economici e internazionali, ma anche molti concetti di gestione della società che da tempo vengono proposti come dogmi, o come “mantra”, pur essendo paurosamente svuotati di contenuto e di significato. Quindi, non sappiamo se tutto o qualcosa cambierà, ma possiamo certo cominciare a guardare il “Re” finalmente nudo, spoglio delle arroganze e delle retoriche, del pensiero unico che ci è stato propinato per decenni. Propongo qui di seguito una libera e non esaustiva elencazione di pensieri, quasi un piccolo zibaldone di riflessioni di un periodo di isolamento, con la curiosità di vedere se e che cosa sarà diverso alla fine dell’emergenza.

Stato di diritto v. stato autoritario. Un commento che è spesso circolato è quello secondo cui la Cina ha potuto meglio contenere l’infezione grazie ai propri metodi autoritari, mentre gli stati di diritto europei, impacciati dai vincoli della democrazia, sarebbero stati più lenti e meno efficaci. Corollario di questo commento è la sottintesa seguente considerazione: l’autoritarismo non sarà meglio della democrazia, almeno in situazioni di emergenza? Il ragionamento è ovviamente viziato; lo stato di diritto è sempre meglio dello stato autoritario. Il vizio del ragionamento risiede nel paragonare lo stato cinese agli stati di diritto non sul piano concettuale, ma su quello fattuale, che vede gli stati europei indeboliti da cinquantennali attacchi alla sovranità, da “deregulation” insensate al servizio del capitale finanziario e globalizzato, con poteri di governo parcellizzati fra enti territoriali in nome di una malintesa localizzazione del governo e della democrazia; e che vede le società europee inflaccidite da decenni di mala educazione, di fomento dell’edonismo consumistico, di infiacchimento della capacita di pensiero critico e di militanza civica. Va detto che poi, con l’incalzare del morbo e della paura, gli stati di diritto, soprattutto e primariamente l’Italia, hanno mostrato di saper prendere il toro per le corna, rendendo per fortuna evidente di possedere ancora risorse di valore. Allora bisogna portare il ragionamento sul piano concettuale, anche con il conforto di quanto appena detto. L’autoritarismo non è migliore dello stato di diritto, anzi, quest’ultimo è senza paragoni il miglior modello di governo, a condizione che mantenga o recuperi le proprie prerogative anche nella vita ordinaria, senza doverle far faticosamente emergere solo nei periodi critici. Quali sono i pilastri di uno stato di diritto, o, meglio, di uno stato democratico di diritto? Il mantenimento dell’univoco indirizzo politico; la coerenza amministrativa e fiscale del paese; la centralità e la pari distribuzione sul territorio governato dei servizi essenziali (sanità, educazione, servizi sociali, eccetera); la garanzia della sicurezza e della giustizia; il potere unico di ordinanza in occasione di periodo critici... Insomma tutte le cose che il “contratto sociale” di Hobbes delega al Leviatano, e tutto ovviamente sostenuto dai processi democratici e all’insegna della democrazia come fondamentale scelta di vita e di governo. Se certi paragoni con gli stati autoritari sono potuti sorgere, è solo perché oggi il Leviatano è vincolato dai mille “lacci e lacciuoli” dovuti all’assenza di sane regole economiche e fiscali, alla frammentazione del potere amministrativo, alla filosofia della globalizzazione che ne vanifica concettualmente l’esistenza e il senso. Lo stato di diritto dovrebbe tornare a essere sovrano (sovrano, non “sovranista”), cioè regolatore supremo della vita sociale: al proprio interno, procedendo a un riordino degli strumenti di governo (la decentralizzazione dei servizi è cosa buona, ma, almeno chi scrive, non vede la necessità che vi siano organi di governo territoriale che offrono servizi diversi allo stesso popolo e che sono in perpetua concorrenza con lo stato); all’esterno, incontrando gli altri stati sulla base di accordi, alleanze, cooperazione internazionale, collaborazioni nel comune interesse. Uno stato così concepito non è detto che debba essere necessariamente istituito su base nazionale: il sogno è ancora quello di uno stato europeo unito, democratico e socialmente orientato.

L’Europa. Il valore di un uomo si vede sul campo di battaglia, non attraverso le prebende di cui si è magari ornato. Se è così anche per le istituzioni, la sola conclusione che si può trarre dagli eventi più recenti è che l’Unione non esiste, o non esiste più, per i valori originari, per “fare l’Europa”, ma piuttosto per operare di fatto al servizio di soggetti e cause che circolano nel mondo e al proprio interno e che non coincidono né con la parità fra stati membri né con le cause fondatrici dell’attuale Unione. Risaltano infatti negli attuali orientamenti europei il favore per i membri più potenti, l’ossequio ai dettami della finanza internazionale e delle istituzioni finanziarie internazionali, l’obbedienza alle multinazionali globalizzate, l’acritica autoreferenzialità della stessa burocrazia europea (vedremo se qualcosa cambierà, cioè se le misure in via di adozione sull’onda dell’emergenza siano i prodromi di una mutazione; ma a bocce ferme prima dell’epidemia, questi erano i fatti). Sia stato frutto di incapacità e supponenza, o di una deliberata azione lesiva dell’Italia in un momento di difficoltà, l’incidente di Christine Lagarde (che fece crollare le borse mondiali a metà marzo, dichiarando che la BCE non si sarebbe occupata di ridurre lo spread) non è che l’epitome del fallimento europeo rispetto alla visione dei padri. Il tema non è quello di stare in Europa o uscirne; il tema è piuttosto quello di capire se si possa ancora stare in quest’Europa, e a che condizioni, e dove un paese (non solo l’Italia) soffra di meno e abbia meno difficoltà. L’accelerazione della firma del MES (rientrata, ma solo temporaneamente), l’insistenza sul TTIP in questo momento, l’affossamento della borsa italiana da parte della BCE, sembrano essere azioni volte intenzionalmente all’accaparramento di quanto ancora di buono abbiamo nel nostro paese, al suo ulteriore indebolimento al fine di renderlo ricattabile e condizionabile (per esempio attraverso i meccanismi usurai del MES), o forse a costringerlo suo malgrado a uscire dall’Euro, e forse dall’Unione. Non sono un complottista: le dinamiche storiche si impongono senza bisogno di complotti; ma in un’alleanza come quella fondata da sei paesi europei settant’anni fa, certe “dinamiche” non dovrebbero essere permesse, né contemplate.

I “grandi sacerdoti” dell’economia globale. A livelli medi, alti e altissimi, e non solo in Europa, il “villaggio globale” è amministrato da una vera e propria corporazione: quella degli esponenti di vertice delle grandi istituzioni finanziarie europee e internazionali, delle grandi banche globali, delle grandi società internazionali di consulenza. Queste persone sono state in genere formate presso enti come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, le istituzioni europee, i grandi istituti bancari come Goldman Sachs o J.P. Morgan, le società di consulenza globale come le Big Four (Pricewaterhouse & Cooper, Ernst & Young, Deloitte Touche Tohmatsu e KPMG). Spesso transitano da queste istituzioni internazionali o private negli organici degli stati, e viceversa (le cosiddette “porte girevoli” della politica). Fanno il paio con il grande management delle multinazionali, e – poiché lo spunto di questo scritto è partito dall’epidemia del corona virus – menzionerei anche gli esponenti di vertice di Big Pharma. Questi personaggi si sono formati all’ombra dei dettati della Scuola di Chicago, del Washington Consensus, della teoria degli obiettivi (cioè del conseguimento ossessivo degli obiettivi scelti o assegnati passando sopra qualunque principio etico o morale, per così dire “con licenza di uccidere”). Essi hanno il loro corrispettivo a più basso livello nei vari paesi in moltitudini di manager e dirigenti che applicano gli stessi spregiudicati criteri all’interno di banche, di società pubbliche, di enti para-governativi. La selezione di queste persone è pretestuosamente basata sul merito. Ma su quale merito? Quello di una competitività cieca e spietata, volta solo al raggiungimento di obiettivi fissati da chi li comanda (in base ai quali sono pagati), in modo autoreferenziale e senza alcuna forma di empatia, di fedeltà istituzionale o talvolta neppure aziendale (manager e vertici migrano infatti in continuazione), senza alcun senso o buon senso politico. Provengono da scuole di pensiero economico spesso e volentieri utopiche e completamente avulse dalla realtà, delle quali si considerano i “grandi sacerdoti”, e sono consapevolmente o meno gendarmi al servizio dei grandi interessi globali. Operano in cordate e in fazioni in guerra fra loro, emergono e fanno carriera nella misura in cui siano funzionali ai predetti interessi. Hanno una grandissima influenza sul governo del mondo, e l’episodio della Lagarde ne è un esempio più che eloquente. Possiamo ancora permetterci presidenti della BCE che sfasciano le borse, di colossi farmaceutici che fanno ricerca solo nei settori giustificati dal profitto, di manager e dirigenti che affossano le banche traendo da ciò grandi guadagni, che dissolvono preziose risorse pubbliche per arricchire i privati, che operano in modo autoreferenziale al solo servizio di se stessi e di chi li dirige?

Il valore della competenza. La competenza di cui parlo ora non è certo quella dei “tecnici” di cui sopra, ma è quella vera. Abbiamo dovuto aspettare l’avvento di un morbo mortale per capire che la politica spetta alla politica, ma che questa deve valersi della scienza, della competenza professionale, delle conoscenze. Questo non vuole assolutamente dire che bisognerebbe avere governi tecnici. Tutt’altro. I governi devono essere politici, ma devono operare scelte suffragate dalla conoscenze, e questo non solo in periodi di emergenza. In Italia (e non solo) il tema della conoscenza, dell’approccio scientifico, di cui per fortuna ancora abbiamo splendidi esempi, non è stato minato solo dai recenti vaneggiamenti di una parte della società e della classe politica, ma anche da decenni di tagli alla scuola, all’università, alla ricerca, come se queste fossero cose di cui la società non ha più bisogno. Tagli che fanno il paio con quelli imposti alla sanità pubblica, in omaggio alle privatizzazioni e agli interessi dei poli medici privati e delle società di assicurazione, nella cervellotica idea che il “mercato” sia sempre e comunque meglio della gestione pubblica delle cose. Quousque tandem, dovremmo adesso dire ai sostenitori del “mercato”, a questo novelli perniciosi Catilina, abutere patientia nostra? Quanto a lungo ancora codesta follia si prenderà gioco di noi? Quando rinsaviremo per riportare allo stato le prerogative necessarie alla tenuta di un paese democratico e di un mondo equo e sostenibile?

Conclusioni. Niccolò Machiavelli riteneva che i fondamenti dello stato fossero il principe (l’ente sovrano), la milizia (intesa non solo in senso militare, in contrapposizione alle milizie mercenarie, ma anche come capacità di militanza civica, quella militare non essendo che una sua conseguenza) e una sorta di religione civica (con la quale intendeva l’etica pubblica, la legislazione nell’interesse generale, il rispetto sociale, il mantenimento degli impegni, la giustizia). Per Hegel, lo stato è la massima espressione dello spirito. Più modestamente, possiamo qui affermare che dopotutto la stessa nascita della civiltà umana come la intendiamo oggi è dovuta all’affermarsi di istituzioni statuali, per quanto primordiali, che grazie a risorse pubbliche e a governo sovrano, grazie alla formulazione di leggi sensate e organiche, grazie all’affermazione di regole di convivenza strutturate la cui infrazione era sanzionata, hanno permesso all’umanità di evolvere. Oggi tutto questo appare del tutto indebolito, a favore di soggetti privati, piccoli o giganteschi, in grado di vivere e comportarsi in totale autonomia da ogni regola o legge condivisa. Educati non più al civismo e al pensiero critico, ma all’edonismo e al consumismo, i popoli occidentali hanno perso la capacità di militare per la propria società, per il proprio stato, in definitiva per se stessi. Ai popoli sono stati concessi tutti i diritti cosiddetti civili, e altri ne verranno concessi, al solo scopo di privarli dei diritti più fondamentali: i diritti sociali (per dirla coi padri della costituzione americana, il diritto di essere liberi dal bisogno), e il diritto di partecipare alla cosa pubblica (con un voto non condizionato da vincoli precostituiti, con la critica, intervenendo negli oramai inesistenti corpi intermedi...). I popoli, che pretendono, anche giustamente, tutti i diritti, hanno in definitiva perso il senso del dovere, relegando questo valore a un passato fascista e nazionalista, salvo riconsiderarlo nei momenti di emergenza, o quando gioca la propria squadra di calcio, circostanze in cui in qualche modo tornano eroi. Ma... beato quel popolo che non ha bisogno di eroi, disse Bertold Brecht. Quindi, più che di popoli “eroici” nei momenti difficili, avremmo bisogno di popoli consapevoli e militanti anche nell’ordinaria e non meno importante vita quotidiana...

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02/08/2019

I fatti di Roma, visti con gli occhi di un agente

Sui fatti di Roma, l’omicidio di un carabiniere e l’arresto di due turisti statunitensi, ci è arrivata questa lettera di un agente della Polizia locale di Milano.

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Chi mi conosce sa che vengo da una lunga storia di militanza politica e sindacale. Sempre a sinistra, senza indugio, perché lì sono piantate le mie radici.

Dopodiché da ormai 27 anni, indosso una divisa, quella della Polizia Locale di Milano. Un osservatorio straordinario. Al servizio del cittadino e delle istituzioni.

In questi anni, questa particolare miscellanea mi ha consentito di vedere ed interpretare la realtà con occhi diversi.

Una realtà che si presenta a tutti noi con molte contraddizioni al suo interno e che necessita di essere compresa.

Non è facile e non a caso le mie riflessioni non termineranno mai con un punto ed a capo.

Mai rinuncerò a quel pragmatismo che è connotato essenziale del mio lavoro ed a quella onestà intellettuale che fa parte della mia storia.

Contrario a qualsiasi dogmatismo e sempre aperto al confronto costruttivo, perché non ritengo di avere alcuna verità in tasca.

Peccato che oggi come oggi, questo approccio sia sempre più raro, perché si preferiscono gli slogan ed una superficialità deleteria.

La morte a Roma il 26 luglio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, non può lasciare indifferenti.

A prescindere dagli sviluppi che potrà avere la vicenda, visto che vi sono ancora alcuni punti da chiarire, vi è una certezza.

La vera ed indiscussa vittima di questo tragico episodio è il carabiniere assassinato. Guai chi volesse ridimensionarne la gravità.

Ed al signor Vittorio Feltri, direttore di Libero a cui piace sfrugugliare anche in presenza di simili tragedie, voglio dire di imparare a tener chiusa quella bocca piena di aristocratica saccenza.

Ha senso disquisire se Mario Cercella Rega sia un eroe oppure no, visto che si era dimenticato di portare con sè l’arma di ordinanza?

Aggiungendo poi che “un vicebrigadiere che dimentica la pistola in caserma e si fa accoltellare da un ragazzotto mezzo scemo, fatico a definirlo eroe”.

Tutto ciò mi appare inopportuno e tra le altre cose cinico. Pessimo esempio di giornalismo.

“Uno di meno…” Purtroppo anche questa considerazione è apparsa sui social. Chiunque abbia scritto, detto o anche solo pensato tutto ciò, è persona indegna. È una considerazione deplorevole e priva di umanità. Non siamo in guerra e credo che nessuno, con o senza divisa, possa meritarsi undici coltellate letali.

Posso dire che anche queste persone sono vittime di quel cattivismo di cui Salvini è il primo seminatore? E magari lo detestano... ma poi fanno inconsapevolmente il suo gioco. Simili affermazioni sono il trionfo di quel cattivismo che sta rendendo Salvini il salvatore della patria.

Salvini lo usa contro gli immigrati ed i diversi in genere, queste persone lo riversano contro i tutori dell’ordine. Stiamo parlando della stessa moneta.

Peccato, che poi tutto ciò inneschi quella guerra tra poveri che distrugge valori portanti quali solidarietà e rispetto reciproco. Vince Salvini, vince questo cattivismo ormai esasperato e bieco. Perdiamo tutti noi. Le persone oneste e di buonsenso. Chi indossa una divisa e chi quella divisa la rispetta, pur consapevole delle criticità presenti.

E qui veniamo all’altra questione correlata con l’omicidio del vicebrigadiere.

Mi riferisco alla bendatura degli occhi di Christian Natale Hjorthv uno dei due turisti americani coinvolti nell’omicidio. Tengo a precisare, per dovere di cronaca, che non è l’autore diretto dell’assassinio.

Trovo insopportabile mettere in contrapposizione l’omicidio ed il trattamento avvenuto durante il fermo.

In molti hanno voluto mettere sul piatto della bilancia da una parte l’omicidio e dall’altra l’episodio del fermo.

Molta opinione pubblica si è divisa su questo, senza comprendere che esistono pesi e misure diverse.

Senza comprendere che il carabiniere è indubbiamente la vittima, ma lo stato di diritto non può mai interrompersi.

Salvini ha rilasciato immediatamente dichiarazioni inequivocabili. Per lui, l’unica questione importante rimane l’omicidio del carabiniere.

Grave questa presa di posizione del Ministro degli Interni che ancora una volta ha scelto la demagogia.

La stessa demagogia che ha utilizzato, stavolta dimostrando leggerezza, quando ha avallato che i presunti omicidi fossero 2 nordafricani.

Errore grave che ha visto protagonisti anche Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e Paolo Gentiloni del PD che hanno tweettato la notizia.

Lasciamo perdere gli altri... ma posso dire che da un Ministro degli Interni mi attendo ben altro atteggiamento?

Possibile che senza attendere conferme, il primo sospettato è l’immigrato di colore?

È poi possibile, che di fronte ad una foto che ha fatto il giro del mondo, un Ministro degli Interni possa fare simili dichiarazioni?

“A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un carabiniere morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita”.

Caro Ministro, d’accordo sul dolore e sul cordoglio, ma davvero può pensare che agli americani non interessi come vengono trattati i loro cittadini?

Certo grande strumentalità da parte loro, ma...

La tragedia del Cermis grida ancora vendetta e noi offriamo su un piatto d’argento l’opportunità di una scorciatoia?

Purtroppo, il mondo non si ferma per la morte di un carabiniere.

Come dicevo prima, neppure lo stato di diritto può concedersi pause. L’articolo 608 del nostro codice penale parla chiaro. Parla di misure di rigore non consentite dalla legge nei confronti di persona arrestata. Prevede per il pubblico ufficiale una pena fino a 30 mesi di reclusione. Tutto ciò non può essere sottovalutato, anche perché il mondo ci guarda...

Ma anche perché la Magistratura non può esimersi dal perseguire un possibile reato. Ne va della credibilità del nostro Paese.

Non è un caso che il Generale Nistri abbia stigmatizzato l’accaduto, perché consapevole che così si lede l’immagine dei carabinieri. Un corpo, un’istituzione nel nostro Paese.

I provvedimenti nei confronti di chi ha scattato la foto e bendato l’americano sono inevitabili e a mio parere giusti. Importante sarà individuare i veri responsabili...

Quella foto mi ha colpito e credo abbia fatto lo stesso effetto a molti, perché ci riporta indietro negli anni.

Ad un immaginario collettivo che ha formato intere generazioni. Alle immagini delle torture nelle dittature sudamericane, a Guantanamo e ovunque vi sia assenza di democrazia. Mi ha ricordato quanto accaduto alla scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto di Genova, durante la riunione del G8 del 2001. Fatti gravissimi per i quali vi è stata tra le altre, anche la condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Una foto così non poteva essere archiviata come un errore di percorso, perché ne va della reputazione delle ns forze dell’ordine.

Qualcuno sosterrà che in altri Paesi anche europei, tutto ciò non farebbe notizia.

Credo che tutto ciò meriterebbe un riscontro un po’ più serio di alcune foto apparse su facebook, ma rimane un fatto. Le leggi italiane non consentono simili trattamenti ed io a quelle devo fare riferimento.

Io, che indosso una divisa, ne ho piena consapevolezza e non voglio sottovalutare.

Purtroppo, nel bene e nel male, noi rappresentiamo le istituzioni e le istituzioni devono far rispettare le leggi.

Comprendo bene il dolore e la rabbia che possono aver provato i carabinieri, che avevano fra le mani i responsabili della morte di un loro collega. Per giunta una morte così violenta e ingiustificabile.

Posso comprendere anche il forte sentimento di vendetta che possono aver avuto, l’avrei provato anch’io.

Dopodiché, bisogna essere fermi e coerenti su un principio fondamentale.

L’uomo può ipotizzare la vendetta, perché è umanamente comprensibile.

La Giustizia italiana non può ammetterla, perché anche il più efferato degli assassini va tutelato fino a sentenza avvenuta.

Uno stato di diritto ha regole ben precise.

Non è uno stato poliziesco emanatore di una dittatura.

Uno stato di diritto deve mirare alla salvaguardia ed al rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo.

Può contenere regole non sempre condivisibili, soprattutto quando la tragedia ti colpisce in prima persona, ma non si può derogare.

Tanto più per chi indossa una divisa ed è preposto a far rispettare le leggi vigenti.

Mi rendo conto, che qualcuno di chi mi legge mi accuserà di eccessivo garantismo, ma non è così.

Il ragionamento deve essere onesto e non deve prestarsi a malintesi.

Quanto ho descritto prima, corrisponde esattamente a quanto viene insegnato in qualunque scuola militare, scuole di polizia varie e università di giurisprudenza. A mio avviso andrebbe ripreso e ribadito in ogni scuola italiana, evidenziandone l’essenzialità.

Chi indossa una divisa deve essere un esempio per i cittadini di questo Paese. Io ci credo ancora in questo ruolo e cerco di essere coerente nel mio lavoro quotidiano.

Dopodiché voglio essere molto chiaro, nel sottolineare quanto sia sempre più difficile e complicato il nostro lavoro.

Lo voglio evidenziare, perché sono troppi i cittadini che si permettono di sentenziare sul nostro operato senza conoscere nulla.

E troppo spesso arrivano sentenze di condanna legate ad ignoranza e pregiudizi. Sono come quei pensionati che per passare il tempo, osservano il lavoro degli operai nei cantieri ed hanno sempre motivo per criticare e discettare, spesso senza neppur conoscere la materia. Sono quei cittadini che non raramente sulle strade, con insolenza, ti ricordano che sono loro a pagarti lo stipendio...

In realtà, il nostro è un lavoro complicato e pieno di rischi. Sono frequenti le situazioni che mettono a rischio la nostra incolumità.

Spesso sono gli stessi giudici a non comprendere la complessità di certi interventi. Dove devi contenere persone alterate, violente, prive di scrupoli.

Troppo frequentemente mancano quelle indicazioni essenziali ed anche quella formazione costante che ci aiuterebbe molto. Per non parlare di quelle famose sinergie, che dovrebbero risolvere tutto e invece sono troppo spesso inesistenti.

È tema centrale il dovere di garantire sicurezza al cittadino.

Chi potrebbe metterlo in discussione? Peccato che questa sicurezza debba essere garantita da persone in carne ed ossa. E qui casca l’asino.

Troppo poco o quasi mai, si parla dei pericoli che corrono gli operatori di polizia che pagano sulla loro pelle le insufficienze e le inefficienze del sistema.

È difficile poter garantire sicurezza al cittadino se l’operatore non lavora in condizioni di sicurezza. Una grande questione che si preferisce rimandare e non porre all’attenzione dell’opinione pubblica.

Ho voluto commentare a modo mio i fatti di Roma, perché in questi giorni le discussioni fra i colleghi e non solo con loro, sono molto accese. Crescono di giorno in giorno, le strumentalizzazioni politiche ed ancora una volta le tifoserie hanno il sopravvento. Nulla di più deleterio nell’impedire che prevalga consapevolezza e buonsenso.

Io detesto tutti coloro che si riempiono la bocca di slogan, senza sforzarsi di fare dei ragionamenti. Purtroppo i social sono strumenti perversi ed i politici pompano secondo convenienza.

Continuerò a sforzarmi di ragionare e riflettere in piena autonomia, perché sono geloso dei miei pensieri.

Danilo Tosarelli - Polizia Locale Milano

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22/03/2018

La retorica vittimaria, la storia e quei conti mai fatti con il fascismo

Vorrei tanto capire quali sono i termini della discussione scatenatasi attorno ad una frase di Barbara Balzerani che io avevo trovato persino ovvia: la storia non può essere un’esclusiva delle vittime di qualsiasi parte. Ecco, intorno a quella frase del tutto condivisibile peraltro pronunciata nel corso della presentazione di un libro da parte dell’autrice, è successo un finimondo che avrebbe dell’incomprensibile se poi non mi ricordassi che siamo in Italia, cioè, un paese che insieme alla Spagna, negli ultimi tempi, sta facendo di tutto per assomigliare sempre di più alla Turchia di Erdogan.

Prima domanda: ma in Italia vige ancora lo Stato di Diritto oppure è tornata la la Santa Inquisizione? Per intendersi, ognuno di noi può commettere un qualsiasi reato e, se riconosciuto colpevole, viene condannato ad una pena. Finita la pena ritorna ad essere un cittadino libero in quanto ha pagato il prezzo dei suoi errori... o deve continuare a pagare con la morte civile anche fuori dal carcere?

Seconda domanda: si può ragionare pubblicamente su ciò che avvenne negli anni '70 o si rischia una scomunica ed un’eventuale lapidazione da parte dei parenti delle vittime?

Negli anni '70, in Italia, ci fu un conflitto sociale da cui scaturì una guerra civile che durò un decennio e che causò centinaia di morti. In quel contesto, le Brigate Rosse non furono che una delle tante formazioni politiche che scelsero la lotta armata. Un fenomeno che coinvolse migliaia di persone. E’ mai possibile che a distanza di 40 anni non si riesca a riconoscere questa evidenza storica e non si riesca ancora a parlare liberamente di quelle vicende senza venire ancora accusati di essere “fiancheggiatori del terrorismo” come se fossimo ancora prigionieri di quello stato di emergenza e di quel tempo così lontano? La risposta, per quanto appaia assurda, è: si, pare proprio sia impossibile e dopo quarant’anni di oblio siamo ancora a questo punto.

E’ come se nel 1985 in Italia fosse stato ancora impossibile parlare di ciò che avvenne nel 1945. Eppure Alcide De Gasperi insieme al ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, il 22 giugno 1946, firmò l’amnistia per i detenuti politici (leggi fascisti) e ciò mentre altri paesi europei, Germania in testa, scelsero di fare i conti con la propria storia. Un decreto emanato in nome della “pacificazione nazionale” che ebbe un immediato effetto: spalancò le porte delle carceri dove fascisti e repubblichini erano stati rinchiusi al momento della Liberazione per i reati commessi: stragi, uccisioni, deportazioni e malefatte di ogni genere. Inoltre tutta l’alta, media e bassa burocrazia fascista (prefetture, ministeri etc. etc...) fu lasciata al proprio posto.

C’è, evidentemente, un nesso tra il non aver fatto i conti con il fascismo e questa incapacità non dico di avere una “memoria condivisa” sugli anni '70 (cosa a cui non ho mai creduto) ma almeno di poter discutere liberamente di vicende che appartengono alla storia. Una storia che da quarant’anni viene periodicamente usata per questioni contingenti da torme di ignoranti che si avvicendano, di volta in volta, nel ruolo di aspirante “classe dirigente” ma che non sanno nemmeno di cosa parlano giocando pericolosamente con questa odiosa e fuorviante retorica vittimaria nella totale e manifesta incapacità di fare una discussione seria su quelle vicende. E tuttavia, se davvero dovessimo fare la storia sulla base del dolore delle vittime tanto varrebbe mettere i parenti delle vittime (tutte, anche quelle delle stragi di stato e fasciste) direttamente senza concorso ad insegnare storia contemporanea nei nostri atenei ed alla testa di tutti i partiti politici.

Ecco perché non si può non affermare che la storia non può essere un’esclusiva delle vittime di qualsiasi parte. Se così non fosse, allora dovremmo ritenere giusto che siano solo i parenti delle vittime a fornirci un’interpretazione della storia mettendoli, ad esempio, al posto dei giudici nel processo penale ad accordare o negare il “perdono” ai suoi protagonisti. Tanto varrebbe, a quel punto, sostituire la Costituzione con la Bibbia ed applicare l’ “Occhio per occhio dente per dente”. Oppure passare direttamente al diritto islamico in cui vige la “qisas” secondo la quale la vittima decide la punizione uguale all’offesa subita per il suo aggressore o il “prezzo del sangue” con cui è possibile evitare il ricorso alla legge del taglione. Matteo Salvini ne sarebbe contentissimo.

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