Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/09/2022

“È arrivato il momento di parlare di cose serie”

“La sinistra ha un compito difficilissimo. Da quando ho pubblicato il video contro il voto utile mi definiscono con disprezzo influencer“. Abbiamo incontrato “Lorna Prior” alla presentazione dei candidati di Unione Popolare venerdì 2 sotto i palazzi dell’Eni, a Roma.

Lorna viene ritenuta una influencer su Instagram e per questa tornata elettorale sta pubblicando alcuni video in cui invita l’elettorato progressista a fuggire dal richiamo del voto utile lanciato dal Partito democratico contro il “pericolo fascista”.

Il Pd infatti è il vero responsabile, insieme al resto della classe politica e imprenditoriale del paese, del disastro economico, sociale e culturale a cui, da trent’anni a questa parte, hanno costretto il paese.

Il pericolo delle “due destre”, come le chiama Lorna, rifacendosi a definizione di inizio anni ‘90, non è altro che il frutto delle politiche antipopolari portate avanti dal finto progressismo del Pd e dai suoi “antenati”.

Lorna ha accettato gentilmente di concederci un’intervista, che vi proponiamo di seguito.

Buona lettura.

*****

D: Ciao Lorna, innanzitutto vorremmo chiederti da dove parte l’idea di utilizzare la tua popolarità raggiunta sui social per schierarti con forza in mezzo a questo tornante elettorale, che in realtà si innesta in un momento di grande incertezza per il mondo intero. Come vedi inoltre l’utilizzo di strumenti come Instagram, nati per un certo fine, indirizzati invece per un uso politico, quali i pregi e difetti da tenere da conto…

R: Mi stanno chiamando “influencer” – principalmente in senso dispregiativo – da quando ho pubblicato il primo video contro il voto utile, ma non credo di rientrare nella definizione. Gli influencer agiscono secondo logiche che non mi appartengono, sono attivi sui social per vendersi e per vendere. Io sono solamente un’elettrice che si avvale del diritto di esprimere la sua opinione. Credo che per i giovani, ricorrere ai social per dire la nostra sia una scelta naturale. Siamo le generazioni senza voce, quelle che nessuno ascolta e che, di conseguenza, non si fanno sentire attraverso i canali tradizionali. Ci trovate sui social. Ed è proprio per questo che, nelle ultime settimane, tanti fossili della politica sono opportunisticamente sbarcati su TikTok. Io sono una content creator che solitamente si concentra sulla cultura pop, ma arrivano anche i momenti in cui bisogna parlare di cose “serie”. La politica ha più o meno abbandonato i giovani a sé stessi, per cui volevo riuscire a rivolgermi proprio a loro, ad altri che, come me, sono stanchi di vivere nell’incertezza e nella povertà. Questo in primis per spiegare a tutti perché è tempo di dire “basta” alle politiche anti-sociali di vecchi partiti come il PD. Ma anche per farli sentire compresi – sono in moltissimi a pensare che le cose debbano cambiare, eppure in qualche modo ci sentiamo comunque soli nel lottare contro una corrente avversa. Dobbiamo iniziare a dialogare tra noi, perché solo dall’unità dei giovani potrà nascere un nuovo tipo di politica.

D: Cosa pensi della politica in generale e della classe politica nello specifico di questo paese, quella che, come tu racconti bene nei tuoi video, ha provveduto nei dei decenni alle selvagge privatizzazioni, all’attacco ai salari e allo Stato sociale?

R: La politica dovrebbe essere il mezzo attraverso il quale noi cittadini decidiamo come verrà governata la nazione in cui viviamo. Questo scopo è andato tragicamente perduto. Il divario tra cittadini e rappresentanza non è mai stato così enorme – un’autentica voragine. E infatti l’astensionismo è alle stelle, perché nessuno crede più che la classe politica sia interessata a rappresentarci. In particolare, in Italia come in molti altri stati, c’è il gravissimo problema della mancanza di alternativa. Le politiche economiche e sociali della destra e della sinistra quasi non si distinguono – storicamente, la sinistra dovrebbe rappresentare i lavoratori, ma i peggiori attacchi ai nostri diritti, dal pacchetto Treu in poi, sono venuti dal Partito Democratico. Infatti molte persone sceglieranno di supportare la destra a queste elezioni. Ma le politiche di Meloni, Salvini e Berlusconi saranno sempre quelle: privatizzazioni, taglio delle tasse ai ricchi, deregolamentazione. La prova di ciò è che tutti, dalla coalizione della Meloni, a Renzi e Calenda, fino all’alleanza di Letta e Bonino, vogliono seguire la linea Draghi. Se le basi sono queste, possiamo davvero considerarci una democrazia?

D: Cosa pensi del percorso intrapreso da Unione Popolare, nella difficile sfida sia di visibilità nei mezzi di comunicazione odierni, sia di radicamento in una società probabilmente ancora scottata dal “tradimento” (se così si può definire) del Movimento 5 Stelle, che si professava antisistema ma che con tutte le sfaccettature del sistema si è accordata alla prima esperienza di governo?

R: La sinistra, quella autentica, ha un compito difficilissimo. Non solo deve ripartire quasi da zero, ma dovrà vedersela con un contesto politico e mediatico che li respingerà – questo sta in parte già accadendo con il Movimento di Conte, che nonostante gli errori e le molte scelte discutibilissime, ha comunque un programma leggermente più progressista delle altre grandi forze e per questo tende a venire maggiormente emarginato dai media (che, voglio ricordare, in molti casi sono controllati da grandi famiglie imprenditoriali). Figuriamoci quanta difficoltà potrà avere una sinistra socialista. La spinta per un movimento del genere dovrà venire obbligatoriamente dal basso. Ma la fiducia di un popolo che troppe volte è stato deluso e preso in giro non sarà facile da conquistare. L’inizio è stato buono, dato che Unione Popolare è stata in grado di raccogliere 60.000 firme in 10 giorni, oltretutto in pieno agosto, dimostrando che esiste la voglia di vedere una sinistra vera. Ma da qui in avanti sarà un percorso in salita.

D: Le elezioni saranno sicuramente un passaggio di un percorso di più ampio respiro. Alla fine di questa tornata, quali sono le priorità secondo te per andare avanti nella costruzione di una necessaria ipotesi di opposizione e alternativa rispetto alle due destre che si troveranno a governare, peraltro in un autunno che si preannuncia carico di tensioni sociali, tra economia di guerra e rincari di tutti i tipi?

R: La sinistra dovrà essere presente per la gente. Si preannuncia un inverno durissimo – molte persone dovranno decidere se mangiare o riscaldare casa. Queste persone avranno bisogno di una voce – che sia in Parlamento oppure in piazza. Bisogna organizzarsi. La Gran Bretagna su questo tema sta offrendo un fantastico esempio di unità e solidarietà. I cittadini britannici hanno dato vita al movimento Don’t Pay – questo inverno, rifiuteranno collettivamente di pagare le bollette. Con il supporto dei sindacati è nato anche un movimento di protesta più vasto, Enough is Enough. Sarà un inverno molto movimentato. C’è bisogno di questo anche in Italia, e sarà compito anche di Unione Popolare far sì che ciò possa avvenire, a prescindere dai risultati delle elezioni. Servono punti di riferimento certi per il popolo.

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06/09/2022

L’inutilità del voto utile

Se c’è un dato che sta emergendo da questa campagna elettorale è la totale inutilità del cosiddetto “voto utile”.

Le opzioni in campo – dal Pd a Fratelli d’Italia – convergono infatti su tutte le scelte strategiche, a cominciare dalla fedeltà alla Nato.

Questa linea viene riaffermata in ogni dibattito o incontro pubblico. Ultimo in ordine di tempo il forum di Cernobbio, dove tutti i leader – qui, diversamente dal meeting di Rimini hanno avuto la correttezza di invitare tutti i presenti nell’attuale Parlamento – hanno sgomitato per riaffermare e “far sapere” che l’obbedienza euroatlantica non è in discussione.

L’unico ad aver pasticciato su questo tema è stato Salvini, che sta diventando infatti il bersaglio principale di tutti i competitori, sia esterni che interni al centro-destra.

Il leader della Lega incarna il sentiment di quella piccola e media impresa italiana in sofferenza per molte ragioni. Una tra queste – non la sola certamente – sta nei contraccolpi delle sanzioni alla Russia, rilevabili sia sulle esportazioni che nel boom dei prezzi dell’energia.

Ciò che fa dannare i partiti dell’establishment è che questo sentimento appare però assai diffuso nella popolazione italiana. Ragione per cui sarà Salvini, più che l’atlantista Meloni, a fare da bersaglio nei prossimi giorni della campagna elettorale.

In Italia la demonizzazione di Putin e della Russia non è riuscita fin qui a scavare quel solco che era stato ritenuto scontato quando il governo Draghi (quindi con dentro Pd, M5S, Lega, Forza Italia, ecc.) ha portato l’Italia dentro la guerra alla Russia. Guerra economica in modo prevalente, ma anche militare visto le forniture di armamenti e l’assistenza alle forze armate ucraine.

Curiosamente il Copasir, Di Maio o il PD starnazzano intorno a improbabili ingerenze russe sulle elezioni, ma accettano senza battere un ciglio quelle israeliane sui candidati o quelle di Hillary Clinton che ha salutato la leadership della Meloni come positiva in quanto donna.

A rendere i partiti dell’Agenda Draghi del tutto intercambiabili e convergenti, rimane infatti l’accettazione del doppio vincolo esterno: sia quello della Nato che quello della Bce.

Non è un dettaglio perché è il vincolo che determina sia la politica e le relazioni internazionali del paese (e quindi con chi commerciare, cooperare etc.), sia il perimetro delle scelte economiche e le priorità nel reperimento delle risorse.

Non è un caso che nessuno dei partiti in lizza metta mai in discussione la supremazia del libero mercato rispetto al ruolo del pubblico e degli interessi collettivi. Infatti il collasso economico ed energetico sta dimostrando proprio questo. Aver lasciato in mano ai privati e al gioco truccato del mercato una questione decisiva come l’energia sta mettendo in crisi un intero sistema fino all’ultimo dettaglio (le bollette).

Certo ci si accapiglia magari sullo ius scholae o sugli sbarchi di migranti, ma nulla di più. Su tutto il resto il Pd e la destra si ispirano alla comune filosofia del liberismo e della fedeltà alla Nato.

Si dirà che il residuo ciarpame fascista o i personaggi poco raccomandabili che la Meloni si trascina dietro e dentro sono indigeribili. Ma è anche vero che negli anni il PD è riuscito ad aggregare e dare spazio a personaggi altrettanto detestabili del mondo liberale e agli eredi della peggiore Democrazia Cristiana.

Allo stesso modo nel “popolo della sinistra” si assiste ad una mutazione del “voto utile” in versione M5S. Se il Pd sarebbe la diga contro la destra, il M5S sarebbe la diga contro lo spostamento a destra del PD.

Alla luce di quanto visto – e quanto visto pesa, non può non pesare – queste sono illusioni del tutto sballate o nel migliore dei casi consolatorie. Se a Cernobbio sono andati tutti a fare dichiarazioni di fedeltà alla Nato e alla UE di quale dighe stiamo parlando? Più che dighe sembrano gabbie.

Che senso ha, dunque, l’appello al voto utile al Pd o al M5S? Mai come oggi questo appello ha perso di senso e significato.

Le elezioni sono quelle che sono, somigliano sempre di più ad un gioco truccato per lasciare gli equilibri e le priorità più o meno come lo erano prima delle elezioni. Se si vuole provare a scompaginare un gioco truccato è meglio usare altre opzioni che puntano apertamente alla rottura. A questo, obiettivamente, vuole essere utile Unione Popolare.

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23/09/2020

Che brutto risvegliarsi in un’Italia con meno democrazia

Tomaso Montanari analizza i risultati elettorali. Dalla tristezza di un risveglio in un’Italia meno plurale e con il conflitto sociale istradato nelle istituzioni, alla consapevolezza dell’inesistenza di una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri. “Occorre battere strade più lontane, più impervie”.

di Tomaso Montanari

Il giorno dopo queste strane elezioni pandemiche ci siamo svegliati con meno democrazia. Mi pare questa la cifra dominante: almeno se con ‘democrazia’ intendiamo pluralità, rappresentanza, istradamento del conflitto sociale nelle istituzioni. Decenni di plebiscitarismo, maggioritarismo, riduzione quantitativa e qualitativa della rappresentanza danno i loro frutti: in Veneto e in Campania siamo al dominio personale, al di là di ogni partito; in Liguria perde l’unico progetto in qualche modo progressivo; in Toscana trionfa una paura creata ad arte.

Sulla mia Toscana vorrei scrivere qualche parola in più. Mentre per fortuna muore nella sua stessa culla Italia Viva (4,48% mentre mancano ancora poche sezioni da scrutinare), Renzi trionfa nella sadica imposizione al Pd di Eugenio Giani, un candidato di apparato, anzi di corridoio. Del tutto incapace di parlare di futuro, del tutto alieno da ogni idea di sinistra. Come ho continuato (inutilmente) a scrivere fino a ieri, quel candidato inguardabile era un candidato naturalmente vincente: perché capace di attrarre moltissimi voti dalla destra del potere, e insieme di ricattare (proprio per la sua apparente debolezza) gli elettori di sinistra attraverso la paura della destra popolare.

È andata puntualmente così: a urne aperte i toscani (specie quelli di sinistra-sinistra) hanno ricevuto decine di sms con sondaggi che davano la Ceccardi in vantaggio di dieci e passa punti (varie denunce sono state presentate), secondo una tecnica ampiamente sperimentata in Brasile, dove le campagne elettorali si decidono attraverso campagne mistificatorie via Whatsapp.

Conosco amici carissimi, e membri della mia stessa famiglia che, presi dal panico dei fascisti che arrivano in Piazza della Signoria, hanno votato per Giani, spesso senza riuscire a fare il voto disgiunto (risultano oltre quarantamila schede nulle), e trattenendo a stento i conati di vomito: salvo accorgersi, ieri pomeriggio, della truffa subìta. Il risultato è che la bella lista di Tommaso Fattori, Toscana a Sinistra, che nel 2015 aveva preso il 6,9 entrando in Consiglio regionale con due seggi, oggi con il 2,86 rimane fuori. E del resto dal Consiglio regionale toscano rimane fuori (secondo i dati attuali) ogni possibile sinistra: perché nella coalizione vincente eleggono consiglieri solo il Pd, la lista di Giani e Italia Viva, mentre i (peraltro risibili) cartelli ‘di sinistra’ creati ad hoc non superano lo sbarramento. Vincono dunque la paura, la credulità popolare e il cinismo di un sistema mediatico che, obbedendo a proprietà e poteri, all’unisono ha suonato l’allarme per l’inesistente pericolo fascista e invitato al salvifico voto per Giani, eliminando dalla narrazione qualunque altra lista.

Naturalmente, però, i problemi della sinistra sono più antichi e più profondi. Giani vince con i voti dei salvati, di coloro a cui conviene che tutto rimanga com’è: mentre il voto dei sommersi, dei poveri, degli esclusi (la base sociale naturale di ogni sinistra) rimane nell’astensione (il 37,3 per cento dei toscani non ha votato), o va (per disperazione e rabbia) alla Ceccardi, la candidata della Lega. Ma anche il 6,9 per cento di Toscana a Sinistra del 2015 veniva dai salvati: dai più generosi e illuminati dei salvati, che si impegnano nelle lotte per l’ambiente e per gli ultimi.

Stavolta sono stati terrorizzati, e si sono compattati per Giani, suicidando le loro idee. Ma è chiaro che, anche se avessero votato come nel 2015, il problema sarebbe stato lì, enorme: non esiste (in Toscana, in Italia, in Europa e forse nel mondo) una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri. E il sistema mediatico e quello elettorale, la forma stessa assunta dalle istituzioni, rende difficile o forse impossibile anche solo provare a costruirla.

E la vittoria del Sì (votata dal 69,64 per cento del 54,9 per cento che ha votato) prosciugando ancora l’acqua della rappresentanza popolare, aumentando l’oligarchia, restringendo lo spazio del dissenso, chiude un po’ di più quella porta già quasi serrata.

È sempre più evidente che la “Sinistra che non c’è” non nascerà in prossimità di elezioni e istituzioni. Occorre battere strade più lontane, più impervie.

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21/08/2020

Il vuoto disgiunto

Vorrei ricordare ai sostenitori della strategia del #votoutile (o del voto disgiunto, come va di moda ora in Toscana), che le loro tesi, del tutto svuotate da qualsiasi analisi che tenga conto delle politiche messe in atto negli ultimi 30 anni e di una continua involuzione politica e culturale del centrosinistra, potrebbero andare bene, forse, negli Stati Uniti, dove vige un orrendo e rigido regime bipolare.

Non a caso, #EnricoRossi, uno dei grandi sostenitori del voto utile, ha sottolineato l’unità del #DemocraticParty nella volontà di sconfiggere #Trump e di votare #Biden.

Insomma, una lettura semplicistica della campagna elettorale statunitense in cui anche Sanders e Michelle Obama si sono resi conto che è necessario sostenere il buon Biden-Giani contro la terribile Trump-Ceccardi.

Rossi, ignora volutamente che il modello americano costringe per forza di cose a tentare di “cambiare le cose dall’interno”. Non a caso Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata socialista, ha affermato che “in qualsiasi altro paese lei e Biden non sarebbero mai nello stesso partito”.

Purtroppo tale modello riduce il dibattito politico spostandolo a destra e alienando buona parte della popolazione dalla partecipazione politica. Inoltre gran parte dei movimenti e degli attivisti americani non si sentono rappresentati dalla politica moderata del Democrat Party, creando una spaccatura che è costata e potrebbe costare caro ai democratici americani.

Ecco, noi non siamo negli USA e la nostra unica opzione non è stare dentro il #PD (cosa che non farei neanche fossi negli USA), per fortuna. E il continuo invito a turarsi il naso, a votare il meno peggio, a seguire la logica del voto utile, è del tutto fuori luogo qui e alla lunga, nella sua palese strumentalità, rappresenta il vero regalo alla destra.

Le energie dovrebbero essere investite nella costruzione di un polo alternativo che risponda alle istanze dei movimenti sociali e radicali e che agisca soprattutto al di fuori delle contese elettorali.

Invece qui continuiamo con le liste civetta che prendono in giro la gente, parlano di civismo e di ecologismo a sproposito (con il partito del cemento e delle grandi opere?) e tirano fuori concetti fantasiosi come l’alleanza concorrenziale (cioè sostengono la coalizione di #Giani, ma fanno concorrenza al PD), i programmi alternativi (programma diverso rispetto a quello della lista che sostengono, cosa tecnicamente impossibile, oltre che illogica).

Insomma, si meriterebbero davvero la #Ceccardi, se non fosse che di mezzo ci siamo anche noi, ma tanto questi non imparano mai la lezione.

Ci sono ancora persone che a proposito delle comunali di Siena, dove il centrosinistra ha perso clamorosamente il controllo dell’amministrazione comunale per guerre interne e una emorragia consistente di voti dopo il disastro MPS e malapolitica cittadina, a fronte di una destra sostanzialmente invariata, sostengono ancora che il cambio di giunta sia stata colpa della “sinistra radicale” che non ha sostenuto il candidato del PD al ballottaggio.

Ci rendiamo conto del livello? La destra si sfrega le mani!

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20/02/2020

Attualità dell’imposto(re)

di Paolo Patuelli

[Nonostante sia cosa abbastanza insolita per Carmilla, viene ripreso qui di seguito un breve ed efficace intervento sulle elezioni in E.R., già comparso on line nella rubrica Il rovescio del sociale a cura di Paolo Patuelli. S.M.]

Dopo il voto emiliano romagnolo, imperversano le analisi. Naturalmente tutte sbagliate e tutte corrette in quanto frutto di riflessioni su qualche cosa che non si mostra e mai potrà mostrarsi alla luce del sole: il nome e cognome sulla scheda elettorale sulla quale il cittadino votante ha lasciato il suo segno. Di lui non si può dire: vaga anonimo e indisturbato per le strade tra la via Emilia e il West.

In questi giorni in ufficio, dal negoziante e negli spogliatoi del calcetto del venerdì sera reciprocamente gli sguardi si sono fatti indagatori: tutti insieme a cercare di capire dove il collega, l’amico e il compagno di giochi abbia tracciato il suo segno domenica 26 dello scorso mese. La questione interessa perché in questa tornata elettorale o si era pro o si era contro. Più che di una elezione (con i programmi, le proposte, le soluzioni...) si trattava di un plebiscito per salvare la patria dal nemico. Quindi niente sfumature, nessuna possibilità di deviare dal compito: o di qua o di là.

Quel che allora qui, lungo la via Emilia, unisce l’analista (del voto altrui) e l’analizzante (il votante) è il setting: l’immaginario padano (con la p minuscola, per non scomodare i miti e i riti...).

Entrambi avvolti nella nebbia gelida come in una scena di Amarcord, gli analisti-opinionisti reali (imperiali a volte) strapagati e il resto del mondo civilizzato-analizzante, costantemente impegnato a spiare le mosse dell’altro sui social network, vagano alla ricerca della verità su ciò che è accaduto qui nella regione che unisce, a prescindere dal trattino che le divide, l’Emilia e la Romagna, la piadina e la mortadella, i cappelletti e i tortellini.

La verità non la sapremo mai. A questa tornata elettorale, la verità non si è vestita delle ideologie da sventolare in piazza assieme alle tessere in tasca da agitare senza vergogna al bisogno, ma si è travestita nell’adesione all’attualità imposta da chi qui governa (saldamente al centro del palcoscenico, guardando a destra e a sinistra) il discorso di oggi. E il discorso di oggi è: “O con Salvini o contro Salvini”.

Quindi se volete partecipare (la partecipazione, quella dei manuali più tristi di sociologia) e stare al passo con i tempi, scegliete di stare nell’attualità dell’imposto. State fermi, tenete la posizione. Accettando però la possibilità, probabilissima statisticamente, che nell’imposto ci stia nascosto l’imposto-re, un re per forza (di cose).

Nel 2005 l’inglese Mark Fisher si esprimeva così a riguardo del voto al New Labour di Tony Blair come baluardo contro i conservatori:
“C’è ancora qualcuno che ama illudersi che un’amministrazione conservatrice sarebbe molto peggio del New Labour, al punto che degnarsi di votare per chiunque altro costituirebbe un lusso. Scegliere il meno peggio non significa soltanto prediligere questa opzione in particolare, ma anche scegliere un sistema che ti costringe ad accettare il meno peggio come il massimo in cui tu possa sperare. Naturalmente i difensori della dittatura dell’élite, forse ingannando addirittura se stessi, fanno finta che quello specifico cumulo di menzogne, compromessi e lusinghe che ci stanno spacciando è solo temporaneo. Che in un qualche definito momento del futuro le cose miglioreranno se sosteniamo l’ala progressista dello status quo. Eppure una scelta tra prendere o lasciare non è una vera scelta, e l’illusione del progressismo non è un vezzo psicologico, ma l’illusione strutturale su cui si fonda la democrazia liberale”.
Quindi per la politica, quella vera, bisognerà superare la logica imposta del (dal) meno peggio. In fondo qui, in terra emiliana, oggi non ci si può lamentare, o meglio ci si lamenta in tanti, ma con la speranza (la certezza) che qui c’è sempre e sempre ci sarà un piatto di tortellini da offrire a tutti, per chi ha fame e per chi semplicemente ha appetito.

Fonte

06/02/2020

Farsi largo a gomitate

Per quanto ridotta a poca cosa, la “politica” italiana ha visto chiudersi un’altra fase. È anche abbastanza facile capire che cosa non c’è più, mentre è come sempre indispensabile capire bene cosa c’è ora e cosa non c’è, ma servirebbe come l’aria.

Il segno peggiore del presente – lo abbiamo scritto nei giorni della tenzone emiliana – è una frase ripetuta spesso dai passanti ai banchetti di Potere al Popolo: “la firma ve la do, ma il voto no; ho paura che vinca Salvini”. Le conseguenze pratiche si sono viste alle urne: ritorno del bi-polarismo (anche in senso psichiatrico di massa) e cancellazione delle alternative. Tutte, di qualunque tipo.

Facile dunque riconoscere il dominio della paura nel discorso pubblico, in doppia versione: da un lato Salvini e la destra che diffondono come untori la paura del diverso (i migranti, gli spacciatori, i cinesi infetti e ogni giorno un’altra fobia), dall’altro il Pd – supportato da un “movimento sardinista” creato appositamente – che gioca sulla paura di Salvini.

Entrambe le “parti” utilizzano il terrore – più o meno inventato o gonfiato – per nascondere l’elemento che le rende assolutamente identiche: le politiche neoliberiste che impoveriscono parti sempre più estese della popolazione.

Dopo un decennio, insomma, si è chiusa la stagione del “vaffa” di massa, inventato da Beppe Grillo e cavalcato malamente dal movimento Cinque Stelle. In cui il malessere sociale originato da un sistema sociale profondamente diseguale e in aperta crisi veniva trasformato in rifiuto della “kasta”, salvando così “il sistema” ed eliminandone soltanto la parte più in vista: “i politici”.

Qualunque giudizio si voglia dare dei “grillini” – e il nostro non è mai stato tenero – hanno rappresentato per un decennio “l’alternativa” sul piano politico ed elettorale, riuscendo per un momento a rompere lo schema blindato del bipolarismo obbligato. Non possedevano una visione alternativa di società, non proponevano “riforme strutturali del sistema economico”, non prendevano posizione sulle ingiustizie sociali più clamorose. Ma quel poco che sbandieravano appariva quasi “rivoluzionario”: legalità, reddito di cittadinanza, abolizione di alcuni privilegi (soltanto per il ceto politico).

Un insieme di parole d’ordine astrattamente convincenti, ma praticamente ambigue. Una cosa è perseguire finalmente i grandi evasori fiscali (cosa impegnativa e infatti non riuscita), tutt’altra è perseguitare le occupazioni abitative e per attività sociali (facilissimo e con il consenso unanime della destra parafascista e dei “democratici” legge-e-ordine).

È stato il decennio del voto per vendetta, del defenestramento dei partiti purchessia. Mentre l’establishment li sostituiva rapidamente con leader imposti a forza di campagne mediatiche centralizzate (Matteo Renzi prima, ma già con l’“altro Matteo” che veniva accompagnato ai primi posti del palcoscenico, pronto a sostituirlo).

Anche l’apparizione di Potere al Popolo è giunta al culmine di questa fase e ha raccolto alcune delle “caratteristiche” che sembravano aver reso vincenti e convincenti i Cinque Stelle: “uno vale uno”, l’uso della piattaforma informatica, un linguaggio meno legato agli stilemi della “vecchia sinistra”, il potere delle assemblee, l’assenza ed il rifiuto dei “professionisti della politica”, di una “direzione centrale”, ecc.

Ma in poco più di due anni quella fase della politica nazionale è giunta alla fine. È semplicemente necessario prenderne atto e identificare le caratteristiche essenziali di quella che si è aperta.

Siamo al tredicesimo anno della crisi economica più lunga della storia. E in paesi come il nostro gli effetti sociali sono più profondi e devastanti che altrove. Un’intera generazione è diventata adulta senza aver conosciuto nessun periodo di “crescita”. Dunque senza quella fiduciosa attesa di un periodo più florido, con maggiore benessere per tutti, sebbene in misura fortemente diseguale, che aveva segnato la cultura – il “senso comune” – dei propri padri e nonni.

Fossimo nell’America dei film, potremmo dire che c’è ora una generazione che non vede futuro migliore. Che o emigra o si devasta. E questa condizione è fonte di preoccupazione forte per le generazioni precedenti, che stanno subendo – dai rapporti di lavoro ai salari, dai servizi pubblici ai trattamenti pensionistici – un peggioramento costante, di cui non si intravede fine.

Da qui nasce la paura e l’insicurezza di massa. Qui c’è il sentiment oggettivo su cui lavorano gli strateghi del terrore elettorale, coadiuvati e coccolati da una sistema mediatico mai così servile come oggi (e del resto la concentrazione della proprietà delle testate non è mai stata così ristretta).

A questa paura – alla condizione reale di vita di decine milioni di persone – va data una risposta alta, di sistema. Se un modo di produrre e di vivere non funziona più, se non garantisce più “benessere per tutti” (per quanto diseguale...), occorre individuare ed indicare un altro modo che sia concretamente realizzabile in questo mondo, non in quello dei sogni o di un imprecisabile ma lontano futuro.

Non serve (solo) una formula “acchiappesca”, di natura ideologica o di marketing. Occorre una via d’uscita da una realtà da incubo, su cui organizzare la marcia del nostro “blocco sociale”, che si può consolidare come insieme solo camminando insieme.

Questo è lo spazio politico immenso che è possibile, necessario e faticoso coprire. È lo spazio di una alternativa radicale e complessiva al sistema di produzione e vita attuale. Qui, in questo Paese e in questa parte del pianeta. Questa è infatti l’esigenza che arriva dall’insicurezza sul futuro e a cui non si può dare risposta con mezze misure, mezzi programmi, qualche promessa.

Questo spazio politico e sociale va costruito, riempito di idee, pratiche, corpi, organizzazione, indipendenza culturale dal mainstream reazionario. Non esiste se non lo si fa esistere con l’intervento politico e sociale, facendosi largo a gomitate.

Ma è uno spazio che non si traduce immediatamente in uno spazio elettorale. Anzi, mai come in questo momento lo spazio elettorale è stato così ristretto, blindato, inchiavardato dalle serrature del “bipolarismo obbligato” fondato su due paure speculari. Attendersi “risultati vincenti” sarebbe da illusi. Misurare l’utilità di una partecipazione elettorale con il metro dell’“eleggere” consiglieri e deputati è, in fondo, il tumore intellettuale che ha distrutto “la sinistra”. E che non la farà “rinascere”, se non si abbandona questa distorsione che i fatti si sono già incaricati di demolire.

Siamo insomma a un punto di crisi che richiede una capacità di cambiare logica e modo di fare. E quando si arriva a questo punto, in genere, due sono le reazioni istintive più comuni: rifugiarsi nel locale, nell’attività sociale a chilometro zero, rinviando ad altri tempi l’ambizione di “cambiare il sistema”; oppure diluirsi nelle “alleanze elettorali più inclusive”, affidando alla (sempre meno probabile) eventualità di “eleggere” qualcuno il ruolo di “punto fermo” su cui ricostruire una rappresentanza politica “altra”.

In entrambi i casi, ce lo dice la Storia del movimento operaio, non c’è futuro politico.

Facciamo degli esempi concreti. Tanti compagni fanno intervento sociale, ben radicati in (alcuni) quartieri popolari. Alcuni magari gestiscono storiche occupazioni abitative; hanno creato asili nido, sportelli sociali; organizzano le proteste – e l’interlocuzione istituzionale – quando i servizi pubblici vanno in tilt, ecc.

Se si votasse per un consiglio territoriale molto ristretto, avrebbero certamente la maggioranza assoluta. Ma già nel voto per il Comune, quegli stessi “elettori” molto probabilmente voteranno (votano) qualcun altro. Per la paura del Salvini di turno o per motivi biecamente clientelari (una promessa di lavoro per un figlio, ecc). Se poi si va al voto per le regionali o le politiche nazionali, il “partito” di quei compagni sarebbe votato soltanto dai “fedelissimi”.

Cosa significa? Che o hai una risposta per la paura del futuro, e dunque una credibile risposta di sistema, oppure sei soltanto un simpatico ragazzo, magari anche attempato, che viene chiamato quando c’è un problema spicciolo. Ma a cui non affideresti il Paese.

Il problema, dunque, è come acquisire credibilità. Per farlo occorre certamente avere una visione sociale “dal basso”, ed è la parte più facile; ma senza una visione anche “dall’alto” è impossibile tracciare la strada del cambiamento radicale.

Fonte

28/01/2020

Fussi elettorali. Guardiamo in faccia la realtà...

Non condivido lo sperticarsi nel sostenere un approccio alle tornate elettorali che ha dimostrato sufficientemente la propria inutilità (oltretutto quando alle spalle ha una visione del mondo che si limita a retorica da manifestazione e relativo volantino da distribuire in strada, ma è quasi del tutto priva di spessore intellettuale), comunque largo alle opinioni sulla faccenda.

*****

Il giorno dopo le elezioni si sprecano le “analisi”. Dilettanti e professionisti della politica si interrogano e si danno una spiegazione, in genere per confermare i propri pregiudizi (in senso tecnico: i giudizi dati prima delle elezioni stesse, nonostante il risultato sia stato quasi sempre per loro “sorprendente”).

Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, ad esempio, questo sforzo di “analisi” – soprattutto “a sinistra” – si riduce al solito “se vi univate prima sareste stati più credibili”, alludendo al fatto che si sono presentate ben tre liste non apparentate con il Pd, tutte finite ben sotto l’1%. Messe insieme – con uno sforzo considerevole, viste le ampie differenze di visione e di pratica politica – avrebbero a malapena raggiunto proprio l’1%. Ossia il livello che da qualche anno ricevono liste “unitarie” partite con lo scopo di “creare un campo più largo”. Chiacchiere, diciamolo chiaro.

Nessuna considerazione arriva, invece, sulle condizioni strategiche in cui tutti viviamo da almeno tre decenni (da dopo la “caduta del Muro”, che ha gravemente menomato la credibilità sociale della nostra “visione del mondo,” e la firma dei trattati da Maastricht in poi, che hanno sottratto molta della “sovranità” agli Stati nazionali e quindi svuotato “la politica” di gran parte delle sue possibilità di azione).

Nessuna considerazione – ed è ancor più sorprendente – sul gioco truccato con le leggi elettorali “maggioritarie”, che costringono il singolo elettore a scegliere non la forza politica e il candidato che sente “più vicino”, ma quelli “meno lontani”, perché con quelle regole lo scopo diventa impedire che qualcun altro vinca. Non vincere.

Ma abbandoniamo subito questo livello di dibattito da social, e vediamo di analizzare obiettivamente i flussi elettorali reali – quelli sui “grandi numeri” – per comprendere più realisticamente la “psicologia politica di massa” oggi in Italia.

Ci aiutiamo con il lavoro dell’Istituto Cattaneo, unanimemente considerato il massimo della scientificità statistica in materia.

“Da dove deriva dunque il successo, superiore rispetto alle aspettative, per Bonaccini e per il centrosinistra? L’analisi dei flussi elettorali che abbiamo condotto su 4 città (Forlì, Ferrara, Parma, Ravenna) mette in rilievo il ruolo determinante dei cinquestelle sull’esito del voto. I due candidati hanno fatto quasi il pieno dei rispettivi elettorati (Figure 2 e 3), quindi le scelte degli elettori delle terze forze – in particolar modo del M5s – si sono rivelate decisive.”

Fin dall’inizio, dunque, l’analisi del Cattaneo coglie la dinamica evidente in queste elezioni: chi in precedenza aveva votato Cinque Stelle ha stavolta preferito appoggiare Bonaccini e il Pd pur di battere Salvini (Lucia Borgonzoni, da sola, non avrebbe messo paura a nessuno).

Un dato che può essere persino disaggregato per singole città, restituendo un quadro univoco:

“Come mostra il Grafico 1, molti elettori pentastellati (il 71,5% a Forlì, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara) hanno scelto la candidatura di Bonaccini e solo una minoranza ha deciso di optare per il candidato del M5s (Simone Benini) o per il centrodestra di Borgonzoni. Nello specifico, gli elettori del M5s alle Europee 2019 che hanno scelto Benini sono stati il 23,4% a Ferrara, il 16,6% a Parma, il 12,6% a Forlì”.


Si può naturalmente discutere se il candidato scelto dal M5S fosse il migliore, il più popolare e riconosciuto anche tra i suoi. Ma scostamenti così consistenti (tra il 50 e il 70%!) non possono davvero essere spiegati con il giudizio poco lusinghiero sul “proprio” candidato. Ci deve essere una ragione politica molto più costrittiva.

La stessa dinamica, infatti, si osserva anche tra gli elettori che in precedenza sosteneva la “sinistra radicale”.

“Va evidenziata anche la capacità di Bonaccini di conquistare voti tra gli elettori delle liste di “sinistra”. Nel caso di Ferrara, ad esempio, il 61,4% di chi nel 2019 aveva votato per un partito a sinistra del PD ha scelto Bonaccini, e in misura superiore lo stesso fenomeno si è osservato anche a Forlì (71,4%).”


A Folrì, insomma, il 74% degli elettori “di sinistra” ha votato per Bonaccini. Addirittura oltre il 90% a Ravenna, oltre il 60 a Ferrara...

Alla base di questi flussi, insomma, c’è chiaramente la paura, non una convinzione politica positiva. Chi è andato a votare era indifferente a qualsiasi “contenuto programmatico” o bandiera ideale. Lo ha fatto per stoppare quello che era considerato un pericolo mortale. O comunque talmente grande da superare anche le obiezioni critiche contro Pd, Bonaccini, sistema delle cooperative, strapotere Unipol e gestione privatistica delle “partecipate”, nonché i tagli alla sanità e al trasporto pubblici.

Avrebbero votato anche una sedia vuota. L’importante era che non vincesse la Lega. È questo l’effetto della “peste del voto utile”, che divora ogni possibile alternativa imponendo la confluenza sul “meno peggio”.

Ma se è così, allora non ha alcun senso positivo star lì a questionare sulla “mancanza di unità” tra le forze a sinistra del Pd. Serve solo a deprimersi ancora di più e ad approfondire i rancori. Ossia quello che è già avvenuto dopo ogni elezione in cui si “faceva la lista unitaria” per poi scioglierla all’indomani di un voto inevitabilmente deludente (è dal 1994 che si vota con il sistema maggioritario e “per battere la destra” – prima Berlusconi, ora Salvini).

Per essere “credibili” anche sul piano elettorale serve una visione del mondo altrettanto credibile (non un “annacquamento” delle proprie ragioni o lo sbandieramento ideologico indifferente alle “condizioni storicamente determinate”). Se “il comunismo” non è più una visione del mondo “popolare”, e non si fa granché per restituirgli la capacità di spiegare come funziona questo mondo e trovare la strada per superarne i limiti, come si può pretendere di essere “premiati” con il voto?

Serve aver seminato radicamento territoriale con pratiche che aiutano effettivamente il nostro “blocco sociale” a superare almeno alcuni dei problemi che deve affrontare quotidianamente. Serve organizzazione funzionante, solidarietà effettiva tra situazioni anche lontane tra loro; non apatia, individualismo, autoconsolazione e impotenza.

Serve alzare lo sguardo dal proprio orticello improduttivo e riconoscere nell’agire collettivo l’unica via per ritrovare “corpo”, attività e presenza non irrilevante. Anche sul piano elettorale, prima o poi. Perché si raccoglie quel che si è seminato e curato, non altro.

Fonte

22/01/2020

Bonaccini-Salvini: una faccia, una razza

La battaglia per l’Emilia Romagna tra i due schieramenti dati per favoriti è veramente uno scontro tra totani (non è un refuso...).

Giustamente, stamattina, tutti si indignano – o fingono di farlo – perché Matteo Salvini (la candidata ufficiale, tale Borgonzoni, evidentemente è incapace di fare persino questo...) ha avuto l’infame idea di andare a citofonare a un cittadino di origini tunisine per chiedergli: “Alcuni cittadini dicono che lei è un pusher. Mi fa salire così spiega?”

Giustamente in tanti fanno notare che questa è una barbarie – l’importunato ha un regolare permesso di soggiorno, è stato esposto nella sua persona e nella sua residenza come un potenziale criminale (per queste cose ci sarebbero alcune decine di corpi di polizia che fanno già quel lavoro), ecc.

Anzi, il giovane indicato come presunto spacciatore è già stato sentito da alcuni giornali: Io non faccio queste cose. Ho 17 anni, vado a scuola, faccio la vita di qualsiasi altro studente.

In altrettanti hanno chiesto retoricamente all’ex ministro se ha o no “le palle” per fare lo stesso giochino nei quartieri sotto controllo di mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona, ecc. rischiando quindi qualcosa di più contundente di un vaffanculo.

E in effetti Salvini rappresenta il peggio dell’anima fascista italica, senza regole se non quella del “successo” personale. Già solo vederlo in tv e ascoltarne gli sproloqui è un incubo e un insulto all’intelligenza umana.

Comprendiamo perciò quelle brave persone che per disperazione sono pronte a dare il loro voto a chiunque purché “sia utile” a fermare questa fanghiglia fascioleghista.

Li comprendiamo, ma sbagliano. E pure in modo evidente, triste, inutile.

Quello che viene considerato l’unico “antagonista” possibile al felpapig, Stefano Bonaccini, scuola Pd, anima e abitudini renziane, appena cascato nell’infortunio della cena per ricchi a 1.000 euro a testa, non sembra per nulla migliore proprio in quello stesso campo prediletto da Salvini.

Questo sciagurato post lo dimostra senza possibilità di errore. Sul tema della “sicurezza”, anzi, della “percezione di insicurezza delle persone”, Bonaccini cerca di tenere il ritmo della corsa a destra. Senza problemi e ripensamenti. Senza se e senza ma.

Potremmo contestare a lungo ogni singola parola usata dall’attuale presidente della Regione. Potremmo ricordare che la “percezione di insicurezza” è il frutto dell’allarmismo continuo dei governanti (tutti, senza distinzioni rilevanti), dell’utilizzo infame del sistema mediatico (ossessionato dallo “strillo” che fa vendere copie o catturare ascolti).

Potremmo citare le quintalate di dati forniti dal ministero dell’Interno, che da anni registrano un costante calo dei reati, e specialmente quelli contro la persona (aggressioni, furti, rapine, omicidi – che per la maggior pare avvengono “in famiglia”, alla faccia della “percezione di insicurezza” tra le mura domestiche).

Potremmo andare avanti per giorni.

Ci sembra inutile. Preferiamo rompere questo “schema del terrore”, per cui alla fin fine si vota per un aspirante sceriffo del far west che utilizzerà quel potere contro tutti noi, tappati in casa a fare i conti con una crescente “percezione di insicurezza” provocata dalla loro presenza.

Un’alternativa vera ce l’avete, ed è molto “utile” farla crescere fin da subito. In Emilia Romagna si chiama Marta Collot, ed è la candidata presidente di Potere al Popolo.

Fonte

21/01/2020

Contro la peste del “voto utile” /2

Passano i giorni, ma la situazione non cambia. In questo disgraziato paese siamo sempre in tempo di elezioni, per qualsiasi livello istituzionale. E di conseguenza quella che viene comunemente chiamata “la politica” è ridotta a una campagna elettorale permanente in cui ogni discorso sensato, ogni bisogno sociale, ogni pensiero viene tritato in una sbobba indigeribile di frasi fatte che non significano nulla.

L’“offerta politica” – le liste per cui votare, certi che nulla di quanto promesso verrà mantenuto – è apparentemente ricca, ma alla fine si riduce a due raggruppamenti, visto che anche la presunta “anomalia” grillina si è andata dimostrando di assoluta inconsistenza.

Alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria ci ritroviamo perciò esattamente come nei primi anni ‘90, quando ci veniva chiesto di dare un “voto utile” a battere il brubru del tempo, l’impresario milanese Silvio Berlusconi. Naturalmente per “fermare il fascismo”, perché se avesse vinto ce lo saremmo tenuti sul groppone “per un Ventennio” (con la maiuscola, per ricordare quello vero).

Come sappiamo, Berlusconi ce lo abbiamo ancora sui cabbasisi, qualche elezione l’ha vinta, qualcuna l’ha persa, ormai è bollito ed il fascismo non è arrivato.

La dialettica politica si è comunque molto involgarita, i fascisti vecchi e nuovi (da “Fratelli d’Italia” a CasaPound) sono stati sdoganati, ma sostanzialmente tenuti nell’angolo come minacce da tirar fuori all’occasione. Il sistema politico è rimasto intatto, nella sua inutilità. Ma sono stati avvelenati i pozzi cui si abbevera la popolazione tutta.

In fondo Berlusconi è stato defenestrato dall’Unione Europea, non dal “voto utile”, a fine 2011. Dopo una lettera poco amichevole dei presidenti della Bce (l’uscente Trichet e il subentrante Mario Draghi) che indicavano il programma di “riforme” che anche l’Italia doveva mettere in atto.

Il Cavaliere-eversore si fece disciplinatamente da parte, garantendo anche i voti al governo di Mario Monti ed Elsa Fornero. Insieme al Pd, che intanto veniva scalato dal volto nuovo della massoneria toscana, scovato dal talent scout Denis Verdini (che di Berlusconi era lo stratega parlamentare).

Eppure il ritornello del “voto utile per fermare il fascismo” è continuato ad ogni elezione, sempre uguale. Ancora con Berlusconi vitale (elezioni del 2013), poi con il nuovo brubru milanese, il noto Matteo Salvini, dal 2018.

I risultati di questa campagna permanente per il “voto utile” tutto sono meno che esaltanti.

Come Berlusconi, anche Salvini ha vinto più volte. Come Berlusconi, anche Salvini ha chinato il capo davanti ai diktat dell’Unione Europea. Al pari di Pd e Cinque Stelle, con in più soltanto la “trovata” di uscire dal governo prima di approvare ufficialmente la legge finanziaria e il trattato di riforma del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), cui aveva dato l’ok politico fin dalla fine del 2018.

Perché – diciamolo chiaro e forte – in questo paese svenduto e impoverito non c’è alcun rischio di “ritorno del fascismo”. C’è infatti un dominio economico e politico assoluto che impone a qualsiasi governo, di qualsiasi presunta colorazione politica, un programma di austerità deciso in altre sedi. Palazzo Chigi è insomma una scatola vuota, senza “stanza dei bottoni”, tranne quello che serve a scatenare la polizia se qualcuno protesta appena un po’.

In effetti, questo dominio ha una fortissima somiglianza con i regimi di destra, ma ci tiene a mantenere il simulacro delle “libertà formali” nel mentre sottrae a tutti i popoli del Vecchio Continente la prima delle libertà sostanziali: quella di poter decidere come usare le proprie risorse, la ricchezza prodotta, in quale misura e per quali scopi. In poche parole, poter decidere quale “modello di società” costruire.

Messe così le cose, per qualsiasi forza politica “normale” si voti, quel voto è effettivamente inutile. Pd, Lega, Cinque Stelle, FdI, frattaglie varie, una volta al governo – nazionale o territoriale – applicano esattamente le stesse misure, contrattandole con la Commissione Europea. Possono variare i decimali di punto, il tasso di razzismo esplicito, la pesantezza del linguaggio politico. Non la sostanza delle “cose da fare”.

L’unico “voto utile”, di conseguenza, è quello che può servire a far crescere, affermare, radicare una forza politica radicalmente alternativa. Ossia una forza che si propone di costruire un altro modello di società, fondato su valori opposti al quelli del profitto e del Pil, fuori e contro il coro sguaiato dei servi dell’Unione Europea, in competizione tra loro come valvassini medioevali.

Un voto – e un’azione collettiva nella società – per cominciare a costruire qualcosa di estraneo a quella fetenzia generale, non per “eleggere qualcuno altrimenti ci suicidiamo”.

Ma, anche se non si condivide questa visione della realtà, la realtà oggettiva parla da sola: quasi 30 anni di appelli al “voto utile” hanno ottenuto un solo risultato pratico, la scomparsa della “sinistra”.

Questo termine vago aveva sostituito quelli un po’ più definiti (comunisti, socialisti, ecc), sull’onda del “crollo del Muro” e nella manifesta incapacità di elaborare le ragioni di una sconfitta storica. Sotto la bandiera stinta della “sinistra” ci si poteva muovere in apparente libertà rispetto a categorie di analisi, valori ideali, obbiettivi politici, programmi sociali. Mescolando di tutto un po’, rigorosamente nella vaghezza più indeterminata. Fino al punto di scoprire di non avere più nulla di originale da offrire sul “mercato politico”; ossia di esser rimasti senza consenso sociale.

Insomma, per “la sinistra”, quel voto “utile” ha avuto la stessa funzione della peste... Altamente contagiosa, ferocemente devastante per corpo e cervello. Mortale.

Il “voto utile”, del resto, è costitutivamente conservatore. Frutto della logica bipolare e della “convergenza al centro”, mascherata da “vocazione maggioritaria”, impone l’eliminazione delle “ali estreme”. O meglio: dell’alternativa di sistema. È come se dall’alto il Potere sentenziasse: “non avrai altro governo all’infuori di me“.

Chi accetta questa logica si sta già iscrivendo al Pd o alla Lega (è indifferente per quale dei due), perché riduce il suo ruolo a quello di portatore d’acqua verso il contenitore più grosso collocato nei pressi della linea di demarcazione tra due poli concorrenti. E l’elettore, che capisce facilmente il gioco, va direttamente a quel contenitore, per i motivi più vari (dalle servitù clientelari alla “punizione” di chi lo ha deluso).

Perciò, arrivati al 2020, affacciandosi sulle regionali dell’Emilia Romagna (in Calabria non ci si è riusciti, per ora), l’unico voto che abbia un senso è quello a Potere al Popolo, con in testa la faccia pulita di Marta Collot.

Non vinceremo questa volta. Forse “non eleggeremo” (l’ansia mortale che ha annientato “la sinistra” dal 2008 in poi...). Ma già con lo sforzo fatto per raccogliere migliaia di firme si è iniziato a consolidare una comunità organizzata, una volontà di riscatto, una riscoperta di valori forti, una sperimentazione riuscita di come stare sul territorio e riaprire un dialogo da vicino con la “nostra gente”. Lo abbiamo visto sabato 18, a Bologna, con la Marcia per l’uguaglianza sociale.

Sappiamo bene che una vera alternativa di sistema non si improvvisa con una “pensata geniale”, con una semplice operazione di marketing, un “appello” che chiama a raccolta soprattutto chi non sa più che fare.

Un’alternativa vera si può costruire solo se scacciamo dal collo la scimmia della sconfitta. Sapendo che ci vorrà tempo, suole, cervello e tanta serietà.

Non si tratta di una speranza o una scommessa. Questo sistema politico è in profonda crisi da anni, proprio perché non ha più alcuna possibilità di trasformare le “promesse” in “fatti concreti” (tranne che nel maltrattare i più deboli, migranti o italiani che siano...).

La velocità con cui appaiono nuovi “leader che ci terremo per vent’anni” sta lì ad indicare che sotto l’apparente stabilità del comando c’è una domanda sociale che resta sempre insoddisfatta. E qualcuno si è messo persino ad inventare un “movimento sardinista” per provare a ricucire una relazione tra (una parte di) bisogni sociali e classe politica di governo, rispolverando quei “corpi intermedi” di cui proprio questa demente classe politica aveva voluto liberarsi.

Il prossimo futuro è tutto da scrivere. Cominciamo a farlo.

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19/01/2020

La marcia di Bologna, un segnale per il prossimo futuro

Qualche pensiero a freddo dopo una giornata gelida e inaspettatamente calorosa.

Ieri, a Bologna, alla marcia per l’uguaglianza sociale, scadenza di Potere al Popolo per la campagna elettorale delle regionali, ci si aspettava una partecipazione discreta ma non eccezionale. Tra le 300 e 500 persone, diciamo.

Già alla mattina i compagni che l’avevano organizzata sacramentavano contro il tempo: la prima giornata di pioggia dopo un mese e mezzo sole, senza interruzioni. E poi il freddo che si sommava all’umidità. “In un giorno così i bolognesi restano a casa”, al massimo escono per la spesa.

Quando per via Indipendenza, contando uno per uno chi camminava sotto la pioggerellina infame, si è arrivati a superare i mille, qualche sorriso è venuto fuori.

Stiamo parlando di piccoli numeri, non c’è nulla di trionfalistico da buttar giù. Ma è un primo segno che qualcosa si può fare.

Il secondo, importantissimo, è stata l’accoglienza della città. Mentre il corteo si muoveva a centro strada, curiosando sotto i portici tra la massa di cittadini usciti per lo shopping del sabato pomeriggio, ragazze e ragazzi si muovevano al ritmo della musica quando gli altoparlanti lanciavano hit da sound system. E i più anziani sgranavano gli occhi sorridenti quando si alternavano canzoni partigiane e della tradizione comunista.

Le persone prendevano i volantini, li leggevano, li mettevano in tasca o nella borsa. Nessun rifiuto di sapere. Curiosità per questa folla di giovani, in forte prevalenza, che indifferenti alla pioggia e alle sirene del “voto utile”, spingevano in avanti una ragazza altrettanto giovane come Marta Collot, “candidata presidente alla Regione Emilia Romagna”.

Fuori e contro questo sistema, come si leggeva nello striscione d’apertura. Non al fianco del governo di merda che c’è per la paura di uno ancora peggiore che potrebbe venire e che verrà sicuramente, se si continua a fare politiche di merda contro la popolazione.

Senza trionfalismi ridicoli, si può avvertire che il malessere sociale – anche nella “grassa” Bologna e nella certo benestante ex “regione rossa” – non ha ancora trovato un porto sicuro. Ossia qualcosa che risponda davvero a domande e bisogni. E allora una proposta “eccentrica” rispetto al bipolarismo obbligato – “o stai con Bonaccini/Zingaretti o con Salvini” – ha la possibilità di essere notata e registrata. Non raccoglierà ora, immediatamente, risultati clamorosi, ma c’è.

Una sorta di “ah, ci siete anche voi? Buono a sapersi, se questi altri non cambieranno davvero le cose”. Un brivido, un’irrequietezza, un’incrinatura sulla lastra di ghiaccio che sembra aver bloccato le energie migliori di un Paese avviato al declino e al saccheggio.

Senza trionfalismi, perché qui siamo nella patria del “voto utile”, del “votate Pd anche se fa schifo per fermare l’avanzata delle destre”, addirittura delle proposte oscene per un “voto disgiunto”, come se le alchimie sull’uso della scheda elettorale potessero davvero cambiare una deriva politica e sociale con 40 anni di storia alle spalle.

Per collocare con qualche precisione la portata di questo voto e la necessità della presenza autonoma di Potere al Popolo bisogna guardare sia indietro sia avanti o, come si diceva una volta, “da dove veniamo e dove andiamo”.

Veniano da almeno un trentennio di bipolarismo obbligato, favorito dalla scomparsa delle alternative di sistema (in seguito alla caduta del Muro e del “socialismo reale”) e istituzionalizzato in leggi elettorali “maggioritarie”. Che paradossalmente dovevano servire a “garantire la governabilità”, a “sapere la sera del voto chi governa” e che invece si sono rivelate insufficienti a contenere il trasformismo politico (le centinaia di “cambi di casacca”). Perché una crisi di sistema sociale e politico non la contieni con questi sistemi...

All’”unità delle forze democratiche contro l’avanzata delle destre” – dal primo Berlusconi in poi – quella che si diceva “sinistra radicale” ha sacrificato se stessa fino all’attuale scomparsa. E più diventa elettoralmente irrilevante più si si sente (e viene) ricattata perché continui a offrire il suo pur magrissimo sostegno di voti a un sistema marcio che fa avanzare, con la sua sola esistenza, “le destre”.

Ma siamo anche alla fine di quell’era. La bocciatura del quesito referendario leghista per imporre un “maggioritario totale e truffaldino” sta costringendo a disegnare una legge elettorale proporzionale. Con uno sbarramento infame e antidemocratico (5%, nel migliore dei casi), ma proporzionale. Uno schema in cui si può e si deve scegliere i rappresentanti politici dei propri interessi (sociali, culturali, ecc.) e non essere più obbligati a votare “anche una sedia vuota” pur di non far vincere il brubrù di turno (che poi ogni tanto vince e non cambia quasi niente).

Si va insomma verso un ridisegno della mentalità politica di massa per cui il “voto utile” viene svuotato di necessità. E dunque di senso. Non subito, ma nel giro di qualche tempo, questa “libertà” relativa di selezionare una rappresentanza politica più reale si farà strada nella testa della popolazione. E ci sarà un maggiore spazio, anche elettorale, per ipotesi radicalmente alternative.

Per riempirlo servirà lavoro, serietà, intervento e radicamento territoriale, visione generale di dove sta andando l’Occidente e non solo questo disgraziato paese. Servirà organizzazione e senso della militanza. Unità di intenti e concretezza nelle discussioni tra noi. Meno chiacchiere e distintivi, più iniziative di lotta.

Lo spazio politico e sociale c’è ed è fin troppo grande per le nostre piccole forze. Lo spazio elettorale è invece al momento ridottissimo, perché l’uscita dall’incubo del “pensiero bipolare” richiede tempo di maturazione. In tal senso va segnalata nella stessa giornata anche la riuscitissima assemblea regionale di Potere al Popolo in Campania che ha deciso di stare in campo come soggetto politico indipendente nelle elezioni regionali in Campania. Costruire una forza politica e sociale in grado di navigare in questa transizione da una condizione a un’altra è la vera sfida che abbiamo davanti.

L’”ansia di eleggere” (un deputato o un consigliere comunale) ha bruciato già tanti, costringendoli ad alleanze così innaturali e strumentali da essere respingenti per la nostra stessa gente. Non è il caso di aggiungersi alla lista...

P.s. Alla marcia di ieri si sono presentati diversi giornalisti. Di media importanti (la Rai, per dirne solo uno) e di testate online. Ma non è uscito nemmeno un servizio che desse conto di questa “presenza anomala”. Significa che direttori e capiredattori hanno sul proprio tavolo un memorandum preciso: non ci deve essere nessuna alternativa tra le due destre (Pd e Lega). Neanche in piena campagna elettorale, alla faccia ogni presunta “par condicio”...


Questa censura assoluta sembra una prova di forza, ma è un segno di estrema debolezza. Quel brivido, quell’increspatura che abbiamo avvertito per le strade di Bologna, nelle stanze del potere viene avvertito forse con ancora maggiore precisione. E con preoccupazione.

P.s. 2 Con un po’ di fatica, qualcosina comincia comunque a venir fuori...

Fonte

28/12/2019

Contro la peste del “voto utile”

In questo disgraziato paese siamo sempre in tempo di elezioni, per qualsiasi livello istituzionale. E di conseguenza quella che viene comunemente chiamata “la politica” è ridotta a una campagna elettorale permanente in cui ogni discorso sensato, ogni bisogno sociale, ogni pensiero viene tritato in una sbobba indigeribile di frasi fatte che non significano nulla.

L’”offerta politica” – le liste per cui votare, certi che nulla di quanto promesso verrà mantenuto – sono apparentemente tante, ma alla fine si riducono a due raggruppamenti, visto che anche la presunta “anomalia” grillina si è andata dimostrando di assoluta inconsistenza.

Alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria ci ritroviamo perciò esattamente come nei primi anni ‘90, quando ci veniva chiesto di dare un “voto utile” a battere il brubru del tempo, l’impresario milanese Silvio Berlusconi. Naturalmente per “fermare il fascismo”, perché se avesse vinto ce lo saremmo tenuti sul groppone “per un Ventennio” (con la maiuscola, per ricordare quello vero).

Come sappiamo, Berlusconi ce lo abbiamo ancora sui cabbasisi, qualche elezione l’ha vinta, qualcuna l’ha persa, il fascismo non è arrivato. La dialettica politica si è molto involgarita, i fascisti vecchi e nuovi (da “Frateli d’Italia” a CasaPound) sono stati sdoganati, ma sostanzialmente tenuti nell’angolo come minacce da tirar fuori all’occasione.

In fondo Berlusconi è stato defenestrato dall’Unione Europea, non dal “voto utile”, a fine 2011, dopo una lettera poco amichevole dei presidenti della Bce (l’uscente Trichet e il subentrante Mario Draghi) che indicavano il programma di “riforme” che anche l’Italia doveva mettere in atto.

Il Cavaliere si fece disciplinatamente da parte, garantendo anche i voti al governo di Mario Monti ed Elsa Fornero. Insieme al Pd, che intanto veniva scalato dal volto nuovo della massoneria toscana, scovato dal talent scout Denis Verdini (che di Berlusconi era stratega parlamentare).

Eppure il ritornello del “voto utile per fermare il fascismo” è continuato ad ogni elezione, sempre uguale. Ancora con Berlusconi vitale (elezioni del 2013), poi con il nuovo brubru milanese, il noto Matteo Salvini, dal 2018.

I risultati di questa campagna permanente per il “voto utile” non si possono definire esaltanti. Come Berlusconi, anche Salvini ha vinto più volte. Come Berlusconi, anche Salvini ha chinato il capo davanti ai diktat dell’Unione Europea. Al pari di Pd e Cinque Stelle, con in più soltanto la trovata di uscire dal governo prima di approvare ufficialmente la legge finanziaria e il trattato di riforma del MES (Meccanismo europeo di stabilità), cui aveva dato l’ok politico fin dalla fine del 2018.

Perché – diciamolo chiaro e forte – in questo paese svenduto non c’è alcun rischio di “ritorno del fascismo”. C’è infatti un dominio economico e politico assoluto che impone a qualsiasi governo, di qualsiasi presunta colorazione politica, un programma di austerità deciso in altre sedi. Palazzo Chigi è insomma una scatola vuota, senza “stanza dei bottoni”, tranne quello che serve a scatenare la polizia se qualcuno protesta appena un po’.

In effetti, questo dominio ha qualche fortissima somiglianza con i regimi non democratici, ma ci tiene a mantenere il simulacro delle “libertà formali” nel mentre sottrae a tutti i popoli del Vecchio Continente la prima delle libertà sostanziali: quella di poter decidere come usare le proprie risorse, la ricchezza prodotta, in quale misura e per quali scopi. In poche parole, di poter decidere quale “modello di società” costruire.

Messe così le cose, per qualsiasi forza politica “normale” si voti, quel voto è effettivamente inutile. Pd, Lega, Cinque Stelle, FdI, frattaglie varie, una volta al governo – nazionale o territoriale – applicano esattamente le stesse misure, contrattandole con la Commissione Europea. Possono variare i decimali di punto, il tasso di razzismo esplicito, la pesantezza del linguaggio politico. Non la sostanza delle “cose da fare”.

L’unico “voto utile”, di conseguenza, è quello che può servire a far crescere, affermare, radicare una forza politica radicalmente alternativa. Ossia una forza che si propone di costruire un altro modello di società, fondato su valori opposti al quelli del profitto e del Pil, fuori e contro il coro sguaiato dei servi dell’Unione Europea, in competizione tra loro come valvassini medioevali.

Ma anche se non si condivide del tutto questa visione della realtà, resta il fatto che quasi 30 anni di appelli al “voto utile” hanno ottenuto un solo risultato pratico: la scomparsa della “sinistra”.

Questo termine aveva sostituito quelli un po’ più definiti (comunisti, socialisti, ecc.), sull’onda del “crollo del Muro” e nella manifesta incapacità di elaborare le ragioni di una sconfitta storica. Sotto quella bandiera ci si poteva muovere in apparente libertà rispetto a categorie di analisi, valori ideali, obbiettivi politici, programmi sociali. Mescolando di tutto un po’, rigorosamente nella vaghezza più indeterminata. Fino al punto di scoprire di non avere più letteralmente nulla di originale da offrire sul “mercato politico”; ossia di esser rimasti senza consenso sociale.

Insomma, per “la sinistra”, quel voto “utile” ha avuto la stessa funzione della peste...

Il “voto utile”, del resto, è profondamente conservatore. Frutto della logica bipolare e della “convergenza al centro”, mascherata da “vocazione maggioritaria”, impone l’eliminazione delle “ali estreme”. O meglio: dell’alternativa di sistema. È come se dall’alto il Potere sentenziasse: “non avrai altro governo all’infuori di me”.

Chi accetta questa logica si sta già iscrivendo al Pd o alla Lega (è indifferente per quale dei due), perché riduce il suo ruolo a quello di portatore d’acqua verso il contenitore più grosso collocato nei pressi della linea di demarcazione tra due poli concorrenti. E l’elettore, che capisce facilmente il gioco, va direttamente a quel contenitore, per i motivi più vari (dalle esigenze clientelari alla “punizione” di chi lo ha deluso).

Perciò, arrivati al 2020, affacciandosi sulle regionali dell’Emilia Romagna (in Calabria non ci si è riusciti, per ora), l’unico voto che abbia un senso è quello a Potere al Popolo, con in testa la faccia pulita di Marta Collot.

Non vinceremo questa volta. Forse “non eleggeremo” (l’ansia mortale che ha annientato “la sinistra” dal 2008 in poi...). Ma già con lo sforzo fatto per raccogliere migliaia di firme si è iniziato a consolidare una comunità organizzata, una volontà di riscatto, una riscoperta di valori forti, una sperimentazione riuscita di come stare sul territorio e riaprire un dialogo da vicino con la “nostra gente”.

Sapendo che una vera alternativa di sistema non si improvvisa con una “pensata geniale”, con una semplice operazione di marketing.

Senza scimmia della sconfitta sul collo, sapendo che ci vorrà tempo e suole e cervello e tanta serietà.

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