Mentre si alternavano veloci le lacrime di coccodrillo del palazzo politico sulla vittoria delle astensioni alle elezioni regionali, è giunta la sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi.
Ad Arcore c’erano solo cene eleganti, con generosi e disinteressati regali del padrone di casa alle ospiti, tra le quali una era in buona fede presunta come nipote di Mubarak.
Questo è l’esito della giustizia italiana, la stessa che impone il 41bis a Cospito e non è riuscita a mettere in carcere un solo manager e titolare d’impresa per le migliaia di omicidi sul lavoro, i disastri e le stragi edilizie e ambientali.
Non è una questione di strapotere della magistratura, come lamentano i politici indagati in attesa di assoluzione. E neppure di ingerenze della politica sul libero esercizio del potere giudiziario, come rispondono i magistrati.
L’assenza di giustizia in Italia a partire dal principio fondante di essa, la giustizia uguale per tutti, non è colpa né della corporazione dei magistrati, né di quella dei politici, ma del sistema di potere unificati che le domina entrambe.
Se si vuol capire come funziona questo sistema e come colpisce chi lo vorrebbe mettere in discussione, è illuminante il libro autobiografico di Luigi de Magistris.
Lì viene raccontata con passione e dolore, facendo tutti i nomi e cognomi, la storia dell’estromissione dalla magistratura di colui che poi sarebbe diventato sindaco di Napoli.
De Magistris, giovane magistrato entusiasta figlio e nipote di magistrati, va in Calabria per esercitare la sua funzione con rigore e disinteresse. E qui riceve elogi finché si occupa dei delitti delle persone e della criminalità comuni. Lo Stato si vanta con lui e di lui per stabilire “legge ed ordine”.
Quando però le indagini cominciano a toccare affari ed imprenditori, allora la musica cambia.
Un insieme di legami e di intrecci di interessi uniscono politici, magistrati, imprenditori. E attraverso la catena di questi intrecci, ben oliata dalle logge massoniche, le mafie fanno e nascondono i loro profitti.
Ecco allora che quando de Magistris comincia ad indagare sul sistema di potere, questo subito si mette in moto per fermarlo. Prima con blandizie, collocazioni migliori, elogi e prospettive di carriera. Poi, quando capisce che i mezzi di assimilazione e neutralizzazione non funzionano, allora il sistema colpisce con tutta la sua forza brutale.
Non si pensi che, quando si parla di sistema di potere nemico della ‘giustizia uguale per tutti’, si intenda solo la destra berlusconiana. No, se avesse di fronte una vera alternativa il sistema non potrebbe funzionare, si romperebbe. Per reggere deve essere profondamente bipartisan e pervasivo.
Così de Magistris raccoglie interrogazioni parlamentari contro il suo operare a destra e a sinistra, in Forza Italia come nel PD, o come si chiamavano allora. Il capo dell’Associazione Magistrati Palamara, che poi sotto indagine parlerà anch’egli di “sistema”, il ministro della giustizia Mancino – di centrosinistra – il procuratore generale e poi leader politico berlusconiano Chiaravallotti, tutti si uniscono nella caccia al magistrato rompiscatole.
Quando poi, in una delle sue indagini, de Magistris arriva a coinvolgere persone legate a Romano Prodi, ciò segna la sua fine. Contro di lui si susseguono denunce ed indagini; magistrati, come quelli di Salerno, che dimostrano la totale correttezza e fondatezza delle inchieste, vengono trasferiti e si rovinano la carriera.
Alla fine tutti i poteri dello Stato, con il suggello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mettono Luigi de Magistris nell’impossibilità di continuare a fare il suo lavoro e nei fatti lo buttano fuori dalla magistratura.
“Nessuno mai saprà quello che si stava scoprendo, del resto – come non mi stanco di ripetere – lo stato non poteva certo farsi processare, tanto più se il mandante era nientemeno il capo dello stato”. Così conclude de Magistris nel suo libro.
Il potere in Italia oramai è fissato in un sistema ove politici, imprenditori, pubblici funzionari agiscono e si tutelano assieme. Certo, a volte le varie parti del sistema confliggono tra loro, ma sono sempre tutte unite quando “il sistema” stesso si sente minacciato.
Il vincolo esterno delle politiche di austerità europee e delle guerre della NATO ha poi legittimato e reso ancora più rigido e irriformabile il sistema di potere.
Sia chiaro, non è la guerra che ha unificato le principali forze politiche, ma è il loro sistema di potere consociativo che è naturalmente confluito nell’unità militarista della guerra.
La maggioranza dei cittadini non vota più perché ritiene che tutti i principali attori della politica siano sostanzialmente uguali e che chiunque governi, nulla cambi davvero.
Questo è assolutamente vero, ma paradossalmente l’astensione rafforza il sistema di potere, che ha sempre meno bisogno del voto dei cittadini, gli basta quella quota sufficiente a legittimare formalisticamente il suo perpetuarsi.
Così finiscono la democrazia e la giustizia in Italia; chi è contro il sistema di potere deve esserne consapevole.
Oggi in politica accade esattamente quello che è successo a de Magistris in magistratura.
Se rompi le scatole ti fanno fuori, con il sistema elettorale, coi soldi, se non basta con la repressione.
Oggi una forza che voglia essere contro il sistema di potere deve sapere che il suo non è un compito facile e di breve periodo. Credere che basti un poco di onestà per sconfiggere il sistema porta alle illusioni e alle sconfitte dei cinque stelle.
Il sistema italiano non è riformabile, può solo essere rovesciato e questo richiede il lento, faticoso necessario accumulo delle forze necessarie a farlo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Consociativismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Consociativismo. Mostra tutti i post
17/02/2023
18/09/2019
Governo e “casta” sindacale tornano a concertare, per eliminare il pluralismo
La giornata di oggi sembra segnare la ripresa della concertazione tra la casta sindacale e il governo Conte bis. Lo scambio tra salario minimo e legge sulla rappresentanza previsto nel programma di governo, la convocazione odierna solo dei sindacati complici e la firma all’INPS degli atti necessari alla realizzazione dell’infame accordo del 10 gennaio dicono chiaramente che Cgil Cisl Uil sono tornate al governo al seguito di Zingaretti e, sembrerebbe, anche dei 5 Stelle in versione europeista.
Ormai sono circa 40 anni che chiediamo una legge che garantisca criteri oggettivi e non monopolistici sulla rappresentanza e la rappresentatività sindacale. Sono circa 40 anni che non si riesce a realizzarla per l’assoluta contrarietà dei sindacati che detengono abusivamente il monopolio della rappresentanza. Ora sembra approssimarsi una legge che blinda, chissà per quanti anni ancora, l’impero economico e politico creato da Cgil Cisl Uil utilizzando le risorse rastrellate dagli stipendi dei lavoratori e sostenuto attraverso i regali ottenuti con il welfare aziendale, gli enti bilaterali ecc.
Il pluralismo sindacale va garantito, così come si garantisce quello politico. Adottare l’accordo tra le parti del 10 gennaio e farlo diventare legge dello Stato è una dimostrazione di subalternità totale a quei soggetti che hanno contribuito a rendere il lavoro sempre più povero e schiavo dei profitti. USB ha sempre sostenuto la necessità di introdurre un salario minimo contrattuale, non è però disponibile a scambiarlo con un rinnovato monopolio della rappresentanza per il sindacato unico Cgil Cisl Uil.
Fonte
Ormai sono circa 40 anni che chiediamo una legge che garantisca criteri oggettivi e non monopolistici sulla rappresentanza e la rappresentatività sindacale. Sono circa 40 anni che non si riesce a realizzarla per l’assoluta contrarietà dei sindacati che detengono abusivamente il monopolio della rappresentanza. Ora sembra approssimarsi una legge che blinda, chissà per quanti anni ancora, l’impero economico e politico creato da Cgil Cisl Uil utilizzando le risorse rastrellate dagli stipendi dei lavoratori e sostenuto attraverso i regali ottenuti con il welfare aziendale, gli enti bilaterali ecc.
Il pluralismo sindacale va garantito, così come si garantisce quello politico. Adottare l’accordo tra le parti del 10 gennaio e farlo diventare legge dello Stato è una dimostrazione di subalternità totale a quei soggetti che hanno contribuito a rendere il lavoro sempre più povero e schiavo dei profitti. USB ha sempre sostenuto la necessità di introdurre un salario minimo contrattuale, non è però disponibile a scambiarlo con un rinnovato monopolio della rappresentanza per il sindacato unico Cgil Cisl Uil.
Fonte
15/04/2019
Il sindacato complice
Il poeta francese Charles Baudelaire
affermava che “la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non
esiste”. I padroni hanno storicamente fatto tesoro di questa lezione,
tanto da dotarsi di una teoria economica – il paradigma economico oggi
dominante – che ha tra i suoi principali obiettivi quello di convincerci
che, alla fine della fiera, non c’è alcuna contrapposizione e inconciliabilità tra gli interessi dei lavoratori e quelli dei capitalisti.
Ora, chiunque abbia lavorato anche solo una settimana in vita sua, chi è
disoccupato o sottoccupato, sa benissimo che questa è una menzogna bella e buona,
utile solamente a tenere al riparo proprio i capitalisti da noiose
rivendicazioni. Una cosa apparentemente così banale e di buon senso deve
essere sfuggita ai sindacati confederali i quali, dopo tanto parlare di
partito del PIL ed armonia sociale, decidono finalmente di fare il grande passo e lanciano un ‘Appello per l’Europa’ insieme alla principale organizzazione padronale italiana, Confindustria.
Un quadro idilliaco si apre di fronte agli occhi del lettore dell’appello, un universo dove siamo tutti sulla stessa bella barca, padroni e lavoratori, tutti con la fortuna di risiedere in una Unione Europea che viene presentata come “il progetto […] cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”.
La premessa dice già tutto. L’architettura europea è un valore di per sé e non necessita di alcuna riflessione critica. Chi ha scritto l’appello, chiaramente, non ha vissuto e non vive come un problema i vincoli di finanza pubblica e le politiche di austerità, che hanno causato il ritorno della disoccupazione di massa e il peggioramento materiale delle condizioni di vita di milioni di lavoratori. In tutto il testo, è presente solo un vago e impersonale riferimento a generiche “politiche di rigore”, senza neanche menzionare chi queste politiche di rigore le ha congegnate e imposte agli Stati membri, in particolare quelli della periferia europea. La crisi e le suddette politiche di rigore, inoltre, sembrano due entità indipendenti l’una dall’altra, come se non fossero state le seconde una delle cause fondamentali della prima. E il metro di giudizio, in ogni caso, è sempre il potenziale danno in termini di benessere di lavoratori e imprese, quasi a voler identificare le due entità come un unicum a-conflittuale, cooperativo e pacificato.
Ma veniamo ai contenuti dell’appello. Il documento, nell’invitare i cittadini europei all’esercizio del voto per le elezioni del parlamento europeo – e, di fatto, nell’indirizzare palesemente un istituto per sua natura libero e democratico in favore, guarda caso, di quelle forze politiche sostenitrici dell’austerità europea – esordisce con un attacco ai presunti sovranismi che hanno preso piede in Europa, affermando che le conseguenze economiche e sociali della crisi degli anni recenti non possono essere risolte con un ritorno all’isolamento degli Stati nazionali e alle barriere commerciali, suscettibili di richiamare in vita “gli inquietanti fantasmi del Novecento”. Quest’espressione è lasciata volutamente vaga, in maniera tale da poter far riecheggiare, nelle orecchie di qualche sincero liberale, l’incubo del fascismo. Ma sufficientemente generica da poter anche rievocare, nella mente del padroncino che legge, gli anni dell’esplosione del conflitto sociale e della lotta di classe, che mettevano a repentaglio privilegi e profitti. Se, leggendo il documento, è molto chiaro cosa NON si deve fare per uscire dalla crisi, la parte propositiva è affidata alla propaganda: bisogna rilanciare con forza il progetto europeo. Un progetto che avrebbe garantito “una pace duratura in tutto il nostro continente e ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza”. Una pace duratura all’interno dei confini dell’Unione che ha avuto il suo corrispettivo, giusto per limitarci agli ultimi vent’anni, in una serie interminabile di conflitti in giro per il mondo, partendo dai confini di casa con la guerra in Jugoslavia nel 1999, passando per Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina e arrivando all’appoggio e la legittimazione dati al golpista e burattino Juan Guaidó in Venezuela. Decine di migliaia di morti, Paesi devastati e spoliati, il tutto con la partecipazione attiva dei paesi membri dell’Unione, a titolo individuale o sotto l’ombrello della NATO. Un’idea di ‘pace duratura’ davvero originale e che fa a pugni con la realtà. Ma questo non sembra preoccupare gli estensori dell’appello, estensori che possono senza problemi richiamarsi all’uguaglianza, ignorando o fingendo di ignorare che gli ultimi 40 anni hanno visto un’esplosione delle disuguaglianze e una compressione continua e ininterrotta della quota di reddito che va ai salari e che i vincoli di finanza pubblica imposti dai Trattati impediscono il raggiungimento di qualsiasi tipo di uguaglianza sostanziale.
Sulla base di tali premesse, quali sarebbero, allora, secondo l’appello, le strategie da adottare per il ‘rilancio’ del progetto europeo?
Il documento è diviso in tre sezioni: nella prima, “Unire persone e luoghi”, si promuove l’Apprendistato Europeo per permettere ai giovani di formarsi in una sorta di ‘Erasmus in azienda’ – un programma che ben rappresenta la concezione liberista dell’istruzione come strumento di creazione di forza-lavoro alla completa mercé delle imprese e incarnazione di quell’ideale europeo di mobilità del lavoro che non nasconde altro che una guerra tra poveri su scala continentale. C’è poi il “Piano straordinario per gli investimenti in infrastrutture ed in reti”, che dovrebbe “promuovere un modello di crescita e di vita socialmente e ambientalmente sostenibile, rispettoso dell’equilibrio naturale ed energivoro”. Parole bellissime e condivisibili, che però fanno venire in mente la strenua difesa della TAV ad opera di sindacati confederali e Confindustria, un progetto che contraddice completamente il concetto di “ambientalmente sostenibile” e che di certo non sembra puntare ad “unire territori, città e paesi” in quanto, tanto per fare un esempio, Torino e Lione sono già collegate dalla linea ad alta velocità TGV.
La seconda sezione, intitolata “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, al primo punto ripropone il mantra liberista del rafforzamento della libertà di movimento dei capitali. Ci era sembrato che i capitali all’interno dell’UE non avessero particolari problemi a spostarsi dove fa più loro comodo, alla ricerca del massimo profitto, ma secondo Confindustria e i sindacati confederali si può fare di più e meglio. L’appello, tuttavia, dimentica di dire cosa significhi, concretamente, la libera circolazione dei capitali, cioè la possibilità per le imprese di delocalizzare la produzione in quei Paesi o regioni dove sono presenti salari da fame e dove la forza-lavoro ha un potere contrattuale nullo. O, nel ‘migliore’ dei casi, la garanzia per il padronato di una forza contrattuale tale da costringere i lavoratori, sotto la minaccia della delocalizzazione, ad accettare livelli salariali più bassi e condizioni lavorative peggiorate (si pensi ad esempio alla FIAT). Sostenere una simile posizione dona una luce sinistra anche al proposito di armonizzare, a livello europeo, i sistemi fiscali, i trattamenti salariali, i sistemi di protezione del lavoro e i diritti dei lavoratori, in quanto sorge spontaneo il dubbio che la finalità di entrambe le proposte sia quella di condurre ad una revisione o “armonizzazione” al ribasso dei livelli salariali, dei diritti e dei prelievi fiscali proprio per favorire gli afflussi di capitale.
Tutto questo andrebbe abbinato ad una imprecisata “politica industriale europea”, che non ha l’obiettivo di aumentare e sostenere l’occupazione, per carità, bensì migliorare la competitività. Leggere tali affermazioni, unite al contenuto presente nelle due sezioni successive (“Potenziare la rete di solidarietà sociale europea” e “Sviluppare il dialogo sociale e la contrattazione”) aiuta a comprendere la linea seguita dal documento, laddove da un lato inserisce qua e là qualche spruzzo di misure sociali (d’altronde, i sindacati confederali sono tra gli estensori dell’appello), le quali però risultano inapplicabili e inattuabili se, al contempo, si struttura l’intera proposta con politiche in favore della libertà di movimento dei capitali o con provvedimenti che non mettono in discussione i vincoli europei alla spesa pubblica.
Qualora il ragionamento vertesse su una tassazione comune a livello europeo, ad esempio sui redditi da capitale (peraltro già piuttosto bassa in Italia, con un’aliquota unica al 24%), o su una definizione di ‘standard retributivo’ europeo minimo (nonostante, anche in tempi recenti, confederali e Confindustria si siano espressi negativamente sul salario minimo), ciò in ogni caso non sembrerebbe essere da impedimento allo spostamento dei capitali in Paesi dove i salari sono comunque più bassi. In altri termini, il problema è la libertà di movimento dei capitali in sé che, tranne per un pallido accenno a forme di “dumping sociale e salariale”, l’appello non mette minimamente in discussione.
Veniamo alle proposte contenute nella terza sezione (“Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), laddove si parla di un sostegno europeo al reddito con “funzione di stabilizzazione del ciclo economico” in occasione di crisi di uno o più Paesi membri. Misure di sostegno a chi perde il lavoro e ammortizzatori sociali sono una triste necessità, all’interno di un sistema economico che ha bisogno della disoccupazione di massa come strumento disciplinante del lavoro. Tuttavia, Confindustria e sindacati confederali si premurano di specificare che queste misure devono essere tali da “non pesare sulle imprese”. E su chi dovrebbero pesare, allora? Dati i vincoli di finanza pubblica e il mantra della scarsità delle risorse, che sia i sindacati confederali sia Confindustria sposano appieno, il costo dell’eventuale sussidio verrebbe fatto interamente ricadere sul lavoro dipendente. Una soluzione quanto meno curiosa, in quanto l’erogazione di un sussidio in favore di chi perde il lavoro o di chi versa in condizioni di povertà sarebbe a carico dei lavoratori, contribuendo ad accentuare le disparità nella distribuzione del reddito e a fomentare la guerra tra poveri.
Criticare ed attaccare sindacati che rappresentano milioni di lavoratori non è un esercizio piacevole o divertente. Tuttavia, purtroppo, diventa un’amara necessità nel momento in cui chi ha il compito di difendere gli interessi dei lavoratori abdica completamente ai suoi doveri, contribuendo a diffondere scoraggiamento, sfiducia e rassegnazione. Il mondo del lavoro è nel pieno di una delle peggiori fasi di arretramento degli ultimi decenni in termini di reddito, diritti e condizioni lavorative. La migliore idea che i sindacati confederali sono stati in grado di concepire per arrestare questa deriva consiste nel consegnarsi, mani e piedi, alla benevolenza del padronato, sognando un inesistente mondo senza conflitti sociali. Il tutto con la benedizione delle istituzioni europee. Non ci vuole particolare ingegno per capire come questa strategia sia suicida. Provare a fermarla è un dovere per chi, non ancora totalmente accecato dalla propaganda del nemico di classe, vuole davvero difendere gli interessi dei lavoratori e di tutti coloro che non hanno nulla da guadagnare da questo sistema economico.
Fonte
Un quadro idilliaco si apre di fronte agli occhi del lettore dell’appello, un universo dove siamo tutti sulla stessa bella barca, padroni e lavoratori, tutti con la fortuna di risiedere in una Unione Europea che viene presentata come “il progetto […] cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”.
La premessa dice già tutto. L’architettura europea è un valore di per sé e non necessita di alcuna riflessione critica. Chi ha scritto l’appello, chiaramente, non ha vissuto e non vive come un problema i vincoli di finanza pubblica e le politiche di austerità, che hanno causato il ritorno della disoccupazione di massa e il peggioramento materiale delle condizioni di vita di milioni di lavoratori. In tutto il testo, è presente solo un vago e impersonale riferimento a generiche “politiche di rigore”, senza neanche menzionare chi queste politiche di rigore le ha congegnate e imposte agli Stati membri, in particolare quelli della periferia europea. La crisi e le suddette politiche di rigore, inoltre, sembrano due entità indipendenti l’una dall’altra, come se non fossero state le seconde una delle cause fondamentali della prima. E il metro di giudizio, in ogni caso, è sempre il potenziale danno in termini di benessere di lavoratori e imprese, quasi a voler identificare le due entità come un unicum a-conflittuale, cooperativo e pacificato.
Ma veniamo ai contenuti dell’appello. Il documento, nell’invitare i cittadini europei all’esercizio del voto per le elezioni del parlamento europeo – e, di fatto, nell’indirizzare palesemente un istituto per sua natura libero e democratico in favore, guarda caso, di quelle forze politiche sostenitrici dell’austerità europea – esordisce con un attacco ai presunti sovranismi che hanno preso piede in Europa, affermando che le conseguenze economiche e sociali della crisi degli anni recenti non possono essere risolte con un ritorno all’isolamento degli Stati nazionali e alle barriere commerciali, suscettibili di richiamare in vita “gli inquietanti fantasmi del Novecento”. Quest’espressione è lasciata volutamente vaga, in maniera tale da poter far riecheggiare, nelle orecchie di qualche sincero liberale, l’incubo del fascismo. Ma sufficientemente generica da poter anche rievocare, nella mente del padroncino che legge, gli anni dell’esplosione del conflitto sociale e della lotta di classe, che mettevano a repentaglio privilegi e profitti. Se, leggendo il documento, è molto chiaro cosa NON si deve fare per uscire dalla crisi, la parte propositiva è affidata alla propaganda: bisogna rilanciare con forza il progetto europeo. Un progetto che avrebbe garantito “una pace duratura in tutto il nostro continente e ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza”. Una pace duratura all’interno dei confini dell’Unione che ha avuto il suo corrispettivo, giusto per limitarci agli ultimi vent’anni, in una serie interminabile di conflitti in giro per il mondo, partendo dai confini di casa con la guerra in Jugoslavia nel 1999, passando per Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina e arrivando all’appoggio e la legittimazione dati al golpista e burattino Juan Guaidó in Venezuela. Decine di migliaia di morti, Paesi devastati e spoliati, il tutto con la partecipazione attiva dei paesi membri dell’Unione, a titolo individuale o sotto l’ombrello della NATO. Un’idea di ‘pace duratura’ davvero originale e che fa a pugni con la realtà. Ma questo non sembra preoccupare gli estensori dell’appello, estensori che possono senza problemi richiamarsi all’uguaglianza, ignorando o fingendo di ignorare che gli ultimi 40 anni hanno visto un’esplosione delle disuguaglianze e una compressione continua e ininterrotta della quota di reddito che va ai salari e che i vincoli di finanza pubblica imposti dai Trattati impediscono il raggiungimento di qualsiasi tipo di uguaglianza sostanziale.
Sulla base di tali premesse, quali sarebbero, allora, secondo l’appello, le strategie da adottare per il ‘rilancio’ del progetto europeo?
Il documento è diviso in tre sezioni: nella prima, “Unire persone e luoghi”, si promuove l’Apprendistato Europeo per permettere ai giovani di formarsi in una sorta di ‘Erasmus in azienda’ – un programma che ben rappresenta la concezione liberista dell’istruzione come strumento di creazione di forza-lavoro alla completa mercé delle imprese e incarnazione di quell’ideale europeo di mobilità del lavoro che non nasconde altro che una guerra tra poveri su scala continentale. C’è poi il “Piano straordinario per gli investimenti in infrastrutture ed in reti”, che dovrebbe “promuovere un modello di crescita e di vita socialmente e ambientalmente sostenibile, rispettoso dell’equilibrio naturale ed energivoro”. Parole bellissime e condivisibili, che però fanno venire in mente la strenua difesa della TAV ad opera di sindacati confederali e Confindustria, un progetto che contraddice completamente il concetto di “ambientalmente sostenibile” e che di certo non sembra puntare ad “unire territori, città e paesi” in quanto, tanto per fare un esempio, Torino e Lione sono già collegate dalla linea ad alta velocità TGV.
La seconda sezione, intitolata “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, al primo punto ripropone il mantra liberista del rafforzamento della libertà di movimento dei capitali. Ci era sembrato che i capitali all’interno dell’UE non avessero particolari problemi a spostarsi dove fa più loro comodo, alla ricerca del massimo profitto, ma secondo Confindustria e i sindacati confederali si può fare di più e meglio. L’appello, tuttavia, dimentica di dire cosa significhi, concretamente, la libera circolazione dei capitali, cioè la possibilità per le imprese di delocalizzare la produzione in quei Paesi o regioni dove sono presenti salari da fame e dove la forza-lavoro ha un potere contrattuale nullo. O, nel ‘migliore’ dei casi, la garanzia per il padronato di una forza contrattuale tale da costringere i lavoratori, sotto la minaccia della delocalizzazione, ad accettare livelli salariali più bassi e condizioni lavorative peggiorate (si pensi ad esempio alla FIAT). Sostenere una simile posizione dona una luce sinistra anche al proposito di armonizzare, a livello europeo, i sistemi fiscali, i trattamenti salariali, i sistemi di protezione del lavoro e i diritti dei lavoratori, in quanto sorge spontaneo il dubbio che la finalità di entrambe le proposte sia quella di condurre ad una revisione o “armonizzazione” al ribasso dei livelli salariali, dei diritti e dei prelievi fiscali proprio per favorire gli afflussi di capitale.
Tutto questo andrebbe abbinato ad una imprecisata “politica industriale europea”, che non ha l’obiettivo di aumentare e sostenere l’occupazione, per carità, bensì migliorare la competitività. Leggere tali affermazioni, unite al contenuto presente nelle due sezioni successive (“Potenziare la rete di solidarietà sociale europea” e “Sviluppare il dialogo sociale e la contrattazione”) aiuta a comprendere la linea seguita dal documento, laddove da un lato inserisce qua e là qualche spruzzo di misure sociali (d’altronde, i sindacati confederali sono tra gli estensori dell’appello), le quali però risultano inapplicabili e inattuabili se, al contempo, si struttura l’intera proposta con politiche in favore della libertà di movimento dei capitali o con provvedimenti che non mettono in discussione i vincoli europei alla spesa pubblica.
Qualora il ragionamento vertesse su una tassazione comune a livello europeo, ad esempio sui redditi da capitale (peraltro già piuttosto bassa in Italia, con un’aliquota unica al 24%), o su una definizione di ‘standard retributivo’ europeo minimo (nonostante, anche in tempi recenti, confederali e Confindustria si siano espressi negativamente sul salario minimo), ciò in ogni caso non sembrerebbe essere da impedimento allo spostamento dei capitali in Paesi dove i salari sono comunque più bassi. In altri termini, il problema è la libertà di movimento dei capitali in sé che, tranne per un pallido accenno a forme di “dumping sociale e salariale”, l’appello non mette minimamente in discussione.
Veniamo alle proposte contenute nella terza sezione (“Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), laddove si parla di un sostegno europeo al reddito con “funzione di stabilizzazione del ciclo economico” in occasione di crisi di uno o più Paesi membri. Misure di sostegno a chi perde il lavoro e ammortizzatori sociali sono una triste necessità, all’interno di un sistema economico che ha bisogno della disoccupazione di massa come strumento disciplinante del lavoro. Tuttavia, Confindustria e sindacati confederali si premurano di specificare che queste misure devono essere tali da “non pesare sulle imprese”. E su chi dovrebbero pesare, allora? Dati i vincoli di finanza pubblica e il mantra della scarsità delle risorse, che sia i sindacati confederali sia Confindustria sposano appieno, il costo dell’eventuale sussidio verrebbe fatto interamente ricadere sul lavoro dipendente. Una soluzione quanto meno curiosa, in quanto l’erogazione di un sussidio in favore di chi perde il lavoro o di chi versa in condizioni di povertà sarebbe a carico dei lavoratori, contribuendo ad accentuare le disparità nella distribuzione del reddito e a fomentare la guerra tra poveri.
Criticare ed attaccare sindacati che rappresentano milioni di lavoratori non è un esercizio piacevole o divertente. Tuttavia, purtroppo, diventa un’amara necessità nel momento in cui chi ha il compito di difendere gli interessi dei lavoratori abdica completamente ai suoi doveri, contribuendo a diffondere scoraggiamento, sfiducia e rassegnazione. Il mondo del lavoro è nel pieno di una delle peggiori fasi di arretramento degli ultimi decenni in termini di reddito, diritti e condizioni lavorative. La migliore idea che i sindacati confederali sono stati in grado di concepire per arrestare questa deriva consiste nel consegnarsi, mani e piedi, alla benevolenza del padronato, sognando un inesistente mondo senza conflitti sociali. Il tutto con la benedizione delle istituzioni europee. Non ci vuole particolare ingegno per capire come questa strategia sia suicida. Provare a fermarla è un dovere per chi, non ancora totalmente accecato dalla propaganda del nemico di classe, vuole davvero difendere gli interessi dei lavoratori e di tutti coloro che non hanno nulla da guadagnare da questo sistema economico.
Fonte
11/04/2019
La sinistra inutile
Intervistato da Repubblica,
il nuovo segretario della CGIL, Maurizio Landini, mette in campo le sue
idee per uscire dalla crisi. Cosa penserà mai il maggiore sindacato
italiano, appena passato nelle mani del leader dei metalmeccanici, il
settore storicamente più combattivo dell’organizzazione? Con chirurgica
precisione, Landini individua tutti i tasselli di una visione
dell’economia completamente subordinata all’ideologia liberista, ponendo
le basi perché la sinistra in Italia continui ad essere completamente inutile ai lavoratori, se non dannosa. Vediamo perché.
Il punto di vista di Landini sulla crisi è impostato a partire dalle due contraddizioni di fondo che hanno reso la sinistra italiana uno dei principali problemi dei lavoratori negli ultimi trent’anni: la negazione del conflitto di classe, da un lato, e l’entusiasta adesione al progetto di integrazione europea dall’altra. Due contraddizioni che, coltivate in seno alla più importante organizzazione sindacale del Paese, rischiano di trasformare la prossima primavera della sinistra italiana nell’ennesimo bagno di lacrime e sangue per i lavoratori.
Lotta di classe, salario e crescita. L’intervistatore chiede a Landini come si faccia ad invertire la rotta di un’economia in crisi, mentre “la disoccupazione cresce con la precarietà” e “i consumi sono fermi come gli investimenti”. Un vero e proprio assist del giornalista, che permetterebbe al segretario della CGIL di individuare chiaramente i nessi tra la crisi e la profonda redistribuzione del reddito dai salari ai profitti che è stata prodotta in Italia a partire dagli anni Ottanta. La riduzione dei salari impoverisce i lavoratori e mette in ginocchio l’economia tutta, perché deprime la domanda interna – in primis i consumi – e dunque porta con sé la recessione in un circolo vizioso per il Paese ma virtuoso per i profitti, che crescono sotto il tallone di ferro dell’austerità mentre la precarizzazione del lavoro ed il ricatto della disoccupazione piegano i lavoratori alla più ferrea disciplina. Questa risposta avrebbe consentito al segretario della CGIL di connettere una solida interpretazione della crisi con il compito fondamentale del sindacato, che è quello di organizzare la lotta di classe in difesa dei salari: mostrare, in altri termini, che maggiori diritti e migliori salari significano – oltre che una più giusta società – anche crescita economica e prosperità diffusa a solo detrimento dei profitti di pochi, il contrario del modello di sviluppo odierno basato sulla competitività internazionale e sulla deflazione salariale.
Purtroppo, mentre noi sognavamo un combattivo leader dei metalmeccanici sviluppare un’analisi marxista della crisi, Landini rispondeva all’intervistatore come neanche il miglior presidente di Confindustria: “Occorre un piano straordinario di investimenti pubblici e privati”. Bene, si dirà, gli investimenti sono una leva fondamentale della domanda, ma perché ignorare del tutto i consumi? È ragionevole che lo facciano i padroni; anzi, lo hanno sempre fatto sistematicamente, perché nella loro ideologia la crescita dipende dai risparmi, ossia da quella parte del reddito che non è consumata, e quindi minori sono i consumi, maggiori saranno le risorse risparmiate e messe al servizio degli investimenti produttivi. È l’esaltazione della virtù della parsimonia, da cui discende l’idea che i poveri siano poveri perché spendaccioni, perché non sono in grado di rinunciare al consumo presente in vista dell’accumulazione della ricchezza futura. Oltre al piano meramente ideologico, la rimozione del ruolo positivo dei consumi e l’insistenza sui soli investimenti articolano una lettura dell’economia funzionale alla prescrizione di politiche ben precise: Confindustria ci spiega sempre che il contenimento dei salari ha effetti positivi perché sacrifica i consumi – che sono spesa improduttiva – e favorisce i profitti, consentendo così alle imprese di investire nuove risorse. Questa la visione di Confindustria, dunque. Perché esce dalla bocca del leader della CGIL?
Investimenti, con quali soldi? Proviamo a trattenere il fiato e andare oltre; perché – e lo ripetiamo – crediamo anche noi che gli investimenti pubblici siano una leva fondamentale della crescita, soprattutto nelle fasi recessive. È per questo che ci scagliamo contro la gabbia dell’Unione Europea, che impone vincoli alla spesa pubblica incompatibili con qualsiasi credibile politica di rilancio degli investimenti. Il declino degli investimenti pubblici è infatti figlio del declino della spesa pubblica che l’Europa ci chiede da trent’anni. Seguiamo quindi Landini nel suo ragionamento, e vediamo cosa ha in mente quando parla di investimenti. Il segretario CGIL sciorina un’infinita sequela di spese possibili, dalla manutenzione del territorio alla mobilità, dalla rigenerazione delle aree urbane alle energie rinnovabili, poi la ricerca, la cultura. Tutto bellissimo ma l’intervistatore – di nuovo – ci toglie le parole di bocca: “Servono soldi, tanti soldi, dove pensa di trovarli?”. Eccola, La domanda. Perché il dibattito sull’Europa non è un dibattito ideologico: per noi l’Europa è un problema perché è stata disegnata in modo da rendere impossibile la piena occupazione, salari dignitosi e diritti dei lavoratori; è una trappola perché congegnata in modo da sottrarre agli Stati gli strumenti essenziali per governare l’economia, con lo scopo di mantenere livelli di precarietà e disoccupazione sufficienti a tenere buoni i lavoratori, piegati sotto il giogo dell’austerità. L’Unione Europea, insomma, ci impone il paradigma della scarsità delle risorse: non ci sono i soldi per fare quello che tutti vorremmo fare. Anche qui, chi difende i lavoratori non può sbagliare: il crollo degli investimenti non è un fenomeno naturale, è il frutto delle scelte politiche che ci hanno condotto nella gabbia europea. Rompere quella gabbia è l’unica via per rilanciare gli investimenti e l’occupazione.
Eppure, Landini risponde: “Serve, finalmente, una riforma fiscale degna di questo nome”. Nessun riferimento ai vincoli europei. Si accetta acriticamente il paradigma della scarsità delle risorse imposto dall’Europa e si pensa che i soldi degli investimenti debbano necessariamente essere sottratti a qualcuno: “i soldi si vanno a prendere lì dove sono”, dice sibillino Landini lasciando intravedere lo spettro della patrimoniale, un’imposta sulla ricchezza. Occorre, anche in questo caso, pesare le parole: un’imposta sui grandi patrimoni, una tassazione sui profitti, insomma un più equo sistema fiscale sarebbe secondo noi un’ottima politica di progresso sociale. Ma nulla di tutto questo può essere fatto all’interno dell’Unione Europea, nata sotto la stella della libertà di movimento dei capitali e dunque costruita a partire dalla libertà di fuga del capitale dalle tasse: non è un caso che nessuno, in Europa, azzardi una seria patrimoniale o una seria tassazione dei profitti, lasciando che il peso del sistema fiscale gravi quasi interamente sulle spalle del lavoro dipendente. Non avrebbe alcun senso perché i grandi capitali migrerebbero in pochi secondi su conti esteri e le imprese trasferirebbero (qualcuno l’ha già fatto, ma forse Landini non conosce la storia della Fiat...) immediatamente la propria sede fiscale in Irlanda, in Olanda o in uno dei tanti paesi a fiscalità ultra-privilegiata nell’Europa dell’est, come Ungheria o Estonia – al riparo dalle nuove tasse. Pertanto, l’idea di trovare risorse sufficienti a rilanciare gli investimenti aumentando le tasse appare inaccettabile per due motivi. In primo luogo, perché significa accettare il principio del pareggio di bilancio, che è il primo ostacolo alla ripresa dell’intervento pubblico in economia; senza spesa pubblica in deficit non può aversi alcun consistente aumento degli investimenti pubblici, nessuna crescita e nessun riscatto per i lavoratori. Il secondo problema implicito nella via indicata da Landini è la sua concreta impraticabilità all’interno della libera circolazione dei capitali imposta dall’Unione Europea: fingere di non capire l’impraticabilità di un equo sistema fiscale interno all’UE significa aprire la strada all’ennesima patrimoniale sulle piccole proprietà, come l’IMU sulla prima casa che ha schiacciato la classe media nel bel mezzo della crisi, o a un prelievo sui redditi di quei lavoratori dipendenti che hanno stipendi non da fame. Tutto l’opposto di una “riforma fiscale degna di questo nome”.
Per concludere, il segretario della CGIL costringe la strategia della sinistra dentro alla compatibilità con le istituzioni europee, una compatibilità che condanna i lavoratori ad un’altra stagione di sconfitte. Non solo: invece che riaffermare l’attualità della lotta di classe, Landini apre, insieme ai segretari degli altri sindacati confederali, a una vera e propria collaborazione con Confindustria, improntata all’esaltazione della peggior retorica europeista. Se questo è rinnovamento, la sinistra in Italia continuerà ad essere inutile ai lavoratori ancora per molto tempo. Seguendo le proposte lanciate da Landini, il popolo della sinistra tornerà a schiantarsi contro il muro della storia, che ci ha insegnato come la lotta di classe dall’alto verso il basso non si sia mai fermata e abbia anzi conseguito, grazie all’Unione Europea, dei successi che i padroni non potevano neanche sognare quando davanti a loro c’era un sindacato conflittuale e una sinistra di classe organizzata.
Fonte
Il punto di vista di Landini sulla crisi è impostato a partire dalle due contraddizioni di fondo che hanno reso la sinistra italiana uno dei principali problemi dei lavoratori negli ultimi trent’anni: la negazione del conflitto di classe, da un lato, e l’entusiasta adesione al progetto di integrazione europea dall’altra. Due contraddizioni che, coltivate in seno alla più importante organizzazione sindacale del Paese, rischiano di trasformare la prossima primavera della sinistra italiana nell’ennesimo bagno di lacrime e sangue per i lavoratori.
Lotta di classe, salario e crescita. L’intervistatore chiede a Landini come si faccia ad invertire la rotta di un’economia in crisi, mentre “la disoccupazione cresce con la precarietà” e “i consumi sono fermi come gli investimenti”. Un vero e proprio assist del giornalista, che permetterebbe al segretario della CGIL di individuare chiaramente i nessi tra la crisi e la profonda redistribuzione del reddito dai salari ai profitti che è stata prodotta in Italia a partire dagli anni Ottanta. La riduzione dei salari impoverisce i lavoratori e mette in ginocchio l’economia tutta, perché deprime la domanda interna – in primis i consumi – e dunque porta con sé la recessione in un circolo vizioso per il Paese ma virtuoso per i profitti, che crescono sotto il tallone di ferro dell’austerità mentre la precarizzazione del lavoro ed il ricatto della disoccupazione piegano i lavoratori alla più ferrea disciplina. Questa risposta avrebbe consentito al segretario della CGIL di connettere una solida interpretazione della crisi con il compito fondamentale del sindacato, che è quello di organizzare la lotta di classe in difesa dei salari: mostrare, in altri termini, che maggiori diritti e migliori salari significano – oltre che una più giusta società – anche crescita economica e prosperità diffusa a solo detrimento dei profitti di pochi, il contrario del modello di sviluppo odierno basato sulla competitività internazionale e sulla deflazione salariale.
Purtroppo, mentre noi sognavamo un combattivo leader dei metalmeccanici sviluppare un’analisi marxista della crisi, Landini rispondeva all’intervistatore come neanche il miglior presidente di Confindustria: “Occorre un piano straordinario di investimenti pubblici e privati”. Bene, si dirà, gli investimenti sono una leva fondamentale della domanda, ma perché ignorare del tutto i consumi? È ragionevole che lo facciano i padroni; anzi, lo hanno sempre fatto sistematicamente, perché nella loro ideologia la crescita dipende dai risparmi, ossia da quella parte del reddito che non è consumata, e quindi minori sono i consumi, maggiori saranno le risorse risparmiate e messe al servizio degli investimenti produttivi. È l’esaltazione della virtù della parsimonia, da cui discende l’idea che i poveri siano poveri perché spendaccioni, perché non sono in grado di rinunciare al consumo presente in vista dell’accumulazione della ricchezza futura. Oltre al piano meramente ideologico, la rimozione del ruolo positivo dei consumi e l’insistenza sui soli investimenti articolano una lettura dell’economia funzionale alla prescrizione di politiche ben precise: Confindustria ci spiega sempre che il contenimento dei salari ha effetti positivi perché sacrifica i consumi – che sono spesa improduttiva – e favorisce i profitti, consentendo così alle imprese di investire nuove risorse. Questa la visione di Confindustria, dunque. Perché esce dalla bocca del leader della CGIL?
Investimenti, con quali soldi? Proviamo a trattenere il fiato e andare oltre; perché – e lo ripetiamo – crediamo anche noi che gli investimenti pubblici siano una leva fondamentale della crescita, soprattutto nelle fasi recessive. È per questo che ci scagliamo contro la gabbia dell’Unione Europea, che impone vincoli alla spesa pubblica incompatibili con qualsiasi credibile politica di rilancio degli investimenti. Il declino degli investimenti pubblici è infatti figlio del declino della spesa pubblica che l’Europa ci chiede da trent’anni. Seguiamo quindi Landini nel suo ragionamento, e vediamo cosa ha in mente quando parla di investimenti. Il segretario CGIL sciorina un’infinita sequela di spese possibili, dalla manutenzione del territorio alla mobilità, dalla rigenerazione delle aree urbane alle energie rinnovabili, poi la ricerca, la cultura. Tutto bellissimo ma l’intervistatore – di nuovo – ci toglie le parole di bocca: “Servono soldi, tanti soldi, dove pensa di trovarli?”. Eccola, La domanda. Perché il dibattito sull’Europa non è un dibattito ideologico: per noi l’Europa è un problema perché è stata disegnata in modo da rendere impossibile la piena occupazione, salari dignitosi e diritti dei lavoratori; è una trappola perché congegnata in modo da sottrarre agli Stati gli strumenti essenziali per governare l’economia, con lo scopo di mantenere livelli di precarietà e disoccupazione sufficienti a tenere buoni i lavoratori, piegati sotto il giogo dell’austerità. L’Unione Europea, insomma, ci impone il paradigma della scarsità delle risorse: non ci sono i soldi per fare quello che tutti vorremmo fare. Anche qui, chi difende i lavoratori non può sbagliare: il crollo degli investimenti non è un fenomeno naturale, è il frutto delle scelte politiche che ci hanno condotto nella gabbia europea. Rompere quella gabbia è l’unica via per rilanciare gli investimenti e l’occupazione.
Eppure, Landini risponde: “Serve, finalmente, una riforma fiscale degna di questo nome”. Nessun riferimento ai vincoli europei. Si accetta acriticamente il paradigma della scarsità delle risorse imposto dall’Europa e si pensa che i soldi degli investimenti debbano necessariamente essere sottratti a qualcuno: “i soldi si vanno a prendere lì dove sono”, dice sibillino Landini lasciando intravedere lo spettro della patrimoniale, un’imposta sulla ricchezza. Occorre, anche in questo caso, pesare le parole: un’imposta sui grandi patrimoni, una tassazione sui profitti, insomma un più equo sistema fiscale sarebbe secondo noi un’ottima politica di progresso sociale. Ma nulla di tutto questo può essere fatto all’interno dell’Unione Europea, nata sotto la stella della libertà di movimento dei capitali e dunque costruita a partire dalla libertà di fuga del capitale dalle tasse: non è un caso che nessuno, in Europa, azzardi una seria patrimoniale o una seria tassazione dei profitti, lasciando che il peso del sistema fiscale gravi quasi interamente sulle spalle del lavoro dipendente. Non avrebbe alcun senso perché i grandi capitali migrerebbero in pochi secondi su conti esteri e le imprese trasferirebbero (qualcuno l’ha già fatto, ma forse Landini non conosce la storia della Fiat...) immediatamente la propria sede fiscale in Irlanda, in Olanda o in uno dei tanti paesi a fiscalità ultra-privilegiata nell’Europa dell’est, come Ungheria o Estonia – al riparo dalle nuove tasse. Pertanto, l’idea di trovare risorse sufficienti a rilanciare gli investimenti aumentando le tasse appare inaccettabile per due motivi. In primo luogo, perché significa accettare il principio del pareggio di bilancio, che è il primo ostacolo alla ripresa dell’intervento pubblico in economia; senza spesa pubblica in deficit non può aversi alcun consistente aumento degli investimenti pubblici, nessuna crescita e nessun riscatto per i lavoratori. Il secondo problema implicito nella via indicata da Landini è la sua concreta impraticabilità all’interno della libera circolazione dei capitali imposta dall’Unione Europea: fingere di non capire l’impraticabilità di un equo sistema fiscale interno all’UE significa aprire la strada all’ennesima patrimoniale sulle piccole proprietà, come l’IMU sulla prima casa che ha schiacciato la classe media nel bel mezzo della crisi, o a un prelievo sui redditi di quei lavoratori dipendenti che hanno stipendi non da fame. Tutto l’opposto di una “riforma fiscale degna di questo nome”.
Per concludere, il segretario della CGIL costringe la strategia della sinistra dentro alla compatibilità con le istituzioni europee, una compatibilità che condanna i lavoratori ad un’altra stagione di sconfitte. Non solo: invece che riaffermare l’attualità della lotta di classe, Landini apre, insieme ai segretari degli altri sindacati confederali, a una vera e propria collaborazione con Confindustria, improntata all’esaltazione della peggior retorica europeista. Se questo è rinnovamento, la sinistra in Italia continuerà ad essere inutile ai lavoratori ancora per molto tempo. Seguendo le proposte lanciate da Landini, il popolo della sinistra tornerà a schiantarsi contro il muro della storia, che ci ha insegnato come la lotta di classe dall’alto verso il basso non si sia mai fermata e abbia anzi conseguito, grazie all’Unione Europea, dei successi che i padroni non potevano neanche sognare quando davanti a loro c’era un sindacato conflittuale e una sinistra di classe organizzata.
Fonte
06/07/2018
Bipolarismo consociativo?
L’esito delle elezioni del 4 marzo scorso e la formazione del governo Lega–M5S hanno creato una situazione molto complessa e per certi versi inedita.
L’interesse degli osservatori riguarda soprattutto un punto, concernente la prospettiva politica del Paese nel breve–medio periodo: si profila, infatti, la possibilità di strutturazione di un nuovo bipolarismo dopo quello “temperato” e sostanzialmente omologante tra centrodestra e centrosinistra, che vedrebbe a confronto per l’egemonia i due soggetti attualmente al governo.
L’alternativa al nuovo bipolarismo può essere invece configurata in questo interrogativo: gli stessi soggetti saranno costretti a un lungo periodo di convivenza al governo fino a formare una sorta di entità consociativa all’interno della quale dovrà essere costantemente esercitata un’attenta opera di mediazione?
Da tener conto, per definire meglio il quadro, come la Lega stia puntando all’annessione della piccola formazione di Fratelli d’Italia (le cui caratteristiche di fondo si prestano sicuramente all’inglobamento) e di Forza Italia, scesa nei sondaggi a minimi storici francamente impensabili fino a qualche tempo fa, ma fortemente divisa su questa prospettiva.
In questo modo la Lega allargherebbe la propria dimensione di destra, in una visione tradizionalmente maggioritaria nel Paese almeno dalle elezioni del 1994 in avanti.
Da aggiungere che, nel caso di una stabilizzazione della formula di governo e dell’avvio di una pratica consociativa si aprirebbe oggettivamente uno spazio all’interno del sistema che, a prescindere da programmi e qualità dei soggetti politici e dei loro gruppi dirigenti, non potrà che essere occupato dall’opposizione.
Un’opposizione strutturata in forme articolate rispetto alle diverse progettualità e rappresentatività sociali e non necessariamente orientata a sinistra.
In più, nel caso della soluzione consociativa (della quale individuiamo già alcuni evidenti segnali fin dai primi atti del nuovo esecutivo: ad esempio nel “decreto dignità”), il piano di governo non potrà discostarsi di molto da quello definito, proprio sul piano dell’espressione di progettualità politica, dai precedenti governi di centrodestra, centrosinistra, “tecnici” e di solidarietà nazionale: le possibilità di utilizzo delle risorse, all’interno del quadro dato, indicano già con chiarezza questo recinto.
In sostanza si verificherebbe un’occupazione sistematica del centro, sia sul piano sociale sia politico, con l’asse rivolto verso destra.
Lega e M5S si presenteranno comunque all’appuntamento di fase, che prevede come prima scadenza complessiva quella delle elezioni europee 2019, marcando una fondamentale diversità tra loro nell'affrontare “vincolo interno” e “vincolo esterno”.
Il M5S, infatti, si troverà a dover essenzialmente affrontare il “vincolo interno”: lo dimostra la composizione geografica del suo elettorato (prevalentemente meridionale) e le aspirazioni che questo esprime legate soprattutto alla concretizzazione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”.
Fatto salvo il giudizio sull’approccio sbagliato che il M5S mantiene al riguardo del tema del lavoro (approccio sbagliato che però è stato alla base di buona parte delle sue fortune elettorali), la tensione che dai più diversi settori sociali viene proprio in direzione del “reddito di cittadinanza” è indicativo del clima culturale che si respira in ampie parti del Paese, a dimostrazione anche (come fattore non secondario) del permanere di una profonda spaccatura sul piano geografico.
Quasi un’Italia ridotta, dalle “tre società” di Bagnasco, a una suddivisione “duale”, con la sparizione del centro assorbito dal Nord nella modificazione profonda del modello di sviluppo avvenuta nel corso degli ultimi 20 anni (i risultati elettorali di Emilia e Toscana non si sono verificati a caso).
La Lega dal canto suo, nonostante le iniezioni di sovranismo nazionalista, rimane Partito incentrato sul Nord, dove governa le due regioni fondamentali come Lombardia e Veneto, con in più la Liguria, regione nella quale esercita una forte azione di vera e propria “trazione” al limite dell’egemonia, in particolare rispetto al rapporto tra Regione e Comune di Genova.
Riferirsi al Nord significa rapportarsi a un certo tipo di borghesia produttiva sulla base dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo.
Una borghesia per la quale è determinante il cosiddetto “vincolo esterno”, fattore decisivo per l’orientamento della produzione soprattutto verso l’export (da qui, tra le altre cose, nasce anche l’ostilità all’euro).
Sistemato l’incoraggiamento che la Lega rivolge all’evasione fiscale (mentre la flat–tax dovrà attendere tempi migliori) i punti decisivi sui quali la stessa Lega dovrà incentrare la sua azione di governo (svolta finora in funzione egemonica) riguardano la ristrutturazione che si sta verificando a livello europeo in coincidenza con l’esprimersi di un nuovo quadro globale (dazi, denuncia dei trattati commerciali, “shopping” cinese: perché su questo punto si risolverà la nuova “via della seta”).
Una situazione che sta portando a uno spostamento d’asse verso Est con un diverso ruolo della Germania rispetto al progetto dell’Europa carolingia.
Alla fine agitato lo spettro dell’uomo nero, l’utilizzo del tema dei migranti non si discosterà molto nella visione leghista in funzione di un nuovo “esercito di riserva” al fine di disporre di manodopera a basso costo (come tradizionalmente avvenuto nelle ferriere bresciane o nelle concerie vicentine).
Da tener conto, ai fini di un necessario compimento d’analisi, come risulti ben più solido l’insediamento leghista, sia sul piano sociale sia elettorale; mentre l’area elettorale che ha votato 5 stelle appare sottoposta a più rapidi processi di vero e proprio smottamento in un quadro di accresciuta volatilità del voto.
Le possibilità di un ulteriore riallineamento del sistema politico italiano sono quindi legate all’emergere di un confronto attorno ai temi proposti dai due differenti vincoli di riferimento al riguardo delle due formazioni di governo.
Se si arriverà a questo confronto ci troveremo di fronte ad un inedito schema bipolare, che non conterebbe più la previsione del dualismo destra/sinistra.
In caso diverso si proporrà una fase non breve di comunanza al governo e di formazione, com’è già stato accennato, di un quadro di tipo consociativo.
In un modo o nell’altro l’eventuale volontà di opposizione e la formazione di una soggettività politica che la rappresenti, sul versante di sinistra, non potrà che avviarsi analizzando con attenzione le priorità sociali emergenti (in specifico nel mondo del lavoro e nei settori che proprio dal mondo del lavoro risultano emarginati) e le possibilità di collegamento con le forze più radicalmente progressiste sul piano europeo, avviando da subito una verifica di possibilità attorno alla prospettiva di una presentazione comune nelle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nella primavera del 2019.
Da sinistra è il caso di valutare una possibilità di ripresa partendo dalla condizione materiale di lavoratrici e lavoratori posta in relazione al fenomeno dell’allargarsi dello sfruttamento collettivo e individuale e della marginalizzazione che ha caratterizzato decisamente la fase apertasi dal 2007 in avanti, con l’innesto dei fenomeni migratori resisi particolarmente evidenti nei primi quindici anni del nuovo secolo.
Concludendo con una battuta servirebbe, a sinistra, un maggiore attenzione al fenomeno emergente della “proletarizzazione collettiva”.
Fonte
L’interesse degli osservatori riguarda soprattutto un punto, concernente la prospettiva politica del Paese nel breve–medio periodo: si profila, infatti, la possibilità di strutturazione di un nuovo bipolarismo dopo quello “temperato” e sostanzialmente omologante tra centrodestra e centrosinistra, che vedrebbe a confronto per l’egemonia i due soggetti attualmente al governo.
L’alternativa al nuovo bipolarismo può essere invece configurata in questo interrogativo: gli stessi soggetti saranno costretti a un lungo periodo di convivenza al governo fino a formare una sorta di entità consociativa all’interno della quale dovrà essere costantemente esercitata un’attenta opera di mediazione?
Da tener conto, per definire meglio il quadro, come la Lega stia puntando all’annessione della piccola formazione di Fratelli d’Italia (le cui caratteristiche di fondo si prestano sicuramente all’inglobamento) e di Forza Italia, scesa nei sondaggi a minimi storici francamente impensabili fino a qualche tempo fa, ma fortemente divisa su questa prospettiva.
In questo modo la Lega allargherebbe la propria dimensione di destra, in una visione tradizionalmente maggioritaria nel Paese almeno dalle elezioni del 1994 in avanti.
Da aggiungere che, nel caso di una stabilizzazione della formula di governo e dell’avvio di una pratica consociativa si aprirebbe oggettivamente uno spazio all’interno del sistema che, a prescindere da programmi e qualità dei soggetti politici e dei loro gruppi dirigenti, non potrà che essere occupato dall’opposizione.
Un’opposizione strutturata in forme articolate rispetto alle diverse progettualità e rappresentatività sociali e non necessariamente orientata a sinistra.
In più, nel caso della soluzione consociativa (della quale individuiamo già alcuni evidenti segnali fin dai primi atti del nuovo esecutivo: ad esempio nel “decreto dignità”), il piano di governo non potrà discostarsi di molto da quello definito, proprio sul piano dell’espressione di progettualità politica, dai precedenti governi di centrodestra, centrosinistra, “tecnici” e di solidarietà nazionale: le possibilità di utilizzo delle risorse, all’interno del quadro dato, indicano già con chiarezza questo recinto.
In sostanza si verificherebbe un’occupazione sistematica del centro, sia sul piano sociale sia politico, con l’asse rivolto verso destra.
Lega e M5S si presenteranno comunque all’appuntamento di fase, che prevede come prima scadenza complessiva quella delle elezioni europee 2019, marcando una fondamentale diversità tra loro nell'affrontare “vincolo interno” e “vincolo esterno”.
Il M5S, infatti, si troverà a dover essenzialmente affrontare il “vincolo interno”: lo dimostra la composizione geografica del suo elettorato (prevalentemente meridionale) e le aspirazioni che questo esprime legate soprattutto alla concretizzazione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”.
Fatto salvo il giudizio sull’approccio sbagliato che il M5S mantiene al riguardo del tema del lavoro (approccio sbagliato che però è stato alla base di buona parte delle sue fortune elettorali), la tensione che dai più diversi settori sociali viene proprio in direzione del “reddito di cittadinanza” è indicativo del clima culturale che si respira in ampie parti del Paese, a dimostrazione anche (come fattore non secondario) del permanere di una profonda spaccatura sul piano geografico.
Quasi un’Italia ridotta, dalle “tre società” di Bagnasco, a una suddivisione “duale”, con la sparizione del centro assorbito dal Nord nella modificazione profonda del modello di sviluppo avvenuta nel corso degli ultimi 20 anni (i risultati elettorali di Emilia e Toscana non si sono verificati a caso).
La Lega dal canto suo, nonostante le iniezioni di sovranismo nazionalista, rimane Partito incentrato sul Nord, dove governa le due regioni fondamentali come Lombardia e Veneto, con in più la Liguria, regione nella quale esercita una forte azione di vera e propria “trazione” al limite dell’egemonia, in particolare rispetto al rapporto tra Regione e Comune di Genova.
Riferirsi al Nord significa rapportarsi a un certo tipo di borghesia produttiva sulla base dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo.
Una borghesia per la quale è determinante il cosiddetto “vincolo esterno”, fattore decisivo per l’orientamento della produzione soprattutto verso l’export (da qui, tra le altre cose, nasce anche l’ostilità all’euro).
Sistemato l’incoraggiamento che la Lega rivolge all’evasione fiscale (mentre la flat–tax dovrà attendere tempi migliori) i punti decisivi sui quali la stessa Lega dovrà incentrare la sua azione di governo (svolta finora in funzione egemonica) riguardano la ristrutturazione che si sta verificando a livello europeo in coincidenza con l’esprimersi di un nuovo quadro globale (dazi, denuncia dei trattati commerciali, “shopping” cinese: perché su questo punto si risolverà la nuova “via della seta”).
Una situazione che sta portando a uno spostamento d’asse verso Est con un diverso ruolo della Germania rispetto al progetto dell’Europa carolingia.
Alla fine agitato lo spettro dell’uomo nero, l’utilizzo del tema dei migranti non si discosterà molto nella visione leghista in funzione di un nuovo “esercito di riserva” al fine di disporre di manodopera a basso costo (come tradizionalmente avvenuto nelle ferriere bresciane o nelle concerie vicentine).
Da tener conto, ai fini di un necessario compimento d’analisi, come risulti ben più solido l’insediamento leghista, sia sul piano sociale sia elettorale; mentre l’area elettorale che ha votato 5 stelle appare sottoposta a più rapidi processi di vero e proprio smottamento in un quadro di accresciuta volatilità del voto.
Le possibilità di un ulteriore riallineamento del sistema politico italiano sono quindi legate all’emergere di un confronto attorno ai temi proposti dai due differenti vincoli di riferimento al riguardo delle due formazioni di governo.
Se si arriverà a questo confronto ci troveremo di fronte ad un inedito schema bipolare, che non conterebbe più la previsione del dualismo destra/sinistra.
In caso diverso si proporrà una fase non breve di comunanza al governo e di formazione, com’è già stato accennato, di un quadro di tipo consociativo.
In un modo o nell’altro l’eventuale volontà di opposizione e la formazione di una soggettività politica che la rappresenti, sul versante di sinistra, non potrà che avviarsi analizzando con attenzione le priorità sociali emergenti (in specifico nel mondo del lavoro e nei settori che proprio dal mondo del lavoro risultano emarginati) e le possibilità di collegamento con le forze più radicalmente progressiste sul piano europeo, avviando da subito una verifica di possibilità attorno alla prospettiva di una presentazione comune nelle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nella primavera del 2019.
Da sinistra è il caso di valutare una possibilità di ripresa partendo dalla condizione materiale di lavoratrici e lavoratori posta in relazione al fenomeno dell’allargarsi dello sfruttamento collettivo e individuale e della marginalizzazione che ha caratterizzato decisamente la fase apertasi dal 2007 in avanti, con l’innesto dei fenomeni migratori resisi particolarmente evidenti nei primi quindici anni del nuovo secolo.
Concludendo con una battuta servirebbe, a sinistra, un maggiore attenzione al fenomeno emergente della “proletarizzazione collettiva”.
Fonte
19/01/2017
D’Errico (Unicobas): il Governo vuole stravolgere lo stato giuridico
Sulla scelta del Governo di scorporare la delega per la riscrittura del testo unico sulla scuola per tentare la strada parlamentare mancano ancora commenti e prese di posizione, forse perchè la rilevanza del tema non è ancora del tutto chiara.
Sul punto abbiamo raccolto l'opinione di Stefano d'Errico, segretario nazionale Unicobas, che, già poche ore dopo l'approvazione degli 8 decreti, aveva iniziato a parlare di un possibile sciopero di tutto il sindacalismo di base.
"Modificare il testo unico attraverso una legge anziché mediante un decreto legislativo è un fatto grave – esordisce d'Errico – procedendo per decreto il Governo non avrebbe avuto la possibilità di stravolgere più di tanto gli assi portanti del testo unico del 1994 (stato giuridico del personale e organi collegiali): procedendo per via legislativa il Governo avrà mano libera e potrà accentuare ancora di più la posizione impiegatizia dei docenti"
"Ed è proprio per questo – prosegue d'Errico – che i sindacati del comparto non hanno nulla da ridire su questo operazione, visto che sono stati proprio loro a voler confinare i docenti nella contrattazione di diritto privato"
Si spieghi meglio
"Non da oggi – chiarisce d'Errico – sosteniamo che i docenti italiani continueranno a rimanere ancora dentro la gabbia di una concezione impiegatizia della professione fino a quando la scuola non uscirà dalle pastoie del decreto 29 del 1993 sulla privatizzazione del rapporto di lavoro di pubblico impiego".
"D'altra parte – aggiunge il segretario Unicobas – non ci convince per nulla il fatto che possa bastare la cancellazione della legge 107 e la presentazione di una legge di iniziativa popolare per poter cambiare direzione: ovviamente questo è il punto di partenza, ma da solo non basta. La scuola non può continuare ad essere considerata un servizio pubblico come gli altri, gli studenti non possono essere considerati utenti e i docenti non possono essere trattati come impiegati".
Insomma ci vorrebbe una inversione a U...
"Esattamente – conclude Stefano d'Errico – per ottenere questo risultato bisogna cambiare le regole sulla rappresentanza sindacale che sono quanto di più antidemocratico si possa pensare. Oggi per sedere al tavolo delle trattative bisogna avere almeno un 5% di rappresentatività, calcolata come media fra deleghe sindacali e voti ottenuti alle elezioni per le RSU. Ma per avere più RSU bisognerebbe poter fare assemblee nelle scuole in modo da far conoscere proposte e programmi. Peccato che se non sei rappresentativo a livello nazionale non puoi fare assemblee nelle scuole.
Con le regole attuali non si possono fare liste nazionali in modo da raccogliere voti in tutte le scuole: si possono prendere voti solo a condizione di aver candidati in ciascuna scuola. E' come se un piccolo partito potesse presentarsi alle elezioni politiche solo se avesse candidati in ciascun seggio elettorale.
Sembra un nonsense logico, ma è la realtà: è la legge voluta da Governo e sindacati del comparto a sostegno di logiche consociativa di cui ben conosciamo gli esiti".
Fonte
Sul punto abbiamo raccolto l'opinione di Stefano d'Errico, segretario nazionale Unicobas, che, già poche ore dopo l'approvazione degli 8 decreti, aveva iniziato a parlare di un possibile sciopero di tutto il sindacalismo di base.
"Modificare il testo unico attraverso una legge anziché mediante un decreto legislativo è un fatto grave – esordisce d'Errico – procedendo per decreto il Governo non avrebbe avuto la possibilità di stravolgere più di tanto gli assi portanti del testo unico del 1994 (stato giuridico del personale e organi collegiali): procedendo per via legislativa il Governo avrà mano libera e potrà accentuare ancora di più la posizione impiegatizia dei docenti"
"Ed è proprio per questo – prosegue d'Errico – che i sindacati del comparto non hanno nulla da ridire su questo operazione, visto che sono stati proprio loro a voler confinare i docenti nella contrattazione di diritto privato"
Si spieghi meglio
"Non da oggi – chiarisce d'Errico – sosteniamo che i docenti italiani continueranno a rimanere ancora dentro la gabbia di una concezione impiegatizia della professione fino a quando la scuola non uscirà dalle pastoie del decreto 29 del 1993 sulla privatizzazione del rapporto di lavoro di pubblico impiego".
"D'altra parte – aggiunge il segretario Unicobas – non ci convince per nulla il fatto che possa bastare la cancellazione della legge 107 e la presentazione di una legge di iniziativa popolare per poter cambiare direzione: ovviamente questo è il punto di partenza, ma da solo non basta. La scuola non può continuare ad essere considerata un servizio pubblico come gli altri, gli studenti non possono essere considerati utenti e i docenti non possono essere trattati come impiegati".
Insomma ci vorrebbe una inversione a U...
"Esattamente – conclude Stefano d'Errico – per ottenere questo risultato bisogna cambiare le regole sulla rappresentanza sindacale che sono quanto di più antidemocratico si possa pensare. Oggi per sedere al tavolo delle trattative bisogna avere almeno un 5% di rappresentatività, calcolata come media fra deleghe sindacali e voti ottenuti alle elezioni per le RSU. Ma per avere più RSU bisognerebbe poter fare assemblee nelle scuole in modo da far conoscere proposte e programmi. Peccato che se non sei rappresentativo a livello nazionale non puoi fare assemblee nelle scuole.
Con le regole attuali non si possono fare liste nazionali in modo da raccogliere voti in tutte le scuole: si possono prendere voti solo a condizione di aver candidati in ciascuna scuola. E' come se un piccolo partito potesse presentarsi alle elezioni politiche solo se avesse candidati in ciascun seggio elettorale.
Sembra un nonsense logico, ma è la realtà: è la legge voluta da Governo e sindacati del comparto a sostegno di logiche consociativa di cui ben conosciamo gli esiti".
Fonte
03/01/2015
1996. Napolitano, un "non nemico" al Viminale
Un documento straordinario, di quelli che bisognerebbe incorniciare e tenere sempre a portata di mano. Per chi era in buonafede convinto che il “grande Partito Comunista di Togliatti-Longo-Berlinguer” (e via degradando...) fosse davvero un problema sia per il capitalismo che per il sistema politico nazionale.
Si tratta di un'intervista a Federico Umberto D'Amato, il capo della polizia politica italiana ai tempi di Piazza Fontana (allora Ufficio Affari Riservati), fascista d'antàn e tessitore di trame reazionarie come pochi altri, nel cui nome ci si imbatte in ogni inchiesta e depistaggio sulle stragi di stato. Anche l'intervistatore merita una menzione: Giuseppe D'Avanzo, grande firma di Repubblica, scomparso mentre si teneva in forma andando in bicicletta, per un banalissimo infarto, uomo con entrature privilegate ai vertici della polizia e dei “servizi”.
Da buon fascista di palazzo, D'Amato s'era riciclato democristiano. Anche lui travolto da Tangentopoli? Ma che scherziamo! Certa gente muore davvero solo davanti a un plotone d'esecuzione rivoluzionario (se si tengono gli occhi molto aperti)... E l'amico D'Avanzo lo stuzzica andando a intervistarlo, da neo-pensionato mai davvero fuori dai giochi, sulla nomina di tale Giorgio Napolitano, ex “dirigente comunista”, a ministro dell'Interno.
Noi ci limitiamo a riproporre l'intervista, datata 19 maggio 1996. Ricordando ai lettori di fare attenzione a due cose. Una, esplicita, è il giudizio entusiastico del vecchio piduista – ah, già! non si era fatta mancare neanche questa onoreficienza, oltre alla medaglia ricevuta dalla CIA (la Bronze Star) – per il suo “candidato numero uno” alla poltrona di ministro di polizia. La seconda, molto meno evidente: qualcuno ha notizia di un solo documento sui “servizi deviati” uscito dagli archivi durante il triennio di Re Giorgio al Viminale? No, eh? Per noi è sufficiente questo “dettaglio”, per non voler mai più sentir parlare di “servizi deviati”. Al contrario, ci sembrano abbastanza rettilenei...
Dite che certi passaggi di questa intervista non gettano una buona luce sul fu Pci? Che ne esce un'idea non proprio nobile del "consociativismo" solo ora dichiarato sepolto? Basta non nutrire alcuna nostalgia...
di GIUSEPPE D' AVANZO
ROMA - "Glielo dico in un orecchio: Napolitano era il mio candidato unico". Federico Umberto D'Amato si versa un altro bicchiere di Chardonnay, accarezza il suo silenzioso yorkshire che si chiama Flic, dà fuoco all'ottava Philip Morris in un'ora. "Ho una grande stima di lui, è un uomo freddo, freddo al punto giusto per poter fare il ministro dell'Interno".
L'hanno chiamato in molti modi, D'Amato. Il Grande Fascicolatore, il Re degli Spioni, l'Uomo Nero dell'ufficio Affari Riservati del Viminale. C' è molto di esagerato e qualcosa di vero in queste definizioni. Di vero c'è che il prefetto Federico Umberto D'Amato, nonostante il vestito di flic gastronome che si è cucito poi addosso, si porta sulle spalle di pensionato di 78 anni un fardello di storie inconfessabili che vanno dal Sifar a Roberto Calvi transitando per golpe Borghese, Gelli, P2. Per poco meno di 40, è stato l'ascoltatissimo consigliere di governi e ministri. Per decenni, è stato indicato dal Pci come l'uomo che spiava i comunisti per conto degli americani.
E ora che un ex-comunista s'è insediato nel suo Viminale, come la mettiamo?
"Che vuole che faccia? Mi metto a sedere e vedo che succede. I governi passano e i capi divisione restano".
Tutto cambi perché nulla cambi?
"Bello mio, ma è già tutto cambiato. Veramente pensi che i poliziotti abbiano ancora paura dei comunisti? La paura dei comunisti è un sentimento scomparso da tempo al Viminale, e ben prima che crollasse quel benedetto Muro".
Prefetto, mica vorrà dire che non ha mai spiato i comunisti?
"Certo, che li ho spiati. Era il mio mestiere, ho diretto l' ufficio speciale della Nato".
Anche Napolitano, ha spiato?
"Era il mio mestiere".
Lavoro illegittimo?
"Era tutto legittimo. Eravamo nell'immediato dopoguerra, 1947 o 1948. Io stavo allora all'ufficio politico della Questura e tenevo d'occhio quei giovanotti, Negarville, Reale, Napolitano...".
Ma quell'"attenzione" è andata oltre il dopoguerra...
"Sicuro che è continuata. Venne la 'guerra fredda' e nacque il 'Casellario politico centrale' dove venivano raccolte le schede degli uomini 'più attivi e pericolosi' della sinistra e della destra. C'era anche Napolitano, anche lui ebbe diritto alla sua brava scheda".
Insomma, schedavate i comunisti?
"Non è una novità, figlio mio. Era tutto fatto all'acqua di rose, però. Si diceva al commissario di Ps: tal dei tali abita nel tuo quartiere, dategli un'occhiata di tanto in tanto e se cambia domicilio, segnalate a questa autorità".
Tutto qui?
"Gesù, ma allora tu non hai capito che questa è stata una Repubblica fondata non sul lavoro, come dice la Costituzione, ma su una paura tutta da ridere. I borghesi tremavano come foglioline al pensiero dei cosacchi in piazza San Pietro. I comunisti avevano paura dello Stato che immaginavano repressivo, occhiuto, efficiente. Invece, quello era uno Stato sfessato e quella paura faceva felici e ricchi soltanto i ciarlatani, i magliari, i venditori di fumo. Qualcuno si è seduto anche al Viminale".
Chi?
"Tambroni, ad esempio. Il peggior ministro dell'Interno che ho conosciuto. Era un provincialotto, si sistemò al Viminale e perse la testa. Strinse legami pericolosi e illeciti con settori della Cia".
Che cosa fece?
"Si accordò con uno della Cia che veniva da Trieste e insieme crearono un nucleo investigativo speciale - un gruppo di irregolari, soprattutto italo-americani - che si piazzò dentro il Viminale con a capo un questore. Con le notizie raccolte da questi sciamannati, Tambroni si presentava in Parlamento a raccontare risibili storie sui 'propositi rivoluzionari' del Pci. Ma, in fondo, il Pci era il falso bersaglio".
Quello vero qual era?
"I veri avversari di Tambroni non erano i comunisti, ma i suoi amici democristiani. Il 'nucleo speciale' gli serviva per controllare la vita privata dei suoi nemici politici, e incastrarli. Poi, li chiamava nel suo studio, apriva il cassetto della scrivania e diceva: 'Amico mio, se io apro questo cassetto...' ".
E che aveva nel cassetto?
"Praticamente niente, ma la tattica funzionava perché ognuno di noi si porta dietro la sua ombra".
Tambroni è stato un pessimo ministro. E gli altri?
"Ce ne sono stati di ottimi. Ottimo è stato Romita, straordinari Scelba, Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga".
Scalfaro non è nel novero?
"Non mi pronuncio su Scalfaro, altrimenti quest'intervista diventa un guaio".
E i peggiori?
"Gesù, Gava! Lo vedi che mi mancano i capelli. Mi caddero quando Antonio Gava divenne ministro dell'Interno. Avevo appena smesso i calzoni corti e già mio padre - Federico, questore - diceva che erano mariuoli".
E i capi della polizia?
"Ce ne sono stati di ottimi. Carcaterra, Vicari, Zanda, Meneghini, Parlato, Coronas. Gente che non ha mai fatto un intrallazzo, semmai gli intrallazzi se li facevano i ministri, da soli".
Vincenzo Parisi non è nella schiera?
"Soltanto perché ho 78 anni. L'ho dimenticato. Un grandissimo capo della polizia. Soltanto un imbecille come Maroni poteva liquidarlo in quel modo facendogli venire l'infarto fatale".
Se dovesse dare un consiglio a Napolitano, che cosa gli direbbe?
"Gli direi innanzi tutto: signor ministro, io so che lei non ha mai creduto a quella sciocca paura che ha diviso l' Italia per cinquant'anni. Anche per questo, io so che lei sarà un buon ministro dell'Interno. Le posso dare due consigli. Come diceva Talleyrand ai suoi direttori generali, anche lei deve rispettare la regola et surtout pas trop de zéle, mai troppo zelo. La sua poltrona ha il difettuccio che chi ci arriva può credersi un padreterno. E' uno di quegli incarichi che producono deliri paranoici, soprattutto una pericolosa mania di grandezza. Quindi, niente zelo, onorevole ministro!".
E il secondo consiglio?
"Mai mangiare al ministero. La cucina dei ministeri, e anche di Palazzo Chigi, è abominevole".
Un'ultima domanda. Che c' era in quelle schede intestate a Napolitano?
"Guagliò, ma tu sei scemo! Se lo dico nella tua intervista, che cosa ci metto nel mio libro di memorie?".
Fonte
Si tratta di un'intervista a Federico Umberto D'Amato, il capo della polizia politica italiana ai tempi di Piazza Fontana (allora Ufficio Affari Riservati), fascista d'antàn e tessitore di trame reazionarie come pochi altri, nel cui nome ci si imbatte in ogni inchiesta e depistaggio sulle stragi di stato. Anche l'intervistatore merita una menzione: Giuseppe D'Avanzo, grande firma di Repubblica, scomparso mentre si teneva in forma andando in bicicletta, per un banalissimo infarto, uomo con entrature privilegate ai vertici della polizia e dei “servizi”.
Da buon fascista di palazzo, D'Amato s'era riciclato democristiano. Anche lui travolto da Tangentopoli? Ma che scherziamo! Certa gente muore davvero solo davanti a un plotone d'esecuzione rivoluzionario (se si tengono gli occhi molto aperti)... E l'amico D'Avanzo lo stuzzica andando a intervistarlo, da neo-pensionato mai davvero fuori dai giochi, sulla nomina di tale Giorgio Napolitano, ex “dirigente comunista”, a ministro dell'Interno.
Noi ci limitiamo a riproporre l'intervista, datata 19 maggio 1996. Ricordando ai lettori di fare attenzione a due cose. Una, esplicita, è il giudizio entusiastico del vecchio piduista – ah, già! non si era fatta mancare neanche questa onoreficienza, oltre alla medaglia ricevuta dalla CIA (la Bronze Star) – per il suo “candidato numero uno” alla poltrona di ministro di polizia. La seconda, molto meno evidente: qualcuno ha notizia di un solo documento sui “servizi deviati” uscito dagli archivi durante il triennio di Re Giorgio al Viminale? No, eh? Per noi è sufficiente questo “dettaglio”, per non voler mai più sentir parlare di “servizi deviati”. Al contrario, ci sembrano abbastanza rettilenei...
Dite che certi passaggi di questa intervista non gettano una buona luce sul fu Pci? Che ne esce un'idea non proprio nobile del "consociativismo" solo ora dichiarato sepolto? Basta non nutrire alcuna nostalgia...
*****
di GIUSEPPE D' AVANZO
ROMA - "Glielo dico in un orecchio: Napolitano era il mio candidato unico". Federico Umberto D'Amato si versa un altro bicchiere di Chardonnay, accarezza il suo silenzioso yorkshire che si chiama Flic, dà fuoco all'ottava Philip Morris in un'ora. "Ho una grande stima di lui, è un uomo freddo, freddo al punto giusto per poter fare il ministro dell'Interno".
L'hanno chiamato in molti modi, D'Amato. Il Grande Fascicolatore, il Re degli Spioni, l'Uomo Nero dell'ufficio Affari Riservati del Viminale. C' è molto di esagerato e qualcosa di vero in queste definizioni. Di vero c'è che il prefetto Federico Umberto D'Amato, nonostante il vestito di flic gastronome che si è cucito poi addosso, si porta sulle spalle di pensionato di 78 anni un fardello di storie inconfessabili che vanno dal Sifar a Roberto Calvi transitando per golpe Borghese, Gelli, P2. Per poco meno di 40, è stato l'ascoltatissimo consigliere di governi e ministri. Per decenni, è stato indicato dal Pci come l'uomo che spiava i comunisti per conto degli americani.
E ora che un ex-comunista s'è insediato nel suo Viminale, come la mettiamo?
"Che vuole che faccia? Mi metto a sedere e vedo che succede. I governi passano e i capi divisione restano".
Tutto cambi perché nulla cambi?
"Bello mio, ma è già tutto cambiato. Veramente pensi che i poliziotti abbiano ancora paura dei comunisti? La paura dei comunisti è un sentimento scomparso da tempo al Viminale, e ben prima che crollasse quel benedetto Muro".
Prefetto, mica vorrà dire che non ha mai spiato i comunisti?
"Certo, che li ho spiati. Era il mio mestiere, ho diretto l' ufficio speciale della Nato".
Anche Napolitano, ha spiato?
"Era il mio mestiere".
Lavoro illegittimo?
"Era tutto legittimo. Eravamo nell'immediato dopoguerra, 1947 o 1948. Io stavo allora all'ufficio politico della Questura e tenevo d'occhio quei giovanotti, Negarville, Reale, Napolitano...".
Ma quell'"attenzione" è andata oltre il dopoguerra...
"Sicuro che è continuata. Venne la 'guerra fredda' e nacque il 'Casellario politico centrale' dove venivano raccolte le schede degli uomini 'più attivi e pericolosi' della sinistra e della destra. C'era anche Napolitano, anche lui ebbe diritto alla sua brava scheda".
Insomma, schedavate i comunisti?
"Non è una novità, figlio mio. Era tutto fatto all'acqua di rose, però. Si diceva al commissario di Ps: tal dei tali abita nel tuo quartiere, dategli un'occhiata di tanto in tanto e se cambia domicilio, segnalate a questa autorità".
Tutto qui?
"Gesù, ma allora tu non hai capito che questa è stata una Repubblica fondata non sul lavoro, come dice la Costituzione, ma su una paura tutta da ridere. I borghesi tremavano come foglioline al pensiero dei cosacchi in piazza San Pietro. I comunisti avevano paura dello Stato che immaginavano repressivo, occhiuto, efficiente. Invece, quello era uno Stato sfessato e quella paura faceva felici e ricchi soltanto i ciarlatani, i magliari, i venditori di fumo. Qualcuno si è seduto anche al Viminale".
Chi?
"Tambroni, ad esempio. Il peggior ministro dell'Interno che ho conosciuto. Era un provincialotto, si sistemò al Viminale e perse la testa. Strinse legami pericolosi e illeciti con settori della Cia".
Che cosa fece?
"Si accordò con uno della Cia che veniva da Trieste e insieme crearono un nucleo investigativo speciale - un gruppo di irregolari, soprattutto italo-americani - che si piazzò dentro il Viminale con a capo un questore. Con le notizie raccolte da questi sciamannati, Tambroni si presentava in Parlamento a raccontare risibili storie sui 'propositi rivoluzionari' del Pci. Ma, in fondo, il Pci era il falso bersaglio".
Quello vero qual era?
"I veri avversari di Tambroni non erano i comunisti, ma i suoi amici democristiani. Il 'nucleo speciale' gli serviva per controllare la vita privata dei suoi nemici politici, e incastrarli. Poi, li chiamava nel suo studio, apriva il cassetto della scrivania e diceva: 'Amico mio, se io apro questo cassetto...' ".
E che aveva nel cassetto?
"Praticamente niente, ma la tattica funzionava perché ognuno di noi si porta dietro la sua ombra".
Tambroni è stato un pessimo ministro. E gli altri?
"Ce ne sono stati di ottimi. Ottimo è stato Romita, straordinari Scelba, Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga".
Scalfaro non è nel novero?
"Non mi pronuncio su Scalfaro, altrimenti quest'intervista diventa un guaio".
E i peggiori?
"Gesù, Gava! Lo vedi che mi mancano i capelli. Mi caddero quando Antonio Gava divenne ministro dell'Interno. Avevo appena smesso i calzoni corti e già mio padre - Federico, questore - diceva che erano mariuoli".
E i capi della polizia?
"Ce ne sono stati di ottimi. Carcaterra, Vicari, Zanda, Meneghini, Parlato, Coronas. Gente che non ha mai fatto un intrallazzo, semmai gli intrallazzi se li facevano i ministri, da soli".
Vincenzo Parisi non è nella schiera?
"Soltanto perché ho 78 anni. L'ho dimenticato. Un grandissimo capo della polizia. Soltanto un imbecille come Maroni poteva liquidarlo in quel modo facendogli venire l'infarto fatale".
Se dovesse dare un consiglio a Napolitano, che cosa gli direbbe?
"Gli direi innanzi tutto: signor ministro, io so che lei non ha mai creduto a quella sciocca paura che ha diviso l' Italia per cinquant'anni. Anche per questo, io so che lei sarà un buon ministro dell'Interno. Le posso dare due consigli. Come diceva Talleyrand ai suoi direttori generali, anche lei deve rispettare la regola et surtout pas trop de zéle, mai troppo zelo. La sua poltrona ha il difettuccio che chi ci arriva può credersi un padreterno. E' uno di quegli incarichi che producono deliri paranoici, soprattutto una pericolosa mania di grandezza. Quindi, niente zelo, onorevole ministro!".
E il secondo consiglio?
"Mai mangiare al ministero. La cucina dei ministeri, e anche di Palazzo Chigi, è abominevole".
Un'ultima domanda. Che c' era in quelle schede intestate a Napolitano?
"Guagliò, ma tu sei scemo! Se lo dico nella tua intervista, che cosa ci metto nel mio libro di memorie?".
Fonte
09/05/2013
Consociativismo e think tank, il potere all’ombra di Enrico Letta
Enrico Letta, classe 1966, nonostante ciò considerato un giovane nella politica italiana, è nipote di Gianni Letta, il braccio destro di Berlusconi, il suo plenipotenziario. Cattolico, nutrito di cultura imprenditoriale, da sempre vicino al mondo confindustriale, vice presidente di Aspen istitute Italia dal 2003 (sorto in Colorado nel 1950 ha la sua sede centrale a Washington ed è finanziato dalla Carnegie Corporation, la Rockefeller Brothers Fund e la Ford Foundation), è membro del club Bilderberg assieme allo zio Gianni e fa parte della stessa Commissione Trilaterale. Insomma non si è fatto mancare nulla: uomo di relazioni, la sua agenda è ben fornita. Collocato da tempo in tutti i posti che contano, quelle necessarie camere di compensazione situate nelle retrovie dove le élites occidentali si incontrano riservatamente, anticipano strategie, elaborano accordi, creano un tessuto di relazioni e conoscenze dirette necessario alla gestione delle politiche, le governances, del capitalismo attuale. Enrico Letta ha l’aria di uno di quelli che ci stava già da piccolo, tanto si muove a suo agio in questo mondo felpato.
Ma c’è qualcosa di più che forse bisogna conoscere per capire meglio alcuni dei passaggi politici realizzati in questi ultimi giorni da questo grande tessitore della tela consociativa italiana, di quel «consociativismo bipolare» come lo definisce Mauro Fotia nel suo, Il consociativismo infinito, Dedalo edizioni 2011 (un testo che andrebbe riletto alla luce di quanto è accaduto dal varo del «governo dei tecnici» guidato da Mario Monti alla nascita di questo esecutivo di «grande coalizione»).
Enrico Letta è anche l’ispiratore di un think tank bipartisan, “veDrò”, una specie di laboratorio per le elités, «nato – così recita la homepage del sito – per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori, ma possibili, per il nostro Paese. Sulla scena dal 2005, la nostra è una rete di scambio di conoscenza formata da più di 4.000 persone: professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo».
Leggete questi due interessanti articoli che seguono, sono illuminanti.
VeDrò, il potere all’ombra di Enrico Letta
di Stefano Feltri
Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2012
Enrico
Letta ha soprattutto una funzione rassicurante: se il centrosinistra
dovesse vincere le elezioni, legge elettorale permettendo, un pezzo del
capitalismo italiano avrebbe qualcuno con cui parlare. Qualcuno che non
propone patrimoniali e che non parla solo di cassintegrati e sindacati,
tipo Stefano Fassina, il responsabile economico del partito. La
convention estiva di Letta, VeDrò (che si svolge appunto a Dro, a
Trento) è sempre un’anticamera dell’anno economico-politico che si
riapre a settembre dopo le vacanze. Qui, tra un cocktail a bordo lago
(di Garda) e un pranzo veloce nel prato della ex centrale elettrica di
Fies, si è costruito parte del progetto di Matteo Renzi, sempre qui
Corrado Passera, due anni fa, ha mosso i primi passi verso il governo.
Finanza, comunicazione e politica si incontrano in questo salotto estivo
(lobby, corrente, festa dell’unità fighetta, le definizioni che
circolano sono molte) per tenere i rapporti con il centrosinistra, Letta
è padrone di casa discreto, garante di quel clima trasversale
rappresentato dalla coppia di “vedroidi” più fotografata, Nunzia De
Girolamo (Pdl) e Francesco Boccia (Pd).
Tema di quest’anno sono i supereroi americani, con l’idea che servono superpoteri per salvare l’Italia e l’Europa. “Se sono super è anche merito dei miei partner”, esulta un Superman su una scheda fornita ai partecipanti (sul petto ha le virgolette simbolo di VeDrò). I partner sono poi gli sponsor, quelli che finanziano l’iniziativa, pagata anche dalle quote degli iscritti, da 150 a 300 euro più l’albergo. I tre “partner” principali sono Eni, Enel e Telecom. Come usa nei grandi raduni italiani, pagare una fiche garantisce in cambio visibilità sul palco dell’evento. Lo scorso anno Paolo Scaroni, capo dell’Eni, si era prodotto in un monologo.
Quest’anno tocca a Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel da poco diventato anche uno degli esponenti più forti della nuova giunta di Confindustria, di cui dirige il centro studi. L’intervista sentimentale è condotta da Antonello Piroso, l’ex direttore del Tg La7 che nel 2011 a VeDrò discuteva con Fedele Confalonieri di musica classica. Conti celebra la propria parabola di self made man, da “cascherino” (garzone del fornaio) a top manager. E soltanto da un palco come quello di VeDrò si possono dire cose tipo “quello di Fukushima non è stato un incidente nucleare in senso stretto” (vero, c’è stato lo tsunami, prima) e “il nucleare non è una disgrazia” senza rischiare fischi. Visti i tempi, Conti coglie l’occasione per ricordare un paio di volte come le decisioni importanti le ha spesso discusse con “Pier Luigi” (che sarebbe Bersani, aspirante premier).
L’Enel è ovunque a VeDrò: Conti sul palco, le macchine elettriche nel parcheggio, uno stand ben visibile nel cortile, funzionari di vario grado nei gruppi di lavoro in cui si suddividono i “vedroidi” nel pomeriggio. Poi c’è Telecom Italia, il presidente Franco Bernabè è al suo debutto a VeDrò, nel suo monologo non parla di telefoni e banda larga ma di innovazione, dice tra l’altro che più che i cambiamenti tecnologici servono quelli organizzativi, “a Telecom se usassimo tutto il potenziale della tecnologia a disposizione dovremmo ridurre drammaticamente il personale impiegatizio”. Brividini di piacere tra i liberisti in platea. Il potere economico vedroide è soprattutto pubblico e parapubblico, con tutte le zone grigie intermedie, per cui è facile trovare un anno qualcuno in una grossa azienda, l’anno dopo al ministero, quello successivo magari in proprio come consulente. Ma c’è anche tanta finanza, ci sono venture capitalist che nelle pause caffè discutono di potenziali investimenti. C’è una folta colonia londinese di banchieri, di cui ha fatto parte a lungo anche Ivan Scalfarotto (vicepresidente del Pd), pure lui vedroide. Sono banchieri democratici, nel senso che da Londra seguono il Pd (più Matteo Renzi che Letta, a dire il vero). E a sancire questa rilevanza finanziaria, ieri, doveva esserci un grande dibattito tra i capi italiani delle tre principali agenzie di rating. Si è presentato soltanto Alessandro Settepani, di Fitch, intervistato da un altro storico vedroide Oscar Giannino. Settempani però non si sbilancia troppo sui destini dell’Italia: “L’ultima volta che ho fatto una dichiarazione mi è arrivato un avviso di garanzia”, dice ricordando l’inchiesta della Procura di Trani sulle comunicazioni dei rating sull’Italia.
Il potere economico vedroide non pare troppo preoccupato dalla fine dell’esperienza tecnica di Mario Monti. E neppure particolarmente inquieto sugli scenari futuri. Perché, in fondo, il senso di VeDrò è anche questo: assicurare ai partecipanti che, chiunque vinca, ci sarà sempre una rete trasversale di conoscenze e rapporti a garantire il business as usual.
Riparte VeDrò il think tank di Enrico Letta per raccontarci il leader del futuro
di Celestina Dominelli
Il Sole 24 Ore, 28 agosto 2010
Altrove, all’ombra dei palazzi della politica, il tema della leadership del centrosinistra e di come costruire un’alternativa convincente a Silvio Berlusconi sta conoscendo svariate declinazioni. E così i partiti dell’opposizione discettano a ogni pie’ sospinto di alleanze e primarie , di «un nuovo Ulivo» e di leggi elettorali . Ma c’è anche chi, molti chilometri più a Nord, nella centrale idroelettrica Fies di Dro (Trento), sul nodo delicatissimo del leader del futuro ha costruito una quattro giorni di lavoro intensivo. Un metodo diverso, per cominciare, che è ormai l’architrave rodata di VeDrò-L’Italia del futuro, il think thank bipartisan promosso da Enrico Letta e Giulia Bongiorno e presieduto da Benedetta Rizzo, e giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Una scelta, quella di delineare il percorso del leader del futuro, nata prima del dibattito delle ultime settimane. «In un sistema bipolare come il nostro il tema della leadership – spiega il vicesegretario del Pd, Enrico Letta – è diventato rilevante per l’opinione pubblica, poi l’attualità ha fatto il resto trasformandolo in un argomento caldissimo». Ma a suggerire la strada è stata soprattutto la crisi economica che, aggiunge Letta, «ha accresciuto il bisogno di leadership convincenti». Che il pensatoio bipartisan intende costruire con un dettagliatissimo percorso: 17 working group cui spetterà il compito di mettere a fuoco tutte le caratteristiche del futuro leader, dagli strumenti di comunicazione al programma, dalla personalità al rapporto con il territorio. Insomma, una road map accuratissima tenuta insieme da un fil rouge che è un po’ il motore di tutto il progetto: l’assenza di modelli rigidi di confronto e la libertà totale di espressione. Che Benedetta Rizzo, compagna d’avventura di Letta e presidente del think thank, sintetizza così. «A VeDrò tutti coloro che siedono attorno al tavolo hanno lo stesso diritto di parola». E dietro quel “tutti” c’è un panel molto ricco che racconta l’altra chiave del successo dell’appuntamento: il “taglio generazionale” (i partecipanti sono nati a partire dagli anni ’60) e la trasversalità politica, religiosa e culturale di chi arriverà in questo angolo di Trentino. Dall’amministratore delegato del Gruppo Intesa-San Paolo, Corrado Passera, a esponenti politici di entrambi gli schieramenti (i presidenti di Regione, Renata Polverini e Vito De Filippo, i sindaci di Firenze e Verona, il viceministro Adolfo Urso, ma anche molti parlamentari), da firme prestigiose del giornalismo a imprenditori (Anna Maria Artoni, Luisa Todini, Ivan Lo Bello) e a magistrati (Raffaele Cantone, Nicola Gratteri,Stefano Dambruoso). Tutti a discutere di come dovrà essere il leader del 2020. Per arrivare, attraverso i working group, a un identikit completo. Che sarà messo a confronto con i risultati del Rapporto VeDrò 2010, dal titolo assai suggestivo: “Italiano sarà lei. Gli italiani e la leadership». Così al lavoro prospettico dei gruppi si affiancherà la ricerca su un campione di cittadini che fornirà di nuovo l’aggancio con l’attualità. Ma di Pd e di alleanze qui non si parla. E Letta si prepara alla full immersion. «Quest’anno saremo in 600 – racconta – e abbiamo dovuto rimandare indietro molta gente. Quando partimmo eravamo la metà». Quel “quando” riporta indietro la lancetta al 2005 e a un Letta “folgorato” sulla via dell’Aspen Institute in Colorado. «Rimasi colpito dalle modalità del confronto e dall’informalità e tornando in Italia ho pensato a qualcosa che avesse lo stesso taglio». Così Dro, provincia di Trento, ha strizzato l’occhio agli States.
Fonte
E' giunto il tempo di prendere atto che il sistema politico e di potere americano ha raggiunto il totale sdoganamento anche in Italia. Si potrebbe dire che la P2 e Licio Gelli hanno vinto, almeno per ora.
Ma c’è qualcosa di più che forse bisogna conoscere per capire meglio alcuni dei passaggi politici realizzati in questi ultimi giorni da questo grande tessitore della tela consociativa italiana, di quel «consociativismo bipolare» come lo definisce Mauro Fotia nel suo, Il consociativismo infinito, Dedalo edizioni 2011 (un testo che andrebbe riletto alla luce di quanto è accaduto dal varo del «governo dei tecnici» guidato da Mario Monti alla nascita di questo esecutivo di «grande coalizione»).
Enrico Letta è anche l’ispiratore di un think tank bipartisan, “veDrò”, una specie di laboratorio per le elités, «nato – così recita la homepage del sito – per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori, ma possibili, per il nostro Paese. Sulla scena dal 2005, la nostra è una rete di scambio di conoscenza formata da più di 4.000 persone: professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo».
Leggete questi due interessanti articoli che seguono, sono illuminanti.
VeDrò, il potere all’ombra di Enrico Letta
di Stefano Feltri
Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2012
Enrico
Letta ha soprattutto una funzione rassicurante: se il centrosinistra
dovesse vincere le elezioni, legge elettorale permettendo, un pezzo del
capitalismo italiano avrebbe qualcuno con cui parlare. Qualcuno che non
propone patrimoniali e che non parla solo di cassintegrati e sindacati,
tipo Stefano Fassina, il responsabile economico del partito. La
convention estiva di Letta, VeDrò (che si svolge appunto a Dro, a
Trento) è sempre un’anticamera dell’anno economico-politico che si
riapre a settembre dopo le vacanze. Qui, tra un cocktail a bordo lago
(di Garda) e un pranzo veloce nel prato della ex centrale elettrica di
Fies, si è costruito parte del progetto di Matteo Renzi, sempre qui
Corrado Passera, due anni fa, ha mosso i primi passi verso il governo.
Finanza, comunicazione e politica si incontrano in questo salotto estivo
(lobby, corrente, festa dell’unità fighetta, le definizioni che
circolano sono molte) per tenere i rapporti con il centrosinistra, Letta
è padrone di casa discreto, garante di quel clima trasversale
rappresentato dalla coppia di “vedroidi” più fotografata, Nunzia De
Girolamo (Pdl) e Francesco Boccia (Pd).Tema di quest’anno sono i supereroi americani, con l’idea che servono superpoteri per salvare l’Italia e l’Europa. “Se sono super è anche merito dei miei partner”, esulta un Superman su una scheda fornita ai partecipanti (sul petto ha le virgolette simbolo di VeDrò). I partner sono poi gli sponsor, quelli che finanziano l’iniziativa, pagata anche dalle quote degli iscritti, da 150 a 300 euro più l’albergo. I tre “partner” principali sono Eni, Enel e Telecom. Come usa nei grandi raduni italiani, pagare una fiche garantisce in cambio visibilità sul palco dell’evento. Lo scorso anno Paolo Scaroni, capo dell’Eni, si era prodotto in un monologo.
Quest’anno tocca a Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel da poco diventato anche uno degli esponenti più forti della nuova giunta di Confindustria, di cui dirige il centro studi. L’intervista sentimentale è condotta da Antonello Piroso, l’ex direttore del Tg La7 che nel 2011 a VeDrò discuteva con Fedele Confalonieri di musica classica. Conti celebra la propria parabola di self made man, da “cascherino” (garzone del fornaio) a top manager. E soltanto da un palco come quello di VeDrò si possono dire cose tipo “quello di Fukushima non è stato un incidente nucleare in senso stretto” (vero, c’è stato lo tsunami, prima) e “il nucleare non è una disgrazia” senza rischiare fischi. Visti i tempi, Conti coglie l’occasione per ricordare un paio di volte come le decisioni importanti le ha spesso discusse con “Pier Luigi” (che sarebbe Bersani, aspirante premier).
L’Enel è ovunque a VeDrò: Conti sul palco, le macchine elettriche nel parcheggio, uno stand ben visibile nel cortile, funzionari di vario grado nei gruppi di lavoro in cui si suddividono i “vedroidi” nel pomeriggio. Poi c’è Telecom Italia, il presidente Franco Bernabè è al suo debutto a VeDrò, nel suo monologo non parla di telefoni e banda larga ma di innovazione, dice tra l’altro che più che i cambiamenti tecnologici servono quelli organizzativi, “a Telecom se usassimo tutto il potenziale della tecnologia a disposizione dovremmo ridurre drammaticamente il personale impiegatizio”. Brividini di piacere tra i liberisti in platea. Il potere economico vedroide è soprattutto pubblico e parapubblico, con tutte le zone grigie intermedie, per cui è facile trovare un anno qualcuno in una grossa azienda, l’anno dopo al ministero, quello successivo magari in proprio come consulente. Ma c’è anche tanta finanza, ci sono venture capitalist che nelle pause caffè discutono di potenziali investimenti. C’è una folta colonia londinese di banchieri, di cui ha fatto parte a lungo anche Ivan Scalfarotto (vicepresidente del Pd), pure lui vedroide. Sono banchieri democratici, nel senso che da Londra seguono il Pd (più Matteo Renzi che Letta, a dire il vero). E a sancire questa rilevanza finanziaria, ieri, doveva esserci un grande dibattito tra i capi italiani delle tre principali agenzie di rating. Si è presentato soltanto Alessandro Settepani, di Fitch, intervistato da un altro storico vedroide Oscar Giannino. Settempani però non si sbilancia troppo sui destini dell’Italia: “L’ultima volta che ho fatto una dichiarazione mi è arrivato un avviso di garanzia”, dice ricordando l’inchiesta della Procura di Trani sulle comunicazioni dei rating sull’Italia.
Il potere economico vedroide non pare troppo preoccupato dalla fine dell’esperienza tecnica di Mario Monti. E neppure particolarmente inquieto sugli scenari futuri. Perché, in fondo, il senso di VeDrò è anche questo: assicurare ai partecipanti che, chiunque vinca, ci sarà sempre una rete trasversale di conoscenze e rapporti a garantire il business as usual.
Riparte VeDrò il think tank di Enrico Letta per raccontarci il leader del futuro
di Celestina Dominelli
Il Sole 24 Ore, 28 agosto 2010
Altrove, all’ombra dei palazzi della politica, il tema della leadership del centrosinistra e di come costruire un’alternativa convincente a Silvio Berlusconi sta conoscendo svariate declinazioni. E così i partiti dell’opposizione discettano a ogni pie’ sospinto di alleanze e primarie , di «un nuovo Ulivo» e di leggi elettorali . Ma c’è anche chi, molti chilometri più a Nord, nella centrale idroelettrica Fies di Dro (Trento), sul nodo delicatissimo del leader del futuro ha costruito una quattro giorni di lavoro intensivo. Un metodo diverso, per cominciare, che è ormai l’architrave rodata di VeDrò-L’Italia del futuro, il think thank bipartisan promosso da Enrico Letta e Giulia Bongiorno e presieduto da Benedetta Rizzo, e giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Una scelta, quella di delineare il percorso del leader del futuro, nata prima del dibattito delle ultime settimane. «In un sistema bipolare come il nostro il tema della leadership – spiega il vicesegretario del Pd, Enrico Letta – è diventato rilevante per l’opinione pubblica, poi l’attualità ha fatto il resto trasformandolo in un argomento caldissimo». Ma a suggerire la strada è stata soprattutto la crisi economica che, aggiunge Letta, «ha accresciuto il bisogno di leadership convincenti». Che il pensatoio bipartisan intende costruire con un dettagliatissimo percorso: 17 working group cui spetterà il compito di mettere a fuoco tutte le caratteristiche del futuro leader, dagli strumenti di comunicazione al programma, dalla personalità al rapporto con il territorio. Insomma, una road map accuratissima tenuta insieme da un fil rouge che è un po’ il motore di tutto il progetto: l’assenza di modelli rigidi di confronto e la libertà totale di espressione. Che Benedetta Rizzo, compagna d’avventura di Letta e presidente del think thank, sintetizza così. «A VeDrò tutti coloro che siedono attorno al tavolo hanno lo stesso diritto di parola». E dietro quel “tutti” c’è un panel molto ricco che racconta l’altra chiave del successo dell’appuntamento: il “taglio generazionale” (i partecipanti sono nati a partire dagli anni ’60) e la trasversalità politica, religiosa e culturale di chi arriverà in questo angolo di Trentino. Dall’amministratore delegato del Gruppo Intesa-San Paolo, Corrado Passera, a esponenti politici di entrambi gli schieramenti (i presidenti di Regione, Renata Polverini e Vito De Filippo, i sindaci di Firenze e Verona, il viceministro Adolfo Urso, ma anche molti parlamentari), da firme prestigiose del giornalismo a imprenditori (Anna Maria Artoni, Luisa Todini, Ivan Lo Bello) e a magistrati (Raffaele Cantone, Nicola Gratteri,Stefano Dambruoso). Tutti a discutere di come dovrà essere il leader del 2020. Per arrivare, attraverso i working group, a un identikit completo. Che sarà messo a confronto con i risultati del Rapporto VeDrò 2010, dal titolo assai suggestivo: “Italiano sarà lei. Gli italiani e la leadership». Così al lavoro prospettico dei gruppi si affiancherà la ricerca su un campione di cittadini che fornirà di nuovo l’aggancio con l’attualità. Ma di Pd e di alleanze qui non si parla. E Letta si prepara alla full immersion. «Quest’anno saremo in 600 – racconta – e abbiamo dovuto rimandare indietro molta gente. Quando partimmo eravamo la metà». Quel “quando” riporta indietro la lancetta al 2005 e a un Letta “folgorato” sulla via dell’Aspen Institute in Colorado. «Rimasi colpito dalle modalità del confronto e dall’informalità e tornando in Italia ho pensato a qualcosa che avesse lo stesso taglio». Così Dro, provincia di Trento, ha strizzato l’occhio agli States.
Fonte
E' giunto il tempo di prendere atto che il sistema politico e di potere americano ha raggiunto il totale sdoganamento anche in Italia. Si potrebbe dire che la P2 e Licio Gelli hanno vinto, almeno per ora.
Iscriviti a:
Post (Atom)