Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2024

Spagna - Piovono cazzate

Diverse teorie cospirative sui social media spagnoli sono emerse dopo la terribile tempesta Dana, che ha devastato Valencia e fatto centinaia di vittime.

Alcune incolpano il Marocco ed il suo programma di Cloud Seeding: in sostanza, quella procedura che prevede la stimolazione di formazioni nuvolose troppo deboli da causare pioggia, in modo da spremerle un po’ prima che si disperdano. Una tecnica nota da anni, che produce qualche risultato a livello locale. Naturalmente, l’effetto massimo è ottenere da queste nuvole recalcitranti qualche limitata precipitazione sui luoghi sottostanti.

Cosa c’entra tutto questo con i disastri climatici a livello globale, dei quali il cataclisma di Valencia è l’ultimo episodio di una lunga serie?

È un bel misto cospirativo, condito con abbondante salsa di odio nazionalista/razzista e di avversione alle energie rinnovabili.

Tutto parte dal sito spagnolo “Maldito Clima”. Esatto: Clima Maledetto.

La teoria cospirativa sostiene che il Marocco “potrebbe essere coinvolto nella manipolazione del meteo attraverso tecnologie non comprovate come HAARP, presumibilmente per danneggiare l’agricoltura spagnola durante una stagione di raccolta chiave per arance e verdure”.

Dicono quelli del Maldito Clima: “Non si chiama DANA o Cold Drop. Si chiama GEOENGINEERING HAARP. E forse il Marocco c’entra qualcosa: lo fanno per rovinare i propri concorrenti nel bel mezzo della stagione delle arance e delle verdure. E, a proposito, per aiutare le grandi aziende ad acquisire terreni a basso costo per le energie rinnovabili”.

Oramai, questi personaggi li riconosciamo appena aprono bocca o scrivono mezza frase.

Facile da capire: si rimpolpa una bufala cospirativa (“HAARP geoingegnerizza il cambiamento climatico”) sbugiardata da tutti e da tempo, con l’avversione contro “gli arabi” (il razzismo in Spagna contro “i marocchini” è storia passata e disgustosa che ha origini Franchiste, ora è morta e sepolta, ma la destra neofascista e forcona cerca di riportarlo in vita) ed a buon peso contro le energie rinnovabili, altra bestia nera dei borghesi ignoranti di destra, che odiano essere costretti a rinunciare alle loro automobili a benzina.

Queste teorie cospirative sono spesso alimentate per questi poco nobili fini politici, oppure da coloro che cercano di trarre profitto diffondendo sensazionalismo online.

Se ci fosse una base reale per queste affermazioni, ci aspetteremmo dichiarazioni ufficiali dalle autorità spagnole o marocchine. Comprensibilmente, per evitare di finire impelagate in dispute inutili, e magari dannose, non commentano neppure.

Basta poi ricordarsi che né la Spagna né il Marocco possiedono le capacità satellitari per controllare i modelli meteorologici, nonostante abbiano solidi sistemi di monitoraggio, capacità di previsione avanzate e numerosi esperti che potrebbero rispondere ufficialmente o ufficiosamente, se necessario.

Ancora, ricordiamo che HAARP – un trasmettitore radio situato in Alaska utilizzato per studiare uno strato superiore dell’atmosfera (chiamato ionosfera) – non è in grado di manipolare il meteo, né tanto meno il clima.

La tempesta su Valencia, una delle più intense dell’ultimo secolo nella regione, si è verificata, come negli altri casi in passato, quando l’aria fredda soffia sulle calde acque del Mediterraneo. Ciò fa sì che l’aria più calda salga rapidamente, formando dense nubi cariche d’acqua che possono indugiare sulla stessa area per molte ore, aumentando il loro potenziale distruttivo.

I meteorologi affermano che l’evento può talvolta innescare grandi tempeste di grandine e tornado, come si è visto questa settimana. La Spagna orientale e meridionale sono particolarmente soggette a questo fenomeno a causa della loro posizione tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Masse d’aria calda e umida e fronti freddi convergono in una regione in cui le montagne facilitano la formazione di nubi temporalesche e forti piogge.

Anche il Marocco ha avuto piogge, anche se meno intense, ma comunque consistenti (e benefiche), in particolare nelle regioni settentrionali e occidentali dopo l’indebolimento di Dana, mentre le masse d’aria umida in movimento da nord hanno portato nevicate sulle cime delle montagne.

Fun fact. Poco prima della tempesta DANA, circolava un’altra teoria cospirativa che coinvolgeva un programma di inseminazione delle nuvole (Al Gaith) da parte del Marocco per concentrare le precipitazioni all’interno dei suoi confini, impedendo alle masse d’aria umida portatrici di pioggia di raggiungere la Spagna: i marocchini ci rubano la pioggia, insomma.

Anzi no, ce ne mandano troppa, dicono ora.

L’importante è trovare un nemico da odiare, al quale dare – in pura isteria – la colpa. Distogliendo l’attenzione dalle vere cause di questi disastri.

Un ultimo risvolto tragicomico; pur entrandoci come i cavoli a merenda, si sono buttati a pesce nella gazzarra anche i complottisti italiani. Abbondano foto di cieli a pecorelle su Valencia, “prova inequivocabile” che stimolare la pioggia in Marocco provoca cataclismi a Valencia: basta guardare il cielo per capire senza ombra di dubbio che, se non sono stati i marocchini, allora sono “senza dubbio” le scie chimiche: anzi, scie chimiche più cloud seeding, più probabilmente il fatto che a Valencia l’intera popolazione era vaccinata.

Contribuisco io pure con una foto che ritrae un cielo fortemente ingegnerizzato, evidentemente strapieno di scie chimiche. Non è però a Valencia, è fatta dal mio balcone di casa, a Torino, un bel tramonto sulle Alpi Occidentali, come riesco a vederne parecchi, da qui. Nessuno però finora mi aveva “illuminato”. Non avevo idea del pericolo che correvo: sarà meglio che domani esca portandomi l’ombrello.

Perché piovono ca**ate (in spagnolo, està lloviendo tonterias), meglio essere prudenti.

*****

Appendice tecnica di @Giuseppe Maria Amato

Immancabili!

Sono passate poche ore dalla tremenda notizia dell’alluvione che ha colpito Valencia e la costa mediterranea spagnola e, subito, lo sciacallaggio negazionista e complottista ha alzato il tiro.

Migliaia i post che accusano il cloud seeding e più in generale le “scie chimiche” per il cataclismatico nubifragio.

Ora, sapere che poche ore prima della pioggia venuta giù sulla sfortunata città iberica il cielo fosse “a pecorelle” non è sinonimo di alcuna manipolazione tecnocratica. I cirrocumuli, così si chiamano le “pecorelle”, non sono altro che una condizione particolare della nuvolosità tipicamente legata alle condizioni favorevoli alle precipitazioni piovose, non avrebbe altrimenti senso l’esistenza di proverbi ben più antichi di qualsiasi aereo, recanti chiari richiami al cielo a pecorelle.

Il cloud seeding, poi, viene effettuato con regolarità su aree desertiche e predesertiche, anche del Marocco, spargendo particelle di sali, soprattutto di Ioduro d’Argento, che, si badi, costa 127 Euro più IVA ogni 25 grammi, cioè circa 5.000 Euro al chilo, più IVA.

Proprio per i costi dello stesso sale, ai quali va aggiunto il costo dei voli, non certo a basso prezzo, la pratica si effettua solo direttamente sulle aeree dei bacini imbriferi delle dighe e solo se sulle stesse aree sono presenti nubi capaci di dare precipitazione. In caso diverso la pratica risulterebbe vana e dispendiosissima.

Ora, che si sia effettuata dispersione sul lago di Mehcra, in Marocco, a 600 chilometri in linea d’aria da Valencia, e che, per una serie di sfortunati eventi (cit. Brad Silberling), le particelle siano finite a inseminare i cirrocumuli sull’area valenciana, è talmente poco probabile da diventare ben più probabile che ad inseminare le nuvole siano stati i tappeti sbattuti al balcone da tutte le massaie valenciane.

La verità è che non è la prima volta che la città iberica si ritrova a dover piangere i morti per le alluvioni, ma che questa volta – da un lato la impermeabilizzazione dei suoli e dall’altro la temperatura altissima e ben fuori la media della superficie del mare Mediterraneo – hanno enormemente amplificato la già potente pioggia.

Sono venuti giù in meno di un giorno i quantitativi pari ad un anno di precipitazioni e la gente è finita in balia di una tale massa d’acqua che è stato impossibile intervenire. A questo si aggiunga il sempre più probabile fallimento del sistema di protezione civile valenciano e spagnolo, tutto con responsabilità gravissime.

Per dirla tutta ha ucciso più l’uomo che il tempo.

Adesso vogliamo capirlo che il cambiamento climatico è in atto o ancora stiamo a menare il can per l’aia?

Fonte

02/11/2024

Quando l’ignoranza è al servizio dei potenti

1. Di chi è la colpa?

Attribuire il recente disastro meteorologico in Spagna (o quello in Emilia) solo ai cambiamenti climatici è una ipotesi approssimativa. Non tiene conto di una regola semplice-semplice, che non serve essere molto “studiati” per capire: disastri naturali singoli del genere sono avvenuti anche in passato, magari anche peggiori, come gravità.

Quindi?

È invece vero che il rischio dovuto a questi eventi è aumentato a causa dei cambiamenti climatici. Il rischio è grossomodo il prodotto di due quantità: la frequenza con la quale accadono i disastri, e la loro gravità (i danni).

R = F * D

F si misura in disastri all’anno.

D si misura p.es. in morti per ogni disastro (o M€)

Moltiplicando, il Rischio allora sono morti all’anno. È la definizione tecnologica del Rischio, che dalla metà degli anni '60 ci permette di valutarlo.

Come gestire il rischio, in caso di eventi “naturali”?

La mitigazione: riduce le conseguenze dell’evento, quando esso capita. Abbassa quindi D. Qui possiamo intervenire localmente. Sia chiaro che la mitigazione efficace si fa prima – preparandosi ai disastri – e non “dopo”, soluzione preferita dai governanti, che “portano la solidarietà delle istituzioni alle vittime” e “studieranno soluzioni per porre rimedio”: rispetto al pensarci prima, questo porta molte più apparizioni sui media. Tanto, la “colpa” è sempre di quelli che c’erano prima.

La prevenzione: riduce la frequenza di questi disastri. Come? Mentre nel caso della sicurezza industriale occorre “rendere più robusto” il sistema, riducendo i guasti e anche progettandoli meglio, per i disastri “naturali” la ricetta è più semplice: occorre smettere di rovinare il clima terrestre, come stiamo continuando a fare. Se non la piantiamo e invertiamo la tendenza, la frequenza di questi disastri gravi aumenterà. La prevenzione quindi si fa a livello globale.

Tutto chiaro, no?

Bene. Questo comporta azioni concrete da parte dei governi, sia a livello locale che a livello globale. Azioni concrete, che hanno costi, sono delle vere scocciature per i governi (“democratici” e non), che odiano investire su azioni che hanno benefici DOPO che loro non saranno più in carica.

Perché una cosa è chiara: a costoro, ai nostri governanti, del clima, dei disastri, dei morti, dei danni, importa fino a un certo punto: i loro scrupoli morali, il loro reale interesse per il bene comune, sono generalmente delle verniciature assai sottili. A costoro, interessano in realtà due cose: accumulare denaro per sé e i propri clientes, ed avere una buona nomea in modo da essere rieletti, loro stessi o i loro tirapiedi, o alla peggio i loro compagni di partito.

Per gente che intende la politica e l’amministrare la cosa pubblica come una fonte di potere e privilegio cui accedere con ogni mezzo e mantenere ad ogni costo, apparecchiando mezze verità e menzogne che appaiano buone azioni, ma che debbono durare dieci anni al massimo, il clima non era un problema: protocollo di Kyoto, solenni impegni, entro il 2030-anzi2050-no2100, minimo sforzo e dar fastidio il meno possibile.

Però ora i disastri gravi sono già arrivati e potrebbero essere nocivi (per le prossime elezioni, che avevate capito?). Gli scienziati di regime – davanti a questi nuovi fatti – sono diventati parzialmente inadatti.

Da un lato, per l’attuale classe politica occorre trovare scuse più credibili per sprecare gran parte del plusvalore umano in armi e guerre. Impedire il più possibile che si formi un’opinione pubblica realmente informata, che rigetti mentalità nazionaliste e belliciste buone per il secolo scorso. Insomma, rallentare il più possibile il cambiamento: ovviamente, questo non è legato al progresso tecnico, ma all’uso sociale che del progresso scientifico viene fatto.

Questo compito è lasciato alla propaganda politica, cioè ai media, ai giornalisti, opinion maker, spin doctor. Un reale progresso, inteso come diffusione del sapere, conoscenza della situazione, comporterebbe mutamenti, pericolosi perché aumenterebbero le possibilità che i gruppi ristretti di personaggi oggi al potere – spesso inutili o dannosi – venissero sbalzati dall’amata sella. Sbalzati dalla cosiddetta “Storia”: prima che finisse venduta per la pubblicità dell’Enel, una canzone diceva più o meno “La storia siamo noi. Perché è la gente che fa la Storia, e la Storia mette i brividi, perché nessuno la può fermare”.

Bene: alla lunga è probabilmente vero, ma proprio la fine indegna che hanno fatto quelle frasi ci fa capire come la Storia non si può fermare, ma si può rallentare e intralciare. Incanalare verso percorsi in parte innocui e inutili. La stessa parola “Progresso” è stata utilizzata in maniere talmente distorte ed ipocrite, che – oggi – ha perso in gran parte la sua accezione reale e positiva: va usata virgolettandola.

La ricetta è quindi incanalare in parte la forza irrefrenabile che è la propensione umana alla conoscenza in piccoli rigagnoli inoffensivi.

Qui interviene in aiuto, trovando terreno ben preparato, l’ignoranza e l’incultura globale, diffusa da personaggi che – rasoio di Occam alla mano – non possono che essere al servizio dei potenti stessi, avendo obiettivi convergenti.

Tornando al problema dei disastri ambientali, prima ci sono stati i negazionisti del cambiamento climatico. Ci sono ancora, ma sono sempre meno ed antipatici, hanno perso credibilità col passare del tempo e dinanzi all’evidenza dei fatti.

Più utili sono i nìgazionisti: riconoscono il problema, ma asseriscono che va risolto con approccio riformista. Il discorso è lungo, ma crediamo sia chiaro, quando la soluzione del problema dei cambiamenti climatici viene affidata agli stessi che di questi cambiamenti sono i principali responsabili storici, e che grazie ai loro comportamenti basano il loro attuale benessere e privilegio. Qualcuno potrebbe restare perplesso, davanti alla strategia di chiedere all’oste se il vino è buono.

Allora, mandiamo avanti i complottisti. Quelli religiosi (Zeus ci manda il diluvio universale per punirci dei nostri peccati, in particolare la masturbazione) non funzionano più neppure quelli. L’umanità è ancora ignorante, ma non più così tanto da credere davvero alle religioni.

Meglio allora i complottisti 2.0: i potenti stanno facendo qualcosa di realmente criminale ed inescusabile, ma “non celo dicono“. Non stanno quindi agendo alla luce del sole per fregarci, no: lo fanno “in segreto“. Ed è questo segreto che va svelato, altro che perder tempo in mitigazione e prevenzione. Noi – “sacerdoti della verità vera” – indichiamo al popolo su cosa preoccuparsi e lottare. Tutto sarà così risolto.

Con ipotesi talmente assurde che, pur essendo credute da moltitudini di poveretti, risultano smontabili con una risata da parte di qualunque scienziatucolo al servizio dei potenti, per i quali questi sacerdoti alla Red Ronnie sono dei nemici molto più comodi di scienziati e climatologi seri e non servi del potere. Così comodi – questi nemici – da essere talvolta (come si scopre prima o poi) a libro paga delle agenzie che svolgono per i governi i lavoretti più sporchi.

Di chi parliamo, nel caso dei disastri ambientali? Ma dei Fafioché.

In dialetto piemontese, si definivano così i fanfaroni che promettevano ai contadini di far piovere. Dietro compenso, ovviamente.

Oggi, fafiochè si traduce con Cloud Seeding.

(L’articolo prosegue con cambio d’autore, uno scienziato molto più serio ed educato di me, Leonardo Nicolì che condivido al 100% e ringrazio scusandomi)

2. Maltempo, clima e cloud seeding (di Leonardo Nicolì)

Quando avvengono tragedie come quelle dell’Emilia o di Valencia, spesso la colpa viene attribuita ai tombini intasati o ai fiumi trascurati. Ma questo è solo un lato del problema. Siamo di fronte a eventi meteorologici estremi, più intensi e frequenti rispetto al passato, che sono una delle conseguenze tangibili del cambiamento climatico.

Non si tratta solo di “maltempo”. I cambiamenti climatici alterano gli equilibri naturali, aumentando l’intensità delle precipitazioni, prolungando periodi di siccità e rendendo sempre più difficile prevedere i fenomeni atmosferici.

C’è chi punta il dito sul “cloud seeding”, o inseminazione delle nuvole, pensando che possa essere una delle cause di questi eventi.

È importante fare chiarezza.

Il cloud seeding, quando applicato, ha un impatto molto limitato e locale, utilizzato solo in circostanze particolari per aumentare la probabilità di pioggia in zone precise e in piccole quantità.

I grandi eventi meteorologici e i disastri naturali che viviamo sono, invece, strettamente collegati al cambiamento climatico globale, causato dall’innalzamento delle temperature e dall’inquinamento atmosferico. Pensare che il cloud seeding sia responsabile di inondazioni o disastri è fuorviante.

Affrontare il cambiamento climatico significa non solo migliorare la manutenzione, ma anche ridurre le emissioni, rispettare l’ambiente e adottare strategie per proteggere le nostre comunità. Il clima cambia, e dobbiamo cambiare anche noi per non dover piangere più tragedie evitabili.

3. Conclusioni ed un parallelo amaro

Puntare il dito sul cloud seeding per attribuirgli i disastri ambientali ha la stessa fondatezza scientifica di attribuire le aurore boreali al riflesso del sole sulla pancia delle aringhe. Punto.

Ma non si tratta di fanfaroni tutto sommato innocui. Dal punto di vista morale, un simile atteggiamento merita disprezzo, perché è un metodo di distrazione di massa messo in atto proditoriamente (avrete capito dal tono che quest’ultimo capitolo è di nuovo mio): fa venire in mente la giusta opposizione alla sovraesposizione ai campi elettromagnetici dovuta all’esplosione del wireless e del 5G.

Un normale allarme, di fronte ad un Wild West di crescita incontrollata dell’esposizione, che fino a qualche anno fa sembrava – portando avanti obiezioni scientifiche serie basate sul principio di precauzione e sul progredire di evidenze e studi sulla pericolosità – poter ottenere che anche a questo fattore di rischio fosse posto un limite ragionevole, come è accaduto in passato a molti agenti inquinanti e/o genotossici. Cito questo esempio perché è uno dei miei argomenti di ricerca e insegnamento: la protezione dalle radiazioni, ionizzanti o non.

Sappiamo purtroppo come è andata a finire: tre anni fa sono arrivati quelli che ci hanno detto che nei vaccini erano contenute delle “nanoparticelle” che grazie ai campi magnetici del 5G ci avrebbero controllato come automi, ponendo anche delle “date di scadenza” di attivazione di questa immensa manovra che avrebbe comportato lo sterminio dell’umanità.

Certo, riviste adesso a distanza di soli pochissimi anni, queste solenni castronerie destano più che altro ilarità: ma hanno avuto come conseguenza il totale discredito scientifico e la giustificata – in parte – svalutazione a pseudoscienza di tutta la ricerca scientifica sull’argomento “5G” e per estensione sul rischio per la salute dell’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici: una vera manna, alla fine della fiera, per chi è andato negli ultimi anni – facendo affari miliardari – verso l’elettromagnetizzazione selvaggia e indiscriminata dell’umanità.

Il “No 5G” è diventato argomento da byoblu. Missione compiuta.

di Massimo Zucchetti, professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. E’ entrato nella “cinquina” finale dei candidati al premio Nobel per la fisica nel 2015.

Fonte