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31/08/2026

L’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia

Il Forum internazionale dell’economia politica marxista

Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.

Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
 
“Salvare Smith dal neoliberismo”

Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.

Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.

Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.

Come evidenziato durante il Forum di Londra, il pensiero di Smith è però assai più complesso e contraddittorio.

Nel suo intervento Cheng Enfu, economista marxista cinese, presidente della WAPE e accademico della Chinese Academy of Social Sciences (CASS), dove dirige la Divisione di studi marxisti, ha ricordato come Smith non fosse semplicemente il teorico del laissez-faire. Nella sua analisi dello sviluppo delle economie moderne hanno infatti un ruolo importante la divisione sociale del lavoro, le norme morali e lo stesso ruolo dello Stato.

Doğan Göçmen, professore di Filosofia alla Dokuz Eylül University di Smirne, in Turchia, ha richiamato invece l’attenzione sulla Teoria dei sentimenti morali di Smith, precedente alla Ricchezza delle nazioni. Se l’interesse individuale occupa un posto importante nella teoria economica smithiana, la sua concezione dell’uomo e della società non può essere ridotta a questo solo principio: nella Teoria dei sentimenti morali trovano infatti spazio anche il giudizio morale e le relazioni tra gli individui.

Recuperare Smith dalla caricatura neoliberale non significa però trasformarlo in un marxista ante litteram. Marx riconobbe infatti gli importanti progressi compiuti dall’economia politica classica e da Smith in particolare, soprattutto nell’aver individuato nel lavoro un elemento fondamentale nella creazione della ricchezza. Allo stesso tempo ne mise in evidenza le contraddizioni: Smith si muove verso una teoria del valore fondata sul lavoro, ma ritorna poi a una concezione nella quale salario, profitto e rendita finiscono per apparire come differenti fonti del valore stesso.

La critica marxiana si sviluppa proprio a partire dalle acquisizioni e dalle contraddizioni dell’economia politica classica, superandone al tempo stesso i limiti. La differenza decisiva riguarda anche il modo di concepire il capitalismo: ciò che in Smith tende ancora ad apparire come un ordine naturale della società viene analizzato da Marx come un modo di produzione storicamente determinato, e dunque non eterno.

Da questa discussione storica il Forum WAPE si è poi spostato su una questione molto concreta e attuale: perché, nell’economia mondiale contemporanea, alcuni paesi del Sud globale riescono a sviluppare le proprie forze produttive mentre altri rimangono intrappolati in rapporti di dipendenza con il centro imperialista?

Imperialismo economico e Cina in controtendenza

Nel suo intervento al Forum, l’economista Michael Roberts ha presentato i risultati di un nuovo studio sul divario economico tra i paesi del Sud globale e le economie a capitalismo avanzato. La domanda di partenza è semplice ma decisiva: dopo decenni di globalizzazione, i grandi paesi emergenti stanno realmente riducendo la distanza che li separa dalle economie più sviluppate, come avrebbe dovuto avvenire secondo le promesse della globalizzazione neoliberale?

I risultati presentati da Roberts mostrano che, per gran parte del Sud globale, questa convergenza continua a non verificarsi. Alla base di questo sviluppo diseguale rimangono i meccanismi economici dell’imperialismo. Roberts individua nel persistente drenaggio di valore dalle economie periferiche verso quelle del centro imperialista una delle cause che impediscono ai paesi più poveri di colmare il divario.

La grande eccezione è la Cina, che negli ultimi decenni ha seguito una traiettoria nettamente diversa, rinnegando proprio quelle ricette neoliberali che avrebbero dovuto favorire la convergenza.

La Cina rappresenta infatti una controtendenza anche perché, secondo Roberts, la crescita degli investimenti è meno subordinata alla redditività del capitale privato rispetto alle altre grandi economie del Sud globale. La presenza dello Stato, delle imprese pubbliche e della pianificazione economica diretta dal Partito Comunista Cinese permette di orientare risorse verso obiettivi di sviluppo di lungo periodo, senza dipendere esclusivamente dai settori nei quali il capitale privato può ottenere il rendimento più elevato.

Dalla Cina al Sud globale: una questione aperta

I risultati presentati da Roberts si inseriscono anche nel lavoro di ricerca sull’imperialismo economico sviluppato negli anni insieme all’economista marxista Guglielmo Carchedi. A partire da queste analisi vale però la pena porsi un’ulteriore domanda: se la Cina rappresenta la principale controtendenza a una forbice tra centro e periferia che continua a riprodursi, il suo crescente ruolo internazionale può contribuire a creare condizioni differenti di sviluppo anche per gli altri paesi del Sud globale?

Il tema attraversa già da alcuni anni il dibattito della WAPE. Il 17° Forum di Atene del 2024 aveva dedicato un filone alla Geopolitical Economy: globalization or imperialism? Development or war? affrontando il declino dell’egemonia statunitense, la formazione di un sistema mondiale multipolare, i flussi internazionali di capitale, gli investimenti esteri e il rapporto tra imperialismo e sviluppo.

Ancora più esplicito il 18° Forum di Istanbul del 2025, intitolato: Multipolarity in the 21st Century: Challenges and Opportunities in Political Economy. Tra i temi proposti figuravano lo sviluppo economico diseguale, l’ascesa delle economie emergenti, la cooperazione internazionale della Belt and Road Initiative, lo sviluppo dei BRICS, la sfida alla dominazione del dollaro e la costruzione di meccanismi alternativi nelle relazioni economiche internazionali.

Il Forum di Londra del 2026: The Wealth of Nations in the Multipolar Age, prosegue dunque una discussione già aperta. Ma i risultati di Roberts permettono di porre la questione in termini molto concreti: non basta chiedersi se stia emergendo un mondo multipolare. Bisogna capire se questo nuovo equilibrio sia capace di modificare le condizioni materiali che continuano a riprodurre il divario tra centro e periferia imperialista.

Da qui la necessità di sviluppare un nuovo filone di ricerca economica marxista: verificare empiricamente se e in quale misura la crescente cooperazione economica promossa dalla Cina con il Sud globale riesca effettivamente a ridurre in modo stabile il trasferimento di valore verso i tradizionali centri imperialisti e a favorire invece industrializzazione, infrastrutture, trasferimento tecnologico, crescita della produttività e capacità di accumulazione interna.

Gli strumenti da analizzare sono già davanti a noi. La Cina propone una cooperazione “win-win”; la Belt and Road Initiative ha esteso le relazioni infrastrutturali, produttive e commerciali con il Sud globale; la New Development Bank dei BRICS finanzia l’economia produttiva e punta a un maggiore utilizzo delle valute nazionali dei paesi emergenti.

Allo stesso tempo si stanno sviluppando circuiti commerciali e finanziari che promuovono la de-dollarizzazione riducendo la necessità di passare attraverso il dollaro. Un caso interessante è quello del commercio energetico tra Cina e Iran: accanto all’utilizzo del renminbi, sono emersi meccanismi attraverso i quali le entrate generate dal petrolio iraniano acquistato dalla Cina vengono impiegate per finanziare progetti infrastrutturali in Iran, riducendo il passaggio attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro.

Tutto questo non ha ancora spezzato i meccanismi dell’imperialismo economico: i dati presentati da Roberts mostrano che la forbice tra centro e periferia rimane. Ma oggi esistono finalmente strumenti e relazioni economiche che possono offrire ai paesi del Sud globale maggiori spazi per sottrarsi alla dipendenza economica con il centro imperialista.

Guerra, dollaro e flussi finanziari

Il rapporto tra sviluppo e potere finanziario ritorna nel contributo Adam Smith, war, and global financial flows, presentato al Forum WAPE da Alberto Lombardo, Segretario generale del Partito Comunista (Italia), e Francesco Maringiò, presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta.

Partendo dalla rilettura di Adam Smith proposta dall’economista e sociologo italiano Giovanni Arrighi in Adam Smith in Beijing, gli autori richiamano la distinzione tra due diversi percorsi di sviluppo. Il primo poggia sulla crescita del mercato interno, dell’agricoltura e delle capacità produttive domestiche, a partire dalle quali si sviluppa successivamente il commercio estero. Il secondo assegna invece un ruolo trainante all’espansione verso i mercati esterni, che nella storia si è intrecciata con l’espansione coloniale e militare occidentale. Arrighi ritrova storicamente il primo percorso nello sviluppo cinese e il secondo nell’ascesa delle potenze europee.

Il ragionamento arriva all’economia contemporanea attraverso la teoria del “ciclo del dollaro” elaborata dal generale cinese Qiao Liang. Dopo la fine di Bretton Woods, nelle fasi contraddistinte da un dollaro debole e bassi tassi d’interesse la liquidità tende a dirigersi verso le economie emergenti; quando invece i tassi salgono e il dollaro si rafforza, i capitali tendono a tornare verso gli Stati Uniti. Crisi politiche e militari possono accelerare questo movimento. Il meccanismo è relativamente semplice: nelle fasi di forte instabilità internazionale i capitali tendono ancora a cercare sicurezza negli asset denominati in dollari, in particolare nei titoli del Tesoro statunitense. La guerra e le crisi geopolitiche, fomentate in primis dagli Stati Uniti, favoriscono ancora oggi un ritorno di capitali verso gli Stati Uniti, rafforzando la domanda di dollari e contribuendo a finanziare l’economia americana.

Da questo deriva il concetto della “tosatura finanziaria” utilizzata da Qiao Liang: dopo essere affluiti nelle economie emergenti nelle fasi di espansione, i capitali vengono nuovamente attratti verso gli Stati Uniti quando il ciclo si inverte, drenando parte della ricchezza accumulata nella periferia. Le crisi internazionali possono invece accelerare il ritorno verso il centro finanziario statunitense.

Lombardo e Maringiò dedicano poi particolare attenzione alla Cina contemporanea e alla sua strategia di sviluppo, strettamente governata dal Partito Comunista Cinese. La Cina ha cercato di evitare la cosiddetta comparative advantage trap, che può confinare i paesi in via di sviluppo nelle produzioni a basso valore aggiunto, passando progressivamente da uno sviluppo soprattutto quantitativo a uno sviluppo qualitativo. Il collegamento con Smith, passando da Arrighi, sta proprio nella centralità attribuita alla base interna dello sviluppo: anziché affidarsi passivamente ai vantaggi comparati assegnati dalla divisione internazionale del lavoro, la Cina ha costruito e trasformato nel tempo la propria struttura produttiva, accumulando capacità industriali e tecnologiche.

Anche i dati sulla de-dollarizzazione presentanti dal paper mostrano un quadro in continua evoluzione. La quota del dollaro nelle riserve mondiali è diminuita, mentre cresce la diversificazione verso altre valute e verso l’oro. Il renminbi conserva ancora un peso limitato nelle riserve internazionali, ma la Cina ha nel frattempo fortemente ridotto la propria esposizione al debito statunitense. Il dollaro resta ancora centrale, ma il sistema monetario internazionale è meno immobile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa.

Un precedente incontro con la WAPE in Svizzera

Alcuni dei temi oggi al centro del dibattito della WAPE erano stati oggetto di confronto anche in Svizzera. Nel 2018, all’Università di Zurigo, il professor Xiaoqin Ding, economista cinese e Segretario generale della WAPE, incontrò Alessandro Lucchini, economista e vice-segretario politico del Partito Comunista svizzero.

Al centro dell’incontro vi furono proprio alcune questioni che ritroviamo nel dibattito attuale: le riforme economiche cinesi, il ruolo internazionale del renminbi e il processo di de-dollarizzazione degli scambi internazionali.

Il Professor Ding continua oggi a ricoprire un ruolo importante nella WAPE ed è Chair Professor e Executive Vice Dean della School of Marxism della Shanghai University of Finance and Economics. La sua recente attività scientifica continua a confrontarsi con le trasformazioni dell’economia mondiale: un suo lavoro del 2025 affronta infatti il rapporto tra economia politica marxista, multipolarismo, imperialismo e innovazione tecnologica.

Conclusione

Il Forum che ogni anni organizza la WAPE offre dunque diversi strumenti per leggere una fase turbolenta e di transizione dell’economia mondiale. Il mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti è in declino ma conserva ancora una posizione dominante sul piano finanziario, tecnologico e militare; allo stesso tempo la Cina ha seguito una traiettoria di sviluppo diversa e il suo peso sta contribuendo alla formazione di nuovi rapporti economici internazionali.

La questione del multipolarismo va dunque portata anche sul terreno dell’economia politica. Non basta che esistano più potenze perché cambi la struttura dell’economia mondiale. Per i paesi del Sud globale il punto decisivo è capire se stanno realmente aumentando le possibilità di industrializzarsi, sviluppare le proprie forze produttive, trattenere una quota maggiore del valore prodotto e conquistare maggiore sovranità economica.

Da Smith a Marx, fino alle discussioni della WAPE di oggi, ritorna dunque in fondo una vecchia domanda: da dove viene la ricchezza delle nazioni, chi la produce, chi se ne appropria e come viene distribuita tra le classi e tra i popoli?

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09/07/2023

Adam Smith: alfiere del libero mercato o filosofo morale?

Questo mese è ricorso il trecentesimo anniversario della nascita di Adam Smith. Nessuno conosce con esattezza in quale giorno del giugno 1723 Smith sia nato, ma gli economisti dell'Università di Glasgow hanno organizzato una serie di eventi e dibattiti sulle idee di Smith durante tutto il mese.

Adam Smith è diventato il guru del "laisser-faire", l'uomo a cui gli economisti dell'Università di Chicago come George Stigler e Milton Friedman si sono rivolti come proprio mentore teorico per il "libero mercato". È stato lodato dai politici di destra del libero mercato come Margaret Thatcher per averli ispirati ad adottare politiche per ridurre le dimensioni del governo e dello stato e "lasciare che il mercato regni" in tutti gli aspetti dell'organizzazione sociale. E gli economisti del libero mercato globale come Friedrich Hayek e la scuola austriaca di economia guardarono a Smith per il loro approccio di base. Esiste persino un "think-tank" con sede nel Regno Unito che afferma di sviluppare chiari principi di "libero mercato" basati sulla politica economica di Smith. Il suo slogan è "Usare il libero mercato per creare un mondo più ricco, più libero e più felice".

Smith ha scritto due grandi libri. Il primo fu The Theory of Moral Sentiments (La teoria dei sentimenti morali) nel 1759 e il suo secondo, il più famoso, fu The Wealth of Nations (La ricchezza delle Nazioni), pubblicato nel 1776. Questo lo rese noto come "Il padre dell'economia". Eppure chiunque legga entrambi questi libri da vicino scoprirà che Smith non era un furioso evangelista del libero mercato che negava il ruolo del governo o che riteneva che il comportamento umano fosse guidato dall'interesse personale materiale e nient'altro.

La sua affermazione più famosa riguardava la cosiddetta 'mano invisibile del mercato' citata ne La ricchezza delle Nazioni: “(Ciascun individuo) generalmente, non intende promuovere l'interesse pubblico, né sa quanto lo stia promuovendo... Ognuno persegue solo la propria sicurezza; e dirigendo l'industria in modo tale che il suo prodotto possa essere del massimo valore, persegue solo il proprio guadagno, ed è in questo, come in molti altri casi, condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era parte della sua intenzione”.

Qui Smith sostiene che, siccome ogni individuo persegue la propria attività economica, non è consapevole che la combinazione di tutte queste azioni individuali produce un mercato per la produzione e il consumo che non è sotto il suo controllo ma conduce "invisibilmente" a un risultato migliore per tutti.

Alla base di ciò c'era la grande intuizione di Smith secondo cui l'industria moderna si basa sulla divisione del lavoro: quando la produzione di merci viene suddivisa in parti discrete in cui il lavoro umano si specializza, rimpiazzando i lavoratori che svolgono ogni parte del processo, la produttività aumenta e i costi e i prezzi diminuiscono. Marx ci racconta il lato oscuro della divisione del lavoro: l'alienazione dell'umanità che trasforma il lavoro creativo in fatica.

Allo stesso modo, per Smith, gli individui che competono su un mercato produrranno un risultato vantaggioso per tutti. E da ciò scaturiva l'opinione che “Il consumo è l'unico fine e scopo di tutta la produzione; e l'interesse del produttore dovrebbe essere curato, solo nella misura in cui può essere necessario per promuovere quello del consumatore". Questa è la base della moderna economia neoclassica: basata sul mito che il consumatore è "sovrano".

Smith era fortemente contrario al monopolio, molto diffuso ai suoi tempi, spesso controllato da uno stato monarchico corrotto. Questi monopoli a suo parere hanno rovinato l'industria e ridotto l'iniziativa imprenditoriale e quindi la produttività e la prosperità. Era in particolare contrario al mercantilismo, la dottrina del commercio internazionale in cui le Nazioni proteggevano le loro industrie e accumulavano eccedenze piuttosto che espandere il commercio. Ha spiegato perché il protezionismo è sempre controproducente: “Per mezzo di bicchieri, focolai e pareti calde, in Scozia si possono coltivare uve molto buone, e se ne può ricavare anche vino molto buono a circa trenta volte la spesa per la quale si può portare almeno altrettanto vino buono da paesi stranieri. Sarebbe una legge ragionevole vietare l'importazione di tutti i vini stranieri, solo per incoraggiare la produzione di bordeaux in Scozia?"

È un mito creato dai liberisti odierni che Smith fosse contrario al governo del mercato e al comportamento morale piuttosto che all'interesse materiale. Anzi. L'economista di Chicago Jacob Viner degli anni '20 lo ha così riassunto:
Adam Smith non era un sostenitore dottrinario del laissez faire. Vide un'ampia ed elastica gamma di attività per il governo, ed era pronto ad estenderla ancora di più se il governo, migliorando i suoi standard di competenza, onestà e senso civico, si fosse mostrato attratto da responsabilità più ampie.
Ha sì dedicato più sforzi alla causa della libertà individuale piuttosto che all'esplorazione delle possibilità di intervento del governo... [ma] Smith vide che l'interesse personale e la concorrenza a volte erano insidiosi per l'interesse pubblico che avrebbero dovuto servire, ed era preparato a fare affidamento sul governo per l'esecuzione di molti compiti che gli individui in quanto tali non farebbero, o non potrebbero fare, o potrebbero fare solo male. Non credeva che il laissez faire fosse sempre buono o sempre cattivo. Dipendeva dalle circostanze; e come meglio poté, Adam Smith tenne conto di tutte le circostanze che riuscì a trovare.
Smith, inoltre, era fortemente contrario alla schiavitù: "Non c'è un negro delle coste dell'Africa che non possieda un grado di magnanimità che l'anima del suo sordido padrone sia appena capace di concepire. La fortuna non esercitò mai più crudelmente il suo impero sull'umanità, di quando sottopose quelle nazioni di eroi ai rifiuti delle carceri d'Europa".

Marx fu un attento lettore de La Ricchezza delle Nazioni. Ha riconosciuto il contributo di Smith al tentativo di sviluppare una teoria del valore basata sul lavoro. Come disse Smith: “Solo il lavoro, quindi, che non varia mai nel proprio valore, è l'unico standard ultimo e reale con cui il valore di tutte le merci può essere stimato e confrontato in ogni momento e in ogni luogo. È il loro prezzo reale; il denaro è il loro prezzo nominale”.
Ma Marx ha continuato a criticare Smith per l'incoerenza nella sua teoria del valore del lavoro, poiché Smith è tornato a una teoria del valore basata su "fattori di produzione", cioè rendita dai proprietari terrieri, profitti dai capitalisti e salari dal lavoro, piuttosto che tutto il valore creato dal lavoro e poi sequestrati da proprietari terrieri e capitalisti.

Anche Adam Smith non era un sostenitore intransigente del libero scambio. La sua posizione era sfumata dallo stato dell'economia britannica in quel momento. Ha sostenuto i Navigation Acts - che regolavano il commercio e la navigazione tra l'Inghilterra, le sue colonie e altri paesi - nonostante imponessero il trasporto di merci su navi britanniche anche se altre opzioni erano più economiche. "La difesa", ha scritto ne La Ricchezza delle Nazioni, "è molto più importante dell'opulenza".

Denunciare politiche di sicurezza desiderabili come "protezioniste" era fuori luogo allora come adesso. Dopotutto, la sicurezza dello stato capitalista era più importante del libero mercato nel commercio internazionale. E il "libero mercato" viene lodato solo fintanto che non riduce la redditività dell'impresa.

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21/03/2022

Il Sud “geografico” non sempre proietta una politica di solidarietà internazionale

Oggi una crescente disuguaglianza, insieme ad altri processi come la distruzione dell’ambiente, l’aumento dei livelli di povertà, la disoccupazione, la precarietà del lavoro e la crisi dei ceti politici tradizionali, tra gli altri, generano il “Sud” anche in quello che tradizionalmente consideriamo Nord, con un portato di movimenti di opposizione di sistema che si articolano con rivendicazioni e ideologie emerse fino ad oggi negli stessi paesi del Sud.

Le riflessioni più profonde, a livello organizzativo, della teoria delle relazioni iniziano con l’inizio dell’età moderna, cioè con la comparsa dello Stato e la strutturazione di un sistema di Stati europei. Ma quali sono i fattori che costituiscono concretamente queste relazioni internazionali? In primo luogo, si collocano in un contesto geografico, sociale ed economico ben definito.

Il concetto di società internazionale rappresenta la combinazione di società e stati che sono collegati tra loro e, quindi, agiscono come attori principali. Le prime società apparvero in Medio Oriente, prima di tutto nell’Egitto dei faraoni e in Mesopotamia, intorno all’anno 3000 o 2800 aC, per poi spostarsi in Estremo Oriente, nelle aree geografiche dell’attuale India e Cina.

La politica delle potenze occidentali, volta a creare poli di sviluppo capitalistico al di fuori dell’Occidente, ha dato i suoi frutti nel tempo, dando luogo al consolidamento delle élites di potere nei cosiddetti paesi sottosviluppati, che rispondono agli interessi delle politiche imperialiste.

D’altra parte, a livello internazionale, la forma di riproduzione predominante è quella del capitale e le relazioni che questa forma genera, quindi i rapporti di produzione alternativi che si svolgono possono occupare solo spazi limitati e far fronte a grandi ostilità, che limitano la sua capacità di essere implementato su larga scala e le sue reali possibilità di cambiare radicalmente le “regole del gioco”.

Una società rappresenta un insieme di elementi con un’organizzazione interna ben definita, cioè una struttura che differisce da altri elementi di altri sistemi, di cui il sistema internazionale è costituito da un insieme di Stati interconnessi con le seguenti caratteristiche.

Il colonialismo trova il suo posto non solo nelle teorie di Marx, ma anche nelle teorie del capitalismo di Smith. Verranno mostrate le elaborazioni di Smith della teoria del valore, il lavoro che gli ha permesso di intendere l’accumulazione come un processo globale, assumendo colonialismo e imperialismo come costitutivi.

Questa teoria fornì così la base per concettualizzare l’interconnessione storica, contraddicendo i presupposti della teoria della proprietà che Smith stesso sviluppò e che era strettamente legata alla dottrina del libero scambio di Smith e agli interessi della borghesia britannica all’alba della Rivoluzione Industriale.

Ma fu la Rivoluzione Taiping (1850-1864) a rappresentare una vera svolta nel pensiero di Marx; sebbene molto meno controverso dei suoi articoli problematici sull’India, nei suoi scritti sulla Cina difese per la prima volta le lotte popolari in Asia contro il dominio coloniale.

L’“apprendistato dal sud” di Marx – nelle parole di Santos – lo ha portato a rompere radicalmente con le concezioni borghesi del capitalismo e della storia mondiale. La sua critica al capitale come sistema imperialista si basa fondamentalmente su questo riconoscimento dell’interconnessione dei diversi modi di trasformazione sociale.

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28/01/2022

Il "realismo capitalista" e la costruzione dell’"uomo economico"

Nel 2009 Mark Fisher pubblicava Realismo capitalista, un’opera il cui sottotitolo parla da solo: Esiste un’alternativa?

Fisher intendeva esprimere, con l’amarezza tipica di un intellettuale consapevole dell’irreversibilità dei processi di lunga durata, il fatto che all’inizio del Ventunesimo secolo il sistema capitalistico sembra ormai costituire l’intero orizzonte del possibile e dell’immaginabile, al punto che l’affermazione propagandistica di Margareth Thatcher “there is no alternative” è ormai diventata la convinzione fondamentale che struttura l’immagine del mondo oggi diffusa nella popolazione.

Che non ci sia alcuna alternativa rispetto ad una società strutturata intorno ai processi di mercato, alle diseguaglianze che conseguono agli esiti spontanei del mercato capitalisticamente strutturato, alla competizione interindividuale, alla necessità di concepire sé stessi come imprenditori in possesso di un capitale umano e che devono economizzare costantemente nell’uso del proprio tempo e raggiungere il maggior risultato nelle relazioni con gli altri, è ormai semplice “senso comune”, una pura e semplice constatazione dell’incontestabile “normalità delle cose”.

Il semplice pensiero dell’alternativa possibile è stato relegato nella dimensione dell’utopia che non merita più di una romantica approvazione sul piano puramente ideale, laddove non invece esplicito scherno e richiami ad essere pragmatici e “realisti”, a guardare il mondo per ciò che è senza troppe pretese rivoluzionarie e filtri ideologici ormai desueti ed anacronistici.

La naturalizzazione del sistema capitalistico

Siamo di fronte, insomma, alla definitiva naturalizzazione del sistema capitalistico, e cioè alla perdita della capacità di comprendere che la società capitalistica di mercato non è la realtà assoluta della civiltà umana, bensì una forma di società storicamente determinata.

Marx definiva “ideologia” tale meccanismo di naturalizzazione, di fronte a cui oggi non sembra esserci possibilità di disvelamento.

La naturalizzazione del sistema capitalistico e mercantile prosegue ormai da più di duecento anni, nel solco della convinzione smithiana della propensione naturale dell’essere umano al traffico, al baratto e allo scambio: ne La ricchezza delle nazioni (1776) Adam Smith sosteneva che l’uomo possiede una naturale propensione allo scambio, e quindi che il sistema di mercato si fosse sviluppato a partire da atti di scambio interindividuali.

Secondo questa impostazione l’homo œconomicus, una figura antropologica utilitarista, calcolatrice e massimizzante, costituirebbe l’essenza della natura umana, la verità dell’essere umano che nelle società premoderne è stata oppressa e limitata da valori religiosi, principi morali e sistemi politici illiberali, e che nella società capitalistica di mercato ha potuto finalmente manifestarsi pienamente.

La Scuola austriaca ha affinato questa concezione, liberandola dai residui naturalistici, soprattutto attraverso la penna di Ludwig von Mises: nell’opera L’azione umana (1940) Mises elabora una teoria dell’azione umana, definita “prasseologia”, che concepisce l’azione individuale come un tentativo di sostituire uno stato di cose ritenuto insoddisfacente con uno ritenuto più soddisfacente, in un contesto di strutturale ed inaggirabile scarsità.

Karl Polanyi è tra i pionieri della critica a questa concezione economicistica, che definisce “obsoleta mentalità di mercato”: nelle sue opere di storia economica ed antropologia, nonché nel suo capolavoro La grande trasformazione (1944), critica i fondamenti teorici del liberalismo economico e della teoria economica classica e neoclassica, sostenendo che gli studi antropologici ed etnografici realizzati da autori come Bronislaw Malinosvki, Richard Thurnwald, Max Weber ed altri mostrano che è solo nella società capitalistica di mercato che l’uomo vive ed agisce come se fosse un “animale economico”, e che invece nelle società precapitalistiche l’attività economica è sempre stata immersa nei rapporti e nelle norme sociali.

Polanyi sottolinea che l’individuo, nella millenaria storia della civiltà umana, prima della società capitalistica di mercato non è mai stato mosso da moventi puramente economici e dall’utile individuale, ma ha sempre strutturato la propria azione (le modalità come i fini) all’interno di un sistema istituzionale, sociale, religioso, morale.

L’homo œconomicus, in poche parole, è una creatura non di Dio ma della modernità capitalistica: è un prodotto della storia, non l’essenza della natura umana presente fin dall’origine dei tempi.

Il sistema neoliberale: la costruzione dell’homo œconomicus

Oggi sappiamo, insomma, che quello dell’homo œconomicus è un paradigma frutto del processo storico, un modello antropologico che ha potuto trovare una categorizzazione nel pensiero cosciente e nella teoria scientifica in conseguenza di tutta una serie di trasformazioni sociali ed economiche. L’ homo œconomicus, insomma, sta alla fine della storia, e non al suo inizio.

Qui sorge, tuttavia, una domanda: questa consapevolezza del fatto che la natura umana non è essenzialmente “economica” può aiutarci a superare la prigione del realismo capitalista?

O non sono invece continuamente in corso, nella società e nell’economia contemporanea, dei processi che costruiscono incessantemente “uomini economici”, strutturando l’immagine del mondo degli individui che vivono e agiscono secondo i principi del liberalismo economico?

Friedrich August von Hayek, filosofo ed economista appartenente alla terza generazione della Scuola austriaca, nelle pagine del terzo volume di Legge, legislazione e libertà (1979), scrive esplicitamente che il mercato e la concorrenza non sono preferibili perché l’uomo è un essere razionale ed economico, ma perché costringe l’individuo a pensare economicamente ed agire razionalmente.

Hayek esplicita con estremo candore e sincerità la natura profondamente disciplinare del liberalismo e delle istituzioni del mercato, su cui d’altra parte si esprime con grande chiarezza il Michel Foucault delle lezioni su La nascita della biopolitica (1978-79).

Le istituzioni del mercato e della concorrenza funzionano come dei meccanismi disciplinari che costruiscono i soggetti, costringendoli “dolcemente” ed impersonalmente a pensare e ad agire come se fossero degli “uomini economici”, e in questo modo viene costruito nella realtà concreta di tutti i giorni quell’homo œconomicus che è il nucleo principale delle teorie politiche, economiche e sociali oggi mainstream nel mondo accademico.

Se c’è un tratto caratterizzante l’epoca e le politiche neoliberali, un elemento che ne segna la specificità rispetto al liberalismo classico, questo è sicuramente la finalità disciplinare delle “riforme strutturali”, il fatto che – usando un’espressione di Alexander Rüstow, un teorico ordoliberale – le istituzioni pubbliche devono mettere in campo una “politica della vita” per agire nella dimensione della formazione delle aspettative reciproche e della mentalità diffusa in modo tale da costruire un soggetto conformato alle esigenze dell’economia di mercato.

Tutta una serie di misure e politiche neoliberali, come ad esempio la liberalizzazione dei servizi, la precarizzazione del mondo del lavoro, la programmazione per obiettivi nella Pubblica Amministrazione, l’aziendalizzazione della sanità e della scuola, sono funzionali proprio a creare situazioni di scarsità e di libera concorrenza che costringono i soggetti a pensare ed agire in termini calcolanti e competitivi, pena la sconfitta nella competizione, la disoccupazione e quindi il fallimento esistenziale.

Le generazioni più giovani, oggi, sono nate e cresciute nella società di mercato, e ne hanno introiettato pienamente i meccanismi essendosi formati entro i suoi meccanismi disciplinari: l’esempio più lampante sono i social network, Instagram su tutti, in cui la competizione sui like e la ricerca di successo e celebrità sulla base del meccanismo di influencing costruiscono quotidianamente tanti piccoli “imprenditori di se stessi”.

Come diceva Margareth Thatcher, “l’economia è il mezzo, ma l’obiettivo sono le anime”.

Oggi il capitalismo e la società di mercato coprono dunque tutto l’orizzonte del possibile, come ha scritto Fisher, anche perché nella vita di tutti i giorni operano incessantemente meccanismi disciplinari ed istituzionali che costruiscono senza sosta tale orizzonte, attraverso la costruzione dell’immagine del mondo che porta gli individui a poter vedere soltanto tale orizzonte, senza poter scorgere ciò che sta oltre.

Un “oltre”, d’altra parte, che non esiste indipendentemente dall’uomo, ma che solo l’uomo è capace di immaginare e costruire.

Non può farcela tuttavia coi soli sforzi dell’immaginazione e della testimonianza personale di uomini e donne in controtendenza rispetto allo spirito del proprio tempo: occorrono forze politiche che mirino ad attuare quelle riforme capaci, se non di bloccare e di sostituire con altri meccanismi, quantomeno di rallentare gli ingranaggi disciplinari ed istituzionali della società di mercato.

Fonte

10/05/2017

I “crimini dell’economia”. Una lettura criminogena del capitalismo

Intervista a Vincenzo Ruggiero.
Docente da molti anni alla Middlesex University di Londra, Vincenzo Ruggiero è autore di numerosi libri sui risvolti sociali dei fenomeni criminali. Il suo recente libro su “I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico” offre una chiave di lettura di straordinario interesse.

Professor Ruggiero, Lei è autore del libro I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico pubblicato per i tipi di Feltrinelli: in che modo la prospettiva criminologica può esser utile nell’analisi del pensiero economico?

L’idea di scrivere ‘I crimini dell’economia’ mi è venuta dopo aver letto molte analisi economiche della criminalità. Gli economisti, infatti, hanno visitato spesso il terreno della criminologia, esaminando la logica razionale dei reati. In difesa del suo lavoro sul crimine come scelta, il Premio Nobel per l’economia Gary Becker ha fatto notare che anche chi commette reati può essere trattato da homo oeconomicus, e ha ricordato ai lettori che due grandi fondatori della disciplina criminologica, Beccaria e Bentham, applicavano esplicitamente un approccio economico nella loro analisi dei delitti e delle pene. Il mio libro intende restituire la visita, proponendo una lettura criminologica del pensiero economico. Del resto, il sapere economico si occupa di creazione e acquisizione di ricchezza, di mercati, di legittimità e devianza dalle regole che guidano l’arricchimento. È questo un campo che appartiene anche all’indagine criminologica.

L’iniziativa economica è intrinsecamente dannosa?

L’iniziativa economica in sé può essere benefica come dannosa. Benefica quando risolve almeno parzialmente i problemi relativi all’ineguaglianza e all’ingiustizia sociale, dannosa quando li esaspera. Idealmente, l’iniziativa economica dovrebbe produrre ricchezza ai fini di soddisfare i bisogni umani. Nella formulazione di Adam Smith, dovrebbe garantire il benessere collettivo e, simultaneamente, fornire le risorse necessarie all’allestimento dei servizi pubblici: in breve, arricchire ‘sia il popolo che il sovrano’. In realtà, molte iniziative economiche creano ricchezza per alcuni e scarsità per altri. Quanto ai ‘bisogni’, questi non sempre vengono ‘soddisfatti’ ma piuttosto generati in virtù della logica comunemente condivisa dello sviluppo. Quello che va sottolineato, comunque, è che la storia dell’economia è anche la storia dei suoi tentativi di risultare accettabile alla sensibilità di tutti, inclusi coloro che traggono scarsi benefici dalle sue avventurose attività. Ecco perché parlo di vittime dell’economia, vale a dire coloro ai quali viene detto che la loro povertà è transitoria e che non esistono altre modalità per sollevarli dalla loro condizione. Il pensiero economico, insomma, offre spesso delle giustificazioni per comportamenti che, in altri contesti, verrebbero ritenuti poco ortodossi, dannosi o criminali; offre razionalizzazioni per le calamità che produce.

Nel Suo testo, Lei analizza il pensiero di John Locke e la sua nozione di proprietà privata: di quali ‘crimini’ lo accusa?
A John Locke imputo un ruolo di avanguardia nel descrivere le popolazioni da colonizzare come subumane o barbare e, quindi, da soggiogare o distruggere. Il pensiero occidentale, che pure ne è stato e ne è ancora influenzato, ha tuttavia espresso anche altro al proposito. Voltaire addebita le responsabilità per guerre e invasioni a quei ‘barbari sedentari’ che, nascosti nella loro prosperità, ordinano il massacro di milioni di persone mentre digeriscono un buon pasto. Montaigne avverte che, prima di giudicare i popoli lontani, faremmo bene a renderci conto della nostra stessa barbarie. Se alcune tribù ‘arrostiscono’ i nemici, noi torturiamo i corpi vivi e arrostiamo lentamente i vicini e connazionali. Ebbene, Locke è estraneo a questo tipo di pensiero umanista che avrebbe potuto impedire l’intero progetto di colonizzazione. Stabilito che la proprietà privata è un dono divino, e constatato che i popoli lontani non apprezzano la natura divina di un simile dono, non rimane altro che trattare questi popoli alla stregua di selvaggina. Solo un nuovo campo del sapere poteva stabilire una distanza tra moralità universale e condotta privata, una nuova disciplina chiusa nel suo stesso pensiero, autoreferenziale, lontana da ansie divine o etiche. Gli abitanti dei ‘nuovi’ territori dovevano essere trasformati in criminali o nemici in una guerra che non avevano mai dichiarato. La ‘scienza’ economica non aveva ancora preso forma, ma il concetto chiave di proprietà era già stato formulato, con John Locke nel ruolo di precursore nell’assimilare le regole del comportamento economico alle leggi naturali e divine.

Di quali danni è responsabile il mercantilismo?

Le vittime, in questo caso, erano tutte quelle popolazioni che vivevano di piccolo commercio, schiacciate dal monopolio di compagnie che trasformavano la libertà di scambio (o meglio la loro libertà) nella schiavitù degli altri. Va notato che, nel reclamare il diritto inalienabile al commercio, le grandi compagnie mercantiliste domandavano contemporaneamente agli stati di non interferire con politiche regolative o restrittive. In realtà, la loro era una semplice domanda di esercitare quel potere politico che non intendevano lasciare tra le prerogative dell’autorità. Le compagnie, infatti, disponevano di eserciti e rappresentanti politici che governavano con le leggi e la violenza necessari allo svolgimento regolare dei commerci e delle rapine. I mercantilisti, insomma, non volevano uno stato che promuovesse il laissez-faire, ma solo un’autorità che garantisse la loro libertà, il loro laissez-faire. La principale vittima del mercantilismo è l’assetto sociale tradizionale che viene dissolto grazie alla forza militare e all’iniziativa commerciale. Marx descrive questo assetto come costituito dagli elementi principali che governano un’economia di sussistenza, grazie alla quale le piccole comunità ‘semibarbare e semicivili’ hanno sopravvissuto per secoli, concludendo che l’invasione inglese causa la più gigantesca, e sicuramente, la sola rivoluzione sociale che l’Asia abbia mai conosciuto. Ci viene ricordato che il tipo tradizionale di vita, privo di dignità, stagnante e vegetativo, e la maniera passiva di esistere, erano mescolati con la forza cieca che faceva dell’omicidio un rito religioso. E’ vero, Marx continua, che nel promuovere la rivoluzione sociale in India gli inglesi seguono i propri interessi più angusti, e la maniera nella quale li perseguono non potrebbe essere più stolta. Ma questo non è il punto. Il punto è: può l’umanità realizzare il proprio destino senza un profondo mutamento delle relazioni sociali in Asia? ‘Se la risposta è no, allora di qualsiasi natura siano i crimini commessi dagli inglesi, quei crimini, provocando una simile rivoluzione, sono uno strumento inconscio della storia’. Secondo Marx, insomma, lo sviluppo fornirà la base per l’evoluzione successiva, segnatamente la sconfitta delle classi dominanti inglesi da parte del loro proletariato e quella del dominio coloniale da parte del proletariato indiano. L’industria e il commercio, conclude Marx, hanno creato le condizioni materiali per la nascita di un nuovo mondo, così come le rivoluzioni geologiche hanno creato la superficie della terra. In conclusione, le vittime dell’economia mercantilista sono i martiri inconsapevoli della futura rivoluzione sociale, il prezzo umano da pagare affinché il progresso ci consegni un mondo nuovo.

La mano invisibile è macchiata di sangue?

Adam Smith e la sua mano invisibile sono responsabili di una gamma molto ampia di reati dei colletti bianchi. Se è vero che l’interesse individuale produce bene pubblico, vale a dire che i vizi privati si trasformano in virtù collettive, è anche vero che persino l’arricchimento illegittimo può promuovere la circolazione di benessere, incoraggiare lo sviluppo e creare posti di lavoro. Adam Smith si è occupato in maniera diretta di trasgressione, devianza, criminalità convenzionale e illegalità delle élite. E non è facile, a mio avviso, tracciare un confine tra le pratiche economiche da lui designate come ortodosse da quelle da lui ritenute disfunzionali o illecite. Il suo lavoro teorico è focalizzato sulla libertà di commercio, i diritti perfetti e imperfetti, l’impresa e l’intervento statale. Tra i diritti imperfetti vi sono quelli che garantiscono sopravvivenza e dignità, di cui non siamo titolari, ma che solo le forze dell’iniziativa economica possono riconoscere. Nemico della libera impresa, l’intervento statale è tuttavia necessario per le industrie nascenti, che vanno sostenute. In questa maniera Smith contraddice se stesso, in quanto simultaneamente predica la filosofia della libertà di impresa, una filosofia simile a una fede che molto spesso viene tradita persino, o forse soprattutto, da chi ufficialmente la professa. La ‘libertà d’impresa’, in breve, diventa libertà di usare lo stato e le sue risorse a proprio vantaggio. Infine, la sua argomentazione secondo cui i disoccupati prodotti dallo stesso sviluppo economico verranno in seguito assorbiti in settori produttivi in ascesa tralascia il malessere e le ferite personali e sociali generate dall’inattività. Smith argomenta che i disoccupati, nel lungo periodo, verranno in qualche maniera rioccupati. Keynes, un paio di secoli dopo, gli risponderà che nel lungo periodo saremo tutti morti.

In che modo la teoria dell’utilità marginale genera sfruttamento?

La teoria dell’utilità ‘marginale’ in Marshall si presta a interessanti interpretazioni per via del tipo di illegalità che promuove o razionalizza. L’idea di rareté, a questo proposito, è cruciale. Un bene, ci viene detto, deve essere non solo utile, ma anche poco reperibile. E’ questa, secondo Marshall, la nozione di utilità marginale, non generale. Non è la soddisfazione totale che scaturisce dal possesso di un bene a conferire valore a quest’ultimo; il valore deriva dalla soddisfazione prodotta dall’ultimo e meno desiderato oggetto di consumo. L’ultima riserva alimentare disponibile in una situazione di carestia possiede un valore immenso e merita un prezzo adeguato alla sua scarsità. Analogamente, l’utilità di un bene o di un servizio diminuisce, se tutte le altre variabili rimangono costanti, con la sua crescente reperibilità. Applicando questo principio ai salari, Marshall suggerisce che il loro livello corrisponde alla ricompensa monetaria che accetterebbe l’ultimo lavoratore marginale disposto a occuparsi. Marshall, in poche parole, conferisce dignità alle economie sommerse, a quelle enclave di lavoro dove molti sono disposti a occuparsi per disperazione. Seguendo la sua logica, la massima efficienza del lavoro si riscontra nei settori nascosti dell’economia, dove le retribuzioni, le condizioni e la sicurezza sono nettamente al di sotto degli standard stabiliti per legge. La massima ‘impiegabilità’, in termini di contributo offerto alla produzione e ai profitti, è allora quella che caratterizza gli immigrati irregolari, quelli ‘trasferiti’ illegalmente e quelli ‘trafficati’, in quanto le loro aspettative influenzano il livello dei salari ritenuto appropriato. I trafficanti di esseri umani sono avvertiti: in termini economici, hanno un ruolo importante da ricoprire.

Sempre nel Suo testo, anche la teoria keynesiana viene fatta oggetto di una critica molto netta

Il Keynes che meglio conosciamo è quello che propugna uno spostamento relativo di ricchezza a favore di lavori pubblici che creano occupazione e, perciò, salari, domanda di beni e servizi. Molti governi implorano i cittadini ad uscire, fare compere, consumare, in maniera da incoraggiare l’economia, anche se l’implorazione non può avere successo quando non viene accompagnata da un’offerta di salari adeguati. Il Keynes meno noto è quello che considera i cittadini meno abituati a consumare, in quanto dotati di scarse risorse, poco adatti a spendere quello che viene loro improvvisamente concesso in termini di aumento salariale. In altre parole, chi è disabituato all’aumento del proprio reddito è un consumatore inaffidabile, in quanto la maggiore disponibilità di danaro non si traduce automaticamente in maggiore propensione a spendere, ma in disponibilità a risparmiare. Le classi benestanti, al contrario, sono consumatori ideali. Consegnare danaro pubblico a queste classi, secondo un modello di socialismo per i ricchi, trova giustificazione in un supplemento di analisi offerto da Keynes. A volte, suggerisce, un declino del tasso di occupazione può persino incoraggiare il consumo, in quanto alcuni individui possono decidere di spendere i risparmi messi da parte in tempi migliori. ‘Perciò, quando l’occupazione scende a bassi livelli, il consumo aggregato scende in misura minore rispetto all’abbassamento del reddito reale’. A questo punto, è legittimo chiedersi perché mai si dovrebbe puntare all’incremento dell’occupazione e dei salari, e se la strada più rapida che conduce alla ripresa non sia quella di finanziare gli operatori chiave dell’economia, lasciando poi, appunto, ‘le cose al governo della natura’. Insomma, socialismo per i ricchi e neoliberismo per i poveri.

Quale economista è, a Suo avviso, maggiormente responsabile di crimini in economia?

Quasi tutti.

L’economia può dirsi scienza?

Non conosco nessun altra scienza che è insensibile ai danni che provoca. Del resto, parliamo di una scienza che glorifica l’ineguaglianza, e sono proprio la sua spiegazione e razionalizzazione che hanno mobilitato i più grandi talenti nella sfera del pensiero economico. Come ha dichiarato Galbraith, ‘Nella quasi totalità della storia economica, la maggioranza delle persone sono state povere e una piccola minoranza ricche. Di conseguenza, si è sempre avvertito il bisogno urgente di spiegare come mai – e, ahimè, di frequente, di spiegare anche perché così deve essere’.

La povertà come risultato del disappunto divino viene tradotta dagli economisti in ineguaglianza che determina sviluppo e felicità: ai poveri non resta che imitare i ricchi e contribuire così allo sviluppo economico. In verità, nel seguire l’esempio dei privilegiati, si genera soltanto acquiescenza per un sistema che permette ai privilegi apertamente in mostra di rimanere accessibili a pochi. Se lasciati fare, i mercati producono, così ci viene detto, i risultati più efficienti ed equi. Questa nozione che serve solo gli interessi di chi la formula, in realtà, giustifica la ridistribuzione di reddito verso l’alto, limitando anziché ampliare l’area della ricchezza. Ma quest’ultima non dovrà prima o poi ‘sgocciolare’ verso il basso? Beh, la metafora dello ‘sgocciolamento’ non sembra alludere a un getto né a una cascata poderosa, ma a un banale rubinetto che perde.

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