Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/03/2024

Sulla “follia babilonese” di John Maynard Keynes

di Giorgio Gattei

Dicono alcuni che la moneta è merce
e alcuni che invece è pagherò
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è una assurdità
e quando ho domandato al mio vicino
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

(ad imitazione di Wystan Hugh Auden)

1. Se Federico Nietzsche ha voluto insegnarci che «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni», la sua affermazione è sia vera che falsa: falsa perché i fatti ci sono, eccome, e ci arrivano addosso alle volte inaspettati, ma pure vera perché noi ci muoviamo dentro i fatti secondo l’interpretazione che ne diamo comportandoci di conseguenza. E valga il caso clamoroso della scomparsa fisica, all’apice del suo potere, di Romolo, il primo re di Roma, che per storici come Tito Livio o Plutarco fu dovuta ad un omicidio ad opera dei senatori che ne avrebbero smembrato il corpo portandosene ciascuno un pezzo fuori dal Senato «nascondendolo sotto la toga», mentre il popolino credette ad una sua ascesa al cielo, ne fece una divinità aggiuntiva col nome di Quirino e gli dedicò uno sette colli cittadini, per l’appunto il Quirinale.

Altrettanto sull’origine della moneta si confrontano due interpretazioni, che oggi è però più snob chiamare “narrazioni” (R. Shiller, Economia e narrazioni. Come le storie diventano virali e guidano i grandi eventi economici, 2020) perché, più che spiegare, raccontano, che sono tra loro in radicale contrasto, come aveva ben compreso fin dal 1917 Joseph A. Schumpeter scrivendo che «vi sono soltanto due teorie della moneta degne di questo nome: la teoria della moneta come merce e la teoria della moneta come certificato di credito che non sono compatibili già in base al loro nucleo, benché in moltissimi casi esse conducano agli stessi risultati». Ma vediamole partitamente.

2. La prima narrazione, che è poi quella che va ancora per la maggiore, ci dice che la moneta è nata per decisione spontanea degli “scambisti democratici” decisi a superare la difficoltà, insita nel baratto, di trovare ogni volta un acquirente della merce che si vende che possegga proprio la merce che s’intende comperare. Così fu scelta come intermediaria generale degli scambi la merce più adatta a tutti per qualità merceologiche di trasporto, divisibilità e conservazione nel tempo che funzionasse da “merce universale”, ossia la moneta, e a vincere alla fine furono i metalli preziosi, ossia l’argento e l’oro, facendo trapassare la logica dello scambio dal baratto di Merce A contro Merce B alla forma più complessa e funzionale dello “scambio monetario”:

Merce A – Moneta – Merce B

Poi la moneta venne pure coniata nel metallo prescelto per evitare lo scomodo di dovere ogni volta verificarne la quantità e la purezza del materiale e tutto questo ci è stato raccontato da Aristotele, per Dante Alighieri «il maestro di color che sanno», nel suo trattato sulla Politica: analogamente a quanto detto nella Poetica a proposito dell’innovazione di Sofocle di introdurre «tre attori» nella tragedia (Eschilo si era fermato a due), sul palcoscenico del mercato la moneta era entrata come il “terzo attore” necessario alla rappresentazione commerciale: «si ricorse all’uso della moneta quando si convenne di dare e di accettare un qualcosa che, essendo merce esso stesso, possedesse il vantaggio di essere facilmente permutato per le necessità della vita, dapprima definito semplicemente nella sua dimensione e nel suo peso e poi con l’impressione di un segno che potesse dispensare dalla effettuazione della misurazione e che servisse da marchio indicante l’ammontare del valore» (Aristotele doveva avere davanti agli occhi la meraviglia di quella dracma ateniese coniata in argento a partire dal 449 a.C. che è stata chiamata “la civetta” per l’immagine che recava sul retro). Nei secoli successivi questa narrazione è stata invariabilmente ripetuta da Adam Smith fino ad Alfred Marshall. sebbene non sia mai stata trovata la prova storica della esistenza di quella fantomatica “terra del baratto” da cui si sarebbe originata la moneta-merce (cfr. D. Graeber. Debito. I primi 5000 anni, 2012).

3. Ma se la moneta è nata dal mercato, che cosa mai erano state quelle tavolette d’argilla incise a caratteri cuneiformi che avevano circolato per migliaia d’anni tra il Tigri e l’Eufrate e di cui abbiamo narrato nelle Cronache precedenti? Non erano forse anch’esse moneta, sia pure di tutt’altra origine? Però per accorgersene c’è stato bisogno che si riscoprissero, a partire dal XIX secolo, le civiltà sumera e babilonese, che si ritrovassero quelle numerosissime tavolette (centinaia di migliaia!) e che le si decifrassero (il che ci ha permesso anche di leggere, nel cosiddetto “racconto di Gilgamesh”, una versione del Diluvio precedente alla narrazione della Bibbia). Ma prevalentemente esse avevano natura contabile e amministrativa, nonché di contratti del tipo delle note di pagamento “io ti devo” che, invece di collegare sul mercato un venditore a un compratore, regolavano i conti di un debitore con il suo creditore. Esse erano, infatti, la documentazione storica ritrovata che in quei lontanissimi tempi e in quei luoghi era già all’opera una “economia finanziaria” complessa (cfr. O. Bulgarelli, Moneta ed economia nell’antica Mesopotamia III-I Millennio a.C., 2009) dove quelle tavolette giocavano il ruolo di “moneta prima della moneta” oppure, per dirla con il bel titolo di un libro dello stesso Bulgarelli, di Denaro alle origini delle origini (2001). Ma come era sorto il tutto? In quegli antichi tempi d’agricoltura c’era pur sempre un bisogno da colmare, per le sussistenze, la distanza temporale della semina dal raccolto, il che si faceva accantonandone per precauzione delle scorte dal periodo precedente, ma se queste si erano esaurite troppo in fretta non si poteva far altro che richiederle in prestito a chi ne avesse ancora disponibilità, come il Tempio che raccoglieva le offerte in natura dei fedeli oppure il Palazzo che si faceva pagare in natura le tasse dai contribuenti. A testimonianza del prestito concesso venivano prodotte quelle tavolette scritte che, dopo il loro rimborso alla scadenza, erano restituite ai debitori che tuttavia, invece di distruggerle, potevano cederle a loro volta sul mercato a chi accettasse uno scambio di merci “a pagamento differito”, essendo più che garantite per il saldo alla scadenza dalla autorevolezza della istituzione che le aveva emesse. Si è così potuto riconoscere, come scritto da M. Hudson in Palatial credit: origins of money and interest (2018) ,che «l’origine dei debiti monetari e dei mezzi di pagamento è stata fondata sulle pratiche contabili dei templi e dei palazzi sumeri dal 3000 a.C. allo scopo di governare una primitiva economia agricola che richiedeva anche commercio estero per ottenere metalli, pietre preziose e altri materiali non disponibili in loco. Queste istituzioni impiegavano anche manodopera mantenuta con i raccolti prodotti sulle terre del Tempio o del Palazzo oppure, al di fuori di esse, da parte di coltivatori che pagavano in natura offerte e tributi... Il grano era preso come unità di conto per calcolare i valori di scambio delle merci tra loro e col tempo di lavoro, con una allocazione delle risorse che coinvolgeva l’agricoltura e le attività artigianali, così come i mezzi di pagamento. E tutto questo succedeva in Mesopotamia fin dal terzo Millennio a.C.».

Dopo la decifrazione, quelle tavolette di debito sono state anche fatte oggetto di considerazione teorica, dando il via ad un filone di studi che partiva dal presupposto che quel tipo di moneta, invece di nascere sul mercato, aveva trovato origine nella iniziativa di prestito di una autorità sovrana che ne aveva certificato l’ammontare per iscritto su quelle tavolette che erano in grado di estinguere il debito all’interno del proprio spazio di competenza (per dirla con una immagine colorita, era un po’ come alla maniera dei gettoni emessi da un guardaroba per il deposito dei cappotti che vanno restituiti a chiunque si presenti con quei contrassegni). Come ha osservato ancora Graeber, è stato così che la moneta «non solo rende possibile il debito, ma fa la sua comparsa esattamente nello stesso momento», essendo peraltro l’espressione di «una forma di sovranità che non può essere compresa se non con riferimento ad una autorità», quali erano allora il Tempio o il Palazzo. Su questa narrazione di “altra nascita” si sono mossi nel XX secolo diversi studiosi, al punto che oggi è possibile farne una ideale galleria in cui, a far da spartiacque magistrale, spicca la figura di John Maynard Keynes, al punto di potersi parlare di un “prima” e di un “dopo” di lui (cfr. L. Randall Wray From the State theory of money to modern money theory: an alternative to economic ortodoxy, 2014).

4. Keynes, dunque. Nel 1923 aveva pubblicato un Trattato sulla riforma monetaria (prontamente tradotto in italiano da Piero Sraffa – come il mondo è piccolo!) in cui aveva discusso d’inflazione (quando i prezzi aumentano) e di deflazione (quando i prezzi calano) arrivando alla conclusione che, se entrambi erano mali da evitare perché la prima è «ingiusta» e la seconda «inopportuna», «la deflazione è forse la peggiore poiché in un mondo povero è più grave creare disoccupazione che deludere il rentier». Ma se la causa di quei su e giù dei prezzi stava nella quantità di moneta che sul mercato poteva esser troppa oppure troppo poca, lui della moneta che sapeva? Che cos’era mai e, soprattutto, come vi si era infilata all’origine? Approfittando dell’interesse suscitato dagli scavi recenti della città sumera di Ur che stavano restituendo innumerevoli tavolette di debito, Keynes si era buttato a studiarle con una tal «frenesia» da far supporre che intendesse scriverci sopra un libro, mentre confidava nel 1924 a Lydia Lopokova, che poi sarà sua moglie, di esservi «assorbito fino alla follia» (e lei in risposta: «è un tesoro del tuo spirito intellettuale e io ti amo tanto in questa tua passione») (cfr. R. Skidelsky, John Maynard Keynes. L’economista come salvatore 1920-1937, 1992). Ne aveva anche buttato giù degli appunti con relativo indice dei capitoli che però sono rimasti inediti fino al 1982, quando si sono potuti leggere nel XXVIII volume delle sue Opere e Corrispondenza, perché lui li aveva poi abbandonati non sembrandogli opportuno pubblicare qualcosa «in una materia sulla quale la mia conoscenza è così incerta», come aveva scritto ad un corrispondente nel 1926 (cfr. G. Ingham, Babylonian madness: on the historical and sociological origins of money, 2000).

Quando finalmente quegli appunti sono stati resi pubblici, che cosa se ne è appreso? Che per Keynes la moneta aveva avuto una “origine di banca”, così che «le prime banche furono i santuari e i primi banchieri furono i sacerdoti», come ha sintetizzato Augusto Graziani illustrando le Nuove interpretazioni dell’analisi monetaria di Keynes (1991) provocate dalla loro pubblicazione. Ed invero come sta scritto nel capitolo sulle “Origini della moneta”, «l’introduzione di una moneta, nei cui termini prestiti e contratti con un elemento temporale possono essere espressi è ciò che ha realmente cambiato la condizione economica di una società primitiva, ed in questo senso la moneta già esisteva a Babilonia in una forma altamente sviluppata... molti anni prima del tempo di Solone», che era stato il primo riformatore monetario ateniese, mentre la tanto decantata coniazione della prima moneta metallica ad opera di Creso re di Lidia nel quinto secolo a. C. doveva essere considerata una «invenzione veramente insignificante», un gesto di «vanità, patriottismo, pubblicità».

Il fatto è che Keynes era alle prese con un oggetto economico sfuggente quale è la moneta perché intesa a svolgere più funzioni differenti: è moneta di realizzo (perché le merci prodotte devono poi essere vendute), è moneta di scorta per conservarne il valore nel tempo (si dice allora che la moneta ristagna “in forma liquida” in attesa di “solidificarsi” in qualche impiego produttivo) ed è moneta d’avvio per il bisogno di averne una disponibilità per acquistare i mezzi necessari ad avviare qualsiasi impresa economica. Se però in quest’ultimo caso la moneta non la si possedesse, allora la si poteva richiedere come moneta di credito alle banche che raccolgono i risparmi dei depositanti per cederli ai loro clienti. Era pur vero, come ha ricordato ancora Graziani, che nella più celebre Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936) per riflesso della congiuntura del tempo in cui le “scorte liquide” la facevano da padrone, le banche erano «presenti soltanto dietro le quinte», portando così ai successivi travisamenti dottrinari denunciati da Nicholas Kaldor nel Flagello del monetarismo (1982). Tuttavia nel precedente Trattato della moneta (1930), pubblicato alla fine della stagione di “follia babilonese”, le banche c’erano, eccome: «affinché i produttori possano e vogliano produrre, ... devono poter ottenere la disponibilità di un ammontare adeguato di moneta..., (così che) il primo anello della sequenza causale è il comportamento del sistema bancario». Ma questo gli pareva logicamente evidente: pur non avendo alcuna considerazione del Capitale di Marx (che considerava alla stessa stregua del Corano, così che «qualunque sia il suo valore sociologico, il suo valore dal punto di vista economico è zero»), Keynes ai suoi studenti ne insegnava la formula della “circolazione capitalistica”:

Moneta – Merce – Più Moneta

che inverte la direzione dello scambio monetario partendo dal denaro per arrivare al maggior denaro (profitto) guadagnato. E così spiegava a lezione: «una pregnante osservazione di Karl Marx ha messo in luce che la natura della produzione nel mondo reale non è, come gli economisti sembrano spesso supporre, un caso del tipo M-D-M, cioè inteso a scambiare una merce (o un lavoro) contro denaro al fine di ottenere un’altra merce (o lavoro). Questa può infatti essere la prospettiva del singolo consumatore, ma non è quella del mondo degli affari che dal denaro si separa in cambio di una merce (o di un lavoro) al fine di ottenere più denaro secondo un processo del tipo D-M-D’».

Era questa la consapevolezza della natura della moneta d’avvio che poteva essere innescata dalla moneta di credito bancaria che aveva raggiunto nella sua scorribanda babilonese, così che quegli appunti, sebbene non pubblicati, non dovevano passare invano se adesso ci fanno comprendere appieno il significato di quel primo capitolo del Trattato sulla moneta, che ne riprendeva addirittura delle parti, che altrimenti sembrerebbe estraneo all’argomento del libro dedicato a ricercare la causa di quella Grande Crisi economica cominciata nel 1929 (e da lui imputata ad una insufficienza degli investimenti rispetto al risparmio disponibili all’opposto della interpretazione corrente che la imputava ai troppi investimenti). Proprio quel primo capitolo serviva infatti a ricordarci che gli investimenti e i risparmi non sono cose, ma si presentano sempre sotto forma di moneta, dove però la moneta andava intesa come una moneta-di-conto che costituiva quel «concetto primario di una teoria della moneta... che viene in esistenza insieme ai debiti, che sono dei contratti a pagamento differito, e dei listini di prezzi che sono offerte di contratti per vendita od acquisto» (traduzione mia).

Giocando sul bisticcio si potrebbe dire che la moneta-di-conto è proprio ciò che conta essendo il soggetto dei contratti e delle obbligazioni, mentre è cosa differente la moneta materiale che circola negli scambi, ovvero (per dirla con le sue parole) «la moneta-di-conto è la descrizione o il titolo mentre la moneta è la cosa che risponde a quella descrizione» e che deriva «il suo carattere dalla sua relazione con la moneta-di-conto, dato che i debiti e i prezzi devono essere espressi prima nei termini di questa». Certamente se alla moneta-di-conto corrispondesse sempre la medesima moneta circolante la differenza non avrebbe significato, ma può pur presentarsi il caso (l’esempio è di Keynes) che «un contratto da pagarsi tra dieci anni pari al peso in oro del peso del re d’Inghilterra non sia la stessa cosa di un contratto da pagarsi nel peso dell’individuo che ora è re Giorgio, e con lo Stato che dichiara, quando viene il tempo, chi è il re d’Inghilterra».

Ne conseguivano tre risultati sconvolgenti: che «la moneta-di-conto è logicamente anteriore a qualsiasi altra forma di moneta»; che «il carattere di moneta è assegnato dalla moneta-di-conto e non dalla sua forma naturale» che può essere fatta su qualsiasi materiale (i metalli, la carta, il bit elettronico oppure, all’origine, l’argilla): ed infine che per farla nascere c’è bisogno di un potere sovrano, come allora erano il Tempio o il Palazzo e oggi la Banca o lo Stato, e questo potere sovrano entra in gioco due volte: «dapprima come l’autorità legale che impone il pagamento della cosa che corrisponde al nome o alla descrizione nel contratto, ma che poi entra doppiamente in gioco quando, in aggiunta, reclama il diritto di determinare e dichiarare quale cosa corrisponda al nome, e di variare la sua dichiarazione di volta in volta – vale a dire quando reclama il diritto di rivedere il vocabolario. Questo diritto è reclamato da tutti gli stati moderni e così è stato da almeno quattromila anni» ed è per questo che, con buona pace di Aristotele e Creso, «l’età della moneta è succeduta all’era del baratto non appena gli uomini hanno adottato una moneta-di-conto, mentre l’età della moneta di Stato è raggiunta quando lo Stato reclama il diritto di dichiarare quale cosa corrisponde come moneta alla moneta-di-conto e quando reclama il diritto non soltanto di imporre il vocabolario, ma anche di riscrivere il vocabolario».

5. Insomma, abbiamo due diverse narrazioni sulla origine della moneta: per libera volontà degli scambisti sul mercato che sceglierebbero la migliore (Aristotele) oppure per decisione d’autorità di un prestatore che misura l’ammontare del suo credito in una unità di conto astratta e poi lo certifica su di una cosa materiale (la moneta corrente) che gli corrisponde (Keynes). Si potrebbe anche dire che l’opposizione sta tra una Cosa (la merce) che si conquista sul mercato il Nome di moneta e il Nome (la moneta di conto) che decide d’autorità la Cosa che lo riflette. Forse non sapremo mai cosa sia successo in quel lontanissimo passato, però è certo che la moneta dev’essere sorta dalle parti del prestito, salvo poi prendere a circolare autonomamente tra le merci trascinandosi dietro tutta l’inquietudine del mistero e del sacro (la fiducia che il valore di quella moneta resti sempre lo stesso). Ne fa fede Dante Alighieri nel XXIV canto del Paradiso: «Assai ben è trascorsa/ d’esta moneta già la lega e il peso./ Ma dimmi tu se l’hai nella tua borsa./ Ond’io: Sì l’ho/ così lucente e tonda/ che nel suo conio nulla mi s’inforsa (mi fa dubbio)».

Jorge Luis Borges nell’Aleph (1952) racconta di quella volta che ricevette come resto lo Zahir, la moneta comune da venti centesimi corrente a Buenos Aires, che lo riempì d’inquietudine: «lo guardai un istante e pensai che non esiste moneta che non sia simbolo delle monete che senza fine risplendono nella storia e nella favola», dall’obolo per Caronte ai trenta denari di Giuda, dall’oncia d’oro inchiodata da Achab all’albero maestro della sua nave alla caccia di Moby Dick, ma pure (posso aggiungere?) agli zecchini seppelliti da Pinocchio nel Campo dei miracoli, ed «il pensiero che ogni moneta permetta tali illustri parentele mi parve di grande, benché inesplicabile, importanza». Ma Borges pensò anche che «nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta (una moneta da venti centesimi, ad esempio) è, a rigore un repertorio di futuri possibili. Il denaro è un ente astratto, ripetei, è tempo futuro. Può essere un pomeriggio in campagna, può essere musica di Brahms, può essere carte geografiche, può essere gioco di scacchi, può essere caffè, può essere le parole di Epitteto che insegnano il disprezzo dell’oro… M’addormentai dopo un tenace cavillare, ma sognai d’essere le monete custodite da un grifone». E come finisce il racconto di Borges? Alla sua solita maniera, fulminante: «quando tutti gli uomini della terra penseranno, giorno e notte, allo Zahir, quale sarà il sogno e quale la realtà, la terra o lo Zahir?… Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio».

Fonte

11/02/2024

La giungla contro il giardino. A proposito di “La guerra capitalista”

1) Mi sembra doveroso partire dalla preoccupata constatazione di Papa Bergoglio, espressa il 10.3.2023 in occasione del decimo anniversario del suo pontificato, che «in poco più di cent’anni ci sono state tre guerre mondali: 1914-1918, 1939-1945, e la nostra; che è anch’essa una guerra mondiale. È cominciata a pezzetti ma adesso nessuno può dire che non è mondiale. Le grandi potenze vi sono tutte invischiate. Il campo di battaglia è l’Ucraina, ma lì lottano tutti».

E bravo il nostro Papa nel riconoscere che la guerra russo-ucraina non è affatto “locale”, come quelle precedenti in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria o Libia, bensì planetaria!

Però bisognerebbe sforzarsi di indicare anche in maniera esplicita quali sono le effettive parti in lotta, che solo superficialmente sono la Russia e l’Ucraina. Infatti, tutti sappiamo che dietro l’Ucraina c’è la NATO a guida americana con l’Unione Europea al traino e che la Russia di Putin, nell’immaginario occidentale, altro non è se non la prosecuzione di quella Unione Sovietica che aveva dato del filo da torcere agli Stati Uniti lungo tutto il periodo della c.d. “guerra fredda”.

Per questo il conflitto in corso è “mondiale”, potendosi anche considerare come quel “finale caldo di partita” che finora era stato scansato per la minaccia di Mutua Distruzione Atomica Assicurata, ma che adesso potrebbe anche non essere più evitabile.

Proprio per questo gli Stati Uniti ci vanno dentro con mano leggera senza inviare “scarponi sul terreno” (come hanno fatto in Vietnam, Afghanistan e Iraq) e senza applicare la “no fly zone” (come nel caso della Serbia e della Libia) per il pericolo che Putin finisca per utilizzare (come ha minacciato), se aggredito sul territorio nazionale, anche armi atomiche “tattiche”, dove però non si sa bene dove il “tattico” finisca.

Così Biden, che ha riportato a casa i soldati americani dall’Afghanistan, non sembra avere nessuna voglia di passare alla storia come il presidente che ha fatto entrare gli USA nella Terza guerra mondiale, ben consapevole (come ha detto in televisione il 10 febbraio 2022) che «se russi e americani iniziano a spararsi addosso, quella è una guerra mondiale» (cit. in “Limes“, 2022, n. 2).

Comunque anch’io mi ero accontentato di una simile interpretazione delle forze in campo in chiave, per così dire, “geopolitica”, finché non ho avuto modo di leggere il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista (Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2022) che mi ha costretto ad adottare una diversa linea d’interpretazione che qui non posso far altro che riportare (con qualche aggiunta in più, mi auguro).

Considero infatti questo libro meritevole della più grande attenzione, anche se lo ritengo malfatto perché “assemblato” con scritti e interviste già pubblicati ed incollati insieme e non invece “pensato” dall’inizio alla fine, così che gli argomenti si rincorrono e si ripetono pure ed un tema decisivo come quello delle sanzioni economiche sì trova inaspettatamente relegato in appendice!

Purtuttavia in interventi successivi gli autori hanno precisato la loro interpretazione come se progressivamente avessero preso consapevolezza della importanza della loro tesi sulle forze effettive che spingono alla guerra in corso.

2) Il ragionamento di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli procede secondo linee rigorosamente en marxiste, dato che «oggi, più che in passato, il capitale si trova costretto ad interrogarsi su sé stesso, sulla sua potenza e sulla sua stessa fragilità riproduttiva e così cade nella tentazione di riflettersi nell’impietoso specchio analitico marxiano».

In particolare, viene riesumato il grande tema della “centralizzazione del capitale“ che, a differenza della “concentrazione“ che si verifica quando si reinvestono i profitti dentro l’impresa, si presenta quando un capitale più grosso ingloba (Marx parla più esattamente di «esproprio») un capitale più piccolo.

I motori di questa centralizzazione sono per Marx la «lotta della concorrenza che vede prevalere i capitali più grossi» ed il sistema del credito che consente ai capitali che vi hanno accesso di presentarsi sul mercato con una “potenza di fuoco” superiore a quella dei capitali ai quali, per varie ragioni, il credito è lesinato, se non addirittura negato, così che il credito finisce per operare come «un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali» (per questo la politica monetaria del banchiere centrale è decisiva per il suo andamento, come poi si dirà).

Di questa centralizzazione dei capitali nel libro si tenta addirittura una quantificazione empirica con la tecnica del network control sulla quale non mi pronuncio ma di cui raccolgo il risultato: che ormai nel mondo non ci sono che “oligarchi” se l’80% dei ricavi operativi delle società transnazionali è nelle mani (ma meglio sarebbe dire: nelle tasche) di «appena 737 azionisti a livello mondiale» (p. 107) e sebbene siano gli oligarchi russi a godere della peggior fama, ce ne sono anche cinesi, arabi, inglesi e americani, così che «se noi parliamo tanto di oligarchi vicini al Cremlino, tecnicamente parlando il capitalismo americano è il più oligarchico di tutti».

Al proposito consiglio di leggere Giga-capitalisti di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2022) dove si narrano le “fortune”, come è proprio il caso di dire, di quattro oligarchi come Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg, che però oligarchi non si possono dire solo perché sono “made in USA“!

Comunque, la tesi più importante del libro, che è anche la più politicamente intrigante, sta nel fatto che, come detto nella introduzione, se dopo la fine della guerra fredda il mondo si era ritrovato miracolosamente “tutto uno” come era stato all’inizio del XX secolo, ed a guida esclusivamente americana (da cui quell’Impero immaginato da Hardt e Negri nel 2001), lo sviluppo successivo della globalizzazione dei mercati e dei capitali lo ha riportato a trovarsi nuovamente “due” dove «da un lato c’è il vecchio blocco imperialista definibile “dei debitori”, a guida americana e anglosassone e con l’Europa al traino impegnati a difendere una infiacchita egemonia con tutti i mezzi possibili..., mentre dall’altro c’è un emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che, coinvolge russi e vari asiatici e registra una indubbia fase di ascesa» (p. 11).

Come si siano formati questi due “blocchi imperialisti” del debito e del credito nel libro non è detto, ma è facile dimostrarlo: è stata la conseguenza avvelenata dello straordinario sviluppo dello scambio internazionale di merci dovuta, ben più che alla scomparsa dell’URSS nel 1991, all’ingresso della Cina, che pure era rimasta “comunista”, nella Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO) nel 2001, che ne ha esaltato la capacità di esportazione di manufatti prodotti in massa e a costi stracciati in patria.

Vigenti le regole del libero scambio gli Stati Uniti sono stati letteralmente inondati dalle importazioni “made in China”, finendo per ritrovarsi con un disavanzo commerciale che hanno saldato nella loro moneta (il dollaro, che è il denaro universale perché accettato da tutti), che però la Cina non ha trattenuto presso di sé in forma liquida, ma ha restituito agli USA in cambio dei loro titoli di credito, sia pubblici che privati, perché fruttavano dividendi e interessi.

È stato così che alla fine gli Stati Uniti sono diventati, oltre che importatori netti di merci, anche debitori di capitali, mentre la Cina, che esportava merci, è diventata creditrice di capitali.

Né il fenomeno è rimasto confinato ai manufatti, perché anche materie prime come il gas e il petrolio sono oggetto di commercio internazionale, così che pure i paesi arabi e la Russia sono diventati esportatori netti, soprattutto verso la neonata Unione Europea che è priva di fonti energetiche, e con quel loro avanzo commerciale hanno acquistato titoli di credito privati e pubblici in euro o in dollari, diventando pure a loro volta creditori di capitali.

È quasi un teorema: i paesi che sono esportatori al netto di merci finiscono per essere creditori, mentre quelli che importano al netto si riducono a debitori.

Una tabella in fondo al volume (ma perché solo a p. 233 e appena prima dei “Ringraziamenti“?) elenca le singole posizioni finanziarie nazionali sull’estero per l’anno 2021, da cui risulta che sono a debito gli Stati Uniti per l’iperbolica cifra di 18.124 miliardi di dollari, con al seguito Gran Bretagna, Australia, Messico e Brasile, mentre a credito ci stanno Cina, Giappone, Canada, Arabia Saudita e Russia.

L’Unione Europea come tale non c’è, non avendo una posizione finanziaria unica sull’estero, ma da altra fonte (A. Iero, Usa vs. Russia (e Cina): debito di guerra o guerra del debito?, “Econopoly“, 6 giugno 2022) apprendo che la Germania è a credito insieme a Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia e (nel suo piccolo) l’Italia, mentre a debito ci sono Francia, Spagna, Irlanda, Grecia, Polonia e Portogallo. E con questo le squadre in campo sono riconosciute.

3) La competizione tra questi due capitalismi del credito e del debito è determinata anche, come s’è accennato, dalle decisioni monetarie delle banche centrali, della Federal Reserve soprattutto a cui gli altri banchieri centrali non possono, prima o poi, che adeguarsi.

E la FED si affida per le decisioni da prendere sul tasso d’interesse ad una formula algebrica “oggettiva” (che è detta “regola di Taylor” dal nome dell’economista che per primo l’ha formulata nel 1993) che collega il tasso d’interesse nominale alla variazione del livello dei prezzi (inflation gap) per il tramite del rapporto del reddito effettivo su quello potenziale (output gap).

Al di là del tecnicismo ne segue che in caso d’inflazione la FED deve alzare il tasso d’interesse ed abbassarlo invece in caso di deflazione. Ma tutto questo non era già noto? Certo che sì, solo che adesso lo decide un algoritmo e non la volontà politica, pur sempre soggettiva, del banchiere centrale di turno.

Peccato però che questa fenomenale “regola di Taylor” non operi soltanto sui prezzi. Se infatti nel caso d’inflazione l’aumento del tasso d’interesse riduce gli investimenti a venire perché li rende più costosi, e quindi comprime l’occupazione, i salari, i consumi ed infine la domanda effettiva così che i prezzi calano, quello stesso aumento del tasso d’interesse fa però diminuire anche il valore attuale dei capitali già investiti che, per una semplice formula di matematica finanziaria, si determina sulla base dai loro rendimenti futuri scontati per il tasso d’interesse corrente così che, se quest’ultimo aumenta, il loro valore al presente diminuisce (a meno che non si prevedano aumenti dei rendimenti che restano comunque futuri e incerti).

È questa la maggior critica che proprio Brancaccio, insieme a Giuseppe Fontana, ha mosso alla “regola di Taylor” opponendole invece un “principio di solvibilità” in un saggio importante (Solvency rule versus Taylor Rule, in “Cambridge Journal of Economics“, 2013) che non ha ricevuto adeguata attenzione.

Ma proviamo a spiegarci: alla verifica dei fatti la “regola di Taylor” più che sui prezzi a venire agisce sulla solidità finanziaria (possiamo chiamarla “resilienza”?) dei capitali in essere, mettendo in difficoltà quelli che in prospettiva avranno peggiori rendimenti ed indebolendoli fino al punto del fallimento oppure di essere “scalabili” da parte di capitali più forti.

Ecco perché il banchiere centrale con la sua manovra sul tasso d’interesse si ritrova a «governare la solvibilità che regola la conflittualità tra i capitali e con essa il ritmo della centralizzazione» (p. 87), che altro non è se non la conseguenza dell’«inesorabile conflitto interno alla classe capitalista tra i capitali a rischio d’insolvenza e acquisizione che lottano per la sopravvivenza e i capitali forti e solvibili che dalla centralizzazione trovano sempre maggior forza e potere» (p. 79-80).

Ma c’è anche di peggio perché «questa lettura innovativa del ruolo della banche centrali si applica non solo ai capitali che costituiscono le banche e le imprese private, ma pure agli Stati nazionali e ai movimenti di capitale internazionali, (così) che il banchiere centrale finisce per operare anche come “regolatore” di un conflitto tra Stati sovrani» (p. 87) facendo così trapassare la geopolitica, che oggi va tanto di moda, in geoeconomia che invece non va ancora di moda.

Ma la Federal Reserve è consapevole di tutto questo? Sembrerebbe di sì se dopo la grande crisi del 2009-2010, e per diversi anni, ha fatto l’interesse del capitale “a debito” americano adottando una politica monetaria più che accomodante spinta fino all’estremo di un tasso d’interesse prossimo allo zero pur di alleggerire il suo rischio di insolvenza, e, ciò nonostante, le proteste dei risparmiatori, sia nazionali che esteri, che non si vedevano remunerare a sufficienza i loro investimenti.

Una simile manovra monetaria è però alla lunga controproducente perché “surriscalda” i prezzi, e quando questi si sono palesemente innalzati, ha ripreso piede la “regola di Taylor” ed il tasso d’interesse è stato aumentato a partire dal 2016 (vedi T. Iero, Banche centrali, tassi di interesse e inflazione, “Maggio filosofico”, marzo 2023), facendo precipitare i capitali “a debito” lungo la china dell’insolvenza, dei fallimenti e dei salvataggi da parte di qualche “cavaliere bianco” nazionale oppure straniero che, alla maniera di avvoltoi, non vedono l’ora di poter banchettare con la carcassa delle loro prede.

A difendere i propri capitali “a debito” che altro restava agli Stati Uniti se non riesumare quel vecchio e discusso strumento di difesa commerciale che sono i dazi all’importazione delle merci altrui?

Così a Davos nel 2017 è stato curioso vedere il presidente americano Trump proclamarsi protezionista a tutto campo, mentre il comunista presidente cinese Xi si ergeva a paladino del libero scambio, con uno sconvolgete scambio di ruoli!

Però il maggior pericolo per una solvibilità indebolita dall’aumento del tasso d’interesse, più che dalle merci sta nei movimenti di capitale rispetto ai quali i dazi non sono sufficienti. Ed ecco che ad essi si sono dovuti aggiungere le sanzioni e gli embarghi che impediscono i movimenti di denaro e addirittura di persone tra le nazioni che si considerano “indesiderate”.

Le sanzioni sono un severo provvedimento di guerra commerciale («guerra di banditi» secondo Carl Schmitt, rispetto alla «guerra di eroi» sui campi di battaglia) utilizzato per punire le violazioni alle norme economiche imposte da uno Stato ad un altro per piegarlo alla propria volontà e da tempo gli Stati Uniti le hanno applicate ai danni dei cosiddetti “Stati canaglia”, come la Corea del Nord, Cuba, il Venezuela, l’Iran e dal 2014 anche la Russia, e abusandone al punto (366 volte dal 1950 al 2019) che ormai ci sono data-base in rete ed anche un manuale di istruzione Threat and Imposition of Economic Sanctions (TIES) Data 4.0 del giugno 2013 per poterle riconoscere tutte (cfr. p. 201).

Ma nemmeno questo è bastato se il meccanismo sanzionatorio è stato esteso anche ai paesi terzi che intendessero commerciare con quelli “sanzionati” da Washington, giusta la nuova regola introdotta da Janet Yellen – segretario al Tesoro americano ma già presidente della Federal Reserve – del friend-shoring, che sta ad indicare che gli USA intenderanno fare affari soltanto con i «paesi fidati», che sono quelli «in sintonia con la nostra geopolitica»; e «sia chiaro che la coalizione serrata dei paesi sanzionatori non sarà indifferente alle azioni che minano le sanzioni che abbiano messo in atto» (p. 209) – come ha provato sulla propria pelle la Germania quando si è vista sabotare (quali che ne siano stati gli effettivi esecutori) due gasdotti Nord Stream che la rendevano “energeticamente” troppo dipendente dalla Russia “canaglia”.

4) È su questo scenario economico internazionale già intaccato dal «protezionismo dei debitori occidentali» (p. 12) che è precipitata l’aggressione militare russa all’Ucraina nel 2022.

Ma come interpretarla? Per gli autori del libro niente affatto come «una guerra per l’autodeterminazione di una regione o per la sovranità di una nazione, né per la denazificazione di un territorio o per la libertà di un popolo aggredito» (p. 11), ma piuttosto come «il simbolico compimento di una fase cominciata molto tempo addietro di de-globalizzazione già manifesta e di preparazione della guerra imperialista in senso stretto, una guerra che vede contrapposte non banalmente l’Ucraina e la Russia, ma più in generale i blocchi di Stati ruotanti intorno alle economie statunitense e cinese, rispettivamente debitrice e creditrice del mondo» (p. 200-201).

Si tratterebbe insomma di una guerra sintomatica di movimenti finanziari profondi che sarebbe «esplosa non semplicemente per conquistare territorio ma per stabilire le regole imperiali del futuro» (p. 12), e cioè per «la sopravvivenza o la cancellazione delle regole del circuito militar-monetario internazionale fino ad oggi continuamente scritte e riscritte a piacimento dai soli Stati Uniti e dai lori alleati e subite da tutti gli altri» (p. 154) e dalle potenziali conseguenze imprevedibili, proprio come fu la Serbia per la Grande Guerra o la Polonia per la Seconda guerra mondiale.

Ovviamente qui non si tratta di parteggiare per l’uno o l’altro dei due combattenti ed al proposito gli autori sono perentori: «assegnare all’imperialismo degli Stati Uniti e dei loro alleati il ruolo di baluardo delle libertà civili e politiche sta diventando semplicemente grottesco, così come cercare nella ferocia capitalistica della oligarchia russa tracce residue del grande assalto al cielo dell’Ottobre rosso è qualcosa di persino più inverecondo» (p. 14).

Qui si tratta di riconoscere le forze economiche impersonali che muovono alla “guerra capitalista” e provare a disinnescarle (vedi l’appello di Emiliano Brancaccio con Robert Skidelsky e altri, Le condizioni economiche della pace pubblicato dal “Financial Times” che si può leggere in italiano su “Econopoly“, 17.2.2023).

Restando io comunque consapevole, dopo Galilei, che le cose non sono mai come appaiono, che l’impressione di realtà può essere ingannevole e che il Sole non gira attorno alla Terra bensì viceversa.

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26/01/2021

Cina - Tra mercato interno e competizione globale

1) Ma perchè si dovrebbe leggere questo libro? Perchè, a dispetto del titolo ingannevole, si imparano cose che stanno succedendo nella economia-mondo che ci riguarderanno nel prossimo futuro. Sono tutti scritti già pubblicati tra il 2012 e il 2019 su Marx21 e sull’Antidiplomatico per occasioni contingenti, ma sono sostenuti da una così solida visione complessiva che assicura loro una perfetta continuità di argomentazione.

Per usare il bel titolo di una vecchia raccolta di saggi di Paul Sweezy, vi si legge “il presente come storia”, oppure, per dirla in altro modo, nel pieno di una foresta si scorgono i singoli alberi, ma senza mai perdere di vista la foresta.

2) Però possiamo metterla anche così: è aneddoto che la regina Elisabetta d’Inghilterra abbia riunito i “suoi” economisti dopo lo scoppio della Grande Crisi dei Mutui del 2008 per rimproverarli di non avere avvertito dello tsunami finanziario che sarebbe arrivato. Il rimprovero è però ingiusto perché ci sono stati degli economisti che avevano avvertito per tempo, ma non erano stati ascoltati perchè “figli di un dio minore” come Karl Marx oppure perchè estranei o al margine delle istituzioni accademiche ufficiali.

3) Era accaduto lo stesso dopo il crollo del muro di Berlino e la scomparsa (ignominiosa) dell’Unione Sovietica. Ci furono intellettuali che subito teorizzarono la “fine della storia” oppure l’avvento di un Impero americano “senza se e senza ma”, ma ce ne furono altri che, non dimentichi della grande lezione leniniana sull’imperialismo, avvertirono che con la scomparsa l’URSS sarebbe ripartita alla grande la concorrenza interimperialistica, che adesso per evitare di dire parolacce si chiama “competizione geopolitica”.

Ed è a partire da quella svolta epocale della storia che Cicalese ha scritto gli articoli che si leggono nel suo libro e di cui dirò qualcosa su ciò che vi ho appreso.

4) È certo che Lenin avrebbe fatto meglio ad intitolare il suo celebre libro agli “Imperialismi” (al plurale) invece che all’Imperialismo al singolare, perchè tale era per l’appunto lo stato del mondo ai tempi suoi, ma poi era sembrato che il titolo fosse azzeccato se applicato al “superimperialismo americano” che, dopo il 1945, aveva messo sotto tutela tutti gli altri imperialismi litiganti pur di salvarli dalla minaccia incombente del pericolo sovietico.

Gli USA si erano autoproclamati i “poliziotti del mondo libero” e questa loro funzione durò indiscussa fino alla scomparsa dell’URSS, dopo di che le vocazioni imperialistiche particolari ritornarono alla grande in una Europa (mal)riunificata sotto la guida germanica, mentre il “pericolo rosso” cambiava di colore e adesso era diventato il “pericolo giallo”.

5) La Cina, dunque. Lasciando da parte l’interrogativo, a cui è imbarazzante rispondere, sulla “natura di classe” della nuova Cina, essa era certamente comunista nel 1989 ma, diversamente dalla Russia di di Gorbaciov, non si è fatta fregare dai moti studenteschi di piazza Tienanamen.

Il Partito Comunista Cinese ha certamente allora chiuso i conti con la protesta della gioventù nella maniera più sconveniente possibile, ma dal punto di vista della storia economica cinese successiva la decisione sanguinaria è stata decisiva se Deng Xiaoping ha poi potuto aprire il paese ai capitali stranieri istituendo delle strategiche Zone di Libero Scambio in cui fare investire, mentre la diaspora finanziaria nazionale, che aveva abbandonato il paese dopo la presa del potere comunista nel 1949, ritornava in patria per farvi profitti, sicura ormai che Pechino non avrebbe fatto la fine miserabile della Mosca di Eltisn.

5) È quindi partita dal sangue di piazza Tienanmen la storia del successo economico della Nuova Cina, a cui perfino gli Stati Uniti hanno poi aperto nel 2001 le porte del WTO per approfittare di quelle sue merci a prezzi “low cost” che venivano esportate in quantità industriali (“la Cina è un’offiCina”, come allora si diceva) e di cui gli occidentali parlavano malissimo per la scarsa qualità produttiva, ma che comunque compravano perchè... costavano così poco!

E la Cina che ha fatto di tutti quei dollari che riceveva in cambio delle proprie esportazioni? Li ha diligentemente restituiti agli Stati Uniti acquistando i titoli del suo debito pubblico, così da garantirsi di tenere il suo più importante avversario per i cordoni... della Borsa.

E poi, piano piano, quei titoli li sta convertendo in riserve valutarie (che già nel 2012, come avvertito da Cicalese, “superano l’insieme delle riserve americane e tedesche”) e in metallo giallo per assicurare la base materiale alla sostituzione definitiva (quando poi sarà…) della propria “moneta del popolo”, il renminbi, al dollaro quale denaro mondiale e di cui tanti economisti cosiddetti competenti si accorgeranno solo quando la sostituzione sarà di fatto compiuta.

6) Fu ciò che accadde alla sterlina rispetto al dollaro. J.M. Keynes l’aveva intuito fin dal 1917 che prima o poi la supremazia della moneta britannica sarebbe stata sostituita da quella della moneta americana, ma sul momento gli Stati Uniti si erano messi, proprio alla maniera cinese, sulla riva del fiume in attesa di vedere passare il cadavere del nemico.

Ci aveva invece pensato la canea degli altri imperialismi (in Europa la Germania e, nel ridicolo, l’Italia e in Asia il Giappone) a scatenarsi contro la “perfida Albione” che si salvò solo perchè gli Stati Uniti vennero in suo aiuto, salvo poi presentare il conto a Bretton Woods nel 1944 imponendo la propria valuta al posto della sterlina (e Keynes, che fallì nell’impedirlo, ci rimase così male che al ritorno in patria ne morì di crepacuore).

Altrettanto sta facendo adesso la Cina, pazientemente aspettando che la moneta americana si tolga dai piedi da sola. Il che succederà, ma poi non si dica che non siamo stati avvisati se Cicalese ha potuto scrivere nel 2016 che “alla Cina servono 5-10 anni per rimpiazzare il dollaro”...

7) Ma la Cina sta dando anche una lezione di politica economica alla Unione Monetaria Europea, l’altro polo imperialistico fuoriuscito dalle macerie del Muro di Berlino.

L’Europa a guida tedesca, finalmente libera dalla tutela americana, avrebbe voluto infilarsi come “terzo incomodo” geoeconomico tra Stati Uniti e Cina (la Russia, nonostante la buona volontà di Putin, ancora non ce la fa a risorgere), ma è partita con il piede sbagliato puntando sulle esportazioni extra-UE piuttosto che sul proprio mercato interno. Era stato previsto fin dal piano Werner del 1972 che nella nuova Europa si sarebbero introdotte la deflazione salariale “al di dentro” e l’avanzo commerciale “al di fuori” ed il programma è stata portato avanti con tale ostinazione che adesso è “come se un mercato interno di 350 milioni di persone – da tanti soggetti è costituita l’eurozona – non esistesse affatto”.

All’interno si sono poi adottate le c.d. politiche di “austerità espansiva”(che espansive non sono state mai) a colpi di “meno salario privato e meno disavanzi pubblici”, mentre s’invocavano “riforme di struttura” che non bastano mai, perchè il loro completamento sarebbe solo quello di “salario zero, lavoro intero”.

8) E invece la Cina? Continuando a perseguire l’obiettivo di porsi quale polo valutario internazionale alternativo (da cui l’interesse, dal 2015, della City di Londra di offrirsi come “la piattaforma finanziaria dello yuan in Europa”), ha deciso di sottrarsi al cappio della domanda “degli altri” per puntare invece (ma, come al solito a piccoli passi) sulla domanda interna.

In fondo perchè non approfittare di una popolazione di 1 miliardo di persone per trasformarla in 1 miliardo di consumatori? Però la domanda in economia vale soltanto se “assistita da moneta”, ed ecco perchè il governo pechinese (che non è un cagnolino da grembo, ma una vecchia volpe) ha introdotto dal 2008 una riforma del “salario di classe” così avanzata da far impallidire i sindacati dei lavoratori europei.

E con quale mira finale? Lo si è detto: dar vita alla più grande classe media “affluente” del mondo. Cicalese lo aveva capito fin dal 2015: “entro il 2020 la classe media cinese raggiungerà i 500 milioni di persone, che viaggeranno e avranno stili di vita equivalenti a chi, da noi, ha un reddito medio di 30.000 dollari”.

E al 2020 ormai ci siamo arrivati.

9) Ma la vocazione estera della Cina non è stata abbandonata del tutto, sebbene si muova, a mio parere, anche in un’altra direzione rispetto a quella indicata da Cicalese. Si tratta della Nuova Via della Seta che non potrà più ripercorrere quella vecchia battuta da Marco Polo perché, partendo da Pechino, si finisce in un Medio Oriente in convulsione geopolitica spinta (troppi personaggi che vorrebbero fare il primattore, dall’Iran sciita alla Turchia ottomana, dalla Siria alawita all’Arabia Saudita wahabita, e senza dimenticare la spina nel fianco d’Israele ebraico).

Ora per Cicalese la Nuova Via della Seta seguirebbe quel percorso marittimo che i cinesi chiamano della “collana di perle” e che dal Mar della Cina circumnavigando le penisole indocinese, indiana ed araba, finisce per sboccare, tramite il canale di Suez, nel Mar Mediterraneo per approdare in Europa o al porto del Pireo in Grecia, o a Trieste (meglio che a Venezia) in Italia o Marsiglia in Francia.

Ma c’è pure un’altra possibilità, e cioè che la Nuova Via della Seta rimanga terrestre volgendosi lungo una “via siberiana” di collegamento da Pechino a Mosca seguendo il percorso inverso compiuto da Michele Strogoff.

Mi pare che anche questa sia una possibilità geopolitica da considerare e che sarebbe un fatto nuovo nella storia, chiudendo il continente euroasiatico agli Stati Uniti e coronando il grande disegno di Gengis Khan di un “impero dei due mari” dall’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico tutto compreso.

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19/06/2020

Un “capro espiatorio” per il Covid-19

Quando una comunità viene minacciata nella sua stessa sopravvivenza fisica da lotte intestine, ma anche da guerre o da calamità naturali, ha tre modalità possibili di tenuta:

1) sottomettersi alla volontà di un Tiranno (il “Leviatano”) – e questo è Hobbes;

2) aderire di comune accordo ad un Contratto (la “Volontà generale”) – e questo è Rousseau;

3) scatenare la violenza contro una Vittima (il “Capro espiatorio”) – e questo è Girard.

Uber Serra – Insegna René Girard (qui si rinvia a Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo del 1978, ma c’è anche La violenza e il sacro del 1972 e Il capro espiatorio del 1982) che tutto ciò che chiamiamo “cultura” trae origine, e quindi può essere spiegato, dal concetto di desiderio mimetico, nel senso che tutti gli uomini per loro natura tendono a desiderare le medesime cose. Si tratta di una vera e propria legge universale del comportamento umano, una invariante culturale in base alla quale, siccome viviamo in un ambiente di penuria, ciascuno di noi desidera egoisticamente e realisticamente ciò che l’altro possiede, così da imitarci l’un l’altro nel medesimo desiderio di appropriazione (“appropriazione mimetica”): «se un individuo vede uno dei suoi congeneri tendere la mano verso un oggetto, è subito tentato di imitarne il gesto».

Più correttamente, nel loro agitarsi nel mondo, gli individui non ricalcano tanto lo schema binario di un rapporto di soggetto ad oggetto, quanto una relazione triangolare in cui il soggetto desiderante si rapporta all’oggetto desiderato perché posseduto da un altro e quindi, più che desiderare l’oggetto altrui, desidera il modello che l’altro rappresenta (per quanto questo fenomeno sia facilmente deducibile nelle società arcaiche, molti comportamenti omologativi sono presenti anche ai nostri giorni, come avviene per l’imitazione degli stili di vita, dei consumi, della moda, dei comportamenti sociali e così via seguitando).

Lungo un’intera vita di approfondita ricerca, dapprima in campo letterario con la scoperta del “mimetismo” nei personaggi protagonisti dei grandi romanzi (Menzogna romantica e verità romanzesca del 1961) e poi sui temi della violenza, del sacro, dei miti, dei riti e dei divieti nelle società del passato, Girard dimostra come sia proprio il “desiderio mimetico” a condurre inevitabilmente a comportamenti sociali d’invidia e competizione, ed infine anche di aggressività all’interno della comunità, con «i due rivali mimetici (che) cercano di strapparsi l’un altro l’oggetto designandolo reciprocamente come desiderabile».

Per questo il comportamento collettivo finisce per sfociare inevitabilmente in una rivalità mimetica sugli oggetti altrui che costituisce il presupposto teorico decisivo di pressoché tutte le relazioni sociali interne ad una collettività. E si tratta di una rivalità talmente contagiosa che di fatto può far dimenticare persino l’iniziale oggetto del contendere quando l’animosità interna al gruppo diviene così violenta e indiscriminata da minacciare la stessa coesione sociale in una cieca aggressività di “tutti contro tutti”.

Al fine di evitare che la violenza collettiva si diffonda fino a provocare l’autodistruzione della comunità, occorre che s’introducano dei divieti capaci di escludere tutto ciò che la minaccia. Vengono così vietate le appropriazioni degli oggetti che sono «i più suscettibili a divenire una posta in gioco per rivalità distruttrici dell’armonia del gruppo e della sua stessa sopravvivenza» e di cui fa testo esemplare il decimo comandamento dato da Mosè al popolo ebraico, che sembrerebbe pleonastico dopo avergli già imposto di “Non rubare” e di “Non commettere adulterio” ma che invece è necessario per misurare l’estensione del campo del divieto: «Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare sua moglie, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Perfino le minacce alla comunità che risultano «le più esterne, quelle più accidentali, come siccità, inondazioni, epidemie», possano venire «confuse, spesso attraverso l’espediente delle somiglianze tra i modi di propagazione, con la degradazione interna dei rapporti umani in seno alla comunità, ossia lo slittamento verso la violenza reciproca.

La crescita delle acque, per esempio, l’estensione graduale degli effetti della siccità e soprattutto il contagio patologico» vengono così assimilati «alla propagazione mimetica». Per questo anche il pericolo di una mancata tenuta della collettività per il sopraggiungere di un evento esterno, come quelli sopra indicati, può finire ricondotto alla minaccia della “rivalità mimetica” tra i suoi componenti nel confronto di oggetti o comportamenti vietati, con l’aggravante che in questi casi è a rischio addirittura la sopravvivenza fisica degli individui.

Ma come si può uscire dal pericolo di questa «dissoluzione mimetica della società» così che tutti obbediscano ai divieti? Occorre una specifica decisione che favorisca un processo di catarsi collettiva capace di coinvolgere tutti i componenti della comunità ormai giunta alla soglia dell’autodistruzione: improvvisamente, e senza una apparente consapevolezza individuale, nel gruppo subentra la volontà di proseguire nel processo interno di lotta, ma questa volta nella «opposizione di tutti contro uno», ossia a danno di una vittima espiatoria arbitrariamente prescelta che sostituisca alle mille rivalità individuali ingigantite dalla paura la semplicità di un antagonismo convergente: l’intera comunità da una parte e la sola vittima dall’altra.

La comunità si libera dalla minaccia di non reggere l’urto dell’evento (anche esterno) indirizzando la sua violenza mimetica, frutto della paura, su colui o coloro che sono accusati di essere i responsabili di quella minaccia: «la comunità sfoga la sua rabbia contro questa vittima arbitraria nell’assoluta convinzione di avere trovato l’unica causa del suo male».

E si tratta di un meccanismo vittimario che funziona alla grande perché la vittima «non solo è incapace di difendersi, ma è del tutto impotente a suscitare la vendetta: la sua persecuzione non potrebbe provocare nuovi disordini e ravvivare la crisi perché unisce tutti contro di essa. E questo sacrificio è solo una violenza in più, una violenza che si aggiunge ad altre violenze, ma è la violenza ultima, l’ultima parola della violenza».

Così il sacrificio espiatorio di uno solo o di pochi si tramuta da elemento negativo (restando pur sempre un delitto, anche se condiviso) in un valore positivo per la comunità, in quanto vissuto collettivamente come il rimedio che guarisce la malattia della violenza mimetica ripristinando la pace e la concordia sociale. È infatti su questo “capro espiatorio” che si consuma «un’alleanza di fatto contro un nemico comune e la conclusione della crisi, la riconciliazione della comunità in nient’altro» (come detto nel Vangelo secondo Giovanni, 11, 50: «voi non considerate come sia meglio sacrificare una sola vittima perché tutta la nazione non perisca»).

Se quindi per Girard «le comunità umane possono dissolversi e si dissolvono periodicamente nella violenza mimetica per poi trarsi d’impaccio in extremis grazie alla vittima espiatoria», questo meccanismo vittimario si presenta tuttavia alla coscienza come il mistero del sacrificio del “capro espiatorio” su cui si proietta la violenza innescata ogni qual volta una comunità entra in “crisi mimetica”.

È stata questa l’estrema rivelazione di Gesù di Nazaret: «aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste sin dalla fondazione del mondo» (Vangelo secondo Matteo, 13, 35). Eppure il messaggio non è stato compreso, sicché il meccanismo vittimario continua a ripetersi nella storia come nel caso, a noi più vicino, descritto da Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame (1842) dove si narra come a Milano, durante l’epidemia di peste del 1630 romanzata nei Promessi sposi, una colonna venne eretta sulle macerie della abitazione di una vittima sbrigativamente immolata alla soddisfazione della vox populi impaurita dal morbo. Bastarono due «donnicciole» (i cui nomi, più che quelli delle vittime, meritano di essere ricordati ad imperitura vergogna: Caterina Rosa che «intonò il grido della carneficina» quando vide «uno fare certi atti che non mi piaccino niente» ed Ottavia Bono) per accusare due innocenti di diffondere consapevolmente la peste perché «ongevano le muraglie con le mani». Fu dalle loro denunce che partì una procedura giudiziaria che condusse alla loro atroce messa a morte e alla «demolizione della casa di uno di quegli sventurati e che su quello spiazzo s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame che tramandasse ai posteri la notizia del delitto e della pena» (la colonna, trovata abbattuta nel 1778, non venne però più rialzata).

Quindi, dalle società arcaiche alla nostra il filo rosso del “meccanismo vittimario” non si è ancora spezzato, così che pur in collettività giuridicamente più strutturate a garanzia della persona con l’inviolabilità dei diritti umani e composte da individui dotati di un maggiore autocontrollo, la caccia al capro espiatorio si conferma come una costante antropologica che perdura sotto traccia, pericolosamente riaffiorando ogni qual volta si deve ricomporre una collettività, grande o piccola che sia, scossa a suo interno dalla paura.

Riti religiosi simbolici sostitutivi della violenza materiale non sempre sono praticabili, e allora emerge il bullismo scolastico, il nonnismo, la tifoseria negli stadi, le coalizioni militari internazionali di “volenterosi” per “punire” altre nazioni criminalizzate (purché militarmente più deboli), il genocidio di intere popolazioni, le “pulizie” etniche varie e i linciaggi mediatici.

Ed anche a fronte di pandemie che si fanno strada nelle relazioni interpersonali e nelle quali i componenti di una comunità si vedono minacciati di morte ad opera di un nemico invisibile e sconosciuto come un virus, può accadere che l’altro (un chiunque) può essere percepito come un nemico pericoloso perché passibile di trasmettere il contagio.

Allora la violenza può farsi concreta contro quella vittima designata anche solo perché non rispetta le regole di comportamento imposte dalla urgenza della tutela sanitaria.

*****

Giorgio Gattei – Nel caso attuale del Covid-19, quando si dice che il virus colpisce alla cieca, si sbaglia enormemente perché lui invece distingue benissimo. E proprio sulla sua selettività nel dare la morte si consuma il pericolo di riattivare quel meccanismo vittimario che produce i “capri espiatori”, i nuovi “untori” dell’epidemia che servono per ricompattare l’unità del sociale.

Si tratta di considerarne l’incidenza della mortalità secondo la classificazione per età, da cui risulta che ad essere maggiormente colpiti sono stati gli ultrasettantenni, ossia le fasce di età più anziane, peraltro solitamente già affette da altre patologie anche gravi (non a caso è stato nelle “case di riposo per anziani” che si sono consumate vere e proprie ecatombi epidemiche).

Nelle età più giovani invece la mortalità ha picchiato di meno, ed anche se pure lì ci sono stati dei contagi, se ne è potuti uscire alle volte senza bisogno di ricorrere alle terapie intensive di respirazione forzata, se non senza nemmeno il ricovero ospedaliero.

Tuttavia i provvedimenti sanitari, presi dalle autorità per impedire la diffusione della malattia, non potevano essere selettivi per età e quindi hanno riguardato indifferentemente sia i giovani che i vecchi. E siccome il contagio si trasmette tramite gli assembramenti di persone, sono stati interdetti tutti i luoghi di riunione collettiva, dalle fabbriche alle scuole, dai ristoranti ai bar, dagli stadi alle chiese, dai cinematografi alle discoteche, dai centri sociali ai giardini, dai negozi ai supermercati (salvo quelli alimentari indispensabili per la sopravvivenza), con esclusione dei soli ospedali necessari a guarire e dove infatti il contagio ha infierito alla grande.

Insomma, si sono chiusi i centri di lavoro e d’intrattenimento e per impedire di arrivarci si sono fortemente limitati i movimenti per raggiungerli sia in auto che in bus, in metro e in treno, in aereo e perfino a piedi, giusto l’ordine sanitario perentorio che #iorestoacasa.

Le città si sono così trasformate in reclusori silenti e privi di passeggio, in cui ai giovani è stato imposto di bivaccare sul divano (non più un vizio, bensì una virtù) a mala pena connessi via computer per le lezioni a distanza oppure in chat con i coetanei, mentre gli anziani si sono stravaccati davanti ai televisori a sorbirsi ennesime ripetizioni di soap opera e talk show oppure al telefonino con i parenti e gli amici lontani.

La conseguenza è stata che la gioventù ha vissuto per alcuni mesi come una molla compressa, privata del suo sacrosanto diritto di esplorare il “mondo di fuori” soprattutto nel tempo magico dalle happy hours alle ore piccole, mentre i vecchi si sono sentiti giustificati nel loro stare a domicilio (che già fanno fatica a fare le scale) e nella notte hanno potuto godere di un insolito silenzio urbano che ha favorito il loro riposo, peraltro molte volte precario per l’insonnia di cui possono soffrire.

Insomma, per alcuni mesi la città ha vissuto “alla loro dimensione”, senza più i movimenti e i rumori molesti della giovinezza, in una sorta di colossale “elaborazione del lutto” per tutti i suoi morti, soprattutto di “quarta” se non “quinta età” (età che la natura all’origine non aveva previsto e sulla cui esistenza bisognerà pure interrogarsi una buona volta).

E quando finalmente è stata autorizzata la riapertura alla vita collettiva, che le pubbliche autorità avrebbero voluto il più possibile al rallentatore, i giovani si sono invece ripresi in massa e in fretta i loro spazi nelle strade e nelle piazze, precipitandosi a vivere quella “movida” soprattutto notturna che è fatta di chiacchiericci e beveraggi e strusci e baci e abbracci che rappresentano i preliminari necessari ad eventuali successivi accoppiamenti (si sa che nei giovani i feromoni girano a mille e loro bollono come pentole in calore).

E i vecchi? Si sono ritrovati alle prese con il fastidio di convivere con quella “gioia di vivere” altrui, loro a cui invece la vita sfugge giorno dopo giorno, costretti a sopportare dei giovinastri che, dall’alto della loro pretesa immunità, si fanno beffe delle regole sanitarie ignorando le distanze di sicurezza, abbassandosi le mascherine (come se fossero le mutande) o senza mettersele affatto e sbaciucchiandosi trasmettendosi inconsapevolmente le salive contagiose (ma non per loro).

Allora dai vecchi sono partite le denunce contro quei nuovi “untori” cittadini affinché le autorità intervengano a reprimerli con severità e questa volta non per motivi d’ordine pubblico, come di solito, ma per giustificate ragioni di salute pubblica.

In fondo le forze di polizia non andrebbero adesso messe a disposizione, invece che del Ministro degli Interni, del Ministro della Sanità, adesso che è la vita stessa ad essere messa in gioco e coloro che se la sentono più fragile non intendono giocarsela per l’incoscienza di quei pochi che non rispettano i divieti? Quanto era meglio quando c’era il coprifuoco sanitario e quelli stavano rinchiusi nelle loro abitazioni! C’è quasi da rimpiangerlo! E così, mentre la stagione volge al bello, la temperatura si alza e le finestre restano sempre più aperte, si diffonde il convincimento collettivo che sarebbe più comodo ordinargli di:

#R/Estate a casa!

E siccome tutto dipende dal grado di diffusione dell’epidemia, non sarebbe meglio che perdurasse? E allora quelli che spiano il prossimo dalle finestre, vedendo ovunque “fare certi atti che non ci piaccino niente”, accarezzano in segreto l’invocazione maligna: “che il Covid sia sempre con noi!”.

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31/10/2019

Imperialismi in stallo. I comunisti, le crisi e le alternative per il XXI Secolo

Il mondo del XXI Secolo sta diventando una scacchiera con più giocatori in conflitto ma in una condizione di stallo. Ognuno vorrebbe portare scompiglio sui quadrati degli avversari ma non trova la possibilità di farlo, rimescola la posizione dei propri pezzi; i competitori fanno altrettanto ma si riproduce continuamente uno stallo sul campo. L’unica tentazione – o soluzione come altre usate in passato – è quella di sbaragliare la scacchiera. Con esiti drammatici, come quelli vissuti nel secolo precedente.

Cambiando metafora – e passando dalla scacchiera all’aerodinamica – se un aereo va in stallo, un attimo dopo precipita. E qui, come direbbe il maestro Kassovitz, il problema non sarebbe la caduta ma l’atterraggio.

Traslando questi scenari alle relazioni internazionali di questo primo ventennio del XXI Secolo, lo stallo configura gli attuali rapporti nella competizione interimperialista. Sì perché continua ad essere erroneo ritenere che l’unico imperialismo sia quello degli Stati Uniti o che vi sia un solo impero che sussume e media tutte le contraddizioni e le ambizioni dei vari poli imperialisti che si sono venuti determinando.

Di questo si è discusso a Roma sabato scorso nel forum organizzato dalla Rete dei Comunisti – in una sala piena nonostante il tema più che impegnativo in una fase di pensiero “short and smart” – proprio sul tema dello “Stallo degli imperialismi” e di come contraddizioni e conflitti tra i vari poli si sviluppano con gli strumenti oggi possibili: dalle guerre commerciali a quelle monetarie. Lo strumento militare può essere giocato solo con le sanzioni, la destabilizzazione interna o con conflitti parziali – magari su più teatri di crisi – ma senza poter ricorrere agli armamenti più decisivi come quelli nucleari.

Oggi i soggetti che dispongono di armi nucleari sono molteplici e un rapporto costo/benefici del loro uso per “piegare” un avversario darebbe esiti terrificanti per tutti. In qualche modo sembra essere tornati alla situazione di equilibrio e di mutua distruzione assicurata della Guerra Fredda tra Usa e Urss ma in un mondo diventato multipolare e non più bipolare.

Su questo aspetto e sulla funzione che deve provare a svolgere una organizzazione comunista agente in uno dei poli imperialisti – l’Unione Europea – ha introdotto i lavori Mauro Casadio, ricollegando la discussione su questa fase a quella già avviata nel forum del dicembre 2016 su “Il vecchio muore ma il nuovo stenta a nascere” che in qualche modo la anticipava. Ed è proprio in questo “interregno” che, secondo Gramsci, “si sviluppano i fenomeni morbosi più svariati”. È in questo cambiamento di fase storica e in questa zona grigia della storia che, secondo Casadio, i comunisti devono saper ritrovare il loro ruolo nella messa in campo di alternative di società e di modello produttivo contro quelli esistenti che si vanno avvitando in una crisi senza soluzioni indolori per l’umanità.

Le relazioni che hanno contribuito alla discussione nel forum sono state ampie e ben documentate. La storia della competizione monetaria, dalla disdetta dell’accordo di Bretton Woods da parte degli Usa nel 1971 fino a oggi, è stata ripercorsa da Francesco Piccioni segnalando come il dollaro per decenni abbia agito come strumento di egemonia dell’imperialismo Usa, in quanto moneta non più ancorata a valore reale ma meramente “fiduciaria”, avendo come unica garanzia la deterrenza militare del Pentagono.

Luciano Vasapollo, aiutatosi con diverse slide che saranno rese disponibili a breve, si è soffermato su un processo con un doppio aspetto: quello delle criptomonete. Non sono una alternativa ma anzi sono collaterali al dollaro e all’imperialismo Usa, ma possono essere utilizzate contro di esso, soprattutto da parte dei paesi che stanno puntando sulla de/dollarizzazione negli scambi commerciali reciproci e su criptomonete legate a beni reali come oro o petrolio. È il caso del Venezuela, ma anche di paesi sottoposti alle sanzioni statunitensi come Iran, Russia, Siria e recentemente la stessa Turchia, o la Cina contro cui gli Stati Uniti hanno scatenato una guerra commerciale di proporzioni globali.

Sergio Cararo ha invece ricostruito la rincorsa delle potenze europee dalla fine del XX Secolo verso la costruzione di un polo imperialista autonomo dagli Usa con ambizioni che stanno mettendo in crisi anche uno strumento come la NATO. Un processo che, come scrive il premio Nobel Peter Handke, ha avuto anche un suo atto traumatico di fondazione, quella guerra in Jugoslavia con cui “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”. In particolare si è soffermato su due documenti strategici per il progetto imperialista europeo come il “Piano Altmaier” redatto dal ministro dell’industria ed energia tedesco da qui al 2030 e il Trattato di Aquisgrana siglato a gennaio da Francia e Germania.

Guglielmo Carchedi, anche qui con l’aiuto di alcune slide, si è soffermato sui nessi strettissimi tra competizione produttiva e competizione monetaria evidenziando anche gli obiettivi contraccolpi di una rottura con l’euro fondata sulla tesi – sbagliata – dell’utilità della svalutazione competitiva della moneta. Giorgio Gattei ha affrontato la fase della competizione interimperialista attraverso le categorie della geopolitica, usando come metafora lo scontro tra “potenze marittime e potenze terrestri”. Alle prime è ascrivibile lo storico blocco angloamericano, al secondo quello europeo e russo con evidenti conseguenze sulla Nato per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

Manfredi, del collettivo di economisti Coniare Rivolta ha messo in discussione la tesi del declino del dollaro, ritenendo anche i tentativi di de/dollarizzazione avviati da alcuni paesi più come azioni di resistenza che di offensiva tese a demolire l’egemonia globale della moneta statunitense.

Giacomo Marchetti ha invece sviluppato una questione fin troppo sottovalutata (o strumentalizzata come avvenuto nei mesi del governo giallo-verde) cioè l’uso colonialista del Franco CFA nell’Africa francofona. I meccanismi di dipendenza dei paesi africani ex colonie francesi verso il “centro” sono tuttora micidiali e vincolanti oltre ogni immaginazione. La totale subordinazione al Franco francese è stata poi trasferita all’Euro, con interventi militari, colpi di stato, eliminazione fisica di leader africani scomodi da parte della Francia per impedire ogni aspirazione di indipendenza economica dei paesi dell’Africa francofona.

Nel dibattito è intervenuto Francesco Della Croce per la segreteria del PCI con il quale da tempo è attivo un confronto di merito proprio sulla natura imperialista dell’Unione Europea e su come opporsi ad essa.

Le conclusioni del Forum del 26 ottobre, hanno in qualche modo ricostruito il filo rosso dell’elaborazione che la Rete dei Comunisti ha messo in piedi in questi anni, riaffermando il valore della proposta di rottura con l’Unione Europea in quanto “nostro” strumento dell’imperialismo. La rottura della catena imperialista nei suoi anelli deboli e la rimessa in campo di alternative – tattiche come l’Area Alternativa Euromediterranea – e strategiche come il socialismo, non può più essere una visione rimossa nella elaborazione e nell’azione dei comunisti sul piano politico, sociale, sindacale, ideologico, anche in questa fase di “interregno e di fenomeni morbosi più svariati” in cui ci troviamo ad agire.

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25/03/2019

A margine di “Proletkult” dei Wu Ming: quando Bogdanov insegnava a Bologna (1910-1911)

di Giorgio Gattei (con postilla di Roberto Sassi)

1. Aleksandr Aleksandrovič Malinovskij detto Bogdanov (1873-1928) è stato il maggiore antagonista politico di Lenin negli anni precedenti la Grande Guerra e appena dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Biologo di professione e filosofo per vocazione, teorizzò l’empiriomonismo (stroncato da Lenin in Materialismo ed empiriocriticismo nel 1908) e la “tectologia”, ovvero «la scienza generale dell’organizzazione» giusto il convincimento che «ogni attività umana nel campo della tecnica, della prassi sociale, della ricerca scientifica e dell’arte» poteva esserestudiata «dal punto di vista organizzativo». Al tempo della rivoluzione d’Ottobre fu l’artefice del movimento di massa del Proletkult (contrazione di Proletarskaja Kultura) che sosteneva l’autonomia delle iniziative culturali operaie a prescindere dalle indicazioni di partito che alla fine del 1920 raccoglieva quasi mezzo milione di attivisti (ma il movimento venne ricondotto da Lenin nel 1923 nell’alveo delle organizzazioni partitiche).

Ma Bogdanov è stato anche l’autore di un romanzo utopico La stella rossa in cui si racconta come un tal compagno Leonid fosse volato su Marte, “pianeta rosso” per definizione, a scoprirvi che lassù vi avevano già realizzato il socialismo (il lavoro era solo “volontario” ed il consumo dei prodotti non era limitato “in nessun modo: ognuno prende ciò che gli serve e nella quantità che vuole”). Ritornato sulla terra, l’astronauta descriverà per iscritto la sua esperienza straordinaria che Bogdanov pubblicherà nel 1908 (con continuazione nel 1913 con L’ingegnere Menni).

Nel libro dei Wu Ming la storia di Leonid ha un seguito inaspettato perchè su Marte (in verità il pianeta non era Marte, bensì Nacun) il terrestre aveva lasciato incinta  la “marziana” Netti, la cui figlia Denni sarà inviata nel 1927 sul nostro pianeta in una difficile missione di sopravvivenza per Nacun minacciato di estinzione. Comunque il 1927 non è un anno scelto a caso: a dieci anni dalla rivoluzione sovietica si stavano organizzando festeggiamenti solenni (i due registi Eisentein e Pudovkin giravano i loro capolavori Ottobre e La fine di San Pietroburgo), mentre l’opposizione guidata da Trotsky tenterà per l’ultima volta (ma fallendo) di spodestare Stalin dalla guida del partito. In questa particolare congiuntura storica Denni, alla ricerca del padre scomparso durante la rivoluzione, s’ingegna a contattare Bogdanov che, ormai estraneo alla lotta politica, dirige l’Istituto di Ematologia di Mosca dove si dedica ad azzardati esperimenti di trasfusione di sangue (e proprio a seguito di una trasfusione mal riuscita su se stesso morirà nel 1928, sebbene una ben differente e sconvolgente alternativa viene offerta nel romanzo che però qui non s’intende assolutamente svelare).

Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov gioca a scacchi con Lenin a Capri
Però non è il 1927 che qui interessa, bensì gli anni successivi al fallimento della rivoluzione del 1905 e l’esilio dalla Russia zarista dei leader bolscevichi. All’estero si giocava infatti la guida del partito, con Lenin e Bogdanov che si erano ritrovati a Capri, nella villa che ospitava allora Maksim Gorkij, a giocarsene letteralmente a scacchi la supremazia (c’è una celebre foto di quella partita con Lenin che sbadiglia in faccia a Bogdanov avendo forse già intuito che, anche se perderà la partita, comunque il partito resterebbe suo). A Capri Bogdanov aveva tentato l’esperimento di una “scuola politica” per addestrare degli attivisti per la prossima rivoluzione e l’idea dovette interessare a tal punto Lenin che quando se ne andò a Parigi, vi fondò la sua scuola di partito, mentre Bogdanov a Bologna ne organizzava una antagonista per i bolscevichi della frazione di sinistra “vperiëdista” (dal titolo del loro giornale Vperiëd = Avanti). Questa scuola operò a Bologna dal novembre 1910 al marzo 1911 e con il compianto compagno Cesarino Volta ne abbiamo ricostruito le vicende in una comunicazione presentata ad un convegno sulle Università Popolari nel 1992 (cfr. G. Gattei e C. Volta, Un episodio nella storia delle Università popolari: i bolscevichi “di sinistra” a Bologna (1910-1911), in Il sapere per la Società civile. Le Università Popolari nella storia d’Italia. Atti del convegno di Varese 14-15-16 maggio 1992, Edizioni Università Popolare di Varese, 1994). Ma che c’entravano le Università Popolari con Bogdanov e la scuola bolscevica di partito? Perchè proprio l’Università Popolare di Bologna si era fatta tramite affinché Bogdanov la portasse nella città (allora “rossa” solo per il colore dei suoi mattoni che il primo governo municipale socialista di Francesco Zanardi era ancora di là da venire). Ed è di quel soggiorno felsineo di Bogdanov (e di altri bolscevichi con lui) che qui intendo ripercorrere la curiosa vicenda.

2. Tutto quello che d’ora in poi si dirà sulla Scuola del Partito Operaio Social-Democratico Russo (frazione bolscevica “di sinistra”) è veramente successo sotto i portici bolognesi. E questo perchè Bologna, una città così originale da aver dato alla storia fenomeni magniloquenti come la più antica Universitas Studiorum, la liberazione dei servi col Liber Paradisus, la prima fabbrica italiana di profilattici (Hatù = habemus tutorem) e la più grande battaglia urbana della Resistenza padana (a Porta Lame), si è pure permessa di ospitare, tra le prime, quel modello di “scuola di partito” che avrà poi tanta fortuna (fausta o infausta che la si giudichi) nella storia del “secolo breve”.

Ma centriamo l’argomento. Chi avesse letto l’autobiografia di Trotzkij pubblicata nel 1930 e subito tradotta in italiano, si sarebbe fin d’allora imbattuto nella notizia che l’arcinemico di Stalin aveva conosciuto nel 1910 un tal Menscinskij a Bologna: «negli anni della reazione [zarista] aveva fatto parte degli ultrasinistri, ossia vperiodovzi come si chiamavano dal loro giornale Vperiod… che avevano istituito a Bologna una scuola marxista per 10-15 lavoratori che venivano abusivamente dalla Russia. Ciò avveniva nel 1910. Per 14 giorni io tenni allora in quella scuola un corso sulla stampa e vi discussi i problemi della tattica di partito. Là conobbi Menscinskij che era venuto da Parigi».

Lev Davidovič Bronštejn “Trotzkij”
La traccia dell’esistenza a Bologna di una scuola bolscevica, per di più “ultrasinistra” e frequentata da un personaggio leggendario come Trotzkij, era perciò nota da tempo, eppure a lungo si è mancato di seguirla. Negli anni dello stalinismo nostrano si trattava di un argomento vietato, essendo stato Trotzkij, per così dire, l’anti-Stalin personificato. Prima di Stalin c’era stato Lenin: che anche lui avesse dovuto fronteggiare per caso un anti-Lenin? Certo che sì, ed era proprio quel Bogdanov che tra il 1909 e il 1911 aveva cercato di insidiarne la leadership all’interno della frazione bolscevica dell’ancora unitario Partito Operaio Social-Democratico Russo (POSDR), costituendone l’alternativa “di sinistra”. Come ha scritto la storica Jutta Scherrer, «il bolscevismo si trovava allora davvero a un bivio, e le due direzioni possibili si trovarono incarnate, per un certo periodo di tempo, breve ma importante, dalle personalità di Bogdanov e di Lenin». Ma come riassumere in poche parole il loro antagonismo? Proprio nel romanzo La stella rossa Bogdanov ha contrapposto, in una pagina illuminante, la concezione rivoluzionaria del suo protagonista Leonid (una evidente proiezione di sé) a quella della compagna Anna Nikolaevna, che sotto il travestimento romanzesco assomigliava fin troppo al Lenin “rivoluzionario di professione”.

Lei si gettava nella rivoluzione sotto il segno del dovere e del sacrificio, io invece per seguire un libero desiderio. Lei si rapportava al grande movimento dei lavoratori come una moralista, per appagare il suo alto senso etico, mentre io come un “amoralista”, che semplicemente amava la vita e desiderava che essa fiorisse nel modo più intenso e, per conseguenza, entrasse in quel flusso che rappresenta la strada maestra della storia in direzione di quel fiorire. Per Anna Nikolaevna l’etica proletaria era sacra in sé; io ritenevo, invece, che fosse un utile accessorio, pur se necessario alla classe lavoratrice nella sua lotta, ma di carattere contingente, come la stessa lotta ed il sistema di vita che l’aveva prodotta. Secondo Anna Nikolaevna, nella società socialista si doveva prevedere l’estensione a tutta la società della morale della classe proletaria; io invece ero giunto alla conclusione che il proletariato, già ora, si avviasse verso l’annientamento di qualsiasi morale e che il sentimento comunitario che rende gli uomini compagni nel lavoro, nella gioia e nella sofferenza, si sarebbe sviluppato appieno quando ci si fosse sbarazzati dell’involucro feticistico della morale. Da queste differenze di vedute nascevano spesso dei contrasti sulla valutazione dei fatti politici e sociali, contrasti che, a quanto pareva, era impossibile evitare. Anche più aspramente ci dividevano i nostri punti di vista sulle relazioni personali. Lei pensava che l’amore obbligasse alla dedizione, ai sacrifici e soprattutto alla fedeltà, finché il matrimonio dura. Io… non riuscivo ad accettare la fedeltà, specialmente come obbligo. Pensavo addirittura che la poligamia fosse, in via di principio, superiore alla monogamia perché dà più possibilità e ricchezza alla vita privata e maggiori possibilità di combinazioni genetiche… Anna Nikolaevna era profondamente disturbata da queste idee: non vi vedeva che una forma intellettualistica di dissimulazione di un rapporto crudamente sensuale con la vita. Con tutto ciò, non prevedevo, né mi prefiguravo, l’inevitabilità di una rottura.

E invece rottura ci fu, e clamorosa, nel 1909 con Lenin da una parte irreprensibilmente “al servizio” della causa rivoluzionaria, e Bogdanov dall’altra che vi si appassionava appena (il che voleva dire che non si sentiva affatto “al suo servizio”). Così i due personaggi si scontrarono duramente in quegli anni di formazione della “linea di condotta” del partito socialdemocratico russo, ma avrebbe vinto la via “monogamica” di Lenin oppure quella “poligamica” di Bogdanov? Nel 1910-1911 la partita era ancora aperta e si giocò parzialmente anche a Bologna nel confronto della scuola di partito “vperiëdista” con quella leninista di Parigi. E così, per paradossale che possa sembrare, in quella particolare congiuntura storica si trovarono a passeggiare sotto i portici di Bologna sia il poi-anti-Stalin Trotzkij che il già-anti-Lenin Bogdanov. D’altronde Bologna non è mai stata città estranea a simili ospitalità: nel 1874 aveva accolto tra le sue mura quel Michail Bakunin che aveva ambito ad essere l’anti-Marx e che proprio dalla nostra città avrebbe voluto dare inizio alla rivoluzione anarchica mondiale (come poi sia andata ridicolosamente a finire si può leggere nel romanzo di Riccardo Bacchelli Il diavolo al Pontelungo).

Ma torniamo a Trotzkij e Bodgdanov in giro per Bologna nell’inverno del 1910. Di tanto soggiorno in città non sarebbe stato necessario raccogliere tutte le tracce possibili? Eppure soltanto il 29 gennaio 1970 (i tempi stavano veramente cambiando…) sulle pagine della “Cronaca di Bologna” dell’“Unità” compariva la segnalazione che La scuola fu organizzata nel 1910. Lunačarskij in via Marsala insegnava agli operai (perché abbiamo dimenticato di dire che, in quell’occasione, a Bologna ci stavano pure Anatolij Lunačarskij e Alessandra Kollontai), mentre si è dovuto attendere il 1976 perché le informazioni prendessero ad emergere sulla benemerita rivista “Bologna Incontri”. Poi nel 1988, in occasione del nono centenario dell’Università degli Studi, Luigi Arbizzani ha collegato quella vicenda politica bolscevica con la Regia Università di via Zamboni e l’Università Popolare di via Cavaliera (adesso via Oberdan) ed infine nel maggio 1992, come già detto, Cesarino Volta ed io abbiamo raccolto tutte le notizie possibili nella comunicazione Un episodio nella storia delle Università Popolari: i bolscevichi “di sinistra” a Bologna (1910-1911).

3. Il nodo politico si riduceva a questo: a due anni dalla sconfitta del 1905 il governo zarista aveva offerto un’occasione elettorale alle opposizioni, sia pure con una legge fortemente maggioritaria. Ma se Lenin proponeva che i bolscevichi ne approfittassero per utilizzare il parlamento quale tribuna di propaganda, per Bogdanov le elezioni erano invece da boicottare, dovendosi affidare la caduta dello zarismo soltanto ad una nuova insorgenza proletaria che in Russia non sarebbe mancata. A contrastare la deriva del “bolscevismo parlamentare” sarebbero occorsi però nuovi quadri ideologicamente orientati estratti direttamente dai lavoratori, così che il proletariato disponesse di dirigenti propri e non di intellettuali estranei a se stesso. Per ottenere questo serviva una scuola di partito (che, per le condizioni d’illegalità vigenti in Russia, si poteva fare soltanto all’estero) col compito di istruire gli operai prescelti sulla situazione attuale, l’economia e la storia del movimento operaio, senza dimenticare la conoscenza delle tecniche elementari di propaganda. Così addestrati, questi dirigenti di rigorosa estrazione proletaria sarebbero poi rientrati in patria ad organizzarvi gruppi cospirativi in opposizione alla monarchia zarista. E questa lotta, dichiarava Bogdanov, sarebbe stata condotta «con i capi, se essi lo vogliono; senza di loro, se non vogliono; contro di loro, se si opporranno», perché il “senso di classe”, ch’era la precondizione dell’agire collettivo, il proletariato lo possedeva spontaneamente nel proprio vissuto e lo si doveva soltanto portarlo ad emersione senza bisogno di alcun «politico di professione». Gli operai erano già padroni di «una grande cultura proletaria, più forte e armoniosa della cultura delle classi borghesi che si stanno indebolendo», quale era la cultura del collettivismo che, una volta che fosse «entrata nei sentimenti e nell’intelletto», si sarebbe fatta «auto-coscienza di classe». Per questo, per Bogdanov, «il lavoro più urgente, storicamente più importante della nostra epoca» era quello di aiutare questa nuova intelligencija ad uscire «dalle stesse file del proletariato», e ciò anche in opposizione ai dirigenti del partito alla Lenin che, prigionieri di una cultura borghese individualistica e autoritaria, non arrivavano a vedere la potenza autonoma della classe operaia.

Anatolij Vasil’evič Lunačarskij
Per la storica Jutta Scherrer questo appellarsi di Bogdanov ad una «coscienza proletaria concepita come forza rivoluzionaria prima e più attiva è stato interpretato da Lenin nel senso di un radicalismo di sinistra… totalmente inconciliabile con le posizioni del bolscevismo». Per questo egli vi si sarebbe opposto con tutte le sue forze, anche minacciando di abbandonare la frazione bolscevica se quella linea “di sinistra” avesse preso il sopravvento. Di ciò comunque non ci fu bisogno perché nel giugno del 1909 egli riuscì a far escludere dal Centro bolscevico Bogdanov ed i suoi estremisti, i quali si costituirono all’interno del Partito Socialdemocratico Russo nella «organizzazione letteraria» “Vperiëd” (che vuol dire Avanti), che di fatto era la “frazione di sinistra” della “frazione bolscevica” del POSDR, e perciò la sua “frazione al quadrato”. Per darsi visibilità essi organizzarono a Capri una “scuola di partito” che durò dall’agosto al dicembre del 1909. All’inizio del 1910 il gruppo “vperiëdista” venne comunque riconosciuto dal Comitato Centrale dal POSDR che, apprezzando l’esperienza della scuola caprese, propose di costituirne una unica a Parigi, dove nel frattempo era andato a finire Lenin che così ne avrebbe mantenuto il controllo ideologico. Bogdanov fiutò la trappola e ne organizzò quell’altra tutta sua («di nuovo di frazione, di nuovo appartata», fu l’acido giudizio di Lenin), scegliendo come sede la città di Bologna. A detta di Lunčarskij, che teneva i contatti con le autorità cittadine essendo l’unico a conoscere l’italiano, Bologna era stata scelta perchè era «una città tranquilla e abbastanza ricca di risorse scientifiche», ma soprattutto perché a Bologna c’era l’Università Popolare “G. Garibaldi” presieduta dal professore della Regia Università degli Studi Francesco Pullè (che allora era socialista ma che poi, dopo la Grande Guerra, approdò al fascismo) che li avrebbe calorosamente sostenuti.

A quel tempo le Università Popolari erano istituzioni culturali della borghesia illuminata che avevano come scopo l’elevazione spirituale del “popolo” mediante corsi d’istruzione e conferenze. E proprio l’Università Popolare bolognese era stata tra le più dinamiche in questa attività, tanto da essere eletta a sede, nel settembre 1910, della Confederation Internationale des Universités Populaires (e Pullè a commento: «a Bologna si è mirato quasi a punto fatale; a Bologna, antica culla di tre civiltà; all’Alma Mater Studiorum, che tale diviene ancor per la nuova fase e per la nuova forma che si inizia di umanissimo indirizzo culturale»). Fu forse questa notorietà “democratica” a far sì che i “bolscevichi di sinistra” scegliessero Bologna come sede della loro scuola? Comunque a quel tempo gli esuli russi perseguitati dallo Zar godevano di grande simpatia tra i benpensanti (come sempre è stato per i movimenti rivoluzionari al loro inizio perché poi, se poi ce la fanno ad andare al potere, le cose cambiano…), sicché nessuno ebbe ad eccepire che in città venissero a soggiornare dei rivoluzionari di una sinistra che più di sinistra non si può.

4. Fu così che la scuola bolscevica di Bogdanov e compagni si inaugurò ufficialmente il 21 novembre 1910 a Bologna, in via Marsala 16 (un appartamento di quattro camere: due a disposizione di Bogdanov e Lunačarskij, una per le lezioni e una adibita a mensa, mentre gli allievi e gli altri docenti soggiornavano nei dintorni in stanze in affitto). I docenti furono Bogdanov, Lunačarskij, Ljadov, Pokrovskij, Aleksinskij, Maslov, Menzizskij (eccolo!) e Velturan-Pavlovich. Dirigeva il tutto Lunačarski: «mi dovevo occupare di tutte le questioni organizzative con le diverse autorità e, si può dire, sistemavo, curavo e nutrivo gli studenti, così come impartivo loro le lezioni». La scuola era affiliata all’Università Popolare, così che agli studenti fu data una tessera d’iscrizione e ai docenti una tessera d’insegnamento che servivano anche da permessi di soggiorno.

A partire dal 25 novembre 1910 cominciarono dodici lezioni diurne e quattro esercitazioni pratiche serali a settimana. Le esercitazioni pratiche erano dedicate alla preparazione di materiale di propaganda, alle tecniche del giornalismo e del discorso politico e alla organizzazione del partito, sebbene, per essere rivolte a “quadri” che avrebbero poi dovuto muoversi nella lotta politica clandestina, non è detto che non ci fosse dell’altro (non a caso la Russia ha dato all’insurrezione di piazza la sua arma più caratteristica: la “bottiglia Molotov”). Le lezioni riguardavano l’Economia politica e la Storia delle concezioni sociali del mondo (docente: Bogdanov), la Storia del movimento operaio e quella della letteratura russa (Lunačarskij), ma c’era pure la Storia della Russia, la Questione agraria e la Politica internazionale. Si aggiunsero quattro conferenze di Alessandra Kollontaj sulla condizione femminile e poi arrivò anche Trotzkij che a Bologna soggiornò per almeno due settimane tenendo «un corso sulla stampa e vi discussi i problemi della tattica di partito». Per Lunačarskij Trotzkij cercò d’indurre gli allievi «a passare dalla loro posizione di estrema sinistra ad un atteggiamento più conciliante, più vicino al suo», ma comunque «durante l’intero soggiorno Trotzkij fu insolitamente gaio e brillante: si comportava in modo del tutto leale verso di noi e ci lasciò un’ottima impressione di sé». Quelli che invece non vennero, pur essendo stati cordialmente invitati, furono Anna Kulisioff e Maksim Gorkij per ragioni di salute, mentre Rosa Luxemburg e Georgij Plechanov neanche risposero.

Aleksandra Michajlovna Kollontaj
Considerando le particolari condizioni della scuola, era ovvio che docenti e studenti si facessero notare il meno possibile in città. Il 10 dicembre 1910 parteciparono (ma senza prendere la parola) ad un convegno di sindacalisti riscuotendo l’applauso di solidarietà dei presenti e soltanto alla fine del corso, il 13 marzo 1911, si mostrarono al pubblico, nella «gran sala del Liceo Musicale gentilmente concessa», in una serata musicale sui “Canti dei popoli” che l’Università Popolare, nell’ambito dei propri corsi di cultura generale (un po’ simili ai corsi attuali per la terza età, solo che a quel tempo erano per il Quarto Stato…), aveva organizzato insieme alla Corale Euridice. In quella occasione il «coro dei giovani russi» (come dal programma di sala depositato alla Biblioteca dell’Archiginnasio) si esibì in Sredi Dalina, Baikal, Matuskiaja Volga. Al recensore del “Resto del Carlino” le canzoni udite apparvero «assai più semplici e ingenue, ma sempre di molto carattere patetico. Le due canzoni del Volga furono replicate fra grandi applausi, e ne fu eseguita anche un’altra, fuori programma, di genere burlesco e di un ritmo bizzarro». Naturalmente è pensabile che in sala ci fossero Bogdanov e Lunačarskij, mentre Trotzkij era già ritornato all’estero e della Kollontai non si conosce il periodo di soggiorno a Bologna.

Ma si era, come già detto, ormai alla fine di quell’esperienza scolastica (se così la si può definire). Infatti i corsi ebbero termine nel marzo 1911. Nei quattro mesi in cui la scuola dei “bolscevichi di sinistra” aveva funzionato, la Commissione che la dirigeva non aveva tralasciato di mantenere rapporti con Lenin, tanto che un suo emissario, “Aleksandrov” (N. Semasko), giunse a Bologna col mandato di «trattare coi singoli corsisti che desiderassero andare a Parigi per frequentare i corsi integrativi» presso quell’altra scuola di partito, questa volta sotto la stretta direzione del Comitato Centrale del POSDR. Però l’incontro non fu affatto pacifico come ci si poteva aspettare e “Aleksandrov” se ne ritornò col solo impegno che gli studenti non avrebbero lasciato Bologna prima d’aver ricevuto un telegramma da parte del Comitato Centrale. Quando però il telegramma arrivò, il compromesso proposto risultò inaccettabile, dato che alla scuola di Parigi sarebbero dovuti andare soltanto alcuni dei corsisti. Con un colpo di testa, i “bolscevichi di sinistra” bolognesi, sia docenti che allievi, decisero di raggiungere tutti Parigi per continuare il confronto politico. Ma quando vi giunsero, il Comitato Centrale autorizzò il soggiorno parigino soltanto agli insegnanti (che così avrebbero potuto mettere a confronto la Tour Eiffel con le Due Torri), mentre gli allievi sarebbero stati rispediti in Russia a svolgere finalmente quel lavoro politico clandestino per il quale erano stati addestrati. Peccato però che la polizia segreta zarista, che aveva controllato da sempre la scuola di Bologna infiltrandovi addirittura un proprio uomo, avesse conoscenza di tutti i nominativi, così che quando rimpatriano vennero in gran parte arrestati ed il sogno “vperiëdista” di costituire in Russia una rete di attivisti politici per mezzo degli allievi bolognesi non ebbe futuro.

Peraltro lo stesso gruppo frazionista, a partire dal 1911, iniziò a sfaldarsi: alcuni suoi dirigenti uscirono addirittura dal partito socialdemocratico, salvo rientrarvi qualche anno dopo. Il che era evidente, come ha poi ricordato Lunacarskij: «il massiccio gruppo leninista, forte dell’unità interna, del controllo delle masse (o meglio in grado di verificare se stesso sugli effettivi umori delle masse e di adeguarsi al corso oggettivo degli avvenimenti), doveva naturalmente schiacciarci, o meglio metterci in disparte in quanto forza politica del tutto insignificante… Eravamo in fin dei conti soltanto un gruppo d’intellettuali di partito che avevano trovato una relativamente debole risonanza fra una certa parte degli operai socialdemocratici, ancora sotto il potere della forza d’inerzia rivoluzionaria».

Bibliografia consultata:

A. BOGDANOV, La stella rossa, Sellerio, Palermo, 1989.

L. TROZKIJ, La mia vita, Mondadori, Milano, 1961.

A. LUNAČARSKIJ, Profili di rivoluzionari, De Donato, Bari, 1968.

A. TAMBORRA, Esuli russi in Italia dal 1905 al 1917, Laterza, Bari, 1977, pp. 151-156.

J. SCHERRER, Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio, in Storia del marxismo. II: Il marxismo nell’età della Seconda Internazionale, Einaudi, Torino, 1979, pp. 493-546.

C. VOLTA, Quando Trotzkij insegnava a Bologna… e Lenin non ci voleva venire, in “Bologna Incontri”, gennaio 1976, p. 10.

M. GANDINI, A proposito della scuola “vperiodista” di Bologna, in “Bologna Incontri”, maggio 1976, p. 43.

A. LUNAČARSKIJ, 1921. L’autocritica davanti a Lenin sulla scuola dei bolscevichi a Bologna (1910-1911), in “Bologna Incontri”, 1978, n. 2, pp. 4-7.

L. ARBIZZANI, Relazioni tra docenti della Regia Università, l’Università Popolare “G. Garibaldi” e la scuola “vperiedista” di Bologna, in Atti del Convegno: Bologna-Nationes. L’URSS. La Russia e i popoli dell’Unione Sovietica: cinque secoli di rapporti con Bologna e l’Italia (23-24 giugno 1988), a cura di H. Pessina Longo, Teti Editore, Milano, 1990, pp. 169-182.

G. GATTEI e C. VOLTA, Un episodio nella storia delle Università Popolari: i bolscevichi “di sinistra” a Bologna (1910-1911), in Il sapere per la società civile. Le Università Popolari nella storia d’Italia, a cura di F. Minazzi, Edizioni Università Popolare di Varese, Varese, 1994, pp. 241-260.

IN CODA AI TITOLI DI CODA

Quando l’Accademia dell’Orsa celebrò la Scuola bolscevica a Bologna

Giorgio mi telefona e mi chiede se ho letto Proletkult

– certo! l’ho divorato…

– hai visto i Titoli di coda?

– no

– beh, dicono che “In nessuno dei luoghi c’è una targa o un ricordo di quel che accadde.” Ma ti ricordi? Noi una targa l’abbiamo messa!

– certo che mi ricordo…


Il 1996 stava finendo e con lui i seminari dell’Accademia dell’Orsa, che da quattro anni (un ciclo accademico, all’epoca) avevano proposto un disparato rosario di temi, affrontati con assurda genialità: dall’ermetismo negli affreschi rinascimentali alle tempeste valutarie, dalla storia dei movimenti politici novecenteschi alla canzone popolare. Nello scantinato dell’osteria di via Mentana, potevi ascoltare studiosi brillanti relazionare su ricerche rigorose quanto originali e partecipare a discussioni accalorate quanto conviviali.

Si era alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, l’URSS era già alle spalle, e non essendo la resa nelle nostre corde, ridevamo per non piangere.

Si decise quindi di celebrare un episodio della storia del bolscevismo solitamente citato solo di sfuggita, ma che era avvenuto a pochi passi dall’osteria: la scuola di partito di via Marsala.

Una fredda domenica pomeriggio fu riscaldata dagli interventi dell’ultimo segretario provinciale della disciolta Associazione Italia-URSS, Graziano Zappi, in supplenza di Cesarino Volta (gravemente malato) che con l’altro relatore, Giorgio Gattei, aveva condotto uno studio approfondito su quell’esperienza.

Ne seguì un dibattito avvincente, dove si seguirono ipotesi ardite sull’origine di odi che avrebbero segnato la storia del movimento comunista, sullo sfondo di rapine tanto spettacolari da far impallidire ogni più epica scena western, di cui il romanzo dei Wu Ming dà ampia narrazione.

Quindi uscimmo in corteo, ed in pochi passi arrivammo sotto la sede dell’antica scuola, dove l’ultimo direttore dell’appena chiuso Cuore (tutto era ex-qualcosa quel giorno) Andrea Aloi si lanciò in una delirante orazione commemorativa.

Prima di rientrare in osteria a mangiare un fantasioso Menù Prolet-cult, cantando canzoni “reduciste e sovversive” con Ivan della Mea, fu scoperta la targa, in polistirolo, effimera come le vetrine della Rosta:

Ai compagni del partito bolscevico russo
“frazione di sinistra”
Trotzkij, Lunacarskij,
Bogdanov, Kollontaj
che qui insegnarono
L’Accademia dell’Orsa
riconoscente pose
Bologna, MCMXCVII
(80° della Rivoluzione)