di Edoardo Todaro
L’arco dell’impero, di Qiao Liang, a cura del generale Fabio Mini, LEG Edizioni 2021m pag. 240, 20 Euro
Cosa ci spinge a scrivere a proposito de “L’ARCO DELL’IMPERO” a distanza di tempo dalla sua uscita negli scaffali delle librerie? Di sicuro la sua stringente attualità tenendo in considerazione il panorama internazionale, i venti di guerra che soffiano da più parti, la tendenza alla guerra divenuta una opzione sempre più inevitabile per gli appetiti di un capitalismo che deve uscire da una crisi sistemica senza via d’uscita, la necessità della guerra divenuta una costante, guerra come necessità politica, sociale ed economica.
Abbiamo conosciuto Qiao Liang, ex maggiore generale dell’aeronautica nelle forze armate cinesi, quindi anche se non più in servizio lo porta ad essere considerato “esperto” per la sua esperienza; portatore di un punto di vista di persona a conoscenza di ciò di cui scrive. Abbiamo letto, con molto interesse, “GUERRA SENZA LIMITI”, uscito nel 1999, scritto insieme a Wang Xiangsui, colonnello in pensione dell’Esercito popolare di liberazione, libro che ebbe notevole attenzione a livello internazionale,scritto da due esperti di guerra, due intellettuali organici, per dirla con Gramsci, per i quali la strategia non si ha solo con le armi, e l’uso della forza non può essere considerato sufficiente; per i quali la politica non ha necessità dell’ideologia; scrittori e soprattutto divulgatori, consapevoli dei rischi che si può correre con la guerra. Mi ritengo fortunato nell’aver ascoltato, circa due mesi fa, la presentazione fatta dal generale Mini, ex capo di stato maggiore di comando Nato delle forze alleate ed a capo della Forza Internazionale di sicurezza in Kosovo, e Alberto Bradanini ex ambasciatore italiano in Cina. In questi ultimi tempi, anni, assistiamo, e leggiamo, discussioni, una dietro l’altra, che si incentrano nel tentare di dire, in base ad elementi concreti ed analitici, cos’è la Cina: è o non è capitalista; cos’è il socialismo con caratteristiche cinesi.
Qiao tra le truppe con compiti operativi; negli stati maggiori con i vertici; scrive per mestiere prima, oggi per piacere e dovere civico; si pone a disposizione, con le sue conoscenze avvenute sul campo, nel mettere i piedi nel piatto, dell’ideologia comunista. “L’arco dell’impero” è in realtà una raccolta di punti di vista di Qiao tra il 2009 ed il 2015; Quiao, che in madre patria è considerato, positivamente, più un intellettuale che un militare, scrive un libro in cinese ed essenzialmente è rivolto ai cinesi. Comunque per sgombrare da possibili approcci riduttivi del tema che viene affrontato, diciamo che l’intento di questo contributo è tentare di far capire, assolutamente non per raccontare, e certamente quanto esposto in queste pagine non ha niente di accostabile ad un racconto, ma, a proposito di intento, spiegare e dimostrare. Se ci addentriamo a leggere un testo di cinesi ben coscienti di quello che sono, non possiamo stupirci se incorriamo in aspetti che ci possono sembrare inutili.
Troviamo, e notiamo, ripetizioni, considerazioni ripetute. Ciò avviene in quanto ogni volta c’è un qualcosa in più o in meno da sottolineare, dal mettere in evidenza, cioè un segnale di ulteriore riflessione a proposito di un concetto già esposto; oppure le cosiddette appendici: fonti originali dei ragionamenti sostenuti dal libro. Entrando nello specifico del libro che sottoponiamo all’attenzione, diciamo senza difficoltà, che ci troviamo di fronte ad un testo che è una vera e propria critica/denuncia della civiltà finanziaria degli Stati Uniti i quali portano avanti, attraverso l’egemonia del dollaro, un’opera di colonizzazione. Qiao con la sua apertura mentale, la sua capacità di analisi e la sua visione strategica affronta e ci fa capire quale sia, oggi ed in prospettiva, il ruolo cinese nel mondo, o quanto meno, quello che dovrebbe essere, al di là delle idee espresse che non sono considerabili “ortodosse”; ruolo che la Cina dovrà avere in ambito globale; un Qiao con un forte riferimento alle contraddizioni che la società cinese ha di fronte a sé; la Cina è una nazione da far rispettare, una patria che deve servire per tutti i cinesi del mondo; con un sistema più rappresentativo per combattere la corruzione che non va sottaciuta, per combattere le lotte tra clan, tra gruppi di potere ed ambizione dei capi.
Una considerazione, tra le altre, che ci fa Qiao, e che, sicuramente è di estrema attualità: gli Stati Uniti, all’apice, quell’apice comune a tutti gli imperi, sono in fase di declino, un declino storicamente inevitabile per tutti gli imperi, a differenza della Cina che va alla conquista delle fonti, internazionali, e non del prodotto finale, la Cina paese di pace, di una pace come strumento per vivere meglio, e per dirla alla cinese: di armonia e tranquillità; gli USA con una visione imperiale, che fa proprio un approccio colonialista: ultimo impero che può sopravvivere solo se continua a portare guerre nel mondo e con il potere/ricatto del dollaro,dollaro e guerre con le seconde che fanno bene al primo con la sua funzione egemonica, gli USA producono dollari ed il resto del mondo produce merce che verrà scambiata con il biglietto verde; gli Usa che hanno un vero e proprio impero coloniale finanziario; gli USA che usano la politica estera per salvaguardia ai propri interessi, e che non fanno alcuna analisi e/o riflessione sul perché tanti paesi resistono e si oppongono alla globalizzazione a stelle e strisce.
Non un libro tecnico, che evidenzia, come tra l’altro è successo nel recente passato, l’uso in guerra di strumenti non militari ad esempio internet, l’uso dell’informazione, l’informatica o i “cerca persone”. In definitiva: non è un libro antiamericano, ma è un libro che ci offre strumenti per capire le dinamiche in corso, un libro che entra a pieno titolo a far parte della cosiddetta “cassetta degli attrezzi”. Un libro sulla guerra seguendo non solo le leggi della domanda/offerta ma, sicuramente, le leggi del capitale. Detto questo, si può capire che è un libro più riferibile a Marx che a Clausewitz e non è né un manuale, né tantomeno un documento propagandistico. Un libro che oltre all’essere considerato la prosecuzione di “Guerra senza limiti”, prende in considerazione, in tempi antecedenti all’oggi, gli avvenimenti in Ucraina, Afghanistan, Iraq, Kosovo.
Gli ultimi due, emblematici rispetto al potere del dollaro e al fatto che gli USA non tollerano nessuna altra moneta, euro compreso, che possa stare sullo stesso piano del dollaro e mantenere l’egemonia e che non si fanno scrupoli ad alterare gli scenari esistenti, e, tanto per non lasciarsi niente di non analizzato: la caduta dell’URSS con gli effetti conseguenti. Qiao ci da tutti gli elementi per capire che il prossimo campo di battaglia non sarà quello in cui si svolgerà la guerra, ma quello economico, una guerra finanziaria per l’egemonia del capitale, certo la guerra finanziaria non uccide ma ugualmente travolge, saccheggia, distrugge; tenendo in considerazione che tutti gli interessi strategici sono in definitiva interessi economici.
Non è misero complottismo, sono dati di fatto, è una normale operazione finanziaria. Se abbiamo l’intelligenza di leggere questo libro nella giusta ottica, capiamo che c’è una differenza fondamentale tra la realtà oggettiva e certe teorie ritenute consolidate, e capire quali delle due sono importanti, ma non solo ci aiuta a capire la relazione che esiste tra il dollaro, l’economia e le forze militari. Un libro che ha una sua logica indiscutibile: se non si può mettere in campo una guerra militare, non si può non combattere una guerra economica, e Qiao ci consiglia che se non capiamo la finanza non possiamo capire le intenzioni strategiche. Ovviamente non potevamo sottrarci da quanto si sta affacciando all’orizzonte e che è strettamente collegato a quanto scritto: i BRICS ed il percorso di dedollarizzazione, un percorso foriero di sorprese, attraverso un sistema di pagamento che dia l’opportunità di liberarsi dalla dipendenza dal dollaro, dall’egemonia USA, per creare una reale autonomia nel sistema finanziario internazionale che assicura agli USA un enorme potere, per dirla in parole povere: stiamo assistendo ad una crescente tendenza ad evadere, a livello internazionale, dal sistema dollaro/centrico ed all’accentuarsi di una sfiducia generalizzata nei confronti di un ordine internazionale basato sull’unilateralismo statunitense.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/12/2024
21/01/2023
La crisi ucraina dal punto di vista dei buoni del tesoro statunitense
di Giacomo Gabellini
Tra settembre e ottobre, l’esposizione in Treasury Bond statunitensi del Giappone è diminuita da 1.120,2 a 1.078,2 miliardi di dollari; quella della Repubblica Popolare Cinese, da 933,6 a 909,6 miliardi; quella del Regno Unito, da 663,3 a 638,5 miliardi; quella delle Isole Cayman, da 301,5 a 296,6 miliardi; quella del Lussemburgo, da 298,6 a 295,7 miliardi; quella della Svizzera, da 278 a 262,9 miliardi; quella dell’Irlanda, da 265,1 a 239 miliardi; quella del Brasile, da 226,4 a 224,8 miliardi; quella di Taiwan, da 216,9 a 216,3 miliardi; quella di Singapore, 177,5 a 176,9 miliardi; quella della Corea del Sud, da 105,3 a 99,8 miliardi; quella della Norvegia, da 99,6 a 95,6 miliardi.
Complessivamente, il volume delle detenzioni internazionali di Treasury Bond statunitensi è diminuito tra settembre e ottobre di ben 111,5 miliardi di dollari (da 7.296,9 a 7.185,4 miliardi di dollari), che vanno a sommarsi ai 212,1 miliardi di dollari (da 7.509 a 7.296,9 miliardi) registrati in negativo il mese precedente.
Il tutto nonostante la vigorosa stretta creditizia operata dalla Federal Reserve attraverso un progressivo innalzamento dei tassi di interesse, passati dallo 0,25 al 2,5% tra marzo e settembre. Mese, quest’ultimo, a partire dal quale la Banca Centrale Usa ha impresso una ulteriore accelerata al processo di “normalizzazione monetaria”, con ben due correzioni dei tassi (passati dapprima al 3,25 e quindi al 4%). Tra ottobre e dicembre, la Federal Reserve ha quindi proceduto a due ulteriori rialzi, che hanno portato il tasso di interesse al 4,5%.
Segno che, per gli Usa, avvalersi della leva meramente monetaria per richiamare i capitali necessari a finanziare i loro colossali squilibri, costituiti essenzialmente da un debito estero netto colossale e da un deficit strutturale della bilancia commerciale che si protrae ininterrottamente dagli anni ‘80, sta diventando sempre più difficile.
Di qui il ricorso sempre più massiccio dello stratagemma “non convenzionale” consistente nel sovvertimento del contesto economico entro cui operano i potenziali rivali. A livello storico, particolarmente efficaci si sono rivelati in proposito attacchi speculativi dal chiaro significato politico e puntualmente culminati con un afflusso massiccio di capitali negli Usa come quello sferrato contro lira, sterlina e franco nel 1992, che disarticolò la struttura di coordinamento del Sistema Monetario Europeo; contro le Tigri Asiatiche del 1997, che sconquassò l’intera “periferia fordista” del poderoso hub industriale giapponese; contro gli “anelli deboli” dell’eurozona del 2010, che sospinse la moneta unica europea sull’orlo del precipizio. Anche l’esasperazione deliberata delle tensioni internazionali e il ricorso alla forza risultano particolarmente funzionali all’obiettivo, come dimostrato dai corposi flussi di capitale in direzione degli Stati Uniti registrati all’indomani degli interventi militari del 2001 in Afghanistan,Euromaidan del 2014.
Il caso paradigmatico rimane comunque quello della guerra del Kosovo del 1999: allora, i 72 giorni di bombardamento ininterrotto della Jugoslavia ad opera della coalizione euro-statunitense produssero il triplice risultato di distruggere un Paese collocato nel cuore dell’Europa, provocare una svalutazione del 30% dell’euro rispetto al dollaro (di cui era l’unico concorrente credibile) e di alterare il clima degli investimenti nel contesto europeo canalizzando circa 500 dei 700 miliardi di “capitale mobile” che vagavano senza una meta precisa all’interno del “vecchio continente” verso gli Stati Uniti. Una volta constatato con estremo disappunto che i restanti 200 miliardi avevano preso la via di Hong Kong per penetrare nella Repubblica Popolare Cinese, cinque missili di precisione colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado. Un “errore” decisamente provvidenziale, visto che nell’arco di una settimana più di 200 miliardi di dollari fuoriuscirono dalla piazza di Hong Kong per approdare in territorio statunitense.
Secondo l’ufficiale cinese Qiao Liang, la rigida osservanza della dottrina militare incardinata sul concetto «se il mio clima di investimento non è buono e la cosa non può essere cambiata entro breve, allora mi servirò della guerra per rendere gli altri posti peggiori» sarebbe addirittura alla base del progetto relativo alla realizzazione del cosiddetto Prompt Global Strike System. Una tecnologia che se sviluppata adeguatamente dovrebbe porre le forze agli ordini del Pentagono nelle condizioni di centrare qualsiasi obiettivo sulla Terra in meno di un’ora. «Cosa significa – si domanda l’ufficiale cinese – questa velocità? In pratica, il fatto che ora l’America può colpire militarmente con la velocità dei flussi di capitale.
Quando un missile balistico a rientro atmosferico o un missile da crociera cinque o sei volte più veloce del suono atterrano su un punto qualsiasi del pianeta, il clima degli investimenti in quella zona cambia in maniera repentina, e, in modo altrettanto rapido, gli investitori si fanno prendere dal panico e ritirano subito i propri soldi. Ma il denaro non può rimanere sospeso in aria, deve andare in un posto sicuro. E qual è il posto più sicuro? Il Paese con il pugno più grande, è ovvio».
La strumentalizzazione della crisi ucraina come elemento scatenante per una rovinosa fuga di capitali dal “vecchio continente”, con contestuale caduta verticale del corso dell’euro e correzione della posizione finanziaria netta Usa (passata da 18,1 a 16,2 trilioni di dollari di passivo tra il 2021 e il 2022), non ha richiesto l’impiego diretto della forza militare Usa, ma “soltanto” l’intensificazione della pressione politica sugli alleati/sottoposti europei, combinata alla diffusione del panico e all’esasperazione degli attriti internazionali.
Fonte
Tra settembre e ottobre, l’esposizione in Treasury Bond statunitensi del Giappone è diminuita da 1.120,2 a 1.078,2 miliardi di dollari; quella della Repubblica Popolare Cinese, da 933,6 a 909,6 miliardi; quella del Regno Unito, da 663,3 a 638,5 miliardi; quella delle Isole Cayman, da 301,5 a 296,6 miliardi; quella del Lussemburgo, da 298,6 a 295,7 miliardi; quella della Svizzera, da 278 a 262,9 miliardi; quella dell’Irlanda, da 265,1 a 239 miliardi; quella del Brasile, da 226,4 a 224,8 miliardi; quella di Taiwan, da 216,9 a 216,3 miliardi; quella di Singapore, 177,5 a 176,9 miliardi; quella della Corea del Sud, da 105,3 a 99,8 miliardi; quella della Norvegia, da 99,6 a 95,6 miliardi.
Complessivamente, il volume delle detenzioni internazionali di Treasury Bond statunitensi è diminuito tra settembre e ottobre di ben 111,5 miliardi di dollari (da 7.296,9 a 7.185,4 miliardi di dollari), che vanno a sommarsi ai 212,1 miliardi di dollari (da 7.509 a 7.296,9 miliardi) registrati in negativo il mese precedente.
Il tutto nonostante la vigorosa stretta creditizia operata dalla Federal Reserve attraverso un progressivo innalzamento dei tassi di interesse, passati dallo 0,25 al 2,5% tra marzo e settembre. Mese, quest’ultimo, a partire dal quale la Banca Centrale Usa ha impresso una ulteriore accelerata al processo di “normalizzazione monetaria”, con ben due correzioni dei tassi (passati dapprima al 3,25 e quindi al 4%). Tra ottobre e dicembre, la Federal Reserve ha quindi proceduto a due ulteriori rialzi, che hanno portato il tasso di interesse al 4,5%.
Segno che, per gli Usa, avvalersi della leva meramente monetaria per richiamare i capitali necessari a finanziare i loro colossali squilibri, costituiti essenzialmente da un debito estero netto colossale e da un deficit strutturale della bilancia commerciale che si protrae ininterrottamente dagli anni ‘80, sta diventando sempre più difficile.
Di qui il ricorso sempre più massiccio dello stratagemma “non convenzionale” consistente nel sovvertimento del contesto economico entro cui operano i potenziali rivali. A livello storico, particolarmente efficaci si sono rivelati in proposito attacchi speculativi dal chiaro significato politico e puntualmente culminati con un afflusso massiccio di capitali negli Usa come quello sferrato contro lira, sterlina e franco nel 1992, che disarticolò la struttura di coordinamento del Sistema Monetario Europeo; contro le Tigri Asiatiche del 1997, che sconquassò l’intera “periferia fordista” del poderoso hub industriale giapponese; contro gli “anelli deboli” dell’eurozona del 2010, che sospinse la moneta unica europea sull’orlo del precipizio. Anche l’esasperazione deliberata delle tensioni internazionali e il ricorso alla forza risultano particolarmente funzionali all’obiettivo, come dimostrato dai corposi flussi di capitale in direzione degli Stati Uniti registrati all’indomani degli interventi militari del 2001 in Afghanistan,Euromaidan del 2014.
Il caso paradigmatico rimane comunque quello della guerra del Kosovo del 1999: allora, i 72 giorni di bombardamento ininterrotto della Jugoslavia ad opera della coalizione euro-statunitense produssero il triplice risultato di distruggere un Paese collocato nel cuore dell’Europa, provocare una svalutazione del 30% dell’euro rispetto al dollaro (di cui era l’unico concorrente credibile) e di alterare il clima degli investimenti nel contesto europeo canalizzando circa 500 dei 700 miliardi di “capitale mobile” che vagavano senza una meta precisa all’interno del “vecchio continente” verso gli Stati Uniti. Una volta constatato con estremo disappunto che i restanti 200 miliardi avevano preso la via di Hong Kong per penetrare nella Repubblica Popolare Cinese, cinque missili di precisione colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado. Un “errore” decisamente provvidenziale, visto che nell’arco di una settimana più di 200 miliardi di dollari fuoriuscirono dalla piazza di Hong Kong per approdare in territorio statunitense.
Secondo l’ufficiale cinese Qiao Liang, la rigida osservanza della dottrina militare incardinata sul concetto «se il mio clima di investimento non è buono e la cosa non può essere cambiata entro breve, allora mi servirò della guerra per rendere gli altri posti peggiori» sarebbe addirittura alla base del progetto relativo alla realizzazione del cosiddetto Prompt Global Strike System. Una tecnologia che se sviluppata adeguatamente dovrebbe porre le forze agli ordini del Pentagono nelle condizioni di centrare qualsiasi obiettivo sulla Terra in meno di un’ora. «Cosa significa – si domanda l’ufficiale cinese – questa velocità? In pratica, il fatto che ora l’America può colpire militarmente con la velocità dei flussi di capitale.
Quando un missile balistico a rientro atmosferico o un missile da crociera cinque o sei volte più veloce del suono atterrano su un punto qualsiasi del pianeta, il clima degli investimenti in quella zona cambia in maniera repentina, e, in modo altrettanto rapido, gli investitori si fanno prendere dal panico e ritirano subito i propri soldi. Ma il denaro non può rimanere sospeso in aria, deve andare in un posto sicuro. E qual è il posto più sicuro? Il Paese con il pugno più grande, è ovvio».
La strumentalizzazione della crisi ucraina come elemento scatenante per una rovinosa fuga di capitali dal “vecchio continente”, con contestuale caduta verticale del corso dell’euro e correzione della posizione finanziaria netta Usa (passata da 18,1 a 16,2 trilioni di dollari di passivo tra il 2021 e il 2022), non ha richiesto l’impiego diretto della forza militare Usa, ma “soltanto” l’intensificazione della pressione politica sugli alleati/sottoposti europei, combinata alla diffusione del panico e all’esasperazione degli attriti internazionali.
Fonte
03/07/2022
31/01/2022
Usa, Cina e futuro del dollaro
Qiao Liang è un ex generale maggiore dell'aviazione dell'Esercito Popolare di Liberazione diventato celebre nel 1999 con il libro Guerra senza limiti (LEG Edizioni, 2001) di cui è coautore insieme con il collega Wang Xiangsui. Con gli usuali occhiali ideologici, i media occidentali hanno presentato lo studio come l'annuncio di un nuovo tipo di guerra che la Cina stava progettando contro l'America. Gli autori affrontavano il concetto di conflitto asimmetrico, prefigurando in qualche modo eventi che sarebbero accaduti di lì a poco, come l'attacco dell'11 settembre.
Qualche anno fa, Qiao ha scritto un nuovo libro, L’arco dell’impero, ancora tradotto dalla LEG (Libreria editrice goriziana). È la prima edizione in una lingua occidentale ed è stata curata dal generale Fabio Mini, già capo di stato maggiore del Comando NATO del Sud Europa nel 2000-2001 e comandante della Forza internazionale in Kosovo (KFOR) a guida NATO dal 2002 al 2003. Mini aveva introdotto in Italia anche Guerra senza limiti: la sua prefazione italiana è stata tradotta e inclusa nella seconda edizione cinese.
Il nuovo lavoro di Qiao è uno studio sulla superpotenza americana. Spiega il suo incredibile successo e le possibili ragioni del suo declino. Secondo Qiao, gli Stati Uniti hanno superato la logica imperiale colonialista dell’Impero britannico del XIX secolo, adottando un rivoluzionario sistema di dominio economico, che ha raggiunto il suo apice con la fine degli accordi di Bretton Woods del 1971. Il potere del dollaro come moneta universale sostiene il primo impero finanziario della storia. The City Upon a Hill dei Padri Pellegrini, l'immagine dell'eccezionalismo americano amata da Reagan, è, in realtà, la Zecca sulla Collina. Con questa "economia finanziaria coloniale", la ricchezza americana è pagata dal resto del mondo. Qiao scrive che le "guerre senza fine" del Pentagono sono progettate per garantire "non solo che i dollari fluiscano senza intoppi fuori dal paese, ma anche che il capitale in giro per il mondo ritorni negli Stati Uniti". Questo meccanismo ha straordinariamente arricchito l'America a spese del mondo, ma ora potrebbe cominciare a incrinarsi. Abbiamo chiesto al generale Mini di presentarci la concezione di Qiao dell'impero americano e del suo declino.
Durante una videoconferenza all'inizio dello scorso dicembre, il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin hanno sottolineato l'esigenza di "accelerare gli sforzi per la creazione di una struttura finanziaria indipendente per i commerci tra Russia e Cina”. Secondo lei è l'inizio della fine del sistema del dollaro?
“Vedo nell’esigenza individuata dai due leader il tentativo concreto di far cessare l’egemonia del dollaro che, come dice Qiao, può segnare l’inizio della fine dell’egemonia economica e geopolitica statunitense. Tuttavia questo non significa che il tentativo riesca o che non induca gli americani a minacciare o attuare ritorsioni non necessariamente di mero carattere commerciale. Per ora, la comune intenzione di Putin e Xi Jinping sembra avere lo scopo di sottrarre al passaggio forzato per il dollaro, che penalizza entrambi, soltanto gli scambi commerciali bilaterali. Cina e Russia contano molto sulle esportazioni e la credibilità delle loro valute non è molto alta. Di fatto, gli scambi cinesi e russi in valute diverse dal dollaro avvengono soltanto per motivi politici. La Cina, nonostante i dazi statunitensi, non ha fretta e punta ad un accordo internazionale che riconosca almeno altre due monete, oltre al dollaro, come riferimento degli scambi: euro e yuan. La Russia si trova in una situazione diversa: si rende conto che ogni tentativo di salvaguardare la propria sovranità e i propri interessi regionali viene contrastato dalle sanzioni americane. È penalizzata tre volte: due in campo economico e una in campo politico. In particolare: le sue risorse d’esportazione sono depotenziate nella quantità e nel prezzo (in calo per effetto della contrazione della domanda) e le sue importazioni sono penalizzate dai prezzi (in aumento per effetto della minore offerta) e dai pagamenti in dollari. La terza, e più importante, è la penalizzazione politica: sottostare ai ricatti esterni fa perdere credibilità e influenza. Ormai sono anni che nella parte continentale dell’Europa, la Russia deve subire il tentativo di espansione a Est della Nato. Il distacco dal dollaro per la Russia è diventato una questione di sopravvivenza politica in Europa e nel mondo. Tuttavia la Russia sa bene che questa misura è necessaria ma non sufficiente. L’offensiva Usa-Nato fatta di provocazioni, erosione di territori, destabilizzazione ai confini e sostegno all’eversione interna deve essere affrontata anche sul piano della sicurezza e della potenza militare. Mentre la Cina ritiene di avere tempo e vuole agire sul piano economico e finanziario, la Russia deve e vuole dimostrare di poter opporsi alle provocazioni anche con le armi. Ce n’è abbastanza per far ragionare tutti e in particolare Europa e America. Se non fosse per la debolezza politica interna, la sudditanza nei confronti degli americani e la delega permanente della propria sicurezza alla Nato, l’Unione Europea potrebbe essere la potenza equilibratrice per tutto l’Occidente e perfino per Russia e Cina; l’euro potrebbe diventare la nuova moneta equivalente per tutte le transazioni nel mondo. Ma quei “se” pesano come macigni”.
Un altro elemento del declino americano individuato da Qiao, è il fatto che la re-industrializzazione, il ritorno delle industrie trasferite all'estero (spesso in Cina) negli ultimi decenni, evocato a cominciare dal presidente Obama, sembra ormai strutturalmente impossibile e non potrà servire a correggere l'enorme surplus del debito commerciale. Se anche l'America sperimenterà nuove riprese saranno "senza lavoro". Innovazione tecnologica e finanza avrebbero raggiunto "il loro limite energetico", di qui in poi non si potrà che scendere. Le sembra un giudizio realistico?
“Mi sembra ragionevole soprattutto per il periodo in cui è stato formulato. Oggi forse sarebbe da rivedere, ma non da rigettare completamente. Gli Stati Uniti stanno vivendo una crisi dietro l’altra eppure non frenano né ambizioni né avventurismi. È vero che in larga misura il settore manifatturiero è ormai defunto, ma il dominio informatico e tecnologico è ancora forte e quello finanziario fortissimo. Non so se questi due elementi abbiano raggiunto la loro massima espressione. Anche se iniziasse una discesa non sarebbe affatto ripida e comunque i maggiori danni sarebbero per quella parte del mondo che adesso si trova in una situazione migliore proprio grazie alla spinta tecnologica. Anche il disavanzo commerciale statunitense presenta due aspetti: da un lato favorisce i cinesi e dall’altro induce gli americani a misure di contenimento proprio nei confronti della Cina. Inoltre il disavanzo manifatturiero può essere compensato dall’esportazione di strumenti e tecnologie avanzate e nel settore energetico. Da quando è iniziata la stretta americana sulla Russia e le sue risorse, gli Stati Uniti hanno moltiplicato le esportazioni di gas verso l’Europa. L’osservazione che eventuali riprese economiche saranno “senza lavoro” è giusta per chi pensa al lavoro e all’occupazione come strumenti di crescita e benessere. Quasi tutto il mondo lo pensa, ma gli Stati Uniti fanno eccezione anche in questo. Da tempo hanno abbandonato l’idea di dare lavoro per aumentare la produzione e quindi la ricchezza e non hanno mai detto che questa debba essere meglio distribuita. Anzi, la concentrazione della ricchezza in poche mani ne agevola il controllo e l’utilizzazione. Per questo, da tempo hanno sostituito i benefici del lavoro con quelli dello sfruttamento e della speculazione. Il lavoro per tutti è ormai un ammortizzatore sociale come da noi è la cassa integrazione. Il lavoro è uno strumento per tenere impegnate le masse e i sindacati sono soltanto associazioni di categoria che devono sostenere le imprese, non i lavoratori. Ogni rinnovo di contratto dipende dai profitti dell’impresa e non da quante famiglie vengono mantenute. A profitti immensi corrispondono cifre da capogiro per i dirigenti e aumenti salariali ridicoli. A perdite immense o alla bancarotta corrispondono sempre cifre da capogiro per i dirigenti e il lastrico per i salariati. In ogni caso il salario “ridicolo” ottenuto negli Stati Uniti o in Europa è un salario da sogno per i paesi più poveri. La Banca mondiale definisce povertà assoluta la disponibilità effettiva di meno di 1,90 dollari al giorno. Nel mondo oltre un miliardo di persone si trova in questa condizione di cui oltre 4 milioni negli Stati Uniti. In Cina la povertà assoluta si è azzerata in meno di dieci anni rispetto ai 90 milioni di poveri del 2012 quando fu avviato il programma di completa eradicazione della povertà assoluta. Tuttavia anche in Cina non è il lavoro a riscattare dalla povertà ma il sussidio. In Cina, il reddito pro capite è dieci volte quello del 2000 (da 940 dollari all’anno a 10.410 dollari nel 2019) e poco più della metà della popolazione rientra nella classe di reddito media secondo la classificazione della Banca Mondiale (tra 3650 e 18.250 dollari l’anno). È senz’altro un risultato importante ma è ancora di 1795-580 dollari al mese al di sotto della povertà americana. È vero che in relazione al costo e al tenore di vita, il reddito cinese vale di più, ma i cinesi che vogliono emulare gli americani, non si soffermano sui dettagli: vogliono uguale ricchezza in termini assoluti e molti di essi ci stanno riuscendo diventando milionari e acquisendo la logica americana del capitale, dello sfruttamento e dell’intolleranza verso la povertà che già ora negli Stati Uniti è diventata una colpa degli individui. L’appello di Qiao alla Cina di non emulare l’impero americano comprende anche questo, ma temo che non sarà ascoltato. Nemo propheta...”.
Una delle cose più sorprendenti del libro dell'analista militare cinese è la tesi che nei fatti gli americani sono più interessati a distruggere l’Europa dell'Euro che non la Cina. Dalla guerra Nato alla Jugoslavia all'indomani della nascita della moneta unica europea nel 1991 fino all'odierno confronto con Mosca in Ucraina, Washington sta perseguendo contemporaneamente l'obiettivo di circondare la Russia (adesso ci mettiamo anche il Kazakistan) insieme a quello di danneggiare l'Ue con l'aiuto degli stessi europei. La prospettiva di un'intesa economica tra Russia ed Europa, naturalmente favorita dalla geopolitica, è così scongiurata. Anche questa è una teoria del complotto?
“No, è un teorema dimostrato dai fatti. Di recente, a seguito delle offensive di Trump con i dazi all’Europa, alcuni analisti europei hanno riproposto la tesi che l’UE è sorta per volere degli americani e che, quindi, gli Stati Uniti non possono volerne la distruzione. È un falso storico, un maldestro tentativo di rassicurare gli europei nel momento in cui cresce il dubbio sulla lealtà del maggiore alleato. L’idea di appoggiare la formazione di una forma di Unione europea è venuta agli americani quando hanno deciso di avviare il programma di aiuti chiamato Piano Marshall. Non era un progetto politico, ma uno scopo di comodo: avevano bisogno di una controparte unita che gestisse gli aiuti. Se per questo ruolo si fosse offerto San Marino o il Vaticano sarebbe andato bene lo stesso. Durante gli ultimi anni di guerra Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti non volevano soltanto la debellatio tedesca ma ne volevano la distruzione completa. I bombardamenti a tappeto sulle città tedesche avevano molto a che fare con la distruzione totale piuttosto che la neutralizzazione della capacità bellica. Alla fine della guerra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione sovietica approvarono il piano Morgenthau (dal nome del Segretario al Tesoro Usa) che intendeva far tornare la Germania alla “pastorizia”. Morgenthau già prima dell’ingresso statunitense in guerra aveva predicato la distruzione del popolo tedesco e della sua capacità produttiva e riproduttiva. Nella pratica, la direttiva JCS 1067 dei comandi militari alleati di occupazione applicava, anche se in versione ridotta, le proposte di Morgenthau. Di fatto nell’immediato periodo postbellico le epurazioni, le criminalizzazioni e le spoliazioni del patrimonio industriale tedesco si aggiunsero alle distruzioni belliche. In quel periodo furono registrati oltre 100.000 suicidi fra la popolazione tedesca e all’inizio del 1947 quattro milioni di soldati tedeschi erano ancora utilizzati per lavori forzati in Gran Bretagna, Francia e Unione sovietica. La prostrazione della Germania impediva però qualsiasi tentativo di risollevare il resto dell’Europa e quindi eliminava la fonte di illimitati guadagni che il dopoguerra doveva portare agli Stati Uniti.
Il piano Morgenthau fu sostituito dal piano Marshall e la gestione degli aiuti alla ricostruzione divenne la priorità statunitense. Un’apertura diretta alla ricostruzione tedesca sarebbe stata osteggiata sia dalla Gran Bretagna sia dall’Unione sovietica e il timore che l’Urss assumesse il controllo di tutta l’Europa furono quindi i motivi dell’iniziale sostegno all’Unione Europea. Un sostegno che però presto divenne un freno a qualsiasi iniziativa europea che non portasse benefici agli Stati Uniti. I contrasti non sono mai mancati neppure durante la guerra fredda quando il blocco della Nato aveva di fatto trasformato la possibile minaccia sovietica di ritorsione nucleare sugli Stati Uniti, alla certezza di una guerra di devastazione nucleare e convenzionale in Europa. Dopo l’implosione dell’Urss, i contrasti sono aumentati e alla Nato è stato assegnato il doppio compito: espandersi ad oriente e impedire all’Europa di acquisire una capacità di difesa autonoma. L’escamotage adottato dalla Nato è stato il programma di Partnership for peace (Pfp) che offriva ai paesi non Nato la possibilità di cooperazione militare.
Per qualche anno il programma fu seguito con interesse misto a sospetto anche dalla Russia che ebbe perfino una posizione di osservatore presso la Nato. Nel 1999 la Russia aderiva anche alle iniziative di sicurezza delle Nazioni Unite e di “altre organizzazioni regionali”. Tuttavia con l’ingresso nella Nato di alcuni paesi già parte del Patto di Varsavia, e la promessa ad altri di entrare nell’Unione europea come primo passo verso l’ammissione alla Nato, sono entrati nell’Ue tutti i paesi che si opponevano alla Russia e che di fatto seguivano le direttive statunitensi anti russe anche a scapito degli interessi del resto d’Europa. Da una decina d’anni gli Stati Uniti impediscono ogni autonomia europea e l’eventualità che l’euro sostituisca il dollaro è plausibile anche se è fortemente contrastata dagli Stati Uniti. Essi la temono più della sostanziale defezione europea dalle avventure americane e della Nato come già dimostrato in Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale. Per questo, non si faranno sfuggire alcuna occasione per costringere l’Europa a tagliare i rapporti sia politici che economici con Russia e Cina. Un corollario di questo teorema niente affatto peregrino è che tali manovre costringono sempre di più la Russia ad armarsi ed armare la Cina, se non altro per spostare il confronto sul piano geo-politico e strategico dove la deterrenza militare può fare molto di più della minaccia economica”.
Ricordando Harold Innis, che però non è mai citato, Qiao sostiene che l'utilizzo di una nuova tecnologia cambia il modo con cui la società percepisce il mondo. Così sarà proprio Internet, la più grande invenzione americana a contribuire alla fine dell'impero. La sua logica de-centralizzata porterà a un mondo multipolare dove la Cina, se riuscirà a sfuggire alla tentazione di imitare l'ultimo impero, potrà avere un ruolo di esempio e guida. Questa fiducia nel progresso tecnologico e nella missione della nazione cinese non rischia di essere un po' ingenua?
“Non solo appare ingenua ma esagerata. D’altra parte fin dal primo libro “Guerra senza limiti” Qiao Liang e il suo coautore Wang Xiangsui avevano dimostrato un’ammirazione profonda nei riguardi della potenza e della tecnologia militare degli Stati Uniti. Erano rimasti colpiti dalle capacità militari e logistiche statunitensi nella prima guerra del Golfo (1991) e non erano certo ottimisti rispetto alla strategia cinese del tempo che mirava a “combattere in un ambiente altamente tecnologico in condizioni d’inferiorità tecnologica”. Nel libro però i due autori attenuavano l’entusiasmo tecnologico individuando i rischi che la guerra condotta con altri mezzi e le “non armi” (come terrorismo e guerra finanziaria) potessero annullare anche il vantaggio tecnologico. Fu questo semplice ragionamento a scatenare la reazione americana che lo interpretò come incitamento cinese alla guerra asimmetrica e al terrorismo di stato. Nel 2015 con il libro di cui discutiamo.
Qiao Liang dimostra ancora la sua ammirazione per la tecnologia e per la capacità statunitense di guerra finanziaria sviluppata attraverso l’egemonia del dollaro. Tuttavia l’eccessivo entusiasmo viene stemperato da alcune considerazioni: 1) nonostante il vantaggio tecnologico e la potenza militare gli Stati Uniti non hanno più vinto una guerra dalla Seconda mondiale in poi, 2) la guerra finanziaria è assistita e consentita soltanto dalla potenza militare 3) i sistemi di internet possono essere chiusi o distrutti con facilità 3) le infrastrutture altamente tecnologizzate sono più sensibili alle minacce interne o esterne al sistema che le utilizza, 4) la corsa tecnologica vede alla pari Cina e Stati Uniti, ma è una parità che per la Cina è un punto d’arrivo mobile, mentre per gli Stati Uniti è un punto di partenza. Quindi, nella sfida tecnologica gli Stati Uniti mantengono l’iniziativa e in quella finanziaria detengono l’egemonia. Contare sulla tecnologia internet come strumento che da solo può fare implodere l’egemonia è una prova di approccio popolar-democratico che non è affatto adottato né dagli Stati Uniti né dalla Cina o dalla Russia. Tutte e tre le potenze mantengono la capacità di controllo centralizzato sui nodi delle reti e il decentramento avviene soltanto per questioni non strategiche o per operazioni d’influenza ideologica a lunga scadenza. Anche la presunta “missione “cinese nel mondo appartiene al campo della speculazione idealistica o alla retorica occidentale. Di fatto chi la propone pensa in termini occidentali e in particolare nei termini del radicalismo religioso anglosassone. La Cina degli ultimi 50 anni non ha mai rivendicato né agito in nome di una “missione divina”. Se negli ultimi tempi qualche cinese ha parlato di ruolo di guida lo ha fatto dando al termine il significato implicito nella concezione del Partito comunista cinese: “guida” significa farsi carico delle esigenze degli altri e di adottare un sistema virtuoso che possa soddisfare anche gli altri. Gli “altri” sono tutti i non cinesi con i quali la Cina vuole convivere senza adottare alcuna pratica imperiale. È certamente una visione idealistica.
La Cina non è tutta uguale e non è quello che Qiao Liang vorrebbe. Le divisioni interne sono più forti del senso di unità e non è soltanto un fatto di etnia. La stessa etnia dominante, la Han, è divisa al suo interno. Molti osservatori occidentali sono anche convinti che a causa delle diversità interne la Cina imploderà. Sono cinquant’anni che sento e leggo di questa fantomatica implosione o regionalizzazione o frattura come in varie occasioni è stata chiamata. Non è ancora accaduto e da trent’anni ad oggi il partito comunista cinese è passato da 53 milioni di iscritti a quasi 90 milioni. Può sembrare un numero irrisorio rispetto alla popolazione, ma è lo stesso PCC a non essere unito ed è proprio la rappresentanza delle sue varie anime a tenerlo in piedi e non la sua compattezza, come si crede. Si crede in un sistema ferreo e dittatoriale che non esiste né all’interno del partito e meno che mai nei rapporti tra potere centrale e periferico. Quello che è unitario è l’indirizzo politico economico e sociale che esce dal confronto e spesso dallo scontro interno al partito. E anche questo non è necessariamente un dogma e neppure una guida che tutti seguono ciecamente”.
L'Italia, che ospita sul suo territorio armi atomiche americane, ha storicamente una forte dipendenza da Washington. Adesso un fondo americano vuole comprare la rete di Tim, la più importante società di telecomunicazioni del Paese. Sembra un esempio perfetto di quel saccheggio dei gioielli di famiglia che, secondo Qiao, l'impero del dollaro compie ciclicamente a spese del resto del mondo. È così?
“Ha ragione nel dire che il dollaro si appropria della ricchezza prodotta dal sudore della gente in cambio di un pezzo di pane. Sostiene che il dollaro non fluttua solo in relazione alla situazione economica o geopolitica, ma segue un modello ciclico che influenza l'economia e la geopolitica. Questa brillante intuizione di Qiao è ora un fenomeno verificato da ricercatori giapponesi e cinesi. Questi studi hanno scoperto che l'indice del dollaro varia verso il basso per trentadue mesi e verso l'alto per un periodo equivalente. Il primo intervallo inizia con grandi quantità di denaro che entrano nel mercato finanziario. Questo provoca un calo dei tassi d'interesse, un maggiore accesso al credito e un aumento della produttività da parte di coloro che nel mondo hanno approfittato della liquidità. Così la ricchezza aumenta, e ci sono significativi "boom economici". Ma questa ricchezza non può essere lasciata nelle mani dei beneficiari. Così inizia l'intervallo in cui i dollari deve tornare negli Stati Uniti. Il flusso monetario diminuisce, i tassi d'interesse aumentano, i titoli americani diventano redditizi, e nuovi investimenti affluiscono alle imprese statunitensi. Il "ciclo del dollaro" si completa in 65 mesi, durante i quali gli Stati Uniti traggono profitto sia dalle "montagne russe" imposte alla finanza globale sia dalla speculazione basata sul ritorno del capitale.
Ma non dobbiamo farci illusioni, l'appropriazione della ricchezza altrui non è una caratteristica esclusiva del dollaro americano. Le grandi imprese cinesi seguono da vicino o forse hanno già superato le multinazionali statunitensi nell'accaparramento delle risorse e del lavoro altrui. Ma, anche accettando la proposta di Qiao Liang di stabilire un regime globale basato su tre valute di riferimento: dollaro, euro e yuan, il saccheggio economico non sarebbe ridotto o eliminato. Quindi la vera natura del problema non è la moneta, ma chi ne garantisce la convertibilità e la stabilità. Secondo Qiao Liang e molti altri, a fornire queste garanzie per il dollaro è un paese che vive al di sopra delle sue capacità, non permette la concorrenza, esercita l'assolutismo politico. Per mantenere il suo stile di vita, l’America prevarica gli altri e impedisce loro di svilupparsi. Fa la guerra contro tutti, nemici e amici, alleati e avversari. Qiao individua nell'egemonia del dollaro la chiave per smantellare questo potere con i mezzi della finanza e le potenzialità di Internet. Il generale cinese non si dà pace per come gli Stati Uniti esercitano l’egemonia globale: convincendo il mondo che il pericolo, economico e militare, venga da Russia e Cina e non invece da loro”.
Fonte
Qualche anno fa, Qiao ha scritto un nuovo libro, L’arco dell’impero, ancora tradotto dalla LEG (Libreria editrice goriziana). È la prima edizione in una lingua occidentale ed è stata curata dal generale Fabio Mini, già capo di stato maggiore del Comando NATO del Sud Europa nel 2000-2001 e comandante della Forza internazionale in Kosovo (KFOR) a guida NATO dal 2002 al 2003. Mini aveva introdotto in Italia anche Guerra senza limiti: la sua prefazione italiana è stata tradotta e inclusa nella seconda edizione cinese.
Il nuovo lavoro di Qiao è uno studio sulla superpotenza americana. Spiega il suo incredibile successo e le possibili ragioni del suo declino. Secondo Qiao, gli Stati Uniti hanno superato la logica imperiale colonialista dell’Impero britannico del XIX secolo, adottando un rivoluzionario sistema di dominio economico, che ha raggiunto il suo apice con la fine degli accordi di Bretton Woods del 1971. Il potere del dollaro come moneta universale sostiene il primo impero finanziario della storia. The City Upon a Hill dei Padri Pellegrini, l'immagine dell'eccezionalismo americano amata da Reagan, è, in realtà, la Zecca sulla Collina. Con questa "economia finanziaria coloniale", la ricchezza americana è pagata dal resto del mondo. Qiao scrive che le "guerre senza fine" del Pentagono sono progettate per garantire "non solo che i dollari fluiscano senza intoppi fuori dal paese, ma anche che il capitale in giro per il mondo ritorni negli Stati Uniti". Questo meccanismo ha straordinariamente arricchito l'America a spese del mondo, ma ora potrebbe cominciare a incrinarsi. Abbiamo chiesto al generale Mini di presentarci la concezione di Qiao dell'impero americano e del suo declino.
Durante una videoconferenza all'inizio dello scorso dicembre, il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin hanno sottolineato l'esigenza di "accelerare gli sforzi per la creazione di una struttura finanziaria indipendente per i commerci tra Russia e Cina”. Secondo lei è l'inizio della fine del sistema del dollaro?
“Vedo nell’esigenza individuata dai due leader il tentativo concreto di far cessare l’egemonia del dollaro che, come dice Qiao, può segnare l’inizio della fine dell’egemonia economica e geopolitica statunitense. Tuttavia questo non significa che il tentativo riesca o che non induca gli americani a minacciare o attuare ritorsioni non necessariamente di mero carattere commerciale. Per ora, la comune intenzione di Putin e Xi Jinping sembra avere lo scopo di sottrarre al passaggio forzato per il dollaro, che penalizza entrambi, soltanto gli scambi commerciali bilaterali. Cina e Russia contano molto sulle esportazioni e la credibilità delle loro valute non è molto alta. Di fatto, gli scambi cinesi e russi in valute diverse dal dollaro avvengono soltanto per motivi politici. La Cina, nonostante i dazi statunitensi, non ha fretta e punta ad un accordo internazionale che riconosca almeno altre due monete, oltre al dollaro, come riferimento degli scambi: euro e yuan. La Russia si trova in una situazione diversa: si rende conto che ogni tentativo di salvaguardare la propria sovranità e i propri interessi regionali viene contrastato dalle sanzioni americane. È penalizzata tre volte: due in campo economico e una in campo politico. In particolare: le sue risorse d’esportazione sono depotenziate nella quantità e nel prezzo (in calo per effetto della contrazione della domanda) e le sue importazioni sono penalizzate dai prezzi (in aumento per effetto della minore offerta) e dai pagamenti in dollari. La terza, e più importante, è la penalizzazione politica: sottostare ai ricatti esterni fa perdere credibilità e influenza. Ormai sono anni che nella parte continentale dell’Europa, la Russia deve subire il tentativo di espansione a Est della Nato. Il distacco dal dollaro per la Russia è diventato una questione di sopravvivenza politica in Europa e nel mondo. Tuttavia la Russia sa bene che questa misura è necessaria ma non sufficiente. L’offensiva Usa-Nato fatta di provocazioni, erosione di territori, destabilizzazione ai confini e sostegno all’eversione interna deve essere affrontata anche sul piano della sicurezza e della potenza militare. Mentre la Cina ritiene di avere tempo e vuole agire sul piano economico e finanziario, la Russia deve e vuole dimostrare di poter opporsi alle provocazioni anche con le armi. Ce n’è abbastanza per far ragionare tutti e in particolare Europa e America. Se non fosse per la debolezza politica interna, la sudditanza nei confronti degli americani e la delega permanente della propria sicurezza alla Nato, l’Unione Europea potrebbe essere la potenza equilibratrice per tutto l’Occidente e perfino per Russia e Cina; l’euro potrebbe diventare la nuova moneta equivalente per tutte le transazioni nel mondo. Ma quei “se” pesano come macigni”.
Un altro elemento del declino americano individuato da Qiao, è il fatto che la re-industrializzazione, il ritorno delle industrie trasferite all'estero (spesso in Cina) negli ultimi decenni, evocato a cominciare dal presidente Obama, sembra ormai strutturalmente impossibile e non potrà servire a correggere l'enorme surplus del debito commerciale. Se anche l'America sperimenterà nuove riprese saranno "senza lavoro". Innovazione tecnologica e finanza avrebbero raggiunto "il loro limite energetico", di qui in poi non si potrà che scendere. Le sembra un giudizio realistico?
“Mi sembra ragionevole soprattutto per il periodo in cui è stato formulato. Oggi forse sarebbe da rivedere, ma non da rigettare completamente. Gli Stati Uniti stanno vivendo una crisi dietro l’altra eppure non frenano né ambizioni né avventurismi. È vero che in larga misura il settore manifatturiero è ormai defunto, ma il dominio informatico e tecnologico è ancora forte e quello finanziario fortissimo. Non so se questi due elementi abbiano raggiunto la loro massima espressione. Anche se iniziasse una discesa non sarebbe affatto ripida e comunque i maggiori danni sarebbero per quella parte del mondo che adesso si trova in una situazione migliore proprio grazie alla spinta tecnologica. Anche il disavanzo commerciale statunitense presenta due aspetti: da un lato favorisce i cinesi e dall’altro induce gli americani a misure di contenimento proprio nei confronti della Cina. Inoltre il disavanzo manifatturiero può essere compensato dall’esportazione di strumenti e tecnologie avanzate e nel settore energetico. Da quando è iniziata la stretta americana sulla Russia e le sue risorse, gli Stati Uniti hanno moltiplicato le esportazioni di gas verso l’Europa. L’osservazione che eventuali riprese economiche saranno “senza lavoro” è giusta per chi pensa al lavoro e all’occupazione come strumenti di crescita e benessere. Quasi tutto il mondo lo pensa, ma gli Stati Uniti fanno eccezione anche in questo. Da tempo hanno abbandonato l’idea di dare lavoro per aumentare la produzione e quindi la ricchezza e non hanno mai detto che questa debba essere meglio distribuita. Anzi, la concentrazione della ricchezza in poche mani ne agevola il controllo e l’utilizzazione. Per questo, da tempo hanno sostituito i benefici del lavoro con quelli dello sfruttamento e della speculazione. Il lavoro per tutti è ormai un ammortizzatore sociale come da noi è la cassa integrazione. Il lavoro è uno strumento per tenere impegnate le masse e i sindacati sono soltanto associazioni di categoria che devono sostenere le imprese, non i lavoratori. Ogni rinnovo di contratto dipende dai profitti dell’impresa e non da quante famiglie vengono mantenute. A profitti immensi corrispondono cifre da capogiro per i dirigenti e aumenti salariali ridicoli. A perdite immense o alla bancarotta corrispondono sempre cifre da capogiro per i dirigenti e il lastrico per i salariati. In ogni caso il salario “ridicolo” ottenuto negli Stati Uniti o in Europa è un salario da sogno per i paesi più poveri. La Banca mondiale definisce povertà assoluta la disponibilità effettiva di meno di 1,90 dollari al giorno. Nel mondo oltre un miliardo di persone si trova in questa condizione di cui oltre 4 milioni negli Stati Uniti. In Cina la povertà assoluta si è azzerata in meno di dieci anni rispetto ai 90 milioni di poveri del 2012 quando fu avviato il programma di completa eradicazione della povertà assoluta. Tuttavia anche in Cina non è il lavoro a riscattare dalla povertà ma il sussidio. In Cina, il reddito pro capite è dieci volte quello del 2000 (da 940 dollari all’anno a 10.410 dollari nel 2019) e poco più della metà della popolazione rientra nella classe di reddito media secondo la classificazione della Banca Mondiale (tra 3650 e 18.250 dollari l’anno). È senz’altro un risultato importante ma è ancora di 1795-580 dollari al mese al di sotto della povertà americana. È vero che in relazione al costo e al tenore di vita, il reddito cinese vale di più, ma i cinesi che vogliono emulare gli americani, non si soffermano sui dettagli: vogliono uguale ricchezza in termini assoluti e molti di essi ci stanno riuscendo diventando milionari e acquisendo la logica americana del capitale, dello sfruttamento e dell’intolleranza verso la povertà che già ora negli Stati Uniti è diventata una colpa degli individui. L’appello di Qiao alla Cina di non emulare l’impero americano comprende anche questo, ma temo che non sarà ascoltato. Nemo propheta...”.
Una delle cose più sorprendenti del libro dell'analista militare cinese è la tesi che nei fatti gli americani sono più interessati a distruggere l’Europa dell'Euro che non la Cina. Dalla guerra Nato alla Jugoslavia all'indomani della nascita della moneta unica europea nel 1991 fino all'odierno confronto con Mosca in Ucraina, Washington sta perseguendo contemporaneamente l'obiettivo di circondare la Russia (adesso ci mettiamo anche il Kazakistan) insieme a quello di danneggiare l'Ue con l'aiuto degli stessi europei. La prospettiva di un'intesa economica tra Russia ed Europa, naturalmente favorita dalla geopolitica, è così scongiurata. Anche questa è una teoria del complotto?
“No, è un teorema dimostrato dai fatti. Di recente, a seguito delle offensive di Trump con i dazi all’Europa, alcuni analisti europei hanno riproposto la tesi che l’UE è sorta per volere degli americani e che, quindi, gli Stati Uniti non possono volerne la distruzione. È un falso storico, un maldestro tentativo di rassicurare gli europei nel momento in cui cresce il dubbio sulla lealtà del maggiore alleato. L’idea di appoggiare la formazione di una forma di Unione europea è venuta agli americani quando hanno deciso di avviare il programma di aiuti chiamato Piano Marshall. Non era un progetto politico, ma uno scopo di comodo: avevano bisogno di una controparte unita che gestisse gli aiuti. Se per questo ruolo si fosse offerto San Marino o il Vaticano sarebbe andato bene lo stesso. Durante gli ultimi anni di guerra Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti non volevano soltanto la debellatio tedesca ma ne volevano la distruzione completa. I bombardamenti a tappeto sulle città tedesche avevano molto a che fare con la distruzione totale piuttosto che la neutralizzazione della capacità bellica. Alla fine della guerra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione sovietica approvarono il piano Morgenthau (dal nome del Segretario al Tesoro Usa) che intendeva far tornare la Germania alla “pastorizia”. Morgenthau già prima dell’ingresso statunitense in guerra aveva predicato la distruzione del popolo tedesco e della sua capacità produttiva e riproduttiva. Nella pratica, la direttiva JCS 1067 dei comandi militari alleati di occupazione applicava, anche se in versione ridotta, le proposte di Morgenthau. Di fatto nell’immediato periodo postbellico le epurazioni, le criminalizzazioni e le spoliazioni del patrimonio industriale tedesco si aggiunsero alle distruzioni belliche. In quel periodo furono registrati oltre 100.000 suicidi fra la popolazione tedesca e all’inizio del 1947 quattro milioni di soldati tedeschi erano ancora utilizzati per lavori forzati in Gran Bretagna, Francia e Unione sovietica. La prostrazione della Germania impediva però qualsiasi tentativo di risollevare il resto dell’Europa e quindi eliminava la fonte di illimitati guadagni che il dopoguerra doveva portare agli Stati Uniti.
Il piano Morgenthau fu sostituito dal piano Marshall e la gestione degli aiuti alla ricostruzione divenne la priorità statunitense. Un’apertura diretta alla ricostruzione tedesca sarebbe stata osteggiata sia dalla Gran Bretagna sia dall’Unione sovietica e il timore che l’Urss assumesse il controllo di tutta l’Europa furono quindi i motivi dell’iniziale sostegno all’Unione Europea. Un sostegno che però presto divenne un freno a qualsiasi iniziativa europea che non portasse benefici agli Stati Uniti. I contrasti non sono mai mancati neppure durante la guerra fredda quando il blocco della Nato aveva di fatto trasformato la possibile minaccia sovietica di ritorsione nucleare sugli Stati Uniti, alla certezza di una guerra di devastazione nucleare e convenzionale in Europa. Dopo l’implosione dell’Urss, i contrasti sono aumentati e alla Nato è stato assegnato il doppio compito: espandersi ad oriente e impedire all’Europa di acquisire una capacità di difesa autonoma. L’escamotage adottato dalla Nato è stato il programma di Partnership for peace (Pfp) che offriva ai paesi non Nato la possibilità di cooperazione militare.
Per qualche anno il programma fu seguito con interesse misto a sospetto anche dalla Russia che ebbe perfino una posizione di osservatore presso la Nato. Nel 1999 la Russia aderiva anche alle iniziative di sicurezza delle Nazioni Unite e di “altre organizzazioni regionali”. Tuttavia con l’ingresso nella Nato di alcuni paesi già parte del Patto di Varsavia, e la promessa ad altri di entrare nell’Unione europea come primo passo verso l’ammissione alla Nato, sono entrati nell’Ue tutti i paesi che si opponevano alla Russia e che di fatto seguivano le direttive statunitensi anti russe anche a scapito degli interessi del resto d’Europa. Da una decina d’anni gli Stati Uniti impediscono ogni autonomia europea e l’eventualità che l’euro sostituisca il dollaro è plausibile anche se è fortemente contrastata dagli Stati Uniti. Essi la temono più della sostanziale defezione europea dalle avventure americane e della Nato come già dimostrato in Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale. Per questo, non si faranno sfuggire alcuna occasione per costringere l’Europa a tagliare i rapporti sia politici che economici con Russia e Cina. Un corollario di questo teorema niente affatto peregrino è che tali manovre costringono sempre di più la Russia ad armarsi ed armare la Cina, se non altro per spostare il confronto sul piano geo-politico e strategico dove la deterrenza militare può fare molto di più della minaccia economica”.
Ricordando Harold Innis, che però non è mai citato, Qiao sostiene che l'utilizzo di una nuova tecnologia cambia il modo con cui la società percepisce il mondo. Così sarà proprio Internet, la più grande invenzione americana a contribuire alla fine dell'impero. La sua logica de-centralizzata porterà a un mondo multipolare dove la Cina, se riuscirà a sfuggire alla tentazione di imitare l'ultimo impero, potrà avere un ruolo di esempio e guida. Questa fiducia nel progresso tecnologico e nella missione della nazione cinese non rischia di essere un po' ingenua?
“Non solo appare ingenua ma esagerata. D’altra parte fin dal primo libro “Guerra senza limiti” Qiao Liang e il suo coautore Wang Xiangsui avevano dimostrato un’ammirazione profonda nei riguardi della potenza e della tecnologia militare degli Stati Uniti. Erano rimasti colpiti dalle capacità militari e logistiche statunitensi nella prima guerra del Golfo (1991) e non erano certo ottimisti rispetto alla strategia cinese del tempo che mirava a “combattere in un ambiente altamente tecnologico in condizioni d’inferiorità tecnologica”. Nel libro però i due autori attenuavano l’entusiasmo tecnologico individuando i rischi che la guerra condotta con altri mezzi e le “non armi” (come terrorismo e guerra finanziaria) potessero annullare anche il vantaggio tecnologico. Fu questo semplice ragionamento a scatenare la reazione americana che lo interpretò come incitamento cinese alla guerra asimmetrica e al terrorismo di stato. Nel 2015 con il libro di cui discutiamo.
Qiao Liang dimostra ancora la sua ammirazione per la tecnologia e per la capacità statunitense di guerra finanziaria sviluppata attraverso l’egemonia del dollaro. Tuttavia l’eccessivo entusiasmo viene stemperato da alcune considerazioni: 1) nonostante il vantaggio tecnologico e la potenza militare gli Stati Uniti non hanno più vinto una guerra dalla Seconda mondiale in poi, 2) la guerra finanziaria è assistita e consentita soltanto dalla potenza militare 3) i sistemi di internet possono essere chiusi o distrutti con facilità 3) le infrastrutture altamente tecnologizzate sono più sensibili alle minacce interne o esterne al sistema che le utilizza, 4) la corsa tecnologica vede alla pari Cina e Stati Uniti, ma è una parità che per la Cina è un punto d’arrivo mobile, mentre per gli Stati Uniti è un punto di partenza. Quindi, nella sfida tecnologica gli Stati Uniti mantengono l’iniziativa e in quella finanziaria detengono l’egemonia. Contare sulla tecnologia internet come strumento che da solo può fare implodere l’egemonia è una prova di approccio popolar-democratico che non è affatto adottato né dagli Stati Uniti né dalla Cina o dalla Russia. Tutte e tre le potenze mantengono la capacità di controllo centralizzato sui nodi delle reti e il decentramento avviene soltanto per questioni non strategiche o per operazioni d’influenza ideologica a lunga scadenza. Anche la presunta “missione “cinese nel mondo appartiene al campo della speculazione idealistica o alla retorica occidentale. Di fatto chi la propone pensa in termini occidentali e in particolare nei termini del radicalismo religioso anglosassone. La Cina degli ultimi 50 anni non ha mai rivendicato né agito in nome di una “missione divina”. Se negli ultimi tempi qualche cinese ha parlato di ruolo di guida lo ha fatto dando al termine il significato implicito nella concezione del Partito comunista cinese: “guida” significa farsi carico delle esigenze degli altri e di adottare un sistema virtuoso che possa soddisfare anche gli altri. Gli “altri” sono tutti i non cinesi con i quali la Cina vuole convivere senza adottare alcuna pratica imperiale. È certamente una visione idealistica.
La Cina non è tutta uguale e non è quello che Qiao Liang vorrebbe. Le divisioni interne sono più forti del senso di unità e non è soltanto un fatto di etnia. La stessa etnia dominante, la Han, è divisa al suo interno. Molti osservatori occidentali sono anche convinti che a causa delle diversità interne la Cina imploderà. Sono cinquant’anni che sento e leggo di questa fantomatica implosione o regionalizzazione o frattura come in varie occasioni è stata chiamata. Non è ancora accaduto e da trent’anni ad oggi il partito comunista cinese è passato da 53 milioni di iscritti a quasi 90 milioni. Può sembrare un numero irrisorio rispetto alla popolazione, ma è lo stesso PCC a non essere unito ed è proprio la rappresentanza delle sue varie anime a tenerlo in piedi e non la sua compattezza, come si crede. Si crede in un sistema ferreo e dittatoriale che non esiste né all’interno del partito e meno che mai nei rapporti tra potere centrale e periferico. Quello che è unitario è l’indirizzo politico economico e sociale che esce dal confronto e spesso dallo scontro interno al partito. E anche questo non è necessariamente un dogma e neppure una guida che tutti seguono ciecamente”.
L'Italia, che ospita sul suo territorio armi atomiche americane, ha storicamente una forte dipendenza da Washington. Adesso un fondo americano vuole comprare la rete di Tim, la più importante società di telecomunicazioni del Paese. Sembra un esempio perfetto di quel saccheggio dei gioielli di famiglia che, secondo Qiao, l'impero del dollaro compie ciclicamente a spese del resto del mondo. È così?
“Ha ragione nel dire che il dollaro si appropria della ricchezza prodotta dal sudore della gente in cambio di un pezzo di pane. Sostiene che il dollaro non fluttua solo in relazione alla situazione economica o geopolitica, ma segue un modello ciclico che influenza l'economia e la geopolitica. Questa brillante intuizione di Qiao è ora un fenomeno verificato da ricercatori giapponesi e cinesi. Questi studi hanno scoperto che l'indice del dollaro varia verso il basso per trentadue mesi e verso l'alto per un periodo equivalente. Il primo intervallo inizia con grandi quantità di denaro che entrano nel mercato finanziario. Questo provoca un calo dei tassi d'interesse, un maggiore accesso al credito e un aumento della produttività da parte di coloro che nel mondo hanno approfittato della liquidità. Così la ricchezza aumenta, e ci sono significativi "boom economici". Ma questa ricchezza non può essere lasciata nelle mani dei beneficiari. Così inizia l'intervallo in cui i dollari deve tornare negli Stati Uniti. Il flusso monetario diminuisce, i tassi d'interesse aumentano, i titoli americani diventano redditizi, e nuovi investimenti affluiscono alle imprese statunitensi. Il "ciclo del dollaro" si completa in 65 mesi, durante i quali gli Stati Uniti traggono profitto sia dalle "montagne russe" imposte alla finanza globale sia dalla speculazione basata sul ritorno del capitale.
Ma non dobbiamo farci illusioni, l'appropriazione della ricchezza altrui non è una caratteristica esclusiva del dollaro americano. Le grandi imprese cinesi seguono da vicino o forse hanno già superato le multinazionali statunitensi nell'accaparramento delle risorse e del lavoro altrui. Ma, anche accettando la proposta di Qiao Liang di stabilire un regime globale basato su tre valute di riferimento: dollaro, euro e yuan, il saccheggio economico non sarebbe ridotto o eliminato. Quindi la vera natura del problema non è la moneta, ma chi ne garantisce la convertibilità e la stabilità. Secondo Qiao Liang e molti altri, a fornire queste garanzie per il dollaro è un paese che vive al di sopra delle sue capacità, non permette la concorrenza, esercita l'assolutismo politico. Per mantenere il suo stile di vita, l’America prevarica gli altri e impedisce loro di svilupparsi. Fa la guerra contro tutti, nemici e amici, alleati e avversari. Qiao individua nell'egemonia del dollaro la chiave per smantellare questo potere con i mezzi della finanza e le potenzialità di Internet. Il generale cinese non si dà pace per come gli Stati Uniti esercitano l’egemonia globale: convincendo il mondo che il pericolo, economico e militare, venga da Russia e Cina e non invece da loro”.
Fonte
09/01/2016
L'utopia reazionaria della nuova “classe agiata”. Forma e dominio delle élite globali
Lo “sfruttamento” è proprio non già di una società corrotta o imperfetta e primitiva, ma appartiene all'essenza del vivente come funzione organica fondamentale; è una conseguenza della vera e propria volontà di potenza, che è la volontà stessa della vita. (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male)
Il discorso del generale cinese Qiao Liang, pronunciato di recente presso l'Università della Difesa di Pechino e riportato nel n.7 della rivista Limes1, offre l'occasione per dare uno sguardo dentro le “visioni del mondo” delle classi dominanti contemporanee. Capire cosa pensano, cosa anima le loro strategie, in che modo organizzano i conflitti che, ogni giorno che passa, con sempre maggior forza delineano gli scenari della politica internazionale, è qualcosa di più che un semplice vezzo intellettuale. Sappiamo da tempo che ogni Weltanschauung ha ricadute materiali e oggettive non meno reali dei “fatti” anzi, a ben vedere, sono proprio le visioni del mondo e le idee forza che esse veicolano a dare senso e significato ai fatti. Se così non fosse ben difficilmente diventerebbe comprensibile, ad esempio, la partita mortale che intorno alla Storia e alla sua narrazione/interpretazione si gioca. Al contempo altrettanto inspiegabile sarebbero la quantità di risorse ed energie dedicate dalle intelligenze delle classi dominanti a ordinare il mondo e il corso delle cose in un certo modo piuttosto che in un altro.
Per ricordare quanto grande sia il peso delle parole può essere utile riportare alla mente la famosa asserzione di Margaret Thatcher: “La società non esiste”. Lì per lì poteva sembrare come una boutade dal sapore vagamente dadaista ma, ben presto, tutti dovettero riconoscere come, in una semplice battuta, fosse racchiusa tutta la Weltanschauung di un intera fase storica. Certo tutto ciò che forma la società non cessava ovviamente di esistere solo perché Thatcher ne aveva decretato l'estinzione ma, ed è questo il punto, attraverso quella sorta di aforisma veniva archiviato un intero modello politico che, a partire dal riconoscimento della “questione sociale”, aveva influenzato complessivamente il modo politico di gestire e amministrare la vita degli individui. Tutti i fatti che animano la vita sociale non cessarono certo di esistere nel momento in cui la fatidica frase della lady di ferro venne pronunciata, semplicemente uscirono dall'ordine discorsivo del pensiero politico. Con ciò iniziò il costante processo di esclusione e marginalizzazione politica delle masse. In altre parole la società cessò di esistere politicamente e, con lei, tutti i fatti che la riguardano. Nella sua linearità e semplicità questo esempio ci ricorda proprio come l'affermarsi di una determinata Weltanschauung determini e delimiti le regole del gioco in un determinato contesto storico. Chiuso l'inciso torniamo al nostro generale cinese.
In una sintesi rapida e stringente il generale Qiao espone il punto di vista delle classi dominanti cinesi sul presente, senza risparmiarci un breve excursus storico. Un excursus che rivela con chiarezza ciò che possiamo definire la filosofia della storia propria della classe agiata del Celeste Impero. Per Qiao i fatti politici sono del tutto inessenziali, mentre a contare sono solo ed esclusivamente le “rivoluzioni tecniche”. La stessa Grande rivoluzione, per e nella storia del mondo, avrebbe ricoperto un ruolo marginale poiché, e qua coglie una topica colossale, in seguito alla sconfitta subita da Napoleone a Waterloo il portato di quella rivoluzione sarebbe stato azzerato e il feudalesimo tornato in sella. Asserzione a dir poco sorprendente in quanto, persino un liceale un po' zuccone, sa benissimo che il Congresso di Vienna non ristabilì i vincoli feudali in Francia, non abolì la “rivoluzione giuridica” che Napoleone aveva imposto a gran parte dell'Europa formalizzando in tal modo il potere della borghesia in quanto classe politicamente egemone, così come non estirpò il capitalismo dalla società europea ma, al contrario, proprio in virtù della sua formalizzazione giuridica ne consentì il pieno realizzo2. Per un verso, infatti, la grande vincitrice di Vienna fu l'Inghilterra, la quale da tempo aveva posto in soffitta il feudalesimo e vedeva nella Francia borghese un temibile concorrente economico, dall'altra nel 1815 le classi dominanti europee si posero l'obiettivo della modernizzazione, ovvero sviluppare il capitalismo, evitando il sommovimento politico e sociale attraverso il quale la Francia si era liberata dai vincoli feudali. Difficile, quindi, eludere il peso che la politica assume dentro le rotture storiche e ciò che essa è in grado di prefigurare e anticipare. Ciò che con il Congresso di Vienna, infatti, le classi dominanti europee in ascesa hanno voluto esorcizzare è stato soprattutto il lato giacobino della Grande rivoluzione e il fronte di massa che questo, forse suo malgrado, si portava appresso. La Restaurazione non restaura, sotto il profilo economico, un bel nulla così come, per quanto riguarda gli assetti politici e sociali, non delegittima la grande borghesia. Banchieri, industriali, grandi commercianti e potentati coloniali non hanno nulla da temere. Queste figure saranno del tutto interne alla Restaurazione la quale, a ben vedere, più che un tratto ultramontano e legittimista ha non poche cose in comune con la destra della Gironda3. In tutto ciò vi è ben poca tecnica e molta politica.
Questi aspetti, riconosciuti dagli storici di ogni tendenza, rimangono estranei al generale Qiao per il quale le vere rivoluzioni sono quelle tecniche. Il corollario a cui Qiao approda è persino ovvio: la Grande rivoluzione ha avuto un'importanza insignificante rispetto, ad esempio, alle ricadute del motore a vapore. Tutto il saggio di Qiao ruota intorno a tale presupposto. In altre parole: la tecnica decide su tutto. Con ciò si riafferma l'assioma “Il gatto mangia il topo” – contrapposto alla nota asserzione maoista: “Il gatto rosso mangia il topo” – attraverso cui Deng Tsiao Ping aveva dato il là alla rivincita della borghesia nella Cina rivoluzionaria. Ciò che a Qiao preme è la spoliticizzazione della storia, al fine di rendere vana e superflua la stessa idea di soggettività politica. Se, a conti fatti, ciò che conta è solo la tecnica e il suo dominio, e questo non può che valere per ogni epoca storica, la realtà non può che essere un perenne ritorno dell'uguale dove solo una ristretta élite, in grado di governare e comprendere la tecnica, ha diritto di governare e dominare. Qua non si tratta neppure di contrapporre la “rivoluzione dall'alto” alla “rivoluzione dal basso”, in quanto la stessa “rivoluzione dall'alto” non può darsi che in rapporto dialettico con le masse, bensì questa visione presuppone l’esclusione ipso facto dell'intera popolazione dalla scena politica. Questa non può fare altro che seguire in maniera disciplinata e ordinata le direttive degli “uomini eletti”. Su questo aspetto, prima di proseguire nella disamina del saggio, è opportuno soffermarsi poiché, all'interno di questa tesi possono essere colte non poche argomentazioni che hanno caratterizzato il pensiero filosofico e politico dei teorici dell'imperialismo del primo Novecento.
In particolare pensiamo a quanto, intorno alla tecnica e al suo dominio, abbiano riflettuto Heidegger e Jünger4 e come, per questi pensatori il suo controllo consenta di prendere tra le proprie mani il proprio destino. Non diversamente dagli autori che hanno dato vita alla reazione romantica5, tanto Heidegger quanto Jünger colgono lo spaesamento e il nichilismo che lo sviluppo industriale si porta appresso ma, a differenza di questi, non guardano al passato, alla presunta era felice medioevale, bensì al futuro. Centrale, per questi, diventa forgiare un tipo umano completamente in grado di plasmarsi secondo la forma a cui il mondo è pervenuto. Di più, proprio questa forma impone di sbarazzarsi, non della tecnica la quale, in realtà non è altro che il capitalismo giunto a un determinato grado di sviluppo, bensì delle antiquate forme politiche ormai incapaci di governarne la forma. La rivolta antiborghese, particolarmente esplicita e accentuata in Jünger, rappresenta la critica al modello politico e culturale dei vecchi settori borghesi. La critica è indirizzata da Jünger, in maniera radicale quanto irriverente, alla sicurezza e alla tranquillità che rappresentava il modello di vita ideale della borghesia prebellica. Con la Prima guerra mondiale tutto il mondo di ieri cade in frantumi e, con questo, tutto lo stile di vita proprio delle vecchie classi dirigenti6. La Prima guerra mondiale, attraverso l'avvento dell'era della battaglia dei materiali, ha dato vita a una nuova forma la cui essenza può essere compresa solo da un nuovo tipo umano. Ciò che, allora, occorre domandarsi, secondo i filosofi dell'era imperialista, è se volere o meno il proprio destino7. Affermativamente possono rispondere solo coloro in grado di comprendere l'era della tecnica. Vediamo così che, in fondo, con la sua apologia della tecnica il generale cinese non si inventa nulla di nuovo ma, probabilmente a sua insaputa, attinge a piene mani nell'armamentario teorico protofascista. Non stupisce, pertanto, che, per la classe agiata cinese al di fuori di se stessa non possa esservi che una massa di subordinati, l'esistenza dei quali non si differenzia di molto dalla condizione dello schiavo. La Storia, in fondo, è solo quella delle élite.
Non poco interessante, al proposito, è l'elogio, per quanto indiretto, che Qiao rivolge alla principale élite antagonista: la classe dominante statunitense. Buona parte del saggio, infatti, è dedicato a una ricostruzione della linea di condotta tenuta dai circoli militari statunitensi a partire dal 1944 quando, attraverso il celebre Trattato di Bretton Woods, imposero all'intero pianeta il dollaro agganciato all'oro, come sola e unica valuta abilitata agli scambi internazionali. Una fase che si è protratta sino al 1971 quando l'Amministrazione Nixon, in seguito ai costi della guerra in Vietnam e il conseguente assottigliamento delle riserve auree statunitensi, sganciò il dollaro dall'oro dando il là a un corposo deprezzamento della divisa verde e a un periodo, apparentemente instabile e incerto, di fluttuazione monetaria. In quella fase si delineò un momentaneo vuoto di potere, con conseguente apertura di una crisi politica ed economica internazionale, che, ben presto, gli Stati Uniti tornarono a colmare, quando nel 1973 agganciarono il dollaro al petrolio. Imponendo ai paesi dell'Opec di commerciare solo ed esclusivamente in dollari le élite statunitensi centravano un duplice obiettivo strategico: mantenevano il dollaro come moneta egemone sul piano internazionale, nessun paese infatti può rimanere estraneo al commercio energetico, e potevano iniziare a stampare moneta senza vincoli di sorta poiché non dovevano più sottostare alla spada di Damocle dell'equivalente in riserva aurea. A questo punto era solo la potenza politica e militare statunitense a garantire il dominio della sua divisa.
Secondo Qiao non la Seconda guerra mondiale o il crollo dell'URSS sono stati gli eventi clou del Novecento, bensì l'abbandono del sistema del gold standard. Questo fatto avrebbe aperto le porte al dominio dell'impero finanziario americano con tutte le ricadute che questo ha comportato per il sistema mondo. Da quel momento in poi, grazie a una ciclica gestione del valore del dollaro (dieci anni di dollaro debole/sei anni di dollaro forte), gli Stati Uniti, elargendo a livello internazionale prestiti generosi nel momento in cui il dollaro è debole, per andare all'incasso quando il dollaro è forte, non solo hanno realizzato profitti colossali ma mandato in bancarotta interi paesi, come nel caso dell'Argentina o delle cosiddette Tigri asiatiche, incamerandone gran parte delle economie.
Oggi, secondo Qiao, siamo giunti alla battaglia conclusiva: quella tra la potenza americana e il Celeste Impero. Prima di proseguire pare utile soffermarsi su quanto ascoltato. Un aspetto sembra essere particolarmente interessante: l'assoluta capacità, secondo il generale cinese, da parte delle élite dominanti di governare e pianificare gli eventi del mondo. Nel modo in cui Qiao legge la strategia americana vi è la palese convinzioni che le élite, tutte le élite e quindi parlando degli americani il generale parla anche e soprattutto di se stesso, siano, in maniera del tutto autoreferenziale, ovvero senza dover rendere conto a nessuno tranne che a se stessi, in grado di delineare con piena coscienza e consapevolezza i destini del mondo. Il conflitto non sarebbe altro che una partita a scacchi tra grandezze di pari grado e dignità, una sorta di Jus publicum Europaeum ma su scala globale, il cui fine non è altro che la potenza per la potenza.
A queste élite, estremamente ristrette, nulla sfugge. La realtà è completamente nelle loro mani e queste mani sono in grado di plasmarla a proprio uso e consumo. Il tutto all'interno di una consequenzialità tanto logica quanto razionale. La “volontà di potenza”, sotto qualunque veste si ponga, è intrisa di razionalità programmatica. Tutto l'agire degli Stati Uniti, sulla base dei cicli storici ricostruiti da Qiao, è lì a dimostrarlo. Prima Bretton Woods, poi l'abbandono dell'oro, quindi il petrolio, infine l'alternarsi del dollaro forte e del dollaro debole: la pianificazione razionale dell'élite statunitense ha qualcosa di meraviglioso ma – e qua sembra emergere Spengler e la sua teoria relativa alla decadenza e al tramonto degli imperi e delle “aristocrazie” coeve8 insieme alla reinterpretazione irrazionalistica del il polemos eracliteo9 – la lotta per la potenza non conosce tregua. Le élite, nella prospettiva del generale Qiao, sono destinate a combattersi perché ogni élite non può che mirare alla potenza e al dominio. E qui interviene la strategia della casta dominatrice del Celeste Impero.
A dire il vero, a questo punto, il saggio si fa un po' confuso. Da un lato viene prefigurato lo scontro militare, uno scontro che la Cina sposterebbe sul terreno, dove si considera invincibile, evitando il conflitto marino poiché, sull'acqua, la potenza americana le è ancora troppo superiore. Per altro verso, dopo aver constatato le sempre più frequenti quote di transazioni monetarie internazionali in divise diverse dal dollaro e il conseguente depotenziamento della moneta verde, il che per un'economia che vive principalmente di scambi valutari porta necessariamente al collasso, Qiao prefigura una guerra prevalentemente monetaria. Una guerra per la quale la divisa cinese sarebbe già ampiamente preparata. Infine il generale preconizza una nuova “rivoluzione industriale”, grazie all'impiego della stampante 3D, in grado di produrre un mutamento epocale del sistema di produzione globale al quale gli Stati Uniti, contrariamente alla Cina, non sono preparati. Di una cosa comunque Qiao appare assolutamente certo: la volontà di potenza cinese avrà la meglio. Il momento della Cina è giunto e nonostante questa convinzione essa non trascura di offrire un ramoscello d'ulivo agli Stati Uniti proponendo più che la guerra, una spartizione paritaria della potenza. Sia come sia, l'élite cinese, questo Qiao non lo cela minimamente, è consapevole della sua forza ed è del tutto intenzionata a farne valere il peso.
Sulla scia di quanto ascoltato la cosa più facile da fare, ma anche la più inutile, sarebbe quella di rimproverare al generale la totale rimozione del marxismo. Indubbiamente nel suo discorso non fa capolino neppure un grammo di marxismo. La lotta di classe come motore del divenire storico non è neppure presa in considerazione, così come le contraddizioni del modo di produzione capitalista, ossia la caduta tendenziale del saggio di profitto e la conseguente difficoltà a realizzare i processi di valorizzazione del capitale, non fanno palesemente parte del bagaglio teorico analitico del nostro generale. Se la lotta di classe e la teoria del valore gli rimangono estranei, non meno ignota è l'analisi leniniana dell'imperialismo. Non il conflitto in sé ma il tipo di conflitto proprio della fase imperialista risulta estraneo quanto indifferente. Ma, una volta riconosciuto ciò, ha senso focalizzare l'attenzione sull'assenza della teoria marxista tra gli strateghi dell'esercito cinese? Solo perchè il generale è un membro autorevole del PCC dovremmo mostrare stupore e spaesamento di fronte alla sua “visione del mondo”? Non sappiamo forse da tempo che, anche a rivoluzione avvenuta, la borghesia può ricostituirsi come classe dominante all'interno del partito rivoluzionario? Non sappiamo forse da tempo che, dentro la lunga fase di transizione, la possibilità per la controrivoluzione di riorganizzarsi e vincere, proprio all'interno del partito rivoluzionario, è qualcosa di assolutamente possibile? Non è forse noto che la conquista del potere politico è condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi della rivoluzione proletaria?10 Perché stupirsi, allora, che in Cina la borghesia abbia ripreso il controllo della situazione e attui il suo dominio sfruttando l'apparato politico che si è conquistata? Non ha più senso, pertanto, fare i conti con la “visione del mondo” di questa classe dominante piuttosto che rimproverarle di non assumere il punto di vista della classe a lei mortalmente nemica, ossia degli operai e dei proletari?
A essere veramente interessante, pertanto, è ciò che c'è, non quanto manca. Se nel testo di Qiao non vi è nulla di marxista, altrettanto assente è una qualche forma di nazionalismo. A differenza di quanto possiamo cogliere in Russia, dove il tratto nazionale della borghesia raccolta intorno a Putin è quanto mai evidente, nelle argomentazioni del generale vi è ben poco di quelle retoriche proprie della borghesia nazionale. Perciò più che di classe, sembra sensato parlare di élite: del resto, in Cina, la tradizione confuciana ha fornito qualcosa di più che qualche semplice suggestione alla messa in forma della “visione del mondo” dell'attuale gruppo di potere11. In tutto il discorso di Qiao non si fa mai riferimento alla Nazione e al popolo. Lo stesso modo in cui è trattato e pensato l'esercito, che pure in Cina è ancora un esercito di massa, appare più vicino al modo in cui Federico II12 percepiva le proprie truppe piuttosto che al modello napoleonico. Ciò che va riconosciuto a Qiao è la sincerità del suo testo. Questo è scritto per una casta, per un'aristocrazia che osserva il mondo come classe dominatrice e parla e si contrappone ai dominatori suoi simili. Tutto ciò consente di entrare nel vivo della questione. Il punto di vista dell'élite cinese, come si proverà ad argomentare, ha ben poco di particolare ma rappresenta l'articolazione “locale” di una Weltanschauung globale che molto ha a che vedere con quanto accade nei nostri mondi.
Ne La distruzione della ragione, un libro tanto noto quanto scomodo, Lukács13 analizza, attraverso argomentazioni al limite del dotto, le “visioni del mondo” che hanno portato le classi dominanti dall'abiura della Grande rivoluzione, sino all'affermazione dell'ideologia fascista e nazionalsocialista. Questo testo, o almeno una sua corposa parte, sembra assumere oggi un'attualità non secondaria. Ci riferiamo, in particolare, alle argomentazioni lukacsiane relative al mondo della filosofia e della sociologia prima dell'affermazione a tutto tondo del nazionalsocialismo. In altre parole tutta la trattazione che va da Nietzsche sino a Schmitt passando per Max Weber.
Perché questa parte è così importante e si mostra tanto attuale? Da un lato, e forse oggi questa ne è la parte maggiormente datata, tanto Nietzsche quanto Weber, su Schmitt il discorso è forse più complesso, si pongono il problema di combattere la tendenza storico/politica del socialismo, dell'affermazione del proletariato come classe storico/politica in grado di rivestire i panni dell'universale. In Nietzsche ciò avviene affondando i colpi direttamente contro il movimento organizzato degli operai e dei lavoratori, identificato con la morale dei servi in opposizione alla morale dei signori14, eludendo qualunque confronto teorico diretto con il marxismo mentre, in Weber, la battaglia è un autentico corpo a corpo con il materialismo storico e dialettico. Non a caso la sua opera maggiormente nota e al contempo più affascinante, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo15, si pone l'obiettivo strategico di demolire alla base il marxismo e, con questo, la pretesa del movimento operaio di farsi classe dominante. Se tutto si riducesse a ciò, ben poca attualità avrebbero nello scenario odierno le suggestioni dei teorici borghesi che hanno fatto da sfondo agli albori della fase imperialista.
Difficile, infatti, intravvedere oggi una qualche “minaccia” sovietica all'orizzonte. Nell'era presente, per le borghesie imperialiste la partita con il marxismo e il socialismo sembra essere stata risolta una volta per sempre ma non è un caso però, detto per inciso, che questa partita, sotto l’aspetto filosofico/teorico, sia stata condotta attraverso la “riscoperta” di un Nietzsche “sovversivo” e “radicale”. È attraverso Nietzsche prima e Heidegger poi che, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, la cosiddetta intellettualità radicale ha affondato i suoi colpi contro la filosofia della storia marxista. Obiettivo di questa critica era la messa in mora di ogni metanarrazione e l’obiettiva finalizzazione che questa si porta appresso16. La Storia, la quale non avrebbe né senso né scopo, non sarebbe altro che il risultato di una conflittualità permanente dove nulla è sicuro e certo. Una critica la cui “radicalità” non si limita a delegittimare l’idea stessa di classe storica ma si spinge ben oltre. Ciò che la nuova “filosofia radicale” aggredisce, reiterando quanto avvenuto ai primi del Novecento, è la stessa società borghese edificata sul modello keynesiano. Sono le certezze e le garanzie proprie di questo modello, che in qualche modo aveva fatto suoi aspetti non secondari della grande narrazione socialdemocratica, a dover essere scompaginate. Le contraddizioni della società keynesiana sono spesso colte dal nuovo pensiero reazionario con non poca arguzia e chiarezza ma la loro risoluzione non è certo intravvista nel socialismo. Ad essere auspicata, invece, è una rivolta, dal sapore vagamente anarchico, contro ogni forma di organizzazione sociale sistemica. Se di anarchia si vuol parlare questa è l’anarchia propria del neoliberismo il quale, a conti fatti, non riconosce altra legge se non quella del conflitto individuale e della ricusazione di ogni forma di interventismo statuale. Nel momento in cui la fase imperialista inizia a mutare pelle ciò che occorre è delegittimare non solo la classe storicamente nemica ma anche i modelli politici, sociali ed economici attraverso i quali, per tutto un ciclo storico, la borghesia, attraverso la costante mediazione con il movimento operaio riformista, ha governato. Il disciplinato e anche un po’ noioso mondo organizzato intorno alle retoriche del Welfare State va posto in archivio. Quella che si presenta come la rivolta contro la “società disciplinare” diventa, tradotta in soldoni, la battaglia contro quell’insieme di garanzie e diritti (dei subalterni) che il modello politico post 1945 aveva tenuto a battesimo in Europa occidentale. Per l'attuale élite imperialista, infatti, in questi anni il nemico è più Keynes che Marx17. Degli aspetti distruttivi, ovvero antimarxisti, del pensiero politico e filosofico che ha inaugurato la stagione imperialista vi è ben poco da dire e la stessa borghesia, su ciò, tace da tempo. Molto più interessante e a noi più vicine sono gli aspetti programmatici che caratterizzano l'insieme di queste “filosofie politiche”.
Se guardiamo lo scenario politico attuale osserviamo come la “teoria dell'élite” governi per intero l'insieme degli ordini discorsivi. Questa teoria, andando al sodo, si cristallizza nella ricerca e nell'affermazione della “volontà di potenza”. Una “volontà di potenza” che può essere esercitata senza alcun ausilio da parte delle masse. Nella prima metà del Novecento, in virtù del peso che le masse rivestivano dentro la forma guerra, che proprio in quel contesto conosceva il pieno apogeo del “paradigma industriale”18, la “teoria delle élite” fu costretta a “democratizzarsi”. La teoria della razza dominatrice, che per Nietzsche e affini non aveva avuto immediatamente tratti etnici e nazionali, dovette allora essere sovrapposta alla categoria di popolo e costretta all'interno di perimetri geografici ben definiti. Questo perché la “volontà di potenza” dell'imperialismo della prima metà del Novecento necessitava della cooptazione della propria popolazione19. Per farlo non poteva fare altro che, con un colpo di mano, dichiarare l'intera sua popolazione, o almeno gran parte di questa, ontologicamente appartenente alla nuova razza aristocratica. La “teoria delle élite” si trasformava così nella teoria del volk. Per questo il nazismo fu costretto a scegliere come “filosofo” ufficiale del proprio credo un personaggio goffo e privo di qualunque qualità intellettuale quale H. St. Chamberlain, oltre che a far supportare le proprie tesi da pretesi sociologi quali Gumplowiez, Ratzenhofer o Woltmann.
Benché il presupposto dell'imperialismo comporti l'obiettiva frattura del binomio Stato – Nazione, aspetto colto con non poca lucidità da teorici politici pur distanti tra loro come Arendt e Lenin20, sul piano empirico nel corso del Secolo breve ciò non poté essere consumato per intero. Per le sue guerre l'imperialismo novecentesco aveva ancora bisogno della Nazione. In virtù di ciò i subalterni dovevano essere catturati dentro la statualità imperialista. Sotto il profilo teorico/filosofico la rottura, però, era ormai stata posta. Come giustamente evidenzia Lukács, sulla scia di Marx, già con il 1848 la borghesia inizia a perdere i tratti della classe storica progressiva iniziando a rivoltarsi, almeno in gran parte, contro gli “ideali” che l'avevano tenuta a battesimo. L'ostilità contro gli approdi della Grande rivoluzione diventano moneta corrente per gli intellettuali borghesi più “radicali”. Attraverso un movimento graduale ma costante, l'odio per le masse e il loro protagonismo politico e sociale si radicalizza. Le borghesie imperialiste prendono congedo dalle “proprie” popolazioni iniziando ad autorappresentarsi come nuova élite aristocratica. Sotto il profilo della gestione effettiva del potere politico ed economico ciò è del tutto comprensibile.
Lo scritto di Lenin sull'imperialismo ne ha offerto una fotografia nitida e chiara. Nella fase imperialista il potere reale passa tra le mani di un'infima parte della popolazione mondiale. Trust e monopoli finanziari e industriali diventano il vero governo del mondo senza alcun legame con gran parte della popolazione. Da qui il cosmopolitismo delle élite internazionali. La borghesia imperialista, che da tempo ha cessato di coltivare retoriche universalistiche, non può che trovare nell'affermazione di se stessa il senso dell'esistenza. Non stupisce pertanto che l'esercizio a tutto tondo della “volontà di potenza” rappresenti l'orizzonte esistenziale in cui si muove. Per un lungo periodo, in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre, tutto ciò è stato costretto a rimanere un sogno nel cassetto. La vittoria riportata dall'URSS contro il nazifascismo, la creazione del “campo socialista”, l'affermazione della rivoluzione in Cina, le lotte di liberazione anticoloniali oltre che la consistente presenza di movimenti comunisti negli stessi paesi imperialisti hanno obbligato le “classi agiate” a porre momentaneamente tra parentesi la propria “visione del mondo”. In particolare, nell'Europa occidentale, le popolazioni hanno continuato a rivestire un ruolo centrale nella vita politica e sociale degli stati tanto che, quel binomio Stato – Nazione mandato storicamente in soffitta dall'era imperialista, ha continuato a essere artificialmente tenuto in vita. Con il crollo dell’Urss e l'avvento del cosiddetto capitalismo globale, per le élite, i conti hanno iniziato finalmente a tornare. La “nuova aristocrazia” si è resa in grado di governare.
Sotto tale aspetto la costituzione del Polo imperialista europeo ne rappresenta una delle migliori esemplificazioni. Una ristretta élite politica, burocratica, economica e finanziaria decide, in completa autonomia, su tutto. Questa “nuova aristocrazia” sembra in grado di fare propri gli “ideali” della “intellettualità radicale” del primo Novecento. Le masse oggi sembrano essere veramente escluse dal gioco politico, nessun volk appare attualmente necessario alla “razza dominatrice”. Questo il volto del “nuovo fascismo”. Paradigmatico, al proposito, è l’avversione che le élite nutrono contro i vecchi arnesi del fascismo novecentesco. La diffusa avversione per ciò che comunemente è chiamato populismo non deve trarre in inganno. La decisa presa di distanza delle élite internazionali contro i movimenti populisti e la destra radicale non sono frutto dell’attaccamento a qualche inossidabile principio democratico. Del resto se c’è qualcuno che ha calpestato sino in fondo la sua stessa democrazia è proprio la borghesia imperialista. L’avversione verso il populismo ha un origine ben diversa. Abbiamo visto come il fascismo e il nazismo abbiano dovuto addomesticare la “filosofia delle élite” sotto la categoria del volk, snaturando, almeno in parte, il tratto aristocratico della razza dei dominatori. Fascismo e nazismo, per affermarsi, hanno poggiato sugli scarponi chiodati del volk. Nonostante la radicale avversione delle élite imperialiste per le masse, in quel frangente di queste non potevano fare a meno. Il completo dominio del capitale finanziario, però, sembra aver emancipato le élite da questo forzoso e forzato passaggio. Un mondo governato per intero dai flussi monetari spostati senza alcun controllo su reti informatiche sembra rendere inutile e superfluo ogni forma “partecipativa”, per quanto alienata, dei subalterni. Ciò che l’era attuale vuole estirpare è la presenza legittima di ogni movimento vagamente popolare. Torniamo all’aforisma di Thatcher: “la società non esiste”. Se questa è la “visione del mondo” delle élite, allora non può esservi spazio neppure per i movimenti di massa reazionari poiché la loro legittimazione politica e sociale non può che essere giocata contro un’altra legittimità politica quella socialista degli operai e dei subalterni. Il fascismo di massa novecentesco ha assunto tali sembianze perché doveva, per prima cosa, contrapporsi alla legittimità operaia e proletaria. Sullo sfondo vi era sempre il protagonismo delle masse. Di tale protagonismo, anche in senso reazionario, le élite di oggi non hanno più bisogno. Certo, come gli eventi dell'Ucraina sono lì a dimostrare, questa linea di condotta strategica non è immune da ripiegamenti tattici. La legge del beduino (il nemico del mio nemico è mio amico) mantiene pur sempre inalterata la sua sensatezza nella guerra imperialista. Per rimuovere la contraddizione principale, in questo caso il peso geopolitico e geostrategico della Russia, è sempre possibile scendere momentaneamente a patti con chiunque. Altra cosa, però, è pensare che le consorterie imperialiste occidentali, le quali per di più coltivano nei confronti dell'Ucraina progetti non omogenei, mirino all'instaurazione di un regime nazionalsocialista in quei territori. Difficile pensare che i potentati occidentali i quali, ognuno per proprio conto, mirano a colonizzare l'Ucraina in un'ottica non troppo diversa da quella dello spazio vitale di hitleriana memoria, auspichino il delinearsi di una forma politica prona alle retoriche belliciste della “Grande Ucraina” o amenità simili. Di ciò, del resto, se ne sono avute più che semplici avvisaglie. Il conflitto, neppure troppo simulato, apertosi tra le forze liberiste governative e le formazioni neonaziste mostrerebbe come, per le forze politiche filo occidentali, l'impiego delle formazioni neonaziste sia tattico e non strategico. Nella migliore delle ipotesi la destra neonazista ucraina potrà ritagliarsi un qualche spazio dentro l'apparato statuale militare e repressivo ma non potrà certo pensare di farsi modello politico a tutto tondo21. Detto ciò torniamo al nostro ragionamento.
Prendiamo le vicende del referendum greco. Con ogni probabilità, in un’altra epoca, le classi dominanti per delegittimare gli esiti della consultazione popolare sarebbero ricorse ad Alba dorata. Di fronte a un movimento di massa progressista avrebbero risposto con un movimento di massa di segno opposto. Come tutti sanno le cose non sono andate così. Per rendere superfluo l’esito di quella consultazione è stato sufficiente una minaccia finanziaria che avrebbe comportato la possibile bancarotta del paese. In un attimo il governo ellenico mostrando ancora una volta, nel caso ve ne fosse bisogno, l'astoricità dell'opzione socialdemocratica, si è allineato sottoscrivendo un accordo ben più oneroso di quello al quale il voto popolare si era opposto. Nessun scarpone chiodato è stato necessario per piegare il governo e il popolo greco. Le élite contemporanee non hanno abbattuto con un colpo di mano la democrazia, l’hanno semplicemente dichiarata estinta.
Detto ciò rimane da domandarsi se l’era delle masse è realmente tramontata, oppure se la linea di condotta della “nuova aristocrazia” non sia altro che un’utopia. In altre parole dobbiamo domandarci se è realmente possibile tenere, in permanenza, le masse fuori dagli assetti politici e sociali. Alcuni indicatori sembrerebbero dire che il sogno ordinativo della nuova aristocrazia ha ben poche chance di realizzo. Soffermiamoci soltanto sulla “questione profughi”. Guerre e povertà, cioè i corollari delle politiche delle élite imperialiste, hanno messo in movimento milioni e milioni di persone. Queste stanno cercando una via di fuga e una possibilità di vita premendo proprio alle frontiere dei propri carnefici. Un esodo che nessun muro e reticolato può fermare. Inevitabilmente tutto ciò comporterà un acuirsi dei conflitti e delle contraddizioni proprio nel cuore del sistema imperialista. Milioni di nuovi proletari saranno presenti nel cuore dell’imperialismo, delineando, con ogni probabilità, una partita del tutto nuova nei rapporti tra le classi. Oggettivamente questo non può che aprire a una nuova fase di conflitto. La crisi sistemica del modo di produzione capitalista, dovuta alla sempre più difficile realizzazione dei processi di valorizzazione, non sembra necessitare di un tale numero di nuova forza lavoro. Per altro verso la presenza di un esercito industriale di riserva è utile e funzionale solo fino a quando i numeri sono tali da poter essere giocati dentro la “normale” concorrenza, finché possono essere tenuti sotto controllo. Quando, però, questi numeri superano il limite funzionale, il rischio che il banco salti, come ricordano i trenta milioni di disoccupati creati dalla crisi del '29, è qualcosa di più che una semplice ipotesi di scuola. Una eccedenza cronica di forza lavoro non può essere veicolo di alcuna stabilità politica e sociale e nessuna “visione del mondo” aristocratica può esorcizzare, per decreto, le ricadute di una situazione così esplosiva. Allo stesso tempo un costante impoverimento di gran parte della popolazione non è foriero di stabilità né sul piano sociale, né su quello economico. Un’inflazione che oscilla tra lo zero e il ricorso all'algebra non è certo sintomo di salute e robustezza economica. Il tutto, come si è ricordato sopra, senza dimenticare che, all’origine di gran parte di queste migrazioni di massa, vi sono le guerre diffuse dal conflitto interimperialistico in gran parte del mondo. Conflitti che tendono ormai a diventare, Siria e Ucraina ne sono qualcosa di più che un semplice sintomo, guerre di massa in tutto e per tutto. Tutte le élite, in questa partita mortale, vi sono dentro sino al collo.
In potenza, quindi, più che di fronte a un nuovo ordine mondiale, dove da Pechino a New York, passando per Londra, Parigi e Berlino le élite possono giocare, in tutta tranquillità, le loro partite a scacchi per affermare la propria “volontà di potenza”, sembra delinearsi lo scenario di un caos globale all’interno del quale, le masse, non possono che tornare ad assumere un non secondario protagonismo. Con ogni probabilità, ancora una volta, la teoria pura della “nuova aristocrazia” sembra destinata a naufragare di fronte alla forza delle cose, così come, non diversamente che dal passato, il limite concettuale della borghesia rimane quello di cogliere il divenire solo post festum22, cioè a cose fatte. Tanto nel '14 come nel '39 le borghesie imperialiste diedero il via a conflitti dei quali non avevano minimamente idea. Allo stesso modo nel 1929 e nel 2008 sono precipitate in una crisi della quale non avevano minimamente sentore. In quanto classe parziale la borghesia non può che navigare a vista comprendendo e interpretando i fatti storici solo dopo il loro accadimento. A fronte di tutto ciò sembra lecito sostenere che una nuova “questione delle masse” è destinata a porsi. Il modo in cui questa questione potrà essere politicamente messa in forma è la sfida che la teoria marxista deve essere in grado, nuovamente, di raccogliere.
Note
1 Qiao Liang, “La grande strategia cinese”, in Limes, n7, 2015
2 E. V. Tarle, Napoleone, Editori Riuniti, Roma 1964
3 Cfr. A. Mathiez, G. Lefebvre, La rivoluzione francese, Einaudi, Torino 1979
4 M. Heiddeger, “La questione della tecnica”, in Id., Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976; E. Jünger, L'operaio, Guanda, Parma 2004
5 Cfr., I. Berlin, Le radici del romanticismo, Adelphi, Milano 2001
6 In particolare, S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1994
7 Paradigmatico, al proposito, M. Heiddeger, L'autoaffermazione dell'università tedesca, Il melangolo, Genova 1988 ma si vedano anche, Id., Scritti politici (1933 1966),Piemme, Casal Monferrato (Al) 1998
8 O. Spengler, Il tramonto dell'Occidente, Longanesi, Milano 2008
9 Cfr., M. Heidegger, E. Fink, Eraclito, Laterza, Roma 2010
10 Cfr., V. I. Lenin, Stato e rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1963; Id., La rivoluzione proletaria e il rinnegato, Kautsky Editori Riuniti, Roma 1969
11 Cfr., M. Weber, Sociologia delle religioni, Utet, Torino 1976
12 Cfr., G. E. Rusconi, Clausewitz il prussiano, Einaudi, Torino 1999
13 G. Lukács, La distruzione della ragione, Einaudi, Torino 1959
14 F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano 1984
15 M. Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1991
16 Cfr., G. Vattimo, P. A. Rovatti, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1983
17 M. Foucault, Nascita della biopolitica, Feltrinelli, Milano 2005
18 Cfr., R. Smith, L'arte della guerra nel mondo contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2009
19 Cfr., G.L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna 1975
20 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1996; V. I. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1969
21 Cfr. L'Ucraina tra noi e Putin, Limes, n4, 2014
22 F. Engels, K. Marx, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1967
Fonte
Il discorso del generale cinese Qiao Liang, pronunciato di recente presso l'Università della Difesa di Pechino e riportato nel n.7 della rivista Limes1, offre l'occasione per dare uno sguardo dentro le “visioni del mondo” delle classi dominanti contemporanee. Capire cosa pensano, cosa anima le loro strategie, in che modo organizzano i conflitti che, ogni giorno che passa, con sempre maggior forza delineano gli scenari della politica internazionale, è qualcosa di più che un semplice vezzo intellettuale. Sappiamo da tempo che ogni Weltanschauung ha ricadute materiali e oggettive non meno reali dei “fatti” anzi, a ben vedere, sono proprio le visioni del mondo e le idee forza che esse veicolano a dare senso e significato ai fatti. Se così non fosse ben difficilmente diventerebbe comprensibile, ad esempio, la partita mortale che intorno alla Storia e alla sua narrazione/interpretazione si gioca. Al contempo altrettanto inspiegabile sarebbero la quantità di risorse ed energie dedicate dalle intelligenze delle classi dominanti a ordinare il mondo e il corso delle cose in un certo modo piuttosto che in un altro.
Per ricordare quanto grande sia il peso delle parole può essere utile riportare alla mente la famosa asserzione di Margaret Thatcher: “La società non esiste”. Lì per lì poteva sembrare come una boutade dal sapore vagamente dadaista ma, ben presto, tutti dovettero riconoscere come, in una semplice battuta, fosse racchiusa tutta la Weltanschauung di un intera fase storica. Certo tutto ciò che forma la società non cessava ovviamente di esistere solo perché Thatcher ne aveva decretato l'estinzione ma, ed è questo il punto, attraverso quella sorta di aforisma veniva archiviato un intero modello politico che, a partire dal riconoscimento della “questione sociale”, aveva influenzato complessivamente il modo politico di gestire e amministrare la vita degli individui. Tutti i fatti che animano la vita sociale non cessarono certo di esistere nel momento in cui la fatidica frase della lady di ferro venne pronunciata, semplicemente uscirono dall'ordine discorsivo del pensiero politico. Con ciò iniziò il costante processo di esclusione e marginalizzazione politica delle masse. In altre parole la società cessò di esistere politicamente e, con lei, tutti i fatti che la riguardano. Nella sua linearità e semplicità questo esempio ci ricorda proprio come l'affermarsi di una determinata Weltanschauung determini e delimiti le regole del gioco in un determinato contesto storico. Chiuso l'inciso torniamo al nostro generale cinese.
In una sintesi rapida e stringente il generale Qiao espone il punto di vista delle classi dominanti cinesi sul presente, senza risparmiarci un breve excursus storico. Un excursus che rivela con chiarezza ciò che possiamo definire la filosofia della storia propria della classe agiata del Celeste Impero. Per Qiao i fatti politici sono del tutto inessenziali, mentre a contare sono solo ed esclusivamente le “rivoluzioni tecniche”. La stessa Grande rivoluzione, per e nella storia del mondo, avrebbe ricoperto un ruolo marginale poiché, e qua coglie una topica colossale, in seguito alla sconfitta subita da Napoleone a Waterloo il portato di quella rivoluzione sarebbe stato azzerato e il feudalesimo tornato in sella. Asserzione a dir poco sorprendente in quanto, persino un liceale un po' zuccone, sa benissimo che il Congresso di Vienna non ristabilì i vincoli feudali in Francia, non abolì la “rivoluzione giuridica” che Napoleone aveva imposto a gran parte dell'Europa formalizzando in tal modo il potere della borghesia in quanto classe politicamente egemone, così come non estirpò il capitalismo dalla società europea ma, al contrario, proprio in virtù della sua formalizzazione giuridica ne consentì il pieno realizzo2. Per un verso, infatti, la grande vincitrice di Vienna fu l'Inghilterra, la quale da tempo aveva posto in soffitta il feudalesimo e vedeva nella Francia borghese un temibile concorrente economico, dall'altra nel 1815 le classi dominanti europee si posero l'obiettivo della modernizzazione, ovvero sviluppare il capitalismo, evitando il sommovimento politico e sociale attraverso il quale la Francia si era liberata dai vincoli feudali. Difficile, quindi, eludere il peso che la politica assume dentro le rotture storiche e ciò che essa è in grado di prefigurare e anticipare. Ciò che con il Congresso di Vienna, infatti, le classi dominanti europee in ascesa hanno voluto esorcizzare è stato soprattutto il lato giacobino della Grande rivoluzione e il fronte di massa che questo, forse suo malgrado, si portava appresso. La Restaurazione non restaura, sotto il profilo economico, un bel nulla così come, per quanto riguarda gli assetti politici e sociali, non delegittima la grande borghesia. Banchieri, industriali, grandi commercianti e potentati coloniali non hanno nulla da temere. Queste figure saranno del tutto interne alla Restaurazione la quale, a ben vedere, più che un tratto ultramontano e legittimista ha non poche cose in comune con la destra della Gironda3. In tutto ciò vi è ben poca tecnica e molta politica.
Questi aspetti, riconosciuti dagli storici di ogni tendenza, rimangono estranei al generale Qiao per il quale le vere rivoluzioni sono quelle tecniche. Il corollario a cui Qiao approda è persino ovvio: la Grande rivoluzione ha avuto un'importanza insignificante rispetto, ad esempio, alle ricadute del motore a vapore. Tutto il saggio di Qiao ruota intorno a tale presupposto. In altre parole: la tecnica decide su tutto. Con ciò si riafferma l'assioma “Il gatto mangia il topo” – contrapposto alla nota asserzione maoista: “Il gatto rosso mangia il topo” – attraverso cui Deng Tsiao Ping aveva dato il là alla rivincita della borghesia nella Cina rivoluzionaria. Ciò che a Qiao preme è la spoliticizzazione della storia, al fine di rendere vana e superflua la stessa idea di soggettività politica. Se, a conti fatti, ciò che conta è solo la tecnica e il suo dominio, e questo non può che valere per ogni epoca storica, la realtà non può che essere un perenne ritorno dell'uguale dove solo una ristretta élite, in grado di governare e comprendere la tecnica, ha diritto di governare e dominare. Qua non si tratta neppure di contrapporre la “rivoluzione dall'alto” alla “rivoluzione dal basso”, in quanto la stessa “rivoluzione dall'alto” non può darsi che in rapporto dialettico con le masse, bensì questa visione presuppone l’esclusione ipso facto dell'intera popolazione dalla scena politica. Questa non può fare altro che seguire in maniera disciplinata e ordinata le direttive degli “uomini eletti”. Su questo aspetto, prima di proseguire nella disamina del saggio, è opportuno soffermarsi poiché, all'interno di questa tesi possono essere colte non poche argomentazioni che hanno caratterizzato il pensiero filosofico e politico dei teorici dell'imperialismo del primo Novecento.
In particolare pensiamo a quanto, intorno alla tecnica e al suo dominio, abbiano riflettuto Heidegger e Jünger4 e come, per questi pensatori il suo controllo consenta di prendere tra le proprie mani il proprio destino. Non diversamente dagli autori che hanno dato vita alla reazione romantica5, tanto Heidegger quanto Jünger colgono lo spaesamento e il nichilismo che lo sviluppo industriale si porta appresso ma, a differenza di questi, non guardano al passato, alla presunta era felice medioevale, bensì al futuro. Centrale, per questi, diventa forgiare un tipo umano completamente in grado di plasmarsi secondo la forma a cui il mondo è pervenuto. Di più, proprio questa forma impone di sbarazzarsi, non della tecnica la quale, in realtà non è altro che il capitalismo giunto a un determinato grado di sviluppo, bensì delle antiquate forme politiche ormai incapaci di governarne la forma. La rivolta antiborghese, particolarmente esplicita e accentuata in Jünger, rappresenta la critica al modello politico e culturale dei vecchi settori borghesi. La critica è indirizzata da Jünger, in maniera radicale quanto irriverente, alla sicurezza e alla tranquillità che rappresentava il modello di vita ideale della borghesia prebellica. Con la Prima guerra mondiale tutto il mondo di ieri cade in frantumi e, con questo, tutto lo stile di vita proprio delle vecchie classi dirigenti6. La Prima guerra mondiale, attraverso l'avvento dell'era della battaglia dei materiali, ha dato vita a una nuova forma la cui essenza può essere compresa solo da un nuovo tipo umano. Ciò che, allora, occorre domandarsi, secondo i filosofi dell'era imperialista, è se volere o meno il proprio destino7. Affermativamente possono rispondere solo coloro in grado di comprendere l'era della tecnica. Vediamo così che, in fondo, con la sua apologia della tecnica il generale cinese non si inventa nulla di nuovo ma, probabilmente a sua insaputa, attinge a piene mani nell'armamentario teorico protofascista. Non stupisce, pertanto, che, per la classe agiata cinese al di fuori di se stessa non possa esservi che una massa di subordinati, l'esistenza dei quali non si differenzia di molto dalla condizione dello schiavo. La Storia, in fondo, è solo quella delle élite.
Non poco interessante, al proposito, è l'elogio, per quanto indiretto, che Qiao rivolge alla principale élite antagonista: la classe dominante statunitense. Buona parte del saggio, infatti, è dedicato a una ricostruzione della linea di condotta tenuta dai circoli militari statunitensi a partire dal 1944 quando, attraverso il celebre Trattato di Bretton Woods, imposero all'intero pianeta il dollaro agganciato all'oro, come sola e unica valuta abilitata agli scambi internazionali. Una fase che si è protratta sino al 1971 quando l'Amministrazione Nixon, in seguito ai costi della guerra in Vietnam e il conseguente assottigliamento delle riserve auree statunitensi, sganciò il dollaro dall'oro dando il là a un corposo deprezzamento della divisa verde e a un periodo, apparentemente instabile e incerto, di fluttuazione monetaria. In quella fase si delineò un momentaneo vuoto di potere, con conseguente apertura di una crisi politica ed economica internazionale, che, ben presto, gli Stati Uniti tornarono a colmare, quando nel 1973 agganciarono il dollaro al petrolio. Imponendo ai paesi dell'Opec di commerciare solo ed esclusivamente in dollari le élite statunitensi centravano un duplice obiettivo strategico: mantenevano il dollaro come moneta egemone sul piano internazionale, nessun paese infatti può rimanere estraneo al commercio energetico, e potevano iniziare a stampare moneta senza vincoli di sorta poiché non dovevano più sottostare alla spada di Damocle dell'equivalente in riserva aurea. A questo punto era solo la potenza politica e militare statunitense a garantire il dominio della sua divisa.
Secondo Qiao non la Seconda guerra mondiale o il crollo dell'URSS sono stati gli eventi clou del Novecento, bensì l'abbandono del sistema del gold standard. Questo fatto avrebbe aperto le porte al dominio dell'impero finanziario americano con tutte le ricadute che questo ha comportato per il sistema mondo. Da quel momento in poi, grazie a una ciclica gestione del valore del dollaro (dieci anni di dollaro debole/sei anni di dollaro forte), gli Stati Uniti, elargendo a livello internazionale prestiti generosi nel momento in cui il dollaro è debole, per andare all'incasso quando il dollaro è forte, non solo hanno realizzato profitti colossali ma mandato in bancarotta interi paesi, come nel caso dell'Argentina o delle cosiddette Tigri asiatiche, incamerandone gran parte delle economie.
Oggi, secondo Qiao, siamo giunti alla battaglia conclusiva: quella tra la potenza americana e il Celeste Impero. Prima di proseguire pare utile soffermarsi su quanto ascoltato. Un aspetto sembra essere particolarmente interessante: l'assoluta capacità, secondo il generale cinese, da parte delle élite dominanti di governare e pianificare gli eventi del mondo. Nel modo in cui Qiao legge la strategia americana vi è la palese convinzioni che le élite, tutte le élite e quindi parlando degli americani il generale parla anche e soprattutto di se stesso, siano, in maniera del tutto autoreferenziale, ovvero senza dover rendere conto a nessuno tranne che a se stessi, in grado di delineare con piena coscienza e consapevolezza i destini del mondo. Il conflitto non sarebbe altro che una partita a scacchi tra grandezze di pari grado e dignità, una sorta di Jus publicum Europaeum ma su scala globale, il cui fine non è altro che la potenza per la potenza.
A queste élite, estremamente ristrette, nulla sfugge. La realtà è completamente nelle loro mani e queste mani sono in grado di plasmarla a proprio uso e consumo. Il tutto all'interno di una consequenzialità tanto logica quanto razionale. La “volontà di potenza”, sotto qualunque veste si ponga, è intrisa di razionalità programmatica. Tutto l'agire degli Stati Uniti, sulla base dei cicli storici ricostruiti da Qiao, è lì a dimostrarlo. Prima Bretton Woods, poi l'abbandono dell'oro, quindi il petrolio, infine l'alternarsi del dollaro forte e del dollaro debole: la pianificazione razionale dell'élite statunitense ha qualcosa di meraviglioso ma – e qua sembra emergere Spengler e la sua teoria relativa alla decadenza e al tramonto degli imperi e delle “aristocrazie” coeve8 insieme alla reinterpretazione irrazionalistica del il polemos eracliteo9 – la lotta per la potenza non conosce tregua. Le élite, nella prospettiva del generale Qiao, sono destinate a combattersi perché ogni élite non può che mirare alla potenza e al dominio. E qui interviene la strategia della casta dominatrice del Celeste Impero.
A dire il vero, a questo punto, il saggio si fa un po' confuso. Da un lato viene prefigurato lo scontro militare, uno scontro che la Cina sposterebbe sul terreno, dove si considera invincibile, evitando il conflitto marino poiché, sull'acqua, la potenza americana le è ancora troppo superiore. Per altro verso, dopo aver constatato le sempre più frequenti quote di transazioni monetarie internazionali in divise diverse dal dollaro e il conseguente depotenziamento della moneta verde, il che per un'economia che vive principalmente di scambi valutari porta necessariamente al collasso, Qiao prefigura una guerra prevalentemente monetaria. Una guerra per la quale la divisa cinese sarebbe già ampiamente preparata. Infine il generale preconizza una nuova “rivoluzione industriale”, grazie all'impiego della stampante 3D, in grado di produrre un mutamento epocale del sistema di produzione globale al quale gli Stati Uniti, contrariamente alla Cina, non sono preparati. Di una cosa comunque Qiao appare assolutamente certo: la volontà di potenza cinese avrà la meglio. Il momento della Cina è giunto e nonostante questa convinzione essa non trascura di offrire un ramoscello d'ulivo agli Stati Uniti proponendo più che la guerra, una spartizione paritaria della potenza. Sia come sia, l'élite cinese, questo Qiao non lo cela minimamente, è consapevole della sua forza ed è del tutto intenzionata a farne valere il peso.
Sulla scia di quanto ascoltato la cosa più facile da fare, ma anche la più inutile, sarebbe quella di rimproverare al generale la totale rimozione del marxismo. Indubbiamente nel suo discorso non fa capolino neppure un grammo di marxismo. La lotta di classe come motore del divenire storico non è neppure presa in considerazione, così come le contraddizioni del modo di produzione capitalista, ossia la caduta tendenziale del saggio di profitto e la conseguente difficoltà a realizzare i processi di valorizzazione del capitale, non fanno palesemente parte del bagaglio teorico analitico del nostro generale. Se la lotta di classe e la teoria del valore gli rimangono estranei, non meno ignota è l'analisi leniniana dell'imperialismo. Non il conflitto in sé ma il tipo di conflitto proprio della fase imperialista risulta estraneo quanto indifferente. Ma, una volta riconosciuto ciò, ha senso focalizzare l'attenzione sull'assenza della teoria marxista tra gli strateghi dell'esercito cinese? Solo perchè il generale è un membro autorevole del PCC dovremmo mostrare stupore e spaesamento di fronte alla sua “visione del mondo”? Non sappiamo forse da tempo che, anche a rivoluzione avvenuta, la borghesia può ricostituirsi come classe dominante all'interno del partito rivoluzionario? Non sappiamo forse da tempo che, dentro la lunga fase di transizione, la possibilità per la controrivoluzione di riorganizzarsi e vincere, proprio all'interno del partito rivoluzionario, è qualcosa di assolutamente possibile? Non è forse noto che la conquista del potere politico è condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi della rivoluzione proletaria?10 Perché stupirsi, allora, che in Cina la borghesia abbia ripreso il controllo della situazione e attui il suo dominio sfruttando l'apparato politico che si è conquistata? Non ha più senso, pertanto, fare i conti con la “visione del mondo” di questa classe dominante piuttosto che rimproverarle di non assumere il punto di vista della classe a lei mortalmente nemica, ossia degli operai e dei proletari?
A essere veramente interessante, pertanto, è ciò che c'è, non quanto manca. Se nel testo di Qiao non vi è nulla di marxista, altrettanto assente è una qualche forma di nazionalismo. A differenza di quanto possiamo cogliere in Russia, dove il tratto nazionale della borghesia raccolta intorno a Putin è quanto mai evidente, nelle argomentazioni del generale vi è ben poco di quelle retoriche proprie della borghesia nazionale. Perciò più che di classe, sembra sensato parlare di élite: del resto, in Cina, la tradizione confuciana ha fornito qualcosa di più che qualche semplice suggestione alla messa in forma della “visione del mondo” dell'attuale gruppo di potere11. In tutto il discorso di Qiao non si fa mai riferimento alla Nazione e al popolo. Lo stesso modo in cui è trattato e pensato l'esercito, che pure in Cina è ancora un esercito di massa, appare più vicino al modo in cui Federico II12 percepiva le proprie truppe piuttosto che al modello napoleonico. Ciò che va riconosciuto a Qiao è la sincerità del suo testo. Questo è scritto per una casta, per un'aristocrazia che osserva il mondo come classe dominatrice e parla e si contrappone ai dominatori suoi simili. Tutto ciò consente di entrare nel vivo della questione. Il punto di vista dell'élite cinese, come si proverà ad argomentare, ha ben poco di particolare ma rappresenta l'articolazione “locale” di una Weltanschauung globale che molto ha a che vedere con quanto accade nei nostri mondi.
Ne La distruzione della ragione, un libro tanto noto quanto scomodo, Lukács13 analizza, attraverso argomentazioni al limite del dotto, le “visioni del mondo” che hanno portato le classi dominanti dall'abiura della Grande rivoluzione, sino all'affermazione dell'ideologia fascista e nazionalsocialista. Questo testo, o almeno una sua corposa parte, sembra assumere oggi un'attualità non secondaria. Ci riferiamo, in particolare, alle argomentazioni lukacsiane relative al mondo della filosofia e della sociologia prima dell'affermazione a tutto tondo del nazionalsocialismo. In altre parole tutta la trattazione che va da Nietzsche sino a Schmitt passando per Max Weber.
Perché questa parte è così importante e si mostra tanto attuale? Da un lato, e forse oggi questa ne è la parte maggiormente datata, tanto Nietzsche quanto Weber, su Schmitt il discorso è forse più complesso, si pongono il problema di combattere la tendenza storico/politica del socialismo, dell'affermazione del proletariato come classe storico/politica in grado di rivestire i panni dell'universale. In Nietzsche ciò avviene affondando i colpi direttamente contro il movimento organizzato degli operai e dei lavoratori, identificato con la morale dei servi in opposizione alla morale dei signori14, eludendo qualunque confronto teorico diretto con il marxismo mentre, in Weber, la battaglia è un autentico corpo a corpo con il materialismo storico e dialettico. Non a caso la sua opera maggiormente nota e al contempo più affascinante, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo15, si pone l'obiettivo strategico di demolire alla base il marxismo e, con questo, la pretesa del movimento operaio di farsi classe dominante. Se tutto si riducesse a ciò, ben poca attualità avrebbero nello scenario odierno le suggestioni dei teorici borghesi che hanno fatto da sfondo agli albori della fase imperialista.
Difficile, infatti, intravvedere oggi una qualche “minaccia” sovietica all'orizzonte. Nell'era presente, per le borghesie imperialiste la partita con il marxismo e il socialismo sembra essere stata risolta una volta per sempre ma non è un caso però, detto per inciso, che questa partita, sotto l’aspetto filosofico/teorico, sia stata condotta attraverso la “riscoperta” di un Nietzsche “sovversivo” e “radicale”. È attraverso Nietzsche prima e Heidegger poi che, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, la cosiddetta intellettualità radicale ha affondato i suoi colpi contro la filosofia della storia marxista. Obiettivo di questa critica era la messa in mora di ogni metanarrazione e l’obiettiva finalizzazione che questa si porta appresso16. La Storia, la quale non avrebbe né senso né scopo, non sarebbe altro che il risultato di una conflittualità permanente dove nulla è sicuro e certo. Una critica la cui “radicalità” non si limita a delegittimare l’idea stessa di classe storica ma si spinge ben oltre. Ciò che la nuova “filosofia radicale” aggredisce, reiterando quanto avvenuto ai primi del Novecento, è la stessa società borghese edificata sul modello keynesiano. Sono le certezze e le garanzie proprie di questo modello, che in qualche modo aveva fatto suoi aspetti non secondari della grande narrazione socialdemocratica, a dover essere scompaginate. Le contraddizioni della società keynesiana sono spesso colte dal nuovo pensiero reazionario con non poca arguzia e chiarezza ma la loro risoluzione non è certo intravvista nel socialismo. Ad essere auspicata, invece, è una rivolta, dal sapore vagamente anarchico, contro ogni forma di organizzazione sociale sistemica. Se di anarchia si vuol parlare questa è l’anarchia propria del neoliberismo il quale, a conti fatti, non riconosce altra legge se non quella del conflitto individuale e della ricusazione di ogni forma di interventismo statuale. Nel momento in cui la fase imperialista inizia a mutare pelle ciò che occorre è delegittimare non solo la classe storicamente nemica ma anche i modelli politici, sociali ed economici attraverso i quali, per tutto un ciclo storico, la borghesia, attraverso la costante mediazione con il movimento operaio riformista, ha governato. Il disciplinato e anche un po’ noioso mondo organizzato intorno alle retoriche del Welfare State va posto in archivio. Quella che si presenta come la rivolta contro la “società disciplinare” diventa, tradotta in soldoni, la battaglia contro quell’insieme di garanzie e diritti (dei subalterni) che il modello politico post 1945 aveva tenuto a battesimo in Europa occidentale. Per l'attuale élite imperialista, infatti, in questi anni il nemico è più Keynes che Marx17. Degli aspetti distruttivi, ovvero antimarxisti, del pensiero politico e filosofico che ha inaugurato la stagione imperialista vi è ben poco da dire e la stessa borghesia, su ciò, tace da tempo. Molto più interessante e a noi più vicine sono gli aspetti programmatici che caratterizzano l'insieme di queste “filosofie politiche”.
Se guardiamo lo scenario politico attuale osserviamo come la “teoria dell'élite” governi per intero l'insieme degli ordini discorsivi. Questa teoria, andando al sodo, si cristallizza nella ricerca e nell'affermazione della “volontà di potenza”. Una “volontà di potenza” che può essere esercitata senza alcun ausilio da parte delle masse. Nella prima metà del Novecento, in virtù del peso che le masse rivestivano dentro la forma guerra, che proprio in quel contesto conosceva il pieno apogeo del “paradigma industriale”18, la “teoria delle élite” fu costretta a “democratizzarsi”. La teoria della razza dominatrice, che per Nietzsche e affini non aveva avuto immediatamente tratti etnici e nazionali, dovette allora essere sovrapposta alla categoria di popolo e costretta all'interno di perimetri geografici ben definiti. Questo perché la “volontà di potenza” dell'imperialismo della prima metà del Novecento necessitava della cooptazione della propria popolazione19. Per farlo non poteva fare altro che, con un colpo di mano, dichiarare l'intera sua popolazione, o almeno gran parte di questa, ontologicamente appartenente alla nuova razza aristocratica. La “teoria delle élite” si trasformava così nella teoria del volk. Per questo il nazismo fu costretto a scegliere come “filosofo” ufficiale del proprio credo un personaggio goffo e privo di qualunque qualità intellettuale quale H. St. Chamberlain, oltre che a far supportare le proprie tesi da pretesi sociologi quali Gumplowiez, Ratzenhofer o Woltmann.
Benché il presupposto dell'imperialismo comporti l'obiettiva frattura del binomio Stato – Nazione, aspetto colto con non poca lucidità da teorici politici pur distanti tra loro come Arendt e Lenin20, sul piano empirico nel corso del Secolo breve ciò non poté essere consumato per intero. Per le sue guerre l'imperialismo novecentesco aveva ancora bisogno della Nazione. In virtù di ciò i subalterni dovevano essere catturati dentro la statualità imperialista. Sotto il profilo teorico/filosofico la rottura, però, era ormai stata posta. Come giustamente evidenzia Lukács, sulla scia di Marx, già con il 1848 la borghesia inizia a perdere i tratti della classe storica progressiva iniziando a rivoltarsi, almeno in gran parte, contro gli “ideali” che l'avevano tenuta a battesimo. L'ostilità contro gli approdi della Grande rivoluzione diventano moneta corrente per gli intellettuali borghesi più “radicali”. Attraverso un movimento graduale ma costante, l'odio per le masse e il loro protagonismo politico e sociale si radicalizza. Le borghesie imperialiste prendono congedo dalle “proprie” popolazioni iniziando ad autorappresentarsi come nuova élite aristocratica. Sotto il profilo della gestione effettiva del potere politico ed economico ciò è del tutto comprensibile.
Lo scritto di Lenin sull'imperialismo ne ha offerto una fotografia nitida e chiara. Nella fase imperialista il potere reale passa tra le mani di un'infima parte della popolazione mondiale. Trust e monopoli finanziari e industriali diventano il vero governo del mondo senza alcun legame con gran parte della popolazione. Da qui il cosmopolitismo delle élite internazionali. La borghesia imperialista, che da tempo ha cessato di coltivare retoriche universalistiche, non può che trovare nell'affermazione di se stessa il senso dell'esistenza. Non stupisce pertanto che l'esercizio a tutto tondo della “volontà di potenza” rappresenti l'orizzonte esistenziale in cui si muove. Per un lungo periodo, in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre, tutto ciò è stato costretto a rimanere un sogno nel cassetto. La vittoria riportata dall'URSS contro il nazifascismo, la creazione del “campo socialista”, l'affermazione della rivoluzione in Cina, le lotte di liberazione anticoloniali oltre che la consistente presenza di movimenti comunisti negli stessi paesi imperialisti hanno obbligato le “classi agiate” a porre momentaneamente tra parentesi la propria “visione del mondo”. In particolare, nell'Europa occidentale, le popolazioni hanno continuato a rivestire un ruolo centrale nella vita politica e sociale degli stati tanto che, quel binomio Stato – Nazione mandato storicamente in soffitta dall'era imperialista, ha continuato a essere artificialmente tenuto in vita. Con il crollo dell’Urss e l'avvento del cosiddetto capitalismo globale, per le élite, i conti hanno iniziato finalmente a tornare. La “nuova aristocrazia” si è resa in grado di governare.
Sotto tale aspetto la costituzione del Polo imperialista europeo ne rappresenta una delle migliori esemplificazioni. Una ristretta élite politica, burocratica, economica e finanziaria decide, in completa autonomia, su tutto. Questa “nuova aristocrazia” sembra in grado di fare propri gli “ideali” della “intellettualità radicale” del primo Novecento. Le masse oggi sembrano essere veramente escluse dal gioco politico, nessun volk appare attualmente necessario alla “razza dominatrice”. Questo il volto del “nuovo fascismo”. Paradigmatico, al proposito, è l’avversione che le élite nutrono contro i vecchi arnesi del fascismo novecentesco. La diffusa avversione per ciò che comunemente è chiamato populismo non deve trarre in inganno. La decisa presa di distanza delle élite internazionali contro i movimenti populisti e la destra radicale non sono frutto dell’attaccamento a qualche inossidabile principio democratico. Del resto se c’è qualcuno che ha calpestato sino in fondo la sua stessa democrazia è proprio la borghesia imperialista. L’avversione verso il populismo ha un origine ben diversa. Abbiamo visto come il fascismo e il nazismo abbiano dovuto addomesticare la “filosofia delle élite” sotto la categoria del volk, snaturando, almeno in parte, il tratto aristocratico della razza dei dominatori. Fascismo e nazismo, per affermarsi, hanno poggiato sugli scarponi chiodati del volk. Nonostante la radicale avversione delle élite imperialiste per le masse, in quel frangente di queste non potevano fare a meno. Il completo dominio del capitale finanziario, però, sembra aver emancipato le élite da questo forzoso e forzato passaggio. Un mondo governato per intero dai flussi monetari spostati senza alcun controllo su reti informatiche sembra rendere inutile e superfluo ogni forma “partecipativa”, per quanto alienata, dei subalterni. Ciò che l’era attuale vuole estirpare è la presenza legittima di ogni movimento vagamente popolare. Torniamo all’aforisma di Thatcher: “la società non esiste”. Se questa è la “visione del mondo” delle élite, allora non può esservi spazio neppure per i movimenti di massa reazionari poiché la loro legittimazione politica e sociale non può che essere giocata contro un’altra legittimità politica quella socialista degli operai e dei subalterni. Il fascismo di massa novecentesco ha assunto tali sembianze perché doveva, per prima cosa, contrapporsi alla legittimità operaia e proletaria. Sullo sfondo vi era sempre il protagonismo delle masse. Di tale protagonismo, anche in senso reazionario, le élite di oggi non hanno più bisogno. Certo, come gli eventi dell'Ucraina sono lì a dimostrare, questa linea di condotta strategica non è immune da ripiegamenti tattici. La legge del beduino (il nemico del mio nemico è mio amico) mantiene pur sempre inalterata la sua sensatezza nella guerra imperialista. Per rimuovere la contraddizione principale, in questo caso il peso geopolitico e geostrategico della Russia, è sempre possibile scendere momentaneamente a patti con chiunque. Altra cosa, però, è pensare che le consorterie imperialiste occidentali, le quali per di più coltivano nei confronti dell'Ucraina progetti non omogenei, mirino all'instaurazione di un regime nazionalsocialista in quei territori. Difficile pensare che i potentati occidentali i quali, ognuno per proprio conto, mirano a colonizzare l'Ucraina in un'ottica non troppo diversa da quella dello spazio vitale di hitleriana memoria, auspichino il delinearsi di una forma politica prona alle retoriche belliciste della “Grande Ucraina” o amenità simili. Di ciò, del resto, se ne sono avute più che semplici avvisaglie. Il conflitto, neppure troppo simulato, apertosi tra le forze liberiste governative e le formazioni neonaziste mostrerebbe come, per le forze politiche filo occidentali, l'impiego delle formazioni neonaziste sia tattico e non strategico. Nella migliore delle ipotesi la destra neonazista ucraina potrà ritagliarsi un qualche spazio dentro l'apparato statuale militare e repressivo ma non potrà certo pensare di farsi modello politico a tutto tondo21. Detto ciò torniamo al nostro ragionamento.
Prendiamo le vicende del referendum greco. Con ogni probabilità, in un’altra epoca, le classi dominanti per delegittimare gli esiti della consultazione popolare sarebbero ricorse ad Alba dorata. Di fronte a un movimento di massa progressista avrebbero risposto con un movimento di massa di segno opposto. Come tutti sanno le cose non sono andate così. Per rendere superfluo l’esito di quella consultazione è stato sufficiente una minaccia finanziaria che avrebbe comportato la possibile bancarotta del paese. In un attimo il governo ellenico mostrando ancora una volta, nel caso ve ne fosse bisogno, l'astoricità dell'opzione socialdemocratica, si è allineato sottoscrivendo un accordo ben più oneroso di quello al quale il voto popolare si era opposto. Nessun scarpone chiodato è stato necessario per piegare il governo e il popolo greco. Le élite contemporanee non hanno abbattuto con un colpo di mano la democrazia, l’hanno semplicemente dichiarata estinta.
Detto ciò rimane da domandarsi se l’era delle masse è realmente tramontata, oppure se la linea di condotta della “nuova aristocrazia” non sia altro che un’utopia. In altre parole dobbiamo domandarci se è realmente possibile tenere, in permanenza, le masse fuori dagli assetti politici e sociali. Alcuni indicatori sembrerebbero dire che il sogno ordinativo della nuova aristocrazia ha ben poche chance di realizzo. Soffermiamoci soltanto sulla “questione profughi”. Guerre e povertà, cioè i corollari delle politiche delle élite imperialiste, hanno messo in movimento milioni e milioni di persone. Queste stanno cercando una via di fuga e una possibilità di vita premendo proprio alle frontiere dei propri carnefici. Un esodo che nessun muro e reticolato può fermare. Inevitabilmente tutto ciò comporterà un acuirsi dei conflitti e delle contraddizioni proprio nel cuore del sistema imperialista. Milioni di nuovi proletari saranno presenti nel cuore dell’imperialismo, delineando, con ogni probabilità, una partita del tutto nuova nei rapporti tra le classi. Oggettivamente questo non può che aprire a una nuova fase di conflitto. La crisi sistemica del modo di produzione capitalista, dovuta alla sempre più difficile realizzazione dei processi di valorizzazione, non sembra necessitare di un tale numero di nuova forza lavoro. Per altro verso la presenza di un esercito industriale di riserva è utile e funzionale solo fino a quando i numeri sono tali da poter essere giocati dentro la “normale” concorrenza, finché possono essere tenuti sotto controllo. Quando, però, questi numeri superano il limite funzionale, il rischio che il banco salti, come ricordano i trenta milioni di disoccupati creati dalla crisi del '29, è qualcosa di più che una semplice ipotesi di scuola. Una eccedenza cronica di forza lavoro non può essere veicolo di alcuna stabilità politica e sociale e nessuna “visione del mondo” aristocratica può esorcizzare, per decreto, le ricadute di una situazione così esplosiva. Allo stesso tempo un costante impoverimento di gran parte della popolazione non è foriero di stabilità né sul piano sociale, né su quello economico. Un’inflazione che oscilla tra lo zero e il ricorso all'algebra non è certo sintomo di salute e robustezza economica. Il tutto, come si è ricordato sopra, senza dimenticare che, all’origine di gran parte di queste migrazioni di massa, vi sono le guerre diffuse dal conflitto interimperialistico in gran parte del mondo. Conflitti che tendono ormai a diventare, Siria e Ucraina ne sono qualcosa di più che un semplice sintomo, guerre di massa in tutto e per tutto. Tutte le élite, in questa partita mortale, vi sono dentro sino al collo.
In potenza, quindi, più che di fronte a un nuovo ordine mondiale, dove da Pechino a New York, passando per Londra, Parigi e Berlino le élite possono giocare, in tutta tranquillità, le loro partite a scacchi per affermare la propria “volontà di potenza”, sembra delinearsi lo scenario di un caos globale all’interno del quale, le masse, non possono che tornare ad assumere un non secondario protagonismo. Con ogni probabilità, ancora una volta, la teoria pura della “nuova aristocrazia” sembra destinata a naufragare di fronte alla forza delle cose, così come, non diversamente che dal passato, il limite concettuale della borghesia rimane quello di cogliere il divenire solo post festum22, cioè a cose fatte. Tanto nel '14 come nel '39 le borghesie imperialiste diedero il via a conflitti dei quali non avevano minimamente idea. Allo stesso modo nel 1929 e nel 2008 sono precipitate in una crisi della quale non avevano minimamente sentore. In quanto classe parziale la borghesia non può che navigare a vista comprendendo e interpretando i fatti storici solo dopo il loro accadimento. A fronte di tutto ciò sembra lecito sostenere che una nuova “questione delle masse” è destinata a porsi. Il modo in cui questa questione potrà essere politicamente messa in forma è la sfida che la teoria marxista deve essere in grado, nuovamente, di raccogliere.
Note
1 Qiao Liang, “La grande strategia cinese”, in Limes, n7, 2015
2 E. V. Tarle, Napoleone, Editori Riuniti, Roma 1964
3 Cfr. A. Mathiez, G. Lefebvre, La rivoluzione francese, Einaudi, Torino 1979
4 M. Heiddeger, “La questione della tecnica”, in Id., Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976; E. Jünger, L'operaio, Guanda, Parma 2004
5 Cfr., I. Berlin, Le radici del romanticismo, Adelphi, Milano 2001
6 In particolare, S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1994
7 Paradigmatico, al proposito, M. Heiddeger, L'autoaffermazione dell'università tedesca, Il melangolo, Genova 1988 ma si vedano anche, Id., Scritti politici (1933 1966),Piemme, Casal Monferrato (Al) 1998
8 O. Spengler, Il tramonto dell'Occidente, Longanesi, Milano 2008
9 Cfr., M. Heidegger, E. Fink, Eraclito, Laterza, Roma 2010
10 Cfr., V. I. Lenin, Stato e rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1963; Id., La rivoluzione proletaria e il rinnegato, Kautsky Editori Riuniti, Roma 1969
11 Cfr., M. Weber, Sociologia delle religioni, Utet, Torino 1976
12 Cfr., G. E. Rusconi, Clausewitz il prussiano, Einaudi, Torino 1999
13 G. Lukács, La distruzione della ragione, Einaudi, Torino 1959
14 F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano 1984
15 M. Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1991
16 Cfr., G. Vattimo, P. A. Rovatti, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1983
17 M. Foucault, Nascita della biopolitica, Feltrinelli, Milano 2005
18 Cfr., R. Smith, L'arte della guerra nel mondo contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2009
19 Cfr., G.L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna 1975
20 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1996; V. I. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1969
21 Cfr. L'Ucraina tra noi e Putin, Limes, n4, 2014
22 F. Engels, K. Marx, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1967
Fonte
13/08/2015
In questa guerra la finanza conta più delle portaerei
Le mosse cinesi sono sempre meditate, a volte magari inefficaci, ma mai improvvisate. Questione di cultura, che privilegia la cautela anche a costo di “perdere l'attimo fuggente” piuttosto che affrontare il rischio senza adeguata preparazione e “piani B”.
Per questo la maggior parte delle “spiegazioni” addotte dagli analisti e dai giornalisti occidentale alla tripla svalutazione dello yuan – e alle altre che potrebbero seguire – appaiono un clamoroso scambio tra ciò che si è abituati a fare qui (arsenale argomentativo compreso) e quello che invece avviene in base ad un modo di ragionare che ci appare incomprensibile. Per manifesta ignoranza occidentale.
Nei giorni scorsi la rivista Limes, il miglior esempio di analisi geostrategica “italiana” che ci sia in commercio, ha pubblicato un intervento del generale Quiao Liang, famoso qui da noi per un eccellente saggio (Guerra senza limiti) sulla novità teorica principale in campo militare, la guerra asimmetrica.
Il ragionamento svolto qui, però, affronta un'altra novità strategico-militare dei tempi moderni: la finanza conta oggi più delle portaerei e quasi sempre le sostituisce. Deve quindi avventurarsi in campo economico finanziario con una logica strategica e coglie sicuramente il punto fondamentale: dal 1971 ad oggi gli Stati Uniti hanno controllato il mondo manovrando gli strumenti monetari e finanziari, mentre le guerre locali che hanno combattuto sono servite soprattutto ad assicurare la credibilità del Pentagono come “sottostante” della moneta. Detto altrimenti: il mondo è costretto o convinto ad accettare dollari dal valore reale imperscrutabile perché la solidità degli Stati Uniti è garantita dalla loro forza militare e dal sistema finanziario sotto il loro relativo controllo.
Non è una tesi particolarmente originale (vedi anche Gianfranco Bellini, La bolla del dollaro, Odradek Edizioni), e molto spesso il generale forza l'interpretazione di alcuni episodi della storia del dopoguerra per convalidarne la potenza euristica. A volte sembra considerare la capacità di manovrare il valore del dollaro come l'unico motore di crisi e rivolgimenti globali, senza calcolare l'oggettività delle dinamiche complessive del capitalismo. Comprensibile, per una mente militare, che è obbligata a ragionare in termini di strategie consapevoli, di soggettività organizzata per raggiungere obiettivi. Anche a costo di perdere di vista la natura impersonale dei rapporti capitalistici di produzione e scambio.
Ma è una tesi sostanzialmente esatta. Il principale modo in cui gli Usa hanno tentato di governare le crisi e rinsaldare la propria egemonia – declinante per quanto riguarda la potenza produttiva e ormai anche per quanto concerne la superiorità tecnologica – è stato proprio l'uso del dollaro, la manovra dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, oltre ad alcune iniziative militari e/o diplomatiche (con relativa “guerra dell'informazione”, ça va sans dire).
Il ciclo illustrato da Quiao Liang è concettualmente semplice, anche se inverato da strumentazione monetaria e finanziaria di complessità inquantificabile: dieci anni di dollaro debole, in cui i capitali finanziari si spargono per il mondo, facendo emergere o resuscitare economie arretrate grazie alla disponibilità illimitata degli investimenti a basso tasso di interesse, seguiti da sei anni di dollaro forte, in cui quei capitali rientrano nel circuito statunitense, facendo crollare le economie che hanno abbandonato. Gli effetti di una guerra, anche senza la guerra (che poi magari scoppia all'interno dell'area in crisi, per conflittualità endogene riattizzate dalla crisi).
Una distruzione di energie e capacità produttive che appare insensata solo a chi non ne comprende la necessità all'interno della crescita capitalistica, orientata al profitto, non alla soddisfazione dei bisogni o al pieno sviluppo di un'economia equilibrata.
Al termine dei sei anni di distruzione, infatti, ecco che quei capitali hanno davanti un pezzo di mondo disponibile a farsi comprare e rivitalizzare a prezzi stracciati. E, con il dollaro di nuovo debole, e con i tassi di interesse di nuovo vicini allo zero, quei capitali fanno incetta di ottime occasioni.
Quiao Liang non ne parla, per ovvii motivi, ma il meccanismo che illustra è straordinariamente simile a quello interno all'Unione Europea, anche se con una tempistica molto diversa e soprattutto all'interno della stessa area monetaria. Nella Ue, infatti, la dinamica del dollaro (forte/debole) è sostituita da quella del debito, proprio perché non ci sono differenze temporali di valore tra monete diverse. A una periodo di credito facile verso paesi “deboli” per struttura e capacità produttiva, ha fatto seguito un periodo di austerità, in cui la “restituzione del debito” deve avvenire anche a costo di strangolare la capacità produttiva del paese indebitato. La deflazione salariale che ne segue crea le condizioni favorevoli al ritorno dei capitali mutinazionali, così come le privatizzazioni e liberalizzazioni mettono a disposizione asset interessanti a prezzi stracciati. Basta un solo esempio: quello dei 14 aeroporti turistici greci che stanno per essere comprati da Fraport, società privata tedesca che gestisce l'hub di Francoforte. Ma anche l'Italia fornisce innumerevoli esempi di svendita del patrimonio industriale. Gli effetti di una guerra, senza che stia stato sparato un solo colpo.
Tornando a Quiao Liang, questo “ciclo” è stato a suo avviso perturbato in due occasioni. Con l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e dalle “contromosse” cinesi di questi ultimi anni, fino alla definizione delle “vie della seta” come alternativa strategica – anche “quasi militare” – alla parossistica tendenza alla guerra che costituisce il dna dell'egemonia globale Usa. Non viene detto, ma è una conseguenza logica: tutto si basa sulla scommessa che sia possibile erodere la centralità del dollaro – quindi dell'egemonia Usa – prima o senza che gli Stati Uniti portino il pianeta a una guerra “senza limiti”.
Obiettivo possibile? Dipende. In fondo la “mutua distruzione assicurata” garantita dagli arsenali nucleari ha reso impraticabile la guerra tra superpotenze per sette decenni (al prezzo delle cento guerre “per procura” combattute direttamente o indirettamente in tutti gli angoli del mondo).
In più, oggi, c'è la novità strategica che la finanza conta più delle portaerei. I cinesi stanno costruendo la loro prima portaerei, ma non ci fanno sopra affidamento strategico. Sulla finanza, invece...
Qiao LIANG
I. LA CONGIUNTURA GEOPOLITICA CINESE E IL CICLO DEL DOLLARO
Per la prima volta nella storia, la nascita di un impero finanziario
Esistono certamente compagni, esperti di finanza, che meglio di me potrebbero parlare di economia. Tuttavia io ho intenzione di affrontare il tema da un punto di vista meramente strategico. Iniziamo dal principio. Con l’obiettivo di appropriarsi della leadership geopolitica e valutaria della Gran Bretagna, nel luglio del 1944 gli Stati Uniti promossero la nascita di tre sistemi globali: uno eminentemente politico, le Nazioni Unite; un altro commerciale, il Gatt (successivamente trasformato nel Wto); e uno monetario e finanziario, il sistema di Bretton Woods. Allora proposero ai paesi del globo di agganciare le varie monete nazionali al dollaro che, a sua volta, sarebbe stato agganciato all’oro con un prezzo fisso di convertibilità di 35 dollari per oncia.
Nel tempo il modello di Bretton Woods realizzò la leadership del biglietto verde, ma proprio la commutabilità aurea, che impediva di stampare valuta ad libitum, riduceva il margine di manovra della Federal Reserve. Peraltro, dopo la seconda guerra mondiale la superpotenza decise scioccamente di partecipare alla guerra di Corea e a quella del Vietnam, conflitti finanziariamente assai dispendiosi. In particolare quello vietnamita, che costò all’erario circa 800 miliardi di dollari. Così se nel 1944 gli Stati Uniti possedevano circa l’80% delle riserve auree mondiali, nell’agosto del 1971 queste erano scese a circa 880 tonnellate e i guai stavano per cominciare. Anche a causa delle manovre di alcuni leader internazionali. Come Charles de Gaulle che, sospettoso della tenuta della divisa Usa, ordinò al ministero delle Finanze e alla Banca centrale francesi di convertire in oro l’intero portfolio da circa 2,3 miliardi di dollari. Molte nazioni emularono l’affondo di de Gaulle spingendo Washington a un passo dal collasso.
Per questo il 15 agosto il presidente Richard Nixon annunciò la fine del sistema aureo. Terminavano gli accordi di Bretton Woods e non era chiaro cosa sarebbe successo. Dopo essere stato usato come moneta di scambio e di riserva per quasi trent’anni, ora il dollaro non era più agganciato all’oro. Come misurare il valore delle merci negli scambi bilaterali? Come fidarsi delle altre valute? Molte nazioni sembravano spaesate. Tra queste Unione Sovietica e Cina, che si rifiutarono di riconoscere le rispettive monete e continuarono a usare il dollaro per i loro commerci.
Un’inerzia globale che nell’ottobre del 1973 consentì agli americani di imporre la propria volontà ai membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec): da quel momento la vendita di greggio sarebbe stata effettuata in dollari.
Abbandonato l’oro, la Casa Bianca aveva agganciato la valuta nazionale alla risorsa energetica strategica per eccellenza. Era una mossa tanto semplice quanto razionale: giacché ogni nazione necessita di energia e dunque di petrolio, da quel momento non avrebbe potuto fare a meno del dollaro. Tramontato il sistema aureo, era quella un’altra svolta nella storia monetaria del globo, benché all’epoca se ne accorgessero in pochi. Ancora oggi molti economisti ed esperti di finanza non comprendono che l’evento più rilevante del XX secolo non è stato né la seconda guerra mondiale, né il crollo dell’Unione Sovietica, bensì proprio l’abbandono del gold standard. Nasceva allora l’impero finanziario statunitense che avrebbe attirato al suo interno l’intera umanità.
Per la prima volta, sostrato di una valuta non era più un metallo prezioso, ma la credibilità del governo Usa che se ne sarebbe servito per accrescere la propria influenza e sottrarre ricchezza al resto del mondo. Nel corso dei secoli gli esseri umani hanno realizzato profitti in molti modi – dalla manipolazione del tasso di cambio all’utilizzo di oro o argento, fino all’appropriazione di beni altrui attraverso la guerra – ma d’ora in poi il dollaro, quale semplice cartamoneta, avrebbe garantito a Washington un rapporto costi-benefici estremamente vantaggioso. Tuttora la diffusione all’estero del biglietto verde permette all’America di mantenere sotto controllo il tasso di inflazione, che altrimenti con la possibilità di creare moneta in quantità illimitata raggiungerebbe livelli pericolosi. A questa si aggiunge la frugalità della Federal Reserve, che in cento anni di storia – tra il 1913 e il 2013 – ha stampato «appena» 10 mila miliardi di dollari, proprio per limitarne il deprezzamento.
A partire dal 1954, da quando cioè ha coniato la nuova divisa, la Banca centrale cinese ha emesso invece 120 mila miliardi di yuan, che se convertiti in dollari a un tasso di cambio del 6,2 equivalgono a 20 mila miliardi. Non una grandezza esagerata.
Pechino incamera un gigantesco volume di dollari che, a causa dei controlli sul mercato valutario, non possono circolare sul territorio nazionale ed è dunque costretta a stampare una somma di renminbi corrispondente a quella della divisa estera. In futuro però, dopo aver ottenuto il profitto desiderato, gli investimenti stranieri potrebbero volatilizzarsi, lasciando in circolazione una quantità sproporzionata di yuan. Già adesso Pechino ammette che sul territorio nazionale è presente gran parte dei 120 mila miliardi di renminbi stampati. Ecco perché è necessario occuparsi della questione successiva: l’internazionalizzazione della nostra moneta.
La relazione tra il ciclo del dollaro e l’economia mondiale
Con la diffusione globale del dollaro la superpotenza s’è liberata dell’inflazione. Visto che produrre un grande volume di denaro ne causerebbe la perniciosa svalutazione, essa emette buoni del Tesoro per spingerlo fuori dal paese. E quando questo rientra in patria attraverso la vendita del debito inizia un gioco diverso, con gli americani che da una parte producono moneta e dall’altra ottengono prestiti. In sintesi: fanno soldi con i soldi. Ma se è più semplice arricchirsi con la finanza piuttosto che con l’economia reale, chi è disposto a lavorare duramente in industrie dal basso valore aggiunto? Dopo il 15 agosto 1971 gli Stati Uniti hanno gradualmente abbandonato l’economia reale in favore di quella virtuale e sono diventati una nazione vuota. Nel frattempo il pil Usa ha raggiunto i 18 mila miliardi di dollari, ma la componente dell’economia reale non supera i 5 mila miliardi.
Con l’emissione di bond un enorme volume di dollari circolante all’estero torna nei tre cruciali mercati statunitensi: quello azionario, quello dei futures e quello del debito. Il flusso di moneta in entrata e in uscita produce profitti e fa dell’America un impero valutario, oltre che il centro del sistema finanziario globale. Molti pensavano che con il declino dell’impero britannico si fosse conclusa l’esperienza colonialista, ma gli Usa utilizzano il dollaro proprio come malcelato strumento di espansione, controllando le altre economie e trasformandole in colonie. Esistono numerose nazioni – tra queste la Cina – che, seppur sovrane e indipendenti, dotate di una costituzione e di un governo, non riescono ad affrancarsi dal dominio del biglietto verde. La taglia della loro economia è comunque espressa in dollari e parte della loro ricchezza si trasferisce negli Stati Uniti attraverso il commercio e il flusso di valuta.
Possiamo comprendere il fenomeno attraverso lo studio del tasso di cambio del dollaro registrato negli ultimi quarant’anni. Nel 1971 lo sganciamento dall’oro consentì alla Federal Reserve di stampare liberamente moneta, così la circolazione del dollaro aumentò e il tasso di cambio rimase basso fino alla fine degli anni Settanta. Una dinamica senz’altro positiva per l’economia mondiale, poiché una maggiore disponibilità di dollari si tradusse in un aumento del flusso di capitali.
Invece di restare in loco, gran parte del denaro si riversò all’estero. Soprattutto in America Latina, dove stimolò gli investimenti e produsse crescita. Fino al 1979, quando la Fed chiuse i rubinetti: il dollaro si rafforzò e la liquidità si ridusse notevolmente, tanto in patria quanto nel resto del globo. In America Latina gli investimenti diminuirono, la disponibilità finanziaria si esaurì e l’economia entrò in crisi.
Nel continente sudamericano ogni nazione provò a escogitare un sistema per mettersi in salvo. Anche l’Argentina, che negli anni Settanta era divenuta, in termini di reddito pro capite, un’economia sviluppata, ma che con lo scoppio della crisi era stata la prima nazione a scivolare in recessione. Giunto al potere in seguito a un colpo di Stato, il generale Leopoldo Galtieri, a totale digiuno di economia, pensò di risolvere la situazione con la guerra. Mise gli occhi sulle isole Malvine, un arcipelago posto a 600 chilometri dalle coste argentine e che da quasi duecento anni con il nome di Falkland Islands appartiene alla corona britannica. Deciso ad appropriarsi delle isole, Galtieri volle interpellare sul tema l’egemone continentale. Nel 1982 alcuni collaboratori del generale si incontrarono a Washington con il presidente Ronald Reagan che, pur consapevole dell’incombenza della guerra, si limitò a definire la questione un affare tra argentini e britannici. «Rimaniamo neutrali», annunciò.
Galtieri interpretò l’ambiguità di Reagan come acquiescenza e poco tempo dopo lanciò la campagna delle Malvine che condusse alla veloce occupazione delle isole. Il popolo argentino festeggiò l’evento quasi fosse carnevale, ma la mancata accettazione del fait accompli da parte del primo ministro britannico Margaret Thatcher costrinse il presidente americano a schierarsi. Reagan si tolse la maschera e condannò duramente l’aggressione argentina, mentre Londra inviava nell’Atlantico meridionale la propria flotta che, dopo aver percorso 8 mila miglia marine, riconquistò le Falklands. Nel frattempo il dollaro cominciò ad apprezzarsi e un eccezionale numero di capitali fece ritorno negli Stati Uniti. Lo scoppio della guerra delle Malvine persuase gli investitori internazionali che l’America Latina era in piena crisi e nel continente il clima economico si guastò. La Federal Reserve sfruttò il momento propizio per annunciare un aumento del tasso di interesse che innescò un massiccio trasferimento di capitali dal Sudamerica verso i tre mercati statunitensi (debito, futures, azionario).
L’infusione di denaro generò il primo grande boom borsistico dalla fine del gold standard. Il tasso di cambio del dollaro, che fino ad allora era cresciuto di 60 punti, aumentò in pochi giorni di 120 punti. I mercati Usa non trattennero la nuova liquidità, piuttosto aumentarono i profitti acquistando asset di grande valore proprio in America Latina dove i prezzi erano crollati, saccheggiando ulteriormente le economie locali.
Se nella storia il fenomeno si fosse registrato una sola volta sarebbe da considerarsi una rara coincidenza, ma dato che si ripete con straordinaria puntualità deve trattarsi di un evento artificiale. Eppure al tempo di questo primo ciclo – dieci anni di dollaro debole e sei anni di dollaro forte – gli analisti non ne compresero la scientificità.
Superata la fase acuta della depressione latinoamericana, a partire dal 1986 il tasso di cambio del dollaro cominciò a scendere di nuovo. Neppure le crisi finanziarie giapponese ed europea riuscirono ad arrestarne la picchiata. Fino a che, dieci anni più tardi, la divisa tornò ad apprezzarsi nuovamente. Ancora una volta il «dollaro forte» sarebbe durato circa sei anni.
A metà degli anni Ottanta l’Asia era una regione in grande espansione economica, con le cosiddette quattro Tigri a dominare la scena. Molti credevano che l’inedita prosperità continentale fosse il frutto del duro lavoro, dell’intelligenza e del senso per gli affari della popolazione locale. In realtà a stimolare la crescita era stato l’afflusso dei dollari e appena le economie locali divennero abbastanza prosperose, gli americani pensarono fosse giunto il momento di raccogliere quanto seminato. Così nel 1997, dopo dieci anni di dollaro debole, la Federal Reserve tagliò la disponibilità monetaria, causando un sostanziale apprezzamento della valuta nazionale. Numerose industrie asiatiche furono colpite dall’improvvisa assenza di liquidità e alcune non riuscirono a ricapitalizzarsi: erano i segnali del crollo. A dimostrazione che per causare sconvolgimenti non è necessario fare la guerra, ma può bastare una manovra finanziaria. Specie se l’obiettivo è appropriarsi di capitali altrui. All’epoca centinaia di hedge funds e speculatori del calibro di George Soros, alla guida del Quantum Fund, cominciarono ad attaccare come lupi famelici le economie più deboli della regione (tra queste la Thailandia di cui colpirono duramente la divisa nazionale, il bath). In poco più di una settimana il contagio si estese gradualmente verso sud(coinvolgendo la Malesia, l’Indonesia, le Filippine e Singapore) e verso nord, fino alla Russia. Anche nel caso asiatico gli investitori stabilirono che convenisse abbandonare il continente e mentre la Fed aumentava i tassi d’interesse, trasferirono i loro capitali nei mercati statunitensi, che avrebbero vissuto una nuova stagione rialzista. Come in America Latina, gli Stati Uniti utilizzarono i risparmi accumulati per comprare asset asiatici a prezzi stracciati, mentre le economie locali apparivano devastate. Solo la Cina si salvò.
Ora è il nostro turno
Sei anni più tardi il dollaro tornò debole e, puntuale come la marea, nel 2012 la Federal Reserve ne ha segnalato l’imminente apprezzamento. Nel tempo il trucco è rimasto lo stesso: provocare crisi regionali a scapito delle nazioni indigene. Di recente lo abbiamo visto con l’incidente del Cheŏnan (la nave sudcoreana affondata nel 2010 forse da un missile di P’yŏngyang,n.d.t.); nella disputa per le isole Diaoyu/Senkaku tra Cina e Giappone; e in quella per l’isola Huangyan/Scarborough Shoal tra Cina e Filippine. Ma gli Stati Uniti, che giocavano col fuoco in casa propria, nel 2008 sono stati travolti a loro volta dalla crisi finanziaria. Ne è conseguito un ritardo nel rafforzamento del dollaro, mentre gli scontri per Hungyan e le isole Diaoyu non sembrano aver avuto un rilevante impatto finanziario. Perché tali incidenti sono avvenuti proprio all’inizio del decennale periodo di debolezza della valuta Usa?
Scrutando gli eventi attraverso il prisma del ciclo del dollaro, teso a distruggere le economie antagoniste, possiamo stabilire che è giunto il turno della Cina, da tempo divenuta un magnete per gli investimenti stranieri. La Repubblica Popolare è più di una nazione: la sua economia è grande quanto quella dell’America Latina (in termini di pil lo è perfino di più) ed è pressoché identica a quella dell’intera Asia orientale.
Nell’ultimo decennio l’afflusso di capitali stranieri ha consentito a Pechino di crescere a una velocità sconvolgente e di diventare la seconda economia del mondo.
Nulla di stupefacente dunque se ora l’egemone globale punta a guastarne il successo. Per questo a partire dal 2012 si sono susseguite numerose dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, fino allo scontro nel 2014 tra Cina e Vietnam per la piattaforma petrolifera hd-981 e il costituirsi a Hong Kong del movimento Occupy Central. Quando nel maggio del 2014 accompagnai a Hong Kong il generale Liu Yazhou, commissario politico dell’Università nazionale per la Difesa, la protesta appariva in fermento e sarebbe potuta deflagrare già allora, ma nulla è accaduto almeno fino ad agosto. Cosa aspettavano i manifestanti? Proviamo a confrontare la cronologia di Occupy Central con lo sviluppo di un altro evento: la cadenzata fine del quantitative easing (Qe) decisa dalla Federal Reserve. Per tutta l’estate la Banca centrale ha mantenuto il dollaro debole, rendendo inutile l’inizio delle proteste. Solo l’annunciata fine del Qe nel settembre successivo ha provocato il rafforzamento del biglietto verde e inaugurato Occupy Central.
La contesa per le isole Diaoyu, per Huangyan, per la piattaforma petrolifera hd-981, nonché le proteste a Hong Kong, sono quattro eventi potenzialmente esplosivi. Se anche uno solo di questi deflagrasse, il subcontinente cinese non apparirebbe più appetibile agli investimenti. Uno sviluppo che realizzerebbe la strategia di Washington, per cui quando il dollaro si apprezza una regione del globo deve essere investita dalla crisi. Questa volta però, la superpotenza si è schiantata contro la forza della Repubblica Popolare. I cinesi hanno usato il metodo del taijiquan per sventare ciascuno degli attacchi sferrati nella loro regione, con il risultato che quanto auspicato dagli americani non si è realizzato. La situazione è lontana dal punto di rottura e la Fed non può ancora permettersi di alzare i tassi d’interesse. Eppure, malgrado le difficoltà, gli Stati Uniti non hanno intenzione di rinunciare all’impresa. In simultanea con il sostegno fornito a Occupy Central, hanno cominciato ad agire in altre aree geografiche. A partire dall’Ucraina. All’inizio del 2014 hanno pensato di colpire il paese guidato da Viktor Janukovyč, non certamente un modello di efficienza e trasparenza, perché costituiva un obiettivo facile. Inoltre, un intervento contro Kiev avrebbe arrestato l’avvicinamento in corso tra Unione Europea e Russia e avrebbe influito negativamente sul clima per gli investimenti. Di fatto, come prendere tre piccioni con una fava. Si è verificata così una rivoluzione colorata che si è spinta perfino oltre gli obiettivi dei suoi ideatori. Putin, l’uomo forte di Mosca, ha colto l’occasione per riconquistare la Crimea, ma la mossa è servita agli Stati Uniti per premere sull’Ue e sul Giappone affinché adottassero sanzioni stringenti contro la Russia, colpendo duramente anche l’economia europea.
Qual è il senso dell’offensiva americana? Spesso si tende a interpretare quanto accade soltanto con gli strumenti della geopolitica e non con quelli della finanza. La crisi ucraina ha provocato un netto deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente, mentre le sanzioni contro Mosca hanno rallentato l’afflusso di investimenti verso l’Europa e provocato una massiccia fuga di capitali. Secondo alcuni rilevamenti, negli ultimi mesi più di mille miliardi di dollari avrebbero abbandonato il Vecchio Continente. Tuttavia la duplice offensiva si è dimostrata solo parzialmente efficace.
Impossibilitata a toglierli alla Cina, l’America ha sottratto capitali all’Europa. Questi però si sono diretti soprattutto verso Hong Kong. È evidente che gli investitori non credono nella ripresa statunitense e preferiscono affidarsi al Celeste Impero che, ancorché in frenata, può ancora vantare il più alto tasso di crescita del mondo.
L’anno scorso il governo di Pechino ha poi annunciato una sinergia tra le Borse di Shanghai e Hong Kong e gli investitori globali bramano per profittare della novità. In passato i capitali occidentali non osavano accedere al mercato azionario cinese, a causa dei severi controlli sugli scambi tra monete e della difficoltà ad abbandonare il paese. Ma con la creazione della Shanghai and Hong Kong Markets Communication ora possono investire in entrambi i mercati e ritirarsi quando vogliono. Non a caso, mentre più di mille miliardi di dollari si riversavano su Hong Kong, i manifestanti di Occupy Central si rifiutavano di mollare. Obama intendeva sfruttare fino all’ultimo la sommossa per i suoi scopi.
La dipendenza assoluta degli Stati Uniti dai flussi internazionali di capitali risiede nell’abbandono, avvenuto con la fine del gold standard, della produzione manifatturiera e dell’economia reale. Gli americani considerano «spazzatura» le imprese che producono beni dal basso valore aggiunto (sunset industries) e per questo le hanno gradualmente trasferite nei paesi in via di sviluppo, tra questi la Cina. Se si escludono industrie high-tech come Ibm, Microsoft ed altre, il governo Usa ha favorito l’esodo nel settore finanziario del 70% dei posti di lavoro. Divenuto industrialmente vuoto e privo dell’apporto dell’economia reale, il paese vive esclusivamente di economia virtuale. Riesce a produrre soldi soltanto con i capitali stranieri che accedono ai tre mercati interni e poi utilizza i profitti per spennare il resto del mondo. È questo ormai il suo unico sostentamento: chiamiamolo pure American way of life. La superpotenza ha bisogno di assorbire grandi quantità di capitale per sorreggere l’economia nazionale e mantenere il livello di benessere dei cittadini. Pertanto chiunque cerchi di interrompere il flusso in questione è da considerarsi un nemico strategico. Se non comprendiamo questo non possiamo valutare con lucidità la situazione attuale.
II. A CHI HA ROVINATO LA FESTA LA RAPIDA ASCESA DELLA CINA?
Perché la nascita dell’euro scatenò una guerra?
L’euro nacque il primo gennaio del 1999. Tre mesi più tardi, cominciò la guerra del Kosovo. Molti credettero che gli Stati Uniti e la Nato avessero unito le forze per combattere il regime serbo di Milošević che, con il massacro degli albanesi etnici, stava provocando una tragedia umanitaria. Poi, al termine del conflitto, gli americani ammisero che si era trattato di una campagna realizzata congiuntamente dalla Cia e dai media occidentali per colpire Belgrado. Ma la guerra in Kosovo fu realmente combattuta contro la Jugoslavia? Nei giorni del lancio della moneta unica, gli europei apparivano in preda all’euforia. Tanto da fissare a 1,07 il cambio con il dollaro e da partecipare massicciamente alla campagna dei Balcani. Solo quando, dopo 72 giorni di bombardamenti, il regime di Milošević crollò, a Bruxelles compresero che i conti non tornavano. Durante il conflitto l’euro si era deprezzato del 30%, raggiungendo quota 0,82 dollari. Per questa ragione quattro anni più tardi Francia e Germania si sarebbero veementemente opposte alla guerra in Iraq.
Sebbene molti analisti sostengano che le democrazie occidentali non si combattono fra loro, negli ultimi anni si sono registrate numerose guerre finanziarie ed economiche. Una di queste fu proprio quella del Kosovo, nociva tanto per la Jugoslavia quanto per l’euro. D’altronde con la sua nascita la moneta unica aveva rotto l’idillio del dollaro che prima del 1999 rappresentava l’indiscussa divisa globale, usata per l’80% delle transazioni internazionali (oggi lo è per il 60%). Con 27 mila miliardi di dollari l’Unione Europea era divenuta la regione economica più grande del mondo, maggiore della North American Free Trade Area (24-25 mila miliardi di dollari), ed era inevitabile che l’euro erodesse di almeno un terzo le transazioni effettuate dal dollaro (attualmente il 23% degli scambi mondiali avviene nella moneta unica europea). Quando gli Stati Uniti si accorsero che l’euro minacciava il primato del dollaro era già troppo tardi. Imparata la lezione, adesso intervengono per annientare preventivamente qualsiasi avversario.
Cosa vuole ottenere l’America con il suo ribilanciamento strategico verso l’Asia-Pacifico?
In questa fase la Cina costituisce il principale avversario della superpotenza. Gli scontri del 2012 per le isole Diaoyu e Huangyan non sono altro che gli ultimi tentativi di colpire un potenziale rivale. Entrambi gli eventi sono avvenuti nell’area geopolitica cinese e, nonostante non siano riusciti a innescare una fuga di capitali, hanno comunque raggiunto parzialmente gli obiettivi. Nello specifico hanno nuociuto gravemente al trattato di libero scambio dell’Asia nordorientale (Northeast Asian Fta). Se agli inizi del 2012 il negoziato tra Cina, Giappone e Corea del Sud appariva a un passo dalla conclusione (nell’aprile dello stesso anno Pechino e Tokyo avevano raggiunto un’intesa preliminare in tema di scambio di yen e buoni del Tesoro), le successive dispute per le isole hanno reso impraticabili entrambi gli obiettivi. A distanza di tre anni è stato a malapena completato il negoziato bilaterale tra Cina e Corea del Sud. Gli Stati Uniti temono fortemente il Northeast Asian Fta perché questo, includendo Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Macao e Taiwan, diventerebbe con circa 20 mila miliardi di dollari di pil complessivo la terza area economica del mondo. Non soltanto. In futuro potrebbe inglobare anche l’area di libero scambio del Sud-Est asiatico e creare così un gigante da oltre 30 mila miliardi di dollari, l’economia più grande del globo. Se poi si unissero anche l’India, le cinque repubbliche dell’Asia Centrale e il Medio Oriente, raggiungerebbe i 50 mila miliardi di dollari di pil, più dell’Unione Europea e del Nafta messe insieme. Come accaduto al dollaro in Nord America e successivamente nel mondo, lo yuan diventerebbe la valuta utilizzata nelle transazioni di un immenso mercato comune.
L’internazionalizzazione del renminbi non avrebbe un significato esclusivamente monetario. Rappresenterebbe anche il volano della politica delle vie della seta che condurrebbe alla tripartizione tra dollaro, euro e yuan del primato valutario globale e alla divisione del mondo in tre blocchi commerciali. Gli americani ne sono perfettamente consapevoli e per questo hanno premuto su Giappone e Filippine affinché si scontrassero con la Cina. Del resto se il dollaro coprisse appena un terzo degli scambi globali, come potrebbero gli Usa mantenere la loro supremazia monetaria? Ancor più importante, come può una nazione priva di un’economia reale restare leader mondiale se perde l’egemonia monetaria? Per capire cosa sta succedendo dobbiamo riconoscere che dietro le recenti difficoltà della Repubblica Popolare si cela la longa manus di Washington, abituata a pensare nel lungo periodo e ora impegnata a disinnescare l’insidia cinese. È questa la principale ragione del perno asiatico, il cui vero obiettivo non è creare un pacifico equilibrio tra la Cina e le potenze locali, quanto stroncare sul nascere le nostre ambizioni.
III. SOLDATI AMERICANI COMBATTONO IN NOME DEL DOLLARO
La guerra irachena e la valuta utilizzata nella vendita del petrolio
Tutti concordano nel sostenere che il potere a stelle e strisce si regge su tre pilastri: denaro, tecnologia e forze armate. Adesso però possiamo affermare che i pilastri sono soltanto quello monetario e quello militare, con il Pentagono impegnato a sostenere il dollaro. Fare la guerra è assai dispendioso, ma gli Stati Uniti sono in grado di guadagnare denaro combattendo, indipendentemente dalle dolorose sconfitte subite di recente.
Ad esempio: perché hanno invaso l’Iraq? Molti risponderebbero «per il petrolio», ma si sbagliano. Se gli Usa puntavano agli idrocarburi, perché mai dopo l’invasione del paese non hanno ottenuto neanche una goccia di greggio? Perché il prezzo al barile passò tra l’inizio e la fine della guerra da 38 a 149 dollari, gravando sulle tasche dei cittadini statunitensi? La ragione è molto semplice: Iraqi Freedom è stata pensata solo per il biglietto verde. Come ormai sappiamo, per mantenere la supremazia globale la superpotenza ha bisogno che il mondo usi la sua valuta. Per raggiungere tale obiettivo nel 1973 l’amministrazione Nixon si dimostrò scaltra nel costringere l’Arabia Saudita e le principali nazioni dell’Opec a utilizzare il dollaro per la vendita dell’oro nero. E quando gli Stati Uniti attaccano una nazione produttrice di petrolio, il prezzo del greggio schizza in alto e con esso anche la domanda globale della loro divisa. Con la Federal Reserve libera di adottare una politica monetaria espansiva.
C’è anche un’altra ragione per cui George W. Bush volle la guerra. Saddam Hussein non sosteneva al-Qā’ida, né nel paese vi era traccia di armi di distruzione di massa, ma il ra’īs negli anni precedenti aveva peccato di hybris. In particolare, nel 1999 Saddam aveva annunciato l’intenzione di vendere in euro gli idrocarburi iracheni.
Una decisione presto emulata dal presidente russo Vladimir Putin, da quello iraniano Mahmud Ahmadi-Nejad e dal leader venezuelano Hugo Chávez. È proprio questo che irritò gli americani. Non a caso il primo decreto emesso dal governo di Baghdad nel dopo invasione stabiliva che l’esportazione del petrolio sarebbe stata effettuata in dollari.
La guerra in Afghanistan e il surplus nella bilancia dei pagamenti americana
Se il conflitto in Iraq fu ordito per mantenere il primato del dollaro, secondo molti osservatori lo stesso non si può dire della guerra in Afghanistan. Anche perché nel paese dell’Asia centrale non vi sono idrocarburi e la campagna fu lanciata immediatamente dopo l’11 settembre per punire al-Qā‘ida e i taliban. Cominciata circa un mese dopo il crollo delle Torri Gemelle, l’Operazione Enduring Freedom fu realizzata in tutta fretta. Il Pentagono non poté fare altro che attingere agli arsenali nucleari, rimuovendo mille testate atomiche dai missili Cruise e rimpiazzandole con testate convenzionali. Dopo rastrellò altri novecento missili e solo allora poté battere l’Afghanistan. Questa è la riprova che la preparazione era stata assai carente. Dunque perché scatenare la guerra tanto velocemente?
All’alba del XXI secolo gli Stati Uniti erano una nazione industrialmente nulla che per sopravvivere aveva bisogno ogni anno di assorbire dall’estero circa 700 miliardi di dollari. Gli attentati dell’11 settembre avevano guastato il clima per gli investimenti come mai accaduto prima e in circa trenta giorni oltre 300 miliardi di dollari avevano lasciato il paese. Il nocciolo della questione era fin troppo chiaro: se l’America non era in grado di difendere il proprio territorio, come poteva garantire la sicurezza finanziaria degli investitori? La guerra doveva dunque servire a riconquistare la fiducia dei mercati. E Washington centrò agilmente l’obiettivo.
Quando i primi missili Cruise colpirono Kabul, l’indice Dow Jones guadagnò 600 punti in un solo giorno e al termine dell’invasione circa 400 miliardi di dollari fecero ritorno negli Stati Uniti.
Perché le portaerei saranno sostituite da sistemi globali di attacco rapido
Molti cultori della storia della Marina da guerra si aspettano grandi cose dalla portaerei cinese Liaoning, giacché una grande nazione deve necessariamente possederne almeno una. Tuttavia l’economia globale è sempre più incentrata sulla tecnologia finanziaria e la rilevanza delle portaerei appare in netto declino. L’impero britannico, che al suo apogeo vendeva manufatti in cambio di risorse naturali, necessitava di una Marina potente che garantisse la sicurezza del commercio globale e mantenesse praticabili le vie marittime. Lo sviluppo delle portaerei ottemperava perfettamente a questa funzione. Allora il motto era «la logistica è sovrana» e controllare il commercio via mare significava decidere della ricchezza globale. Oggi però viviamo in un’era in cui a regnare sovrano è il denaro. Centinaia, se non addirittura migliaia di miliardi di capitale si spostano da un luogo all’altro in pochi secondi con la semplice pressione di un tasto del computer. La portaerei che solca gli oceani può dominare la logistica, ma priva della stessa velocità, non è in grado di controllare i trasferimenti di valuta. Come fare dunque per stare al passo con la direzione, la grandezza e la velocità di tali flussi alimentati da Internet? Gli americani stanno sviluppando un sistema globale di attacco rapido che, dotato di testate balistiche e caccia supersonici cinque o dieci volte più veloci di un missile Cruise, può colpire qualsiasi luogo in cui si concentrano gli investimenti. Il Pentagono sostiene di poter realizzare in meno di 28 minuti un attacco militare in qualsiasi parte del mondo. E appena un missile Usa centra l’obiettivo scatta puntuale la fuga di capitali. Ecco perché i sistemi globali di attacco rapido sono destinati a sostituire le portaerei. Certo, le piattaforme marittime continueranno a proteggere il transito commerciale e a condurre missioni umanitarie, ma in futuro un armamento sarà valido solo se in grado di incidere sui flussi di denaro.
IV. LA AIRSEA BATTLE: IL NODO GORDIANO DEGLI AMERICANI
Nel tentativo di escogitare il sistema più efficace per contrastare la Cina, di recente il Pentagono ha coniato il concetto di AirSea battle, che a mio parere rappresenta un ineludibile dilemma. Annunciata al summit dell’Aeronautica e della Marina Usa del 2010, tale strategia palesa l’attuale declino delle Forze armate statunitensi. In precedenza la superpotenza era certa che un attacco condotto simultaneamente dal cielo e dal mare contro la Repubblica Popolare l’avrebbe posta in una posizione favorevole. Ciò nonostante, circa quattro anni più tardi la AirSea battle ha già cambiato nome per trasformarsi in «concetto di comune coinvolgimento globale e di mobilità congiunta». Ora Washington afferma che i due rivali non si faranno la guerra per almeno dieci anni, anche perché studi recenti dedicati allo sviluppo delle Forze armate cinesi hanno dimostrato che le attuali capacità militari degli Stati Uniti non bastano per annullare i vantaggi acquisiti da Pechino nella distruzione dei sistemi spaziali e nell’attacco alle portaerei. Sicché in questa fase il Pentagono si sta industriando per realizzare un sistema di combattimento maggiormente sofisticato, che renda possibile un conflitto armato nel decennio successivo. Uno scenario che potrebbe non avverarsi e che non vorremmo affrontare, ma al quale dobbiamo comunque prepararci, sia sul piano economico che militare.
V. IL SIGNIFICATO STRATEGICO DELLE VIE DELLA SETA
Occupiamoci della passione degli americani per lo sport. Il pugilato in particolare riflette l’idea di forza che hanno: attacco frontale, colpi diretti, movimenti chiari, il knockout che sancisce la vittoria. Al contrario i cinesi, che apprezzano le sfumature e la sinuosità, non puntano a stendere l’avversario, quanto a comprenderne e ad annullarne le mosse. Nella Repubblica Popolare si pratica il taiji, un’arte nettamente superiore alla boxe. Il modello delle vie della seta riflette questo approccio.
Storicamente è l’ascesa delle grandi potenze a innescare la globalizzazione: un processo discontinuo, legato a doppio filo all’epopea del soggetto geopolitico dominante. E se con l’impero romano o con quello Qin la globalizzazione mantenne un’estensione regionale, fu con la Gran Bretagna che raggiunse dimensioni realmente universali. Gli Stati Uniti, che si sono sostituiti al Regno Unito, hanno invece realizzato la globalizzazione del dollaro, così le vie della seta, piuttosto che segnalare l’integrazione della Cina in un sistema straniero, rappresenta la fase iniziale di un analogo processo indipendente. Presto il dollaro andrà in declino e la Repubblica Popolare, in quanto grande potenza, soppianterà l’egemone con un suo peculiare modello.
Quella delle vie della seta è di gran lunga la migliore strategia securitaria che Pechino possa adottare contro il ribilanciamento verso Oriente perseguito dal Pentagono.
Qualcuno potrà obiettare che solitamente il contenimento di un rivale si fa nella sua stessa direzione, ma il modo più efficace per rispondere al perno asiatico è andare nella direzione opposta. Ovvero muoversi verso Occidente. Non per evitare il confronto, né per paura. Quanto per allentare la pressione esercitata su di noi a Oriente. Le vie della seta rappresentano un progetto composto da priorità diverse. Dal momento che la nostra Marina è ancora debole, dobbiamo competere via terra, con il continente come prima direzione d’attacco e i mari come traiettoria secondaria. In tale contesto l’Esercito cinese, che all’interno del territorio nazionale è di fatto invincibile, ricoprirà un ruolo cruciale e nostro obiettivo primario sarà espanderne le capacità di proiezione all’estero.
L’anno scorso ho affrontato questo argomento al Global Times Forum. Ho spiegato che nello scegliere la Cina come avversario, l’America ha commesso un grave errore. Soprattutto perché, in vista del futuro, il suo rivale è se stessa e finirà per autodistruggersi. Non comprende che il capitalismo finanziario è declinante e che, privilegiando l’economia virtuale, ne ha già drenato i benefici. Inoltre l’innovazione scientifica e tecnologica, nel cui ambito la Silicon Valley rimane l’indiscusso leader mondiale, spingerà all’estremo innovazioni come Internet, big data, cloud che, assumendo vita propria, si trasformeranno nei principali oppositori del capitalismo finanziario e annienteranno la superpotenza.
Alcuni segnali sono già visibili. Ad esempio, l’11 novembre 2014, il giorno che in Cina corrisponde a San Valentino, lo shopping online su Alibaba’s Taobao ha toccato i 50,7 miliardi di yuan, mentre negli Stati Uniti nei tre giorni successivi alla festa del ringraziamento si sono registrate vendite online e di persona per un totale di 40,7 miliardi di yuan. Uno scarto significativo, ottenuto senza tenere conto di siti quali Netease, Tencent, Jingdong, o degli incassi dei centri commerciali. È fin troppo chiaro che una nuova era è iniziata e che alla Casa Bianca non ne sono consapevoli.
Peraltro, su Alibaba tutti gli acquisti sono stati effettuati attraverso il sistema di pagamento diretto Alipay: di fatto la moneta è già stata estromessa dalle transazioni.
Che succederà agli Usa, un impero costruito sulla valuta, se il dollaro diventa inutile?
È questa la domanda che dovrebbero porsi i nostri interlocutori.
Anche la stampante 3D rappresenta una svolta e causerà una rivoluzione nel settore industriale. E se il commercio e i sistemi di produzione si stanno evolvendo, anche il mondo è destinato a cambiare radicalmente. La storia dimostra che solo le innovazioni determinano un reale mutamento. Fu ai tempi dell’imperatore Qin che il popolo cinese, guidato da Chen Sheng e Wu Guang, cominciò a ribellarsi e in duemila anni di storia si sono registrate decine di rivolte. Ma benché questi movimenti abbiano prodotto numerosi cambi di regime, non sono riusciti a trasformare la natura della società rurale, né i sistemi di produzione o il modo di commerciare. Lo stesso è accaduto in Occidente con Napoleone, che pur conducendo la Francia a conquistare l’Europa, una volta sconfitto a Waterloo non poté impedire il ripristino dell’ancien régime e della società feudale. Al contrario la rivoluzione industriale, innescata dall’invenzione del motore a vapore, sconvolse il mondo provocando un aumento della produzione, un surplus di manufatti e con questi l’avvento del capitale e dei capitalisti.
Oggi proprio con il tramonto delle valute materiali e l’emergere della stampante 3D l’umanità appare prossima a entrare in una nuova era. Washington e Pechino partono pressoché alla pari in tema di Internet, big data e cloud. Il punto è stabilire chi saprà muoversi meglio in questa nuova fase storica, anziché prevedere chi riuscirà a sopraffare l’altro. Poiché il suo principale nemico è se stessa, l’America ha individuato nella Cina il rivale sbagliato. Eppure non comprende l’errore. È troppo bramosa di mantenere la propria solitaria leadership e non ha intenzione di condividere la governance mondiale con le altre nazioni. Mentre affrontare insieme questa nuova epoca, piena di incognite e di barriere sconosciute, appare del tutto necessario.
(traduzione di Dario Fabbri)
Fonte
Per questo la maggior parte delle “spiegazioni” addotte dagli analisti e dai giornalisti occidentale alla tripla svalutazione dello yuan – e alle altre che potrebbero seguire – appaiono un clamoroso scambio tra ciò che si è abituati a fare qui (arsenale argomentativo compreso) e quello che invece avviene in base ad un modo di ragionare che ci appare incomprensibile. Per manifesta ignoranza occidentale.
Nei giorni scorsi la rivista Limes, il miglior esempio di analisi geostrategica “italiana” che ci sia in commercio, ha pubblicato un intervento del generale Quiao Liang, famoso qui da noi per un eccellente saggio (Guerra senza limiti) sulla novità teorica principale in campo militare, la guerra asimmetrica.
Il ragionamento svolto qui, però, affronta un'altra novità strategico-militare dei tempi moderni: la finanza conta oggi più delle portaerei e quasi sempre le sostituisce. Deve quindi avventurarsi in campo economico finanziario con una logica strategica e coglie sicuramente il punto fondamentale: dal 1971 ad oggi gli Stati Uniti hanno controllato il mondo manovrando gli strumenti monetari e finanziari, mentre le guerre locali che hanno combattuto sono servite soprattutto ad assicurare la credibilità del Pentagono come “sottostante” della moneta. Detto altrimenti: il mondo è costretto o convinto ad accettare dollari dal valore reale imperscrutabile perché la solidità degli Stati Uniti è garantita dalla loro forza militare e dal sistema finanziario sotto il loro relativo controllo.
Non è una tesi particolarmente originale (vedi anche Gianfranco Bellini, La bolla del dollaro, Odradek Edizioni), e molto spesso il generale forza l'interpretazione di alcuni episodi della storia del dopoguerra per convalidarne la potenza euristica. A volte sembra considerare la capacità di manovrare il valore del dollaro come l'unico motore di crisi e rivolgimenti globali, senza calcolare l'oggettività delle dinamiche complessive del capitalismo. Comprensibile, per una mente militare, che è obbligata a ragionare in termini di strategie consapevoli, di soggettività organizzata per raggiungere obiettivi. Anche a costo di perdere di vista la natura impersonale dei rapporti capitalistici di produzione e scambio.
Ma è una tesi sostanzialmente esatta. Il principale modo in cui gli Usa hanno tentato di governare le crisi e rinsaldare la propria egemonia – declinante per quanto riguarda la potenza produttiva e ormai anche per quanto concerne la superiorità tecnologica – è stato proprio l'uso del dollaro, la manovra dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, oltre ad alcune iniziative militari e/o diplomatiche (con relativa “guerra dell'informazione”, ça va sans dire).
Il ciclo illustrato da Quiao Liang è concettualmente semplice, anche se inverato da strumentazione monetaria e finanziaria di complessità inquantificabile: dieci anni di dollaro debole, in cui i capitali finanziari si spargono per il mondo, facendo emergere o resuscitare economie arretrate grazie alla disponibilità illimitata degli investimenti a basso tasso di interesse, seguiti da sei anni di dollaro forte, in cui quei capitali rientrano nel circuito statunitense, facendo crollare le economie che hanno abbandonato. Gli effetti di una guerra, anche senza la guerra (che poi magari scoppia all'interno dell'area in crisi, per conflittualità endogene riattizzate dalla crisi).
Una distruzione di energie e capacità produttive che appare insensata solo a chi non ne comprende la necessità all'interno della crescita capitalistica, orientata al profitto, non alla soddisfazione dei bisogni o al pieno sviluppo di un'economia equilibrata.
Al termine dei sei anni di distruzione, infatti, ecco che quei capitali hanno davanti un pezzo di mondo disponibile a farsi comprare e rivitalizzare a prezzi stracciati. E, con il dollaro di nuovo debole, e con i tassi di interesse di nuovo vicini allo zero, quei capitali fanno incetta di ottime occasioni.
Quiao Liang non ne parla, per ovvii motivi, ma il meccanismo che illustra è straordinariamente simile a quello interno all'Unione Europea, anche se con una tempistica molto diversa e soprattutto all'interno della stessa area monetaria. Nella Ue, infatti, la dinamica del dollaro (forte/debole) è sostituita da quella del debito, proprio perché non ci sono differenze temporali di valore tra monete diverse. A una periodo di credito facile verso paesi “deboli” per struttura e capacità produttiva, ha fatto seguito un periodo di austerità, in cui la “restituzione del debito” deve avvenire anche a costo di strangolare la capacità produttiva del paese indebitato. La deflazione salariale che ne segue crea le condizioni favorevoli al ritorno dei capitali mutinazionali, così come le privatizzazioni e liberalizzazioni mettono a disposizione asset interessanti a prezzi stracciati. Basta un solo esempio: quello dei 14 aeroporti turistici greci che stanno per essere comprati da Fraport, società privata tedesca che gestisce l'hub di Francoforte. Ma anche l'Italia fornisce innumerevoli esempi di svendita del patrimonio industriale. Gli effetti di una guerra, senza che stia stato sparato un solo colpo.
Tornando a Quiao Liang, questo “ciclo” è stato a suo avviso perturbato in due occasioni. Con l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e dalle “contromosse” cinesi di questi ultimi anni, fino alla definizione delle “vie della seta” come alternativa strategica – anche “quasi militare” – alla parossistica tendenza alla guerra che costituisce il dna dell'egemonia globale Usa. Non viene detto, ma è una conseguenza logica: tutto si basa sulla scommessa che sia possibile erodere la centralità del dollaro – quindi dell'egemonia Usa – prima o senza che gli Stati Uniti portino il pianeta a una guerra “senza limiti”.
Obiettivo possibile? Dipende. In fondo la “mutua distruzione assicurata” garantita dagli arsenali nucleari ha reso impraticabile la guerra tra superpotenze per sette decenni (al prezzo delle cento guerre “per procura” combattute direttamente o indirettamente in tutti gli angoli del mondo).
In più, oggi, c'è la novità strategica che la finanza conta più delle portaerei. I cinesi stanno costruendo la loro prima portaerei, ma non ci fanno sopra affidamento strategico. Sulla finanza, invece...
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Qiao LIANG
I. LA CONGIUNTURA GEOPOLITICA CINESE E IL CICLO DEL DOLLARO
Per la prima volta nella storia, la nascita di un impero finanziario
Esistono certamente compagni, esperti di finanza, che meglio di me potrebbero parlare di economia. Tuttavia io ho intenzione di affrontare il tema da un punto di vista meramente strategico. Iniziamo dal principio. Con l’obiettivo di appropriarsi della leadership geopolitica e valutaria della Gran Bretagna, nel luglio del 1944 gli Stati Uniti promossero la nascita di tre sistemi globali: uno eminentemente politico, le Nazioni Unite; un altro commerciale, il Gatt (successivamente trasformato nel Wto); e uno monetario e finanziario, il sistema di Bretton Woods. Allora proposero ai paesi del globo di agganciare le varie monete nazionali al dollaro che, a sua volta, sarebbe stato agganciato all’oro con un prezzo fisso di convertibilità di 35 dollari per oncia.
Nel tempo il modello di Bretton Woods realizzò la leadership del biglietto verde, ma proprio la commutabilità aurea, che impediva di stampare valuta ad libitum, riduceva il margine di manovra della Federal Reserve. Peraltro, dopo la seconda guerra mondiale la superpotenza decise scioccamente di partecipare alla guerra di Corea e a quella del Vietnam, conflitti finanziariamente assai dispendiosi. In particolare quello vietnamita, che costò all’erario circa 800 miliardi di dollari. Così se nel 1944 gli Stati Uniti possedevano circa l’80% delle riserve auree mondiali, nell’agosto del 1971 queste erano scese a circa 880 tonnellate e i guai stavano per cominciare. Anche a causa delle manovre di alcuni leader internazionali. Come Charles de Gaulle che, sospettoso della tenuta della divisa Usa, ordinò al ministero delle Finanze e alla Banca centrale francesi di convertire in oro l’intero portfolio da circa 2,3 miliardi di dollari. Molte nazioni emularono l’affondo di de Gaulle spingendo Washington a un passo dal collasso.
Per questo il 15 agosto il presidente Richard Nixon annunciò la fine del sistema aureo. Terminavano gli accordi di Bretton Woods e non era chiaro cosa sarebbe successo. Dopo essere stato usato come moneta di scambio e di riserva per quasi trent’anni, ora il dollaro non era più agganciato all’oro. Come misurare il valore delle merci negli scambi bilaterali? Come fidarsi delle altre valute? Molte nazioni sembravano spaesate. Tra queste Unione Sovietica e Cina, che si rifiutarono di riconoscere le rispettive monete e continuarono a usare il dollaro per i loro commerci.
Un’inerzia globale che nell’ottobre del 1973 consentì agli americani di imporre la propria volontà ai membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec): da quel momento la vendita di greggio sarebbe stata effettuata in dollari.
Abbandonato l’oro, la Casa Bianca aveva agganciato la valuta nazionale alla risorsa energetica strategica per eccellenza. Era una mossa tanto semplice quanto razionale: giacché ogni nazione necessita di energia e dunque di petrolio, da quel momento non avrebbe potuto fare a meno del dollaro. Tramontato il sistema aureo, era quella un’altra svolta nella storia monetaria del globo, benché all’epoca se ne accorgessero in pochi. Ancora oggi molti economisti ed esperti di finanza non comprendono che l’evento più rilevante del XX secolo non è stato né la seconda guerra mondiale, né il crollo dell’Unione Sovietica, bensì proprio l’abbandono del gold standard. Nasceva allora l’impero finanziario statunitense che avrebbe attirato al suo interno l’intera umanità.
Per la prima volta, sostrato di una valuta non era più un metallo prezioso, ma la credibilità del governo Usa che se ne sarebbe servito per accrescere la propria influenza e sottrarre ricchezza al resto del mondo. Nel corso dei secoli gli esseri umani hanno realizzato profitti in molti modi – dalla manipolazione del tasso di cambio all’utilizzo di oro o argento, fino all’appropriazione di beni altrui attraverso la guerra – ma d’ora in poi il dollaro, quale semplice cartamoneta, avrebbe garantito a Washington un rapporto costi-benefici estremamente vantaggioso. Tuttora la diffusione all’estero del biglietto verde permette all’America di mantenere sotto controllo il tasso di inflazione, che altrimenti con la possibilità di creare moneta in quantità illimitata raggiungerebbe livelli pericolosi. A questa si aggiunge la frugalità della Federal Reserve, che in cento anni di storia – tra il 1913 e il 2013 – ha stampato «appena» 10 mila miliardi di dollari, proprio per limitarne il deprezzamento.
A partire dal 1954, da quando cioè ha coniato la nuova divisa, la Banca centrale cinese ha emesso invece 120 mila miliardi di yuan, che se convertiti in dollari a un tasso di cambio del 6,2 equivalgono a 20 mila miliardi. Non una grandezza esagerata.
Pechino incamera un gigantesco volume di dollari che, a causa dei controlli sul mercato valutario, non possono circolare sul territorio nazionale ed è dunque costretta a stampare una somma di renminbi corrispondente a quella della divisa estera. In futuro però, dopo aver ottenuto il profitto desiderato, gli investimenti stranieri potrebbero volatilizzarsi, lasciando in circolazione una quantità sproporzionata di yuan. Già adesso Pechino ammette che sul territorio nazionale è presente gran parte dei 120 mila miliardi di renminbi stampati. Ecco perché è necessario occuparsi della questione successiva: l’internazionalizzazione della nostra moneta.
La relazione tra il ciclo del dollaro e l’economia mondiale
Con la diffusione globale del dollaro la superpotenza s’è liberata dell’inflazione. Visto che produrre un grande volume di denaro ne causerebbe la perniciosa svalutazione, essa emette buoni del Tesoro per spingerlo fuori dal paese. E quando questo rientra in patria attraverso la vendita del debito inizia un gioco diverso, con gli americani che da una parte producono moneta e dall’altra ottengono prestiti. In sintesi: fanno soldi con i soldi. Ma se è più semplice arricchirsi con la finanza piuttosto che con l’economia reale, chi è disposto a lavorare duramente in industrie dal basso valore aggiunto? Dopo il 15 agosto 1971 gli Stati Uniti hanno gradualmente abbandonato l’economia reale in favore di quella virtuale e sono diventati una nazione vuota. Nel frattempo il pil Usa ha raggiunto i 18 mila miliardi di dollari, ma la componente dell’economia reale non supera i 5 mila miliardi.
Con l’emissione di bond un enorme volume di dollari circolante all’estero torna nei tre cruciali mercati statunitensi: quello azionario, quello dei futures e quello del debito. Il flusso di moneta in entrata e in uscita produce profitti e fa dell’America un impero valutario, oltre che il centro del sistema finanziario globale. Molti pensavano che con il declino dell’impero britannico si fosse conclusa l’esperienza colonialista, ma gli Usa utilizzano il dollaro proprio come malcelato strumento di espansione, controllando le altre economie e trasformandole in colonie. Esistono numerose nazioni – tra queste la Cina – che, seppur sovrane e indipendenti, dotate di una costituzione e di un governo, non riescono ad affrancarsi dal dominio del biglietto verde. La taglia della loro economia è comunque espressa in dollari e parte della loro ricchezza si trasferisce negli Stati Uniti attraverso il commercio e il flusso di valuta.
Possiamo comprendere il fenomeno attraverso lo studio del tasso di cambio del dollaro registrato negli ultimi quarant’anni. Nel 1971 lo sganciamento dall’oro consentì alla Federal Reserve di stampare liberamente moneta, così la circolazione del dollaro aumentò e il tasso di cambio rimase basso fino alla fine degli anni Settanta. Una dinamica senz’altro positiva per l’economia mondiale, poiché una maggiore disponibilità di dollari si tradusse in un aumento del flusso di capitali.
Invece di restare in loco, gran parte del denaro si riversò all’estero. Soprattutto in America Latina, dove stimolò gli investimenti e produsse crescita. Fino al 1979, quando la Fed chiuse i rubinetti: il dollaro si rafforzò e la liquidità si ridusse notevolmente, tanto in patria quanto nel resto del globo. In America Latina gli investimenti diminuirono, la disponibilità finanziaria si esaurì e l’economia entrò in crisi.
Nel continente sudamericano ogni nazione provò a escogitare un sistema per mettersi in salvo. Anche l’Argentina, che negli anni Settanta era divenuta, in termini di reddito pro capite, un’economia sviluppata, ma che con lo scoppio della crisi era stata la prima nazione a scivolare in recessione. Giunto al potere in seguito a un colpo di Stato, il generale Leopoldo Galtieri, a totale digiuno di economia, pensò di risolvere la situazione con la guerra. Mise gli occhi sulle isole Malvine, un arcipelago posto a 600 chilometri dalle coste argentine e che da quasi duecento anni con il nome di Falkland Islands appartiene alla corona britannica. Deciso ad appropriarsi delle isole, Galtieri volle interpellare sul tema l’egemone continentale. Nel 1982 alcuni collaboratori del generale si incontrarono a Washington con il presidente Ronald Reagan che, pur consapevole dell’incombenza della guerra, si limitò a definire la questione un affare tra argentini e britannici. «Rimaniamo neutrali», annunciò.
Galtieri interpretò l’ambiguità di Reagan come acquiescenza e poco tempo dopo lanciò la campagna delle Malvine che condusse alla veloce occupazione delle isole. Il popolo argentino festeggiò l’evento quasi fosse carnevale, ma la mancata accettazione del fait accompli da parte del primo ministro britannico Margaret Thatcher costrinse il presidente americano a schierarsi. Reagan si tolse la maschera e condannò duramente l’aggressione argentina, mentre Londra inviava nell’Atlantico meridionale la propria flotta che, dopo aver percorso 8 mila miglia marine, riconquistò le Falklands. Nel frattempo il dollaro cominciò ad apprezzarsi e un eccezionale numero di capitali fece ritorno negli Stati Uniti. Lo scoppio della guerra delle Malvine persuase gli investitori internazionali che l’America Latina era in piena crisi e nel continente il clima economico si guastò. La Federal Reserve sfruttò il momento propizio per annunciare un aumento del tasso di interesse che innescò un massiccio trasferimento di capitali dal Sudamerica verso i tre mercati statunitensi (debito, futures, azionario).
L’infusione di denaro generò il primo grande boom borsistico dalla fine del gold standard. Il tasso di cambio del dollaro, che fino ad allora era cresciuto di 60 punti, aumentò in pochi giorni di 120 punti. I mercati Usa non trattennero la nuova liquidità, piuttosto aumentarono i profitti acquistando asset di grande valore proprio in America Latina dove i prezzi erano crollati, saccheggiando ulteriormente le economie locali.
Se nella storia il fenomeno si fosse registrato una sola volta sarebbe da considerarsi una rara coincidenza, ma dato che si ripete con straordinaria puntualità deve trattarsi di un evento artificiale. Eppure al tempo di questo primo ciclo – dieci anni di dollaro debole e sei anni di dollaro forte – gli analisti non ne compresero la scientificità.
Superata la fase acuta della depressione latinoamericana, a partire dal 1986 il tasso di cambio del dollaro cominciò a scendere di nuovo. Neppure le crisi finanziarie giapponese ed europea riuscirono ad arrestarne la picchiata. Fino a che, dieci anni più tardi, la divisa tornò ad apprezzarsi nuovamente. Ancora una volta il «dollaro forte» sarebbe durato circa sei anni.
A metà degli anni Ottanta l’Asia era una regione in grande espansione economica, con le cosiddette quattro Tigri a dominare la scena. Molti credevano che l’inedita prosperità continentale fosse il frutto del duro lavoro, dell’intelligenza e del senso per gli affari della popolazione locale. In realtà a stimolare la crescita era stato l’afflusso dei dollari e appena le economie locali divennero abbastanza prosperose, gli americani pensarono fosse giunto il momento di raccogliere quanto seminato. Così nel 1997, dopo dieci anni di dollaro debole, la Federal Reserve tagliò la disponibilità monetaria, causando un sostanziale apprezzamento della valuta nazionale. Numerose industrie asiatiche furono colpite dall’improvvisa assenza di liquidità e alcune non riuscirono a ricapitalizzarsi: erano i segnali del crollo. A dimostrazione che per causare sconvolgimenti non è necessario fare la guerra, ma può bastare una manovra finanziaria. Specie se l’obiettivo è appropriarsi di capitali altrui. All’epoca centinaia di hedge funds e speculatori del calibro di George Soros, alla guida del Quantum Fund, cominciarono ad attaccare come lupi famelici le economie più deboli della regione (tra queste la Thailandia di cui colpirono duramente la divisa nazionale, il bath). In poco più di una settimana il contagio si estese gradualmente verso sud(coinvolgendo la Malesia, l’Indonesia, le Filippine e Singapore) e verso nord, fino alla Russia. Anche nel caso asiatico gli investitori stabilirono che convenisse abbandonare il continente e mentre la Fed aumentava i tassi d’interesse, trasferirono i loro capitali nei mercati statunitensi, che avrebbero vissuto una nuova stagione rialzista. Come in America Latina, gli Stati Uniti utilizzarono i risparmi accumulati per comprare asset asiatici a prezzi stracciati, mentre le economie locali apparivano devastate. Solo la Cina si salvò.
Ora è il nostro turno
Sei anni più tardi il dollaro tornò debole e, puntuale come la marea, nel 2012 la Federal Reserve ne ha segnalato l’imminente apprezzamento. Nel tempo il trucco è rimasto lo stesso: provocare crisi regionali a scapito delle nazioni indigene. Di recente lo abbiamo visto con l’incidente del Cheŏnan (la nave sudcoreana affondata nel 2010 forse da un missile di P’yŏngyang,n.d.t.); nella disputa per le isole Diaoyu/Senkaku tra Cina e Giappone; e in quella per l’isola Huangyan/Scarborough Shoal tra Cina e Filippine. Ma gli Stati Uniti, che giocavano col fuoco in casa propria, nel 2008 sono stati travolti a loro volta dalla crisi finanziaria. Ne è conseguito un ritardo nel rafforzamento del dollaro, mentre gli scontri per Hungyan e le isole Diaoyu non sembrano aver avuto un rilevante impatto finanziario. Perché tali incidenti sono avvenuti proprio all’inizio del decennale periodo di debolezza della valuta Usa?
Scrutando gli eventi attraverso il prisma del ciclo del dollaro, teso a distruggere le economie antagoniste, possiamo stabilire che è giunto il turno della Cina, da tempo divenuta un magnete per gli investimenti stranieri. La Repubblica Popolare è più di una nazione: la sua economia è grande quanto quella dell’America Latina (in termini di pil lo è perfino di più) ed è pressoché identica a quella dell’intera Asia orientale.
Nell’ultimo decennio l’afflusso di capitali stranieri ha consentito a Pechino di crescere a una velocità sconvolgente e di diventare la seconda economia del mondo.
Nulla di stupefacente dunque se ora l’egemone globale punta a guastarne il successo. Per questo a partire dal 2012 si sono susseguite numerose dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, fino allo scontro nel 2014 tra Cina e Vietnam per la piattaforma petrolifera hd-981 e il costituirsi a Hong Kong del movimento Occupy Central. Quando nel maggio del 2014 accompagnai a Hong Kong il generale Liu Yazhou, commissario politico dell’Università nazionale per la Difesa, la protesta appariva in fermento e sarebbe potuta deflagrare già allora, ma nulla è accaduto almeno fino ad agosto. Cosa aspettavano i manifestanti? Proviamo a confrontare la cronologia di Occupy Central con lo sviluppo di un altro evento: la cadenzata fine del quantitative easing (Qe) decisa dalla Federal Reserve. Per tutta l’estate la Banca centrale ha mantenuto il dollaro debole, rendendo inutile l’inizio delle proteste. Solo l’annunciata fine del Qe nel settembre successivo ha provocato il rafforzamento del biglietto verde e inaugurato Occupy Central.
La contesa per le isole Diaoyu, per Huangyan, per la piattaforma petrolifera hd-981, nonché le proteste a Hong Kong, sono quattro eventi potenzialmente esplosivi. Se anche uno solo di questi deflagrasse, il subcontinente cinese non apparirebbe più appetibile agli investimenti. Uno sviluppo che realizzerebbe la strategia di Washington, per cui quando il dollaro si apprezza una regione del globo deve essere investita dalla crisi. Questa volta però, la superpotenza si è schiantata contro la forza della Repubblica Popolare. I cinesi hanno usato il metodo del taijiquan per sventare ciascuno degli attacchi sferrati nella loro regione, con il risultato che quanto auspicato dagli americani non si è realizzato. La situazione è lontana dal punto di rottura e la Fed non può ancora permettersi di alzare i tassi d’interesse. Eppure, malgrado le difficoltà, gli Stati Uniti non hanno intenzione di rinunciare all’impresa. In simultanea con il sostegno fornito a Occupy Central, hanno cominciato ad agire in altre aree geografiche. A partire dall’Ucraina. All’inizio del 2014 hanno pensato di colpire il paese guidato da Viktor Janukovyč, non certamente un modello di efficienza e trasparenza, perché costituiva un obiettivo facile. Inoltre, un intervento contro Kiev avrebbe arrestato l’avvicinamento in corso tra Unione Europea e Russia e avrebbe influito negativamente sul clima per gli investimenti. Di fatto, come prendere tre piccioni con una fava. Si è verificata così una rivoluzione colorata che si è spinta perfino oltre gli obiettivi dei suoi ideatori. Putin, l’uomo forte di Mosca, ha colto l’occasione per riconquistare la Crimea, ma la mossa è servita agli Stati Uniti per premere sull’Ue e sul Giappone affinché adottassero sanzioni stringenti contro la Russia, colpendo duramente anche l’economia europea.
Qual è il senso dell’offensiva americana? Spesso si tende a interpretare quanto accade soltanto con gli strumenti della geopolitica e non con quelli della finanza. La crisi ucraina ha provocato un netto deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente, mentre le sanzioni contro Mosca hanno rallentato l’afflusso di investimenti verso l’Europa e provocato una massiccia fuga di capitali. Secondo alcuni rilevamenti, negli ultimi mesi più di mille miliardi di dollari avrebbero abbandonato il Vecchio Continente. Tuttavia la duplice offensiva si è dimostrata solo parzialmente efficace.
Impossibilitata a toglierli alla Cina, l’America ha sottratto capitali all’Europa. Questi però si sono diretti soprattutto verso Hong Kong. È evidente che gli investitori non credono nella ripresa statunitense e preferiscono affidarsi al Celeste Impero che, ancorché in frenata, può ancora vantare il più alto tasso di crescita del mondo.
L’anno scorso il governo di Pechino ha poi annunciato una sinergia tra le Borse di Shanghai e Hong Kong e gli investitori globali bramano per profittare della novità. In passato i capitali occidentali non osavano accedere al mercato azionario cinese, a causa dei severi controlli sugli scambi tra monete e della difficoltà ad abbandonare il paese. Ma con la creazione della Shanghai and Hong Kong Markets Communication ora possono investire in entrambi i mercati e ritirarsi quando vogliono. Non a caso, mentre più di mille miliardi di dollari si riversavano su Hong Kong, i manifestanti di Occupy Central si rifiutavano di mollare. Obama intendeva sfruttare fino all’ultimo la sommossa per i suoi scopi.
La dipendenza assoluta degli Stati Uniti dai flussi internazionali di capitali risiede nell’abbandono, avvenuto con la fine del gold standard, della produzione manifatturiera e dell’economia reale. Gli americani considerano «spazzatura» le imprese che producono beni dal basso valore aggiunto (sunset industries) e per questo le hanno gradualmente trasferite nei paesi in via di sviluppo, tra questi la Cina. Se si escludono industrie high-tech come Ibm, Microsoft ed altre, il governo Usa ha favorito l’esodo nel settore finanziario del 70% dei posti di lavoro. Divenuto industrialmente vuoto e privo dell’apporto dell’economia reale, il paese vive esclusivamente di economia virtuale. Riesce a produrre soldi soltanto con i capitali stranieri che accedono ai tre mercati interni e poi utilizza i profitti per spennare il resto del mondo. È questo ormai il suo unico sostentamento: chiamiamolo pure American way of life. La superpotenza ha bisogno di assorbire grandi quantità di capitale per sorreggere l’economia nazionale e mantenere il livello di benessere dei cittadini. Pertanto chiunque cerchi di interrompere il flusso in questione è da considerarsi un nemico strategico. Se non comprendiamo questo non possiamo valutare con lucidità la situazione attuale.
II. A CHI HA ROVINATO LA FESTA LA RAPIDA ASCESA DELLA CINA?
Perché la nascita dell’euro scatenò una guerra?
L’euro nacque il primo gennaio del 1999. Tre mesi più tardi, cominciò la guerra del Kosovo. Molti credettero che gli Stati Uniti e la Nato avessero unito le forze per combattere il regime serbo di Milošević che, con il massacro degli albanesi etnici, stava provocando una tragedia umanitaria. Poi, al termine del conflitto, gli americani ammisero che si era trattato di una campagna realizzata congiuntamente dalla Cia e dai media occidentali per colpire Belgrado. Ma la guerra in Kosovo fu realmente combattuta contro la Jugoslavia? Nei giorni del lancio della moneta unica, gli europei apparivano in preda all’euforia. Tanto da fissare a 1,07 il cambio con il dollaro e da partecipare massicciamente alla campagna dei Balcani. Solo quando, dopo 72 giorni di bombardamenti, il regime di Milošević crollò, a Bruxelles compresero che i conti non tornavano. Durante il conflitto l’euro si era deprezzato del 30%, raggiungendo quota 0,82 dollari. Per questa ragione quattro anni più tardi Francia e Germania si sarebbero veementemente opposte alla guerra in Iraq.
Sebbene molti analisti sostengano che le democrazie occidentali non si combattono fra loro, negli ultimi anni si sono registrate numerose guerre finanziarie ed economiche. Una di queste fu proprio quella del Kosovo, nociva tanto per la Jugoslavia quanto per l’euro. D’altronde con la sua nascita la moneta unica aveva rotto l’idillio del dollaro che prima del 1999 rappresentava l’indiscussa divisa globale, usata per l’80% delle transazioni internazionali (oggi lo è per il 60%). Con 27 mila miliardi di dollari l’Unione Europea era divenuta la regione economica più grande del mondo, maggiore della North American Free Trade Area (24-25 mila miliardi di dollari), ed era inevitabile che l’euro erodesse di almeno un terzo le transazioni effettuate dal dollaro (attualmente il 23% degli scambi mondiali avviene nella moneta unica europea). Quando gli Stati Uniti si accorsero che l’euro minacciava il primato del dollaro era già troppo tardi. Imparata la lezione, adesso intervengono per annientare preventivamente qualsiasi avversario.
Cosa vuole ottenere l’America con il suo ribilanciamento strategico verso l’Asia-Pacifico?
In questa fase la Cina costituisce il principale avversario della superpotenza. Gli scontri del 2012 per le isole Diaoyu e Huangyan non sono altro che gli ultimi tentativi di colpire un potenziale rivale. Entrambi gli eventi sono avvenuti nell’area geopolitica cinese e, nonostante non siano riusciti a innescare una fuga di capitali, hanno comunque raggiunto parzialmente gli obiettivi. Nello specifico hanno nuociuto gravemente al trattato di libero scambio dell’Asia nordorientale (Northeast Asian Fta). Se agli inizi del 2012 il negoziato tra Cina, Giappone e Corea del Sud appariva a un passo dalla conclusione (nell’aprile dello stesso anno Pechino e Tokyo avevano raggiunto un’intesa preliminare in tema di scambio di yen e buoni del Tesoro), le successive dispute per le isole hanno reso impraticabili entrambi gli obiettivi. A distanza di tre anni è stato a malapena completato il negoziato bilaterale tra Cina e Corea del Sud. Gli Stati Uniti temono fortemente il Northeast Asian Fta perché questo, includendo Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Macao e Taiwan, diventerebbe con circa 20 mila miliardi di dollari di pil complessivo la terza area economica del mondo. Non soltanto. In futuro potrebbe inglobare anche l’area di libero scambio del Sud-Est asiatico e creare così un gigante da oltre 30 mila miliardi di dollari, l’economia più grande del globo. Se poi si unissero anche l’India, le cinque repubbliche dell’Asia Centrale e il Medio Oriente, raggiungerebbe i 50 mila miliardi di dollari di pil, più dell’Unione Europea e del Nafta messe insieme. Come accaduto al dollaro in Nord America e successivamente nel mondo, lo yuan diventerebbe la valuta utilizzata nelle transazioni di un immenso mercato comune.
L’internazionalizzazione del renminbi non avrebbe un significato esclusivamente monetario. Rappresenterebbe anche il volano della politica delle vie della seta che condurrebbe alla tripartizione tra dollaro, euro e yuan del primato valutario globale e alla divisione del mondo in tre blocchi commerciali. Gli americani ne sono perfettamente consapevoli e per questo hanno premuto su Giappone e Filippine affinché si scontrassero con la Cina. Del resto se il dollaro coprisse appena un terzo degli scambi globali, come potrebbero gli Usa mantenere la loro supremazia monetaria? Ancor più importante, come può una nazione priva di un’economia reale restare leader mondiale se perde l’egemonia monetaria? Per capire cosa sta succedendo dobbiamo riconoscere che dietro le recenti difficoltà della Repubblica Popolare si cela la longa manus di Washington, abituata a pensare nel lungo periodo e ora impegnata a disinnescare l’insidia cinese. È questa la principale ragione del perno asiatico, il cui vero obiettivo non è creare un pacifico equilibrio tra la Cina e le potenze locali, quanto stroncare sul nascere le nostre ambizioni.
III. SOLDATI AMERICANI COMBATTONO IN NOME DEL DOLLARO
La guerra irachena e la valuta utilizzata nella vendita del petrolio
Tutti concordano nel sostenere che il potere a stelle e strisce si regge su tre pilastri: denaro, tecnologia e forze armate. Adesso però possiamo affermare che i pilastri sono soltanto quello monetario e quello militare, con il Pentagono impegnato a sostenere il dollaro. Fare la guerra è assai dispendioso, ma gli Stati Uniti sono in grado di guadagnare denaro combattendo, indipendentemente dalle dolorose sconfitte subite di recente.
Ad esempio: perché hanno invaso l’Iraq? Molti risponderebbero «per il petrolio», ma si sbagliano. Se gli Usa puntavano agli idrocarburi, perché mai dopo l’invasione del paese non hanno ottenuto neanche una goccia di greggio? Perché il prezzo al barile passò tra l’inizio e la fine della guerra da 38 a 149 dollari, gravando sulle tasche dei cittadini statunitensi? La ragione è molto semplice: Iraqi Freedom è stata pensata solo per il biglietto verde. Come ormai sappiamo, per mantenere la supremazia globale la superpotenza ha bisogno che il mondo usi la sua valuta. Per raggiungere tale obiettivo nel 1973 l’amministrazione Nixon si dimostrò scaltra nel costringere l’Arabia Saudita e le principali nazioni dell’Opec a utilizzare il dollaro per la vendita dell’oro nero. E quando gli Stati Uniti attaccano una nazione produttrice di petrolio, il prezzo del greggio schizza in alto e con esso anche la domanda globale della loro divisa. Con la Federal Reserve libera di adottare una politica monetaria espansiva.
C’è anche un’altra ragione per cui George W. Bush volle la guerra. Saddam Hussein non sosteneva al-Qā’ida, né nel paese vi era traccia di armi di distruzione di massa, ma il ra’īs negli anni precedenti aveva peccato di hybris. In particolare, nel 1999 Saddam aveva annunciato l’intenzione di vendere in euro gli idrocarburi iracheni.
Una decisione presto emulata dal presidente russo Vladimir Putin, da quello iraniano Mahmud Ahmadi-Nejad e dal leader venezuelano Hugo Chávez. È proprio questo che irritò gli americani. Non a caso il primo decreto emesso dal governo di Baghdad nel dopo invasione stabiliva che l’esportazione del petrolio sarebbe stata effettuata in dollari.
La guerra in Afghanistan e il surplus nella bilancia dei pagamenti americana
Se il conflitto in Iraq fu ordito per mantenere il primato del dollaro, secondo molti osservatori lo stesso non si può dire della guerra in Afghanistan. Anche perché nel paese dell’Asia centrale non vi sono idrocarburi e la campagna fu lanciata immediatamente dopo l’11 settembre per punire al-Qā‘ida e i taliban. Cominciata circa un mese dopo il crollo delle Torri Gemelle, l’Operazione Enduring Freedom fu realizzata in tutta fretta. Il Pentagono non poté fare altro che attingere agli arsenali nucleari, rimuovendo mille testate atomiche dai missili Cruise e rimpiazzandole con testate convenzionali. Dopo rastrellò altri novecento missili e solo allora poté battere l’Afghanistan. Questa è la riprova che la preparazione era stata assai carente. Dunque perché scatenare la guerra tanto velocemente?
All’alba del XXI secolo gli Stati Uniti erano una nazione industrialmente nulla che per sopravvivere aveva bisogno ogni anno di assorbire dall’estero circa 700 miliardi di dollari. Gli attentati dell’11 settembre avevano guastato il clima per gli investimenti come mai accaduto prima e in circa trenta giorni oltre 300 miliardi di dollari avevano lasciato il paese. Il nocciolo della questione era fin troppo chiaro: se l’America non era in grado di difendere il proprio territorio, come poteva garantire la sicurezza finanziaria degli investitori? La guerra doveva dunque servire a riconquistare la fiducia dei mercati. E Washington centrò agilmente l’obiettivo.
Quando i primi missili Cruise colpirono Kabul, l’indice Dow Jones guadagnò 600 punti in un solo giorno e al termine dell’invasione circa 400 miliardi di dollari fecero ritorno negli Stati Uniti.
Perché le portaerei saranno sostituite da sistemi globali di attacco rapido
Molti cultori della storia della Marina da guerra si aspettano grandi cose dalla portaerei cinese Liaoning, giacché una grande nazione deve necessariamente possederne almeno una. Tuttavia l’economia globale è sempre più incentrata sulla tecnologia finanziaria e la rilevanza delle portaerei appare in netto declino. L’impero britannico, che al suo apogeo vendeva manufatti in cambio di risorse naturali, necessitava di una Marina potente che garantisse la sicurezza del commercio globale e mantenesse praticabili le vie marittime. Lo sviluppo delle portaerei ottemperava perfettamente a questa funzione. Allora il motto era «la logistica è sovrana» e controllare il commercio via mare significava decidere della ricchezza globale. Oggi però viviamo in un’era in cui a regnare sovrano è il denaro. Centinaia, se non addirittura migliaia di miliardi di capitale si spostano da un luogo all’altro in pochi secondi con la semplice pressione di un tasto del computer. La portaerei che solca gli oceani può dominare la logistica, ma priva della stessa velocità, non è in grado di controllare i trasferimenti di valuta. Come fare dunque per stare al passo con la direzione, la grandezza e la velocità di tali flussi alimentati da Internet? Gli americani stanno sviluppando un sistema globale di attacco rapido che, dotato di testate balistiche e caccia supersonici cinque o dieci volte più veloci di un missile Cruise, può colpire qualsiasi luogo in cui si concentrano gli investimenti. Il Pentagono sostiene di poter realizzare in meno di 28 minuti un attacco militare in qualsiasi parte del mondo. E appena un missile Usa centra l’obiettivo scatta puntuale la fuga di capitali. Ecco perché i sistemi globali di attacco rapido sono destinati a sostituire le portaerei. Certo, le piattaforme marittime continueranno a proteggere il transito commerciale e a condurre missioni umanitarie, ma in futuro un armamento sarà valido solo se in grado di incidere sui flussi di denaro.
IV. LA AIRSEA BATTLE: IL NODO GORDIANO DEGLI AMERICANI
Nel tentativo di escogitare il sistema più efficace per contrastare la Cina, di recente il Pentagono ha coniato il concetto di AirSea battle, che a mio parere rappresenta un ineludibile dilemma. Annunciata al summit dell’Aeronautica e della Marina Usa del 2010, tale strategia palesa l’attuale declino delle Forze armate statunitensi. In precedenza la superpotenza era certa che un attacco condotto simultaneamente dal cielo e dal mare contro la Repubblica Popolare l’avrebbe posta in una posizione favorevole. Ciò nonostante, circa quattro anni più tardi la AirSea battle ha già cambiato nome per trasformarsi in «concetto di comune coinvolgimento globale e di mobilità congiunta». Ora Washington afferma che i due rivali non si faranno la guerra per almeno dieci anni, anche perché studi recenti dedicati allo sviluppo delle Forze armate cinesi hanno dimostrato che le attuali capacità militari degli Stati Uniti non bastano per annullare i vantaggi acquisiti da Pechino nella distruzione dei sistemi spaziali e nell’attacco alle portaerei. Sicché in questa fase il Pentagono si sta industriando per realizzare un sistema di combattimento maggiormente sofisticato, che renda possibile un conflitto armato nel decennio successivo. Uno scenario che potrebbe non avverarsi e che non vorremmo affrontare, ma al quale dobbiamo comunque prepararci, sia sul piano economico che militare.
V. IL SIGNIFICATO STRATEGICO DELLE VIE DELLA SETA
Occupiamoci della passione degli americani per lo sport. Il pugilato in particolare riflette l’idea di forza che hanno: attacco frontale, colpi diretti, movimenti chiari, il knockout che sancisce la vittoria. Al contrario i cinesi, che apprezzano le sfumature e la sinuosità, non puntano a stendere l’avversario, quanto a comprenderne e ad annullarne le mosse. Nella Repubblica Popolare si pratica il taiji, un’arte nettamente superiore alla boxe. Il modello delle vie della seta riflette questo approccio.
Storicamente è l’ascesa delle grandi potenze a innescare la globalizzazione: un processo discontinuo, legato a doppio filo all’epopea del soggetto geopolitico dominante. E se con l’impero romano o con quello Qin la globalizzazione mantenne un’estensione regionale, fu con la Gran Bretagna che raggiunse dimensioni realmente universali. Gli Stati Uniti, che si sono sostituiti al Regno Unito, hanno invece realizzato la globalizzazione del dollaro, così le vie della seta, piuttosto che segnalare l’integrazione della Cina in un sistema straniero, rappresenta la fase iniziale di un analogo processo indipendente. Presto il dollaro andrà in declino e la Repubblica Popolare, in quanto grande potenza, soppianterà l’egemone con un suo peculiare modello.
Quella delle vie della seta è di gran lunga la migliore strategia securitaria che Pechino possa adottare contro il ribilanciamento verso Oriente perseguito dal Pentagono.
Qualcuno potrà obiettare che solitamente il contenimento di un rivale si fa nella sua stessa direzione, ma il modo più efficace per rispondere al perno asiatico è andare nella direzione opposta. Ovvero muoversi verso Occidente. Non per evitare il confronto, né per paura. Quanto per allentare la pressione esercitata su di noi a Oriente. Le vie della seta rappresentano un progetto composto da priorità diverse. Dal momento che la nostra Marina è ancora debole, dobbiamo competere via terra, con il continente come prima direzione d’attacco e i mari come traiettoria secondaria. In tale contesto l’Esercito cinese, che all’interno del territorio nazionale è di fatto invincibile, ricoprirà un ruolo cruciale e nostro obiettivo primario sarà espanderne le capacità di proiezione all’estero.
L’anno scorso ho affrontato questo argomento al Global Times Forum. Ho spiegato che nello scegliere la Cina come avversario, l’America ha commesso un grave errore. Soprattutto perché, in vista del futuro, il suo rivale è se stessa e finirà per autodistruggersi. Non comprende che il capitalismo finanziario è declinante e che, privilegiando l’economia virtuale, ne ha già drenato i benefici. Inoltre l’innovazione scientifica e tecnologica, nel cui ambito la Silicon Valley rimane l’indiscusso leader mondiale, spingerà all’estremo innovazioni come Internet, big data, cloud che, assumendo vita propria, si trasformeranno nei principali oppositori del capitalismo finanziario e annienteranno la superpotenza.
Alcuni segnali sono già visibili. Ad esempio, l’11 novembre 2014, il giorno che in Cina corrisponde a San Valentino, lo shopping online su Alibaba’s Taobao ha toccato i 50,7 miliardi di yuan, mentre negli Stati Uniti nei tre giorni successivi alla festa del ringraziamento si sono registrate vendite online e di persona per un totale di 40,7 miliardi di yuan. Uno scarto significativo, ottenuto senza tenere conto di siti quali Netease, Tencent, Jingdong, o degli incassi dei centri commerciali. È fin troppo chiaro che una nuova era è iniziata e che alla Casa Bianca non ne sono consapevoli.
Peraltro, su Alibaba tutti gli acquisti sono stati effettuati attraverso il sistema di pagamento diretto Alipay: di fatto la moneta è già stata estromessa dalle transazioni.
Che succederà agli Usa, un impero costruito sulla valuta, se il dollaro diventa inutile?
È questa la domanda che dovrebbero porsi i nostri interlocutori.
Anche la stampante 3D rappresenta una svolta e causerà una rivoluzione nel settore industriale. E se il commercio e i sistemi di produzione si stanno evolvendo, anche il mondo è destinato a cambiare radicalmente. La storia dimostra che solo le innovazioni determinano un reale mutamento. Fu ai tempi dell’imperatore Qin che il popolo cinese, guidato da Chen Sheng e Wu Guang, cominciò a ribellarsi e in duemila anni di storia si sono registrate decine di rivolte. Ma benché questi movimenti abbiano prodotto numerosi cambi di regime, non sono riusciti a trasformare la natura della società rurale, né i sistemi di produzione o il modo di commerciare. Lo stesso è accaduto in Occidente con Napoleone, che pur conducendo la Francia a conquistare l’Europa, una volta sconfitto a Waterloo non poté impedire il ripristino dell’ancien régime e della società feudale. Al contrario la rivoluzione industriale, innescata dall’invenzione del motore a vapore, sconvolse il mondo provocando un aumento della produzione, un surplus di manufatti e con questi l’avvento del capitale e dei capitalisti.
Oggi proprio con il tramonto delle valute materiali e l’emergere della stampante 3D l’umanità appare prossima a entrare in una nuova era. Washington e Pechino partono pressoché alla pari in tema di Internet, big data e cloud. Il punto è stabilire chi saprà muoversi meglio in questa nuova fase storica, anziché prevedere chi riuscirà a sopraffare l’altro. Poiché il suo principale nemico è se stessa, l’America ha individuato nella Cina il rivale sbagliato. Eppure non comprende l’errore. È troppo bramosa di mantenere la propria solitaria leadership e non ha intenzione di condividere la governance mondiale con le altre nazioni. Mentre affrontare insieme questa nuova epoca, piena di incognite e di barriere sconosciute, appare del tutto necessario.
(traduzione di Dario Fabbri)
Fonte
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