Nel dibattito pubblico italiano si torna a parlare di impatto dei dazi statunitensi sulla nostra economia, ora che si avvicina il fatidico 9 luglio, giorno nel quale scadrà la proroga concessa da Washington ai paesi UE per trovare un accordo commerciale. Le ipotesi su tariffe superiori al 10% attuale sembrano improbabili (anche se su auto e componenti sono già al 25%, su acciaio e alluminio al 50%), ma questo non significa tranquillità.
Centromarca e un’associazione imprenditoriale che riunisce 193 società che possiedono in totale 2.600 marchi, attivi in settori del largo consumo (alimentare, bevande, cura della casa e della persona). Insieme, fatturano ogni anno 67 miliardi di euro, impiegando nelle loro attività in maniera diretta 100 mila addetti, senza considerare l’indotto.
In uno studio effettuato col supporto tecnico di Nomisma, proprio con lo scopo di capire le difficoltà che emergeranno dai dazi per questo tipo di beni, Centromarca ha calcolato che, anche solo con tariffe al 10%, l’impatto sull’export italiano sarà di 489 milioni di euro. Non un importo facilmente gestibile, come invece continua a dire il governo Meloni, tentando di non inimicasi ulteriormente Donald Trump.
Infatti, nel 2024 il giro d’affari dell’export di prodotti grocery – quelli di largo consumo, appunto – verso gli States ha toccato i 9,9 miliardi di euro, con una crescita del 161% dal 2014 e arrivando a rappresentare l’11% delle esportazioni complessive del settore. In pratica, dazi al 10% significheranno un danno pari al 5% dell’export per tali comparti.
C’è poi un altro problema: nel primo semestre di quest’anno l’euro si è nettamente apprezzato sul dollaro, raggiungendo i livelli più alti dal 2022. In questo modo, i beni italiani sono diventati ancora più costosi quando arrivano sugli scaffali stelle-e-strisce, perché servono più ‘biglietti verdi’ per acquistare un prodotto, anche quando ha mantenuto uguale il suo prezzo in euro.
È quello che ha fatto presente anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che il 2 luglio, alla presentazione di un accordo quadriennale tra la sua associazione e Intesa Sanpaolo, ha indicato la svalutazione del dollaro intorno al 13,5%, affermando che, dunque, il dazio effettivo che le imprese italiane andranno a pagare è del 23,5%.
L’impatto che viene allora calcolato sul nostro export si aggira, nel complesso, intorno ai 20 miliardi di euro, mettendo a rischio ben 118 mila posti di lavoro. Ovviamente, Orsini si è affrettato a dire che “serviranno delle compensazioni per alcuni settori per restare competitivi”, ovvero ulteriori sussidi alle imprese, unico vero esempio di ‘sussidistan’ in questo paese.
È interessante sottolineare che Orsini, oltre a citare il possibile sbocco su nuovi mercati, come risulterebbe dalla stipula dell’accordo tra UE e Mercosur in discussione da anni, ricorda che il saldo sui servizi è positivo per gli Stati Uniti mentre, sul lato industriale, il riarmo europeo si approvvigionerà largamente al di là dell’Atlantico: “faremo l’80% degli acquisti negli USA”. Il presidente di Confindustria ci sta insomma dicendo che il Readiness 2030 servirà anche a riequilibrare la bilancia commerciale con Washington.
Tornando ai beni di largo consumo, che comprendono anche quelli alimentari tipici del Belpaese, Nomisma ha condotto anche un’altra indagine su 2.000 statunitensi, da cui è emerso che per il 50% di loro i dazi avranno un effetto negativo sugli acquisti. Con tariffe al 20% – che è quanto considera in concreto oggi Confindustria, ad esempio – una quota importante di loro (30-40%) ridurrebbe la quantità di prodotti italiani nelle proprie case.
Magari sostituendoli con beni che li ‘imitano’. Perché nel mondo della pubblicità e della propaganda, anche commerciale, quello che è definito “Italian Sounding”, cioè il mercato di prodotti che ricordano quelli originali italiani, è tutt’altro che di poco conto: 69 miliardi di euro nel mondo, all’incirca la stessa cifra dell’export agroalimentare nostrano.
Un’altra dimostrazione di come non basta sciorinare le qualità italiche (che siano formaggi o edifici costruiti dai romani 2 millenni fa) per rispondere alla crisi. Sarebbe ora che si torni a parlare di una seria politica industriale, diretta dal pubblico in funzione degli interessi della totalità della popolazione.
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05/07/2025
18/08/2023
Rublo, una svalutazione pilotata
di Guido Salerno Aletta
La gestione del tasso di cambio è fondamentale per un Paese come la Russia, che fonda gran parte della propria economia sulle esportazioni e che è soggetta da due anni ad un regime di sanzioni assai stringenti da parte dei Paesi occidentali per punire l'invasione della Ucraina.
Mosca è riuscita nel breve termine ad evitare il collasso finanziario con una serie di misure straordinarie, soprattutto imponendo l'obbligo di pagare in rubli le importazioni di prodotti energetici: in realtà, visto che di rubli sul mercato non ce ne sono a sufficienza, si continua a pagare in dollari oppure in euro aprendo un conto speciale che serve a questa conversione, effettuata sulla piazza di Mosca, che viene controllata dalla Banca centrale russa. In pratica, è questa che rilascia i rubli necessari ad effettuare il pagamento e a comprare la valuta estera.
È un regime di cambio controllato, che ha rafforzato il rublo a fronte del clima di profonda sfiducia che lo aveva colpito subito dopo l'inizio della invasione della Ucraina e le sanzioni comminate dagli Usa e dalla Unione europea, quando si registrò un crollo violento: dai 77 rubli per 1 dollaro dell'11 febbraio del 2022 si arrivò a 134 rubli l'11 marzo. Le misure di emergenza volte ad assicurare la tenuta della valuta russa ebbero successo: il rublo riuscì a rivalutarsi fino a raggiungere quota 54 il 24 giugno 2022 e poi tendere ad una lenta ma incessante svalutazione, fino ad arrivare al cambio di 100 rubli per 1 dollaro lo scorso 10 agosto, data a partire dalla quale la Banca centrale russa aveva già annunciato che non avrebbe più acquistato valuta straniera.
Mentre nel primo periodo le misure di emergenza erano riuscite ad evitare il caos e a rimediare al crollo del rublo, è stato successivamente necessario pilotarne il cambio in modo da stabilizzare il mercato con l'obiettivo di farlo scivolare ad un livello tale da massimizzare i proventi in rubli derivanti dalle esportazioni di prodotti petroliferi e di scoraggiare le importazioni.
Se un rublo forte rende infatti conveniente continuare a comprare all'estero, anziché cominciare ad investire all'interno per sostituire le importazioni, un rublo debole aiuta le esportazioni: una necessità assoluta, vista la rinuncia dei paesi europei a continuare ad approvvigionarsi per l'energia dalla Russia e considerato il tetto di 60$ al barile per il petrolio russo che è stato imposto in sede G7 per plafonare gli introiti di Mosca. La Russia deve cercare di trovare nuovi compratori per le sue esportazioni e mantenere il più possibile alti i proventi in rubli che ne derivano: poiché i prezzi internazionali delle materie prime, ivi comprese quelle energetiche, sono fissati in dollari, e non potendo incidere più di tanto su queste quotazioni, la Russia ha interesse a svalutare la propria moneta sul dollaro, perché in questa maniera aumenta gli introiti di bilancio che vengono pagati in rubli e che derivano dalle royalty imposte sulle esportazioni. Supponendo che si tratti di una tassazione pari ad un X% del valore delle esportazioni, e che il loro prezzo in dollari rimanga invariato, ad ogni svalutazione del rublo rispetto al dollaro corrisponde un aumento del fatturato espresso in valuta russa e di conseguenza un aumento delle imposte che devono essere pagate.
Il 9 agosto scorso, la Banca centrale russa ha annunciato che a partire dal giorno successivo e fino alla fine dell'anno in corso non avrebbe più effettuato acquisti di moneta straniera, ed era ovvio che il mercato avrebbe reagito facendo cadere il valore del rublo, visto che non ci sarebbero più stati gli acquisti della Banca centrale a determinarne indirettamente il valore: poiché fino ad allora aveva comprato valuta straniera, aveva fissato il valore di questa moneta rispetto a quella russa. Il rublo si è dunque svalutato, arrivando il 14 agosto a quota 102,25 per 1 dollaro, per poi riprendere quota e risalire al cambio di 94 rubli per 1 dollaro il 16 agosto rispondendo positivamente alla decisione della stessa Banca centrale russa di aumentare di 3,5 punti percentuali il tasso ufficiale di sconto, portandolo al 12%. L'effetto cui si tende è duplice: scoraggiare le importazioni, rendendole più costose, agevolare le esportazioni rendendole più a buon mercato per i compratori e contemporaneamente aumentare gli introiti fiscali per quelle contrattate in dollari sulla base dei listini internazionali che quotano le merci in dollari.
A fronte di un livello di inflazione che in Russia è attualmente in crescita, visto che il tasso annuo del 4,4% tende ad arrivare al 7,6% sulla base della tendenza degli ultimi tre mesi, la svalutazione del rublo comporta per un verso la prospettiva di un aumento dei prezzi delle importazioni ma rende contemporaneamente più conveniente la produzione interna.
Allo stesso tempo, un tasso di sconto così elevato indirizza gli investimenti finanziari all'interno piuttosto che all'estero.
Fonte
La gestione del tasso di cambio è fondamentale per un Paese come la Russia, che fonda gran parte della propria economia sulle esportazioni e che è soggetta da due anni ad un regime di sanzioni assai stringenti da parte dei Paesi occidentali per punire l'invasione della Ucraina.
Mosca è riuscita nel breve termine ad evitare il collasso finanziario con una serie di misure straordinarie, soprattutto imponendo l'obbligo di pagare in rubli le importazioni di prodotti energetici: in realtà, visto che di rubli sul mercato non ce ne sono a sufficienza, si continua a pagare in dollari oppure in euro aprendo un conto speciale che serve a questa conversione, effettuata sulla piazza di Mosca, che viene controllata dalla Banca centrale russa. In pratica, è questa che rilascia i rubli necessari ad effettuare il pagamento e a comprare la valuta estera.
È un regime di cambio controllato, che ha rafforzato il rublo a fronte del clima di profonda sfiducia che lo aveva colpito subito dopo l'inizio della invasione della Ucraina e le sanzioni comminate dagli Usa e dalla Unione europea, quando si registrò un crollo violento: dai 77 rubli per 1 dollaro dell'11 febbraio del 2022 si arrivò a 134 rubli l'11 marzo. Le misure di emergenza volte ad assicurare la tenuta della valuta russa ebbero successo: il rublo riuscì a rivalutarsi fino a raggiungere quota 54 il 24 giugno 2022 e poi tendere ad una lenta ma incessante svalutazione, fino ad arrivare al cambio di 100 rubli per 1 dollaro lo scorso 10 agosto, data a partire dalla quale la Banca centrale russa aveva già annunciato che non avrebbe più acquistato valuta straniera.
Mentre nel primo periodo le misure di emergenza erano riuscite ad evitare il caos e a rimediare al crollo del rublo, è stato successivamente necessario pilotarne il cambio in modo da stabilizzare il mercato con l'obiettivo di farlo scivolare ad un livello tale da massimizzare i proventi in rubli derivanti dalle esportazioni di prodotti petroliferi e di scoraggiare le importazioni.
Se un rublo forte rende infatti conveniente continuare a comprare all'estero, anziché cominciare ad investire all'interno per sostituire le importazioni, un rublo debole aiuta le esportazioni: una necessità assoluta, vista la rinuncia dei paesi europei a continuare ad approvvigionarsi per l'energia dalla Russia e considerato il tetto di 60$ al barile per il petrolio russo che è stato imposto in sede G7 per plafonare gli introiti di Mosca. La Russia deve cercare di trovare nuovi compratori per le sue esportazioni e mantenere il più possibile alti i proventi in rubli che ne derivano: poiché i prezzi internazionali delle materie prime, ivi comprese quelle energetiche, sono fissati in dollari, e non potendo incidere più di tanto su queste quotazioni, la Russia ha interesse a svalutare la propria moneta sul dollaro, perché in questa maniera aumenta gli introiti di bilancio che vengono pagati in rubli e che derivano dalle royalty imposte sulle esportazioni. Supponendo che si tratti di una tassazione pari ad un X% del valore delle esportazioni, e che il loro prezzo in dollari rimanga invariato, ad ogni svalutazione del rublo rispetto al dollaro corrisponde un aumento del fatturato espresso in valuta russa e di conseguenza un aumento delle imposte che devono essere pagate.
Il 9 agosto scorso, la Banca centrale russa ha annunciato che a partire dal giorno successivo e fino alla fine dell'anno in corso non avrebbe più effettuato acquisti di moneta straniera, ed era ovvio che il mercato avrebbe reagito facendo cadere il valore del rublo, visto che non ci sarebbero più stati gli acquisti della Banca centrale a determinarne indirettamente il valore: poiché fino ad allora aveva comprato valuta straniera, aveva fissato il valore di questa moneta rispetto a quella russa. Il rublo si è dunque svalutato, arrivando il 14 agosto a quota 102,25 per 1 dollaro, per poi riprendere quota e risalire al cambio di 94 rubli per 1 dollaro il 16 agosto rispondendo positivamente alla decisione della stessa Banca centrale russa di aumentare di 3,5 punti percentuali il tasso ufficiale di sconto, portandolo al 12%. L'effetto cui si tende è duplice: scoraggiare le importazioni, rendendole più costose, agevolare le esportazioni rendendole più a buon mercato per i compratori e contemporaneamente aumentare gli introiti fiscali per quelle contrattate in dollari sulla base dei listini internazionali che quotano le merci in dollari.
A fronte di un livello di inflazione che in Russia è attualmente in crescita, visto che il tasso annuo del 4,4% tende ad arrivare al 7,6% sulla base della tendenza degli ultimi tre mesi, la svalutazione del rublo comporta per un verso la prospettiva di un aumento dei prezzi delle importazioni ma rende contemporaneamente più conveniente la produzione interna.
Allo stesso tempo, un tasso di sconto così elevato indirizza gli investimenti finanziari all'interno piuttosto che all'estero.
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20/06/2019
Draghi e Trump, quel sottile venticello di guerra che soffia sul mondo
Stiamo assistendo ai primi passi di una vera guerra inter-imperialista, ma ancora pochi sono pronti a definirla tale. Per un motivo, in primo luogo: per capirlo bisogna prendere atto che “Europa” e Stati Uniti non sono più “una sola anima”, com’era stato dal 1945 a ben oltre la caduta del Muro (1989).
Gli interessi strategici vanno divergendo, così come le dinamiche economiche, visto che a seguito della “grande crisi” del 2008 è venuto improvvisamente meno il collante planetario della “globalizzazione” e hanno cominciato a formarsi quelle crepe che ora si manifestano anche in superficie.
Sapete da tutti i tg che ieri l’altro Mario Draghi ha sostanzialmente annunciato una nuova fase di “stimoli monetari” a un’economia europea ansimante (a partire da quella tedesca). E che, con inusitata violenza verbale, Donald Trump ha definito questo annuncio – un annuncio! – come “concorrenza sleale”.
Sgombriamo il campo dal più consolidato degli equivoci: non è che gli Usa oggi abbiano una politica globale diversa, più “nazionalista e competitiva”, perché è arrivato quel volgare palazzinaro alla presidenza. Materialisticamente, è stata la crisi Usa ad arrivare ad un punto tale da sfociare, imprevedibilmente ma in modo sicuro, nel sollevamento di un personaggio del genere sulla poltrona politica più importante del mondo.
Draghi ha sostanzialmente ammesso che la fine del “quantitative easing” – acquisto di titoli di stato dei paesi membri della Ue, ma anche di obbligazioni societarie private, attivato in modo massiccio dal 2015 fino a fine 2018 – è stata un errore. L’economia europea non riesce a stare in piedi senza quella droga monetaria aggiuntiva, al punto tale che neppure “stampando soldi” (espressione volgare, ma tutto sommato chiara) si riesce a riportare il tasso di inflazione al livello considerato fisiologico per un’economia in salute: il 2%.
Dunque agirà già “nelle prossime settimane” sul fronte dei tassi di interesse per passare poi agli acquisti di titoli. Inutile stare qui a speculare, come fanno i media mainstream, sul fatto che questa decisione, presa da un presidente uscente in autunno, in realtà è anche un modo di “pesare” sul prossimo board della Bce. Che di certo non potrebbe fare una “inversione ad U” rispetto a questa linea.
I fatti importanti nel discorso di Draghi sono infatti altri. L’economia non va, la Germania non investe (e potrebbe) e le politiche di bilancio impediscono che possano farlo i paesi con conti “in disordine”; al punto che pure un’inflazione più alta del 2% sarebbe ora vista dagli arcigni guardiani di Francoforte come un “male benefico” (questo significa quella strana frase di Draghi sul “perseguire l’obiettivo di un’inflazione vicina al 2% in modo simmetrico”. Ossia «Se dobbiamo ottenere questo valore di inflazione nel medio termine, l’inflazione dovrà salire sopra quel livello per qualche tempo in futuro».
Non è un dettaglio di poco conto, visto che lo statuto delle Bce – contrariamente a quello della Federal Reserve Usa – ha un solo obbiettivo: il mantenimento dell’inflazione intorno al 2%. E’ come ammettere il fallimento, sia dello statuto sia delle politiche “non convenzionali” adottate per rispettare l’obbiettivo...
Altra cosa importante, gli strumenti in mano alla Bce sono piuttosto scarsi. Il “taglio dei tassi di interesse” su cui titolano i giornali è semplicemente impossibile, visto che in questo momento sono a zero. Abbassarli equivarrebbe a regalare denaro alle banche – gli unici “clienti” ammessi a chiedere prestiti dalla Bce – che potrebbero restituire meno di quel che prendono. Un controsenso, in regime capitalistico.
Un margine più ampio c’è per gli interessi sui depositi (la percentuale corrisposta alle banche che scelgono di lasciare fondi propri nelle casse della stessa Bce), che sono già ora negativi, -0,4%. Ossia le banche sono disposte ad una perdita certa, ovviamente minima, piuttosto che prestare soldi a famiglie e imprese... In pratica, i tassi negativi sui depositi (da aumentare ancora) sono un disincentivo a lasciare fermo il denaro, uno stimolo a prestarlo (che sarebbe poi uno dei compiti tipici di una banca...) per risollevare in qualche modo la crescita.
Dunque, Draghi non può far altro che far partire al più presto gli acquisti di titoli di stato. Il che è già – basta la parola! – una mano santa per lo spread: se la Bce compra, allora il prezzo sale e il rendimento (il tasso di interesse) scende, come nei manuali.
In generale, una politica monetaria espansiva si traduce in un deprezzamento della moneta europea rispetto alle altre. Una classica svalutazione competitiva, identica a quelle praticate altrove o in altri tempi (per cui ancora adesso certi “fenomeni da talk show” criticano i governi ante-euro).
Trump ha colto subito questo elemento, dimenticando – come d’abitudine per qualsiasi statunitense – di aver aperto proprio lui, da pochissimo, una furibonda “guerra dei dazi” con Cina, India, Messico, Unione Europea, ecc. Ossia di aver fatto una svalutazione competitiva con altri mezzi (facendo salire artificialmente il prezzo delle merci straniere rispetto a quelle Usa).
Più preoccupante è il fatto che Draghi abbia scelto questa strada dopo aver studiato i dati sull’inflazione attesa per i prossimi dieci anni, all’interno della Ue. Piatta come un biliardo. Il che significa stagnazione economica, economia ferma.
Ma può un’economia capitalistica – orientata all’espansione senza limiti – tollerare un secondo decennio di crescita quasi zero? Certamente no, perché la coesione sociale è già ora ai minimi termini, i “populismi” impazzano e il rischio di una conflittualità ingovernabile (che non vuol dire “rivoluzionaria”) aumenta.
Anche perché, dati del Pil a parte, la situazione strategica dell’Unione Europea sta diventando – per colpa delle politiche di austerità – insostenibile anche su altri fronti decisivi.
Un rapporto pubblicato di un paio di mesi fa dal Defense Innovation Board (struttura di consiglieri indipendenti del Pentagono) spiega la rilevanza del 5G, la nuova tecnologia di comunicazione mobile che supera di venti volte in velocità e portata i migliori sistemi esistenti. «Chi muove per primo guadagnerà miliardi di ricavi, accompagnati da una notevole creazione di posti e dalla leadership nell’innovazione tecnologica».
Interessante è il verdetto stilato: “la gerarchia fra i Paesi che si stanno avvicinando all’uso di queste frequenze” è ormai definita. Prima è la Cina, seguita dagli Stati Uniti. «Subito dietro» Corea del Sud e Giappone. Gran Bretagna, Germania e Francia (ossia la crème dell’Unione Europea) sono «seconda classe», paesi obbligati a scegliere tra le tecnologie cinesi o statunitensi. Praticamente questa battaglia è stata già persa...
Quando si invita tutti a “stringersi intorno all’Europa” , altrimenti “non si riesce a competere”, si è già entrati in un’ottica belligerante (che è “competizione con tutti i mezzi”).
E, come sempre, non si capisce proprio perché chi se la passa male in questo mondo dovrebbe preferire un padrone (o un imperialismo) al posto di un altro, invece di mandarli a quel paese tutti...
Fonte
Gli interessi strategici vanno divergendo, così come le dinamiche economiche, visto che a seguito della “grande crisi” del 2008 è venuto improvvisamente meno il collante planetario della “globalizzazione” e hanno cominciato a formarsi quelle crepe che ora si manifestano anche in superficie.
Sapete da tutti i tg che ieri l’altro Mario Draghi ha sostanzialmente annunciato una nuova fase di “stimoli monetari” a un’economia europea ansimante (a partire da quella tedesca). E che, con inusitata violenza verbale, Donald Trump ha definito questo annuncio – un annuncio! – come “concorrenza sleale”.
Sgombriamo il campo dal più consolidato degli equivoci: non è che gli Usa oggi abbiano una politica globale diversa, più “nazionalista e competitiva”, perché è arrivato quel volgare palazzinaro alla presidenza. Materialisticamente, è stata la crisi Usa ad arrivare ad un punto tale da sfociare, imprevedibilmente ma in modo sicuro, nel sollevamento di un personaggio del genere sulla poltrona politica più importante del mondo.
Draghi ha sostanzialmente ammesso che la fine del “quantitative easing” – acquisto di titoli di stato dei paesi membri della Ue, ma anche di obbligazioni societarie private, attivato in modo massiccio dal 2015 fino a fine 2018 – è stata un errore. L’economia europea non riesce a stare in piedi senza quella droga monetaria aggiuntiva, al punto tale che neppure “stampando soldi” (espressione volgare, ma tutto sommato chiara) si riesce a riportare il tasso di inflazione al livello considerato fisiologico per un’economia in salute: il 2%.
Dunque agirà già “nelle prossime settimane” sul fronte dei tassi di interesse per passare poi agli acquisti di titoli. Inutile stare qui a speculare, come fanno i media mainstream, sul fatto che questa decisione, presa da un presidente uscente in autunno, in realtà è anche un modo di “pesare” sul prossimo board della Bce. Che di certo non potrebbe fare una “inversione ad U” rispetto a questa linea.
I fatti importanti nel discorso di Draghi sono infatti altri. L’economia non va, la Germania non investe (e potrebbe) e le politiche di bilancio impediscono che possano farlo i paesi con conti “in disordine”; al punto che pure un’inflazione più alta del 2% sarebbe ora vista dagli arcigni guardiani di Francoforte come un “male benefico” (questo significa quella strana frase di Draghi sul “perseguire l’obiettivo di un’inflazione vicina al 2% in modo simmetrico”. Ossia «Se dobbiamo ottenere questo valore di inflazione nel medio termine, l’inflazione dovrà salire sopra quel livello per qualche tempo in futuro».
Non è un dettaglio di poco conto, visto che lo statuto delle Bce – contrariamente a quello della Federal Reserve Usa – ha un solo obbiettivo: il mantenimento dell’inflazione intorno al 2%. E’ come ammettere il fallimento, sia dello statuto sia delle politiche “non convenzionali” adottate per rispettare l’obbiettivo...
Altra cosa importante, gli strumenti in mano alla Bce sono piuttosto scarsi. Il “taglio dei tassi di interesse” su cui titolano i giornali è semplicemente impossibile, visto che in questo momento sono a zero. Abbassarli equivarrebbe a regalare denaro alle banche – gli unici “clienti” ammessi a chiedere prestiti dalla Bce – che potrebbero restituire meno di quel che prendono. Un controsenso, in regime capitalistico.
Un margine più ampio c’è per gli interessi sui depositi (la percentuale corrisposta alle banche che scelgono di lasciare fondi propri nelle casse della stessa Bce), che sono già ora negativi, -0,4%. Ossia le banche sono disposte ad una perdita certa, ovviamente minima, piuttosto che prestare soldi a famiglie e imprese... In pratica, i tassi negativi sui depositi (da aumentare ancora) sono un disincentivo a lasciare fermo il denaro, uno stimolo a prestarlo (che sarebbe poi uno dei compiti tipici di una banca...) per risollevare in qualche modo la crescita.
Dunque, Draghi non può far altro che far partire al più presto gli acquisti di titoli di stato. Il che è già – basta la parola! – una mano santa per lo spread: se la Bce compra, allora il prezzo sale e il rendimento (il tasso di interesse) scende, come nei manuali.
In generale, una politica monetaria espansiva si traduce in un deprezzamento della moneta europea rispetto alle altre. Una classica svalutazione competitiva, identica a quelle praticate altrove o in altri tempi (per cui ancora adesso certi “fenomeni da talk show” criticano i governi ante-euro).
Trump ha colto subito questo elemento, dimenticando – come d’abitudine per qualsiasi statunitense – di aver aperto proprio lui, da pochissimo, una furibonda “guerra dei dazi” con Cina, India, Messico, Unione Europea, ecc. Ossia di aver fatto una svalutazione competitiva con altri mezzi (facendo salire artificialmente il prezzo delle merci straniere rispetto a quelle Usa).
Più preoccupante è il fatto che Draghi abbia scelto questa strada dopo aver studiato i dati sull’inflazione attesa per i prossimi dieci anni, all’interno della Ue. Piatta come un biliardo. Il che significa stagnazione economica, economia ferma.
Ma può un’economia capitalistica – orientata all’espansione senza limiti – tollerare un secondo decennio di crescita quasi zero? Certamente no, perché la coesione sociale è già ora ai minimi termini, i “populismi” impazzano e il rischio di una conflittualità ingovernabile (che non vuol dire “rivoluzionaria”) aumenta.
Anche perché, dati del Pil a parte, la situazione strategica dell’Unione Europea sta diventando – per colpa delle politiche di austerità – insostenibile anche su altri fronti decisivi.
Un rapporto pubblicato di un paio di mesi fa dal Defense Innovation Board (struttura di consiglieri indipendenti del Pentagono) spiega la rilevanza del 5G, la nuova tecnologia di comunicazione mobile che supera di venti volte in velocità e portata i migliori sistemi esistenti. «Chi muove per primo guadagnerà miliardi di ricavi, accompagnati da una notevole creazione di posti e dalla leadership nell’innovazione tecnologica».
Interessante è il verdetto stilato: “la gerarchia fra i Paesi che si stanno avvicinando all’uso di queste frequenze” è ormai definita. Prima è la Cina, seguita dagli Stati Uniti. «Subito dietro» Corea del Sud e Giappone. Gran Bretagna, Germania e Francia (ossia la crème dell’Unione Europea) sono «seconda classe», paesi obbligati a scegliere tra le tecnologie cinesi o statunitensi. Praticamente questa battaglia è stata già persa...
Quando si invita tutti a “stringersi intorno all’Europa” , altrimenti “non si riesce a competere”, si è già entrati in un’ottica belligerante (che è “competizione con tutti i mezzi”).
E, come sempre, non si capisce proprio perché chi se la passa male in questo mondo dovrebbe preferire un padrone (o un imperialismo) al posto di un altro, invece di mandarli a quel paese tutti...
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17/04/2019
Organizziamo la solidarietà internazionalista: nasce il Forum Venezuela
Riportiamo il nostro intervento di sabato 13 aprile in occasione della prima iniziativa pubblica del Forum Venezuela. A questo link
un nostro contributo più approfondito sulla situazione economica del
Venezuela, pubblicato nel nostro blog nei giorni più caldi del tentato
golpe.
Il Venezuela è da mesi sotto attacco da parte di varie fazioni della borghesia interna che, con l’evidente appoggio dei Paesi imperialisti (in primo luogo degli USA, in buona compagnia di una gran parte dei Paesi europei), e approfittando di una complessa situazione interna di crisi economica, cerca di dare una spallata al legittimo governo Maduro – democraticamente eletto e più volte confermato dalla maggioranza dei venezuelani. Non è la prima volta che la rivoluzione bolivariana subisce un attacco frontale da parte dei suoi nemici interni ed esterni, alleati in un blocco comune (si ricordi il celebre tentativo di golpe contro il governo Chavez, fallito del 2002). Questa volta però, sebbene il tentativo dell’ascaro Guaidó sembrerebbe ormai non riuscito, la situazione appare più grave e delicata, in particolare per le critiche condizioni economiche del Paese che minano la stabilità sociale, rischiando di allontanare una parte dei settori popolari dall’appoggio, sinora forte e coriaceo, al processo rivoluzionario.
Oggi non può che essere il tempo dell’espressione schietta e immediata di un’incondizionata solidarietà verso un Paese che da ormai 20 anni sta portando avanti, malgrado tutti i suoi nemici interni e internazionali, un difficile percorso di transizione verso un modo di produzione assai diverso da quel capitalismo parassitario a base neo-coloniale che lo aveva caratterizzato fino alla vittoria dei partiti bolivariani del 1998. Le occasioni per esprimere con determinazione la nostra piena solidarietà al popolo venezuelano e al processo bolivariano non saranno mai abbastanza.
Allo stesso tempo, il miglior modo per rendere concreta la nostra complicità è cercare di entrare meglio nel merito di quanto sta accadendo ed è accaduto negli ultimi anni in Venezuela attraverso l’analisi economica. Questo sforzo ci consente di comprendere le cause effettive dell’attuale iperinflazione che, ci auguriamo, potranno essere affrontate strutturalmente nel corso dei prossimi mesi ed anni al fine di scongiurare che, un domani, si possa riprodurre nuovamente quel terreno di instabilità economica così favorevole ai tentativi reazionari di destabilizzazione del Paese.
Il punto cruciale è la crisi della bilancia dei pagamenti. Ciò va attribuito ai primi movimenti al ribasso del prezzo internazionale del petrolio, risorsa fondamentale del Paese e voce pressoché unica delle esportazioni venezuelane, nonché fattore di sviluppo della rivoluzione bolivariana: proprio grazie alla nazionalizzazione dell’estrazione del greggio e dei correlati profitti, il Venezuela ha infatti avviato quello straordinario processo, ancora parziale e in corso, di redistribuzione del reddito a favore dei più poveri.
L’eccessiva dipendenza dal petrolio, associata al mancato sviluppo di una struttura industriale e agricola interna, si è rivelata l’anello debole nel momento storico in cui il prezzo del greggio è iniziato a cadere inesorabilmente. Un Paese costretto ad importare pressoché ogni bene di prima necessità ha, per definizione, importazioni rigide che restano costanti anche a seguito di un calo significativo delle esportazioni. Generalmente, alla diminuzione delle esportazioni si ha, ceteris paribus, una pressione sul tasso di cambio che tende a svalutarsi. Una svalutazione comporta, tuttavia, un aumento del prezzo dei beni importati: in un Paese che importa in abbondanza beni di prima necessità, ciò si traduce in un forte aumento dei prezzi dei beni essenziali e, a catena, di tutti i beni. L’inflazione, va ricordato, è sempre e ovunque un fenomeno dovuto all’aumento dei costi di produzione: nel caso del Venezuela, il perpetuarsi di questo fenomeno ha innescato quell’iperinflazione che intacca il potere di acquisto, specialmente dei ceti più deboli.
Il tasso di cambio indica quanti bolivar venezuelani occorrono per comprare un dollaro americano sul mercato ufficiale: la svalutazione della moneta venezuelana è desumibile dal fatto che a fine 2012 occorrevano circa 4.3 bolivar per un dollaro, mentre ad inizio 2013 ne occorrevano circa 6.3.
Per fare un esempio, a cavallo tra il 2012 e il 2013 vi fu una forte svalutazione del tasso di cambio (del 46.5%), che – come si vede dal grafico – ha immediatamente comportato un innalzamento brutale dei prezzi. In quel frangente, il governo decise di rafforzare i controlli sui prezzi e sul tasso di cambio (su quest’ultimo, il controllo era stato intrapreso nel 2003): in particolare, vennero fissati i prezzi di alcuni beni, specialmente alimentari, e il tasso di cambio ufficiale. Tuttavia, si verificò l’esplosione di un mercato nero parallelo della valuta: mentre il governo, per decreto, cercava di contenere la svalutazione nel mercato ufficiale, in quello parallelo il bolivar venezuelano veniva scambiato, nel 2014, ad un prezzo oltre 10 volte più basso. Ciò che stava accadendo sul mercato parallelo stava di fatto condizionando il corso ufficiale della valuta: di fronte a questa situazione, il governo ha tentato a più riprese di trovare una mediazione accettando una certa svalutazione del cambio, assecondando tuttavia l’aumento dei prezzi. La situazione è andata peggiorando dal 2014 fino ad arrivare all’attuale spirale iperinflazionistica.
Se la svalutazione genera un aumento del prezzo dei beni importati, il punto cruciale è quindi la forte dipendenza dalle importazioni che caratterizza il Venezuela: la causa di tale dipendenza è da ricercare nel mancato sviluppo di una vigorosa industria nazionale in grado di favorire quel necessario processo di sostituzione delle importazioni che rende un Paese via via più indipendente dai mercati internazionali, e quindi dai ricatti economici e politici dei Paesi imperialisti (oltre che dei capitalisti locali). La fortissima dipendenza del Paese dall’esportazione di petrolio, unita alla scarsissima indipendenza alimentare e industriale, ha creato quel mix esplosivo che in tempi di caduta del prezzo del greggio non può far altro che produrre una crisi nella bilancia dei pagamenti e, infine, un’iperinflazione.
Non possiamo che sperare che il governo bolivariano possa trovare, nel futuro prossimo, la strada per uscire da questo circolo vizioso e per rafforzare l’economia interna, rendendo in tal modo il processo rivoluzionario più solido e immune agli inevitabili attacchi che i suoi nemici hanno compiuto e potranno continuare a compiere.
Hasta la victoria siempre, compañeros.
Fonte
Il Venezuela è da mesi sotto attacco da parte di varie fazioni della borghesia interna che, con l’evidente appoggio dei Paesi imperialisti (in primo luogo degli USA, in buona compagnia di una gran parte dei Paesi europei), e approfittando di una complessa situazione interna di crisi economica, cerca di dare una spallata al legittimo governo Maduro – democraticamente eletto e più volte confermato dalla maggioranza dei venezuelani. Non è la prima volta che la rivoluzione bolivariana subisce un attacco frontale da parte dei suoi nemici interni ed esterni, alleati in un blocco comune (si ricordi il celebre tentativo di golpe contro il governo Chavez, fallito del 2002). Questa volta però, sebbene il tentativo dell’ascaro Guaidó sembrerebbe ormai non riuscito, la situazione appare più grave e delicata, in particolare per le critiche condizioni economiche del Paese che minano la stabilità sociale, rischiando di allontanare una parte dei settori popolari dall’appoggio, sinora forte e coriaceo, al processo rivoluzionario.
Oggi non può che essere il tempo dell’espressione schietta e immediata di un’incondizionata solidarietà verso un Paese che da ormai 20 anni sta portando avanti, malgrado tutti i suoi nemici interni e internazionali, un difficile percorso di transizione verso un modo di produzione assai diverso da quel capitalismo parassitario a base neo-coloniale che lo aveva caratterizzato fino alla vittoria dei partiti bolivariani del 1998. Le occasioni per esprimere con determinazione la nostra piena solidarietà al popolo venezuelano e al processo bolivariano non saranno mai abbastanza.
Allo stesso tempo, il miglior modo per rendere concreta la nostra complicità è cercare di entrare meglio nel merito di quanto sta accadendo ed è accaduto negli ultimi anni in Venezuela attraverso l’analisi economica. Questo sforzo ci consente di comprendere le cause effettive dell’attuale iperinflazione che, ci auguriamo, potranno essere affrontate strutturalmente nel corso dei prossimi mesi ed anni al fine di scongiurare che, un domani, si possa riprodurre nuovamente quel terreno di instabilità economica così favorevole ai tentativi reazionari di destabilizzazione del Paese.
Il punto cruciale è la crisi della bilancia dei pagamenti. Ciò va attribuito ai primi movimenti al ribasso del prezzo internazionale del petrolio, risorsa fondamentale del Paese e voce pressoché unica delle esportazioni venezuelane, nonché fattore di sviluppo della rivoluzione bolivariana: proprio grazie alla nazionalizzazione dell’estrazione del greggio e dei correlati profitti, il Venezuela ha infatti avviato quello straordinario processo, ancora parziale e in corso, di redistribuzione del reddito a favore dei più poveri.
L’eccessiva dipendenza dal petrolio, associata al mancato sviluppo di una struttura industriale e agricola interna, si è rivelata l’anello debole nel momento storico in cui il prezzo del greggio è iniziato a cadere inesorabilmente. Un Paese costretto ad importare pressoché ogni bene di prima necessità ha, per definizione, importazioni rigide che restano costanti anche a seguito di un calo significativo delle esportazioni. Generalmente, alla diminuzione delle esportazioni si ha, ceteris paribus, una pressione sul tasso di cambio che tende a svalutarsi. Una svalutazione comporta, tuttavia, un aumento del prezzo dei beni importati: in un Paese che importa in abbondanza beni di prima necessità, ciò si traduce in un forte aumento dei prezzi dei beni essenziali e, a catena, di tutti i beni. L’inflazione, va ricordato, è sempre e ovunque un fenomeno dovuto all’aumento dei costi di produzione: nel caso del Venezuela, il perpetuarsi di questo fenomeno ha innescato quell’iperinflazione che intacca il potere di acquisto, specialmente dei ceti più deboli.

Il tasso di cambio indica quanti bolivar venezuelani occorrono per comprare un dollaro americano sul mercato ufficiale: la svalutazione della moneta venezuelana è desumibile dal fatto che a fine 2012 occorrevano circa 4.3 bolivar per un dollaro, mentre ad inizio 2013 ne occorrevano circa 6.3.
Per fare un esempio, a cavallo tra il 2012 e il 2013 vi fu una forte svalutazione del tasso di cambio (del 46.5%), che – come si vede dal grafico – ha immediatamente comportato un innalzamento brutale dei prezzi. In quel frangente, il governo decise di rafforzare i controlli sui prezzi e sul tasso di cambio (su quest’ultimo, il controllo era stato intrapreso nel 2003): in particolare, vennero fissati i prezzi di alcuni beni, specialmente alimentari, e il tasso di cambio ufficiale. Tuttavia, si verificò l’esplosione di un mercato nero parallelo della valuta: mentre il governo, per decreto, cercava di contenere la svalutazione nel mercato ufficiale, in quello parallelo il bolivar venezuelano veniva scambiato, nel 2014, ad un prezzo oltre 10 volte più basso. Ciò che stava accadendo sul mercato parallelo stava di fatto condizionando il corso ufficiale della valuta: di fronte a questa situazione, il governo ha tentato a più riprese di trovare una mediazione accettando una certa svalutazione del cambio, assecondando tuttavia l’aumento dei prezzi. La situazione è andata peggiorando dal 2014 fino ad arrivare all’attuale spirale iperinflazionistica.
Se la svalutazione genera un aumento del prezzo dei beni importati, il punto cruciale è quindi la forte dipendenza dalle importazioni che caratterizza il Venezuela: la causa di tale dipendenza è da ricercare nel mancato sviluppo di una vigorosa industria nazionale in grado di favorire quel necessario processo di sostituzione delle importazioni che rende un Paese via via più indipendente dai mercati internazionali, e quindi dai ricatti economici e politici dei Paesi imperialisti (oltre che dei capitalisti locali). La fortissima dipendenza del Paese dall’esportazione di petrolio, unita alla scarsissima indipendenza alimentare e industriale, ha creato quel mix esplosivo che in tempi di caduta del prezzo del greggio non può far altro che produrre una crisi nella bilancia dei pagamenti e, infine, un’iperinflazione.
Non possiamo che sperare che il governo bolivariano possa trovare, nel futuro prossimo, la strada per uscire da questo circolo vizioso e per rafforzare l’economia interna, rendendo in tal modo il processo rivoluzionario più solido e immune agli inevitabili attacchi che i suoi nemici hanno compiuto e potranno continuare a compiere.
Hasta la victoria siempre, compañeros.
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12/03/2019
Grazzini - La recessione incalza e l'euro ci soffoca: è il momento di emettere dei titoli quasi-moneta per rilanciare l'economia
Una recente indagine scientifica dell'autorevole istituto di ricerca
tedesco Centrum für Europäische Politik e i dati della Banca Mondiale
sul mancato sviluppo dell'eurozona dimostrano chiaramente e con la
forza dei numeri che l'euro è una moneta che frena gravemente
l'economia, provoca diseguaglianza, arricchisce alcune nazioni, come la
Germania, e ne impoverisce altre, come l'Italia.
Il Centrum für Europäische Politik dimostra, come vedremo, che l'euro ha tolto soldi ai cittadini italiani ma ha riempito le tasche dei cittadini tedeschi. Questo non basta: si prospetta una nuova recessione economica. L'Italia sembra oggettivamente paralizzata sull'orlo del precipizio (e questa volta non per sua colpa). Per rilanciare l'economia il governo italiano dovrebbe finanziare estesamente molti piccoli e grandi investimenti pubblici, ma mancano i soldi necessari. Il problema è che la Banca Centrale Europea non può sovvenzionare gli stati e pompa moneta solamente per le banche; ma le banche commerciali non hanno interesse a fare credito a favore di una economia depressa. Gli operatori finanziari lucrano invece sui debiti pubblici e chiedono tassi di interesse sempre più elevati per prestare denaro agli stati. Così i paesi dell'eurozona non trovano le risorse per fare gli investimenti necessari a rivitalizzare l'economia. Inoltre, l'Unione Europea impone ulteriori restrizioni di bilancio pubblico. Il cappio si sta stringendo. La crisi italiana potrebbe facilmente precipitare.
In questo contesto di crisi annunciata tocca alla politica percorrere strade innovative e alternative per difendere e risollevare l'economia nazionale. A mali estremi estremi rimedi. Una maniera concreta di dare ossigeno monetario e fiscale al nostro Paese è che il governo emetta urgentemente dei titoli quasi-moneta complementari all'euro. Pur restando nell'eurozona i Titoli di Sconto Fiscale a favore delle famiglie, delle imprese e degli enti pubblici potrebbero legittimamente (e senza infrangere nessuna regola europea) affiancare l'euro e neutralizzare gli effetti deflazionistici della moneta unica.
L'euro fa male all'Italia ma fa molto bene alla Germania
Dal 1999, anno di introduzione della moneta unica europea, al 2017 la Germania ha guadagnato quasi 1900 miliardi di euro dall'euro, mentre l'Italia nello stesso periodo di tempo ha perso la somma enorme di 4325 miliardi. Ogni cittadino tedesco ha guadagnato più di 21mila euro grazie alla moneta unica, mentre ogni italiano ha perso la bellezza di 73mila euro a causa della moneta europea. Questi i risultati di uno studio condotto dal Centrum für Europäische Politik e intitolato: 20 Years of the Euro: Winners and Losers[1]. Il CEP conta tra i suoi fondatori Hans Tietmeyer e Jürgen Stark, due ex pesi massimi della Banca Centrale Europea: quindi non si può certo affermare che sia pregiudizialmente contro l'euro. L'istituto ordoliberale (versione tedesca del liberismo) ha condotto la ricerca utilizzando il metodo del “controllo sintetico”. Con questo metodo la dinamica reale del PIL pro capite di un paese della zona euro viene confrontata con la tendenza ipotetica dell'economia di quello stesso paese supponendo che non abbia introdotto l'euro (scenario controfattuale).
Lo scenario controfattuale è generato estrapolando la tendenza del PIL pro-capite nei paesi che non hanno introdotto l'euro e che però negli anni precedenti hanno riportato andamenti economici molto simili a quelli del paese indagato dell'area dell'euro (gruppo di controllo). L'indagine è basata su serie di dati storici ed algoritmi statistici: ovviamente – come tutte le indagini del tipo “cosa sarebbe successo se invece di un evento ne fosse accaduto un altro” – non dimostra nessi causali e non può dare risultati precisi: tuttavia lo studio statistico indica certamente delle tendenze attendibili e inequivocabili. I risultati sono che Germania e Olanda hanno guadagnato centinaia di miliardi dall'euro, mentre Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Belgio hanno perso. E l'Italia è quella che ha perso di più, oltre 4000 miliardi, per l'impossibilità di attuare politiche espansive e l'impossibilità di svalutare per riallineare i suoi prezzi – come invece ha fatto con successo a partire dagli anni '60 fino all'avvento dell'euro – e tornare competitiva verso la Germania e gli altri Paesi europei.
I dati della Banca Mondiale: l'eurozona è ferma. E c'è un nuovo rischio di recessione.
L'euro, con la sua architettura deflazionistica, è un freno potente per lo sviluppo dell'economia europea. Impedisce di contrastare le dinamiche negative dell'economia aumentando la spesa pubblica in funzione anti-ciclica anche grazie ai deficit di bilancio. Per questo motivo l'eurozona non è mai veramente uscita dalla crisi. Secondo la Banca Mondiale nell'area dell'euro il Prodotto Interno Lordo (PIL) espresso in dollari nel 2017 è stato inferiore rispetto a quello del 2009; nello stesso periodo il PIL è cresciuto del 139% in Cina, del 96% in India e del 34% negli Stati Uniti[2]. Espresso in euro e non in dollari, il PIL nell'eurozona è cresciuto solo di un misero 0,6% all'anno[3]. I paesi europei fuori dall'euro – come Danimarca, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Svezia, Bulgaria, Croazia, e Ungheria – sono cresciuti di più e hanno tassi di disoccupazione generalmente inferiori.
Le previsioni sull'economia dell'eurozona sono tutte al ribasso. Secondo l'agenzia statistica Eurostat il PIL nei 19 paesi della moneta unica è aumentato dello 0,2% nell'ultimo trimestre 2018 e dell'1,2% su base annua. Secondo la Commissione Europea nel 2019 se tutto andrà bene (e questo non è facile...) la crescita dell'eurozona sarà intorno all'1,3% rispetto all'1,9% del 2018[4].
In Italia il PIL del 2018 è ancora inferiore per circa il 5% a quello di 10 anni fa. Affermare che l'euro ci ha difeso dalla crisi è quindi assolutamente falso. La colpa del declino italiano non è certamente solo dell'euro. Le classi dirigenti italiane hanno dimostrato inettitudine e debolezza. Ma l'euro non è certamente innocente e l'Europa non ci ha aiutato: anzi gli stati dominanti, Germania e Francia hanno approfittato delle nostre ingenuità europeiste per imporre la loro prevalenza.
E' del tutto ragionevole ipotizzare che se venti anni fa non avessimo aderito all'euro avremmo inizialmente sofferto a causa delle svalutazioni della lira, e quindi per l'aumento dei prezzi dei beni importati, ma poi ci saremmo ripresi presto anche grazie all'aumento delle esportazioni conseguenti alla svalutazione stessa. Così del resto avvenne dopo che abbandonammo il Sistema Monetario Europeo nel 1992. Il colpo iniziale sarebbe stato duro ma poi l'economia sarebbe ripartita, e oggi quasi certamente non ci troveremmo con una diminuzione del 5% del PIL, con tutte le grandi banche privatizzate, e quasi tutte le grandi banche e le maggiori imprese (vedi per esempio Telecom Italia e Pirelli) in mano agli stranieri, gran parte dell'industria pubblica chiusa o svenduta all'estero e la disoccupazione e la povertà ai massimi livelli.
La svalutazione non è (sempre) un male
Apro una breve parentesi sulla svalutazione. Purtroppo quasi tutti i politici e molti economisti, soprattutto di sinistra, demonizzano le svalutazioni e credono, in buona o cattiva fede – che le svalutazioni siano il male assoluto e la rovina dell'Italia. Per molti il grande merito dell'euro è che finalmente non possiamo più svalutare[5]. Questo però non è certamente un merito: infatti tutti i Paesi – come gli Stati Uniti di Donald Trump, il Giappone di Shinzō Abe, la Cina nel recente passato, la Gran Bretagna, e la stessa Germania (che ha guadagnato entrando nell'area dell'euro una moneta più debole del precedente marco) – per uscire dalla crisi hanno usato, e stanno tuttora usando, la svalutazione delle loro monete.
Se il mercato internazionale svaluta una moneta significa solo che i compratori esteri impongono una diminuzione dei prezzi di quel Paese, ma non significa perdere la faccia o l'“onore”, come ci fanno credere i media più blasonati: non a caso praticamente tutti i Paesi cercano di svalutare quando sono in crisi. La svalutazione permette di guadagnare tempo per tornare a essere competitivi e riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Certamente questo tempo guadagnato non va sprecato e, se le svalutazioni continuano a spirale, portano alla rovina del Paese. Ma di per sé svalutare non è certamente un “peccato mortale”. Anzi, il riallineamento monetario – previsto peraltro anche nel celebrato sistema di Bretton Woods di cambi fissi – è un fatto normale nella vita economica. E' anormale e suicida agganciarsi invece a una moneta troppo forte. Ed è anormale “fottere” i paesi esteri tenendo artificialmente basso il valore della propria moneta per conquistare un surplus enorme a danno degli altri Paesi, come fa da decenni la Germania grazie all'euro.
Se non fossimo entrati nell'euro – come del resto hanno fatto paesi come la Gran Bretagna e la Svezia – avremmo certamente subito delle svalutazioni all'inizio della crisi. Avremmo subito un colpo duro, i mercati avrebbero svalutato la lira, ma poi prevedibilmente l'Italia con la sua forte manifattura avrebbe ripreso a marciare. Grazie alla possibilità di attuare manovre anticicliche non ci ritroveremmo dopo più di dieci anni dalla “Grande Crisi dei Subprime” con il 5% di PIL in meno e il 10% e oltre di disoccupazione, con una generazione perduta senza un lavoro dignitoso, e il Paese spaccato e diviso tra il ricco Nord da una parte e il Sud dall'altra parte in caduta libera e in mano alle mafie (gli unici soggetti, insieme alle banche, che dispongono ancora di grande liquidità). Oggi però uscire dall'euro è troppo rischioso, dividerebbe il Paese, ed è meglio trovare soluzioni nazionali dentro il quadro dell'eurozona.*
Il mondo affoga nei debiti. Vincono i “padroni della moneta”
L'eurozona e Italia stanno entrando di nuovo in una fase di stagnazione, o anche peggio, di recessione. La causa della debolezza dell'economia dell'eurozona è l'architettura deflazionistica della moneta unica e la crescita abnorme del debito globale fuori dall'eurozona. Praticamente tutte le maggiori economie del globo – a partire da quella americana, cinese e giapponese – sono frenate dal peso crescente dei debiti, che sono arrivati a livelli francamente pazzeschi e insostenibili. Il Fondo Monetario Internazionale calcola il debito mondiale in 184 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari, pari al 225% del Pil globale.
Di più: secondo un'analisi dell'Institute of International Finance, i debiti del mondo si aggirano intorno al record di 244 trilioni di dollari, pari a più di tre volte la dimensione dell'economia globale. Paradossalmente il debito pubblico dei paesi dell'eurozona è invece sostenibile, perché è pari solo all'87% del PIL dei Paesi dell'area euro. Il vero problema è il debito privato, e in particolare quello fuori dall'area dell'euro. Tuttavia Berlino insiste nel diminuire rapidamente – fino al 60% del PIL totale – i debiti dei paesi dell'euro: i quali però sono già sostenibili! In realtà il governo tedesco vuole solo imporre tagli selvaggi e la privatizzazione del sistema del welfare universalistico che caratterizza la civiltà e le società europee.
Il colossale debito che grava sull'economia mondiale deriva essenzialmente da un'economia malata di capitalismo finanziario e di speculazione, sconvolta dai derivati e dai titoli tossici (le forme più spurie e pericolose di debito) che hanno continuato a proliferare senza limite e senza regolazione, nonostante l'esperienza della crisi del 2008. Il capitalismo finanziario non è riuscito a riformare sé stesso e si avvicina una nuova grave crisi finanziaria. Chi guadagna dal debito crescente sono le grandi banche d'affari, e poi gli enti finanziari come i fondi di investimento, gli hedge fund, i fondi speculativi, insomma i “padroni della moneta”.
L'aumento dei debiti e le guerre commerciali prima o poi provocheranno una nuova devastante crisi, nell'eurozona e altrove. Non c'è dubbio che l'eurozona sia il vaso di coccio tra quelli di ferro. L'euro è infatti certamente più fragile del dollaro, dello yen e dello yuan o del franco svizzero. La crisi dell'euro continua ancora e l'Italia è il punto debole dell'eurozona. Almeno fino a quando i governi italiani non riconquisteranno la loro autonomia e non subiranno più passivamente tutti i vincoli dell'euro.
Le riserve liquide delle banche sono colme ma agli stati mancano i soldi
La politica dell'eurozona impone di aumentare le tasse e tagliare la spesa pubblica per ripagare il più presto possibile i debiti pubblici. Ma l'austerità ammazza l'economia già colpita dalla crisi. Il trattato di Maastricht e il Fiscal Compact impongono il suicidio per strangolamento dei paesi debitori a favore di quelli creditori. Il dogma dettato dalla UE è la restituzione immediata dei debiti attraverso l'austerità. Se gli stati dell'eurozona cercano invece di attuare manovre espansive, i mercati alzano il prezzo dei loro prestiti a livelli difficilmente sostenibili. Così gli stati più deboli sono obbligati a pagare interessi più elevati e i debiti aumentano a spirale. Per uscire dal tunnel dei debiti gli stati dovrebbero rivitalizzare le loro economie, fare crescere le attività produttive e i redditi, creare occupazione mettendo in circolo nuova moneta. Se il PIL aumenta è facile ripagare i debiti. Ma agli stati mancano i soldi per avviare gli investimenti pubblici indispensabili per riaccendere l'economia. Così il cappio si stringe.
La moneta è il fertilizzante dell'economia. Ma proprio la moneta non gira nell'economia italiana. La moneta è congelata nelle riserve bancarie. Anche la Banca Centrale Europea di Mario Draghi non può fare quasi nulla per immettere moneta nell'economia. Per questo motivo gli stati dell'eurozona dovrebbero intervenire autonomamente con misure alternative. La domanda è insufficiente e, se non c'è abbastanza domanda, l'attività produttiva stagna e dilagano disoccupazione e povertà. Non a caso l'economia dell'area euro è nuovamente sull'orlo della recessione. E ancora una volta la BCE è chiamata a pompare denaro per cercare di salvare una economia soffocata dalla mancanza di liquidità[6].
Il problema però è che la Banca Centrale Europea può solo tappare temporaneamente delle falle che diventano sempre più ampie. Anche perché – nonostante quello che scrivono i grandi media, in buona o cattiva fede – la BCE non dà e non può offrire direttamente liquidità all'economia reale, ma può solo gonfiare le riserve delle banche. L'attività della BCE migliora semplicemente i coefficienti patrimoniali della banca. Ma le riserve costituiscono un sistema chiuso e non possono essere collegate al credito[7]. Non a caso le riserve bancarie depositate in BCE si stanno gonfiando a dismisura, sono pari a circa 1900 miliardi, ma nell'intera eurozona il credito cresce invece in maniera insufficiente e disequilibrata. Crescono i valori finanziari (e le bolle finanziarie) ma i crediti all'economia produttiva non ripartono.
In Italia, secondo i dati dell’Abi, il credito bancario erogato alle società non finanziarie e alle famiglie è addirittura diminuito con il QE: è passato dai 1420 miliardi del marzo 2015 (quando è iniziato il QE) ai 1329 miliardi del dicembre scorso, con un saldo negativo di 91 miliardi. Il problema è che la BCE non può obbligare le banche a concedere prestiti. E siccome le banche usano le riserve della BCE per rimettere a posto i loro conti disastrati dai titoli tossici e dai crediti deteriorati, esitano a prestare denaro. L'offerta di moneta bancaria è carente ma i problemi riguardano anche la domanda.
Le imprese – soprattutto quelle piccole e medie – sono già indebitate e non vedono prospettive positive, e quindi non vogliono indebitarsi ulteriormente per investire nel futuro. Anche le famiglie esitano a contrarre nuovi debiti dal momento che diminuiscono i redditi e crescono disoccupazione e precarietà lavorativa. Insomma: i tassi di interesse della BCE sono a zero, la BCE dà soldi alle banche, ma “il cavallo non beve”.
Senza domanda e senza crescita della produzione il debito pubblico italiano aumenterà, e quindi c'è il rischio molto concreto che lo spread cresca ancora e che l'Unione Europea ci chieda un'austerità sempre più dura: aumenti di tasse (vedi aumento dell'IVA) e tagli selvaggi alla spesa pubblica (vedi spending review di Carlo Cottarelli). Il governo giallo-verde non avrà vita facile.
Per rompere il circolo vizioso bisognerebbe attuare una politica keynesiana, cioè occorrerebbe che gli stati aumentassero la spesa pubblica ricorrendo anche al deficit di bilancio. Ma questo viene impedito dalla UE. Le decisioni della diarchia franco-tedesca a proposito sono chiare: in caso di crisi l'accesso al cosiddetto Fondo Salvastati (l'European Stability Mechanism) sarà garantito solo ai Paesi che si sottosteranno pienamente ai vincoli restrittivi dell'austerità. La diarchia vorrebbe che l'Italia si sottomettesse come la Grecia.
Tocca ai governi emettere titoli quasi-moneta per rivitalizzare l'economia
A questo punto della crisi occorrono proposte nuove prima che tutto precipiti. In questa situazione gli stati nazionali devono trovare autonomamente le risorse monetarie per rilanciare gli investimenti pubblici e l'economia, senza aspettarsi aiuti dalla UE o dalla BCE. Tocca alla politica nazionale riprendere l'iniziativa e risanare l'economia ammalata di debiti, pubblici e privati. Tutto questo restando saldamente dentro i vincoli dell'euro per non provocare una nuova crisi che colpirebbe innanzitutto il lavoro e gli strati più poveri della popolazione. La risposta del governo, dentro il quadro dell'euro, non può essere che l'emissione di titoli pubblici con valore di moneta.
L'unica maniera possibile di rilanciare la domanda è che gli stati e i governi nazionali – il governo italiano auspicabilmente per primo – prendano coraggiosamente l'iniziativa di emettere una “quasi-moneta” nazionale, ovvero dei titoli convertibili in euro da assegnare senza debito e senza compensi agli enti pubblici, alle famiglie e alle imprese per ridare ossigeno ad una economia da troppi anni artificialmente compressa dalla austerità teutonica dell'euro.
Per evitare la crisi il governo italiano dovrebbe emettere urgentemente Titoli di Sconto Fiscale negoziabili a maturità differita per almeno il 2-3% del PIL. La manovra espansiva potrebbe durare complessivamente tre anni[8].
Al quarto anno dall'emissione i TSF potrebbero essere usati per ridurre i pagamenti delle tasse, dei contributi, delle tariffe pubbliche, ecc. I TSF sarebbero però immediatamente convertibili in euro sul mercato finanziario a un tasso di sconto minimo. Queste titoli di stato andrebbero distribuiti a titolo gratuito agli enti pubblici, alle famiglie (circa 100 euro in più al mese di media) e alle imprese come riduzione del cuneo fiscale per creare occupazione e rilanciare gli investimenti. Così si incrementerebbe il potere di acquisto dei soggetti economici, ripartirebbe la domanda, e con essa gli investimenti pubblici e privati e i consumi.
La manovra non aumenterebbe però il deficit pubblico perché all'emissione lo stato non sborsa nulla e non chiede assolutamente nulla al mercato finanziario. Quindi niente aumento dello spread. Alla scadenza dei TSF, cioè al quarto anno, la crescita del PIL – dovuta al moltiplicatore e a un delta di inflazione – sarà tale che il gettito fiscale sicuramente coprirà il valore nominale di emissione dei TSF creati tre anni prima. Quindi niente deficit.
Il fattore vincente di questa proposta è che i TSF sarebbero sicuramente accettati dalla BCE e dal sistema bancario. Emettere TSF significa infatti emettere dei titoli certamente considerati investment grade dalle agenzie di rating, perché completamente garantiti dal loro valore fiscale (infatti anche se lo stato fallisse e non avesse più gli euro per pagare i BTP, i TSF potrebbero essere ugualmente utilizzati per ottenere riduzioni fiscali). Come titoli investment grade i TSF sarebbero certamente accettati dalla BCE come collaterale per i prestiti alle banche, e allora verrebbero pienamente accettati anche dal sistema bancario. Questo garantirebbe il loro pieno successo.
NOTE
[1] Alessandro Gasparotti und Matthias Kullas, cepStudy “20 Years of the Euro: Winners and Losers. An empirical study”, February 2019
[2] Walter Russell Mead, Wall Street Journal, “Incredible Shrinking Europe. The Continent’s grand unity project is failing, and its global influence is fading” 11 Febbraio 2019 .
[3] Walter Russell Mead, Wall Street Journal, “Europe’s Challenge Is Decline, Not Trump Even George Soros warns that the EU may ‘go the way of the Soviet Union in 1991”18 Febbraio 2019
[4] Reuters “EU slashes euro zone growth outlook, expects inflation to slow”, 7 Febbraio 2019
[5] Vedi per esempio Alfonso Gianni, ex sottosegretario allo Sviluppo Economico nel secondo governo Prodi, che sul Manifesto ha scritto “Non si possono dimenticare esperienze storiche anche recenti, come quella del nostro paese (ma non solo) che nel 1992 vide contemporaneamente la svalutazione della lira e il seppellimento definitivo della scala mobile”. 15 Gennaio 2019
[6] Enrico Grazzini, Micromega on line “Quantitative easing: un bilancio fallimentare”, 31 Gen 2019
[7] Banca Centrale Europea “Cos’è la liquidità in eccesso e perché è importante?”, 27 Dic 2017
[8] Enrico Grazzini, Micromega on line “L’Italia e l’euro potrebbero rafforzarsi con l’emissione di Titoli di Sconto Fiscale”, 26 giugno 2018
(1 marzo 2019)
Enrico Grazzini
Fonte
* opinabile ovviamente ma qui interessano le soluzioni concrete proposte dall'autore che a sinistra, nonostante una finissima analisi della situazione contingente, mancano del tutto.
Il Centrum für Europäische Politik dimostra, come vedremo, che l'euro ha tolto soldi ai cittadini italiani ma ha riempito le tasche dei cittadini tedeschi. Questo non basta: si prospetta una nuova recessione economica. L'Italia sembra oggettivamente paralizzata sull'orlo del precipizio (e questa volta non per sua colpa). Per rilanciare l'economia il governo italiano dovrebbe finanziare estesamente molti piccoli e grandi investimenti pubblici, ma mancano i soldi necessari. Il problema è che la Banca Centrale Europea non può sovvenzionare gli stati e pompa moneta solamente per le banche; ma le banche commerciali non hanno interesse a fare credito a favore di una economia depressa. Gli operatori finanziari lucrano invece sui debiti pubblici e chiedono tassi di interesse sempre più elevati per prestare denaro agli stati. Così i paesi dell'eurozona non trovano le risorse per fare gli investimenti necessari a rivitalizzare l'economia. Inoltre, l'Unione Europea impone ulteriori restrizioni di bilancio pubblico. Il cappio si sta stringendo. La crisi italiana potrebbe facilmente precipitare.
In questo contesto di crisi annunciata tocca alla politica percorrere strade innovative e alternative per difendere e risollevare l'economia nazionale. A mali estremi estremi rimedi. Una maniera concreta di dare ossigeno monetario e fiscale al nostro Paese è che il governo emetta urgentemente dei titoli quasi-moneta complementari all'euro. Pur restando nell'eurozona i Titoli di Sconto Fiscale a favore delle famiglie, delle imprese e degli enti pubblici potrebbero legittimamente (e senza infrangere nessuna regola europea) affiancare l'euro e neutralizzare gli effetti deflazionistici della moneta unica.
L'euro fa male all'Italia ma fa molto bene alla Germania
Dal 1999, anno di introduzione della moneta unica europea, al 2017 la Germania ha guadagnato quasi 1900 miliardi di euro dall'euro, mentre l'Italia nello stesso periodo di tempo ha perso la somma enorme di 4325 miliardi. Ogni cittadino tedesco ha guadagnato più di 21mila euro grazie alla moneta unica, mentre ogni italiano ha perso la bellezza di 73mila euro a causa della moneta europea. Questi i risultati di uno studio condotto dal Centrum für Europäische Politik e intitolato: 20 Years of the Euro: Winners and Losers[1]. Il CEP conta tra i suoi fondatori Hans Tietmeyer e Jürgen Stark, due ex pesi massimi della Banca Centrale Europea: quindi non si può certo affermare che sia pregiudizialmente contro l'euro. L'istituto ordoliberale (versione tedesca del liberismo) ha condotto la ricerca utilizzando il metodo del “controllo sintetico”. Con questo metodo la dinamica reale del PIL pro capite di un paese della zona euro viene confrontata con la tendenza ipotetica dell'economia di quello stesso paese supponendo che non abbia introdotto l'euro (scenario controfattuale).
Fonte: Centrum für Europäische Politik, febbraio 2019
Lo scenario controfattuale è generato estrapolando la tendenza del PIL pro-capite nei paesi che non hanno introdotto l'euro e che però negli anni precedenti hanno riportato andamenti economici molto simili a quelli del paese indagato dell'area dell'euro (gruppo di controllo). L'indagine è basata su serie di dati storici ed algoritmi statistici: ovviamente – come tutte le indagini del tipo “cosa sarebbe successo se invece di un evento ne fosse accaduto un altro” – non dimostra nessi causali e non può dare risultati precisi: tuttavia lo studio statistico indica certamente delle tendenze attendibili e inequivocabili. I risultati sono che Germania e Olanda hanno guadagnato centinaia di miliardi dall'euro, mentre Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Belgio hanno perso. E l'Italia è quella che ha perso di più, oltre 4000 miliardi, per l'impossibilità di attuare politiche espansive e l'impossibilità di svalutare per riallineare i suoi prezzi – come invece ha fatto con successo a partire dagli anni '60 fino all'avvento dell'euro – e tornare competitiva verso la Germania e gli altri Paesi europei.
I dati della Banca Mondiale: l'eurozona è ferma. E c'è un nuovo rischio di recessione.
L'euro, con la sua architettura deflazionistica, è un freno potente per lo sviluppo dell'economia europea. Impedisce di contrastare le dinamiche negative dell'economia aumentando la spesa pubblica in funzione anti-ciclica anche grazie ai deficit di bilancio. Per questo motivo l'eurozona non è mai veramente uscita dalla crisi. Secondo la Banca Mondiale nell'area dell'euro il Prodotto Interno Lordo (PIL) espresso in dollari nel 2017 è stato inferiore rispetto a quello del 2009; nello stesso periodo il PIL è cresciuto del 139% in Cina, del 96% in India e del 34% negli Stati Uniti[2]. Espresso in euro e non in dollari, il PIL nell'eurozona è cresciuto solo di un misero 0,6% all'anno[3]. I paesi europei fuori dall'euro – come Danimarca, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Svezia, Bulgaria, Croazia, e Ungheria – sono cresciuti di più e hanno tassi di disoccupazione generalmente inferiori.
Le previsioni sull'economia dell'eurozona sono tutte al ribasso. Secondo l'agenzia statistica Eurostat il PIL nei 19 paesi della moneta unica è aumentato dello 0,2% nell'ultimo trimestre 2018 e dell'1,2% su base annua. Secondo la Commissione Europea nel 2019 se tutto andrà bene (e questo non è facile...) la crescita dell'eurozona sarà intorno all'1,3% rispetto all'1,9% del 2018[4].
In Italia il PIL del 2018 è ancora inferiore per circa il 5% a quello di 10 anni fa. Affermare che l'euro ci ha difeso dalla crisi è quindi assolutamente falso. La colpa del declino italiano non è certamente solo dell'euro. Le classi dirigenti italiane hanno dimostrato inettitudine e debolezza. Ma l'euro non è certamente innocente e l'Europa non ci ha aiutato: anzi gli stati dominanti, Germania e Francia hanno approfittato delle nostre ingenuità europeiste per imporre la loro prevalenza.
E' del tutto ragionevole ipotizzare che se venti anni fa non avessimo aderito all'euro avremmo inizialmente sofferto a causa delle svalutazioni della lira, e quindi per l'aumento dei prezzi dei beni importati, ma poi ci saremmo ripresi presto anche grazie all'aumento delle esportazioni conseguenti alla svalutazione stessa. Così del resto avvenne dopo che abbandonammo il Sistema Monetario Europeo nel 1992. Il colpo iniziale sarebbe stato duro ma poi l'economia sarebbe ripartita, e oggi quasi certamente non ci troveremmo con una diminuzione del 5% del PIL, con tutte le grandi banche privatizzate, e quasi tutte le grandi banche e le maggiori imprese (vedi per esempio Telecom Italia e Pirelli) in mano agli stranieri, gran parte dell'industria pubblica chiusa o svenduta all'estero e la disoccupazione e la povertà ai massimi livelli.
La svalutazione non è (sempre) un male
Apro una breve parentesi sulla svalutazione. Purtroppo quasi tutti i politici e molti economisti, soprattutto di sinistra, demonizzano le svalutazioni e credono, in buona o cattiva fede – che le svalutazioni siano il male assoluto e la rovina dell'Italia. Per molti il grande merito dell'euro è che finalmente non possiamo più svalutare[5]. Questo però non è certamente un merito: infatti tutti i Paesi – come gli Stati Uniti di Donald Trump, il Giappone di Shinzō Abe, la Cina nel recente passato, la Gran Bretagna, e la stessa Germania (che ha guadagnato entrando nell'area dell'euro una moneta più debole del precedente marco) – per uscire dalla crisi hanno usato, e stanno tuttora usando, la svalutazione delle loro monete.
Se il mercato internazionale svaluta una moneta significa solo che i compratori esteri impongono una diminuzione dei prezzi di quel Paese, ma non significa perdere la faccia o l'“onore”, come ci fanno credere i media più blasonati: non a caso praticamente tutti i Paesi cercano di svalutare quando sono in crisi. La svalutazione permette di guadagnare tempo per tornare a essere competitivi e riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Certamente questo tempo guadagnato non va sprecato e, se le svalutazioni continuano a spirale, portano alla rovina del Paese. Ma di per sé svalutare non è certamente un “peccato mortale”. Anzi, il riallineamento monetario – previsto peraltro anche nel celebrato sistema di Bretton Woods di cambi fissi – è un fatto normale nella vita economica. E' anormale e suicida agganciarsi invece a una moneta troppo forte. Ed è anormale “fottere” i paesi esteri tenendo artificialmente basso il valore della propria moneta per conquistare un surplus enorme a danno degli altri Paesi, come fa da decenni la Germania grazie all'euro.
Se non fossimo entrati nell'euro – come del resto hanno fatto paesi come la Gran Bretagna e la Svezia – avremmo certamente subito delle svalutazioni all'inizio della crisi. Avremmo subito un colpo duro, i mercati avrebbero svalutato la lira, ma poi prevedibilmente l'Italia con la sua forte manifattura avrebbe ripreso a marciare. Grazie alla possibilità di attuare manovre anticicliche non ci ritroveremmo dopo più di dieci anni dalla “Grande Crisi dei Subprime” con il 5% di PIL in meno e il 10% e oltre di disoccupazione, con una generazione perduta senza un lavoro dignitoso, e il Paese spaccato e diviso tra il ricco Nord da una parte e il Sud dall'altra parte in caduta libera e in mano alle mafie (gli unici soggetti, insieme alle banche, che dispongono ancora di grande liquidità). Oggi però uscire dall'euro è troppo rischioso, dividerebbe il Paese, ed è meglio trovare soluzioni nazionali dentro il quadro dell'eurozona.*
Il mondo affoga nei debiti. Vincono i “padroni della moneta”
L'eurozona e Italia stanno entrando di nuovo in una fase di stagnazione, o anche peggio, di recessione. La causa della debolezza dell'economia dell'eurozona è l'architettura deflazionistica della moneta unica e la crescita abnorme del debito globale fuori dall'eurozona. Praticamente tutte le maggiori economie del globo – a partire da quella americana, cinese e giapponese – sono frenate dal peso crescente dei debiti, che sono arrivati a livelli francamente pazzeschi e insostenibili. Il Fondo Monetario Internazionale calcola il debito mondiale in 184 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari, pari al 225% del Pil globale.
Di più: secondo un'analisi dell'Institute of International Finance, i debiti del mondo si aggirano intorno al record di 244 trilioni di dollari, pari a più di tre volte la dimensione dell'economia globale. Paradossalmente il debito pubblico dei paesi dell'eurozona è invece sostenibile, perché è pari solo all'87% del PIL dei Paesi dell'area euro. Il vero problema è il debito privato, e in particolare quello fuori dall'area dell'euro. Tuttavia Berlino insiste nel diminuire rapidamente – fino al 60% del PIL totale – i debiti dei paesi dell'euro: i quali però sono già sostenibili! In realtà il governo tedesco vuole solo imporre tagli selvaggi e la privatizzazione del sistema del welfare universalistico che caratterizza la civiltà e le società europee.
Il colossale debito che grava sull'economia mondiale deriva essenzialmente da un'economia malata di capitalismo finanziario e di speculazione, sconvolta dai derivati e dai titoli tossici (le forme più spurie e pericolose di debito) che hanno continuato a proliferare senza limite e senza regolazione, nonostante l'esperienza della crisi del 2008. Il capitalismo finanziario non è riuscito a riformare sé stesso e si avvicina una nuova grave crisi finanziaria. Chi guadagna dal debito crescente sono le grandi banche d'affari, e poi gli enti finanziari come i fondi di investimento, gli hedge fund, i fondi speculativi, insomma i “padroni della moneta”.
L'aumento dei debiti e le guerre commerciali prima o poi provocheranno una nuova devastante crisi, nell'eurozona e altrove. Non c'è dubbio che l'eurozona sia il vaso di coccio tra quelli di ferro. L'euro è infatti certamente più fragile del dollaro, dello yen e dello yuan o del franco svizzero. La crisi dell'euro continua ancora e l'Italia è il punto debole dell'eurozona. Almeno fino a quando i governi italiani non riconquisteranno la loro autonomia e non subiranno più passivamente tutti i vincoli dell'euro.
Le riserve liquide delle banche sono colme ma agli stati mancano i soldi
La politica dell'eurozona impone di aumentare le tasse e tagliare la spesa pubblica per ripagare il più presto possibile i debiti pubblici. Ma l'austerità ammazza l'economia già colpita dalla crisi. Il trattato di Maastricht e il Fiscal Compact impongono il suicidio per strangolamento dei paesi debitori a favore di quelli creditori. Il dogma dettato dalla UE è la restituzione immediata dei debiti attraverso l'austerità. Se gli stati dell'eurozona cercano invece di attuare manovre espansive, i mercati alzano il prezzo dei loro prestiti a livelli difficilmente sostenibili. Così gli stati più deboli sono obbligati a pagare interessi più elevati e i debiti aumentano a spirale. Per uscire dal tunnel dei debiti gli stati dovrebbero rivitalizzare le loro economie, fare crescere le attività produttive e i redditi, creare occupazione mettendo in circolo nuova moneta. Se il PIL aumenta è facile ripagare i debiti. Ma agli stati mancano i soldi per avviare gli investimenti pubblici indispensabili per riaccendere l'economia. Così il cappio si stringe.
La moneta è il fertilizzante dell'economia. Ma proprio la moneta non gira nell'economia italiana. La moneta è congelata nelle riserve bancarie. Anche la Banca Centrale Europea di Mario Draghi non può fare quasi nulla per immettere moneta nell'economia. Per questo motivo gli stati dell'eurozona dovrebbero intervenire autonomamente con misure alternative. La domanda è insufficiente e, se non c'è abbastanza domanda, l'attività produttiva stagna e dilagano disoccupazione e povertà. Non a caso l'economia dell'area euro è nuovamente sull'orlo della recessione. E ancora una volta la BCE è chiamata a pompare denaro per cercare di salvare una economia soffocata dalla mancanza di liquidità[6].
Il problema però è che la Banca Centrale Europea può solo tappare temporaneamente delle falle che diventano sempre più ampie. Anche perché – nonostante quello che scrivono i grandi media, in buona o cattiva fede – la BCE non dà e non può offrire direttamente liquidità all'economia reale, ma può solo gonfiare le riserve delle banche. L'attività della BCE migliora semplicemente i coefficienti patrimoniali della banca. Ma le riserve costituiscono un sistema chiuso e non possono essere collegate al credito[7]. Non a caso le riserve bancarie depositate in BCE si stanno gonfiando a dismisura, sono pari a circa 1900 miliardi, ma nell'intera eurozona il credito cresce invece in maniera insufficiente e disequilibrata. Crescono i valori finanziari (e le bolle finanziarie) ma i crediti all'economia produttiva non ripartono.
In Italia, secondo i dati dell’Abi, il credito bancario erogato alle società non finanziarie e alle famiglie è addirittura diminuito con il QE: è passato dai 1420 miliardi del marzo 2015 (quando è iniziato il QE) ai 1329 miliardi del dicembre scorso, con un saldo negativo di 91 miliardi. Il problema è che la BCE non può obbligare le banche a concedere prestiti. E siccome le banche usano le riserve della BCE per rimettere a posto i loro conti disastrati dai titoli tossici e dai crediti deteriorati, esitano a prestare denaro. L'offerta di moneta bancaria è carente ma i problemi riguardano anche la domanda.
Le imprese – soprattutto quelle piccole e medie – sono già indebitate e non vedono prospettive positive, e quindi non vogliono indebitarsi ulteriormente per investire nel futuro. Anche le famiglie esitano a contrarre nuovi debiti dal momento che diminuiscono i redditi e crescono disoccupazione e precarietà lavorativa. Insomma: i tassi di interesse della BCE sono a zero, la BCE dà soldi alle banche, ma “il cavallo non beve”.
Senza domanda e senza crescita della produzione il debito pubblico italiano aumenterà, e quindi c'è il rischio molto concreto che lo spread cresca ancora e che l'Unione Europea ci chieda un'austerità sempre più dura: aumenti di tasse (vedi aumento dell'IVA) e tagli selvaggi alla spesa pubblica (vedi spending review di Carlo Cottarelli). Il governo giallo-verde non avrà vita facile.
Per rompere il circolo vizioso bisognerebbe attuare una politica keynesiana, cioè occorrerebbe che gli stati aumentassero la spesa pubblica ricorrendo anche al deficit di bilancio. Ma questo viene impedito dalla UE. Le decisioni della diarchia franco-tedesca a proposito sono chiare: in caso di crisi l'accesso al cosiddetto Fondo Salvastati (l'European Stability Mechanism) sarà garantito solo ai Paesi che si sottosteranno pienamente ai vincoli restrittivi dell'austerità. La diarchia vorrebbe che l'Italia si sottomettesse come la Grecia.
Tocca ai governi emettere titoli quasi-moneta per rivitalizzare l'economia
A questo punto della crisi occorrono proposte nuove prima che tutto precipiti. In questa situazione gli stati nazionali devono trovare autonomamente le risorse monetarie per rilanciare gli investimenti pubblici e l'economia, senza aspettarsi aiuti dalla UE o dalla BCE. Tocca alla politica nazionale riprendere l'iniziativa e risanare l'economia ammalata di debiti, pubblici e privati. Tutto questo restando saldamente dentro i vincoli dell'euro per non provocare una nuova crisi che colpirebbe innanzitutto il lavoro e gli strati più poveri della popolazione. La risposta del governo, dentro il quadro dell'euro, non può essere che l'emissione di titoli pubblici con valore di moneta.
L'unica maniera possibile di rilanciare la domanda è che gli stati e i governi nazionali – il governo italiano auspicabilmente per primo – prendano coraggiosamente l'iniziativa di emettere una “quasi-moneta” nazionale, ovvero dei titoli convertibili in euro da assegnare senza debito e senza compensi agli enti pubblici, alle famiglie e alle imprese per ridare ossigeno ad una economia da troppi anni artificialmente compressa dalla austerità teutonica dell'euro.
Per evitare la crisi il governo italiano dovrebbe emettere urgentemente Titoli di Sconto Fiscale negoziabili a maturità differita per almeno il 2-3% del PIL. La manovra espansiva potrebbe durare complessivamente tre anni[8].
Al quarto anno dall'emissione i TSF potrebbero essere usati per ridurre i pagamenti delle tasse, dei contributi, delle tariffe pubbliche, ecc. I TSF sarebbero però immediatamente convertibili in euro sul mercato finanziario a un tasso di sconto minimo. Queste titoli di stato andrebbero distribuiti a titolo gratuito agli enti pubblici, alle famiglie (circa 100 euro in più al mese di media) e alle imprese come riduzione del cuneo fiscale per creare occupazione e rilanciare gli investimenti. Così si incrementerebbe il potere di acquisto dei soggetti economici, ripartirebbe la domanda, e con essa gli investimenti pubblici e privati e i consumi.
La manovra non aumenterebbe però il deficit pubblico perché all'emissione lo stato non sborsa nulla e non chiede assolutamente nulla al mercato finanziario. Quindi niente aumento dello spread. Alla scadenza dei TSF, cioè al quarto anno, la crescita del PIL – dovuta al moltiplicatore e a un delta di inflazione – sarà tale che il gettito fiscale sicuramente coprirà il valore nominale di emissione dei TSF creati tre anni prima. Quindi niente deficit.
Il fattore vincente di questa proposta è che i TSF sarebbero sicuramente accettati dalla BCE e dal sistema bancario. Emettere TSF significa infatti emettere dei titoli certamente considerati investment grade dalle agenzie di rating, perché completamente garantiti dal loro valore fiscale (infatti anche se lo stato fallisse e non avesse più gli euro per pagare i BTP, i TSF potrebbero essere ugualmente utilizzati per ottenere riduzioni fiscali). Come titoli investment grade i TSF sarebbero certamente accettati dalla BCE come collaterale per i prestiti alle banche, e allora verrebbero pienamente accettati anche dal sistema bancario. Questo garantirebbe il loro pieno successo.
NOTE
[1] Alessandro Gasparotti und Matthias Kullas, cepStudy “20 Years of the Euro: Winners and Losers. An empirical study”, February 2019
[2] Walter Russell Mead, Wall Street Journal, “Incredible Shrinking Europe. The Continent’s grand unity project is failing, and its global influence is fading” 11 Febbraio 2019 .
[3] Walter Russell Mead, Wall Street Journal, “Europe’s Challenge Is Decline, Not Trump Even George Soros warns that the EU may ‘go the way of the Soviet Union in 1991”18 Febbraio 2019
[4] Reuters “EU slashes euro zone growth outlook, expects inflation to slow”, 7 Febbraio 2019
[5] Vedi per esempio Alfonso Gianni, ex sottosegretario allo Sviluppo Economico nel secondo governo Prodi, che sul Manifesto ha scritto “Non si possono dimenticare esperienze storiche anche recenti, come quella del nostro paese (ma non solo) che nel 1992 vide contemporaneamente la svalutazione della lira e il seppellimento definitivo della scala mobile”. 15 Gennaio 2019
[6] Enrico Grazzini, Micromega on line “Quantitative easing: un bilancio fallimentare”, 31 Gen 2019
[7] Banca Centrale Europea “Cos’è la liquidità in eccesso e perché è importante?”, 27 Dic 2017
[8] Enrico Grazzini, Micromega on line “L’Italia e l’euro potrebbero rafforzarsi con l’emissione di Titoli di Sconto Fiscale”, 26 giugno 2018
(1 marzo 2019)
Enrico Grazzini
Fonte
* opinabile ovviamente ma qui interessano le soluzioni concrete proposte dall'autore che a sinistra, nonostante una finissima analisi della situazione contingente, mancano del tutto.
10/08/2018
Iran - Tensioni non solo economiche
Rimostranze, per l’ulteriore svalutazione del rial, la caduta del potere d’acquisto dei salari, la carenza di scorte d’acqua. Ripetute periodicamente. E slogan contro i leader religiosi e le loro politiche antipopolari. In Iran prosegue una fibrillazione con avvenimenti condivisi sui social, seppure taluni collegamenti diventano sempre più difficoltosi. Nel fine settimana si sono registrati agitazioni in città dalle meraviglie artistiche (Isfahan, Shiraz) lanciate da un triennio nel circuito turistico internazionale e piene di visitatori; più Karaj e Arak, rispettivamente a 40 e 180 km da Teheran. Minori e limitate le proteste nella capitale. Uno slogan ripetuto, suonava: “Morte al carovita”. Mentre lo sciopero degli autotrasportatori, che rivendicano aumenti salariali, ha privato del rifornimento di carburante alcune zone del nord, compresa l’area di Teheran. Una vera beffa per un Paese ricco di idrocarburi. La moneta locale è nella bufera da anni, ma nell’ultimo ha perso addirittura l’80% del valore, indebolendosi anche per il rilancio delle sanzioni finanziarie imposte da Trump alla politica statunitense.
Il presidente Rohani è sotto attacco non solo degli oppositori, ma degli stessi elettori delle classi medie che l’avevano rieletto. A costoro l’ayatollah diplomatico, che ricuce la politica nazionale da anni polarizzata dallo scontro fra riformisti e conservatori, non appare più credibile. L’insoddisfazione resta, la disillusione cresce e la mancata realizzazione delle promesse normalizzatrici avanzate nel 2013 e rilanciate con la rielezione del 2017 possono portare solo guai al presidente. Certo, le proteste dello scorso gennaio erano variegate. A soffiare sul malcontento, soprattutto nelle roccaforti tradizionaliste come Mashhad, è stata la fazione di Raisi, il contendente diretto e sconfitto. Da quelle agitazioni i chierici conservatori e il partito dei Pasdaran cercavano sostegno per incrinare il rapporto di forza che il presidente riconfermato aveva stabilito nell’urna. Però i giovani scesi per via nelle due settimane di fuoco di fine anno, pur non ricreando l’onda verde del 2009, non appartenevano all’onda nera della contestazione fondamentalista. Sono dei senza partito e senza leader.
Così, a macchia di leopardo, i primi sette mesi del 2018 hanno evidenziato azioni di gruppi sparuti o più corposi richiedenti aperture, che spesso la geopolitica non consente, oppure semplicemente opportunità lavorative interne ed estere egualmente difficili da attuare. E svelamenti di ragazze che mal sopportano anche il ruolo di ‘mal velate’; e ancora tensioni di imprenditori illusi dalle promesse di affari coi mercati occidentali che l’embargo strisciante – e ora quello ringalluzzito da Trump – rendono impraticabili. Più la caduta a precipizio del valore monetario interno che sotterra il business dei bazari, oltreché qualsiasi prospettiva di circolazione del denaro con acquisti, anche fra i ceti medi. Un cataclisma economico, che rientra anche fra le prospettive inseguite dai nemici del regime. Eppure quest’ultima verità collide con operazioni speculative in cui restano impegolati personaggi pubblici, legati comunque al sistema, com’è accaduto a una figura di vertice della Banca centrale iraniana, Ahmad Araghchi, che è stato recentemente arrestato.
L’uomo è il nipote del noto politico Abbas Araghchi che negli anni passati ha ricoperto funzioni di vertice presso il ministero degli Esteri. Non sono ancora chiari gli addebiti, certo è che la sponda conservatrice tuona contro “i corruttori economici”, e l’attuale ministro degli Esteri Zarif cerca di offrire qualche sortita a un quadro oggettivamente complicato dal rilancio delle sanzioni. Ma quando la gente comune si trova di fronte a soggetti che sottraggono miliardi tramite raggiri e operazioni speculative l’impatto emotivo risulta controproducente per l’intero establishment. Seppure la conflittualità interna per il potere provi a cavalcare ogni protesta economica, sociale, salariale. Le ultime paiono molto disilluse, mancanti di alternative concrete. E la spallata anti regime che gli oppositori filo occidentali (spesso riparati all’estero) sperano possa prodursi, non accade. Secondo alcuni analisti perché la macchina propagandistica del sistema riesce a compattare la popolazione sul tema della sicurezza nazionale messa in pericolo da tentativi destabilizzanti pilotati, contro cui l’apparato della forza ufficiale (polizia) e volontario (strutture paramilitari basij) riesce ad avere la meglio.
Fonte
Il presidente Rohani è sotto attacco non solo degli oppositori, ma degli stessi elettori delle classi medie che l’avevano rieletto. A costoro l’ayatollah diplomatico, che ricuce la politica nazionale da anni polarizzata dallo scontro fra riformisti e conservatori, non appare più credibile. L’insoddisfazione resta, la disillusione cresce e la mancata realizzazione delle promesse normalizzatrici avanzate nel 2013 e rilanciate con la rielezione del 2017 possono portare solo guai al presidente. Certo, le proteste dello scorso gennaio erano variegate. A soffiare sul malcontento, soprattutto nelle roccaforti tradizionaliste come Mashhad, è stata la fazione di Raisi, il contendente diretto e sconfitto. Da quelle agitazioni i chierici conservatori e il partito dei Pasdaran cercavano sostegno per incrinare il rapporto di forza che il presidente riconfermato aveva stabilito nell’urna. Però i giovani scesi per via nelle due settimane di fuoco di fine anno, pur non ricreando l’onda verde del 2009, non appartenevano all’onda nera della contestazione fondamentalista. Sono dei senza partito e senza leader.
Così, a macchia di leopardo, i primi sette mesi del 2018 hanno evidenziato azioni di gruppi sparuti o più corposi richiedenti aperture, che spesso la geopolitica non consente, oppure semplicemente opportunità lavorative interne ed estere egualmente difficili da attuare. E svelamenti di ragazze che mal sopportano anche il ruolo di ‘mal velate’; e ancora tensioni di imprenditori illusi dalle promesse di affari coi mercati occidentali che l’embargo strisciante – e ora quello ringalluzzito da Trump – rendono impraticabili. Più la caduta a precipizio del valore monetario interno che sotterra il business dei bazari, oltreché qualsiasi prospettiva di circolazione del denaro con acquisti, anche fra i ceti medi. Un cataclisma economico, che rientra anche fra le prospettive inseguite dai nemici del regime. Eppure quest’ultima verità collide con operazioni speculative in cui restano impegolati personaggi pubblici, legati comunque al sistema, com’è accaduto a una figura di vertice della Banca centrale iraniana, Ahmad Araghchi, che è stato recentemente arrestato.
L’uomo è il nipote del noto politico Abbas Araghchi che negli anni passati ha ricoperto funzioni di vertice presso il ministero degli Esteri. Non sono ancora chiari gli addebiti, certo è che la sponda conservatrice tuona contro “i corruttori economici”, e l’attuale ministro degli Esteri Zarif cerca di offrire qualche sortita a un quadro oggettivamente complicato dal rilancio delle sanzioni. Ma quando la gente comune si trova di fronte a soggetti che sottraggono miliardi tramite raggiri e operazioni speculative l’impatto emotivo risulta controproducente per l’intero establishment. Seppure la conflittualità interna per il potere provi a cavalcare ogni protesta economica, sociale, salariale. Le ultime paiono molto disilluse, mancanti di alternative concrete. E la spallata anti regime che gli oppositori filo occidentali (spesso riparati all’estero) sperano possa prodursi, non accade. Secondo alcuni analisti perché la macchina propagandistica del sistema riesce a compattare la popolazione sul tema della sicurezza nazionale messa in pericolo da tentativi destabilizzanti pilotati, contro cui l’apparato della forza ufficiale (polizia) e volontario (strutture paramilitari basij) riesce ad avere la meglio.
Fonte
19/08/2015
Le borse cinesi fanno ballare il mondo
Borsa in caduta libera e moneta che si svaluta ben al di là delle intenzioni ribassiste della Banca centrale. Che succede alla Cina?
Anche stamattina la borsa di Shanghai ha aperto perdendo quasi il 5%, dopo che già il giorno prima aveva lasciato sul terreno il 6%. Stesse prestazioni per l'altra piazza finanziaria interna, quella di Shenzen, mentre quella internazionale – Hong Kong – perde appena lo 0,89%. Poi le perdite si sono ridotte anche nelle prime due, intorno al 2%, grazie agli interventi della Banca centrale che ha assicurato sostegno all'economia nella misura che sarà necessaria.
La differenza nelle prestazioni tra le varie piazze finanziarie fornisce già una parte della spiegazione. Shangai e Shenzen sono borse quasi soltanto nazionali, in cui gli investitori sono quasi soltanto cinesi. E nel corso dell'ultimo anno e mezzo anche nel Celeste Impero si era diffusa a livello di massa la tentazione di fare i soldi con i soldi, investendo in borsa anche i pochi risparmi. L'aumento degli indici di quasi il 150% in questo breve periodo era già il segnale di una bolla finanziaria destinata ad esplodere.
Ma l'andamento di Hong Kong spiega anche che questa prevista esplosione non riguarda più di tanto i legami con i mercati internazionali; insomma, che è destinata ad aver conseguenze quasi soltanto nazionali, soprattutto con la classica “tosatura” del cosiddetto “parco buoi” (i cittadini che abboccano alle offerte di investimento quando i prezzi sono già troppo alti, allettati da rendimenti destinati a scomparire prestissimo, restando alla fine col cerino in mano e i risparmi bruciati). Quel -30% in tre settimane pesa soprattutto su di loro.
Ma anche la moneta non sta andando bene affatto, o perlomeno non nella misura voluta dalla autorità cinesi. Questa mattina la Banca centrale ha segnato il fixing (il “punto medio” rispetto al quale è consentita un'oscillazione massima del 2%) dello yuan a 6,3963 contro il dollaro, poco sopra il valore del giorno prima. Ma l'oscillazione è stata invece tutta verso il basso, fino a superare di poco il 6,4. Segno che una quota rilevante di capitali stranieri sta lasciando il paese, convinta di non poter ripetere qui le “prestazioni” raggiunte negli ultimi 25 anni.
In parte era anche l'obiettivo delle autorità statali, che hanno voluto giocare di anticipo rispetto al ciclo atteso (vedi qui), ma la misura in cui sta avvenendo supera probabilmente le attese.
Questa dinamica che indebolisce la “locomotiva manifatturiera” del mondo trascina con sé anche i prezzi delle materie prime, e quindi le entrate finanziarie dei paesi produttori. A cominciare ovviamente dal petrolio, col Brent sceso ancora (48,12 dollari al barile), mentre soltanto l'oro segna un modesto rialzo, come avviene di solito quando sui mercati tira aria di tempesta.
E se tempesta vera ancora non è, certamente c'è diffidenza. Tokyo ha perso ancora l'1,6%, sia come conseguenza dell'andamento delle borse cinesi (il trascinamento negativo su tutte quelle asiatiche è stato piuttosto forte), sia – e forse soprattutto – per il manifesto esaurimento dell'Abenomics, la politica monetaria ultra espansiva voluta da Shinzo Abe per rivitalizzare l'economia del Sol Levante.
Fonte
Anche stamattina la borsa di Shanghai ha aperto perdendo quasi il 5%, dopo che già il giorno prima aveva lasciato sul terreno il 6%. Stesse prestazioni per l'altra piazza finanziaria interna, quella di Shenzen, mentre quella internazionale – Hong Kong – perde appena lo 0,89%. Poi le perdite si sono ridotte anche nelle prime due, intorno al 2%, grazie agli interventi della Banca centrale che ha assicurato sostegno all'economia nella misura che sarà necessaria.
La differenza nelle prestazioni tra le varie piazze finanziarie fornisce già una parte della spiegazione. Shangai e Shenzen sono borse quasi soltanto nazionali, in cui gli investitori sono quasi soltanto cinesi. E nel corso dell'ultimo anno e mezzo anche nel Celeste Impero si era diffusa a livello di massa la tentazione di fare i soldi con i soldi, investendo in borsa anche i pochi risparmi. L'aumento degli indici di quasi il 150% in questo breve periodo era già il segnale di una bolla finanziaria destinata ad esplodere.
Ma l'andamento di Hong Kong spiega anche che questa prevista esplosione non riguarda più di tanto i legami con i mercati internazionali; insomma, che è destinata ad aver conseguenze quasi soltanto nazionali, soprattutto con la classica “tosatura” del cosiddetto “parco buoi” (i cittadini che abboccano alle offerte di investimento quando i prezzi sono già troppo alti, allettati da rendimenti destinati a scomparire prestissimo, restando alla fine col cerino in mano e i risparmi bruciati). Quel -30% in tre settimane pesa soprattutto su di loro.
Ma anche la moneta non sta andando bene affatto, o perlomeno non nella misura voluta dalla autorità cinesi. Questa mattina la Banca centrale ha segnato il fixing (il “punto medio” rispetto al quale è consentita un'oscillazione massima del 2%) dello yuan a 6,3963 contro il dollaro, poco sopra il valore del giorno prima. Ma l'oscillazione è stata invece tutta verso il basso, fino a superare di poco il 6,4. Segno che una quota rilevante di capitali stranieri sta lasciando il paese, convinta di non poter ripetere qui le “prestazioni” raggiunte negli ultimi 25 anni.
In parte era anche l'obiettivo delle autorità statali, che hanno voluto giocare di anticipo rispetto al ciclo atteso (vedi qui), ma la misura in cui sta avvenendo supera probabilmente le attese.
Questa dinamica che indebolisce la “locomotiva manifatturiera” del mondo trascina con sé anche i prezzi delle materie prime, e quindi le entrate finanziarie dei paesi produttori. A cominciare ovviamente dal petrolio, col Brent sceso ancora (48,12 dollari al barile), mentre soltanto l'oro segna un modesto rialzo, come avviene di solito quando sui mercati tira aria di tempesta.
E se tempesta vera ancora non è, certamente c'è diffidenza. Tokyo ha perso ancora l'1,6%, sia come conseguenza dell'andamento delle borse cinesi (il trascinamento negativo su tutte quelle asiatiche è stato piuttosto forte), sia – e forse soprattutto – per il manifesto esaurimento dell'Abenomics, la politica monetaria ultra espansiva voluta da Shinzo Abe per rivitalizzare l'economia del Sol Levante.
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La tempesta cinese d’estate
La decisione cinese di svalutare lo yuan rispetto al dollaro ha causato una tempesta che, per ora sembra placata, ma c’è poco da fidarsi. Ovviamente il primo problema che si pone agli analisti è capire se ci saranno nuove mosse del genere (anche perché il cambio è stato riaggiornato per tre volte in 72 ore e quini non si escludono ulteriori riaggiustamenti) e se può seguirne una nuova guerra monetaria.
Le cose sono complicate dal fatto che i cinesi sono molto avari in fatto di dati ed il tasso di trasparenza è molto prossimo allo zero.
Partiamo dai pochi dati certi per capire gli scopi della mossa cinese:
a- già da due anni sono evidenti i segni del calo di incremento del Pil: ormai irraggiungibile quota +8%, si cerca a fatica di tenersi intorno al 7%, ma la pressione delle migrazioni interne verso le città non è affatto calata;
b- la crescita del mercato interno è ancora insufficiente e le esportazioni sui mercati occidentali sono fatalmente calate con la crisi e non sono più tornate ai livelli pre crisi;
c- si avvicina drammaticamente il momento in sui la popolazione inattiva supererà quella attiva;
d- le sperequazioni sociali e territoriali sono tutt’altro che risolte e questo ha dato luogo, da un lato, ad una lotta alla corruzione che non ha precedenti, dall’altro alla ripresa della conflittualità sociale;
e- il corpo del partito è attraversato da tensioni sempre più difficili da mascherare.
A tutto questo si è aggiunto il crollo della borsa (in primo luogo quella di Shangai), innescato dallo scoppio della bolla finanziaria dell’ultimo anno, cui il governo ha reagito con il blocco delle vendite di azioni e con un intervento-tampone sui mercati finanziari. Nonostante questo, a luglio il crollo ha avuto una nuova ondata per ora frenata, ma è evidente che la resa dei conti arriverà nei primi dell’anno con la ripresa e la ridefinizione dei listini ed è facile prevedere che i milioni di investitori che si erano indebitati pur di speculare in borsa, andranno ad ingrossare le fila del malcontento popolare.
Nel frattempo, peraltro, i mercati (soprattutto le borse asiatiche) stanno già scontando parzialmente gli effetti del terremoto in arrivo.
Questo il quadro di riferimento. Pertanto, il gruppo dirigente cinese ha una serie di obiettivi di lungo e medio periodo (la ripresa delle esportazioni, l’atterraggio soft alla stagione della prevalenza della popolazione inattiva, il riequilibrio delle diseguaglianze interne) ma, deve far fronte prima ancora alle scadenze più vicine, impedendo che inizi una crisi economico sociale che rischierebbe di compromettere la presa del partito sulla società ed aprire la crisi di regime. Dunque, occorre una prima ripresa delle esportazioni per far riprendere il mercato e disinnescare la bomba ad orologeria della ripresa dei listini.
Fatta questa premessa, gli obiettivi della attuale mossa monetaria appaiono più chiari: ovviamente, stimolare le esportazioni attraverso una svalutazione competitiva e, contemporaneamente, sfavorire le importazioni, in modo da indirizzare maggiormente la domanda interna verso prodotti cinesi. E questo è stato universalmente notato e commentato.
Ma ci sono altri scopi che sono passati più inosservati e che si riferiscono alla bolla finanziaria da disinnescare. Svalutare la moneta significa anche svalutare il monte debiti-crediti denominato in moneta interna, rispetto al dollaro. Di conseguenza, se il governo volesse attuare uno sgonfiamento (almeno parziale) della bolla acquistando sul mercato parte dei titoli pagandoli in dollari (la Banca cinese ne ha una montagna, anche se un po’ meno del passato), potrebbe farlo a costi sensibilmente ridotti. Questo sgonfiamento potrebbe avvenire sia attraverso l’acquisto dei titolo da parte del Fondo Sovrano, oppure con un quantitative easing in dollari alle banche cinesi (addirittura potrebbe verificarsi il caso di prestiti ad interesse negativo). Che poi la manovra riesca è tutto da vedere, ma questo fa capire che essa ha una finalizzazione precisa e, pertanto, non dovrebbe ripetersi salvo che nel caso in cui occorrano nuove iniezioni per far fronte all’ascesso borsistico.
Anche perché la Cina non ha interesse a scatenare una guerra monetaria che potrebbe avere effetti opposti sulla ripresa delle esportazioni. Lo scopo è quello di ottenere un riaggiustamento stabile dei cambi, non una rincorsa a chi svaluta prima. La stessa modalità della svalutazione in tre riprese, da un lato è servita ad attenuare i suoi effetti sui mercati finanziari diluendoli (una svalutazione secca del 4,5-5% avrebbe provocato sicuramente un terremoto più forte), in secondo luogo a scoraggiare manovre speculative o contro-svalutazioni, avvertendo che avrebbero potuto esserci ulteriori oscillazioni.
Le borse hanno dato segnale di “messaggio ricevuto” e, infatti, dopo gli scivoloni seguiti alle prime due fasi, è seguita la ripresa già all’indomani della terza svalutazione.
Per ora l’operazione è riuscita e sembra (però: sembra!) che non ci sarà guerra monetaria. Ma per capire se la mina è stata disinnescata occorrerà vedere le prossime mosse del governo cinese e qui siamo solo alla prima parte, vedremo il resto.
Fonte
Le cose sono complicate dal fatto che i cinesi sono molto avari in fatto di dati ed il tasso di trasparenza è molto prossimo allo zero.
Partiamo dai pochi dati certi per capire gli scopi della mossa cinese:
a- già da due anni sono evidenti i segni del calo di incremento del Pil: ormai irraggiungibile quota +8%, si cerca a fatica di tenersi intorno al 7%, ma la pressione delle migrazioni interne verso le città non è affatto calata;
b- la crescita del mercato interno è ancora insufficiente e le esportazioni sui mercati occidentali sono fatalmente calate con la crisi e non sono più tornate ai livelli pre crisi;
c- si avvicina drammaticamente il momento in sui la popolazione inattiva supererà quella attiva;
d- le sperequazioni sociali e territoriali sono tutt’altro che risolte e questo ha dato luogo, da un lato, ad una lotta alla corruzione che non ha precedenti, dall’altro alla ripresa della conflittualità sociale;
e- il corpo del partito è attraversato da tensioni sempre più difficili da mascherare.
A tutto questo si è aggiunto il crollo della borsa (in primo luogo quella di Shangai), innescato dallo scoppio della bolla finanziaria dell’ultimo anno, cui il governo ha reagito con il blocco delle vendite di azioni e con un intervento-tampone sui mercati finanziari. Nonostante questo, a luglio il crollo ha avuto una nuova ondata per ora frenata, ma è evidente che la resa dei conti arriverà nei primi dell’anno con la ripresa e la ridefinizione dei listini ed è facile prevedere che i milioni di investitori che si erano indebitati pur di speculare in borsa, andranno ad ingrossare le fila del malcontento popolare.
Nel frattempo, peraltro, i mercati (soprattutto le borse asiatiche) stanno già scontando parzialmente gli effetti del terremoto in arrivo.
Questo il quadro di riferimento. Pertanto, il gruppo dirigente cinese ha una serie di obiettivi di lungo e medio periodo (la ripresa delle esportazioni, l’atterraggio soft alla stagione della prevalenza della popolazione inattiva, il riequilibrio delle diseguaglianze interne) ma, deve far fronte prima ancora alle scadenze più vicine, impedendo che inizi una crisi economico sociale che rischierebbe di compromettere la presa del partito sulla società ed aprire la crisi di regime. Dunque, occorre una prima ripresa delle esportazioni per far riprendere il mercato e disinnescare la bomba ad orologeria della ripresa dei listini.
Fatta questa premessa, gli obiettivi della attuale mossa monetaria appaiono più chiari: ovviamente, stimolare le esportazioni attraverso una svalutazione competitiva e, contemporaneamente, sfavorire le importazioni, in modo da indirizzare maggiormente la domanda interna verso prodotti cinesi. E questo è stato universalmente notato e commentato.
Ma ci sono altri scopi che sono passati più inosservati e che si riferiscono alla bolla finanziaria da disinnescare. Svalutare la moneta significa anche svalutare il monte debiti-crediti denominato in moneta interna, rispetto al dollaro. Di conseguenza, se il governo volesse attuare uno sgonfiamento (almeno parziale) della bolla acquistando sul mercato parte dei titoli pagandoli in dollari (la Banca cinese ne ha una montagna, anche se un po’ meno del passato), potrebbe farlo a costi sensibilmente ridotti. Questo sgonfiamento potrebbe avvenire sia attraverso l’acquisto dei titolo da parte del Fondo Sovrano, oppure con un quantitative easing in dollari alle banche cinesi (addirittura potrebbe verificarsi il caso di prestiti ad interesse negativo). Che poi la manovra riesca è tutto da vedere, ma questo fa capire che essa ha una finalizzazione precisa e, pertanto, non dovrebbe ripetersi salvo che nel caso in cui occorrano nuove iniezioni per far fronte all’ascesso borsistico.
Anche perché la Cina non ha interesse a scatenare una guerra monetaria che potrebbe avere effetti opposti sulla ripresa delle esportazioni. Lo scopo è quello di ottenere un riaggiustamento stabile dei cambi, non una rincorsa a chi svaluta prima. La stessa modalità della svalutazione in tre riprese, da un lato è servita ad attenuare i suoi effetti sui mercati finanziari diluendoli (una svalutazione secca del 4,5-5% avrebbe provocato sicuramente un terremoto più forte), in secondo luogo a scoraggiare manovre speculative o contro-svalutazioni, avvertendo che avrebbero potuto esserci ulteriori oscillazioni.
Le borse hanno dato segnale di “messaggio ricevuto” e, infatti, dopo gli scivoloni seguiti alle prime due fasi, è seguita la ripresa già all’indomani della terza svalutazione.
Per ora l’operazione è riuscita e sembra (però: sembra!) che non ci sarà guerra monetaria. Ma per capire se la mina è stata disinnescata occorrerà vedere le prossime mosse del governo cinese e qui siamo solo alla prima parte, vedremo il resto.
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13/08/2015
In questa guerra la finanza conta più delle portaerei
Le mosse cinesi sono sempre meditate, a volte magari inefficaci, ma mai improvvisate. Questione di cultura, che privilegia la cautela anche a costo di “perdere l'attimo fuggente” piuttosto che affrontare il rischio senza adeguata preparazione e “piani B”.
Per questo la maggior parte delle “spiegazioni” addotte dagli analisti e dai giornalisti occidentale alla tripla svalutazione dello yuan – e alle altre che potrebbero seguire – appaiono un clamoroso scambio tra ciò che si è abituati a fare qui (arsenale argomentativo compreso) e quello che invece avviene in base ad un modo di ragionare che ci appare incomprensibile. Per manifesta ignoranza occidentale.
Nei giorni scorsi la rivista Limes, il miglior esempio di analisi geostrategica “italiana” che ci sia in commercio, ha pubblicato un intervento del generale Quiao Liang, famoso qui da noi per un eccellente saggio (Guerra senza limiti) sulla novità teorica principale in campo militare, la guerra asimmetrica.
Il ragionamento svolto qui, però, affronta un'altra novità strategico-militare dei tempi moderni: la finanza conta oggi più delle portaerei e quasi sempre le sostituisce. Deve quindi avventurarsi in campo economico finanziario con una logica strategica e coglie sicuramente il punto fondamentale: dal 1971 ad oggi gli Stati Uniti hanno controllato il mondo manovrando gli strumenti monetari e finanziari, mentre le guerre locali che hanno combattuto sono servite soprattutto ad assicurare la credibilità del Pentagono come “sottostante” della moneta. Detto altrimenti: il mondo è costretto o convinto ad accettare dollari dal valore reale imperscrutabile perché la solidità degli Stati Uniti è garantita dalla loro forza militare e dal sistema finanziario sotto il loro relativo controllo.
Non è una tesi particolarmente originale (vedi anche Gianfranco Bellini, La bolla del dollaro, Odradek Edizioni), e molto spesso il generale forza l'interpretazione di alcuni episodi della storia del dopoguerra per convalidarne la potenza euristica. A volte sembra considerare la capacità di manovrare il valore del dollaro come l'unico motore di crisi e rivolgimenti globali, senza calcolare l'oggettività delle dinamiche complessive del capitalismo. Comprensibile, per una mente militare, che è obbligata a ragionare in termini di strategie consapevoli, di soggettività organizzata per raggiungere obiettivi. Anche a costo di perdere di vista la natura impersonale dei rapporti capitalistici di produzione e scambio.
Ma è una tesi sostanzialmente esatta. Il principale modo in cui gli Usa hanno tentato di governare le crisi e rinsaldare la propria egemonia – declinante per quanto riguarda la potenza produttiva e ormai anche per quanto concerne la superiorità tecnologica – è stato proprio l'uso del dollaro, la manovra dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, oltre ad alcune iniziative militari e/o diplomatiche (con relativa “guerra dell'informazione”, ça va sans dire).
Il ciclo illustrato da Quiao Liang è concettualmente semplice, anche se inverato da strumentazione monetaria e finanziaria di complessità inquantificabile: dieci anni di dollaro debole, in cui i capitali finanziari si spargono per il mondo, facendo emergere o resuscitare economie arretrate grazie alla disponibilità illimitata degli investimenti a basso tasso di interesse, seguiti da sei anni di dollaro forte, in cui quei capitali rientrano nel circuito statunitense, facendo crollare le economie che hanno abbandonato. Gli effetti di una guerra, anche senza la guerra (che poi magari scoppia all'interno dell'area in crisi, per conflittualità endogene riattizzate dalla crisi).
Una distruzione di energie e capacità produttive che appare insensata solo a chi non ne comprende la necessità all'interno della crescita capitalistica, orientata al profitto, non alla soddisfazione dei bisogni o al pieno sviluppo di un'economia equilibrata.
Al termine dei sei anni di distruzione, infatti, ecco che quei capitali hanno davanti un pezzo di mondo disponibile a farsi comprare e rivitalizzare a prezzi stracciati. E, con il dollaro di nuovo debole, e con i tassi di interesse di nuovo vicini allo zero, quei capitali fanno incetta di ottime occasioni.
Quiao Liang non ne parla, per ovvii motivi, ma il meccanismo che illustra è straordinariamente simile a quello interno all'Unione Europea, anche se con una tempistica molto diversa e soprattutto all'interno della stessa area monetaria. Nella Ue, infatti, la dinamica del dollaro (forte/debole) è sostituita da quella del debito, proprio perché non ci sono differenze temporali di valore tra monete diverse. A una periodo di credito facile verso paesi “deboli” per struttura e capacità produttiva, ha fatto seguito un periodo di austerità, in cui la “restituzione del debito” deve avvenire anche a costo di strangolare la capacità produttiva del paese indebitato. La deflazione salariale che ne segue crea le condizioni favorevoli al ritorno dei capitali mutinazionali, così come le privatizzazioni e liberalizzazioni mettono a disposizione asset interessanti a prezzi stracciati. Basta un solo esempio: quello dei 14 aeroporti turistici greci che stanno per essere comprati da Fraport, società privata tedesca che gestisce l'hub di Francoforte. Ma anche l'Italia fornisce innumerevoli esempi di svendita del patrimonio industriale. Gli effetti di una guerra, senza che stia stato sparato un solo colpo.
Tornando a Quiao Liang, questo “ciclo” è stato a suo avviso perturbato in due occasioni. Con l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e dalle “contromosse” cinesi di questi ultimi anni, fino alla definizione delle “vie della seta” come alternativa strategica – anche “quasi militare” – alla parossistica tendenza alla guerra che costituisce il dna dell'egemonia globale Usa. Non viene detto, ma è una conseguenza logica: tutto si basa sulla scommessa che sia possibile erodere la centralità del dollaro – quindi dell'egemonia Usa – prima o senza che gli Stati Uniti portino il pianeta a una guerra “senza limiti”.
Obiettivo possibile? Dipende. In fondo la “mutua distruzione assicurata” garantita dagli arsenali nucleari ha reso impraticabile la guerra tra superpotenze per sette decenni (al prezzo delle cento guerre “per procura” combattute direttamente o indirettamente in tutti gli angoli del mondo).
In più, oggi, c'è la novità strategica che la finanza conta più delle portaerei. I cinesi stanno costruendo la loro prima portaerei, ma non ci fanno sopra affidamento strategico. Sulla finanza, invece...
Qiao LIANG
I. LA CONGIUNTURA GEOPOLITICA CINESE E IL CICLO DEL DOLLARO
Per la prima volta nella storia, la nascita di un impero finanziario
Esistono certamente compagni, esperti di finanza, che meglio di me potrebbero parlare di economia. Tuttavia io ho intenzione di affrontare il tema da un punto di vista meramente strategico. Iniziamo dal principio. Con l’obiettivo di appropriarsi della leadership geopolitica e valutaria della Gran Bretagna, nel luglio del 1944 gli Stati Uniti promossero la nascita di tre sistemi globali: uno eminentemente politico, le Nazioni Unite; un altro commerciale, il Gatt (successivamente trasformato nel Wto); e uno monetario e finanziario, il sistema di Bretton Woods. Allora proposero ai paesi del globo di agganciare le varie monete nazionali al dollaro che, a sua volta, sarebbe stato agganciato all’oro con un prezzo fisso di convertibilità di 35 dollari per oncia.
Nel tempo il modello di Bretton Woods realizzò la leadership del biglietto verde, ma proprio la commutabilità aurea, che impediva di stampare valuta ad libitum, riduceva il margine di manovra della Federal Reserve. Peraltro, dopo la seconda guerra mondiale la superpotenza decise scioccamente di partecipare alla guerra di Corea e a quella del Vietnam, conflitti finanziariamente assai dispendiosi. In particolare quello vietnamita, che costò all’erario circa 800 miliardi di dollari. Così se nel 1944 gli Stati Uniti possedevano circa l’80% delle riserve auree mondiali, nell’agosto del 1971 queste erano scese a circa 880 tonnellate e i guai stavano per cominciare. Anche a causa delle manovre di alcuni leader internazionali. Come Charles de Gaulle che, sospettoso della tenuta della divisa Usa, ordinò al ministero delle Finanze e alla Banca centrale francesi di convertire in oro l’intero portfolio da circa 2,3 miliardi di dollari. Molte nazioni emularono l’affondo di de Gaulle spingendo Washington a un passo dal collasso.
Per questo il 15 agosto il presidente Richard Nixon annunciò la fine del sistema aureo. Terminavano gli accordi di Bretton Woods e non era chiaro cosa sarebbe successo. Dopo essere stato usato come moneta di scambio e di riserva per quasi trent’anni, ora il dollaro non era più agganciato all’oro. Come misurare il valore delle merci negli scambi bilaterali? Come fidarsi delle altre valute? Molte nazioni sembravano spaesate. Tra queste Unione Sovietica e Cina, che si rifiutarono di riconoscere le rispettive monete e continuarono a usare il dollaro per i loro commerci.
Un’inerzia globale che nell’ottobre del 1973 consentì agli americani di imporre la propria volontà ai membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec): da quel momento la vendita di greggio sarebbe stata effettuata in dollari.
Abbandonato l’oro, la Casa Bianca aveva agganciato la valuta nazionale alla risorsa energetica strategica per eccellenza. Era una mossa tanto semplice quanto razionale: giacché ogni nazione necessita di energia e dunque di petrolio, da quel momento non avrebbe potuto fare a meno del dollaro. Tramontato il sistema aureo, era quella un’altra svolta nella storia monetaria del globo, benché all’epoca se ne accorgessero in pochi. Ancora oggi molti economisti ed esperti di finanza non comprendono che l’evento più rilevante del XX secolo non è stato né la seconda guerra mondiale, né il crollo dell’Unione Sovietica, bensì proprio l’abbandono del gold standard. Nasceva allora l’impero finanziario statunitense che avrebbe attirato al suo interno l’intera umanità.
Per la prima volta, sostrato di una valuta non era più un metallo prezioso, ma la credibilità del governo Usa che se ne sarebbe servito per accrescere la propria influenza e sottrarre ricchezza al resto del mondo. Nel corso dei secoli gli esseri umani hanno realizzato profitti in molti modi – dalla manipolazione del tasso di cambio all’utilizzo di oro o argento, fino all’appropriazione di beni altrui attraverso la guerra – ma d’ora in poi il dollaro, quale semplice cartamoneta, avrebbe garantito a Washington un rapporto costi-benefici estremamente vantaggioso. Tuttora la diffusione all’estero del biglietto verde permette all’America di mantenere sotto controllo il tasso di inflazione, che altrimenti con la possibilità di creare moneta in quantità illimitata raggiungerebbe livelli pericolosi. A questa si aggiunge la frugalità della Federal Reserve, che in cento anni di storia – tra il 1913 e il 2013 – ha stampato «appena» 10 mila miliardi di dollari, proprio per limitarne il deprezzamento.
A partire dal 1954, da quando cioè ha coniato la nuova divisa, la Banca centrale cinese ha emesso invece 120 mila miliardi di yuan, che se convertiti in dollari a un tasso di cambio del 6,2 equivalgono a 20 mila miliardi. Non una grandezza esagerata.
Pechino incamera un gigantesco volume di dollari che, a causa dei controlli sul mercato valutario, non possono circolare sul territorio nazionale ed è dunque costretta a stampare una somma di renminbi corrispondente a quella della divisa estera. In futuro però, dopo aver ottenuto il profitto desiderato, gli investimenti stranieri potrebbero volatilizzarsi, lasciando in circolazione una quantità sproporzionata di yuan. Già adesso Pechino ammette che sul territorio nazionale è presente gran parte dei 120 mila miliardi di renminbi stampati. Ecco perché è necessario occuparsi della questione successiva: l’internazionalizzazione della nostra moneta.
La relazione tra il ciclo del dollaro e l’economia mondiale
Con la diffusione globale del dollaro la superpotenza s’è liberata dell’inflazione. Visto che produrre un grande volume di denaro ne causerebbe la perniciosa svalutazione, essa emette buoni del Tesoro per spingerlo fuori dal paese. E quando questo rientra in patria attraverso la vendita del debito inizia un gioco diverso, con gli americani che da una parte producono moneta e dall’altra ottengono prestiti. In sintesi: fanno soldi con i soldi. Ma se è più semplice arricchirsi con la finanza piuttosto che con l’economia reale, chi è disposto a lavorare duramente in industrie dal basso valore aggiunto? Dopo il 15 agosto 1971 gli Stati Uniti hanno gradualmente abbandonato l’economia reale in favore di quella virtuale e sono diventati una nazione vuota. Nel frattempo il pil Usa ha raggiunto i 18 mila miliardi di dollari, ma la componente dell’economia reale non supera i 5 mila miliardi.
Con l’emissione di bond un enorme volume di dollari circolante all’estero torna nei tre cruciali mercati statunitensi: quello azionario, quello dei futures e quello del debito. Il flusso di moneta in entrata e in uscita produce profitti e fa dell’America un impero valutario, oltre che il centro del sistema finanziario globale. Molti pensavano che con il declino dell’impero britannico si fosse conclusa l’esperienza colonialista, ma gli Usa utilizzano il dollaro proprio come malcelato strumento di espansione, controllando le altre economie e trasformandole in colonie. Esistono numerose nazioni – tra queste la Cina – che, seppur sovrane e indipendenti, dotate di una costituzione e di un governo, non riescono ad affrancarsi dal dominio del biglietto verde. La taglia della loro economia è comunque espressa in dollari e parte della loro ricchezza si trasferisce negli Stati Uniti attraverso il commercio e il flusso di valuta.
Possiamo comprendere il fenomeno attraverso lo studio del tasso di cambio del dollaro registrato negli ultimi quarant’anni. Nel 1971 lo sganciamento dall’oro consentì alla Federal Reserve di stampare liberamente moneta, così la circolazione del dollaro aumentò e il tasso di cambio rimase basso fino alla fine degli anni Settanta. Una dinamica senz’altro positiva per l’economia mondiale, poiché una maggiore disponibilità di dollari si tradusse in un aumento del flusso di capitali.
Invece di restare in loco, gran parte del denaro si riversò all’estero. Soprattutto in America Latina, dove stimolò gli investimenti e produsse crescita. Fino al 1979, quando la Fed chiuse i rubinetti: il dollaro si rafforzò e la liquidità si ridusse notevolmente, tanto in patria quanto nel resto del globo. In America Latina gli investimenti diminuirono, la disponibilità finanziaria si esaurì e l’economia entrò in crisi.
Nel continente sudamericano ogni nazione provò a escogitare un sistema per mettersi in salvo. Anche l’Argentina, che negli anni Settanta era divenuta, in termini di reddito pro capite, un’economia sviluppata, ma che con lo scoppio della crisi era stata la prima nazione a scivolare in recessione. Giunto al potere in seguito a un colpo di Stato, il generale Leopoldo Galtieri, a totale digiuno di economia, pensò di risolvere la situazione con la guerra. Mise gli occhi sulle isole Malvine, un arcipelago posto a 600 chilometri dalle coste argentine e che da quasi duecento anni con il nome di Falkland Islands appartiene alla corona britannica. Deciso ad appropriarsi delle isole, Galtieri volle interpellare sul tema l’egemone continentale. Nel 1982 alcuni collaboratori del generale si incontrarono a Washington con il presidente Ronald Reagan che, pur consapevole dell’incombenza della guerra, si limitò a definire la questione un affare tra argentini e britannici. «Rimaniamo neutrali», annunciò.
Galtieri interpretò l’ambiguità di Reagan come acquiescenza e poco tempo dopo lanciò la campagna delle Malvine che condusse alla veloce occupazione delle isole. Il popolo argentino festeggiò l’evento quasi fosse carnevale, ma la mancata accettazione del fait accompli da parte del primo ministro britannico Margaret Thatcher costrinse il presidente americano a schierarsi. Reagan si tolse la maschera e condannò duramente l’aggressione argentina, mentre Londra inviava nell’Atlantico meridionale la propria flotta che, dopo aver percorso 8 mila miglia marine, riconquistò le Falklands. Nel frattempo il dollaro cominciò ad apprezzarsi e un eccezionale numero di capitali fece ritorno negli Stati Uniti. Lo scoppio della guerra delle Malvine persuase gli investitori internazionali che l’America Latina era in piena crisi e nel continente il clima economico si guastò. La Federal Reserve sfruttò il momento propizio per annunciare un aumento del tasso di interesse che innescò un massiccio trasferimento di capitali dal Sudamerica verso i tre mercati statunitensi (debito, futures, azionario).
L’infusione di denaro generò il primo grande boom borsistico dalla fine del gold standard. Il tasso di cambio del dollaro, che fino ad allora era cresciuto di 60 punti, aumentò in pochi giorni di 120 punti. I mercati Usa non trattennero la nuova liquidità, piuttosto aumentarono i profitti acquistando asset di grande valore proprio in America Latina dove i prezzi erano crollati, saccheggiando ulteriormente le economie locali.
Se nella storia il fenomeno si fosse registrato una sola volta sarebbe da considerarsi una rara coincidenza, ma dato che si ripete con straordinaria puntualità deve trattarsi di un evento artificiale. Eppure al tempo di questo primo ciclo – dieci anni di dollaro debole e sei anni di dollaro forte – gli analisti non ne compresero la scientificità.
Superata la fase acuta della depressione latinoamericana, a partire dal 1986 il tasso di cambio del dollaro cominciò a scendere di nuovo. Neppure le crisi finanziarie giapponese ed europea riuscirono ad arrestarne la picchiata. Fino a che, dieci anni più tardi, la divisa tornò ad apprezzarsi nuovamente. Ancora una volta il «dollaro forte» sarebbe durato circa sei anni.
A metà degli anni Ottanta l’Asia era una regione in grande espansione economica, con le cosiddette quattro Tigri a dominare la scena. Molti credevano che l’inedita prosperità continentale fosse il frutto del duro lavoro, dell’intelligenza e del senso per gli affari della popolazione locale. In realtà a stimolare la crescita era stato l’afflusso dei dollari e appena le economie locali divennero abbastanza prosperose, gli americani pensarono fosse giunto il momento di raccogliere quanto seminato. Così nel 1997, dopo dieci anni di dollaro debole, la Federal Reserve tagliò la disponibilità monetaria, causando un sostanziale apprezzamento della valuta nazionale. Numerose industrie asiatiche furono colpite dall’improvvisa assenza di liquidità e alcune non riuscirono a ricapitalizzarsi: erano i segnali del crollo. A dimostrazione che per causare sconvolgimenti non è necessario fare la guerra, ma può bastare una manovra finanziaria. Specie se l’obiettivo è appropriarsi di capitali altrui. All’epoca centinaia di hedge funds e speculatori del calibro di George Soros, alla guida del Quantum Fund, cominciarono ad attaccare come lupi famelici le economie più deboli della regione (tra queste la Thailandia di cui colpirono duramente la divisa nazionale, il bath). In poco più di una settimana il contagio si estese gradualmente verso sud(coinvolgendo la Malesia, l’Indonesia, le Filippine e Singapore) e verso nord, fino alla Russia. Anche nel caso asiatico gli investitori stabilirono che convenisse abbandonare il continente e mentre la Fed aumentava i tassi d’interesse, trasferirono i loro capitali nei mercati statunitensi, che avrebbero vissuto una nuova stagione rialzista. Come in America Latina, gli Stati Uniti utilizzarono i risparmi accumulati per comprare asset asiatici a prezzi stracciati, mentre le economie locali apparivano devastate. Solo la Cina si salvò.
Ora è il nostro turno
Sei anni più tardi il dollaro tornò debole e, puntuale come la marea, nel 2012 la Federal Reserve ne ha segnalato l’imminente apprezzamento. Nel tempo il trucco è rimasto lo stesso: provocare crisi regionali a scapito delle nazioni indigene. Di recente lo abbiamo visto con l’incidente del Cheŏnan (la nave sudcoreana affondata nel 2010 forse da un missile di P’yŏngyang,n.d.t.); nella disputa per le isole Diaoyu/Senkaku tra Cina e Giappone; e in quella per l’isola Huangyan/Scarborough Shoal tra Cina e Filippine. Ma gli Stati Uniti, che giocavano col fuoco in casa propria, nel 2008 sono stati travolti a loro volta dalla crisi finanziaria. Ne è conseguito un ritardo nel rafforzamento del dollaro, mentre gli scontri per Hungyan e le isole Diaoyu non sembrano aver avuto un rilevante impatto finanziario. Perché tali incidenti sono avvenuti proprio all’inizio del decennale periodo di debolezza della valuta Usa?
Scrutando gli eventi attraverso il prisma del ciclo del dollaro, teso a distruggere le economie antagoniste, possiamo stabilire che è giunto il turno della Cina, da tempo divenuta un magnete per gli investimenti stranieri. La Repubblica Popolare è più di una nazione: la sua economia è grande quanto quella dell’America Latina (in termini di pil lo è perfino di più) ed è pressoché identica a quella dell’intera Asia orientale.
Nell’ultimo decennio l’afflusso di capitali stranieri ha consentito a Pechino di crescere a una velocità sconvolgente e di diventare la seconda economia del mondo.
Nulla di stupefacente dunque se ora l’egemone globale punta a guastarne il successo. Per questo a partire dal 2012 si sono susseguite numerose dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, fino allo scontro nel 2014 tra Cina e Vietnam per la piattaforma petrolifera hd-981 e il costituirsi a Hong Kong del movimento Occupy Central. Quando nel maggio del 2014 accompagnai a Hong Kong il generale Liu Yazhou, commissario politico dell’Università nazionale per la Difesa, la protesta appariva in fermento e sarebbe potuta deflagrare già allora, ma nulla è accaduto almeno fino ad agosto. Cosa aspettavano i manifestanti? Proviamo a confrontare la cronologia di Occupy Central con lo sviluppo di un altro evento: la cadenzata fine del quantitative easing (Qe) decisa dalla Federal Reserve. Per tutta l’estate la Banca centrale ha mantenuto il dollaro debole, rendendo inutile l’inizio delle proteste. Solo l’annunciata fine del Qe nel settembre successivo ha provocato il rafforzamento del biglietto verde e inaugurato Occupy Central.
La contesa per le isole Diaoyu, per Huangyan, per la piattaforma petrolifera hd-981, nonché le proteste a Hong Kong, sono quattro eventi potenzialmente esplosivi. Se anche uno solo di questi deflagrasse, il subcontinente cinese non apparirebbe più appetibile agli investimenti. Uno sviluppo che realizzerebbe la strategia di Washington, per cui quando il dollaro si apprezza una regione del globo deve essere investita dalla crisi. Questa volta però, la superpotenza si è schiantata contro la forza della Repubblica Popolare. I cinesi hanno usato il metodo del taijiquan per sventare ciascuno degli attacchi sferrati nella loro regione, con il risultato che quanto auspicato dagli americani non si è realizzato. La situazione è lontana dal punto di rottura e la Fed non può ancora permettersi di alzare i tassi d’interesse. Eppure, malgrado le difficoltà, gli Stati Uniti non hanno intenzione di rinunciare all’impresa. In simultanea con il sostegno fornito a Occupy Central, hanno cominciato ad agire in altre aree geografiche. A partire dall’Ucraina. All’inizio del 2014 hanno pensato di colpire il paese guidato da Viktor Janukovyč, non certamente un modello di efficienza e trasparenza, perché costituiva un obiettivo facile. Inoltre, un intervento contro Kiev avrebbe arrestato l’avvicinamento in corso tra Unione Europea e Russia e avrebbe influito negativamente sul clima per gli investimenti. Di fatto, come prendere tre piccioni con una fava. Si è verificata così una rivoluzione colorata che si è spinta perfino oltre gli obiettivi dei suoi ideatori. Putin, l’uomo forte di Mosca, ha colto l’occasione per riconquistare la Crimea, ma la mossa è servita agli Stati Uniti per premere sull’Ue e sul Giappone affinché adottassero sanzioni stringenti contro la Russia, colpendo duramente anche l’economia europea.
Qual è il senso dell’offensiva americana? Spesso si tende a interpretare quanto accade soltanto con gli strumenti della geopolitica e non con quelli della finanza. La crisi ucraina ha provocato un netto deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente, mentre le sanzioni contro Mosca hanno rallentato l’afflusso di investimenti verso l’Europa e provocato una massiccia fuga di capitali. Secondo alcuni rilevamenti, negli ultimi mesi più di mille miliardi di dollari avrebbero abbandonato il Vecchio Continente. Tuttavia la duplice offensiva si è dimostrata solo parzialmente efficace.
Impossibilitata a toglierli alla Cina, l’America ha sottratto capitali all’Europa. Questi però si sono diretti soprattutto verso Hong Kong. È evidente che gli investitori non credono nella ripresa statunitense e preferiscono affidarsi al Celeste Impero che, ancorché in frenata, può ancora vantare il più alto tasso di crescita del mondo.
L’anno scorso il governo di Pechino ha poi annunciato una sinergia tra le Borse di Shanghai e Hong Kong e gli investitori globali bramano per profittare della novità. In passato i capitali occidentali non osavano accedere al mercato azionario cinese, a causa dei severi controlli sugli scambi tra monete e della difficoltà ad abbandonare il paese. Ma con la creazione della Shanghai and Hong Kong Markets Communication ora possono investire in entrambi i mercati e ritirarsi quando vogliono. Non a caso, mentre più di mille miliardi di dollari si riversavano su Hong Kong, i manifestanti di Occupy Central si rifiutavano di mollare. Obama intendeva sfruttare fino all’ultimo la sommossa per i suoi scopi.
La dipendenza assoluta degli Stati Uniti dai flussi internazionali di capitali risiede nell’abbandono, avvenuto con la fine del gold standard, della produzione manifatturiera e dell’economia reale. Gli americani considerano «spazzatura» le imprese che producono beni dal basso valore aggiunto (sunset industries) e per questo le hanno gradualmente trasferite nei paesi in via di sviluppo, tra questi la Cina. Se si escludono industrie high-tech come Ibm, Microsoft ed altre, il governo Usa ha favorito l’esodo nel settore finanziario del 70% dei posti di lavoro. Divenuto industrialmente vuoto e privo dell’apporto dell’economia reale, il paese vive esclusivamente di economia virtuale. Riesce a produrre soldi soltanto con i capitali stranieri che accedono ai tre mercati interni e poi utilizza i profitti per spennare il resto del mondo. È questo ormai il suo unico sostentamento: chiamiamolo pure American way of life. La superpotenza ha bisogno di assorbire grandi quantità di capitale per sorreggere l’economia nazionale e mantenere il livello di benessere dei cittadini. Pertanto chiunque cerchi di interrompere il flusso in questione è da considerarsi un nemico strategico. Se non comprendiamo questo non possiamo valutare con lucidità la situazione attuale.
II. A CHI HA ROVINATO LA FESTA LA RAPIDA ASCESA DELLA CINA?
Perché la nascita dell’euro scatenò una guerra?
L’euro nacque il primo gennaio del 1999. Tre mesi più tardi, cominciò la guerra del Kosovo. Molti credettero che gli Stati Uniti e la Nato avessero unito le forze per combattere il regime serbo di Milošević che, con il massacro degli albanesi etnici, stava provocando una tragedia umanitaria. Poi, al termine del conflitto, gli americani ammisero che si era trattato di una campagna realizzata congiuntamente dalla Cia e dai media occidentali per colpire Belgrado. Ma la guerra in Kosovo fu realmente combattuta contro la Jugoslavia? Nei giorni del lancio della moneta unica, gli europei apparivano in preda all’euforia. Tanto da fissare a 1,07 il cambio con il dollaro e da partecipare massicciamente alla campagna dei Balcani. Solo quando, dopo 72 giorni di bombardamenti, il regime di Milošević crollò, a Bruxelles compresero che i conti non tornavano. Durante il conflitto l’euro si era deprezzato del 30%, raggiungendo quota 0,82 dollari. Per questa ragione quattro anni più tardi Francia e Germania si sarebbero veementemente opposte alla guerra in Iraq.
Sebbene molti analisti sostengano che le democrazie occidentali non si combattono fra loro, negli ultimi anni si sono registrate numerose guerre finanziarie ed economiche. Una di queste fu proprio quella del Kosovo, nociva tanto per la Jugoslavia quanto per l’euro. D’altronde con la sua nascita la moneta unica aveva rotto l’idillio del dollaro che prima del 1999 rappresentava l’indiscussa divisa globale, usata per l’80% delle transazioni internazionali (oggi lo è per il 60%). Con 27 mila miliardi di dollari l’Unione Europea era divenuta la regione economica più grande del mondo, maggiore della North American Free Trade Area (24-25 mila miliardi di dollari), ed era inevitabile che l’euro erodesse di almeno un terzo le transazioni effettuate dal dollaro (attualmente il 23% degli scambi mondiali avviene nella moneta unica europea). Quando gli Stati Uniti si accorsero che l’euro minacciava il primato del dollaro era già troppo tardi. Imparata la lezione, adesso intervengono per annientare preventivamente qualsiasi avversario.
Cosa vuole ottenere l’America con il suo ribilanciamento strategico verso l’Asia-Pacifico?
In questa fase la Cina costituisce il principale avversario della superpotenza. Gli scontri del 2012 per le isole Diaoyu e Huangyan non sono altro che gli ultimi tentativi di colpire un potenziale rivale. Entrambi gli eventi sono avvenuti nell’area geopolitica cinese e, nonostante non siano riusciti a innescare una fuga di capitali, hanno comunque raggiunto parzialmente gli obiettivi. Nello specifico hanno nuociuto gravemente al trattato di libero scambio dell’Asia nordorientale (Northeast Asian Fta). Se agli inizi del 2012 il negoziato tra Cina, Giappone e Corea del Sud appariva a un passo dalla conclusione (nell’aprile dello stesso anno Pechino e Tokyo avevano raggiunto un’intesa preliminare in tema di scambio di yen e buoni del Tesoro), le successive dispute per le isole hanno reso impraticabili entrambi gli obiettivi. A distanza di tre anni è stato a malapena completato il negoziato bilaterale tra Cina e Corea del Sud. Gli Stati Uniti temono fortemente il Northeast Asian Fta perché questo, includendo Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Macao e Taiwan, diventerebbe con circa 20 mila miliardi di dollari di pil complessivo la terza area economica del mondo. Non soltanto. In futuro potrebbe inglobare anche l’area di libero scambio del Sud-Est asiatico e creare così un gigante da oltre 30 mila miliardi di dollari, l’economia più grande del globo. Se poi si unissero anche l’India, le cinque repubbliche dell’Asia Centrale e il Medio Oriente, raggiungerebbe i 50 mila miliardi di dollari di pil, più dell’Unione Europea e del Nafta messe insieme. Come accaduto al dollaro in Nord America e successivamente nel mondo, lo yuan diventerebbe la valuta utilizzata nelle transazioni di un immenso mercato comune.
L’internazionalizzazione del renminbi non avrebbe un significato esclusivamente monetario. Rappresenterebbe anche il volano della politica delle vie della seta che condurrebbe alla tripartizione tra dollaro, euro e yuan del primato valutario globale e alla divisione del mondo in tre blocchi commerciali. Gli americani ne sono perfettamente consapevoli e per questo hanno premuto su Giappone e Filippine affinché si scontrassero con la Cina. Del resto se il dollaro coprisse appena un terzo degli scambi globali, come potrebbero gli Usa mantenere la loro supremazia monetaria? Ancor più importante, come può una nazione priva di un’economia reale restare leader mondiale se perde l’egemonia monetaria? Per capire cosa sta succedendo dobbiamo riconoscere che dietro le recenti difficoltà della Repubblica Popolare si cela la longa manus di Washington, abituata a pensare nel lungo periodo e ora impegnata a disinnescare l’insidia cinese. È questa la principale ragione del perno asiatico, il cui vero obiettivo non è creare un pacifico equilibrio tra la Cina e le potenze locali, quanto stroncare sul nascere le nostre ambizioni.
III. SOLDATI AMERICANI COMBATTONO IN NOME DEL DOLLARO
La guerra irachena e la valuta utilizzata nella vendita del petrolio
Tutti concordano nel sostenere che il potere a stelle e strisce si regge su tre pilastri: denaro, tecnologia e forze armate. Adesso però possiamo affermare che i pilastri sono soltanto quello monetario e quello militare, con il Pentagono impegnato a sostenere il dollaro. Fare la guerra è assai dispendioso, ma gli Stati Uniti sono in grado di guadagnare denaro combattendo, indipendentemente dalle dolorose sconfitte subite di recente.
Ad esempio: perché hanno invaso l’Iraq? Molti risponderebbero «per il petrolio», ma si sbagliano. Se gli Usa puntavano agli idrocarburi, perché mai dopo l’invasione del paese non hanno ottenuto neanche una goccia di greggio? Perché il prezzo al barile passò tra l’inizio e la fine della guerra da 38 a 149 dollari, gravando sulle tasche dei cittadini statunitensi? La ragione è molto semplice: Iraqi Freedom è stata pensata solo per il biglietto verde. Come ormai sappiamo, per mantenere la supremazia globale la superpotenza ha bisogno che il mondo usi la sua valuta. Per raggiungere tale obiettivo nel 1973 l’amministrazione Nixon si dimostrò scaltra nel costringere l’Arabia Saudita e le principali nazioni dell’Opec a utilizzare il dollaro per la vendita dell’oro nero. E quando gli Stati Uniti attaccano una nazione produttrice di petrolio, il prezzo del greggio schizza in alto e con esso anche la domanda globale della loro divisa. Con la Federal Reserve libera di adottare una politica monetaria espansiva.
C’è anche un’altra ragione per cui George W. Bush volle la guerra. Saddam Hussein non sosteneva al-Qā’ida, né nel paese vi era traccia di armi di distruzione di massa, ma il ra’īs negli anni precedenti aveva peccato di hybris. In particolare, nel 1999 Saddam aveva annunciato l’intenzione di vendere in euro gli idrocarburi iracheni.
Una decisione presto emulata dal presidente russo Vladimir Putin, da quello iraniano Mahmud Ahmadi-Nejad e dal leader venezuelano Hugo Chávez. È proprio questo che irritò gli americani. Non a caso il primo decreto emesso dal governo di Baghdad nel dopo invasione stabiliva che l’esportazione del petrolio sarebbe stata effettuata in dollari.
La guerra in Afghanistan e il surplus nella bilancia dei pagamenti americana
Se il conflitto in Iraq fu ordito per mantenere il primato del dollaro, secondo molti osservatori lo stesso non si può dire della guerra in Afghanistan. Anche perché nel paese dell’Asia centrale non vi sono idrocarburi e la campagna fu lanciata immediatamente dopo l’11 settembre per punire al-Qā‘ida e i taliban. Cominciata circa un mese dopo il crollo delle Torri Gemelle, l’Operazione Enduring Freedom fu realizzata in tutta fretta. Il Pentagono non poté fare altro che attingere agli arsenali nucleari, rimuovendo mille testate atomiche dai missili Cruise e rimpiazzandole con testate convenzionali. Dopo rastrellò altri novecento missili e solo allora poté battere l’Afghanistan. Questa è la riprova che la preparazione era stata assai carente. Dunque perché scatenare la guerra tanto velocemente?
All’alba del XXI secolo gli Stati Uniti erano una nazione industrialmente nulla che per sopravvivere aveva bisogno ogni anno di assorbire dall’estero circa 700 miliardi di dollari. Gli attentati dell’11 settembre avevano guastato il clima per gli investimenti come mai accaduto prima e in circa trenta giorni oltre 300 miliardi di dollari avevano lasciato il paese. Il nocciolo della questione era fin troppo chiaro: se l’America non era in grado di difendere il proprio territorio, come poteva garantire la sicurezza finanziaria degli investitori? La guerra doveva dunque servire a riconquistare la fiducia dei mercati. E Washington centrò agilmente l’obiettivo.
Quando i primi missili Cruise colpirono Kabul, l’indice Dow Jones guadagnò 600 punti in un solo giorno e al termine dell’invasione circa 400 miliardi di dollari fecero ritorno negli Stati Uniti.
Perché le portaerei saranno sostituite da sistemi globali di attacco rapido
Molti cultori della storia della Marina da guerra si aspettano grandi cose dalla portaerei cinese Liaoning, giacché una grande nazione deve necessariamente possederne almeno una. Tuttavia l’economia globale è sempre più incentrata sulla tecnologia finanziaria e la rilevanza delle portaerei appare in netto declino. L’impero britannico, che al suo apogeo vendeva manufatti in cambio di risorse naturali, necessitava di una Marina potente che garantisse la sicurezza del commercio globale e mantenesse praticabili le vie marittime. Lo sviluppo delle portaerei ottemperava perfettamente a questa funzione. Allora il motto era «la logistica è sovrana» e controllare il commercio via mare significava decidere della ricchezza globale. Oggi però viviamo in un’era in cui a regnare sovrano è il denaro. Centinaia, se non addirittura migliaia di miliardi di capitale si spostano da un luogo all’altro in pochi secondi con la semplice pressione di un tasto del computer. La portaerei che solca gli oceani può dominare la logistica, ma priva della stessa velocità, non è in grado di controllare i trasferimenti di valuta. Come fare dunque per stare al passo con la direzione, la grandezza e la velocità di tali flussi alimentati da Internet? Gli americani stanno sviluppando un sistema globale di attacco rapido che, dotato di testate balistiche e caccia supersonici cinque o dieci volte più veloci di un missile Cruise, può colpire qualsiasi luogo in cui si concentrano gli investimenti. Il Pentagono sostiene di poter realizzare in meno di 28 minuti un attacco militare in qualsiasi parte del mondo. E appena un missile Usa centra l’obiettivo scatta puntuale la fuga di capitali. Ecco perché i sistemi globali di attacco rapido sono destinati a sostituire le portaerei. Certo, le piattaforme marittime continueranno a proteggere il transito commerciale e a condurre missioni umanitarie, ma in futuro un armamento sarà valido solo se in grado di incidere sui flussi di denaro.
IV. LA AIRSEA BATTLE: IL NODO GORDIANO DEGLI AMERICANI
Nel tentativo di escogitare il sistema più efficace per contrastare la Cina, di recente il Pentagono ha coniato il concetto di AirSea battle, che a mio parere rappresenta un ineludibile dilemma. Annunciata al summit dell’Aeronautica e della Marina Usa del 2010, tale strategia palesa l’attuale declino delle Forze armate statunitensi. In precedenza la superpotenza era certa che un attacco condotto simultaneamente dal cielo e dal mare contro la Repubblica Popolare l’avrebbe posta in una posizione favorevole. Ciò nonostante, circa quattro anni più tardi la AirSea battle ha già cambiato nome per trasformarsi in «concetto di comune coinvolgimento globale e di mobilità congiunta». Ora Washington afferma che i due rivali non si faranno la guerra per almeno dieci anni, anche perché studi recenti dedicati allo sviluppo delle Forze armate cinesi hanno dimostrato che le attuali capacità militari degli Stati Uniti non bastano per annullare i vantaggi acquisiti da Pechino nella distruzione dei sistemi spaziali e nell’attacco alle portaerei. Sicché in questa fase il Pentagono si sta industriando per realizzare un sistema di combattimento maggiormente sofisticato, che renda possibile un conflitto armato nel decennio successivo. Uno scenario che potrebbe non avverarsi e che non vorremmo affrontare, ma al quale dobbiamo comunque prepararci, sia sul piano economico che militare.
V. IL SIGNIFICATO STRATEGICO DELLE VIE DELLA SETA
Occupiamoci della passione degli americani per lo sport. Il pugilato in particolare riflette l’idea di forza che hanno: attacco frontale, colpi diretti, movimenti chiari, il knockout che sancisce la vittoria. Al contrario i cinesi, che apprezzano le sfumature e la sinuosità, non puntano a stendere l’avversario, quanto a comprenderne e ad annullarne le mosse. Nella Repubblica Popolare si pratica il taiji, un’arte nettamente superiore alla boxe. Il modello delle vie della seta riflette questo approccio.
Storicamente è l’ascesa delle grandi potenze a innescare la globalizzazione: un processo discontinuo, legato a doppio filo all’epopea del soggetto geopolitico dominante. E se con l’impero romano o con quello Qin la globalizzazione mantenne un’estensione regionale, fu con la Gran Bretagna che raggiunse dimensioni realmente universali. Gli Stati Uniti, che si sono sostituiti al Regno Unito, hanno invece realizzato la globalizzazione del dollaro, così le vie della seta, piuttosto che segnalare l’integrazione della Cina in un sistema straniero, rappresenta la fase iniziale di un analogo processo indipendente. Presto il dollaro andrà in declino e la Repubblica Popolare, in quanto grande potenza, soppianterà l’egemone con un suo peculiare modello.
Quella delle vie della seta è di gran lunga la migliore strategia securitaria che Pechino possa adottare contro il ribilanciamento verso Oriente perseguito dal Pentagono.
Qualcuno potrà obiettare che solitamente il contenimento di un rivale si fa nella sua stessa direzione, ma il modo più efficace per rispondere al perno asiatico è andare nella direzione opposta. Ovvero muoversi verso Occidente. Non per evitare il confronto, né per paura. Quanto per allentare la pressione esercitata su di noi a Oriente. Le vie della seta rappresentano un progetto composto da priorità diverse. Dal momento che la nostra Marina è ancora debole, dobbiamo competere via terra, con il continente come prima direzione d’attacco e i mari come traiettoria secondaria. In tale contesto l’Esercito cinese, che all’interno del territorio nazionale è di fatto invincibile, ricoprirà un ruolo cruciale e nostro obiettivo primario sarà espanderne le capacità di proiezione all’estero.
L’anno scorso ho affrontato questo argomento al Global Times Forum. Ho spiegato che nello scegliere la Cina come avversario, l’America ha commesso un grave errore. Soprattutto perché, in vista del futuro, il suo rivale è se stessa e finirà per autodistruggersi. Non comprende che il capitalismo finanziario è declinante e che, privilegiando l’economia virtuale, ne ha già drenato i benefici. Inoltre l’innovazione scientifica e tecnologica, nel cui ambito la Silicon Valley rimane l’indiscusso leader mondiale, spingerà all’estremo innovazioni come Internet, big data, cloud che, assumendo vita propria, si trasformeranno nei principali oppositori del capitalismo finanziario e annienteranno la superpotenza.
Alcuni segnali sono già visibili. Ad esempio, l’11 novembre 2014, il giorno che in Cina corrisponde a San Valentino, lo shopping online su Alibaba’s Taobao ha toccato i 50,7 miliardi di yuan, mentre negli Stati Uniti nei tre giorni successivi alla festa del ringraziamento si sono registrate vendite online e di persona per un totale di 40,7 miliardi di yuan. Uno scarto significativo, ottenuto senza tenere conto di siti quali Netease, Tencent, Jingdong, o degli incassi dei centri commerciali. È fin troppo chiaro che una nuova era è iniziata e che alla Casa Bianca non ne sono consapevoli.
Peraltro, su Alibaba tutti gli acquisti sono stati effettuati attraverso il sistema di pagamento diretto Alipay: di fatto la moneta è già stata estromessa dalle transazioni.
Che succederà agli Usa, un impero costruito sulla valuta, se il dollaro diventa inutile?
È questa la domanda che dovrebbero porsi i nostri interlocutori.
Anche la stampante 3D rappresenta una svolta e causerà una rivoluzione nel settore industriale. E se il commercio e i sistemi di produzione si stanno evolvendo, anche il mondo è destinato a cambiare radicalmente. La storia dimostra che solo le innovazioni determinano un reale mutamento. Fu ai tempi dell’imperatore Qin che il popolo cinese, guidato da Chen Sheng e Wu Guang, cominciò a ribellarsi e in duemila anni di storia si sono registrate decine di rivolte. Ma benché questi movimenti abbiano prodotto numerosi cambi di regime, non sono riusciti a trasformare la natura della società rurale, né i sistemi di produzione o il modo di commerciare. Lo stesso è accaduto in Occidente con Napoleone, che pur conducendo la Francia a conquistare l’Europa, una volta sconfitto a Waterloo non poté impedire il ripristino dell’ancien régime e della società feudale. Al contrario la rivoluzione industriale, innescata dall’invenzione del motore a vapore, sconvolse il mondo provocando un aumento della produzione, un surplus di manufatti e con questi l’avvento del capitale e dei capitalisti.
Oggi proprio con il tramonto delle valute materiali e l’emergere della stampante 3D l’umanità appare prossima a entrare in una nuova era. Washington e Pechino partono pressoché alla pari in tema di Internet, big data e cloud. Il punto è stabilire chi saprà muoversi meglio in questa nuova fase storica, anziché prevedere chi riuscirà a sopraffare l’altro. Poiché il suo principale nemico è se stessa, l’America ha individuato nella Cina il rivale sbagliato. Eppure non comprende l’errore. È troppo bramosa di mantenere la propria solitaria leadership e non ha intenzione di condividere la governance mondiale con le altre nazioni. Mentre affrontare insieme questa nuova epoca, piena di incognite e di barriere sconosciute, appare del tutto necessario.
(traduzione di Dario Fabbri)
Fonte
Per questo la maggior parte delle “spiegazioni” addotte dagli analisti e dai giornalisti occidentale alla tripla svalutazione dello yuan – e alle altre che potrebbero seguire – appaiono un clamoroso scambio tra ciò che si è abituati a fare qui (arsenale argomentativo compreso) e quello che invece avviene in base ad un modo di ragionare che ci appare incomprensibile. Per manifesta ignoranza occidentale.
Nei giorni scorsi la rivista Limes, il miglior esempio di analisi geostrategica “italiana” che ci sia in commercio, ha pubblicato un intervento del generale Quiao Liang, famoso qui da noi per un eccellente saggio (Guerra senza limiti) sulla novità teorica principale in campo militare, la guerra asimmetrica.
Il ragionamento svolto qui, però, affronta un'altra novità strategico-militare dei tempi moderni: la finanza conta oggi più delle portaerei e quasi sempre le sostituisce. Deve quindi avventurarsi in campo economico finanziario con una logica strategica e coglie sicuramente il punto fondamentale: dal 1971 ad oggi gli Stati Uniti hanno controllato il mondo manovrando gli strumenti monetari e finanziari, mentre le guerre locali che hanno combattuto sono servite soprattutto ad assicurare la credibilità del Pentagono come “sottostante” della moneta. Detto altrimenti: il mondo è costretto o convinto ad accettare dollari dal valore reale imperscrutabile perché la solidità degli Stati Uniti è garantita dalla loro forza militare e dal sistema finanziario sotto il loro relativo controllo.
Non è una tesi particolarmente originale (vedi anche Gianfranco Bellini, La bolla del dollaro, Odradek Edizioni), e molto spesso il generale forza l'interpretazione di alcuni episodi della storia del dopoguerra per convalidarne la potenza euristica. A volte sembra considerare la capacità di manovrare il valore del dollaro come l'unico motore di crisi e rivolgimenti globali, senza calcolare l'oggettività delle dinamiche complessive del capitalismo. Comprensibile, per una mente militare, che è obbligata a ragionare in termini di strategie consapevoli, di soggettività organizzata per raggiungere obiettivi. Anche a costo di perdere di vista la natura impersonale dei rapporti capitalistici di produzione e scambio.
Ma è una tesi sostanzialmente esatta. Il principale modo in cui gli Usa hanno tentato di governare le crisi e rinsaldare la propria egemonia – declinante per quanto riguarda la potenza produttiva e ormai anche per quanto concerne la superiorità tecnologica – è stato proprio l'uso del dollaro, la manovra dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, oltre ad alcune iniziative militari e/o diplomatiche (con relativa “guerra dell'informazione”, ça va sans dire).
Il ciclo illustrato da Quiao Liang è concettualmente semplice, anche se inverato da strumentazione monetaria e finanziaria di complessità inquantificabile: dieci anni di dollaro debole, in cui i capitali finanziari si spargono per il mondo, facendo emergere o resuscitare economie arretrate grazie alla disponibilità illimitata degli investimenti a basso tasso di interesse, seguiti da sei anni di dollaro forte, in cui quei capitali rientrano nel circuito statunitense, facendo crollare le economie che hanno abbandonato. Gli effetti di una guerra, anche senza la guerra (che poi magari scoppia all'interno dell'area in crisi, per conflittualità endogene riattizzate dalla crisi).
Una distruzione di energie e capacità produttive che appare insensata solo a chi non ne comprende la necessità all'interno della crescita capitalistica, orientata al profitto, non alla soddisfazione dei bisogni o al pieno sviluppo di un'economia equilibrata.
Al termine dei sei anni di distruzione, infatti, ecco che quei capitali hanno davanti un pezzo di mondo disponibile a farsi comprare e rivitalizzare a prezzi stracciati. E, con il dollaro di nuovo debole, e con i tassi di interesse di nuovo vicini allo zero, quei capitali fanno incetta di ottime occasioni.
Quiao Liang non ne parla, per ovvii motivi, ma il meccanismo che illustra è straordinariamente simile a quello interno all'Unione Europea, anche se con una tempistica molto diversa e soprattutto all'interno della stessa area monetaria. Nella Ue, infatti, la dinamica del dollaro (forte/debole) è sostituita da quella del debito, proprio perché non ci sono differenze temporali di valore tra monete diverse. A una periodo di credito facile verso paesi “deboli” per struttura e capacità produttiva, ha fatto seguito un periodo di austerità, in cui la “restituzione del debito” deve avvenire anche a costo di strangolare la capacità produttiva del paese indebitato. La deflazione salariale che ne segue crea le condizioni favorevoli al ritorno dei capitali mutinazionali, così come le privatizzazioni e liberalizzazioni mettono a disposizione asset interessanti a prezzi stracciati. Basta un solo esempio: quello dei 14 aeroporti turistici greci che stanno per essere comprati da Fraport, società privata tedesca che gestisce l'hub di Francoforte. Ma anche l'Italia fornisce innumerevoli esempi di svendita del patrimonio industriale. Gli effetti di una guerra, senza che stia stato sparato un solo colpo.
Tornando a Quiao Liang, questo “ciclo” è stato a suo avviso perturbato in due occasioni. Con l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e dalle “contromosse” cinesi di questi ultimi anni, fino alla definizione delle “vie della seta” come alternativa strategica – anche “quasi militare” – alla parossistica tendenza alla guerra che costituisce il dna dell'egemonia globale Usa. Non viene detto, ma è una conseguenza logica: tutto si basa sulla scommessa che sia possibile erodere la centralità del dollaro – quindi dell'egemonia Usa – prima o senza che gli Stati Uniti portino il pianeta a una guerra “senza limiti”.
Obiettivo possibile? Dipende. In fondo la “mutua distruzione assicurata” garantita dagli arsenali nucleari ha reso impraticabile la guerra tra superpotenze per sette decenni (al prezzo delle cento guerre “per procura” combattute direttamente o indirettamente in tutti gli angoli del mondo).
In più, oggi, c'è la novità strategica che la finanza conta più delle portaerei. I cinesi stanno costruendo la loro prima portaerei, ma non ci fanno sopra affidamento strategico. Sulla finanza, invece...
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Qiao LIANG
I. LA CONGIUNTURA GEOPOLITICA CINESE E IL CICLO DEL DOLLARO
Per la prima volta nella storia, la nascita di un impero finanziario
Esistono certamente compagni, esperti di finanza, che meglio di me potrebbero parlare di economia. Tuttavia io ho intenzione di affrontare il tema da un punto di vista meramente strategico. Iniziamo dal principio. Con l’obiettivo di appropriarsi della leadership geopolitica e valutaria della Gran Bretagna, nel luglio del 1944 gli Stati Uniti promossero la nascita di tre sistemi globali: uno eminentemente politico, le Nazioni Unite; un altro commerciale, il Gatt (successivamente trasformato nel Wto); e uno monetario e finanziario, il sistema di Bretton Woods. Allora proposero ai paesi del globo di agganciare le varie monete nazionali al dollaro che, a sua volta, sarebbe stato agganciato all’oro con un prezzo fisso di convertibilità di 35 dollari per oncia.
Nel tempo il modello di Bretton Woods realizzò la leadership del biglietto verde, ma proprio la commutabilità aurea, che impediva di stampare valuta ad libitum, riduceva il margine di manovra della Federal Reserve. Peraltro, dopo la seconda guerra mondiale la superpotenza decise scioccamente di partecipare alla guerra di Corea e a quella del Vietnam, conflitti finanziariamente assai dispendiosi. In particolare quello vietnamita, che costò all’erario circa 800 miliardi di dollari. Così se nel 1944 gli Stati Uniti possedevano circa l’80% delle riserve auree mondiali, nell’agosto del 1971 queste erano scese a circa 880 tonnellate e i guai stavano per cominciare. Anche a causa delle manovre di alcuni leader internazionali. Come Charles de Gaulle che, sospettoso della tenuta della divisa Usa, ordinò al ministero delle Finanze e alla Banca centrale francesi di convertire in oro l’intero portfolio da circa 2,3 miliardi di dollari. Molte nazioni emularono l’affondo di de Gaulle spingendo Washington a un passo dal collasso.
Per questo il 15 agosto il presidente Richard Nixon annunciò la fine del sistema aureo. Terminavano gli accordi di Bretton Woods e non era chiaro cosa sarebbe successo. Dopo essere stato usato come moneta di scambio e di riserva per quasi trent’anni, ora il dollaro non era più agganciato all’oro. Come misurare il valore delle merci negli scambi bilaterali? Come fidarsi delle altre valute? Molte nazioni sembravano spaesate. Tra queste Unione Sovietica e Cina, che si rifiutarono di riconoscere le rispettive monete e continuarono a usare il dollaro per i loro commerci.
Un’inerzia globale che nell’ottobre del 1973 consentì agli americani di imporre la propria volontà ai membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec): da quel momento la vendita di greggio sarebbe stata effettuata in dollari.
Abbandonato l’oro, la Casa Bianca aveva agganciato la valuta nazionale alla risorsa energetica strategica per eccellenza. Era una mossa tanto semplice quanto razionale: giacché ogni nazione necessita di energia e dunque di petrolio, da quel momento non avrebbe potuto fare a meno del dollaro. Tramontato il sistema aureo, era quella un’altra svolta nella storia monetaria del globo, benché all’epoca se ne accorgessero in pochi. Ancora oggi molti economisti ed esperti di finanza non comprendono che l’evento più rilevante del XX secolo non è stato né la seconda guerra mondiale, né il crollo dell’Unione Sovietica, bensì proprio l’abbandono del gold standard. Nasceva allora l’impero finanziario statunitense che avrebbe attirato al suo interno l’intera umanità.
Per la prima volta, sostrato di una valuta non era più un metallo prezioso, ma la credibilità del governo Usa che se ne sarebbe servito per accrescere la propria influenza e sottrarre ricchezza al resto del mondo. Nel corso dei secoli gli esseri umani hanno realizzato profitti in molti modi – dalla manipolazione del tasso di cambio all’utilizzo di oro o argento, fino all’appropriazione di beni altrui attraverso la guerra – ma d’ora in poi il dollaro, quale semplice cartamoneta, avrebbe garantito a Washington un rapporto costi-benefici estremamente vantaggioso. Tuttora la diffusione all’estero del biglietto verde permette all’America di mantenere sotto controllo il tasso di inflazione, che altrimenti con la possibilità di creare moneta in quantità illimitata raggiungerebbe livelli pericolosi. A questa si aggiunge la frugalità della Federal Reserve, che in cento anni di storia – tra il 1913 e il 2013 – ha stampato «appena» 10 mila miliardi di dollari, proprio per limitarne il deprezzamento.
A partire dal 1954, da quando cioè ha coniato la nuova divisa, la Banca centrale cinese ha emesso invece 120 mila miliardi di yuan, che se convertiti in dollari a un tasso di cambio del 6,2 equivalgono a 20 mila miliardi. Non una grandezza esagerata.
Pechino incamera un gigantesco volume di dollari che, a causa dei controlli sul mercato valutario, non possono circolare sul territorio nazionale ed è dunque costretta a stampare una somma di renminbi corrispondente a quella della divisa estera. In futuro però, dopo aver ottenuto il profitto desiderato, gli investimenti stranieri potrebbero volatilizzarsi, lasciando in circolazione una quantità sproporzionata di yuan. Già adesso Pechino ammette che sul territorio nazionale è presente gran parte dei 120 mila miliardi di renminbi stampati. Ecco perché è necessario occuparsi della questione successiva: l’internazionalizzazione della nostra moneta.
La relazione tra il ciclo del dollaro e l’economia mondiale
Con la diffusione globale del dollaro la superpotenza s’è liberata dell’inflazione. Visto che produrre un grande volume di denaro ne causerebbe la perniciosa svalutazione, essa emette buoni del Tesoro per spingerlo fuori dal paese. E quando questo rientra in patria attraverso la vendita del debito inizia un gioco diverso, con gli americani che da una parte producono moneta e dall’altra ottengono prestiti. In sintesi: fanno soldi con i soldi. Ma se è più semplice arricchirsi con la finanza piuttosto che con l’economia reale, chi è disposto a lavorare duramente in industrie dal basso valore aggiunto? Dopo il 15 agosto 1971 gli Stati Uniti hanno gradualmente abbandonato l’economia reale in favore di quella virtuale e sono diventati una nazione vuota. Nel frattempo il pil Usa ha raggiunto i 18 mila miliardi di dollari, ma la componente dell’economia reale non supera i 5 mila miliardi.
Con l’emissione di bond un enorme volume di dollari circolante all’estero torna nei tre cruciali mercati statunitensi: quello azionario, quello dei futures e quello del debito. Il flusso di moneta in entrata e in uscita produce profitti e fa dell’America un impero valutario, oltre che il centro del sistema finanziario globale. Molti pensavano che con il declino dell’impero britannico si fosse conclusa l’esperienza colonialista, ma gli Usa utilizzano il dollaro proprio come malcelato strumento di espansione, controllando le altre economie e trasformandole in colonie. Esistono numerose nazioni – tra queste la Cina – che, seppur sovrane e indipendenti, dotate di una costituzione e di un governo, non riescono ad affrancarsi dal dominio del biglietto verde. La taglia della loro economia è comunque espressa in dollari e parte della loro ricchezza si trasferisce negli Stati Uniti attraverso il commercio e il flusso di valuta.
Possiamo comprendere il fenomeno attraverso lo studio del tasso di cambio del dollaro registrato negli ultimi quarant’anni. Nel 1971 lo sganciamento dall’oro consentì alla Federal Reserve di stampare liberamente moneta, così la circolazione del dollaro aumentò e il tasso di cambio rimase basso fino alla fine degli anni Settanta. Una dinamica senz’altro positiva per l’economia mondiale, poiché una maggiore disponibilità di dollari si tradusse in un aumento del flusso di capitali.
Invece di restare in loco, gran parte del denaro si riversò all’estero. Soprattutto in America Latina, dove stimolò gli investimenti e produsse crescita. Fino al 1979, quando la Fed chiuse i rubinetti: il dollaro si rafforzò e la liquidità si ridusse notevolmente, tanto in patria quanto nel resto del globo. In America Latina gli investimenti diminuirono, la disponibilità finanziaria si esaurì e l’economia entrò in crisi.
Nel continente sudamericano ogni nazione provò a escogitare un sistema per mettersi in salvo. Anche l’Argentina, che negli anni Settanta era divenuta, in termini di reddito pro capite, un’economia sviluppata, ma che con lo scoppio della crisi era stata la prima nazione a scivolare in recessione. Giunto al potere in seguito a un colpo di Stato, il generale Leopoldo Galtieri, a totale digiuno di economia, pensò di risolvere la situazione con la guerra. Mise gli occhi sulle isole Malvine, un arcipelago posto a 600 chilometri dalle coste argentine e che da quasi duecento anni con il nome di Falkland Islands appartiene alla corona britannica. Deciso ad appropriarsi delle isole, Galtieri volle interpellare sul tema l’egemone continentale. Nel 1982 alcuni collaboratori del generale si incontrarono a Washington con il presidente Ronald Reagan che, pur consapevole dell’incombenza della guerra, si limitò a definire la questione un affare tra argentini e britannici. «Rimaniamo neutrali», annunciò.
Galtieri interpretò l’ambiguità di Reagan come acquiescenza e poco tempo dopo lanciò la campagna delle Malvine che condusse alla veloce occupazione delle isole. Il popolo argentino festeggiò l’evento quasi fosse carnevale, ma la mancata accettazione del fait accompli da parte del primo ministro britannico Margaret Thatcher costrinse il presidente americano a schierarsi. Reagan si tolse la maschera e condannò duramente l’aggressione argentina, mentre Londra inviava nell’Atlantico meridionale la propria flotta che, dopo aver percorso 8 mila miglia marine, riconquistò le Falklands. Nel frattempo il dollaro cominciò ad apprezzarsi e un eccezionale numero di capitali fece ritorno negli Stati Uniti. Lo scoppio della guerra delle Malvine persuase gli investitori internazionali che l’America Latina era in piena crisi e nel continente il clima economico si guastò. La Federal Reserve sfruttò il momento propizio per annunciare un aumento del tasso di interesse che innescò un massiccio trasferimento di capitali dal Sudamerica verso i tre mercati statunitensi (debito, futures, azionario).
L’infusione di denaro generò il primo grande boom borsistico dalla fine del gold standard. Il tasso di cambio del dollaro, che fino ad allora era cresciuto di 60 punti, aumentò in pochi giorni di 120 punti. I mercati Usa non trattennero la nuova liquidità, piuttosto aumentarono i profitti acquistando asset di grande valore proprio in America Latina dove i prezzi erano crollati, saccheggiando ulteriormente le economie locali.
Se nella storia il fenomeno si fosse registrato una sola volta sarebbe da considerarsi una rara coincidenza, ma dato che si ripete con straordinaria puntualità deve trattarsi di un evento artificiale. Eppure al tempo di questo primo ciclo – dieci anni di dollaro debole e sei anni di dollaro forte – gli analisti non ne compresero la scientificità.
Superata la fase acuta della depressione latinoamericana, a partire dal 1986 il tasso di cambio del dollaro cominciò a scendere di nuovo. Neppure le crisi finanziarie giapponese ed europea riuscirono ad arrestarne la picchiata. Fino a che, dieci anni più tardi, la divisa tornò ad apprezzarsi nuovamente. Ancora una volta il «dollaro forte» sarebbe durato circa sei anni.
A metà degli anni Ottanta l’Asia era una regione in grande espansione economica, con le cosiddette quattro Tigri a dominare la scena. Molti credevano che l’inedita prosperità continentale fosse il frutto del duro lavoro, dell’intelligenza e del senso per gli affari della popolazione locale. In realtà a stimolare la crescita era stato l’afflusso dei dollari e appena le economie locali divennero abbastanza prosperose, gli americani pensarono fosse giunto il momento di raccogliere quanto seminato. Così nel 1997, dopo dieci anni di dollaro debole, la Federal Reserve tagliò la disponibilità monetaria, causando un sostanziale apprezzamento della valuta nazionale. Numerose industrie asiatiche furono colpite dall’improvvisa assenza di liquidità e alcune non riuscirono a ricapitalizzarsi: erano i segnali del crollo. A dimostrazione che per causare sconvolgimenti non è necessario fare la guerra, ma può bastare una manovra finanziaria. Specie se l’obiettivo è appropriarsi di capitali altrui. All’epoca centinaia di hedge funds e speculatori del calibro di George Soros, alla guida del Quantum Fund, cominciarono ad attaccare come lupi famelici le economie più deboli della regione (tra queste la Thailandia di cui colpirono duramente la divisa nazionale, il bath). In poco più di una settimana il contagio si estese gradualmente verso sud(coinvolgendo la Malesia, l’Indonesia, le Filippine e Singapore) e verso nord, fino alla Russia. Anche nel caso asiatico gli investitori stabilirono che convenisse abbandonare il continente e mentre la Fed aumentava i tassi d’interesse, trasferirono i loro capitali nei mercati statunitensi, che avrebbero vissuto una nuova stagione rialzista. Come in America Latina, gli Stati Uniti utilizzarono i risparmi accumulati per comprare asset asiatici a prezzi stracciati, mentre le economie locali apparivano devastate. Solo la Cina si salvò.
Ora è il nostro turno
Sei anni più tardi il dollaro tornò debole e, puntuale come la marea, nel 2012 la Federal Reserve ne ha segnalato l’imminente apprezzamento. Nel tempo il trucco è rimasto lo stesso: provocare crisi regionali a scapito delle nazioni indigene. Di recente lo abbiamo visto con l’incidente del Cheŏnan (la nave sudcoreana affondata nel 2010 forse da un missile di P’yŏngyang,n.d.t.); nella disputa per le isole Diaoyu/Senkaku tra Cina e Giappone; e in quella per l’isola Huangyan/Scarborough Shoal tra Cina e Filippine. Ma gli Stati Uniti, che giocavano col fuoco in casa propria, nel 2008 sono stati travolti a loro volta dalla crisi finanziaria. Ne è conseguito un ritardo nel rafforzamento del dollaro, mentre gli scontri per Hungyan e le isole Diaoyu non sembrano aver avuto un rilevante impatto finanziario. Perché tali incidenti sono avvenuti proprio all’inizio del decennale periodo di debolezza della valuta Usa?
Scrutando gli eventi attraverso il prisma del ciclo del dollaro, teso a distruggere le economie antagoniste, possiamo stabilire che è giunto il turno della Cina, da tempo divenuta un magnete per gli investimenti stranieri. La Repubblica Popolare è più di una nazione: la sua economia è grande quanto quella dell’America Latina (in termini di pil lo è perfino di più) ed è pressoché identica a quella dell’intera Asia orientale.
Nell’ultimo decennio l’afflusso di capitali stranieri ha consentito a Pechino di crescere a una velocità sconvolgente e di diventare la seconda economia del mondo.
Nulla di stupefacente dunque se ora l’egemone globale punta a guastarne il successo. Per questo a partire dal 2012 si sono susseguite numerose dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, fino allo scontro nel 2014 tra Cina e Vietnam per la piattaforma petrolifera hd-981 e il costituirsi a Hong Kong del movimento Occupy Central. Quando nel maggio del 2014 accompagnai a Hong Kong il generale Liu Yazhou, commissario politico dell’Università nazionale per la Difesa, la protesta appariva in fermento e sarebbe potuta deflagrare già allora, ma nulla è accaduto almeno fino ad agosto. Cosa aspettavano i manifestanti? Proviamo a confrontare la cronologia di Occupy Central con lo sviluppo di un altro evento: la cadenzata fine del quantitative easing (Qe) decisa dalla Federal Reserve. Per tutta l’estate la Banca centrale ha mantenuto il dollaro debole, rendendo inutile l’inizio delle proteste. Solo l’annunciata fine del Qe nel settembre successivo ha provocato il rafforzamento del biglietto verde e inaugurato Occupy Central.
La contesa per le isole Diaoyu, per Huangyan, per la piattaforma petrolifera hd-981, nonché le proteste a Hong Kong, sono quattro eventi potenzialmente esplosivi. Se anche uno solo di questi deflagrasse, il subcontinente cinese non apparirebbe più appetibile agli investimenti. Uno sviluppo che realizzerebbe la strategia di Washington, per cui quando il dollaro si apprezza una regione del globo deve essere investita dalla crisi. Questa volta però, la superpotenza si è schiantata contro la forza della Repubblica Popolare. I cinesi hanno usato il metodo del taijiquan per sventare ciascuno degli attacchi sferrati nella loro regione, con il risultato che quanto auspicato dagli americani non si è realizzato. La situazione è lontana dal punto di rottura e la Fed non può ancora permettersi di alzare i tassi d’interesse. Eppure, malgrado le difficoltà, gli Stati Uniti non hanno intenzione di rinunciare all’impresa. In simultanea con il sostegno fornito a Occupy Central, hanno cominciato ad agire in altre aree geografiche. A partire dall’Ucraina. All’inizio del 2014 hanno pensato di colpire il paese guidato da Viktor Janukovyč, non certamente un modello di efficienza e trasparenza, perché costituiva un obiettivo facile. Inoltre, un intervento contro Kiev avrebbe arrestato l’avvicinamento in corso tra Unione Europea e Russia e avrebbe influito negativamente sul clima per gli investimenti. Di fatto, come prendere tre piccioni con una fava. Si è verificata così una rivoluzione colorata che si è spinta perfino oltre gli obiettivi dei suoi ideatori. Putin, l’uomo forte di Mosca, ha colto l’occasione per riconquistare la Crimea, ma la mossa è servita agli Stati Uniti per premere sull’Ue e sul Giappone affinché adottassero sanzioni stringenti contro la Russia, colpendo duramente anche l’economia europea.
Qual è il senso dell’offensiva americana? Spesso si tende a interpretare quanto accade soltanto con gli strumenti della geopolitica e non con quelli della finanza. La crisi ucraina ha provocato un netto deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente, mentre le sanzioni contro Mosca hanno rallentato l’afflusso di investimenti verso l’Europa e provocato una massiccia fuga di capitali. Secondo alcuni rilevamenti, negli ultimi mesi più di mille miliardi di dollari avrebbero abbandonato il Vecchio Continente. Tuttavia la duplice offensiva si è dimostrata solo parzialmente efficace.
Impossibilitata a toglierli alla Cina, l’America ha sottratto capitali all’Europa. Questi però si sono diretti soprattutto verso Hong Kong. È evidente che gli investitori non credono nella ripresa statunitense e preferiscono affidarsi al Celeste Impero che, ancorché in frenata, può ancora vantare il più alto tasso di crescita del mondo.
L’anno scorso il governo di Pechino ha poi annunciato una sinergia tra le Borse di Shanghai e Hong Kong e gli investitori globali bramano per profittare della novità. In passato i capitali occidentali non osavano accedere al mercato azionario cinese, a causa dei severi controlli sugli scambi tra monete e della difficoltà ad abbandonare il paese. Ma con la creazione della Shanghai and Hong Kong Markets Communication ora possono investire in entrambi i mercati e ritirarsi quando vogliono. Non a caso, mentre più di mille miliardi di dollari si riversavano su Hong Kong, i manifestanti di Occupy Central si rifiutavano di mollare. Obama intendeva sfruttare fino all’ultimo la sommossa per i suoi scopi.
La dipendenza assoluta degli Stati Uniti dai flussi internazionali di capitali risiede nell’abbandono, avvenuto con la fine del gold standard, della produzione manifatturiera e dell’economia reale. Gli americani considerano «spazzatura» le imprese che producono beni dal basso valore aggiunto (sunset industries) e per questo le hanno gradualmente trasferite nei paesi in via di sviluppo, tra questi la Cina. Se si escludono industrie high-tech come Ibm, Microsoft ed altre, il governo Usa ha favorito l’esodo nel settore finanziario del 70% dei posti di lavoro. Divenuto industrialmente vuoto e privo dell’apporto dell’economia reale, il paese vive esclusivamente di economia virtuale. Riesce a produrre soldi soltanto con i capitali stranieri che accedono ai tre mercati interni e poi utilizza i profitti per spennare il resto del mondo. È questo ormai il suo unico sostentamento: chiamiamolo pure American way of life. La superpotenza ha bisogno di assorbire grandi quantità di capitale per sorreggere l’economia nazionale e mantenere il livello di benessere dei cittadini. Pertanto chiunque cerchi di interrompere il flusso in questione è da considerarsi un nemico strategico. Se non comprendiamo questo non possiamo valutare con lucidità la situazione attuale.
II. A CHI HA ROVINATO LA FESTA LA RAPIDA ASCESA DELLA CINA?
Perché la nascita dell’euro scatenò una guerra?
L’euro nacque il primo gennaio del 1999. Tre mesi più tardi, cominciò la guerra del Kosovo. Molti credettero che gli Stati Uniti e la Nato avessero unito le forze per combattere il regime serbo di Milošević che, con il massacro degli albanesi etnici, stava provocando una tragedia umanitaria. Poi, al termine del conflitto, gli americani ammisero che si era trattato di una campagna realizzata congiuntamente dalla Cia e dai media occidentali per colpire Belgrado. Ma la guerra in Kosovo fu realmente combattuta contro la Jugoslavia? Nei giorni del lancio della moneta unica, gli europei apparivano in preda all’euforia. Tanto da fissare a 1,07 il cambio con il dollaro e da partecipare massicciamente alla campagna dei Balcani. Solo quando, dopo 72 giorni di bombardamenti, il regime di Milošević crollò, a Bruxelles compresero che i conti non tornavano. Durante il conflitto l’euro si era deprezzato del 30%, raggiungendo quota 0,82 dollari. Per questa ragione quattro anni più tardi Francia e Germania si sarebbero veementemente opposte alla guerra in Iraq.
Sebbene molti analisti sostengano che le democrazie occidentali non si combattono fra loro, negli ultimi anni si sono registrate numerose guerre finanziarie ed economiche. Una di queste fu proprio quella del Kosovo, nociva tanto per la Jugoslavia quanto per l’euro. D’altronde con la sua nascita la moneta unica aveva rotto l’idillio del dollaro che prima del 1999 rappresentava l’indiscussa divisa globale, usata per l’80% delle transazioni internazionali (oggi lo è per il 60%). Con 27 mila miliardi di dollari l’Unione Europea era divenuta la regione economica più grande del mondo, maggiore della North American Free Trade Area (24-25 mila miliardi di dollari), ed era inevitabile che l’euro erodesse di almeno un terzo le transazioni effettuate dal dollaro (attualmente il 23% degli scambi mondiali avviene nella moneta unica europea). Quando gli Stati Uniti si accorsero che l’euro minacciava il primato del dollaro era già troppo tardi. Imparata la lezione, adesso intervengono per annientare preventivamente qualsiasi avversario.
Cosa vuole ottenere l’America con il suo ribilanciamento strategico verso l’Asia-Pacifico?
In questa fase la Cina costituisce il principale avversario della superpotenza. Gli scontri del 2012 per le isole Diaoyu e Huangyan non sono altro che gli ultimi tentativi di colpire un potenziale rivale. Entrambi gli eventi sono avvenuti nell’area geopolitica cinese e, nonostante non siano riusciti a innescare una fuga di capitali, hanno comunque raggiunto parzialmente gli obiettivi. Nello specifico hanno nuociuto gravemente al trattato di libero scambio dell’Asia nordorientale (Northeast Asian Fta). Se agli inizi del 2012 il negoziato tra Cina, Giappone e Corea del Sud appariva a un passo dalla conclusione (nell’aprile dello stesso anno Pechino e Tokyo avevano raggiunto un’intesa preliminare in tema di scambio di yen e buoni del Tesoro), le successive dispute per le isole hanno reso impraticabili entrambi gli obiettivi. A distanza di tre anni è stato a malapena completato il negoziato bilaterale tra Cina e Corea del Sud. Gli Stati Uniti temono fortemente il Northeast Asian Fta perché questo, includendo Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Macao e Taiwan, diventerebbe con circa 20 mila miliardi di dollari di pil complessivo la terza area economica del mondo. Non soltanto. In futuro potrebbe inglobare anche l’area di libero scambio del Sud-Est asiatico e creare così un gigante da oltre 30 mila miliardi di dollari, l’economia più grande del globo. Se poi si unissero anche l’India, le cinque repubbliche dell’Asia Centrale e il Medio Oriente, raggiungerebbe i 50 mila miliardi di dollari di pil, più dell’Unione Europea e del Nafta messe insieme. Come accaduto al dollaro in Nord America e successivamente nel mondo, lo yuan diventerebbe la valuta utilizzata nelle transazioni di un immenso mercato comune.
L’internazionalizzazione del renminbi non avrebbe un significato esclusivamente monetario. Rappresenterebbe anche il volano della politica delle vie della seta che condurrebbe alla tripartizione tra dollaro, euro e yuan del primato valutario globale e alla divisione del mondo in tre blocchi commerciali. Gli americani ne sono perfettamente consapevoli e per questo hanno premuto su Giappone e Filippine affinché si scontrassero con la Cina. Del resto se il dollaro coprisse appena un terzo degli scambi globali, come potrebbero gli Usa mantenere la loro supremazia monetaria? Ancor più importante, come può una nazione priva di un’economia reale restare leader mondiale se perde l’egemonia monetaria? Per capire cosa sta succedendo dobbiamo riconoscere che dietro le recenti difficoltà della Repubblica Popolare si cela la longa manus di Washington, abituata a pensare nel lungo periodo e ora impegnata a disinnescare l’insidia cinese. È questa la principale ragione del perno asiatico, il cui vero obiettivo non è creare un pacifico equilibrio tra la Cina e le potenze locali, quanto stroncare sul nascere le nostre ambizioni.
III. SOLDATI AMERICANI COMBATTONO IN NOME DEL DOLLARO
La guerra irachena e la valuta utilizzata nella vendita del petrolio
Tutti concordano nel sostenere che il potere a stelle e strisce si regge su tre pilastri: denaro, tecnologia e forze armate. Adesso però possiamo affermare che i pilastri sono soltanto quello monetario e quello militare, con il Pentagono impegnato a sostenere il dollaro. Fare la guerra è assai dispendioso, ma gli Stati Uniti sono in grado di guadagnare denaro combattendo, indipendentemente dalle dolorose sconfitte subite di recente.
Ad esempio: perché hanno invaso l’Iraq? Molti risponderebbero «per il petrolio», ma si sbagliano. Se gli Usa puntavano agli idrocarburi, perché mai dopo l’invasione del paese non hanno ottenuto neanche una goccia di greggio? Perché il prezzo al barile passò tra l’inizio e la fine della guerra da 38 a 149 dollari, gravando sulle tasche dei cittadini statunitensi? La ragione è molto semplice: Iraqi Freedom è stata pensata solo per il biglietto verde. Come ormai sappiamo, per mantenere la supremazia globale la superpotenza ha bisogno che il mondo usi la sua valuta. Per raggiungere tale obiettivo nel 1973 l’amministrazione Nixon si dimostrò scaltra nel costringere l’Arabia Saudita e le principali nazioni dell’Opec a utilizzare il dollaro per la vendita dell’oro nero. E quando gli Stati Uniti attaccano una nazione produttrice di petrolio, il prezzo del greggio schizza in alto e con esso anche la domanda globale della loro divisa. Con la Federal Reserve libera di adottare una politica monetaria espansiva.
C’è anche un’altra ragione per cui George W. Bush volle la guerra. Saddam Hussein non sosteneva al-Qā’ida, né nel paese vi era traccia di armi di distruzione di massa, ma il ra’īs negli anni precedenti aveva peccato di hybris. In particolare, nel 1999 Saddam aveva annunciato l’intenzione di vendere in euro gli idrocarburi iracheni.
Una decisione presto emulata dal presidente russo Vladimir Putin, da quello iraniano Mahmud Ahmadi-Nejad e dal leader venezuelano Hugo Chávez. È proprio questo che irritò gli americani. Non a caso il primo decreto emesso dal governo di Baghdad nel dopo invasione stabiliva che l’esportazione del petrolio sarebbe stata effettuata in dollari.
La guerra in Afghanistan e il surplus nella bilancia dei pagamenti americana
Se il conflitto in Iraq fu ordito per mantenere il primato del dollaro, secondo molti osservatori lo stesso non si può dire della guerra in Afghanistan. Anche perché nel paese dell’Asia centrale non vi sono idrocarburi e la campagna fu lanciata immediatamente dopo l’11 settembre per punire al-Qā‘ida e i taliban. Cominciata circa un mese dopo il crollo delle Torri Gemelle, l’Operazione Enduring Freedom fu realizzata in tutta fretta. Il Pentagono non poté fare altro che attingere agli arsenali nucleari, rimuovendo mille testate atomiche dai missili Cruise e rimpiazzandole con testate convenzionali. Dopo rastrellò altri novecento missili e solo allora poté battere l’Afghanistan. Questa è la riprova che la preparazione era stata assai carente. Dunque perché scatenare la guerra tanto velocemente?
All’alba del XXI secolo gli Stati Uniti erano una nazione industrialmente nulla che per sopravvivere aveva bisogno ogni anno di assorbire dall’estero circa 700 miliardi di dollari. Gli attentati dell’11 settembre avevano guastato il clima per gli investimenti come mai accaduto prima e in circa trenta giorni oltre 300 miliardi di dollari avevano lasciato il paese. Il nocciolo della questione era fin troppo chiaro: se l’America non era in grado di difendere il proprio territorio, come poteva garantire la sicurezza finanziaria degli investitori? La guerra doveva dunque servire a riconquistare la fiducia dei mercati. E Washington centrò agilmente l’obiettivo.
Quando i primi missili Cruise colpirono Kabul, l’indice Dow Jones guadagnò 600 punti in un solo giorno e al termine dell’invasione circa 400 miliardi di dollari fecero ritorno negli Stati Uniti.
Perché le portaerei saranno sostituite da sistemi globali di attacco rapido
Molti cultori della storia della Marina da guerra si aspettano grandi cose dalla portaerei cinese Liaoning, giacché una grande nazione deve necessariamente possederne almeno una. Tuttavia l’economia globale è sempre più incentrata sulla tecnologia finanziaria e la rilevanza delle portaerei appare in netto declino. L’impero britannico, che al suo apogeo vendeva manufatti in cambio di risorse naturali, necessitava di una Marina potente che garantisse la sicurezza del commercio globale e mantenesse praticabili le vie marittime. Lo sviluppo delle portaerei ottemperava perfettamente a questa funzione. Allora il motto era «la logistica è sovrana» e controllare il commercio via mare significava decidere della ricchezza globale. Oggi però viviamo in un’era in cui a regnare sovrano è il denaro. Centinaia, se non addirittura migliaia di miliardi di capitale si spostano da un luogo all’altro in pochi secondi con la semplice pressione di un tasto del computer. La portaerei che solca gli oceani può dominare la logistica, ma priva della stessa velocità, non è in grado di controllare i trasferimenti di valuta. Come fare dunque per stare al passo con la direzione, la grandezza e la velocità di tali flussi alimentati da Internet? Gli americani stanno sviluppando un sistema globale di attacco rapido che, dotato di testate balistiche e caccia supersonici cinque o dieci volte più veloci di un missile Cruise, può colpire qualsiasi luogo in cui si concentrano gli investimenti. Il Pentagono sostiene di poter realizzare in meno di 28 minuti un attacco militare in qualsiasi parte del mondo. E appena un missile Usa centra l’obiettivo scatta puntuale la fuga di capitali. Ecco perché i sistemi globali di attacco rapido sono destinati a sostituire le portaerei. Certo, le piattaforme marittime continueranno a proteggere il transito commerciale e a condurre missioni umanitarie, ma in futuro un armamento sarà valido solo se in grado di incidere sui flussi di denaro.
IV. LA AIRSEA BATTLE: IL NODO GORDIANO DEGLI AMERICANI
Nel tentativo di escogitare il sistema più efficace per contrastare la Cina, di recente il Pentagono ha coniato il concetto di AirSea battle, che a mio parere rappresenta un ineludibile dilemma. Annunciata al summit dell’Aeronautica e della Marina Usa del 2010, tale strategia palesa l’attuale declino delle Forze armate statunitensi. In precedenza la superpotenza era certa che un attacco condotto simultaneamente dal cielo e dal mare contro la Repubblica Popolare l’avrebbe posta in una posizione favorevole. Ciò nonostante, circa quattro anni più tardi la AirSea battle ha già cambiato nome per trasformarsi in «concetto di comune coinvolgimento globale e di mobilità congiunta». Ora Washington afferma che i due rivali non si faranno la guerra per almeno dieci anni, anche perché studi recenti dedicati allo sviluppo delle Forze armate cinesi hanno dimostrato che le attuali capacità militari degli Stati Uniti non bastano per annullare i vantaggi acquisiti da Pechino nella distruzione dei sistemi spaziali e nell’attacco alle portaerei. Sicché in questa fase il Pentagono si sta industriando per realizzare un sistema di combattimento maggiormente sofisticato, che renda possibile un conflitto armato nel decennio successivo. Uno scenario che potrebbe non avverarsi e che non vorremmo affrontare, ma al quale dobbiamo comunque prepararci, sia sul piano economico che militare.
V. IL SIGNIFICATO STRATEGICO DELLE VIE DELLA SETA
Occupiamoci della passione degli americani per lo sport. Il pugilato in particolare riflette l’idea di forza che hanno: attacco frontale, colpi diretti, movimenti chiari, il knockout che sancisce la vittoria. Al contrario i cinesi, che apprezzano le sfumature e la sinuosità, non puntano a stendere l’avversario, quanto a comprenderne e ad annullarne le mosse. Nella Repubblica Popolare si pratica il taiji, un’arte nettamente superiore alla boxe. Il modello delle vie della seta riflette questo approccio.
Storicamente è l’ascesa delle grandi potenze a innescare la globalizzazione: un processo discontinuo, legato a doppio filo all’epopea del soggetto geopolitico dominante. E se con l’impero romano o con quello Qin la globalizzazione mantenne un’estensione regionale, fu con la Gran Bretagna che raggiunse dimensioni realmente universali. Gli Stati Uniti, che si sono sostituiti al Regno Unito, hanno invece realizzato la globalizzazione del dollaro, così le vie della seta, piuttosto che segnalare l’integrazione della Cina in un sistema straniero, rappresenta la fase iniziale di un analogo processo indipendente. Presto il dollaro andrà in declino e la Repubblica Popolare, in quanto grande potenza, soppianterà l’egemone con un suo peculiare modello.
Quella delle vie della seta è di gran lunga la migliore strategia securitaria che Pechino possa adottare contro il ribilanciamento verso Oriente perseguito dal Pentagono.
Qualcuno potrà obiettare che solitamente il contenimento di un rivale si fa nella sua stessa direzione, ma il modo più efficace per rispondere al perno asiatico è andare nella direzione opposta. Ovvero muoversi verso Occidente. Non per evitare il confronto, né per paura. Quanto per allentare la pressione esercitata su di noi a Oriente. Le vie della seta rappresentano un progetto composto da priorità diverse. Dal momento che la nostra Marina è ancora debole, dobbiamo competere via terra, con il continente come prima direzione d’attacco e i mari come traiettoria secondaria. In tale contesto l’Esercito cinese, che all’interno del territorio nazionale è di fatto invincibile, ricoprirà un ruolo cruciale e nostro obiettivo primario sarà espanderne le capacità di proiezione all’estero.
L’anno scorso ho affrontato questo argomento al Global Times Forum. Ho spiegato che nello scegliere la Cina come avversario, l’America ha commesso un grave errore. Soprattutto perché, in vista del futuro, il suo rivale è se stessa e finirà per autodistruggersi. Non comprende che il capitalismo finanziario è declinante e che, privilegiando l’economia virtuale, ne ha già drenato i benefici. Inoltre l’innovazione scientifica e tecnologica, nel cui ambito la Silicon Valley rimane l’indiscusso leader mondiale, spingerà all’estremo innovazioni come Internet, big data, cloud che, assumendo vita propria, si trasformeranno nei principali oppositori del capitalismo finanziario e annienteranno la superpotenza.
Alcuni segnali sono già visibili. Ad esempio, l’11 novembre 2014, il giorno che in Cina corrisponde a San Valentino, lo shopping online su Alibaba’s Taobao ha toccato i 50,7 miliardi di yuan, mentre negli Stati Uniti nei tre giorni successivi alla festa del ringraziamento si sono registrate vendite online e di persona per un totale di 40,7 miliardi di yuan. Uno scarto significativo, ottenuto senza tenere conto di siti quali Netease, Tencent, Jingdong, o degli incassi dei centri commerciali. È fin troppo chiaro che una nuova era è iniziata e che alla Casa Bianca non ne sono consapevoli.
Peraltro, su Alibaba tutti gli acquisti sono stati effettuati attraverso il sistema di pagamento diretto Alipay: di fatto la moneta è già stata estromessa dalle transazioni.
Che succederà agli Usa, un impero costruito sulla valuta, se il dollaro diventa inutile?
È questa la domanda che dovrebbero porsi i nostri interlocutori.
Anche la stampante 3D rappresenta una svolta e causerà una rivoluzione nel settore industriale. E se il commercio e i sistemi di produzione si stanno evolvendo, anche il mondo è destinato a cambiare radicalmente. La storia dimostra che solo le innovazioni determinano un reale mutamento. Fu ai tempi dell’imperatore Qin che il popolo cinese, guidato da Chen Sheng e Wu Guang, cominciò a ribellarsi e in duemila anni di storia si sono registrate decine di rivolte. Ma benché questi movimenti abbiano prodotto numerosi cambi di regime, non sono riusciti a trasformare la natura della società rurale, né i sistemi di produzione o il modo di commerciare. Lo stesso è accaduto in Occidente con Napoleone, che pur conducendo la Francia a conquistare l’Europa, una volta sconfitto a Waterloo non poté impedire il ripristino dell’ancien régime e della società feudale. Al contrario la rivoluzione industriale, innescata dall’invenzione del motore a vapore, sconvolse il mondo provocando un aumento della produzione, un surplus di manufatti e con questi l’avvento del capitale e dei capitalisti.
Oggi proprio con il tramonto delle valute materiali e l’emergere della stampante 3D l’umanità appare prossima a entrare in una nuova era. Washington e Pechino partono pressoché alla pari in tema di Internet, big data e cloud. Il punto è stabilire chi saprà muoversi meglio in questa nuova fase storica, anziché prevedere chi riuscirà a sopraffare l’altro. Poiché il suo principale nemico è se stessa, l’America ha individuato nella Cina il rivale sbagliato. Eppure non comprende l’errore. È troppo bramosa di mantenere la propria solitaria leadership e non ha intenzione di condividere la governance mondiale con le altre nazioni. Mentre affrontare insieme questa nuova epoca, piena di incognite e di barriere sconosciute, appare del tutto necessario.
(traduzione di Dario Fabbri)
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