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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2023

Rublo, una svalutazione pilotata

di Guido Salerno Aletta

La gestione del tasso di cambio è fondamentale per un Paese come la Russia, che fonda gran parte della propria economia sulle esportazioni e che è soggetta da due anni ad un regime di sanzioni assai stringenti da parte dei Paesi occidentali per punire l'invasione della Ucraina.

Mosca è riuscita nel breve termine ad evitare il collasso finanziario con una serie di misure straordinarie, soprattutto imponendo l'obbligo di pagare in rubli le importazioni di prodotti energetici: in realtà, visto che di rubli sul mercato non ce ne sono a sufficienza, si continua a pagare in dollari oppure in euro aprendo un conto speciale che serve a questa conversione, effettuata sulla piazza di Mosca, che viene controllata dalla Banca centrale russa. In pratica, è questa che rilascia i rubli necessari ad effettuare il pagamento e a comprare la valuta estera.

È un regime di cambio controllato, che ha rafforzato il rublo a fronte del clima di profonda sfiducia che lo aveva colpito subito dopo l'inizio della invasione della Ucraina e le sanzioni comminate dagli Usa e dalla Unione europea, quando si registrò un crollo violento: dai 77 rubli per 1 dollaro dell'11 febbraio del 2022 si arrivò a 134 rubli l'11 marzo. Le misure di emergenza volte ad assicurare la tenuta della valuta russa ebbero successo: il rublo riuscì a rivalutarsi fino a raggiungere quota 54 il 24 giugno 2022 e poi tendere ad una lenta ma incessante svalutazione, fino ad arrivare al cambio di 100 rubli per 1 dollaro lo scorso 10 agosto, data a partire dalla quale la Banca centrale russa aveva già annunciato che non avrebbe più acquistato valuta straniera.

Mentre nel primo periodo le misure di emergenza erano riuscite ad evitare il caos e a rimediare al crollo del rublo, è stato successivamente necessario pilotarne il cambio in modo da stabilizzare il mercato con l'obiettivo di farlo scivolare ad un livello tale da massimizzare i proventi in rubli derivanti dalle esportazioni di prodotti petroliferi e di scoraggiare le importazioni.

Se un rublo forte rende infatti conveniente continuare a comprare all'estero, anziché cominciare ad investire all'interno per sostituire le importazioni, un rublo debole aiuta le esportazioni: una necessità assoluta, vista la rinuncia dei paesi europei a continuare ad approvvigionarsi per l'energia dalla Russia e considerato il tetto di 60$ al barile per il petrolio russo che è stato imposto in sede G7 per plafonare gli introiti di Mosca. La Russia deve cercare di trovare nuovi compratori per le sue esportazioni e mantenere il più possibile alti i proventi in rubli che ne derivano: poiché i prezzi internazionali delle materie prime, ivi comprese quelle energetiche, sono fissati in dollari, e non potendo incidere più di tanto su queste quotazioni, la Russia ha interesse a svalutare la propria moneta sul dollaro, perché in questa maniera aumenta gli introiti di bilancio che vengono pagati in rubli e che derivano dalle royalty imposte sulle esportazioni. Supponendo che si tratti di una tassazione pari ad un X% del valore delle esportazioni, e che il loro prezzo in dollari rimanga invariato, ad ogni svalutazione del rublo rispetto al dollaro corrisponde un aumento del fatturato espresso in valuta russa e di conseguenza un aumento delle imposte che devono essere pagate.

Il 9 agosto scorso, la Banca centrale russa ha annunciato che a partire dal giorno successivo e fino alla fine dell'anno in corso non avrebbe più effettuato acquisti di moneta straniera, ed era ovvio che il mercato avrebbe reagito facendo cadere il valore del rublo, visto che non ci sarebbero più stati gli acquisti della Banca centrale a determinarne indirettamente il valore: poiché fino ad allora aveva comprato valuta straniera, aveva fissato il valore di questa moneta rispetto a quella russa. Il rublo si è dunque svalutato, arrivando il 14 agosto a quota 102,25 per 1 dollaro, per poi riprendere quota e risalire al cambio di 94 rubli per 1 dollaro il 16 agosto rispondendo positivamente alla decisione della stessa Banca centrale russa di aumentare di 3,5 punti percentuali il tasso ufficiale di sconto, portandolo al 12%. L'effetto cui si tende è duplice: scoraggiare le importazioni, rendendole più costose, agevolare le esportazioni rendendole più a buon mercato per i compratori e contemporaneamente aumentare gli introiti fiscali per quelle contrattate in dollari sulla base dei listini internazionali che quotano le merci in dollari.

A fronte di un livello di inflazione che in Russia è attualmente in crescita, visto che il tasso annuo del 4,4% tende ad arrivare al 7,6% sulla base della tendenza degli ultimi tre mesi, la svalutazione del rublo comporta per un verso la prospettiva di un aumento dei prezzi delle importazioni ma rende contemporaneamente più conveniente la produzione interna.

Allo stesso tempo, un tasso di sconto così elevato indirizza gli investimenti finanziari all'interno piuttosto che all'estero.

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31/03/2020

Draghi indica il futuro ma dribbla una domanda: 
chi pagherà questa crisi?

Tra le inettitudini di chi insiste nel considerarla una recessione passeggera e ritiene di poterla gestire con i consueti strumenti di politica economica, Mario Draghi ha avuto il merito sul Financial Times di sgombrare il campo dalle illusioni e di riconoscere la dimensione effettiva di questa crisi senza precedenti.

L’ex presidente della BCE dichiara che siamo “come in guerra”, e come è sempre accaduto durante e dopo le guerre la risposta di politica economica “dovrà consistere in un aumento significativo del debito pubblico”. A suo avviso, “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”. Draghi aggiunge che dalle finanze pubbliche bisognerà tirar fuori anche il capitale di cui le banche avranno bisogno per coprire i debiti privati divenuti inesigibili: un modo discreto per chiarire che gli Stati potrebbero esser costretti a riacquisire una parte consistente delle banche, e non solo di quelle. Per queste ragioni, “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”.

Persino alcuni tra i più arcigni nemici del debito pubblico oggi riconoscono che quella suggerita da Draghi è l’unica via in grado di scongiurare una depressione di lungo periodo. Nell’indicarla, tuttavia, l’ex presidente della BCE elude una questione cruciale: anche se si eviterà la deflazione da debiti e la connessa depressione, i costi di questa crisi saranno pesanti. Chi li pagherà? Su quali gruppi sociali ricadrà l’onere del tracollo in corso? Sostenere che il debito pubblico assorbirà l’impatto non è sufficiente. Prendendo spunto da un’altra recente proposta pubblicata sul Financial Times, è possibile approfondire la questione sotto quattro aspetti cruciali.

In primo luogo, affinché l’espansione del debito pubblico sia governabile non basta sperare, come fa Draghi, che i tassi d’interesse resteranno bassi “probabilmente” anche in futuro. Come ho sostenuto in una discussione con Olivier Blanchard, diversamente da quel che pensano gli economisti mainstream il tasso d’interesse è questione non di “probabilità” ma di politica: si tratta cioè di una variabile che va tenuta ai minimi livelli possibili con una politica di governo dei mercati che consiste nel blocco della speculazione, nel controllo dei movimenti di capitale e più in generale in quella che va sotto il nome di “repressione finanziaria”. Questo tipo di politica sposta l’onere della crisi sui rentiers e sui gamblers della finanza mentre salvaguarda le attività produttive, i beneficiari del welfare e i lavoratori.

In secondo luogo, l’uso delle risorse derivanti dall’espansione del debito pubblico non può basarsi su forme più o meno surrettizie di “helicopter money”. Oggi questa formula viene considerata una benefica eresia ma pochi ricordano che essa trae origine da un approccio alla teoria e alla politica monetaria di tipo conservatore, che era fondato sulla “neutralità degli effetti distributivi”: ossia erogazioni uguali per tutti, ricchi o poveri che fossero. Attuare questa politica, come si tenta di fare negli USA, è sbagliato. Piuttosto, combinate con una politica fiscale nuovamente progressiva, le risorse finanziarie derivanti dall’espansione del debito pubblico dovrebbero esser distribuite in modo selettivo, sostenendo in primo luogo i redditi dei gruppi sociali più svantaggiati e la solvibilità delle imprese situate al centro delle catene input-output.

In terzo luogo, al di là dei problemi di debito, di solvibilità e di domanda, non va dimenticato che questa è una crisi che investe anche il lato dell’offerta. Se le misure di distanziamento sociale dureranno a lungo, ci sarà un impatto inevitabile sull’efficienza complessiva dei sistemi economici, con una caduta della produttività del lavoro e degli altri input e un conseguente aumento dei costi di produzione e distribuzione. Questi maggiori oneri potranno ricadere sulle rendite, sui profitti oppure sui salari a seconda del tipo di politica adottata. Minori saranno i tassi d’interesse rispetto all’andamento dei redditi nominali, maggiore sarà la possibilità di alleggerire le attività produttive da carichi fiscali, e quindi maggiore sarà il carico sulle rendite piuttosto che sui profitti d’impresa e sui salari. In ogni caso, una politica di salvaguardia dei salari, delle pensioni e di tutte le forme di sussidio contro eventuali fiammate inflazionistiche si renderà necessaria per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e dei soggetti sociali più deboli.

Infine, c’è il rischio che prolungati distanziamenti sociali diano anche luogo a problemi di “disorganizzazione” dei mercati, con strozzature nelle catene della produzione e difficoltà di approvvigionamento che potrebbero estendersi ben al di là del settore sanitario. Per contenere tali strozzature e impedire che diventino occasioni di speculazione, è necessario provvedere a una “riorganizzazione” dei mercati tramite moderne forme di pianificazione pubblica, ove e quando necessario anche con amministrazioni mirate delle catene produttive e dei prezzi.

Ovviamente, maggiore sarà il coordinamento internazionale, maggiore sarà l’efficacia delle misure anti-crisi. Tuttavia, come sappiamo, il coordinamento non si sta verificando, men che meno nell’Unione europea. Eppure gli eventi presto saranno soverchianti, e bisognerà agire comunque. Credo sia indicativo, in questo senso, che proprio Draghi nel suo articolo non abbia mai accennato all’Europa unita: lui che la salvò dal tracollo, con questo silenzio sembra suggerire che stavolta potremmo vederci costretti a farne a meno per salvare noi stessi.

L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose.

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30/03/2020

Brancaccio - Il capitale allo specchio

RAI Tre – PRESA DIRETTA – 28 marzo 2020 – Un piano “anti-virus” che propone l’immediato controllo dei mercati dei capitali viene pubblicato sul Financial Times, testata principe della finanza mondiale. E’ un segno di questa crisi, così pesante da indurre il capitale a guardarsi allo specchio e a interrogarsi sul rischio che l’instabilità dei mercati minacci la sua stessa riproduzione. Teresa Paoli intervista l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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16/03/2020

Brancaccio - Fermate i “lupi di borsa”

RAI News 24 – 16 marzo 2020 – Dinanzi alle borse impazzite e alla crisi economica in arrivo, l’azione di politica economica non è all’altezza dell’enormità della situazione, né in Italia né nel resto d’Europa. I modelli standard “v-shape”, secondo cui il coronavirus avrebbe avuto un impatto economico limitato e temporaneo, vengono smentiti di ora in ora. In questo scenario, per fermare i “lupi di borsa” non basta limitare le vendite allo scoperto. Come sostenuto nel documento pubblicato sul Financial Times del 10 marzo, occorre un immediato piano “anti-virus” che metta sotto controllo i mercati dei capitali, applicando le norme che consentono la sospensione delle contrattazioni sul mercato finanziario e il controllo dei movimenti internazionali di capitali. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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13/03/2020

Brancaccio - Il piano "anti-virus" sul Financial Times

RAI Radio Uno – ERESIE, 13 marzo 2020 – Nel giorno in cui Christine Lagarde scatena il panico sui mercati dichiarando che la BCE non si occupa di spread, il Financial Times apre al piano “anti-virus” firmato da quattro economisti italiani: non solo investimenti pubblici keynesiani per contrastare il crollo della domanda ma anche controllo dei mercati dei capitali e una intelligente pianificazione per contrastare la disorganizzazione dei mercati e le conseguenti strozzature dal lato dell’offerta. Con o senza Europa, sono queste le misure necessarie per contrastare la crisi innescata dal covid-19. Parla uno dei firmatari, l’economista Emiliano Brancaccio.


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23/01/2017

Tassazione e movimenti di capitali

21 Gennaio 2017 – SKY TG24 Economia – E’ possibile ridurre le disuguaglianze attraverso un ritorno ai regimi di imposizione fiscale degli anni ’50 e ’60, quando le aliquote sui ricchi erano molto più alte? In assenza di coordinamento tra paesi e in condizioni di libera circolazione internazionale dei capitali, la risposta è negativa. Se non si mette in discussione la libertà indiscriminata di movimento dei capitali, la “profezia” di Marx sulla tendenziale centralizzazione del capitale in sempre meno mani è destinata ad avverarsi. Ne discutono Emiliano Brancaccio e Guidalberto Guidi. Conduce Alessandro Marenzi.


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23/09/2015

L'ingenuità al potere è imperdonabile

Pubblichiamo questa intervista a Marica Frangakis, firmata da Sara Farolfi per Sbilanciamoci, per diversi motivi.

In primo luogo è una buona intervista e fornisce alcune buone informazioni, per nulla illuminate dall'informazione mainstream e anche da quella antagonista, come il fatto che la Grecia è ancora oggi in regime di capital control. Ovvero con forti limiti al prelievo per i titolari di un conto corrente, esattamente come quando i cittadini greci andarono alle urne per il referendum di luglio, con con cui rifiutavano il memorandum poi accettato da Tsipras due giorni dopo.

Significa che anche queste elezioni si sono svolte sotto il ricatto esplicito della Bce e della Troika. L'economia ellenica, ricorda la Frangakis, è fondata sul denaro contante, ancor più di quanto non avvenga in Italia; quindi ridurre la liquidità a disposizione delle banche – come deciso dalla Bce alla viglia del referendum – significa automaticamente bloccare l'economia, per lo meno quella “di strada”, e far sentire il peso del bastone del comando. Il risultato delle elezioni dice, neanche tanto tra le righe, che questo peso è stato sentito anche dagli elettori, che hanno preferito disertare o confermare il voto di gennaio, piuttosto che innescare subito una dinamica assai più conflittuale con l'Unione Europea ma naturalmente molto difficile e rischiosa.

In secondo luogo, dalla testimonianza della Frangakis – tra i consiglieri economici di Syriza – emerge “il vero ruolo” della Bce nella costruzione europea: non banca centrale indipendente, votata per statuto al solo controllo dell'inflazione e della liquidità, ma attore politico mirante alla disciplina dei singoli stati, “dirazzanti” e non.

In terzo luogo, quello per noi più rilevante sul piano politico, questa intervista testimonia la sconcertante ingenuità, quasi naïf, del gruppo dirigente di Syriza entrato nei palazzi del potere convinto probabilmente di trovarvi delle “stanze dei bottoni”. Che invece non esistevano. Al contrario, hanno dovuto fare i conti con un personale dirigente dell'apparato statale che era stato formato dai governi precedenti, che aveva confidenza e complicità con i funzionari europei più che con questi “selvaggi comunisti” che avevano vinto le elezioni. Tutto normale, prevedibile. Accade così ad ogni vero cambio di regime...

L'assurdo, e incomprensibile, è che i dirigenti non lo sapessero già prima di arrivare al governo del paese. Come se non avessero mai riflettuto sul serio sulla tragica differenza tra “governo” e “potere”, per cui tu puoi benissimo vincere le elezioni e formare il governo, ma le decisioni vere vengono prese in altri luoghi, a te inaccessibili, da cui invece si accede davvero alle “leve del sistema”, specie economico. Ospiti indesiderati, insomma, in un Palazzo che li considerava estranei.

In questo ha probabilmente influito il carattere di “contenitore” politico che ha avuto fin dall'inizio Syriza. Un contenitore senza ideologia, certo, ma anche privo di una visione scientifica e condivisa del mondo su cui andava ad agire. Quindi anche privo di strategia e tattica su come affrontare i molti nemici che indubbiamente aveva, e che si sono mossi all'unisono per accerchiare e infine incaprettare gli intrusi. I partiti riformisti dotati di un'ideologia e di una visione, insomma, avrebbero conosciuto meglio l'avversario e quindi avrebbero programmaticamente prevista anche la “resa”, senza promettere al proprio blocco sociale improbabili cambiamenti “radicali”.

Altrettanto avrebbe fatto un movimento davvero radicale, dotato di visione scientifica, che avrebbe fin dall'inizio agito in vista di una rottura – certo molto complicata e difficile, dai costi inizialmente altissimi – fornendo una prospettiva e un orizzonte alternativo alla permanenza nell'Unione Europea.

Il grosso di Syriza, invece, anche a livello dei dirigenti nazionali, sembra essere stato sollevato alla testa di un movimento unicamente in forza dell'empiria, dai movimenti di lotta contro l'austerità, conciliando solo nella propria testa due obiettivi assolutamente incompatibili come “metter fine all'austerità” e “restare nell'Unione Europea”. Immaginiamo debbano esser rimasti molto sorpresi quando gente come Schaeuble ha ringhiato loro in faccia “o l'una o l'altra”. Riformisti di necessità, li avevamo chiamati alcuni mesi fa, per sottolinearne sia l'autenticità degli intenti che la contraddittorietà di obiettivi, in assenza di una visione generale.

Ma il punto decisivo viene illustrato in modo fulminante dalla stessa Frangakis, senza che però la stessa appaia in grado di trarne le conclusioni di quanto “scoperto” nei mesi di trattativa.
Non credo che la sinistra abbia realizzato davvero quanto forti e intransigenti e inflessibili i creditori siano. Tu sei convinto di avere a che fare con persone ragionevoli quindi ti aspetti di riuscire a negoziare qualcosa. Quello che scopri invece è che loro sono disposti a tutto, persino a tollerare un danno economico, piuttosto che concedere qualcosa. Quindi la prima lezione è che se la sinistra vuole combattere l’austerità deve essere consapevole che gli avversari non sono persone ragionevoli ma persone disposte a tutto.
Lo scarto irrimediabile tra un gruppo di volenterosi dilettanti e gli arcigni cerberi del potere economico multinazionale non potrebbe esser colta meglio. Peccato che ne venga evidenziato solo l'aspetto “etico” (persone disposte a tutto, ovviamente soprattutto a far del male), invece che quello strutturale (i guardiani del potere economico vengono selezionati in quella tipologia umana, non in altre). Una economista di livello dovrebbe saperlo meglio di noi, crediamo. Soprattutto per quanto riguarda la “seconda lezione”, ossia l'assoluta mancanza di trasparenza delle “istituzioni” europee (lo stesso Eurogruppo, che riunisce i ministri delle finanze dell'eurozona, non è previsto né regolato da alcun trattato, ma prende decisioni tecniche vincolanti per i singoli paesi).

In questo modo, però, la “lezione” che viene tratta dalla sconfitta è solo una coazione a ripetere lo stesso errore, salvo la parte riguardante lo spirito infame che connota i funzionari della Troika e dintorni.

E infatti il problema dei problemi – come influenzare il processo decisionale – resta nelle sue parole assolutamente indeterminato, una petizione morale, nulla più. Ma se non sai come cambiare la situazione, sarà la situazione a cambiare te. Come si è visto con l'accettazione del terzo memorandum.

Chi in queste ore si spellica le mani applaudendo la vittoria di Syriza 2.0 dovrebbe fare almeno lo sforzo di rifletterci su, prima di gridare "forza Tsipras"...

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Frangakis: «Battuti sul memorandum ma la lotta non è finita»

Sara Farolfi

«La firma del memorandum è stata una sconfitta, chi sostiene il contrario mente, ma la guerra non è finita e ora bisogna guardare avanti, alla prossima battaglia”. Come andrà è difficile da prevedere, molto dipende dal risultato che uscirà dalle urne greche domenica.

Economista molto vicina a Syriza, membro del direttivo dell’Istituto Nicos Poulantzas e del coordinamento dell’EuroMemorandum Group, Marika Frangakis ha vissuto l’esperienza dei 5 mesi di governo sulla prima linea, membro del team di consiglieri economici del vicepresidente Dragasakis. La incontriamo a Roma, dove è arrivata per partecipare a una giornata di approfondimento sulla Grecia organizzata alla Camera da “Le Belle Bandiere”.

La Grecia va al voto di nuovo sotto il capital control, può spiegarci che cosa significa?

Il capital control è stato introdotto il 28 giugno scorso e si è reso necessario quando la Bce ha deciso di interrompere i prestiti alle banche greche. Per una economia come quella greca, basata sostanzialmente sul cash – basti pensare che prima del capital control appena il 5 per cento del denaro circolava tramite carte di credito o strumenti simili – questo ha creato un enorme problema di liquidità. Gli unici soldi in circolazione erano quelli della Banca nazionale greca e, senza misure di controllo dei capitali appunto, non sarebbero bastati nemmeno per due settimane. Perciò il capital control è stato lo strumento utilizzato per fare accettare l’accordo a Tsipras: se non avesse firmato avrebbe dovuto trovare liquidità altrimenti. Non è stata solo una forma di pressione ma un vero e proprio strangolamento. Le banche sono rimaste chiuse 3 settimane, hanno riaperto subito dopo la firma del memorandum ma il ritorno alla normalità è stato lento e ancora oggi c’è un limite ai prelievi che si possono effettuare dal proprio conto corrente: 60 euro al giorno, con la possibilità di prelevare una volta sola alla settimana. In più non bisogna dimenticare che il capital control era stato introdotto anche a Cipro e, a due anni dall’esplosione della crisi, è ancora in vigore. Temo che in Grecia ci aspetti qualcosa di simile.

Quindi il capital control continua ad essere uno strumento di pressione sulla politica greca?

Certo, la liquidità è un problema. Le banche hanno una liquidità limitata quindi la quantità di denaro in generale che serve all’economia è limitata e questo è un po’ paradossale perché la Grecia non ha un problema di solvibilità, ci sono molti asset di valore nel paese.

Come giudica il ruolo della Bce in questa crisi?

La Banca centrale europea ha mostrato la sua vera faccia. E a dirlo non sono analisti di sinistra ma commentatori autorevoli come il professore belga Paul De Grauwe. Il compito della Bce dovrebbe essere quello di salvaguardare la stabilità del sistema monetario e non quello di fare pressione sul governo greco. Non dobbiamo dimenticare che il programma di Quantitative easing varato da Mario Draghi era appena iniziato quando Syriza è arrivata al governo. La tendenza generale era quella di immettere liquidità nel sistema – 60 miliardi circa in prestiti agli istituti di credito – ma quando è stato il turno della Grecia hanno semplicemente detto di no.

Parliamo dell’ipotesi di Grexit: conosceva il piano B di Varoufakis?

Certo, il programma elettorale di Syriza faceva menzione della possibilità di lasciare l’euro come strumento di pressione sui negoziati. Ma molto presto è diventato chiaro che anche i creditori avevano un piano per spingere la Grecia fuori dall’euro. A quel punto è stato chiaro che uscire dall’euro non era una valida alternativa. Aggiungo che una delle difficoltà, in genere poco considerate, è lo scarso appoggio che questo governo ha trovato all’interno dell’apparato dello Stato. Il settore pubblico, a cui il governo in genere si appoggia, in Grecia è, soprattutto ai suoi vertici, strettamente connesso ai partiti mainstream. Quindi apparentemente tutti erano estremamente gentili, ma quando si trattava di richiedere un dossier, dei dati aggiuntivi o altro i tempi si dilatavano inesorabilmente, tutto diventava impossibile, e alla fine eri costretto a lasciare perdere.

La crisi, anche quella greca, non è stata uguale per tutti. Che conseguenze ha avuto sulla società?

I dati ci dicono che la disoccupazione è cresciuta, come anche la povertà, le disuguaglianze, la distribuzione del reddito e della ricchezza. Questo perché le misure prese per il consolidamento fiscale fin dal 2010 hanno colpito la classe media e la parte più povera della popolazione. Le tasse sono aumentate e i tagli hanno colpito la sanità, l’istruzione, le pensioni, il salario minimo. Quindi tutto è andato nella direzione di un approfondimento delle disuguaglianze. Ai livelli alti gli effetti della crisi sono stati limitati perché quei salari che si aggirano sui 200 mila euro all’anno non sono stati colpiti. Il governo di Tsipras, anche se alla fine è capitolato, ha provato ad alzare le tasse sui redditi più alti, ma la troika era contraria. Era parte del gioco anche questo, un modo per i creditori di chiarire che le èlite come loro non sarebbero state colpite dalle misure, perché le èlite lavorano insieme.

Quale è dunque la lezione della Grecia?

Non credo che la sinistra abbia realizzato davvero quanto forti e intransigenti e inflessibili i creditori siano. Tu sei convinto di avere a che fare con persone ragionevoli quindi ti aspetti di riuscire a negoziare qualcosa. Quello che scopri invece è che loro sono disposti a tutto, persino a tollerare un danno economico, piuttosto che concedere qualcosa. Quindi la prima lezione è che se la sinistra vuole combattere l’austerità deve essere consapevole che gli avversari non sono persone ragionevoli ma persone disposte a tutto. La lezione numero due è che le persone in generale devono essere a conoscenza del modo decisamente poco trasparente in cui le istituzioni operano. Infine: bisogna porsi il problema di come influenzare il processo decisionale in un modo o nell’altro. In questo senso anche stare all’opposizione è importante.

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