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04/10/2025

Gaza - Hamas dice si al rilascio degli ostaggi, non ancora al Piano di Trump

Il Movimento di Resistenza Islamica palestinese (Hamas) ha annunciato ieri sera la sua disponibilità ad entrare immediatamente attraverso mediatori nei negoziati per discutere tutti i dettagli del piano Trump. Israele afferma di sospendere le operazioni militari, ma questa mattina sono stati uccisi altri sette palestinesi a Gaza City.

Hamas ha accettato di rilasciare tutti i prigionieri israeliani ancora detenuti a Gaza dopo quelle che ha descritto come “consultazioni approfondite” con i membri della leadership, le organizzazioni palestinesi e i mediatori.

Hamas non ha dichiarato di essere d’accordo con l’intero piano in 20 punti così come è stato presentato, e durante della scorsa settimana ha ripetutamente affermato che aveva bisogno di negoziare ulteriormente un certo numero di punti. La chiave tra queste è la richiesta di una Gaza smilitarizzata. Il funzionario di Hamas, Mousa Abu Marzouk, ha detto ad Al Jazeera che il gruppo non si disarmerà prima della fine dell’occupazione israeliana.

Qui di seguito il comunicato del movimento palestinese:
Al fine di fermare l’aggressione e la guerra di sterminio a cui è sottoposto il nostro popolo saldo nella Striscia di Gaza, e in conformità alla responsabilità nazionale, e per preservare i principi, i diritti e gli interessi supremi del nostro popolo, il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” ha condotto approfondite consultazioni con le sue istituzioni di leadership, ampie consultazioni con le forze e le fazioni palestinesi, e consultazioni con mediatori e amici fraterni, per giungere a una posizione responsabile nell’affrontare il piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Dopo uno studio approfondito, il movimento ha preso la sua decisione e consegnato la sua risposta ai mediatori come segue:

• Il Movimento di Resistenza Islamica Hamas apprezza gli sforzi arabi, islamici e internazionali, così come quelli del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che chiedono la fine della guerra su Gaza, lo scambio di prigionieri, l’ingresso immediato degli aiuti, il rifiuto dell’occupazione e il rifiuto dello sfollamento del nostro popolo palestinese.

• In questo contesto, e al fine di raggiungere un cessate il fuoco e il ritiro completo da Gaza, il movimento annuncia la sua approvazione per il rilascio di tutti i prigionieri israeliani, vivi o morti, secondo la formula di scambio inclusa nella proposta del presidente Trump, a condizione che le condizioni sul campo consentano il processo di scambio.

• In questo contesto, il movimento conferma la sua disponibilità a entrare immediatamente in negoziati attraverso i mediatori per discutere i dettagli.

• Il movimento rinnova inoltre la sua approvazione alla consegna dell’amministrazione di Gaza a un organismo palestinese di indipendenti (tecnici) basato sul consenso nazionale palestinese e con il sostegno arabo e islamico.

• Per quanto riguarda le altre questioni menzionate nella proposta del presidente Trump relative al futuro di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo palestinese, queste sono collegate a una posizione nazionale complessiva basata sulle pertinenti leggi e decisioni internazionali. Esse saranno discusse all’interno di un quadro nazionale palestinese complessivo, del quale Hamas farà parte e a cui contribuirà in modo responsabile.
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02/10/2025

Israele spinge per l’evacuazione forzata di Gaza City. Palestinesi sotto pressione per accettare il Piano Trump

Il governo israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per tutti i palestinesi che si trovano ancora a Gaza City, esortandoli ad andarsene immediatamente.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha avvertito che era la loro “ultima opportunità” di evacuare, aggiungendo che chiunque fosse rimasto sarebbe stato trattato come un sostenitore militante di Hamas e avrebbe affrontato la “piena forza” dell’assalto israeliano.

Da quando Israele ha iniziato la sua offensiva per impadronirsi di Gaza City il mese scorso, circa 400.000 palestinesi sono fuggiti. Eppure, secondo l’Associated Press, altre centinaia di migliaia di persone rimangono intrappolate, molte delle quali non possono permettersi il viaggio verso sud o sono troppo deboli per lasciare le aree colpite dalla carestia.

Intanto sul piano dei negoziati intorno al Piano Trump per Gaza, Hamas ha chiesto ai mediatori di “apportare alcune modifiche” al piano del presidente statunitense.

A riferirlo è la televisione saudita Al-Sharq, citando fonti informate sulle trattative in corso a Doha, secondo le quali le richieste di Hamas riguardano principalmente “il disarmo, l’esilio e la necessità di garanzie per un ritiro completo delle forze israeliane da Gaza”.

Un esponente palestinese vicino ad Hamas ha dichiarato ad Al-Sharq che le consultazioni interne tra i leader del movimento, le altre organizzazioni palestinesi ed i mediatori “proseguono senza sosta”. L’esponente di Hamas ha inoltre riferito che è attualmente in corso a Doha un incontro tra i mediatori qatarini ed egiziani.

I palestinesi hanno costantemente sostenuto cinque principi chiave per qualsiasi accordo: la fine permanente della guerra, il ritiro completo da parte di Israele, il flusso di aiuti umanitari, lo scambio di prigionieri e la ricostruzione di Gaza.

Per la gran parte della fase negoziale, entrambe le parti hanno lavorato all’interno di un quadro di cessate il fuoco graduale, che prevedeva un’attuazione graduale degli impegni che portavano a una completa cessazione delle ostilità. Ma tale quadro è stato scartato il mese scorso quando gli Stati Uniti hanno cercato un nuovo quadro globale, culminato nell’annuncio di lunedì di un “accordo di pace” da parte della Casa Bianca che, accogliendo gran parte degli interessi israeliani, rappresenta una ipoteca inaccettabile per i palestinesi.

Ieri, la delegazione negoziale di Hamas, composta da alti esponenti del movimento, ha tenuto quattro incontri a Doha con rappresentanti qatarioti, egiziani e turchi. Durante questi colloqui – riporta l’emittente saudita – i paesi mediatori hanno esortato Hamas ad accettare il piano, sottolineando l’importanza di “non offrire all’occupante l’opportunità di distruggere Gaza e di costringere la sua popolazione all’esodo”.

Il funzionario palestinese ha aggiunto che, nell’ambito delle consultazioni, sono stati avviati contatti con alcune “parti regionali influenti”, senza però specificarle. La leadership di Hamas ha inoltre informato i mediatori dell'“esigenza di ottenere garanzie internazionali sul ritiro totale delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza e per assicurare che l’occupante non violi il cessate il fuoco, come invece sta avvenendo in Libano”.

Ma in una intervista rilasciata alla BBC, un esponente di Hamas aveva dichiarato che probabilmente il movimento palestinese respingerà il piano e la rete britannica riferiva di come il comandante militare di Hamas a Gaza, Ez al-Din al-Haddad, sarebbe invece determinato a proseguire la lotta armata. La Jihad Islamica palestinese ha già criticato il piano Trump.

Il piano “fa gli interessi di Israele” e “ignora quelli dei palestinesi”, ha detto alla BBC l’esponente di Hamas, secondo il quale difficilmente il movimento palestinese accetterà il disarmo e la consegna delle armi. Hamas potrebbe anche opporsi al dispiegamento a Gaza dell’“International Stabilisation Force (Isf)”, considerata una nuova “forma di occupazione”.

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05/06/2025

La Cina in prima fila nella creazione dell’Organizzazione Internazionale per la Mediazione

Il 30 maggio è stata firmata a Hong Kong la convenzione per l’istituzione dell’Organizzazione Internazionale per la Mediazione (IOMed). Si tratta della prima organizzazione internazionale nata con l’obiettivo della mediazione dei conflitti tra stati, di dispute sugli investimenti tra governi e cittadini, nonché controversie commerciali.

Alla cerimonia erano presenti ben 20 organizzazioni internazionali (tra cui i rappresentanti delle Nazioni Unite) e 85 paesi, di cui 33 sono i membri fondatori di tale istituzione. Tra di essi, oltre alla Cina, vi sono Venezuela, Cuba, Serbia, Bielorussia, Pakistan, Indonesia, e varie altre realtà appartenenti al cosiddetto Sud Globale, o comunque paesi marginali nello scenario politico.

L’iniziativa è partita nel 2022 dal Dragone e da altri 20 paesi, e rappresenta una novità significativa nella governance mondiale. Fino ad oggi, la soluzione delle controversie internazionali è stata affidata per lo più a strumenti giudiziari e arbitrali, che ovviamente hanno limiti e, soprattutto, vedono alla fine un vincitore e un perdente della controversia.

Alla cerimonia di nascita dell’IOMed, il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi ha detto che questo organizzazione “contribuirà a superare la mentalità del gioco a somma zero del ‘vincere o perdere’, promuoverà la risoluzione amichevole delle controversie internazionali e costruirà relazioni internazionali più armoniose”.

La portavoce del suo stesso dicastero, Mao Ning, durante una conferenza stampa lo scorso 20 maggio, aveva anch’essa già ribadito che la mediazione punta a rispettare “la volontà delle parti interessate”, e inoltre ha sottolineato che questa pratica “riflette la tradizione di amicizia e armonia, apprezzata in Oriente”, dando all’attività dell’IOMed una sorta di continuità col passato cinese.

È molto interessante il fatto che la sede di questa organizzazione sia stata posta a Hong Kong, luogo che esprime plasticamente già nel suo statuto giuridico una controversia internazionale. Così com’è interessante il fatto che l’iniziativa sia partita nel 2022, anno dell’operazione speciale russa in Ucraina.

Ma il ruolo che occupa l’ex colonia britannica in questa vicenda va oltre il simbolico. La deputata e delegata dell’Assemblea Nazionale del Popolo, Priscilla Leung, giovedì scorso ha raccomandato alla Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong di nominare esperti legali presso il governo centrale, anche provenienti dai diversi sistemi giuridici della Greater Bay Area, per sostenere questa iniziativa.

Sempre lo scorso giovedì, al Global Times, anche Lau Siu-kai, consulente dell’Associazione Cinese di Studi su Hong Kong e Macao, ha commentato il senso della creazione dell’IOMed: “ciò riflette anche l’ulteriore rafforzamento del soft power della Cina e la sua determinazione a collaborare con i paesi del Sud del mondo per promuovere la costruzione di un nuovo ordine internazionale”.

Di fronte al marcescente ‘ordine basato su regole’, di dominazione occidentale e statunitense nello specifico, questo nuovo ordine perorato dalla Cina rimanda alla soluzione diplomatica delle controversie e al sistema delle agenzie ONU. Mao Ning ha posto l’accento sul fatto che la mediazione è una misura prevista nella Carta delle Nazioni Unite, e che l’IOMed servirà alla salvaguardia dei suoi scopi e principi.

L’ambizione è ancora maggiore. John Lee Ka-chiu ha affermato che, col tempo, si spera che la nuova organizzazione assuma uno status pari a quello della Corte Internazionale di Giustizia, organismo delle Nazioni Unite, e della Corte Permanente di Arbitrato. Quest’ultima non fa parte del sistema ONU, è nata nel 1899, e svolge appunto funzioni arbitrali.

Pechino mostra la volontà di rafforzare e allo stesso tempo competere per assumere un peso maggiore a livello globale, mentre gli USA rivedono l’impegno in varie agenzie ONU. Ora la convenzione di istituzione dell’IOMed dovrà essere ratificata. Quando almeno tre paesi lo avranno fatto, l’organizzazione potrà entrerà ufficialmente in funzione, si prevede a partire dal 2026.

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30/01/2025

L’Iraq interviene per mediare tra la Turchia e le SDF

Il governo iracheno sta attivamente cercando di mediare tra la Turchia e le Forze Democratiche Siriane (SDF), secondo un alto funzionario iracheno. Questo sforzo è stato evidenziato durante la visita del ministro degli esteri turco Hakan Fidan a Baghdad, dove ha incontrato il primo ministro iracheno Mohammed Shia Al-Sudani.

Lo stesso funzionario ha spiegato ad Al-Akhbar che la visita di Fidan ha gettato le basi per potenziali incontri regionali a Baghdad, che coinvolgono leader di Siria, Turchia, Iran e rappresentanti della regione del Kurdistan iracheno.

Queste discussioni mirano ad affrontare questioni di sicurezza, tra cui la rinascita dell’ISIS dopo la caduta del regime di Assad, la presenza del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel nord dell’Iraq e la sicurezza delle prigioni controllate dalle SDF, in particolare il campo di Al-Hol, che ospita migliaia di detenuti dell’ISIS e le loro famiglie. Baghdad teme che il rilascio di questi detenuti possa destabilizzare la sicurezza dell’Iraq.

Durante i colloqui, Fidan avrebbe chiesto all’Iraq di designare formalmente il PKK come organizzazione terroristica, andando oltre la sua attuale classificazione di gruppo messo al bando. Ha anche proposto la formazione di una sala operativa militare congiunta iracheno-turca per combattere il PKK.

Il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein, in una conferenza stampa congiunta con la sua controparte turca, ha sottolineato la persistente minaccia dell’ISIS lungo il confine tra Iraq, Siria e Turchia. Ha affermato che le discussioni hanno riguardato la sicurezza regionale, i contatti in corso con la nuova amministrazione siriana e i futuri incontri per affrontare il terrorismo e questioni regionali più ampie.

Da parte sua, Fidan ha sottolineato l’importanza strategica delle relazioni con l’Iraq, riaffermando la necessità di un coordinamento della sicurezza, in particolare per quanto riguarda l’ISIS e il PKK. Ha, inoltre, sottolineato l’importanza dell’iniziativa “Development Road” dell’Iraq lanciata l’anno scorso, esprimendo la disponibilità della Turchia a contribuire a progetti legati allo sviluppo della regione.

L’analista politico Ali Al-Nasseri reputa la visita di Fidan principalmente incentrata sulla sicurezza, con lo scopo di discutere del futuro della Siria e sostenere la sua nuova amministrazione. Ha detto ad Al-Akhbar che proteggere il confine tra Iraq, Siria e Turchia è diventato fondamentale in seguito agli sviluppi in Siria. Ha ipotizzato che la Turchia potrebbe cercare un accordo che coinvolga tutte le parti per stabilizzare la regione, in appoggio alla nuova amministrazione siriana guidata da Ahmad Sharaa e a discapito delle attività delle SDF.

Al-Nasseri ha osservato che il ruolo di Baghdad è diventato fondamentale nei rapporti di forza regionali emergenti, suggerendo che l’Iraq potrebbe mediare le controversie e ospitare una conferenza complessiva. Alcuni report suggeriscono che Baghdad stia pianificando incontri di alto livello nelle prossime settimane per affrontare gli sviluppi regionali, tra cui il “Baghdad Dialogue Summit”.

Si prevede che l’evento riunirà personaggi chiave tra cui Hakan Fidan, il ministro degli Esteri del governo provvisorio siriano Asaad Al-Shibani, il comandante delle SDF, Mazloum Abdi e altri attori influenti per risolvere i contrasti che ostacolano il progresso regionale.

Contemporaneamente, il generale statunitense Kevin Leahy, comandante delle forze della coalizione internazionale in Iraq e Siria, ha incontrato il Primo Ministro Al-Sudani a Baghdad.

Secondo l’ufficio di quest’ultimo, i due hanno discusso della sicurezza regionale e della cooperazione tra le forze di sicurezza irachene e i consiglieri della coalizione, nel combattere i resti dell’ISIS. Al-Sudani ha ribadito l’impegno dell’Iraq nello sradicare i gruppi terroristici, evidenziando i significativi progressi compiuti nel proteggere i confini iracheni e prevenire l’infiltrazione terroristica negli ultimi due anni.

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18/01/2024

Scambio di missili tra Iran e Pakistan

Come le onde nello stagno, dopo che un sasso è stato lanciato nell’acqua, le onde della guerra mediorientale si allargano di setimana in settimana.

Almeno nove persone – fra loro quattro bambini e tre donne – secondo i media locali, sono rimaste uccise in attacchi pakistani effettuati stamattina sulla città iraniana di Saravan, nella provincia sudorientale del Sistan e Baluchistan.

“Abbiamo condotto attacchi contro gruppi militanti anti-pakistani all’interno dell’Iran”, ha confermato una fonte di intelligence di Islamabad aggiungendo in giornata che il governo pakistano rilascerà una dichiarazione in merito. Due giorni fa l’Iran aveva effettuato attacchi in territorio pakistano contro quelli che ha definito “obiettivi terroristici”.

I contrasti tra i due paesi sono di lunga durata, in parte dovuti a motivi “religiosi” (l’Iran è a maggioranza sciita, il Pakistan soprattutto sunnita), in parte alla storica alleanza di Rawalpindi con gli Stati Uniti, di cui costituirono il retroterra logistico ai tempi della guerra scatenata contro i sovietici che controllavano l’Afghanistan.

C’è da ricordare che comunque questa alleanza non impedì ai pakistani di continuare ad ospitare Osama Bin Laden, per di più all’interno di una base militare, quando, da “freedom fighter” anticomunista si era trasformato in nemico numero 1 degli Usa, con Al Qaeda e gli attacchi dell’11 settembre 2001.

Questo per avvertire i lettori che qualsiasi interpretazione dei fatti in corso che non tenga conto degli “interessi locali”, anche al di là degli schieramenti internazionali più vasti, rischia di oscurare la mente, invece di aiutare a chiarire.

L’attacco iraniano di due giorni fa puntava in effetti a una base di mujaheddin anti-sciiti, ritenuta responsabile dell’attentato a Kerman, su istigazione di Stati Uniti e Israele. Ora la ritorsione pakistana su basi di guerriglieri pakistani in esilio. Da notare che entrambi gli Stati – come anche l’Occidente al completo – chiamano “terroristi” i propri nemici. Dunque quel termine non significa letteralmente nulla di concreto.

Secondo la tv di Stato iraniana, nell’attacco sono morti anche due uomini, oltre alle tre donne e i quattro bambini annunciati in precedenza.

Testimoni hanno affermato sui social media che almeno sette località vicino a Saravan – compresi i villaggi di Shamsar e Haghabad, e un’area vicino alla base di Saravan delle guardie rivoluzionarie – sono state presi di mira dalle forze pachistane. I media iraniani hanno riferito che la situazione è attualmente normale nelle zone di confine e camion transitano in alcune stazioni di confine, come a Mirjaveh.

I raid di questa mattina sono stati “attacchi militari di precisione altamente coordinati e specificamente mirati contro i nascondigli dei terroristi”, ha affermato il Ministero degli Affari esteri pakistano citato dai media locali.

“L’azione di questa mattina è stata intrapresa alla luce di informazioni credibili riguardanti imminenti attività terroristiche su larga scala da parte dei cosiddetti Sarmachar”, ha affermato il dicastero di Islamabad in un comunicato.

“Un certo numero di terroristi sono stati uccisi durante l’operazione di intelligence denominata in codice ‘Marg Bar Sarmachar’”, aggiunge la dichiarazione.

“L’incidente, avvenuto questa mattina alle 4:05, riguardava cittadini stranieri” provenienti dall’Afghanistan, ha detto il vicegovernatore generale della provincia, Alireza Mahhamati, citato dall’agenzia di stampa iraniana Irna.

La Cina “è disposta a svolgere un ruolo di mediazione” tra Iran e Pakistan dopo che i due Paesi hanno effettuato attacchi missilistici incrociati per colpire “gruppi militanti terroristici” basati sui rispettivi territori e impegnati a colpire Teheran e Islamabad. È quanto ha detto la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning.

È notevole anche questo: l’unico soggetto che si impegna diplomaticamente (e con contratti economici sostanziosi) per gettare acqua sugli incendi, in quest’area del mondo ma non solo, è Pechino.

Difficile da spiegare secondo lo schema mentale “angeli contro demoni” adottato dagli opinion maker occidentali (e non solo).

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20/06/2023

Guerra in Ucraina - Le proposte di negoziati sul campo

Si è conclusa la visita della delegazione di alcuni stati africani a Kiev e Mosca nel tentativo di porre fine al conflitto in Ucraina. Nei colloqui la Russia ha affermato di prendere in considerazione tutte le proposte in arrivo sulla risoluzione della situazione in Ucraina. Kiev invece ha ribadito il suo piano in 10 punti che ha come presupposto la cacciata dei russi da tutti i territori rivendicati dall’Ucraina, inclusa la Crimea.

Durante i colloqui con Putin, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha presentato i 10 punti principali del piano di pace, che comprendono l’allentamento del conflitto da entrambe le parti, i negoziati diplomatici, la garanzia della sovranità degli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, lo scambio di prigionieri, la ricostruzione postbellica e altri.

Ecco i punti chiave del colloquio di Putin con i leader africani.

I 10 punti del Piano di pace africano

Cyril Ramaphosa ha affermato che è giunto il momento di porre fine al conflitto in Ucraina. Rilevando che l’Africa vorrebbe diventare un mediatore nella ricerca della pace, ha presentato il piano, che si concentra sui 10 punti principali per la sua realizzazione.

Il piano invita ad ascoltare le posizioni di entrambi i paesi; iniziare la de-escalation da entrambe le parti; garantire la sovranità degli Stati e dei popoli in conformità con la Carta delle Nazioni Unite; ottenere garanzie di sicurezza per tutti i paesi; garantire il trasporto di cereali e fertilizzanti di entrambi i paesi; sostegno umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra; risoluzione della questione dello scambio dei prigionieri e del rimpatrio dei bambini; la ricostruzione postbellica e l’aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra; cooperazione più stretta con gli Stati africani.

Il Cremlino ha sottolineato che la Russia ha sostenuto il popolo del Donbass dopo il “sanguinoso colpo di stato” in Ucraina e ha cercato a lungo di risolvere pacificamente la situazione.

“È stato il regime di Kiev a iniziare questa guerra nel 2014, e noi avevamo il diritto di fornire aiuti alla gente del Donbass in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, citando la clausola relativa all’autodifesa“, ha sottolineato Putin. Mosca coopera con Kiev sullo scambio di prigionieri di guerra.

“Si sta facendo molto per questo, sia dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti che dagli altri nostri partner e amici. E siamo pronti a sostenere questo processo“.

Sul punto relativo all’accordo sul grano, Mosca ha definito un inganno il fatto che il cibo non vada ai paesi africani bisognosi in base all’accordo raggiunto: “Queste autorità neocoloniali – europee e, in sostanza, americane – hanno ancora una volta ingannato la comunità internazionale e i paesi africani bisognosi”.

Secondo Putin, circa 31,7 milioni di tonnellate di prodotti agricoli sono già stati esportati dai porti ucraini nell’ambito dell’iniziativa per il grano, ma solo il 3,1% di questo volume è andato ai paesi in via di sviluppo.

Gli Stati africani hanno evidenziato anche i noti 12 punti della posizione cinese, presentata da diversi mesi ed hanno evidenziato che le parti prevedono che non ci debba essere alcun doppio standard, che tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite siano rispettati e attuati, che non vengano applicate sanzioni unilaterali, che nessuno debba cercare di garantire la propria sicurezza a scapito della sicurezza degli altri, che la sicurezza rimanga indivisibile a livello globale.

Vediamo adesso i punti chiave sui diversi piani di pace per l’Ucraina presentati da altri paesi.

Lo scenario “coreano” proposto dall’Indonesia

Il piano proposto dall’Indonesia all’inizio di giugno è simile ai principi stabiliti nella penisola coreana dopo la guerra tra nord e sud negli anni ’50: cessate il fuoco immediato da entrambe le parti, ritiro delle forze ucraine e russe a 15 km dalle loro posizioni attuali e l’istituzione di una zona smilitarizzata (DMZ).

Inoltre, l’iniziativa comporterebbe lo stazionamento di forze di pace delle Nazioni Unite nella zona demilitarizzata, oltre a tenere referendum sotto la supervisione delle Nazioni Unite, al fine di “confermare oggettivamente la volontà della maggioranza della popolazione“. Il piano non specifica quali territori sarebbero oggetto di referendum.

L’Indonesia si è dichiarata pronta a prendere parte a tutti i processi e a inviare i propri militari nell’ambito della missione di mantenimento della pace. Il ministro della Difesa indonesiano Prabowo Subianto sostiene che l’efficacia di tali misure sia stata dimostrata dall’esperienza coreana.

I 12 punti della Cina

A febbraio, la Cina ha pubblicato il proprio piano di pace in 12 punti. Pechino ha chiesto una riduzione dell’escalation, un cessate il fuoco e la fine delle ostilità, nonché colloqui di pace. La Cina ha sottolineato che le preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti devono essere prese in considerazione; nel frattempo, non si deve cercare di assicurare la pace regionale espandendo i blocchi militari.

Il piano di pace cinese prevede la risoluzione della crisi umanitaria, lo scambio di prigionieri e la garanzia delle esportazioni di cibo attraverso il corridoio del grano.

La Cina ha chiesto di impedire lo sviluppo e l’uso di armi biologiche e chimiche, di prevenire la proliferazione di armi nucleari e di evitare una crisi nucleare. Secondo Pechino, è ora di smetterla di imporre sanzioni unilaterali non approvate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di contrastare gli sforzi per armare l’economia globale. La Cina è anche pronta a fornire aiuti nella ricostruzione postbellica della zona di conflitto in Ucraina.

Le proposte di Brasile e Vaticano

Anche il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva chiede negoziati. A suo avviso, è necessario stabilire un nuovo formato internazionale con la partecipazione di paesi pronti a fare da mediatori a Mosca e Kiev e non coinvolti nel conflitto.

Lula da Silva ha chiesto un vertice delle Nazioni Unite con la partecipazione del presidente russo Vladimir Putin e del suo omologo ucraino Vladimir Zelensky. Anche se i dettagli del piano del Brasile sono sconosciuti, Mosca, secondo da Silva, deve essere presentata con alcune “precondizioni minime”.

Il Vaticano ha avviato una missione di pace e sforzi di mediazione. Papa Francesco si è detto pronto a visitare Kiev e Mosca. In questo momento, la missione di pace della Santa Sede è guidata dal presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi. Non si conoscono però i termini e le precondizioni della missione: il pontefice ha osservato che l’iniziativa non è pubblica, sebbene il suo obiettivo sia quello di raggiungere un cessate il fuoco.

La posizione della Russia

La posizione della Russia è stata delineata durante i colloqui in Bielorussia, e successivamente durante i colloqui in Turchia nel febbraio-aprile 2022; include lo status neutrale e di non appartenenza alla Nato dell’Ucraina, cementato nella sua costituzione, così come il rifiuto dell’Ucraina di avere un proprio arsenale nucleare.

La Russia chiede la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, la risoluzione della questione linguistica, nonché il riconoscimento dell’indipendenza di DPR e LPR e il riconoscimento della sovranità della Russia su Crimea e Sebastopoli.

Nel frattempo, la Russia ha ripetutamente osservato che accoglie con favore gli sforzi di tutti gli stati, volti a una soluzione pacifica della crisi ucraina, ma si aspetta proposte specifiche, anche dall’Indonesia, dal Vaticano e dal Sudafrica. Mosca ha anche sottolineato che nessun piano di pace può esistere, se non prevede l’adesione delle quattro nuove regioni alla Russia.

Tuttavia, Putin ha sottolineato che il piano della Cina può essere considerato come la base per il trattato di pace, quando l’Occidente e Kiev saranno pronti.

I “10 punti” di Zelenskyj

Nel frattempo, Zelensky ha proposto il suo “piano di pace”, che l’Ucraina considera l’unica possibile soluzione a lungo termine, nel novembre 2022. Il piano comprende 10 punti.

Secondo Zelensky, la Russia deve ritirare le sue forze dall’Ucraina, “ripristinare l’integrità territoriale dell’Ucraina” e scambiare prigionieri di guerra secondo la formula “tutto per tutti“.

La Russia deve immediatamente ritirare i suoi militari dal territorio della centrale nucleare di Zaporizhzhia. La centrale deve essere immediatamente trasferita sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e del personale ucraino. Ciò comporterà una cessazione reale e completa delle ostilità.

Kiev deve essere dotata di sicurezza militare, nucleare, alimentare, biologica ed energetica attraverso meccanismi internazionali. Il mondo dovrebbe approvare la creazione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la creazione di un meccanismo internazionale per compensare tutti i danni causati da questa guerra.

È necessario un risarcimento a carico dei russi, poiché è l’aggressore che deve fare tutto il possibile per ripristinare la giustizia che ha violato. Dovrebbero essere introdotte restrizioni sui prezzi delle risorse energetiche russe.

Organizzare una conferenza internazionale per rinsaldare gli elementi chiave dell’architettura della sicurezza postbellica nello spazio euro-atlantico, comprese le garanzie per l’Ucraina. Il risultato principale della conferenza dovrebbe essere la firma del Patto di sicurezza di Kiev. (Il Patto di sicurezza di Kiev di nove pagine pubblicato a settembre chiede ai paesi occidentali di fornire «risorse politiche, finanziarie, militari e diplomatiche» per rafforzare la capacità di difesa di Kiev).

Secondo Kiev quando tutte le misure anti-guerra saranno attuate, quando la sicurezza e la giustizia cominceranno a essere ripristinate, un documento che conferma la fine della guerra dovrà essere firmato dalle parti. Gli Stati disposti a prendere l’iniziativa di una decisione possono diventare parti di questa convenzione.

Secondo Kiev, il “tempo dei mediatori” – Cina, Brasile, Vaticano – è “finito”, mentre l’iniziativa indonesiana “farà solo guadagnare tempo alla Russia”. L’Ucraina è pronta a discutere le proposte dell’Africa, ma non ha intenzione di congelare il conflitto fino all’eventuale successo della controffensiva militare.

Segnaliamo infine un dato che va preso in considerazione: la guerra in Afghanistan è costata in media 115 miliardi all’anno ai paesi della Nato. Quella in Ucraina è già costata loro 170 miliardi in un anno.

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18/06/2023

Il “resto del mondo” contro la guerra. Delegazione africana a Kiev e Mosca

Nell’ambito dell’iniziativa di pace dei capi di Stato e di governo africani per mediare nel conflitto in corso in Ucraina, il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è arrivato ieri a Kiev.

Della delegazione fanno parte anche il presidente delle isole Comore e leader di turno dell’Unione africana, Azali Assoumani, e i capi di Stato di Senegal e Zambia, rispettivamente Macky Sall e Hakainde Hichilema.

Contrariamente a quanto annunciato in precedenza, alla missione africana non partecipano il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi (rappresentato dal suo primo ministro Mustafa Madbouly), l’ugandese Yoweri Museveni e il congolese Denis Sassou-Nguesso (rappresentato dal ministro di Stato per la presidenza, Florent Tsiba).

All’ultima votazione all’Assemblea generale dell’Onu contro la Russia – lo scorso 26 aprile – il Sudafrica e il Senegal si sono astenuti, Uganda e Congo non hanno partecipato, mentre Egitto e Zambia hanno votato a favore.

Ramaphosa ha fatto la prima tappa a Varsavia, dov’è stato ricevuto al palazzo presidenziale dall’omologo polacco Andrzej Duda. I quattro leader africani hanno poi raggiunto Kiev viaggiando durante la notte da Varsavia con un treno speciale per un incontro ufficiale con Zelenski.

Dopo Kiev la delegazione africana ha raggiunto oggi San Pietroburgo, seconda tappa della missione, per incontrare e discutere con il presidente russo Vladimir Putin.

Le iniziative di pace tese alla soluzione del conflitto ucraino proposte da vari Paesi “contengono idee che potrebbero funzionare” ha detto alla Tass la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. “Ribadisco – ha aggiunto – che siamo grati ad ogni Paese, ad ogni Stato, ad ogni personaggio pubblico, visto che molte proposte sono state avanzate personalmente da personaggi pubblici internazionali. Siamo grati a tutti coloro che parlano di pace, che fanno proposte in tal senso e vogliono rendersi utili”.

I leader africani dovrebbero discutere con gli interlocutori ucraini e russi di un “tentativo di mediazione”, in particolare sull’accordo sui cereali.

Nonostante si trovino a migliaia di chilometri dall’Ucraina, i Paesi africani hanno risentito e risentono tutt'oggi oggi dell’impatto della guerra a causa dell’aumento dei costi dei prodotti di base, soprattutto del grano e dei fertilizzanti.

Come ha ricordato la FAO, la Russia e l’Ucraina prima del conflitto assicuravano il 24% della fornitura mondiale di grano. Oggi a lievitare a livello globale sono proprio i costi per la farina e per i fertilizzanti utilizzati in agricoltura.

Questo ha generato un impatto devastante sul nord Africa con il Marocco e l’Egitto tra i principali importatori di grano dall’Europa orientale; nel Sahel, dove i prezzi hanno oscillato in maniera vertiginosa; nel Corno d’Africa (Sudan, Etiopia, Kenya, Somalia) dove i prezzi di pane e olio di girasole sono aumentati del 40% rispetto a un anno e mezzo fa.

Nella Repubblica Democratica del Congo dove un chilo di zucchero oggi costa un terzo in più del prezzo antecedente la guerra in Ucraina; fino ad arrivare in Malawi, dove l’aumento dei prezzi di olio, riso e carburante hanno fatto impennare il paniere alimentare, proprio a causa del costo lievitato dei trasporti.

Lo scorso 16 maggio il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva annunciato l’invio di una missione di capi di Stato africani in Ucraina e in Russia nel tentativo di mediare per porre fine ad conflitto tra Nato e Russia, in cui il resto del mondo non si sente né vuole essere coinvolto.

Ha avuto dei colloqui telefonici separati con le controparti russa e ucraina, rispettivamente Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, i quali hanno accettato di discutere il piano.

Il presidente sudafricano ha denunciato le “straordinarie pressioni” subite dal suo Paese affinché abbandoni la sua posizione di non allineamento sulla guerra in Ucraina, ribadendo tuttavia che il Sudafrica non si schiererà in quella che ha definito “una sfida di fatto tra Russia e Occidente”.

L’ambasciatore USA in Sudafrica, Reuben Brigety, ha accusato il Paese africano di fornire segretamente armi e munizioni alla Russia, nonostante la sua dichiarata neutralità.

Brigety, citato dai media sudafricani, ha affermato che l’intelligence statunitense è sicura del fatto che armi siano state caricate sulla nave russa Lady R – soggetta a sanzioni Usa – che sarebbe attraccata nella base navale di Simon’s Town, a Città del Capo, nel dicembre scorso e poi trasferite in Russia.

Il governo sudafricano ha ufficialmente negato di aver approvato qualsiasi vendita di armi alla Russia ed ha dichiarato ufficialmente di essere neutrale nel conflitto in Ucraina, ma gli Usa e la Ue lo accusano di un sostegno “de facto” alla Russia, come dimostrerebbero le esercitazioni navali congiunte con Russia e Cina condotte nel febbraio scorso al largo delle sue coste.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa inoltre ha confermato l’invito a Putin a partecipare al prossimo vertice dei leader Brics in programma a Johannesburg ad agosto.

Il problema è che la Corte penale internazionale (Cpi) ha incriminato Putin per crimini di guerra. Il Sudafrica, membro della Cpi, sarebbe infatti legalmente obbligato ad arrestare Putin se si recasse nel Paese.

Tuttavia di recente l’African National Congress (Anc) – al governo in Sudafrica – ha stabilito che il governo debba ritirarsi dall’organismo. Un orientamento che sta prevalendo da tempo in molti paesi africani, i quali accusano la Corte Penale Internazionale di utilizzare un doppio standard, forte con i paesi poveri, inerte con quelli occidentali.

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