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04/03/2026

La guerra in Medio Oriente “eccita” anche i governi europei, Italia inclusa

Le onde lunghe del conflitto in Medio Oriente scatenato dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran, sono arrivate rapidamente e fragorosamente anche in Europa.

Tacendo o toccando lievemente la violazione del diritto internazionale da parte di Washington e Tel Aviv, i governi europei si sono però schierati contro il paese aggredito – l’Iran – e a difesa delle petromonarchie del Golfo ritenute alleati strategici sia sulle forniture energetiche che sul piano geopolitico. Dopo il disastro sulla guerra in Ucraina i “volenterosi guerrafondai” europei sembrano orientati a produrne uno ulteriore. Adesso lo slogan sembra diventato: “Morire per Cipro!”

Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno annunciato un rafforzamento della cooperazione nel campo militare in funzione “deterrente” rispetto alla guerra in corso in Medio Oriente e al blocco dello stretto di Hormuz.

Macron ha dichiarato che: “Prendiamo l’iniziativa di varare una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e mettere in sicurezza il traffico attraverso le vie marittime essenziali all’economia mondiale”.

Il presidente francese ha annunciato che la portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mediterraneo orientale, precisando che la Francia “ha abbattuto dei droni per legittima difesa nelle prime ore del conflitto, per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”. Inoltre ha annunciato lo spiegamento di caccia Rafale, di sistemi di difesa antiaerea e l’invio della fregata Languedoc verso Cipro.

La Gran Bretagna, che tuttora possiede una base militare sul territorio di Cipro colpita nei giorni scorsi da alcuni droni iraniani, ha inviato sull’isola dei jet militari, supportati da un aereo cisterna Voyager ed ha fatto sapere di aver già abbattuto droni iraniani sul territorio giordano e nello spazio aereo iracheno. A Cipro sono già arrivati due elicotteri Wildcat, armati con missili Martlet progettati per abbattere droni e bersagli aerei a bassa quota.

Londra sta mandando inoltre il cacciatorpediniere Hms Dragon, specializzato nella difesa aerea, equipaggiato con il sistema Sea Viper dotato di missili Aster 15 e Aster 30 per intercettare droni, missili da crociera e aerei.

Starmer, però, deve affrontare anche un altro problema: il “fronte interno”. Un sondaggio realizzato da YouGov, pubblicato lunedì, ha mostrato che i cittadini britannici si oppongono all’operazione contro l’Iran in una percentuale di 49 contro 28. Il 50% della popolazione, poi, si oppone anche all’autorizzazione data agli USA di usare le basi del Regno Unito, e solo il 30% la sostiene.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha convocato un Collegio straordinario dei commissari dedicato alla sicurezza, a due giorni dall’inizio degli attacchi sulla base militare britannica a Cipro.

Sul piano europeo, l’attacco dei droni iraniani apre il dossier dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Ue, che prevede una clausola di difesa reciproca– un “aiuto e assistenza con tutti i mezzi in proprio possesso” –, in caso di aggressione di uno Stato membro.

In agenda anche una task force sull’energia, prevista per il 5 marzo, con la partecipazione dei rappresentanti dell’esecutivo Ue e degli Stati membri.

L’Italia si appresta a inviare armamenti anche nel Golfo

Sono quattro i Paesi arabi del Golfo che hanno chiesto aiuti militari al governo italiano. Si tratta di Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, i quali hanno inoltrato al nostro esecutivo una richiesta urgente di forniture di difesa, in primo luogo droni e sistemi antimissile Samp-T, gli stessi forniti all’Ucraina.

Lo Stato Maggiore sta facendo una ricognizione rapida di quello che l’Italia è in grado di inviare dopo quattro anni in cui ha messo mano ai propri arsenali per rifornire Kiev. E sembra che sia una decisione da prendere in fretta perché le riserve di armamenti delle petromonarchie del Golfo sono in via di esaurimento.

Ma inviare armi in un’altra guerra dopo quanto già accaduto in Ucraina non è un passaggio così semplice. Il governo Meloni è già sotto botta per le figuracce dei propri ministri Tajani e Crosetto. La marginalizzazione internazionale sia da parte degli Stati Uniti che degli altri europei, sta sgretolando tutta la narrazione della Meloni sul prestigio acquisito dal paese nelle relazioni internazionali.

Difficile immaginarsi un sussulto dignità dal governo come quello espresso invece dall'esecutivo spagnolo. Al contrario, mentre emerge che ancora una volta la base Usa di Sigonella ha avuto un ruolo nell’aggressione militare all’Iran, la pessima abitudine di mettere le basi italiane a disposizione delle operazioni militari statunitensi non sembra affatto messa in discussione. Anche contro il servilismo si andrà in piazza il prossimo 14 marzo a Roma.

Il governo sta valutando le modalità di un passaggio parlamentare sugli aiuti militari ai paesi del Golfo che l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi sta definendo sulla base di diverse opzioni (una risoluzione parlamentare o un decreto del governo), ma quello che sembra certo è che ragioni di opportunità, prima ancora che giuridiche, fanno propendere la Meloni verso un passaggio alle Camere in caso di ulteriori aiuti militari italiani in un secondo teatro di guerra oltre all’Ucraina.

È opportuno ricordare che l’Italia ha quasi 2.500 militari già dislocati in Medio Oriente tra Libano, Iraq, Kuwait. C’è poi la partecipazione delle navi militari italiane alle missioni Aspides e Atalanta a ridosso del Mar Rosso. Inoltre c’è la fregata “Virginio Fasan” già posizionata nel Mediterraneo orientale, verso Cipro.

I miliziani yemeniti houthi hanno annunciato ma ancora non hanno ripreso la loro attività di interdizione del passaggio di navi nello stretto di Bab el Arab come avevano fatto in solidarietà con i palestinesi di Gaza.

Se questa interdizione avvenisse contestualmente al blocco dello Stretto di Hormuz, praticamente verrebbe bloccato l’intero traffico commerciale su navi dall’Oceano Indiano verso nord, a meno di non dover circumnavigare l’Africa con allungamento enorme dei tempi e dei costi commerciali.

I paesi europei sono riusciti a “suicidarsi” economicamente e politicamente già nella guerra in Ucraina, l’impressione è che intendano continuare a rotolare sullo stesso piano inclinato anche nella guerra in Medio Oriente.

Paradossalmente, rispetto ai parametri economici e geopolitici di una guerra, nei governi europei sembra prevalere quello che Graham Allison (1) definisce come il fattore de “L’onore”, ossia la reputazione. È il rotolare su una politica dei fatti compiuti per salvare la faccia e che poi impedisce di rettificare il tiro per non perderla. Una trappola, appunto.

Note

(1) Graham Allison: “Destinati alla guerra. La trappola di Tucicide”

Fonte

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