Le onde lunghe del conflitto in Medio Oriente scatenato dall’aggressione
israelo-statunitense all’Iran, sono arrivate rapidamente e fragorosamente anche
in Europa.
Tacendo o toccando lievemente la violazione del diritto
internazionale da parte di Washington e Tel Aviv, i governi europei si sono però
schierati contro il paese aggredito – l’Iran – e a difesa delle petromonarchie
del Golfo ritenute alleati strategici sia sulle forniture energetiche che sul
piano geopolitico. Dopo il disastro sulla guerra in Ucraina i “volenterosi
guerrafondai” europei sembrano orientati a produrne uno ulteriore. Adesso lo
slogan sembra diventato: “Morire per Cipro!”
Il presidente francese
Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno annunciato un
rafforzamento della cooperazione nel campo militare in funzione “deterrente”
rispetto alla guerra in corso in Medio Oriente e al blocco dello stretto di
Hormuz.
Macron ha dichiarato che: “Prendiamo l’iniziativa di varare
una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e
mettere in sicurezza il traffico attraverso le vie marittime essenziali
all’economia mondiale”.
Il presidente francese ha annunciato che la
portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mediterraneo orientale,
precisando che la Francia “ha abbattuto dei droni per legittima difesa nelle
prime ore del conflitto, per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”.
Inoltre ha annunciato lo spiegamento di caccia Rafale, di sistemi di difesa
antiaerea e l’invio della fregata Languedoc verso Cipro.
La Gran
Bretagna, che tuttora possiede una base militare sul territorio di Cipro colpita
nei giorni scorsi da alcuni droni iraniani, ha inviato sull’isola dei jet
militari, supportati da un aereo cisterna Voyager ed ha fatto sapere di aver già
abbattuto droni iraniani sul territorio giordano e nello spazio aereo iracheno.
A Cipro sono già arrivati due elicotteri Wildcat, armati con missili Martlet
progettati per abbattere droni e bersagli aerei a bassa quota.
Londra sta mandando inoltre il cacciatorpediniere Hms Dragon,
specializzato nella difesa aerea, equipaggiato con il sistema Sea
Viper dotato di missili Aster 15 e Aster 30 per intercettare droni, missili
da crociera e aerei.
Starmer, però, deve affrontare anche un altro
problema: il “fronte interno”. Un sondaggio realizzato da YouGov, pubblicato
lunedì, ha mostrato che i cittadini britannici si oppongono all’operazione
contro l’Iran in una percentuale di 49 contro 28. Il 50% della popolazione, poi,
si oppone anche all’autorizzazione data agli USA di usare le basi del Regno
Unito, e solo il 30% la sostiene.
La presidente della Commissione
europea Ursula von der Leyen ha convocato un Collegio straordinario dei
commissari dedicato alla sicurezza, a due giorni dall’inizio degli attacchi
sulla base militare britannica a Cipro.
Sul piano europeo, l’attacco
dei droni iraniani apre il dossier dell’articolo 42, comma 7, del Trattato
sull’Ue, che prevede una clausola di difesa reciproca– un “aiuto e assistenza
con tutti i mezzi in proprio possesso” –, in caso di aggressione di uno Stato
membro.
In agenda anche una task force sull’energia, prevista per il
5 marzo, con la partecipazione dei rappresentanti dell’esecutivo Ue e degli
Stati membri.
L’Italia si appresta a inviare armamenti anche nel
Golfo
Sono quattro i Paesi arabi del Golfo che hanno chiesto aiuti
militari al governo italiano. Si tratta di Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e
Bahrein, i quali hanno inoltrato al nostro esecutivo una richiesta urgente di
forniture di difesa, in primo luogo droni e sistemi antimissile Samp-T, gli
stessi forniti all’Ucraina.
Lo Stato Maggiore sta facendo una
ricognizione rapida di quello che l’Italia è in grado di inviare dopo quattro
anni in cui ha messo mano ai propri arsenali per rifornire Kiev. E sembra che
sia una decisione da prendere in fretta perché le riserve di armamenti delle
petromonarchie del Golfo sono in via di esaurimento.
Ma inviare armi
in un’altra guerra dopo quanto già accaduto in Ucraina non è un passaggio così
semplice. Il governo Meloni è già sotto botta per le figuracce dei propri
ministri Tajani e Crosetto. La marginalizzazione internazionale sia da parte
degli Stati Uniti che degli altri europei, sta sgretolando tutta la narrazione
della Meloni sul prestigio acquisito dal paese nelle relazioni internazionali.
Difficile immaginarsi un sussulto dignità dal governo come quello
espresso invece dall'esecutivo spagnolo. Al contrario, mentre emerge che ancora una volta
la base Usa di Sigonella
ha avuto un ruolo nell’aggressione militare all’Iran, la pessima abitudine di
mettere le basi italiane a disposizione delle operazioni militari statunitensi
non sembra affatto messa in discussione. Anche contro il servilismo si andrà in
piazza il prossimo 14 marzo a Roma.
Il governo sta valutando le
modalità di un passaggio parlamentare sugli aiuti militari ai paesi del Golfo
che l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi sta definendo sulla base di diverse
opzioni (una risoluzione parlamentare o un decreto del governo), ma quello che
sembra certo è che ragioni di opportunità, prima ancora che giuridiche, fanno
propendere la Meloni verso un passaggio alle Camere in caso di ulteriori aiuti
militari italiani in un secondo teatro di guerra oltre all’Ucraina.
È opportuno ricordare che l’Italia ha quasi 2.500 militari già
dislocati in Medio Oriente tra Libano, Iraq, Kuwait. C’è poi la partecipazione
delle navi militari italiane alle missioni Aspides e Atalanta a ridosso del Mar
Rosso. Inoltre c’è la fregata “Virginio Fasan” già posizionata nel Mediterraneo
orientale, verso Cipro.
I miliziani yemeniti houthi hanno annunciato
ma ancora non hanno ripreso la loro attività di interdizione del passaggio di
navi nello stretto di Bab el Arab come avevano fatto in solidarietà con i
palestinesi di Gaza.
Se questa interdizione avvenisse
contestualmente al blocco dello Stretto di Hormuz, praticamente verrebbe
bloccato l’intero traffico commerciale su navi dall’Oceano Indiano verso nord, a
meno di non dover circumnavigare l’Africa con allungamento enorme dei tempi e
dei costi commerciali.
I paesi europei sono riusciti a “suicidarsi”
economicamente e politicamente già nella guerra in Ucraina, l’impressione è che
intendano continuare a rotolare sullo stesso piano inclinato anche nella guerra
in Medio Oriente.
Paradossalmente, rispetto ai parametri economici e
geopolitici di una guerra, nei governi europei sembra prevalere quello che
Graham Allison (1) definisce come il fattore de “L’onore”, ossia la reputazione.
È il rotolare su una politica dei fatti compiuti per salvare la faccia e che
poi impedisce di rettificare il tiro per non perderla. Una trappola, appunto.
Note
(1) Graham Allison: “Destinati alla guerra. La trappola di
Tucicide”
Fonte
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