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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2026

Brasile: Lula-Bolsonaro, il Paese spaccato va al secondo turno all’ombra degli Stati Uniti

«Il principale scontro politico in America Latina e nei Caraibi nel 2026», il cui esito potrebbe «alterare gli equilibri di potere nella regione per gli anni a venire». È così che il giornalista brasiliano David Cavalcante ha definito l’ultima tornata elettorale nel suo Paese – celebratasi il 4 ottobre  – destinata a decidere chi occuperà il Palácio do Planalto (Palazzo Presidenziale) per i prossimi quattro anni. Un appuntamento che definisce anche i futuri governatori dei 26 Stati e del Distretto Federale e la composizione dei 513 seggi della Camera dei Deputati e dei due terzi del Senato.

La contesa elettorale – che ha visto contrapposti l’attuale ​​presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori (PT), e il senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro, del Partito Liberale (PL), figlio dell’ex presidente Jair  – si è chiusa con un nulla di fatto: nessuno dei due candidati ha superato la metà dei voti validi, la soglia necessaria per vincere al primo turno.

Con il 99,99% delle schede scrutinate, Flávio Bolsonaro, a sorpresa rispetto agli ultimi sondaggi, ha chiuso in testa con il 47,03%, mentre Lula si è fermato al 45,15%: uno scarto di 1,88 punti, il più ridotto mai registrato al primo turno di un’elezione presidenziale brasiliana, quella peraltro con il più alto tasso di astensione – il 21,08% – dal 1998. Il nome del prossimo presidente si conoscerà quindi solo il 25 ottobre, quando i due sfidanti si affronteranno al ballottaggio.

Il terzo mandato dell’ottantenne Lula, ex leader sindacale dei metalmeccanici che era stato guida degli scioperi dei lavoratori durante la dittatura militare, è stato caratterizzato da importanti successi economico-sociali – tra cui aumenti del salario minimo superiori all’inflazione, l’espansione della sicurezza sociale e una disoccupazione storicamente bassa – ma anche da forti resistenze politiche da parte del congresso più a destra nella storia del Brasile e da una marcata difficoltà nel trasformare i dati macroeconomici positivi in un consenso popolare omogeneo. Infatti, per quanto la maggior parte dei brasiliani stia meglio rispetto a quattro anni fa, il costo della vita è più alto, così come i livelli di indebitamento; quattro quinti delle famiglie brasiliane hanno contratto debiti, per buona parte a causa del gioco d’azzardo online, contro cui il presidente aveva varato di recente delle misure. I posti di lavoro sono sempre più precari e la sicurezza pubblica rimane un problema cruciale.

A sfidare Lula è Flávio Bolsonaro, 45 anni, figlio dell’ex presidente Jair, già deputato e poi senatore dello Stato di Rio de Janeiro, candidato alla guida del Partito Liberale. Nel suo programma di governo figura, tra l’altro, l’amnistia per il padre e per i condannati per il tentato golpe dell’8 gennaio 2023. Secondo parlamentari statunitensi e l’intelligence brasiliana, la sua campagna ha ricevuto il sostegno attivo dell’amministrazione Trump, storicamente vicina a Jair Bolsonaro. Lo scorso maggio Flávio è stato ricevuto alla Casa Bianca. Stando a quanto da lui dichiarato, si è parlato di criminalità organizzata, dazi, terre rare e minerali critici.

Come in altri Paesi della regione, cresce il timore che sull’esito del voto pesino sempre più gli algoritmi dei social e le interferenze esterne. A pochi giorni dal voto, Meta ha bloccato il profilo social di Lula e disattivato i suoi annunci pubblicitari. Se Flávio Bolsonaro vincesse, in America Latina si rafforzerebbe un blocco di destra allineato con gli Stati Uniti di Trump.

Un voto all’ombra di Washington

Non è un caso che quella del 2026 sia stata definita un’elezione diversa dalle precedenti per due ragioni, secondo il politologo Leonardo Barreto della società di consulenza Think Policy. La prima è l’esplicito interesse degli Stati Uniti per l’esito della tornata elettorale. La seconda è un sistema giudiziario indebolito, proprio nel momento in cui potrebbe essere chiamato a dirimere una competizione serrata. In merito al primo tema, i maggiori quotidiani internazionali – tra cui Le Monde, The Guardian, Al Jazeera e Página12 – hanno sottolineato come le elezioni si siano svolte all’ombra delle interferenze statunitensi, come peraltro avevamo scritto su InsideOver, raccontando l’esistenza del piano Prosperity Partnership di André Marinho, che prevede lo sfruttamento da parte di Washington delle terre rare brasiliane; la denuncia da parte di un altro candidato alla presidenza, Renan Santos, riguardante i finanziamenti della rete Rockbridge, fondata da J.D. Vance, alla campagna di Bolsonaro; e la diffusione del rapporto dell’intelligence brasiliana (ABIN), che segnalava un rischio «critico», citando anche i dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti e la designazione di PCC e Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche. 

Peraltro lo scorso 2 ottobre, l’amministrazione Trump ha sospeso improvvisamente tutti i servizi consolari in Brasile citando generiche «questioni di sicurezza», decisione interpretata dalle autorità e dall’intelligence brasiliane come un tentativo di generare instabilità alla vigilia delle elezioni. 

Cosa c’è in gioco: risorse, alleanze e un continente in bilico

L’interesse delle potenze internazionali e dell’estrema destra globale per l’esito elettorale brasiliano è strettamente legato al peso economico, ecologico e minerario del colosso sudamericano nell’emisfero occidentale. Il Brasile è il paese più grande dell’America Latina e rappresenta uno snodo cruciale per l’economia globale, detenendo il 60% del bioma amazzonico, il 12% delle risorse mondiali di acqua dolce, il 23% delle riserve mondiali di terre rare e oltre 17,5 miliardi di barili di petrolio.

Il voto brasiliano si inserisce in un’onda lunga: dopo la Colombia con Abelardo De la Espriella e il Perù con Keiko Fujimori, la destra aveva già vinto in Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e Honduras. Molti di questi governi hanno rinsaldato la cooperazione militare con gli Stati Uniti, che restano molto presenti in Venezuela.

«Il popolo dovrà scegliere tra rafforzare il sistema democratico o la barbarie, tra sviluppo o arretratezza», ha affermato Lula dopo la pubblicazione dei risultati. Bolsonaro resta, tuttavia, il favorito. Bisognerà attendere altri venti giorni per sapere se il gigante latinoamericano si arrenderà all’ondata ultraconservatrice che sta travolgendo la regione. «I bolsonaristi si preparino perché li sconfiggeremo» è stata la promessa del leader del Partido dos Trabalhadores.

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14/09/2026

Il Brasile sulla strada delle elezioni: uno scontro di progetti strategici

Il Brasile entra nella fase decisiva delle elezioni del 2026 con una sfida che vede contrapporsi due modelli di Paese. Le candidature di Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro fanno da cornice a questo scenario.

Con l’avvio ufficiale della campagna elettorale iniziata il 16 agosto, la lotta per il Palazzo del Planalto si intreccia con la battaglia per il controllo del Congresso, del Supremo Tribunale Federale (STF), il modello economico e la posizione geopolitica del Brasile nei confronti di Stati Uniti e Cina – in quello che definiamo il “confronto del G2”.

Attualmente, la dimensione geopolitica delle elezioni è caratterizzata da una crescente preoccupazione nelle file dei sostenitori di Lula, e che comincia a insinuarsi tra gli elettori, legata alla possibilità di interferenze straniere nel processo elettorale.

Il risultato determinerà chi governerà, ma anche quale blocco di potere avrà la capacità di gestire lo Stato e che margine di autonomia conserverà la principale potenza sudamericana.

Il primo limite per il governo di Lula da Silva si presenta nel Congresso Nazionale. La Camera dei Deputati e il Senato mantengono una composizione in cui le forze di centro e di destra hanno un peso decisivo.

La bocciatura della nomina di Jorge Messias al Supremo Tribunale Federale (STF) da parte del partito di governo, ha messo in luce questa relazione di forze. Il Senato ha respinto la sua candidatura alla fine di aprile. È stata la prima volta dal 1894 che la Camera alta ha respinto una nomina presidenziale al massimo organo giudiziario del Paese.

La disputa istituzionale si è spostata su altre questioni, che permettono di distinguere chiaramente tra progetti politici contrapposti.

La riduzione dell’orario di lavoro, la regolamentazione delle piattaforme digitali, la sicurezza pubblica, l’interruzione volontaria di gravidanza e le politiche ambientali sono diventati campi di scontro tra progetti politici. Per il governo, questi dibattiti rientrano in un’agenda incentrata sui diritti sociali e sul rafforzamento dello Stato. Per i sostenitori di Bolsonaro, ora nel ruolo di oppositori, rappresentano opportunità per criticare l’Esecutivo e ampliare la propria base elettorale.

Il Supremo Tribunale Federale occupa un posto centrale in questa disputa. Ad agosto ha ripreso un’agenda che comprende l’estrazione mineraria nelle terre indigene, gli investimenti stranieri nelle piattaforme digitali, le licenze ambientali e le questioni elettorali.

Anche il Supremo Tribunale Federale (STF) è uno degli  obiettivi principali dei sostenitori di Bolsonaro. Il dibattito sul voto elettronico, l’intelligenza artificiale e la disinformazione colloca il Supremo Tribunale Federale e il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) al centro della campagna elettorale.

In questo contesto, Flávio Bolsonaro, dopo una combattuta campagna per le primarie, ha consolidato la sua candidatura alla presidenza. Il Partito Liberale lo ha ufficialmente nominato il 25 luglio. All’evento ha partecipato il presidente argentino Javier Milei, che ha pubblicamente appoggiato il candidato. Questo sostegno aggiunge una dimensione regionale alle elezioni brasiliane.

Una convergenza tra i sostenitori di Bolsonaro (in posizione di governo) e l’attuale governo argentino altererebbe gli equilibri di potere politico in Sud America e all’interno del Mercosur, consolidando una svolta neofascista e neoliberista nella regione.

I sondaggi mostrano una competizione sempre più serrata. Il 14 agosto, Quaest ha registrato il 38% per Da Silva e il 31% per Bolsonaro al primo turno. In un eventuale ballottaggio, la differenza sarebbe stata del 43% contro il 40% a favore di Da Silva.

Tre giorni dopo, BTG/Nexus ha attribuito a Da Silva il 41% e a Bolsonaro il 36% al primo turno. Per il ballottaggio, il sondaggio ha registrato il 47% contro il 44%, sempre a favore di Da Silva. I numeri non sono uniformi, ma dimostrano che il bolsonarismo conserva la capacità di contendere la Presidenza.

La campagna si sta svolgendo anche su un terreno tecnologico e della comunicazione. La regolamentazione dei social media, l’uso dell’intelligenza artificiale e la diffusione della disinformazione sono tutti elementi centrali della battaglia elettorale. A ciò si aggiunge la questione della sicurezza. La lotta contro la criminalità organizzata, il Primo Comando della Capitale (PCC) e il Comando Rosso viene strumentalizzata dalla destra per chiedere politiche più severe.

Nel frattempo, il governo di Lula sta cercando di combinare l’azione penale per reati finanziari, il coordinamento federale e la prevenzione della criminalità organizzata.

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26/08/2026

Brasile al bivio: il 4 ottobre si deciderà tra Lula e Bolsonaro Jr.

Il Brasile si avvia alle elezioni del 4 ottobre con una polarizzazione che, a prima vista, sembra un déjà vu del 2022. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in cerca di un quarto mandato, si scontra con il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente incarcerato per aver tentato un colpo di Stato, proprio dopo aver perso la presidenza quattro anni fa. I sondaggi, pur dando a Lula un vantaggio di oltre il 40% delle intenzioni di voto, prevedono una competizione serrata.

Perché Lula non si scontra solo con Flávio Bolsonaro. Si scontra con gli Stati Uniti, con “Israele” e con l’intero apparato neocoloniale che per decenni ha creduto di avere il potere di decidere chi governa e chi no nella “Nuestra America”.

Le elezioni in Brasile confermano una regola non scritta nell’America Latina del XXI secolo: l’opposizione interna ai progetti progressisti non esiste come forza autonoma. La destra non vince le elezioni da sola; vince quando il potere imperiale sceglie i suoi candidati. Sulla scena globale, prima dell’irruzione di Donald Trump, il bolsonarismo era un fenomeno marginale.

Fu il sostegno aperto di Washington a rendere Jair Bolsonaro presidente, e oggi è Trump a sostenere apertamente suo figlio, imponendo dazi con il solo obiettivo di danneggiare Lula.

L’apparato statunitense è già attivo per intervenire nelle elezioni brasiliane. Non si tratta di una teoria del complotto: il Dipartimento di Stato ha riaffermato pubblicamente la Dottrina Monroe e dichiarato che “il dominio statunitense nell’Emisfero Occidentale non sarà mai più messo in discussione”.

Nel mezzo della crescente e orchestrata crisi diplomatica, all’ambasciatrice brasiliana è stato revocato il visto a Washington; ai funzionari statunitensi con presunte missioni volte a contestare il processo elettorale è stato impedito l’ingresso in Brasile. Questa è la nuova normalità nelle “relazioni bilaterali”: coercizione, dazi, ingerenza palese.

E accanto agli Stati Uniti c’è “Israele”. Lula è stato dichiarato “persona non grata” dal regime sionista dal 2024, dopo aver paragonato all’Olocausto le azioni di Tel Aviv a Gaza.

Lula ha denunciato che Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro di Israele, “danneggia l’umanità” e che l’amministrazione statunitense è complice di un genocidio. Non si tratta di una disputa retorica: “Israele” è un partner strategico dell’estrema destra globale e il bolsonarismo è stato il suo principale alleato nella regione, accompagnato dal suo braccio territoriale silenzioso: le chiese evangeliche.

Ecco perché queste non sono elezioni come le altre. Sono uno scontro tra un progetto di indipendenza sovrana, che aspira a un ruolo guida per il Brasile nel Sud Globale, e un progetto di sottomissione che apre le porte alla neocolonizzazione.

Lula lo sa. Ecco perché ha iniziato la sua campagna con un avvertimento diretto a Trump: “Non scherzare con il Brasile”. Ecco perché ha dichiarato che non teme l’ingerenza statunitense, perché sa che l’arroganza del tiranno, in definitiva, rafforza la difesa della sovranità.

Il Brasile si gioca la sua stessa vita democratica in una battaglia profondamente impari. Lula non si trova di fronte a un candidato con un’ideologia diversa; si trova di fronte a un intero ecosistema di potere prodotto dall’impero: dazi che penalizzano l’economia brasiliana, organi di stampa che fabbricano narrazioni, campagne diffamatorie e pressioni diplomatiche.

In questo scenario, i voti diventano voti contro la resa, contro la sottomissione. Rappresentano un rifiuto del fatto che una manciata di funzionari decida a Washington o a Tel Aviv il destino di 200 milioni di brasiliani.

Il “decennio d’oro” dei progetti progressisti in Sud America ci ha insegnato che unità e sovranità sono possibili. Ma il contesto odierno, di fronte all’assalto di una bestia ferita che non trova altra via se non la guerra e la morte per garantirsi la sopravvivenza, è ben più complesso.

Il 4 ottobre, il Brasile deciderà se vuole continuare ad essere una nazione sovrana e autonoma o vuole tornare ad essere il quartiere di un impero che non ha mai smesso di considerarci come schiavi.

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28/07/2026

Brasile - Negati i visti ai “diplomatici” di Trump

Alla vigilia delle elezioni presidenziali brasiliane fissate per il 4 ottobre 2026, l’amministrazione Trump e il governo Lula sono giunti a uno scontro aperto che si consuma contemporaneamente su due fronti cruciali: quello dell’integrità democratica e quello dei dazi commerciali.

L’episodio simbolo della crisi è la decisione del Ministero degli Esteri brasiliano (Itamaraty) di negare i visti d’ingresso a due alti diplomatici americani: Riley M. Barnes e Samuel Samson, funzionari del cosiddetto “Ufficio per la Democrazia e i Diritti Umani” del Dipartimento di Stato statunitense.

A far scattare l’allarme a Brasilia è stata un’inchiesta del Washington Post, secondo la quale la delegazione di Washington si sarebbe dovuta recare in Brasile per raccogliere elementi utili a mettere in discussione l’affidabilità del sistema di voto elettronico.

Nel Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano, i giudici hanno definito la missione “scandalosa e inusitata”, considerandola un tentativo di ingerenza esterna. Il presidente Lula ha reagito con fermezza, dichiarando che “chiunque cercherà di intromettersi nelle elezioni brasiliane subirà una dura risposta”.

Dal canto suo, il Dipartimento di Stato statunitense guidato da Marco Rubio ha respinto ogni accusa, sostenendo che la visita rientrava nelle attività di routine per discutere di “integrità elettorale, libertà religiosa e libertà di espressione”.

Tuttavia, per il governo brasiliano la mossa americana appariva coordinata con le dichiarazioni della destra locale. Pochi giorni prima, il senatore Flávio Bolsonaro (candidato alla presidenza per il partito PL e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro) aveva incontrato diplomatici di oltre 40 Paesi sollevando dubbi sulle urne elettroniche, affermazioni smentite dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE).

La mossa di Flávio Bolsonaro scimmiotta quella del padre, avvenuta nel luglio 2022, poco prima di perdere le elezioni per Lula.

Parallelamente al fronte politico, si è inasprito il conflitto economico.

La Casa Bianca ha ufficializzato un doppio pacchetto di dazi sanzionatori nei confronti delle esportazioni brasiliane:

  1. ​Un dazio del 25%, motivato con presunte “pratiche commerciali sleali” adottate dal Brasile ai danni delle aziende statunitensi;
  2. ​Un ulteriore dazio del 12,5%, giustificato da Washington sostenendo che il Brasile non applichi sufficienti controlli sull’importazione di merci derivanti da lavoro forzato.

Ma chi sono i funzionari statunitensi bloccati dal Brasile?

Entrambi si sono resi protagonisti di affermazioni e prese di posizione ideologiche che hanno sollevato accese polemiche internazionali, ben prima del loro scontro con il Brasile.

Samuel Samson è un esponente della nuova leva della destra conservatrice americana. Prima dell’incarico diplomatico ha lavorato in think tank conservatori e organizzazioni politiche (come American Moment). All’interno dell’amministrazione Trump si è distinto per posizioni incentrate sulla difesa della sovranità nazionale e dei “diritti naturali” rispetto alle impostazioni delle istituzioni sovranazionali.

Ad esempio, ha definito i tentativi europei di regolamentare le piattaforme digitali e combattere la disinformazione come una truffa per la censura: ​“L’industria della disinformazione è una truffa per monitorare, censurare e rubare denaro agli americani”.

Per quanto riguarda ​Riley M. Barnes, si tratta di un fanatico religioso che vorrebbe impiantare la Bibbia al posto delle leggi e che provoca scontri diplomatici ovunque vada. Recentemente, anche con paesi alleati degli USA, come la Corea del Sud.

Il loro ruolo al DRL (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor) non opera secondo le regole della diplomazia tradizionale, ma è conforme a un’agenda politica conservatrice che attacca direttamente i governi stranieri (dall’Unione Europea fino al Brasile) ritenuti “troppo progressisti” o non in linea con la loro visione ideologica.

Il ricorso all’OMC: un’arma spuntata

​In risposta ai dazi, il governo brasiliano ha annunciato l’intenzione di avviare l’iter per l’applicazione della Legge di Reciprocità e di presentare ricorso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

​Gli stessi diplomati dell’Itamaraty ammettono però che la mossa verso l’OMC avrà una valenza di carattere simbolico, utile soltanto a “marcare la posizione” geopolitica del Brasile. L’Organo di Appello dell’OMC è infatti bloccato dal 2019 proprio a causa del veto posto dagli Stati Uniti sulle nomine dei nuovi giudici, rendendo pressoché impossibile arrivare a una sentenza vincolante.

​L’ipotesi di una ritorsione commerciale spaventa il mondo industriale brasiliano. Associazioni di categoria fondamentali come la Abimaq (industria dei macchinari) e la AmCham Brasil (Camera di Commercio Americana per il Brasile) si sono opposte alla reciprocità, chiedendo di non alimentare una spirale di sanzioni che finirebbe per danneggiare le imprese, la produzione e l’occupazione brasiliane.

​La coincidenza tra pressioni commerciali e mosse diplomatiche ha trasformato le relazioni tra Brasilia e Washington in un vero e proprio terreno di scontro elettorale.

Se da un lato l’amministrazione Trump sembra determinata a esercitare la massima pressione sul governo brasiliano, pur di fare vincere l’estrema destra, come accaduto in altri paesi sudamericani, dall’altro la linea dura adottata da Lula per tutelare la sovranità nazionale mira a compattare l’elettorato contro le indebite e violente ingerenze statunitensi.

Fonti

  1. The Washington Post: “Brazil denies visas to U.S. delegation aiming to impugn election system, officials says” (26/07/2026)
  2. Globo G1: “Itamaraty nega visto a funcionários dos EUA que viajariam ao Brasil para questionar integridade das urnas” (25/07/2026)
  3. Uol: “Governo Lula nega visto à missão do Departamento de Estado dos EUA” (25/07/2026)
  4. The Washington Post: “Trump’s new tariffs on Brazil could ‘tip the election’ for Lula over Bolsonaro” (22/07/2026)
  5. Carta Capital: “Flávio Bolsonaro mente sobre urnas a diplomatas e revive cena que tornou o pai inelegível” (22/07/2026)

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16/07/2026

Brasile - Cospirazione contro Lula

Come direbbe un cubano vedendo la stessa cosa giorno dopo giorno: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. E così accade con le cospirazioni, una dopo l’altra, per annullare i tentativi di Luiz Inácio Lula da Silva di ottenere un nuovo e quarto mandato presidenziale in Brasile, necessario per continuare il suo ampio piano di lavoro che include l’approfondimento della riforma agraria, il rafforzamento della politica ambientale, preservando l’Amazzonia, e la difesa dei gruppi indigeni, costantemente attaccati da sicari e altri elementi al servizio del latifondismo.

Oggi, con la famiglia Bolsonaro, si ripete la stessa congiura di sempre, iniziata con quei preparativi di due anni ideati negli Stati Uniti per mandarlo ingiustamente in prigione e spianare la strada a Jair per la Presidenza della Repubblica.

Allo stesso modo, in una nuova tornata presidenziale, ha dovuto affrontare e vincere di stretta misura il piano portato avanti dalla moglie di Jair, che ha utilizzato più di mille pastori evangelici, i quali sono giunti nelle regioni più remote per dire agli abitanti impoveriti che se Lula avesse vinto, avrebbe eliminato i luoghi di preghiera.

La vittoria di Lula è stata seguita otto giorni dopo da un fallito tentativo di colpo di Stato di Bolsonaro, con i suoi leader condannati alla prigione, tra cui lo stesso Jair, che per motivi di salute si trova agli arresti domiciliari, mentre Trump chiede la sua grazia e il Congresso dominato dalla destra vuole che il suo caso venga archiviato e ha legiferato in tal senso.

Ora il figlio di Jair, il senatore Flávio, è diventato il principale strumento dell’estrema destra per impedire a Lula di vincere un quarto mandato in ottobre.

In questo contesto, Lula si è scontrato più volte con Trump, sempre petulante, che si è espresso a favore della vittoria di Flávio, il quale conta anche sui “buoni uffici” del sussurratore e Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con un’impalcatura che è riuscita, con impuniti metodi fraudolenti, a espandere la governance di regimi di destra nel continente.

Servilismo

In questo contesto, il presidente brasiliano ha accusato il clan dell’ex mandatario di agire contro gli interessi nazionali, dopo che è emerso che Flávio ha chiesto a Washington di rinviare i nuovi dazi fino a dopo le elezioni.

Così, ha definito traditori della patria i membri della famiglia Bolsonaro e li ha accusati di mantenere un atteggiamento servile nei confronti degli Stati Uniti.

“È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui suoi social media. Il presidente ha affermato che il Brasile “dialogherà sempre da pari a pari con qualsiasi nazione del mondo” e ha sostenuto che “non c’è mai stata né c’è alcuna giustificazione per i dazi, né ora né dopo”.

Il capo di Stato ha anche criticato la proposta di rinviare le tariffe fino a dopo le elezioni. “Chiedere che l’aumento dei dazi contro il nostro paese venga rinviato fino a dopo le elezioni è un atteggiamento proprio dei traditori della patria”, ha affermato. Inoltre, ha sottolineato che “la cosa più assurda” è che il conflitto è stato provocato dalla stessa famiglia Bolsonaro, che in precedenza aveva sostenuto pubblicamente le misure commerciali di Washington.

Ha dettagliato che Flávio Bolsonaro aveva inviato un documento di 86 pagine all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), in cui chiedeva di rinviare di 180 giorni l’applicazione di nuovi dazi del 25% sui prodotti brasiliani.

In quel documento, il legislatore ha sostenuto che le precedenti sanzioni commerciali promosse dall’Amministrazione di Donald Trump avevano finito per rafforzare politicamente Lula in un anno elettorale, permettendo al governo di presentare le misure come attacchi alla sovranità nazionale. Per questo motivo, ha proposto che le nuove tariffe entrino in vigore solo dopo le elezioni presidenziali.

Lula ha anche messo in discussione il fatto che settori legati al bolsonarismo difendano la fine del Mercosur, che ha definito come “il blocco economico più importante dell’America Latina”, e ha ricordato che il gruppo ha appena firmato un accordo storico con l’Unione Europea. Allo stesso modo, ha respinto qualsiasi tentativo di modificare il sistema di pagamenti istantanei Pix e ha assicurato che “è un risultato del Brasile e non vi rinunceremo”.

Difesa della sovranità

La proposta arriva mentre gli Stati Uniti valutano l’imposizione di nuovi dazi dopo aver aperto un’indagine ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, che mette in discussione le politiche brasiliane relative al commercio digitale, al sistema di pagamenti PIX, alla proprietà intellettuale, all’etanolo e ad altre questioni.

Parallelamente, il governo di Lula ha risposto formalmente che Washington non ha dimostrato che il Brasile applichi pratiche discriminatorie o barriere commerciali contro le aziende statunitensi e mantiene aperte le trattative con l’amministrazione Trump.

La tensione tra i due paesi è aumentata anche questa settimana dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro presunti operatori finanziari legati al Primo Comando della Capitale (PCC). Il ministro della Giustizia, Wellington César Lima e Silva, ha affermato che il Brasile continuerà a cooperare nella lotta contro la criminalità organizzata, ma ha chiesto che venga rispettata la sovranità del paese e ha sostenuto che le misure statunitensi producono effetti solo all’interno del territorio degli Stati Uniti.

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